LE FIGLIE DI GIULIA di Massimo Battaglio

Prezzo di listino 17,00 incl.VATIl prezzo per te: 14,45 incl.VATLo sconto totale è: 15%

  • In copertina: Dal monte al piano ai monti, acquarello, di Massimo Battaglio, collezione privata.
  • ISBN: 9788897382324
  • Pagine: 210
  • Prezzo di copertina: € 17,00
  • Genere: romanzo storico
  • Ambientazione: Torino, Borgaretto.
  • Lo trovi anche da Amazon.it o Libroco.it
  • Lo puoi ordinare in tutte le librerie Mondadori e Feltrinelli grazie a una convenzione con Libroco, in tutte le librerie IBS-Libraccio, Ubik e in tutte le librerie indipendenti grazie a una convenzione con Fastbook, in tutte le cartolibrerie grazie a una convenzione con Centro Libri Brescia.

Descrizione

Torino 1848: sullo sfondo dei moti patriottici, Massimo Battaglio disegna la vicenda di Lucia Maria, nome preso a prestito da una canzone popolare, una ragazza di campagna che fugge dalle conseguenze di un torto subito nel bosco del re. In città trova riparo e conforto presso la Marchesa di Barolo. Giulia Colbert, vedova senza prole impegnata in opere caritatevoli, amministra Le Forzate, il moderno carcere femminile che Carlo Alberto ha affidato alle sue cure, e il Rifugio, un istituto per il recupero delle ex detenute gestito assieme alle suore di Santa Maria Maddalena. La presenza di Lucia Maria rischia di compromettere tutto, perché a corte c’è chi cerca un pretesto per tornare a metodi reazionari oppure vorrebbe carceri pubbliche, o semplicemente è pieno d’invidia. Con l’aiuto degli amici Silvio Pellico, Cesare Balbo, Federigo Sclopis, don Cafasso e suor Gerbi, cerca una soluzione; Cavour è fuori città. Per caso Lucia Maria rivede Pietrino, un compagno di giochi, e solo ora si rende conto d’esserne innamorata. È emigrato a Torino e si è lasciato coinvolgere nell’avventura dell’oratorio di Don Bosco. Vittorio Emanuele è un principe indolente. Su tutti loro incombe la prima guerra d’indipendenza… Massimo Battaglio in Le figlie di Giulia ci offre un’affascinante spaccato della società ottocentesca sabauda che sta entrando nella modernità, pur contrastata da spinte reazionarie, dove si sta ragionando sull’introduzione dello Statuto albertino, con un occhio particolare sulla questione femminile dell’epoca. Ogni capitolo è introdotto da un’illustrazione dell’autore che ci riporta nei luoghi storici dove la vicenda è ambientata.

Massimo Battaglio

Massimo Battaglio è nato a Torino nel 1965. Laureato in architettura nel 1992, vive e lavora a Mirafiori, alternando l’attività strettamente professionale, con la pittura, la scrittura e la passione per la cucina.
Autore di numerose monografie su edifici storici del Piemonte, con WLM ha pubblicato, nel 2011, il volume Amori Urbani, un po’ raccolta, un po’ guida turistica, dove ogni racconto d’amore è corredato da illustrazioni dell’autore e note storiche. Nel 2015 pubblica per WLM, con gran successo, Storie del putagè, un’opera di cucina tradizionale piemontese in 3 volumi, frutto di un’accurata ricerca storica e completa di immagini d’epoca. Con il romanzo storico Le figlie di Giulia (WLM 2016), torna alla narrativa.

LEGGI L’ANTEPRIMA SU QUESTA PAGINA!

 

GIOBATTA E LA LINA

 

Giobatta allentò le redini e se le avvolse intorno al polso. Rilassò le spalle, abbassò la testa, si sistemò il berretto e lasciò che il baroccio andasse avanti da solo. Conosceva il suo cavallo e sapeva bene che, passato il ponte di Moncalieri, non c’era più bisogno di stargli tanto dietro.

Era partito da Barolo che erano le cinque e c’era buio pesto. Salito sul carretto già caricato delle sue tre botticelle, aveva attraversato Garbelletto, Ca’ Rossa, Ca’ Bianca, Uccellaccio; poi, senza entrare in Alba, aveva tagliato attraverso i Roeri: Mussotto, Vezza, Canale, Montà. Qui non era una roba facile, ché c’era da salire tutte quelle curve strette che facevano cigolare le ruote. Mica per niente la chiamavano in quel modo. Da lì in avanti era più tranquillo: San Vito, Pralormo, Poirino, Cambiano, Trofarello, tutti paesi di piana, dove era anche possibile tirar fuori il quartino di picchetta e lo straccio col pane e formaggio da colazione. E spegnere il lume, ché si era fatto giorno. Un po’ più di attenzione ci voleva dopo la confluenza della Chisola nel Po, ai piedi del castello dei Savoia. Da lì in avanti era tutto un paese, pieno di gente, e con quella nebbiolina fastidiosa che saliva dal fiume. Buon segno però: più tardi ci sarebbe stato il sole.

Imboccata la strada per Stupinigi, sapeva che c’era addirittura il tempo di un pisolino. Poi avrebbe svoltato a destra sul vialone di Torino, e giù diritto fino a Porta Nuova. Tutti giorni così, da Pasqua a carnevale, meno le domeniche e le feste comandate.

«Ferma, ferma!»

Giobatta scosse la testa.

Una ragazzina infagottata, con una roba addosso che non si capiva se fosse uno scialle o un sacco per le patate, si sbracciava al centro dell’incrocio.

«Leeeeeeeeeeee» ordinò al cavallo riprendendo le briglie in mano per farlo rallentare. E la ragazza si avvicinò di corsa.

«Aiutatemi per amor di Dio, che ho le guardie che mi vogliono acchiappare!»

«E da dove salti fuori tu?»

«Fatemi salire, per pietà, che ve la conto tutta. Ma presto, che sono bell’e finita!»

Giobatta le tese la mano. Lei si tirò su.

«Siedi lì, brava» e ripartì. «Allora?»

«Allora sono qui che vi ringrazio e vi faccio riverenza. Avete salvato la vita di questa povera figlia.»

