PETRA RUBEA di Pio Bianchini

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  • In copertina: elaborazione fotografica di Pio Bianchini, collezione privata.
  • ISBN: 9788897382256
  • Pagine 322
  • Prezzo di copertina € 19,00
  • Genere: romanzo storico medioevale
  • Ambientazione: Montefeltro e Romagna, Pietrarubbia PU, Urbino, Cesena, Secchiano di Novafeltria (RN), Montescudo (RN)
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Descrizione

«Che vuoi? Lasciami il passo!»
Il tono era quello di colui che fosse solito comandare per essere obbedito.
Il gigante non si mosse di un pelo. Anzi, sembrò ghignare soddisfatto. Era un atteggiamento insolito.
Poi Malatesta capì: dall’oscurità uscirono altri uomini, brandendo corte spade e lunghi coltelli.
Marino sorrise.
«Prego, mio signore, passate pure!»
Con un inchino beffardo si fece da parte. Ma la strada era ormai occupata dagli altri.
Volgersi e fuggire sarebbero stati la sua fine…

Il Montefeltro e la Romagna, nel XIII secolo, sono teatro di innumerevoli battaglie tra guelfi e ghibellini. Ponendosi alla testa delle due fazioni in lotta, secondo le convenienze del momento, per prestigio e tornaconto, le nobili casate dei Montefeltro e dei Malatesti rivaleggiavano fra loro. Nel 1285, il conte Guido di Montefeltro, capo del partito ghibellino, signore di Urbino e capitano del popolo a Forlì e Faenza, è costretto ad arrendersi all’esercito guelfo e, dopo avere consegnato due figli in ostaggio a Papa Onorio IV, viene confinato a Chioggia. Nell’estate del 1289, il conte Corrado di Pietrarubbia, appartenente a un ramo cadetto dei Montefeltro, occupa Urbino, cacciando dalla città i guelfi alleati dei Malatesti e richiamando in patria gli esuli ghibellini. Questo avvincente romanzo, ambientato con grande fedeltà storica, riporta alcune vicende documentate, come l’imboscata di Cesena, dove gli uomini di Corrado di Pietrarubbia attentano alla vita di Malatesta da Verucchio, futuro signore di Rimini, e il trattato d’alleanza di Montescudo, che Taddeo di Pietrarubbia stipula successivamente con l’acerrimo nemico. È in questo contesto storico che Pio Bianchini inserisce il suo racconto delle genti di Petra Rubea, nome latino di Pietrarubbia. L’antico e cadente maniero di Monte San Lorenzo è retto da Bonzio, fido vassallo dei fratelli Corrado e Taddeo. Alvisio e Fraudolente, loschi figuri al soldo del conte Corrado, imperversano, sia in pace sia in guerra, commettendo atroci efferatezze e provocando radicali cambiamenti ai delicati e instabili equilibri tra le diverse fazioni politiche…

Pio Bianchini

Pio Bianchini nasce a Bologna nel 1957. Dopo il liceo classico, lascia l’università a pochi esami dalla laurea in Giurisprudenza e diventa imprenditore nel settore immobiliare. Romagnolo e grande appassionato di trekking e mountain bike, studia la storia dei luoghi che visita e la genealogia delle famiglie che li hanno abitati. Scopre così vicende antiche, avvincenti e dimenticate. Ha pubblicato nel 2012 La leggenda di Ca’ Battaglia, che ha partecipato ai premi letterari Città di Cattolica e Montefiore, dove ha ricevuto una Menzione di Merito e un Premio. Il romanzo storico Petra Rubea (WLM 2015) è la sua seconda opera.

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MEDIOEVO

 

Sulla riva destra del torrente Conca, quasi al confine tra Romagna e Marche, sulla sommità del Monte San Lorenzo e di fronte al borgo di Montegrimano, un tempo un castello dominava la valle. Scendendo verso il fiume, in prossimità di una fonte, c’era una chiesa, e la leggenda vuole che, in origine, fosse un’antichissima pieve.

Il vecchio maniero, alla fine del XIII secolo, era retto da un vassallo dei conti di Pietrarubbia, un ramo cadetto dei Montefeltro.

La vita, a quei tempi, era breve e durissima, soprattutto per coloro che non avessero avuto la fortuna di nascere nobili e ricchi. La povera gente non aveva di che sfamarsi, era legata a una casa e a una terra che non le appartenevano ed era costretta a dividere i frutti del suo lavoro con i padroni. Le malattie, le carestie, le guerre, la scarsissima igiene, la fame, il freddo, le approssimative conoscenze mediche e l’ignoranza mietevano un numero incredibile di vittime. La mortalità infantile era elevata, e molte erano le madri che morivano di parto.

I nobili e il clero, spesso corrotto, vivevano in un altro mondo, dove c’erano tutti gli agi che erano negati ai servi. I ricchi non lavoravano, erano ben nutriti e, molto spesso e proprio per questo motivo, più alti, forti, belli, allegri e longevi di chi avesse sofferto la fame e si fosse abbruttito, per generazioni, faticando nei campi.

 

Per quanto si dica che il tardo Medioevo sia stato un periodo barbaro e buio, coloro che vissero o, talvolta, sopravvissero in quell’epoca, provarono gli stessi sentimenti e le emozioni degli uomini di oggi: amarono e odiarono, gioirono e soffrirono, risero e piansero come qualsiasi altro essere umano…

 

FRAUDOLENTE

 

A Sant’Angelo in Vado, poco prima dell’alba del 20 luglio del 1262, un neonato in fasce fu abbandonato sul sagrato davanti alla chiesa di San Michele. Nero come la pece, era un bimbo stupendo che, disperato per la fame, urlava a squarciagola. Fu allattato da una giovane puerpera, il cui figlio, morto tragicamente subito dopo il parto, lasciò in eredità al nuovo venuto il suo insolito nome: Fraudolente. Educato e cresciuto dai chierici, trascorse la sua infanzia con loro nella vecchia canonica. Era vivace, sano, molto intelligente e furbo. L’anziano parroco, un omino piccolo ma con una grande forza d’animo, era un vero presbitero, degno e seriamente votato alla castità. Il domino Giuliano si affezionò moltissimo, come un padre a un figlio, a quel fanciullo che, docile, ubbidiente e studioso, fece la felicità della piccola comunità religiosa.

Purtroppo, all’inizio dell’estate del ’74, accadde il fattaccio che sconvolse la vita del giovane Fraudolente.

In occasione delle funzioni religiose, Martina era solita trascinarsi sul sagrato, zoppicando faticosamente, per chiedere la carità. Era una giovane orfana sfortunata, senza casa e famiglia, nata leggermente gobba e con una gamba più corta. Piccola e malaticcia, tossiva spesso con violenza e, agitando la chioma arruffata, rada e rossiccia, contorceva il viso pallido ed emaciato in una smorfia orrenda e quasi raccapricciante. Ringraziava per le elemosine con un timido e orrendo sogghigno sdentato. Non si sapeva bene come fosse riuscita a sopravvivere durante l’ultimo gelido inverno. Aveva trovato rifugio nel rudere di un vecchio e umido porcile, dove dormiva raggomitolata nella paglia e nelle sue vesti rabberciate e lerce.