«E le guardie?»

«Le guardie non so,» arrossì la piccola abbassando gli occhi, «ma se aspetto ancora un po’, capace che le incontriamo sul serio.»

«E perché ce l’hanno con te? Chi sei tu, così piccola, da avere già le guardie che ti corrono dietro?»

«Sì, giusto. Adesso ve la conto: mi chiamo Lucia Maria ma tutti mi chiamano Lina. Ma non volevo, io. È quel cacciatore che mi ha presa e mi ha rovinata; è tutta colpa sua, sono sicura. Non sono mica un’assassina, io!»

«Calma, calma,» si irrigidì Giobatta, sempre più sospettoso, «comincia dall’inizio.»

«Sì. È capitato in febbraio. Ero nei boschi del re che raccoglievo le erbe di primavera, da portare sul mercato. Mentre ero lì china, arriva un cacciatore che mi prende da dietro, mi tira via di forza… e ha fatto tutti i suoi comodi.»

Giobatta tirò un respiro inaspettato.

«Ma io non volevo eh! Solo che è arrivato d’improvviso, mi ha spaventata, era così grosso e anche ben vestito eh! Di sicuro era un gran signore. Mi sono agitata finché potevo, gli ho gridato forte! No! No! Ma poi sono andata giù, molle come un fico: solo che mi lasciasse viva. E poi mi sono trovata lì per terra che piangevo come un salice — io che non piango mai — e non capivo più niente e lui era già sparito. Intorno non c’era più nessuno. C’era il bosco, c’ero io, c’era un po’ di sangue per terra, il mio fascio delle erbe, e un borsellino con cinque monete dentro. Aveva anche pagato pegno, il bastardo.»

«Il bastardo» confermò Giobatta a voce bassa.

Lina non poté non esplodere in un urlo.

«Sì!»

E si accasciò singhiozzando sulla spalla del carrettiere. È sempre complicato raccontare di una violenza subita, perché è come riviverla. Riemerge la paura, il senso di libertà violata, il desiderio frustrato di fermare l’avversario e di punirlo, il senso di impotenza e la paura che la cosa si possa ripetere. Si prova la sensazione di essere stati depredati della propria dignità, e in colpa per non averla difesa. Se poi questa violenza riguarda la sfera sessuale, e in particolare quella di una ragazzina, si aggiunge l’impressione di aver lasciato che qualcuno invadesse quanto di più intimo si possedeva, obliterando tutto lo sforzo fatto negli anni per custodirlo. Ci si sente definitivamente spazzati via dal consesso sociale, oppressi senza colpa dalla consapevolezza di non poter più tornare indietro.

Si odia furiosamente l’uomo che ha dimostrato la sua capacità, e la capacità di tutti gli uomini, di trattarci come una capra. E quindi si scopre di odiare non solo quell’uomo, ma tutto il genere maschile; e si combatte con l’assurdità di questo sentimento.

Lina era stata brava, straordinariamente brava a raccontare tutto; avvantaggiata forse dalla fiducia che intuiva di poter riporre nel suo sconosciuto interlocutore.

«Non volevo neanche dirlo alla mia mamma, poverina. Mi vergognavo. Come se fosse colpa mia. Ma dopo un po’ ha cominciato a crescermi la pancia, e lei ha capito. Non mi ha chiesto niente. Si vede che non sono la prima ad aver passato una cosa così. Mi ha solo comandato di fasciarmi stretta, che la gente non vedesse, e quando sarebbe stato il momento, di andare al torrente lì vicino. Io, cosa vuoi che sapessi se i bambini si fanno nei torrenti o nella paglia! In casa sono la più piccola, non mi intendo di quelle cose lì. Così ci sono andata, ieri l’altro, appena la pancia ha cominciato a dolorire. Mi sono messa giù sul pelo dell’acqua, ho guardato per aria, e il Sangone si è portato via il mio bambino. …Morta lì.»

«Quanti anni hai?»

«Quattordici non ancora compiuti. Tremavo tutta quando sono tornata a casa. La mamma mi ha presa nel suo grembiule. Siamo state lì per un po’ senza dirci niente. Poi mi ha dato indietro il sacchetto con le cinque monete e mi ha raccomandato di scappare via, e di passare prima dal curato per chiedere consiglio.»

«Oh Signore! Proprio dal curato dovevi andare?»

«Sì, perché? È stato bravo. Mi ha fatto raccontare tutto; ci ho messo un’eternità; ma lui aveva già capito. Mi ha detto che avevo fatto peccato ma che non era colpa mia, e mi ha dato la soluzione. Poi ha tirato fuori una bottiglia di vino bianco — e io mi sono chiesta cosa c’era da fare festa — e me ne ha versato un bicchiere. Quando una persona parte bisogna sempre mettersi un po’ in allegria: ha trovato questa scusa qui. E lì ho capito che dovevo proprio andare lontano e non farmi vedere più. Qualcuno prima o poi avrebbe visto il mio bambino nell’acqua.»

E qui si interruppe per qualche lungo istante.

«Avrebbe trovato il mio morticino, e avrebbe pensato a me quand’ero grossa — perché le fasce che mettevo, non è che facessero tanto il loro lavoro — e avrebbe fatto la spia. Le guardie mi avrebbero presa di sicuro; non c’era niente da fare. Come dice la canzone: cara la mia figlia, bisogna aver pazienza, chi ha fatto il mal farà la penitenza. Ma mi ha anche dato un consiglio, il prete: di andare a Torino a trovare la marchesa. Io non so chi sia questa marchesa, ma mi ha spiegato che se fossi venuta qui al fondo dello stradone, al mattino verso le dieci avrei visto passare un carretto con tre botti, diretto proprio a casa di quella signora lì. Mi ha detto anche il nome.»

«Juliette Colbert di Barolo.»

«Proprio così! Ma allora siete proprio voi! Almeno ho trovato il carretto giusto; sia benedetto il cielo — e anche un po’ il curato.»

«E cosa vorresti andare a fare dalla marchesa? Non ha mica bisogno delle tue cinque monete.»

«Ma non so. Il curato mi ha parlato tanto bene di lei, che è brava e che fa tante cose buone per quelle come me. Magari mi nasconde, magari mi trova un posto. Tanto, da perdere, non ne ho più.»

«Oh sì sì, brava è brava. Qualcosa si inventerà. Ma guarda che a casa sua bisogna sapere le preghiere. Tu le sai?»

Lina si tirò su e cominciò a elencare accompagnandosi con le dita.

«Si capisce! So il Kyrie, il Pater noster, l’Ave Maria, il Gloria Patris e il Requiem Eternam. E so anche cantare, se c’è bisogno. Le litanie no: so solo che si risponde ‘ora pro nobis’. Ma rispondo a tempo eh. Può andare?»

«Ah ah ah,» scoppiò Giobatta, e le dette uno scappellotto sulla spalla, «può andare, può andare. Hai fame?»

«Da morire!» rispose Lina, sempre più entusiasta.

Giobatta tirò fuori dalla cassetta una grissia e due pere. Divise il pane in due e gliene dette metà; lo stesso coi frutti. E i due proseguirono sbocconcellando: lei appoggiata alla spalla del suo salvatore; lui fingendosi indifferente.

«Non avevi mai fatto quelle cose lì?»

«No signore. Ero una bambina, nove mesi fa. Ero andata qualche volta nel bosco col mio amico Pietrino, ma era diverso. Com’era bello il mio Pietrino! Io raccoglievo le mie erbe; lui tirava ai passerotti, tordi, stornelli, quelle bestioline piccole, che nessuno ti dice niente. Una volta si avvicinò per farmi vedere che aveva preso un cardellino vivo. Io allungai un po’ la mano, lui la prese e le dette un bacino; l’uccellino volò via. Pietrino venne ancora più vicino e mi baciò sulla bocca. Oh, mi sembrava il paradiso… Ma non credo mica che sia da quelle cose lì che nascono i bambini, no?»

«No, no. Non è da quelle cose lì.» E le grattò i capelli.

«Era il bello di andare a raccogliere le erbe col mio Pietrino. Di nascosto eh! Che se ci avessero scoperti a cacciare nella riserva del re… per carità! Poi però lui è andato via, a cercar fortuna a Torino, e io sono rimasta lì; andare e venire nel bosco da sola. Non avrei dovuto. Dovevo farmi furba e scappare con lui.»

«Io,» interruppe Giobatta, «i signori, non li capisco proprio. Mettono di quelle regole che poi fanno male anche a loro. Una volta era tutto diverso: le bestie che correvano erano del padrone del bosco, ma quelle che volavano erano di chi le prendeva. E uguale per le piante: quelle da legna avevano un proprietario; quelle selvatiche erano per i poveri. Qualcosa c’era per chiunque, chi tanto, chi poco, qualcuno pochissimo, ma nessuno stava proprio senza. Poi sono arrivati i francesi e hanno messo delle leggi tutte nuove. Sembrava che tutto fosse di tutti e non si capiva più niente. Quando li hanno mandati via ed è tornato il re vecchio, l’unica cosa che aveva in testa era di fare tutto il contrario di come avevano fatto i francesi. Avevano tolto i privilegi? Bisognava rimettere i privilegi. Avevano abolito la tortura? Lesti a rimettere la tortura. Per che motivo? Per far finta di dimenticare che se le erano prese di santa ragione. Tutto lì. Carlo Felice, si chiamava. Sua madre avrebbe dovuto trovargli un altro nome: Carlo infelice, Carlo feroce, Carlo del diavolo che se lo porti, ma felice proprio no, perché non lo era, né lui, né gli altri. Ha messo un’infinità di proibizioni, e guardie dappertutto. E i signori, ben contenti, per ingrassare ancora meglio hanno cominciato a recintare le terre. Per i disgraziati c’era solo più da mettere i denti al sole, e i piedi per scappare a Torino. Hanno cominciato a impagliarsela tutti come il tuo Pietrino. E continuano ancora: vengono al mondo e sanno già che finiranno per sistemarsi sotto i portici di via Po, magari a chiedere l’elemosina. E ai signori tocca dargli da mangiare, se non vogliono che tutta la gioventù vada a finire in galera, dove poi, tra l’altro, non c’è neanche più posto. Non facevano prima a lasciarli vivere tranquilli nelle loro campagne come si era sempre fatto?»

«Ma allora dovrò andare anch’io a vivere sotto i portici?! La marchesa mi farà quello scherzo lì?!»

«No, tutto il contrario. La marchesa, come la buon’anima di suo marito, è proprio una madama di quelle che cercano di tirar via le ragazze dalla strada. Se sono perbene, le dà da lavorare. Se sono perdute, le consegna alla polizia. Ma non le lascia andare in prigione con gli uomini. Ha fatto fare un carcere tutto speciale, che non sembra neanche un carcere. È piuttosto un ospizio, con le suore, le maestre, e la marchesa organizza tutto. Mangiano bene, dormono tranquille. Imparano a leggere e scrivere e a farsi un mestiere. Si prega tanto; si canta. È fin bello passare da lì: dalle finestre si sente sempre cantare.»

«Parlez pas! Voglio andarci anch’io, in una prigione così!»

«Ah ah ah! Ma sta’ quieta.»

Il baroccio continuava la sua strada. Erano quasi all’altezza del convento di San Salvario. Sulla destra si vedeva il castello del Valentino e, in distanza, il profilo della città, coi suoi palazzi, le cupole e i campanili. Un viale di platani ancora giovani precedeva la prima fila di case, belle, ordinate, che spuntavano sopra le chiome. A sinistra, un grande quadrato di piante circondava la piazza d’armi; più lontano, dormivano gli spalti della cittadella.

Lina non aveva mai visto una cosa del genere. L’edificio più grande che le fosse passato sotto gli occhi era la palazzina di Stupinigi, bellissima, elegante, fiabesca, con quelle bianche gallerie dinoccolate in mezzo alla campagna, e quella cupola sinuosa di rame splendente. Ma qui, ciascuna delle singole case era alta il doppio, e il fronte della città era talmente largo da non riuscire ad apprezzarne la dimensione. Un lunghissimo viale oltre la cittadella, prolungava la scena all’infinito, perdendosi lontano ai piedi di un castello, quello di Rivoli, che faceva da contraltare a un’altra costruzione imponente sulla collina opposta: la basilica di Superga, familiare, perché si vedeva bene da qualunque parte del Piemonte. Fu proprio la presenza della basilica a far sentire Lina non troppo lontana da casa.