Dietro la chiesa, presso il cimitero, c’erano un piccolo orto e un pozzo. Il domino Giuliano li trovò all’ombra del fico, avvinghiati sul praticello, in un turbinio di stracci fetenti. La mendicante, che sembrava ebete contemplare il cielo, sorrideva estatica gemendo, mentre il fanciullo, frenetico, palpava ovunque quel povero corpo martoriato.

Il prete inorridì, rimanendo senza fiato per la sorpresa e lo sgomento. Quindi lanciò un acuto urlo di dolore.

«Disgraziati! Che fate?»

Fraudolente subito cercò di divincolarsi per sottrarsi all’abbraccio di Martina. Ci mise qualche istante e, alzandosi, la lasciò a terra, da sola e in preda ancora a mille smanie.

Il domino Giuliano sospirò per il sollievo: era intervenuto appena in tempo…

Il ragazzo, colto in quell’atto lascivo e abietto, era terrorizzato. Il parroco non disse nulla e, senza curarsi della peccatrice, dopo aver preso Fraudolente per un orecchio, lo condusse al pozzo. Appoggiata all’abbeveratoio c’era la flessibile e robusta verga di salice che si adoperava per governare gli animali da cortile. Il domino la prese in mano e, agitandola, la fece fischiare nell’aria. Quindi condusse il peccatore nella celletta della canonica.

«Spogliati!»

Gli intimò. Con gli occhi bassi e le labbra tremule, soffocando a fatica il pianto per la paura, Fraudolente gli obbedì.

«Giù!»

Il ragazzo, rassegnato, si adagiò sull’inginocchiatoio.

Iniziò a fustigarlo violentemente, quasi con rabbia, sfogando così la sua delusione e tutte le frustrazioni represse. Come aveva potuto quell’ingrato tradire così la sua fiducia?

Fraudolente non supplicò, non urlò e non pianse sotto quella lunghissima e violenta serie di colpi impietosi e incessanti. Solo gemette un poco per lo sforzo di trattenere le lacrime. Alla fine, sconvolto dal dolore lancinante e dall’umiliazione, svenne, scivolando esanime sull’umido e sconnesso pavimento di pietra.

Il presbitero uscì e richiuse la pesante porta della cella, abbandonando Fraudolente a terra, nudo e sanguinante. Si mise alla caccia di Martina e ritornò nell’orto: la povera donna era sparita. Andò a cercarla persino al suo rifugio, nel vecchio porcile.

Era fuggita.

Nessuno, a San’Angelo in Vado, mai più la rivide o ne ebbe notizie.

 

1285

 

Fraudolente era lo scudiero del conte, e Alvisio un semplice arciere. Ma, prima ancora di essere due fedeli al soldo dei Pietrarubbia, erano amici fraterni, compagni di bisbocce e di razzia.

Fraudolente era il più alto, il più lesto e il più forte. Scapigliato e dalla barba incolta, nero come un turco, era furbo in battaglia, abile nel nascondersi e nel colpire alle spalle. Nelle rarissime occasioni in cui si era trovato faccia a faccia col nemico, era sempre riuscito a farla franca.

Forse proprio per la sua astuzia, perché sapeva leggere e scrivere e, soprattutto, per la pressante raccomandazione di un vecchissimo prete, nonostante i suoi incerti natali finì per fare lo scudiero.

Alvisio, invece, era un uomo tranquillo, che sembrava essersi trovato a diventare un soldato quasi per sbaglio. Più basso e tarchiato dell’amico, biondiccio, aveva una bella faccia tonda, con gli occhi, grandi e chiari, molto distanti e separati da un enorme naso a patata. A dispetto delle apparenze, sapeva essere un combattente resistente e vigoroso, anche se vile e prudente quanto il suo amico. Un’altra caratteristica li accomunava: nessuno dei due aveva mai conosciuto il padre, ed entrambe le madri li avevano abbandonati. Anche Alvisio era un trovatello. Un chierico lo aveva raccolto, avvolto in un fagotto di stracci, sul prato davanti al portone d’ingresso della vecchia pieve di Combarbio: il povero bimbo aveva poco più di un anno, ed era malato, denutrito e quasi cadaverico. Grazie alla bontà e alla carità dei religiosi, crebbe in salute e sopravvisse così alla miseria e alla carestia.

I due ragazzi avevano dimostrato, pur avendo studiato, poca attitudine alla vita religiosa e, dato che entrambi erano figli di ignoti genitori, era pressoché inimmaginabile che potessero intraprendere la carriera ecclesiastica. Per cui, pur essendo stati educati seguendo ferrei e sani principi, e secondo gli insegnamenti impartiti a tutti i chierici, non nutrirono mai neppure la speranza di conseguire l’ambito onore della tonsura.

Crebbero comunque forti e vigorosi, nell’abbondanza e nella sicurezza garantite dalla protezione della Chiesa. Così, grazie a qualche spintarella e a qualche buona parola, erano finiti, quali soldati, al seguito del loro signore. Fraudolente, poi, distinguendosi per servilismo, adulazione e piaggeria, reprimendo il suo istinto ribelle, era riuscito a diventare famiglio e uomo di fiducia di Corrado. E anche Alvisio, pur formalmente rimanendo un semplice arciere, era entrato nelle grazie del nobile signore.

 

Le mogli, come spesso accade, non sono più leggiadre delle amanti, e così, di conseguenza, capita altrettanto di frequente che i bastardi siano più piacenti dei loro legittimi fratelli.

Filippuccio era un fratellastro di Corrado e un bastardo del vecchio conte Taddeo di Pietrarubbia. Era un bell’uomo di vent’anni, forte e vigoroso, anche se non troppo alto. Somigliava molto a suo padre: da lui aveva ereditato i lineamenti e lo spirito ribelle e battagliero, mentre da sua madre, oltre alla statura, i folti capelli castani, quasi biondi, e gli occhi azzurri.

Nel 1283, Forlì e Cesena si erano arrese alle truppe guelfe, e il capo ghibellino, il conte Guido di Montefeltro, cugino dei Pietrarubbia, era stato costretto a riparare a Urbino.

I rapporti tra i Malatesti e i Pietrarubbia, entrambi appartenenti alla fazione guelfa vittoriosa, per i soliti e antichi contrasti tra i due casati confinanti, erano comunque rimasti molto burrascosi.

Il vecchio e ambizioso Malatesta da Verucchio, infatti, mirava a impadronirsi dei possedimenti dei suoi storici nemici. Egli, però, aveva fatto i conti senza prendere assolutamente in considerazione gli intenti del giovane bastardo di casa Pietrarubbia.