«Tu, cosa vai a fare a Torino?» chiese a Giobatta.

«Porto il vino alla marchesa. E da lì a Palazzo Reale.»

«Mi porti dal re?!»

«Se vuoi venire… ma io mi fermo sul portone di servizio. Consegno il vino e torno indietro.»

«E poi mi lasci dalla marchesa?»

«Visto che ci tieni tanto…»

«Ma il re beve tutto questo vino tutti i giorni? Dai, non è possibile.»

«Ah ah ah! No, non credo proprio. Lo regala ai suoi ospiti. Chiunque esca da Palazzo Reale riceve in omaggio una bottiglia con l’etichetta Juliette Colbert di Barolo. È un accordo tra il re e la marchesa, che gliene dà tre botticelle al giorno per fare la réclame dei prodotti delle sue tenute nelle langhe.»

Giulia e Tancredi, la buonanima di suo marito, avevano trafficato per anni nelle tenute intorno al castello di Barolo per ottenere un vino eccellente, degno della tavola reale. Sin dal loro trasferimento a Torino nel 1814 — si erano sposati otto anni prima a Parigi dopo essersi conosciuti alla corte di Napoleone —, avevano fatto di tutto perché la loro langa emergesse dalla condizione di miseria in cui l’avevano trovata. Con l’aiuto dell’amico conte di Cavour, esperto di campagna e agricoltura, avevano cominciato a fare esperimenti nelle vigne e nelle cantine, studiando nuovi metodi di coltivazione, di fermentazione, di stagionatura. E dal primitivo nebbiolo, neanche dei migliori, leggero, chiaro e un po’ frizzantino, avevano ottenuto un liquore rotondissimo, di colore intenso, pieno di profumi, adatto a invecchiare, e più invecchiava, e più diventava buono. Re Carlo Alberto se n’era innamorato, e lo aveva eletto a rappresentare la floridezza dei suoi Stati. Per un anno, la marchesa gliene aveva mandata una carrata gratis tutti i giorni. Poi avevano fissato un prezzo, ma la quantità non era molto diminuita. Ed era questo il motivo per cui, duecentocinquanta volte all’anno, pari a tutti i giorni feriali meno la quaresima, Giobatta andava e veniva da Barolo a Torino con le sue tre botticelle.

Anche il percorso era fissato in modo da realizzare il massimo di pubblicità: bisognava entrare in città da Porta Nuova — non dalla porta di Po, perché da quelle parti, tra università, ospizi e conventi, c’era poco commercio — e procedere trionfalmente lungo via Roma. Nel bel mezzo di piazza Castello, tra l’andirivieni di senatori, funzionari e madamine viziate che entravano e uscivano da Palazzo Madama, si doveva svoltare a sinistra, sul decumano massimo di via Dora Grossa, la via degli orefici, che si percorreva fino a via della Consolata. Da lì si raggiungeva piazza Susina e si entrava nel cortile basso di palazzo Falletti di Barolo. Si scaricavano le botti di giornata e si caricava il vino imbottigliato il giorno prima; quindi si riprendeva il percorso lungo la via del tribunale, girando poi a destra su via Milano, altra via elegante e carica di negozi. Il carro si dirigeva quindi in piazza delle Erbe, transitando proprio davanti al Municipio. Quindi si prendeva via Palazzo di Città fino alla contrada del Seminario, e da qui si raggiungeva l’ingresso di servizio di Palazzo Reale, a sinistra del duomo, altro luogo sempre abbastanza affollato. Quell’itinerario toccava tutti i centri nevralgici della capitale.

Semplicemente geniale.

 

LA MARCHESA

 

Nel cortile di palazzo Barolo — un solennissimo casermone tardo seicentesco dalle facciate severe, scandite da cinque ordini di finestre cariche di volute e teste d’angelo — li aspettavano tre ragazzi pimpanti. Aprirono il portone, accompagnarono il cavallo al centro dello spiazzo acciottolato, salutarono sobriamente Giobatta e, con pochi convenevoli, innestarono immediatamente tre lunghi tubicini di tela cerata alle spinette delle botticelle e riempirono le sei brente già disposte in fila sotto una pianta di ciliegio.

«Ciao bella purila!» improvvisò uno dei tre rivolgendosi a Lina.

«Mi chiamo Lucia Maria e non sono una purila, tanto per sapere» rispose. Poi si vergognò di averlo detto e sprofondò in un breve rossore.

Verso il fondo c’era un fabbricato basso e lunghissimo, come un portico chiuso da grandi vetrate. Dentro si vedevano piante di agrumi disposte in linea e, davanti agli alberelli, un banco con una fila di ragazze sedute tutte da una parte, che lavoravano a mettere tappi, nastri ed etichette su certe bottiglie, che altri due ragazzi passavano loro dopo averle riempite travasando il vino da altre brente appoggiate su un piano elevato. Una tappava, una innastrava, una terza etichettava, e avanti così. Un terzo ragazzo raccoglieva i prodotti finiti e li disponeva in casse di legno, che impilava al fondo dello stanzone. Sembravano tutti molto sereni. Vestiti decentemente, visibilmente ben nutriti, cantavano allegre canzoni: una d’amore e una religiosa, alternando. In mezzo a loro c’era una signora più anziana, vestita meglio di tutti.

Entrarono.

«Lei è la marchesa» suggerì piano Giobatta a Lucia Maria, evitando di fare cenni con le mani.

«Lei?!» esclamò la giovane con vocetta acuta. «Ma io me l’ero figurata tutta diversa, seduta su un sofà, con tutte le sue damigelle.»

La marchesa aveva orecchio finissimo. Alzò la testa dalla sua bottiglia; guardò la nuova ospite con gran classe ma dolcemente, e le indirizzò una risposta: «Ma difatti, loro sono le mie damigelle. Anche se preferisco dire che sono le mie figlie. E tu chi sei? Vieni un po’ qui.»

Giobatta la spinse con un tocco e le sussurrò: «Ricordati di fare la riverenza.» Poi andò verso il fondo del camerone, ad aiutare i ragazzi a caricare le casse su un secondo biroccio.

Lina partì in corsa; poi si frenò; poi riprese con passo meno accelerato e si fermò davanti alla madama; si concentrò bene e si produsse nella più sgraziata delle riverenze. A momenti finiva per terra. Tutte proruppero in una solenne risata, tranne la marchesa, che intimò senza perdere in dolcezza: «Silenzio! È così che si fa festa a una nuova amica? Lavoriamo, su. Cos’è che si cantava? …Bel oselin del bòsc» intonò.

«Bel oselin del bòsc» ripeterono le ragazze.

«Per la campagna vola bel oselin del bòsc» si unirono i maschi.

«Per la campagna vola.»

Madama si alzò, fece il giro del tavolo e si avvicinò a Lina. Le passò un braccio intorno alle spalle e uscì con lei, intuendo che c’era qualcosa di riservato di cui parlare. Le due donne — perché in quel momento Lina ebbe per la prima volta l’esatta percezione di essere una donna — attraversarono il cortile ed entrarono nel palazzo. Percorsero un breve corridoio e si trovarono in un superbo atrio contornato da quattordici grandi colonne, da cui partiva una imponente scala a forbice. Da una delle quattro porte sulla sinistra arrivavano voci di bambini — tante voci, forse una sessantina — che incuriosirono la ragazza. La marchesa aprì un battente e si fermò sulla soglia, invitando la ragazza a sbirciare dentro.

«Sono i miei pargoletti e questo è il loro asilo. Buon giorno bambini» disse guardandone un paio. «E buon giorno alle maestre» aggiunse rialzando lo sguardo.

Giulia aveva una passione spasmodica per i bambini e per le loro giovani mamme, derivante forse dal non essere diventata mamma in proprio. E così si era inventata il primo “asilo infantile” d’Italia, aprendo due stanze del palazzo ai figli più piccoli degli operai della città, che vi passavano la giornata sotto l’occhio di alcune signorine esperte in pedagogia.

Non era stato facile mettere su quell’esperimento: qualcuno l’aveva accusata di voler trasformare l’insigne palazzo in un ospizio di mendicità, qualcun altro di arrogarsi la parte dell’educatrice senza averne titolo. I più bigotti avevano gridato allo scandalo per la presenza di quelle maestrine laiche, senza nemmeno la guida probante di qualche suora. E presa carta e penna, avevano scritto al vescovo incolpandola di protestantesimo.

Lei era andata avanti per la sua strada. E così, anche quel mattino come tutti i giorni più o meno a quell’ora, una nuvoletta di mostriciattoli le corse incontro, prorompendo in un coro di “buon giorno madama” così forte e poco intonato, che Lina saltò nelle spalle. E li guardò con malinconia.

La signora distribuì alcune lievissime pacche su diverse testoline, poi si ritrasse e richiuse la porta. Tornò a Lina e la invitò a salire le scale. Si accorse che aveva cambiato completamente umore. Salirono lentamente. Al piano di sopra, percorsa l’ampia balconata, entrarono in un immenso salone a tinte rosse e da lì in un salottino più intimo, affrescato di recente a toni chiari e molto luminosi, affacciato su un terrazzo interno. Madama si sedette su una grande poltrona, guardò la ragazza davanti a sé; le pose un dito sotto il mento cercando di sollevarle la testa e si alzò di nuovo. Prese una sedia, la pose davanti alla sua poltrona, e invitò l’ospite a salirci.

Ora aveva un’altra espressione, del tutto diversa da quella della mamma indaffarata che lavorava tra le bottiglie con le sue “ancelle”. Sempre ugualmente serafica, sembrava però più maestosa, più marchesa. Forse era solo l’effetto dello schienale che le inquadrava il capo, o dei braccioli che stringevano la gonna a crinoline rendendola ancora più vaporosa, ma forse c’era dell’altro: si stava disponendo a un colloquio che sapeva non essere banale.

«Penso di aver capito: hai perso il tuo bambino.»

Lina scoppiò a piangere, finalmente. Juliette le accarezzò i capelli.

«Piangi, piangi pure; non ti farà male. Quando avrai finito mi conterai la tua storia, se vorrai.»

Dopo alcuni minuti di silenzio, nei quali Madame capì che la parola “perdere” non era semplicemente sinonimo di “smarrire”, constatato che la piccola non aveva ancora smesso di singhiozzare, smise per un momento di passarle la punta delle dita sui capelli, e si decise ad avanzare qualche domanda.

«Era già grandicello?»

No, fece Lina con la testa.

«Era appena nato?»

Lina annuì.

«L’avevi avuto in grazia di Dio o per un accidente?»

A questa domanda complicata, Lina non sapeva rispondere. Un po’ perché richiedeva qualcosa di più che un cenno del capo, e un po’ perché non sapeva bene cosa volesse dire “un accidente”, per non parlare di quell’espressione da intellettuali: “in grazia di Dio”.

«Hai ragione, ho parlato troppo difficile. È stato con un ragazzo che conoscevi?»

Lina fece no.

«Un bruto.»

Lina sgranò gli occhi. Poi raccolse tutta l’energia che aveva in corpo e urlò: «Ma basta! Perché mi fate tutte queste domande?! Cosa ne volete sapere tutti quanti?! Ma lasciatemi perdere! Lasciatemi perdere, per pietà!»

E scoppiò in singhiozzi pazzeschi, tra il disperato e l’eroico. Si stupì persino lei, di essere capace a urlare così senza ritegno, e contemporaneamente di quanto fossero liberanti questi contorcimenti.

La signora la lasciò fare. Poi l’avvicinò a sé, e le fece posto sulla sua poltrona, invitandola a sedersi lì, in quel minimo angoletto, vicine vicine. Lei acconsentì e le due si strinsero l’una all’altra in un abbraccio paritetico di affetto reciproco, come solo due donne, anche se sconosciute, sanno darsi.

«Va un po’ meglio adesso?» le chiese quando ebbe l’impressione che il peggio fosse passato.

«Sì» disse chiaramente Lina.