Un tardo pomeriggio di ottobre del 1285, poco prima dell’imbrunire, Filippuccio, assieme a Corrado, Giovanni Bartolini, Raniero, al vecchio Marino della Faggiola e a Fraudolente seguito come un’ombra dal solito e inseparabile Alvisio, attendeva impaziente.

Si erano appostati, dopo una lunga e chiassosa giornata di gozzoviglie, nella semioscurità di uno stretto vicoletto di Cesena dietro alla casa degli Eremitani. Se la soffiata corrispondeva al vero, di lì a poco sarebbero entrati in azione. Sotto le vesti, avevano pronti spade e pugnali, e non vedevano l’ora di farne uso.

L’uomo comparve all’improvviso.

Camminava spedito e sicuro come se non avesse avuto nulla da temere. Marino fu il primo a uscire dall’ombra. Era il più anziano, ma anche il più grosso, il più forte e il più temibile di quel manipolo di attentatori.

Malatesta si fermò subito. Per prima cosa si scoprì il capo, mostrando i capelli rossi e arruffati, come per farsi riconoscere. L’individuo che aveva di fronte era davvero imponente ma, al cospetto di un prode guerriero, qualunque ladro, per quanto ardimentoso e robusto, sarebbe fuggito. Lo fissò sprezzante.

Marino sostenne impavido lo sguardo fiero del suo nemico.

Malatesta, quasi con indifferenza, appoggiò la mano sull’impugnatura in madreperla della basilarda che cingeva al fianco.

«Che vuoi? Lasciami il passo!»

Il tono era quello di colui che fosse solito comandare per essere obbedito.

Il gigante non si mosse di un pelo. Anzi, sembrò ghignare soddisfatto. Era un atteggiamento insolito.

Poi Malatesta capì: dall’oscurità uscirono altri uomini, brandendo corte spade e lunghi coltelli.

Marino sorrise.

«Prego, mio signore, passate pure!»

Con un inchino beffardo si fece da parte. Ma la strada era ormai occupata dagli altri.

Volgersi e fuggire sarebbero stati la sua fine. Con la coda dell’occhio intravide, al di là dei suoi nemici, la porta del convento.

Fu imprevedibile e non diede loro neppure il tempo di pensare. Estratto in un attimo il suo pugnale, si avventò su quello che sembrava essere il più esile e piccolo dei suoi avversari.

Colto alla sprovvista, Filippuccio rimase immobile, esterrefatto. Sembrava impossibile evitare il colpo.

Non era di certo nell’indole di Fraudolente fare l’eroe, e neppure lontanamente avrebbe mai immaginato di poterlo diventare. Quello era il fratello del suo padrone, e stava per essere trafitto. Senza riflettere, d’istinto si lanciò tra l’uomo e l’arma: la lama acuminata oltrepassò la cotta di maglia e lo trafisse al fianco. Il dolore fu improvviso e lancinante. Urlò, disperato soprattutto per il timore di morire.

Filippuccio cadde di schiena, travolto dal peso degli altri due.

Il vicolo si riempì di grida, e gli uomini in piedi esitarono per il timore di colpire il loro signore. Malatesta, freddo e lucido nonostante il pericolo, si avvide che il portone del convento si era socchiuso. Con un balzo fulmineo, colse tutti alla sprovvista e si infilò nel pertugio, subito tentando di richiudere.

Marino spinse l’anta socchiusa con grande vigore e, data la sua mole massiccia, riuscì a spalancarla. Malatesta fuggì istintivamente verso il chiostro, e tutti i suoi nemici, tranne il ferito, si precipitarono a inseguire la preda.

I congiurati, in pochi attimi, si trovarono circondati dai frati. Erano in tanti, e parecchi di loro erano piuttosto in carne, quasi imponenti, dallo sguardo severo e molto minaccioso. Marino, senza neppure riflettere, lasciò subito cadere le armi a terra. Alvisio, privo del conforto di Fraudolente, al vedere il più forte del gruppo che desisteva, senza esitare un solo istante, ne seguì l’esempio. E così fecero gli altri. Filippuccio, prima di arrendersi, imprecò lasciandosi sfuggire una bestemmia. Appoggiato a una colonna, Fraudolente, stringendosi con una mano il fianco ferito, si reggeva a fatica in piedi.

«Vigliacchi…» sussurrò prima di cadere a terra svenuto.

 

Gli attentatori del Magnifico Signor Malatesta de Verucolo, catturati, furono processati davanti a Giacomo da Tolentino e a Benedetto da Spoleti, giudici generali della provincia.

Furono condannati, dopo una solenne ramanzina, a un’ingente pena pecuniaria e a risarcire la loro vittima illustrissima.

Corrado provvide a sostenere tutte le spese.

Non conveniva allo stato e al partito guelfo che si alimentassero diatribe tra alleati.

Vi fu comunque un vincitore: Fraudolente, per avere salvato da morte certa Filippuccio, fu celebrato da tutti i Pietrarubbia come un vero e proprio eroe e, da quel momento, da facente le funzioni di scudiero, divenne l’uomo di fiducia preferito da Corrado.

Marino, invece, ne uscì piuttosto male. Quell’erculeo e valoroso combattente, da tanto tempo al servizio dell’antica famiglia comitale, cominciava a essere troppo vecchio per la vita del soldato.

Ormai era vicino ai sessant’anni, le tempie e la barba erano candide, e la chioma superstite sempre più sbiadita. Nel chiostro del convento di Cesena, di fronte all’accorrere dei frati, era stato il primo a deporre le armi. Lo aveva fatto, probabilmente, per il timore di compiere un atto sacrilego in terra consacrata e per l’incertezza di chi tema di doversi trovare presto a risponderne davanti al Creatore. Non era vera e propria viltà: era un naturale tentennamento, dovuto alla prudenza e all’esperienza di chiunque cominci a essere un po’ troppo avanti con gli anni.

Fraudolente, però, non glielo aveva perdonato. Come? quel vecchio, che era il prediletto del conte Corrado, si era arreso in tal modo, come un bambino al cospetto di suo padre?

Il giovane eroico salvatore di Filippuccio, geloso marcio di quell’anziano soldato, tanto aveva detto e criticato presso i suoi signori, che era riuscito a convincerli. Sì, non lo avrebbero punito severamente, come egli aveva sperato invano, ma almeno li aveva persuasi a cacciarlo via.

«È lento, spesso rimane indietro, ed è quasi d’impaccio. E poi, non vuole più combattere. Ha una cattiva influenza sui commilitoni.»

 

Corrado lo convocò nella sala grande del castello. Il conte era seduto in alto, su un enorme scanno simile a un trono. Marino, per l’occasione ufficiale, aveva messo la sua veste migliore, l’unica, in verità, che avesse a disposizione per gli avvenimenti più importanti.