Per ascoltare una persona, cosa indispensabile se si è davvero intenzionati a darle aiuto, non è necessario costringerla a lunghi e faticosi racconti. E non servono neanche studi superiori di scienza dell’educazione. È sufficiente, e forse più utile, permettere che si esprima liberamente, aiutandola magari con brevi ed elementari domande, e accontentandosi di risposte ancora più essenziali, se non mute. Non occorre nemmeno assumere una posa particolare, un’espressione professionale che ci renda più credibili: quell’espressione servirebbe solo a tranquillizzare noi, e stabilirebbe una distanza imbarazzante per l’interlocutore. Molto meglio essere se stessi, sforzandosi solo di lasciar uscire la tenerezza che, sicuramente, alberga dentro di noi da qualche parte.

Ed è bellissimo ascoltare le persone, magari dedicando sistematicamente un po’ del proprio tempo per farlo. Vale la pena. Aiuta a vedere il mondo da prospettive diverse; a capire che al centro del mondo non ci siamo noi, ma ciascuno di noi — differenza sottile ma che cambia la vita.

Giulia sapeva molto bene queste cose, anche se forse non se ne rendeva conto. Aveva sentito mille volte tante storie identiche a quella di Lina: ciascuna diversa, si capisce, perché le ragazze che le avevano vissute erano sempre provvedute di una propria unicità. Non esistono due persone uguali sulla faccia della terra. Ma i tratti essenziali non cambiavano mai e, grazie alla loro ricorrenza, la signora aveva imparato a porre le domande giuste, senza dare l’impressione di prodursi in veri e propri interrogatori.

«Povera piccola. Se avessi saputo, saresti potuta venire prima qui da noi. In un modo o nell’altro avremmo trovato una soluzione. …Ma no, non potevi sapere, e non è una colpa. Almeno: non è questa la colpa. Dimmi solo una cosa: dov’è successo?»

Lina rispose guardandola negli occhi: «Nel bosco del re.»

La marchesa si irrigidì. E accortasene, aggiunse: «Va bene. Una soluzione, la troveremo ora.»

Dopo un altro breve silenzio, la ragazza prese il coraggio di dire qualcosa: «Mi chiamo Lucia Maria ma mi chiamano Lina, ho quattordici anni non ancora compiuti, vengo dalle parti di Borgaretto. Non sapevo proprio che a Torino ci fosse lei. Me l’ha detto il curato questa mattina presto, e sono venuta. La ringrazio tanto.»

E cominciò a ripetere il suo racconto.

Si era fatto mezzogiorno. La marchesa si alzò, raggiunse un tavolino vicino a una finestra e chiamò una cameriera. La informò che avrebbe pranzato lì, in compagnia della nuova amica. Nel pomeriggio, aggiunse, avrebbe avuto piacere di incontrare padre Cafasso, e ordinò di mandarlo a chiamare con urgenza, possibilmente per il caffè. Scrisse un biglietto e pregò di andarglielo a consegnare.

 

DON GIUSEPPE

 

La Torino di metà ottocento era piena di santi. Un florilegio di servi di Dio da non riuscire a circolare! Si dividevano in santi poveri — che non avevano bisogno di glorie in quanto già presenti nel cuore di Gesù — e santi protettori dei poveri — questi sì, consapevolmente bisognosi di grazia e talvolta animati dall’ambizione a una giornata di paradiso — dove per “giornata” si intende l’unità di misura agraria locale pari a 3810 metri quadri —. I poveri, comunque, erano una costante. Anche perché rappresentavano un genere di mercato piuttosto abbondante.

Le ragioni di un tale stato delle cose, non erano difficili da capire; c’era arrivato anche il nostro Giobatta, come abbiamo visto, senza saper leggere né scrivere: la prima industrializzazione, ben fondata su una secolare tradizione nella lavorazione della seta e della canapa, e la conseguente nascita di ingenti patrimoni privati che facilitavano il nascere di solide attività finanziarie, avevano generato un certo sconquasso economico, con relativa ascesa di alcuni gruppi e discesa di altri. E come accade ogni volta che il potere politico si trova impreparato — o menefreghista — di fronte a una mutazione sociale, il fenomeno si era evoluto in modo del tutto incontrollato, assumendo presto proporzioni preoccupanti, sia verso l’alto sia, soprattutto, verso il basso: dalle campagne sempre più trascurate e boschive, erano arrivate in città frotte di giovani in cerca di fortuna, e si era verificata, per la prima volta nella storia, una sovrabbondanza di manodopera. Era così aumentato a dismisura il numero dei mendicanti e dei senza tetto, fino a raggiungere livelli allarmanti per la salute pubblica: nel ’35 era scoppiato il colera, e non si trattava certo di un segno della Provvidenza interessata a ristabilire gli equilibri demografici, come qualcuno ebbe la sfrontatezza di sostenere.

La reazione della classe politica fu inizialmente del tutto inadeguata: i Savoia al ritorno dall’esilio napoleonico, completamente incapaci di intervenire sul sistema economico — anzi, esplicitamente contrari a concepire qualunque riforma fiscale nel timore che minasse l’alleanza tra casa regnante, nobiltà e classi emergenti — non erano stati in grado di fare altro che inasprire le misure di polizia, favorendo sistematici rastrellamenti di pezzenti e prostitute, restaurando la pena di morte per il furto, e arrivando così a far esplodere le carceri, sempre più sovraffollate e malsane. Sembravano davvero convinti che agli affamati sarebbe passata la fame per paura di essere presi dalle guardie, o che le famiglie senza casa, una volta sbattute via da sotto i portici, se ne sarebbero automaticamente costruita una.

L’avvento di Carlo Alberto — almeno su questo versante — rappresentò una svolta: angosciato, più per forza che per amore, dalle sorti della popolazione torinese, la sua politica assistenziale consistette nell’incrementare le opere di munificenza pubblica, nell’incentivare l’istruzione e, soprattutto, nel favorire lo sviluppo di forme di beneficenza popolare — antenate del moderno volontariato — sia indipendenti che in collaborazione con la Città e con l’amministrazione statale. A queste iniziative, dapprima affidate alle vecchie confraternite religiose, aderirono presto alcune famiglie nobiliari, seguite a ruota dai protagonisti della finanza, che misero in gioco cospicui capitali permettendo la creazione di veri e propri istituti di carità, spesso concepiti con criteri molto innovativi.

Nacque così la Casa della Divina Provvidenza, ideata dal prete Giuseppe Benedetto Cottolengo, subito emulata dalle numerose invenzioni dei nostri coniugi Faletti di Barolo, la coppia più facoltosa del regno, che, libera da vincoli familiari poiché sprovvista di figli, pensò di investire in opere sociali una buona parte dei propri averi che altrimenti sarebbero andati in tasse. Da lì a poco arrivò in città don Giovanni Bosco con tutta la sua passione per i giovani — e tutte le sue contraddizioni — e poi sua madre Margherita, donna poverissima ma di straordinaria intelligenza.

Fu quindi la volta dell’amico Giuseppe Allamano che fondò le suore missionarie della Consolata, e poi di Francesco Faa di Bruno, di Michele Rua e di Leonardo Murialdo, altri preti educatori dediti alla formazione anche professionale di ragazzi “a rischio”. Uno dei ragazzi di don Bosco avrebbe a sua volta compiuto il percorso dalle officine agli altari col nome di san Domenico Savio. Poi lo dipinsero come un bravo bambino devoto, ma la storia era andata diversamente. Simile sorte capitò a Maria Mazzarello, fondatrice prima di un piccolo laboratorio di sartoria, e poi di uno degli ordini religiosi ancora oggi tra i più numerosi al mondo: le suore di Maria Ausiliatrice.

Tutti personaggi per nulla mistici, piuttosto concreti — “voglio delle suore con le braghe”, sentenziava spesso il canonico Allamano — e persino un po’ rivoluzionari, erano talvolta addirittura favorevoli alle famose leggi “anticlericali” che tendevano alla soppressione dei privilegi ecclesiastici. Professavano infatti un’idea di Chiesa che nulla aveva a che fare con i vecchi sistemi feudali, e che collaborasse alla costruzione di una società, se non più uguale, almeno più armoniosa. I vescovi davano loro torto. La storia dice che avevano ragione.

Su questa scena si muoveva don Giuseppe Cafasso. Nato a Castelnuovo nel 1811, compaesano dell’amico don Bosco, arrivò a Torino nel ’33 e iniziò la sua missione insegnando all’università teologica. Inizialmente appassionato ai temi della confessione e della direzione spirituale, da subito cominciò a frequentare gli ambienti in cui la “consolazione degli afflitti” sembrava essere più urgente: le carceri senatorie. Il suo conforto però, si trasformò presto in azione sociale, non limitata alla parola ma sconfinante in iniziative di assistenza materiale e poi in rivendicazione politica. Se non diventò mai consigliere comunale o deputato — cosa che gli fu ripetutamente proposta — è solo perché riteneva di non averne il tempo, e perché pensava che un prete non deve sedere sui banchi del potere.

C’era un’amicizia profonda tra Juliette e don Giuseppe. Lei, di quasi trent’anni più anziana, nella sua Francia aveva conosciuto le idee dei filantropisti, ben accolte negli ambienti cattolici d’oltralpe, e aveva respirato gli echi di Rousseau. Cafasso le andava dietro aderendo alle ricerche teologiche e pedagogiche più avanzate. Avevano in comune un amico, padre Rosmini, e una passione: quella sincera e persino ansiosa per i diseredati e la carità.

Si videro verso le due e mezzo.

 

Don Giuseppe entrò nel salottino aprendosi da solo la porta. Corpo magro, schiena curva, sorriso un po’ stralunato da uomo di preghiera, salutò educatamente la marchesa e la sua ospite. Il suo aspetto e la sua tonaca programmaticamente trasandata, facevano sì che, chi lo vedeva per la prima volta, si dividesse sempre tra il sentimento di non dargli alcun credito, e quello di trovarsi di fronte a un santo.

Fu esattamente così che la Lina reagì alla vista del prete.

Juliette si alzò da tavola — le due donne si erano trattenute a lungo dopo pranzo, raggiungendo un’intimità sempre più profonda — e gli andò incontro. Accennò a un baciamano e un inchino com’era d’obbligo per una donna laica nei confronti di un “reverendo” pure se intimamente amico, e si voltò verso la ragazza con la consueta gentilezza — quanto si compiaceva di saper essere gentile!

«Ti presento don Cafasso. Ora vorrei trattenermi un po’ con lui. Tu vai sotto con le altre ragazze. Dovrebbero aver finito di imbottigliare; le troverai a ricamare o a studiare, non so precisamente cosa facciano a quest’ora dopo pranzo. Prova a fare conoscenza: sono molto garbate. Più tardi sarò di nuovo da te. Mi raccomando: parlate solo di cose un po’ leggere.»

La ragazza non sarebbe stata in grado di dubitare della bontà di un ordine della signora, e fu contentissima di obbedire. Salutò timidamente, uscì, scese il maestoso scalone in punta di piedi gustando il brivido di ogni singolo gradino. Era la prima volta che vedeva un palazzo di signori “dal di dentro”, e la cosa la emozionava più di quanto avesse mai immaginato. Tornò nel cortile. Alcune ragazze, nonostante il freschetto, erano rimaste effettivamente a ricamare sotto il ciliegio. Altre si erano ritirate da qualche altra parte del palazzo.

«Cara Giulietta, mi sa che ne hai una delle tue» tagliò corto don Giuseppe.

«Oh amico mio! Aveva proprio ragione Nostro Signore quando diceva: “i poveri, li avrete sempre con voi!” Si moltiplicano giorno per giorno; sembra che vengano al mondo già gravati del loro carico di afflizioni. A volte mi domando se questo non sia un disegno preciso della Provvidenza per mettere alla prova la nostra carità.»

«Come come? Lascia perdere Giulietta; non precipitiamoci in disquisizioni teologiche capricciose: non servono a cambiare il mondo e ci portano solo a confondere la volontà di Dio con le storture del consesso umano. Sai come la penso: la povertà non è una sventura, né provvida e né ineluttabile. È frutto dell’ingiustizia dei ricchi. Amare i poveri è nostro dovere, ma non perché li abbia inventati l’Altissimo. Se ci sono, è perché noi ci siamo sbagliati. E se aumentano, è perché la nostra carità è insufficiente e non basta a combattere la nostra stessa cupidigia. Chiusi i discorsi difficili; va bene?»