«Marino, tu ci hai serviti fedelmente per tanti anni, sia in pace sia in guerra. Ora è giunto il momento che tu rientri a casa tua e in famiglia.»

Corrado era dispiaciuto di dover rinunciare a quel forte compagno di tante battaglie. Già era stata una fortuna, dopo molte avventure e innumerevoli traversie, che fosse arrivato a quell’età. In fondo era un po’ come salvargli la vita… Marino, stupito, con i suoi occhi chiari spalancati, per un istante incrociò lo sguardo del conte. Vi scorse la sofferenza per quella decisione.

«Signore, voi comandate, e io son servo vostro.»

Abbassò il capo e si sottomise al volere del suo nobile padrone.

«Tornerai da tuo figlio a San Lorenzo.»

Così lo congedò il conte.

 

LUGLIO 1289

 

Le truppe di Corrado di Pietrarubbia stavano per occupare Urbino. Era ormai chiaro che, entro pochi giorni, la città sarebbe caduta.

Quella sera, vicino a un fuoco dell’accampamento, dopo essersi abbuffati con un bell’agnellino innaffiato in abbondanza con del pessimo vino acido, Fraudolente e Alvisio stavano animatamente giocandosi ai dadi il loro personale e prossimo bottino. Alcuni manipoli di soldati, infatti, oltre alle consuete scaramucce belliche condivise da tutto l’esercito, non disdegnavano dedicarsi al saccheggio dei poveri e isolati villaggi di campagna.

Come sempre, vinse Fraudolente.

 

Erano tempi duri, e chi poteva aveva abbandonato il podere per ripararsi all’interno delle mura cittadine.

Raniero, il fabbro, aveva poco più di vent’anni, e abitava, con la sua giovane e bellissima moglie Albina, in un piccolo villaggio di poche e fatiscenti stamberghe.

Non c’erano difese che avrebbero potuto sostenere un attacco del nemico. Il borgo era stato saggiamente costruito in alto, in un avvallamento, e al riparo di un cocuzzolo ricoperto da una fitta boscaglia. Guardando dalla strada e dalla valle, era impossibile scorgerlo e, per questo, era riuscito a sfuggire alle razzie. Gli altri abitanti, più o meno una ventina di persone, temendo comunque per la loro vita, erano tutti fuggiti dentro Urbino.

Il padre di Raniero, che era morto durante il gelido inverno del 1287, aveva sempre raccontato a suo figlio che le Ville erano un posto molto più sicuro della grande città.

«Una volta entro le mura, nessuno può fuggire! Qui, invece, puoi farlo sempre. E devono sapere che ci sei…»

Il vecchio Rinaldo era molto legato alla sua casa e alla sua terra, e mai e poi mai le avrebbe abbandonate.

Raniero era un bel giovane, moro e di media altezza. Aveva ereditato il mestiere e la bottega di suo padre. Dopo la sua morte, si era guardato attorno in cerca di una moglie. Non era dovuto andare a cercarsela molto distante, solo due case più in là. La sua lontana cugina Albina era incantevole, alta, mora, formosa e con due dolcissimi occhioni. Il suo mento, a onor del vero, era un po’ troppo sporgente, ma non è che questo, in fondo, fosse poi un gran difetto… Aveva un paio di anni meno di lui e, in realtà, i due si erano piaciuti subito, sin da fanciulli. Raniero era figlio unico, aveva un’arte in mano, una bottega in casa e un piccolo podere. Quindi era un ottimo partito, e i genitori di Albina, che avevano altre due figlie, erano stati ben contenti di dargliela in moglie. Ora, da un paio di mesi, sembrava proprio che Albina fosse finalmente in attesa di un bambino.

Memore dei consigli paterni, nonostante la presenza minacciosa del nemico nei pressi di Urbino, Raniero era rimasto al villaggio.

Quella bella mattina di luglio, dopo aver dormito più a lungo del solito, stava per mettersi all’opera. Il suo era un lavoraccio. Per fare una spada, di norma, ci volevano circa un paio di mesi: per uno bravo come lui, invece, ne bastava uno soltanto. Ormai era conosciuto, e gli ordini, dati i tempi, non gli mancavano affatto.

Il caldo, però, davanti alla fucina, specie in estate, era soffocante, ed egli, ogni tanto, era costretto a prendere una veloce boccata d’aria fresca sulla soglia.

Così, proprio affacciandosi, con il martello ancora in pugno, vide sua moglie sull’aia mentre si accingeva a tirar su l’acqua dal pozzo. Non appena ella alzò la testa, le fece un gran sorriso e agitò la mano libera in segno di saluto.

La freccia arrivò sibilando minacciosa, e trapassò prima lo zinale scuro e poi il petto, proprio all’altezza del cuore. Raniero, con un’incredula espressione di stupore negli occhi sbarrati, in silenzio stramazzò all’indietro.

Gridò, invece e con tutto il fiato che aveva in corpo, Albina. Corse, attraversando il cortile, verso suo marito, che giaceva immobile a terra. Fu costretta a scavalcarne le gambe per entrare. Si inginocchiò accanto a lui sul pavimento e, chiamandolo a gran voce, lo scosse ripetutamente. Non c’era più nulla da fare. Gli tirò su il capo e lo abbracciò coprendogli il viso di baci. Quindi iniziò a singhiozzare disperata.

«Ecco la mia preda!»

La voce maschia era sgraziata e violenta.

La povera ragazza non ebbe neppure il tempo di reagire. Fraudolente, in un balzo, fu all’interno della bottega, mentre ella, angosciata e in lacrime, era ancora china su Raniero.

Lo sconosciuto la afferrò per i lunghi capelli neri e, tirandola su quasi di peso, la costrinse ad alzarsi. Albina cercò di girarsi, come per reagire, ma l’uomo era più forte di lei e le impedì di farlo. Ella dimenò le braccia all’indietro, nell’istintivo e vano tentativo di colpire l’aggressore.

«Ah, è così? Vuoi lottare?»

Con la mano libera le diede sulla schiena un colpo brutale che, togliendole il fiato, le impedì di gridare per il dolore.

Fraudolente si guardò attorno cercando il posto adatto. La spinse, sempre reggendola per i capelli, verso il tavolaccio vicino alla fucina. Quindi la fece chinare supina e le schiacciò il viso sul legno consunto. Le sollevò la lunga gonnella e, dopo averla sbracata, con un ghigno di soddisfazione la penetrò.

Albina, dimenandosi, annaspò disperata, fin quando non avvertì, tra le dita, un punteruolo sottile e affilato: ne brancò il manico con la mano destra. Era inutile cercare di sollevarsi e, rassegnata, dovette subire impotente.

Alvisio, sulla porta, aspettava impaziente il suo turno. Accidenti! Il suo compare, la sera precedente, aveva vinto ai dadi, ed era nei patti che quel bel pezzo di figliola ora toccasse a lui per primo. Almeno avesse fatto presto…

Quando Fraudolente si ritrasse, per un attimo allentò la presa sulla testa di Albina. La ragazza, con un guizzo, colse il momento giusto e riuscì a rivoltarsi sulla schiena, vedendo per la prima volta in faccia il suo aggressore. Con la forza della disperazione, agitò il braccio in un gesto largo e fulmineo, e lo ferì: il punteruolo squarciò la guancia di Fraudolente, che, colto alla sprovvista, si ritrasse e, coprendosi il volto con le mani, lanciò un urlo belluino: «Cagna maledetta!»

Ora Albina era in piedi davanti ai suoi nemici.

Alvisio, scansando l’amico, le afferrò il polso per impedirle di colpire ancora. Estrasse con la mano destra il suo pugnale e, guardandola negli occhi, glielo affondò nel ventre, più volte e con ferocia inaudita.

La poverina, per un attimo, riuscì a rimanere in piedi. Poi, gemendo, si afflosciò a terra accanto al corpo di suo marito. Alvisio, non pago, la pugnalò alla schiena.

«Imbecille! Hai rovinato tutto…»

Si girò deluso verso l’amico, che ormai era un’orrenda maschera di sangue.

«Tanto tu non avresti concluso nulla, come sempre!» latrò Fraudolente. Poi, per il dolore, non disse più nulla.

 

1293

 

Era l’alba dell’8 ottobre 1293. Il tempo sembrava essere clemente: sul prato di fronte al castello brillava la rugiada al timido riverbero del sole.

Mentre finivano di sellare il suo destriero, Taddeo verificò che i cavalieri della sua scorta fossero pronti. Un manipolo di uomini audaci e feroci, i suoi migliori compagni d’arme, lo avrebbe accompagnato in quel breve ma importantissimo viaggio.

Usciti dalle mura, scesero la strada verso fondovalle. Non c’erano pericoli, almeno per la parte iniziale del percorso. Chi mai avrebbe osato attaccarli? Sotto le loro pesanti armature, erano quasi invulnerabili e, soprattutto, temibili.

Guadato l’Apsa, giunsero al bivio, e Taddeo si arrestò. Il suo cavallo era nervoso e stentava a star fermo scartando.

«Buono! Questa sera avrai meno voglia di scalpitare.»

L’imponente castello dominava la valle. Le luci calde del primo mattino illuminavano il possente maniero, quasi fosse d’ambra dorata, come le rocce e il monte intero.

«Andiamo!»

Sospirò, lasciandosi alle spalle Pietrarubbia. Chissà quando e se mai l’avrebbe più rivista…

Suo figlio, un giovanotto fiero e ardimentoso, cavalcava al suo fianco, apparentemente sereno e tranquillo quanto suo padre.

Risalirono il colle di Macerata, l’antichissima Pitinum. Fuori della porta del castello, li attendevano il nobile Gaboardo e il fedele Amato, anch’essi bardati di tutto punto, quasi dovessero andare in battaglia.

I Gaboardi, guelfi alleati dei Malatesti, signori di Macerata, si erano molto impegnati perché si raggiungesse l’accordo con Taddeo. Quello sarebbe stato il giorno in cui si sarebbe sancita la definitiva alleanza.

Il conte Corrado, il fratello maggiore di Taddeo e capo della casata dei Pietrarubbia, dopo aver presa Urbino, nel 1289, con gran dispendio di uomini e mezzi, scacciò tutti i guelfi usurpatori, e richiamò in patria gli esuli ghibellini. In seguito, si era veduto costretto ad abbandonare la città, senza in pratica trarre giovamento alcuno dalla sua impresa. Per un signorotto come lui, una spedizione bellica di tal fatta aveva comportato una fatale e notevole diminuzione di risorse e di prestigio, con la conseguente necessità di nuovi accordi con forti poteri.

Taddeo, per la sicurezza dei suoi affari e commerci nel riminese, e per il quieto vivere suo e della sua gente, si era trovato nella necessità di dover cercare un accordo con l’acerrimo nemico, e ora si stava apprestando a stipulare, col vecchio Malatesta, un patto sciagurato e avverso al conte Corrado.

 

Risalirono il Monte San Lorenzo, sulla sommità del quale c’era un antico e malandato castellaccio, baluardo a difesa sulla valle della Conca. Strategicamente era molto importante, ma le troppe battaglie, nel corso dei secoli, con i frequenti cambiamenti di alleanze e di padroni, lo avevano ridotto a poco più di un rudere indifendibile ed esposto agli assalti dei nemici.

Appartenuto a Roberto di Pietrarubbia, dopo la sua morte, era stato retto dai vassalli dei conti e, al momento, si cercava di rabberciarlo lavorando alacremente. Bonzio era l’uomo di fiducia di Taddeo che, per compensarlo e consentire a lui e alla sua famiglia un adeguato sostentamento, gli aveva concesso i terreni a fondovalle. Non erano di certo fertili e ben esposti. C’era molto bosco, e poca, in proporzione, era l’estensione coltivabile. Si trattava di qualche migliaio di acri, appena sufficienti per consentir la sopravvivenza del castello e della sua gente.

Bonzio era un gran pezzo d’uomo, robusto e scuro di capelli. A cavallo, nonostante l’armatura non fosse paragonabile a quella del suo signore, faceva una certa figura, suscitando, a chiunque dovesse incontrarlo, un forte timore.

Attendeva impaziente, pronto ad aggregarsi alla comitiva. Taddeo lo aveva voluto con sé, in quell’importante giornata, perché, pur se d’aspetto rozzo e rude, aveva un’incredibile capacità, alquanto inusuale per gli uomini d’arme di quei tempi: sapeva leggere, scrivere e far di conto. Era l’uomo giusto per la stipula del trattato.

«Il mio fido Bonzio!» lo salutò Taddeo. Volle che gli cavalcasse vicino. Era concedergli un onore, e anche un modo per sentirsi molto più al sicuro.

Percorsero la strada fangosa sul crinale sin quando giunsero di fronte a Montescudo. Scesero al fiume e attraversarono il guado. Sarebbe stato quello il momento più propizio per una imboscata.

Ma, per fortuna, non accadde nulla.

Fino ad allora, avevano percorso vie discretamente sicure, tutte, più o meno, sottoposte al dominio dei conti di Pietrarubbia o dei loro alleati e fidi vassalli.

Ma perché mai i Gaboardi avrebbero dovuto far cadere Taddeo e i suoi in una trappola, dopo tanta fatica e altrettanti sforzi per preparare il trattato per quel definitivo e importante accordo di non belligeranza?

Difatti, poco prima del mezzogiorno, giunsero, incolumi e tranquilli, davanti alla chiesa di San Paolo a Montescudo.

Poco dopo, da nord, arrivò un nutrito drappello di cavalieri. Al veder un tale movimento d’uomini e d’animali, i pochi villici che erano per strada, rapidamente, rientrarono nelle loro misere casupole.

A parte i cavalieri, il borgo sembrava essere ora del tutto vuoto e disabitato.

Malatesta da Verucchio era nato nel 1212 e, quindi, aveva già compiuto l’incredibile età di ben circa ottant’anni. Nonostante questo, godendo di un’ottima salute, era in piena e continua attività. Non altissimo, aveva un fisico alquanto atletico e vigoroso.

 

Dopo qualche sguardo di traverso e qualche minimo cenno di saluto, le scorte si allontanarono, sempre divise a seconda delle insegne. Rimasero sul sagrato soltanto i contraenti e i testimoni. Scesi da cavallo e deposti gli scudi, Taddeo e il Malatesta scoprirono entrambi il capo.

Taddeo aveva i capelli neri e corti, mentre il suo prossimo alleato era rosso di pelo e chiarissimo di carnagione, con gli occhi azzurri, fieri e cattivi, che incutevano disagio e paura. Insieme e l’uno al fianco dell’altro entrarono nella penombra della chiesa, seguiti dai testimoni a debita distanza.

 

Il notaro era un riminese, un ometto giovane e ossequente in pompa magna, dall’apparenza viscida e classica di chi vuol sempre compiacere il suo padrone.

In mezzo a tutti quei temibili cavalieri, sembrava ancor più debole e minuto.

I due signori si accomodarono su due scranni, posti, per quella occasione solenne, uno davanti all’altro. Taddeo si stupì: mai e poi mai avrebbe creduto che a dei laici fosse concesso di poter sedere in chiesa per una tal questione. Subito dopo, si accorse che, da una finestrella di alabastro, la luce del sole lo colpiva proprio negli occhi. Non era un caso: di certo, nella malaugurata ipotesi di qualche disordine improvviso e increscioso, sarebbe stato subito in svantaggio, vedendo poco o nulla di quel che capitava attorno nella minacciosa oscurità. Si consolò pensando che, alle sue spalle, in piedi, Bonzio vigilava attento sul suo padrone.

Come ogni notaio che si convenga, l’ometto iniziò a declamare in latino una lunga tiritera.

Il Malatesta guardava dritto negli occhi il Pietrarubbia, fieramente, gustandosi quel momento quasi fosse una vittoria. Taddeo, invece, pur garantito dalla neutralità del luogo consacrato, temeva sempre qualche inganno e, pur cercando di mantenere un contegno indifferente, controllava in ansia il buio della chiesa.

Si trattava di una riconciliazione ufficiale, in cui Taddeo accettava di rientrare nelle grazie del guelfo Malatesta, prestandogli aiuto contro tutti i suoi nemici e, massimamente, contro il conte Corrado.

A garanzia di ciò, egli avrebbe lasciato il suo figliuolo ospite, ma in realtà ostaggio, del suo nuovo alleato.

Bonzio seguiva attento quel che il notaro andava leggendo e, allo stesso tempo, stava all’erta osservando gli uomini della controparte.

Infatti, tutti sapevano quanto fosse imprudente fidarsi ciecamente di un patto con i Malatesta.

«Ego Salamon filius olim Berardi de arimino imperiali auctoritate notarius hiis omnibus praesentibus rogatis, subscripsi et pubblicavi» la voce stridula del piccolo notaio chiuse la faccenda.

 

Taddeo non si sentì tranquillo finché, oltrepassato il guado sulla Conca con tutti i suoi uomini in arme, non si ritrovò di nuovo al sicuro nella sua terra.

Anche Bonzio tirò un bel sospiro di sollievo: il peggio era ormai passato.

La strada, tra siepi di biancospini e ciuffi di ginestre, delimitata qua e là da qualche muretto di pietre faticosamente sottratte all’aratro nei campi, costeggiava, con continui saliscendi, la valle del torrente Conca.

Bonzio continuava a cavalcare in silenzio al fianco del suo signore. Attraversarono un misero villaggio dai fatiscenti tuguri con il tetto di paglia. Qualche contadino tremebondo, nel riconoscere il conte, si scappellò abbassando il capo e gli occhi. Le donne e i fanciulli, invece, al primo sentire in lontananza i cavalieri, erano fuggiti in casa.

Il fango era ovunque, e si respirava il fetore immondo dei porcili e delle feci di animali.

Taddeo, come se nulla fosse e senza degnare di uno sguardo quella povera gente, proseguì imperterrito il cammino con la sua scorta.

Finalmente giunsero sotto il Monte San Lorenzo. Qui il sentiero, abbandonato il fondo valle, si inerpicava verso il crinale. Era ormai buio e bisognava affrettarsi.

 

In vetta, al castello, fervevano i preparativi.

Maddalena, la moglie di Bonzio, era una donnina minuta, precocemente grigia, dal viso aguzzo e con il naso sottile. Aveva due occhi azzurri e vispi, che contrastavano con il fisico, consunto dalla fatica più che dagli anni. Aveva avuto, pur nel benessere, una vita difficile e logorante. Dirigere quella vecchia e grande bicocca cadente, anche se con l’aiuto delle serve, non era affatto cosa di poco conto. Gli uomini volevano mangiare ed essere accuditi, ed ella, pur essendo la padrona, spesso doveva sgambettare come e più di tutti i suoi sottoposti. Inoltre, aveva avuto ben sette figlie, delle quali due morte ancora in fasce, e aveva sofferto moltissimo per un paio di aborti. Ma era una donna dalla tempra fortissima, e aveva sopportato le sue disgrazie, senza mai avvilirsi, grazie all’amore e al sostegno di suo marito. Ora le ragazze cominciavano a essere adulte, e Rosa, la maggiore, che aveva compiuto ben sedici anni, era ormai abbondantemente giunta all’età in cui sarebbe stato opportuno maritarla.

Gli inverni precedenti erano stati freddi e le primavere aride: i raccolti scarsi avevano ridotto alla fame i contadini. Come se non bastasse, le soldataglie dei Malatesti avevano compiuto diverse scaramucce, saccheggiando o bruciando le misere provviste accantonate nei granai. I villici, in preda al panico, si erano riparati velocemente all’interno delle mura del castello, abbandonando tutti i loro averi alla razzia.

Le scorte al castello erano state appena sufficienti a garantire la sopravvivenza, e Bonzio aveva disposto che venissero accuratamente razionate perché durassero il più a lungo possibile.

Quella sera, data l’importanza dell’ospite, si era sacrificato un bel maialetto che, abbondantemente speziato e innaffiato di vino rosso chinato, da ore stava girando e rigirando allo spiedo in cucina. In tutto il fabbricato aleggiava un invitante profumino, e la servitù, conscia che altro non le sarebbe rimasto di quel pasto succulento se non l’aroma, soffriva in silenzio. Si sperava soltanto di poter spartire qualche miserrimo avanzo con cui condire il solito e triste tozzo di pane veccioso e raffermo.

Solo ai nobili e ai soldati era concesso il lusso di sfamarsi…

Un grande tronco di faggio ardeva crepitando nel camino della sala grande del castello. Il lungo tavolaccio di rovere scuro era stato apparecchiato con vasellame, ciotole e terraglie varie e disassortite.

Maddalena aveva di persona approntato diverse brocche di vin rosso cotto e speziato, e si era raccomandata con i servi perché, durante la cena, si provvedesse sempre a ricolmarle.

Il latrare dei cani preannunciò l’arrivo dei cavalieri.

Taddeo era stanco e affamato. Non vedeva l’ora di levarsi di dosso tutta quella pesantissima ferraglia e di sedersi comodamente a tavola di fronte a una cena succulenta.

Giunti alla porta, prima di entrare, il conte salutò Gaboardo, che si affrettò, temendo il buio, a rimettersi in cammino, con i suoi uomini, verso Macerata.

Per tutto il tragitto, Bonzio, nel timore di commettere qualche imprudenza parlando a sproposito, era rimasto in rispettoso silenzio.

Era noto a tutti che tra i Pietrarubbia e i Gaboardi non corresse buon sangue.

I Gaboardi, fedelissimi al Papa, da sempre erano stati acerrimi nemici dei conti di Pietrarubbia. Entrambi i casati, anche se vicini di casa, sia per le solite dispute tra confinanti, sia per le evidenti differenze di orientamento politico, si erano reciprocamente combattuti e ostacolati. Ora sembrava che tutto si fosse risolto con l’accordo appena stipulato.

Una volta al sicuro all’interno delle mura del castello, Taddeo sbottò: «Ho fatto tutto il viaggio temendo un’imboscata…»

Bonzio, sceso per primo a terra, afferrò la briglia del cavallo del conte, che smontò.

«Mio signore, se fossimo caduti in un tranello, il primo a morire sarebbe stato Gaboardo!»

Nessuno, data la mole e la forza di Bonzio, mai avrebbe potuto dubitarne.

 

Giunse l’ora di cena, e a Taddeo vennero riservati il posto a tavola e il cibo migliori. Il conte era un uomo di media altezza, ma dal fisico asciutto e muscoloso. Non amava gli stravizi e, quella sera, mangiò e bevve con moderazione. Gli cadde sovente lo sguardo sulle forme aggraziate della bella e giovane Rosa, che provvedeva, con discrezione e timidezza, a comandare i servi.

Il conte alzò un boccale colmo e brindò: «Ai figli maschi!»

Bonzio colse l’ironia.

«Signore, io pure brinderò, nonostante tutte le mie figlie!»

«Eh sì, le tue belle ragazze… Qualcuna è già in età da marito, e presto potresti diventare nonno!»

Gli altri commensali, soldati avvezzi allo scherno e alle facili battute triviali, sogghignarono, senza però esagerare: con Bonzio c’era poco da scherzare e nessuno, a parte il padrone, avrebbe mai osato sbeffeggiarlo apertamente.

Il fido vassallo era imponente e sovrastava tutti quasi di una spanna. Era un fascio di muscoli e, all’età di trentasette anni, era ancora un formidabile guerriero, con l’aspetto e il fisico di un giovanotto di venti. Era d’animo buono, anche se crudele e violento in battaglia. Aveva gli occhi azzurri e penetranti in un viso insolitamente magro a confronto della mole importante. Con la sua voce profonda e cupa, intimoriva e disanimava chiunque, anche sua moglie e, talvolta, persino il conte. Tuttavia, quando sua figlia, dopo aver servito la minestra di lardo e il maiale allo spiedo, portò in tavola la sua specialità, un’enorme e dolce torta a base di formaggio, uova, farina di farro e miele, il burbero gigante si tramutò in un docile bambino. Il tono possente divenne un soddisfatto bisbiglio e il complimento tenero di un padre affettuoso.

«La mia Rosa, signor Conte, di sicuro diverrà la migliore delle spose! Stenterò a trovarle un marito degno della sua cucina.»

Taddeo, dopo aver assaggiato una tal ghiottoneria, annuì soddisfatto.

Se il prode Bonzio non avesse avuto eredi maschi, o almeno qualche genero valente, a chi mai i Pietrarubbia avrebbero potuto affidare, in un futuro, il vecchio maniero del Monte San Lorenzo?

 

Per quella notte, Bonzio e Maddalena cedettero a Taddeo il loro giaciglio nella camera grande, l’unico, in tutto il castello, che potesse definirsi un letto.

Si ritirarono così nella stanza delle figlie, condividendo il loro pagliericcio.

Bonzio, stanco e provato dal viaggio, complice l’abbuffata per la cena, iniziò quasi subito a ronfare come un cinghiale rincorso da una muta di segugi. La giornata delle fanciulle era stata lunga e operosa, e quel brontolio cupo e profondo, interrotto da improvvisi sobbalzi simili ad acuti grugniti, sembrò non averle per nulla disturbate. Maddalena attese paziente che tutte le sue ragazze si fossero addormentate. Quando ne fu quasi sicura, con mano leggera e incerta, accarezzò il volto ispido di suo marito. Bonzio si lasciò sfuggire, ritraendosi bruscamente, un poderoso mugugno. Sembrava proprio che non avesse alcuna intenzione di svegliarsi. Maddalena si decise allora a un drastico intervento. Timorosa e con la massima delicatezza, gli turò, tra il pollice e l’indice, il nasone rubizzo per le abbondanti libagioni.

Era troppo: Bonzio si scosse e, destandosi, sussultò e tossì vigorosamente. Ci mise qualche istante prima di capire.

«Donna, ci sono le bambine…»

«Non è per questo. Dobbiamo parlare…»

Le discussioni tra moglie e marito, di solito, avevano per oggetto futili motivi, quali i lavori in casa, la cucina, la legna per i camini e le scorte per l’inverno.

«Ne parliamo con calma domani, ora sono stanco.»

Maddalena scosse il petto del suo grosso uomo.

«No, se ne discute ora!»

Parlò sottovoce, ma si trattava di un improcrastinabile comando. Sbuffando Bonzio abbozzò.

«Che c’è di tanto urgente?»

Quella donna piccola ed esile aveva il dono di farsi rispettare e obbedire persino da un guerriero.

«Dici che presto rivedrò la mia famiglia?»

La domanda, necessariamente, implicava il fatto che Maddalena fosse a conoscenza degli accordi tra Taddeo e il Malatesta. Bonzio non si stupì. Era ben conscio di quanto fosse arguta, vigile e attenta la sua consorte. Ora, a pace fatta con il nemico, sarebbe voluta tornare al più presto, nella valle della Maricula, a trovare i suoi cari.

«Adesso andiamo verso l’inverno, le giornate sono corte, e il viaggio lungo e pericoloso. Magari, a primavera…»

Possibile che quel gigante non capisse?

«Abbiamo cinque figlie da maritare e, a Piega, ci sono i loro lontani cugini.»

Finalmente Bonzio afferrò il concetto. Accidenti, come aveva fatto a non pensarci?

 

Maria, la secondogenita e quattordicenne, quella sera, nella confusione della cucina fumosa, dove tutti correvano avanti e indietro indaffarati per servire al meglio l’ospite importante, di nascosto aveva assaggiato il vino. Era curiosa di sapere che ci trovassero gli uomini di così tanto buono e inebriante. Ne bevve velocemente da una brocca una lunga sorsata. Lo stomaco, vuoto e delicato, sembrò contorcersi. Che cosa orrenda, e che sapore immondo! Represse a fatica un conato. Rosa, con la coda dell’occhio, l’aveva sorpresa, anche se troppo tardi, in quel momento.

«Che fai? Sei matta? E se ti vede la mamma?»

Le due sorelle somigliavano alquanto. Bionde, con gli occhi chiari e formose, avevano il viso sottile di Maddalena, ma erano molto più alte, belle e, soprattutto, giovani. Giustamente i genitori ne andavano fieri, pur temendo che una siffatta beltà potesse attirare voglie e attenzioni maschili pericolose e non richieste.

Rosa era posata, matura più dei suoi anni, l’unica che potesse davvero sostituirsi alla madre nella conduzione della casa.

Maria, invece, era ribelle, un po’ pettegola, e, scandalizzando, non risparmiava maliziosi commenti sui garzoni che bazzicavano il castello. Aveva ereditato l’arguzia di sua madre e riusciva sempre a saper tutto di tutti.

La maggiore, invece, aveva avuto in sorte l’ingenuità e la bontà di Bonzio.

Maria aveva sfidato lo sguardo di sua sorella.

«Che vuoi da me? Che t’importa?»

Intanto però, per aver trangugiato quella schifezza, era impallidita. E, adesso, ci mancava soltanto che sua sorella si mettesse a fare la spia…

Ma Rosa era troppo buona.

Quella notte, il pessimo vino non lasciò dormire la fanciulla. Le doleva il ventre, e il cuore le batteva forte. Così, pur avendo chiuso gli occhi, raggomitolata su se stessa e con le mani tra le gambe, rimase sveglia e immobile tra le sue sorelle addormentate.

Intese quell’interessante parlottio dei suoi genitori.

Cugini? Matrimonio? L’avvenire sembrava promettente.

 

Marino, da quando era tornato in famiglia, era molto ingrassato: infatti il suo regno, ovvero la sua stanza preferita, era proprio la cucina del castello. Era un ambiente adatto a un anziano, sempre tiepido, accogliente, pieno di donne amorevoli e, soprattutto, di nipoti. In un angolo, nei pressi del grande camino, c’era il suo ampio seggiolone, vecchio, consunto e comodissimo. Prima di cena, le sue tre nipotine più piccole si accomodavano a terra attorno a lui, al calduccio, ed egli, per ingannare l’attesa, raccontava loro l’avventura della sua vita.

Purtroppo erano fanciulle dolci ed emotive, e non maschi insensibili e vivaci. Così le guerre diventavano leggiadre scaramucce, le orrende ferite poco più che graffi e, soprattutto, pur essendoci sempre vinti, vincitori, eroi e vigliacchi, non moriva mai nessuno. Quel valoroso soldato, che si era distinto, in tante battaglie cruente, per coraggio e ardimento, e che aveva ucciso innumerevoli nemici come se nulla fosse, ora, in vecchiaia, si era trasformato in un nonno amorevole e pacato. Tuttavia, di notte, quando egli rimaneva da solo nel suo giaciglio, i ricordi di tanti terribili episodi non gli davano più tregua. Lo tormentavano i volti sofferenti dei suoi nemici caduti in combattimento, e le grida strazianti dei feriti e dei moribondi ritornavano in incubi agghiaccianti. Spesso si svegliava all’improvviso, sconvolto e preoccupato, quasi fosse stata l’ennesima alba prima di un’imminente battaglia.

Poi, poco a poco, riprendeva coscienza di quella nuova realtà, della fine di ansie e preoccupazioni, e della giornata serena che lo stava attendendo, con tutti i suoi cari, al sicuro e a casa sua.

Era stato un bravo soldato, forte, leale e fedele ai suoi padroni. Adesso, anche se i ricordi continuavano impietosi ad assillarlo, finalmente era giunto il tempo della pace.

Quelle belle nipotine erano la sua nuova vita e la sua redenzione, l’unico vero amore rimastogli dopo la prematura morte di Tessa, la sua adorata sposa.

Era molto fiero di Bonzio e della sua carriera prestigiosa al servizio del conte. Suo figlio era diventato un vassallo, e godeva della fiducia di tutti i Pietrarubbia. Era sempre troppo impegnato e preso dalle responsabilità per trovare qualche istante da dedicare al vecchio padre, ma così era giusto che fosse. Anche Marino, ai suoi tempi, aveva molto trascurato casa e famiglia.

 

La nipotina preferita di Marino era Ada: chiara di carnagione e con i capelli biondi, aveva da poco compiuto dodici anni. Vivacissima e molto intelligente, ascoltava sempre con vivo interesse i discorsi di suo nonno. Stava attraversando quel periodo delicato della vita in cui si è ancora fanciulli, ma si vanno apprendendo con rapidità i modi e i gesti degli adulti. Fisicamente era ancora una bambina, ma chiunque avrebbe potuto intuire in lei una splendida donna. Rosa, la più saggia e posata delle sorelle, aveva iniziato a commissionarle parecchi lavoretti in casa, come aiutare a cucinare e a pulire, oppure a governare gli animali della corte. Ada era molto felice di essere considerata come un’adulta e volentieri aiutava sua madre e le sorelle maggiori.

Maria, come se temesse di dover competere, per beltà e amore, con una futura concorrente, era un po’ invidiosa di questo precoce bocciolo non ancora in fiore. Così, ogni tanto, le faceva qualche antipatico scherzetto provocandola con maliziose battute non troppo spiritose. La prendeva in giro, anche in presenza dei servi, appioppandole talvolta cattivi soprannomi, come Ada la bamboccia dagli occhi bianchi, la nana scansafatiche e la più grassa delle tre oche…

Le altre due oche erano le più piccole, Isotta di sette anni e Bruna di cinque.

Le due bambine erano stupende, più scure di capelli e di carnagione delle loro sorelle. Avevano entrambe gli occhi grandi e neri in un viso magro e delicato. Erano due bimbe felici, adorate e viziate da tutta la famiglia. Avevano, per ora, conosciuto solo il lato migliore della vita, l’età spensierata in cui non si hanno problemi e responsabilità. Solo Maria, anche se raramente e, forse, per la sua ingiustificata e sciocca gelosia, aveva provato a stuzzicarle, ma senza mai osare più di tanto.

Entrambe, comunque, avevano iniziato ad avere un certo timore di quella sorella dispettosa.

 

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