Juliette lo guardò con aria ironicamente interrogativa.

«Stai diventando un rivoluzionario?»

«Sono rimasto un cristiano. Ma raccontami, dai.»

I due si sedettero, non sui seggioloni perché la questione non era di quelle da discutere in poltrona, ma intorno al tavolino. Lei riferì tutto quello che aveva inteso dai racconti della ragazza, cercando di completare i vuoti a rigor di logica, con meno inventiva possibile. E alla fine domandò:

«Dobbiamo consegnarla alla polizia?»

«Non se ne parla proprio» sentenziò il sacerdote.

«E allora? Dovremmo far giustizia da noi?»

«Cara Giulietta mia, qui si tratta innanzitutto di capire che cosa sia la giustizia. Questa ragazza ha agito così per due ragioni: l’ignoranza e la disperazione. L’ignoranza sua, perché non sapeva cosa le stava capitando né ciò a cui andava incontro; e la disperazione della madre che, forse saggiamente e sicuramente con ragione, non vedeva alcuna speranza per questo bambino. Ma soprattutto, se mai ha commesso una colpa, ne ha portata dentro sé una ben più grave: quella di chi l’ha usata per il proprio piacimento — anzi, per il proprio schifo —… Ora, la legge non ammette ignoranza, né fa differenza tra diseredati e persone di gran fortuna. Anzi: tu sai che chi è più fortunato nella vita, spesso lo è anche davanti alla giustizia. …Quanto al vero colpevole di tutto, sta pur tranquilla che non salterà mai fuori. Quindi: lasciamo stare questa ragazzina e cerchiamo di tenerla più lontano possibile da polizie e magistrature.»

«Ma come farà allora, la poverina, a salvarsi l’anima? Chi espierà la sua colpa attraverso la necessaria penitenza? Se non la porteremo davanti al tribunale degli uomini, in che stato arriverà quando dovrà presentarsi davanti a quello di Dio?»

«Giulietta, mi stupisci! Ma sei davvero ancora convinta di queste teorie così antiquate? L’espiazione avviene attraverso le buone opere, non grazie alla penitenza. E meno che mai con la penitenza imposta dalle carceri e dagli organi giudiziari. È con la conversione, che si cancellano le colpe; non con le catene!»

Don Giuseppe si fermò un attimo; reimpostò la voce e, con più calma, aggiunse: «Forse ho esagerato: un po’ di penitenza è sempre necessaria per mettersi sulla strada delle buone opere. Tuttavia: entrambi abbiamo una certa esperienza di prigioni, ormai. E sappiamo che quel poco di bene che possono fare, non viene certo dalle contrizioni. Può venire tutt’al più dal lavoro che i detenuti riescono a imparare per il domani, da quei pochi soldini che riusciamo a far loro guadagnare onestamente, e dal conforto che possiamo dare loro con le nostre parole e il nostro affetto. Lasciami osare: redimono di più quel sigaro e quel pane che quotidianamente mi tocca di regalar loro di soppiatto, che non tutte le belle preghiere che possiamo ripetere coi carcerati. Il pane, perché non ci si redime a pancia vuota — e in carcere si mangia poco — e il sigaro, anche quello, perché è un gesto di amicizia. E non ci si redime senza l’aiuto di qualcuno che si dimostri veramente amico. …E comunque, cara amica mia, non ho mai visto un condannato a morte che sia così pentito da salire volentieri sul patibolo.»

La signora non fece attendere la sua versione: «Per carità, ho esagerato anch’io. Sai bene che queste cose le ho sempre pensate.»

«Certo che lo so» interruppe don Cafasso: «È una tiritera che ripeti ogni giorno; ormai la conosco a memoria: non si può sognare il paradiso quando la vita è un inferno, o desiderare il cielo quando si ha la pancia vuota e non si intravvede un domani su questa terra. Tutta Torino è al corrente di quella volta che ti trovasti davanti alle carceri mentre passava la processione e sentisti i prigionieri che gridavano dalle finestre: “Zuppa, non preghiere!”, e che volesti farti accompagnare da loro per rimproverarli di questa bestemmia ma restasti impressionata delle loro condizioni igieniche, e che proprio in quel momento pensasti di dedicare almeno un po’ della tua vita ai loro problemi.»

«E in effetti l’ho fatto» ribatté lei. «E non mi sono mai limitata a “visitarli”. …Non credere che io sia di quelle che confondono la carità con le novene. Ci vogliono le novene e ci vuole la carità, ma sono due cose distinte. Lo ripeto sempre a tutti quelli che vogliono collaborare con me: le opere di misericordia vanno fatte tutte insieme. È inutile consolare gli afflitti se la loro principale afflizione è la fame: bisognerà contemporaneamente dar loro da mangiare, dedicando loro il necessario sorriso. È sciocco ammonire i bestemmiatori, se imprecano dal freddo: toccherà contemporaneamente fornirli di un vestito, possibilmente nuovo e che sia della taglia giusta. Ma alle “Forzate” — le Forzate erano il carcere femminile modello fondato dai coniugi Barolo e gestito direttamente da lei — queste cose, le sappiamo bene. Non si sta così male, ed è anche possibile prepararsi a un avvenire. No?»

«Ma tu sei convinta che questa piccola avrà la fortuna di essere portata alle Forzate?»

«Cosa vuoi dire? Tutte le condannate di Torino vengono alle Forzate» chiese Giulia improvvisamente preoccupata.

«Voglio dire che forse non ci arriverà neanche. Pensa alle circostanze in cui i fatti si sono svolti: tutto comincia da un abuso avvenuto nelle tenute di Stupinigi, dove vanno a caccia solo i nobili e le loro guardie. Chissà che non sia stato proprio un ufficiale, o un cortigiano o, perché no, un giudice o un magistrato… non farmi parlare! Nessuno sarà mai interessato a permettere che questa ragazza possa, un giorno anche lontano, riconoscere la persona che l’ha violata. Anzi! Faranno di tutto perché ciò non possa accadere. Cercheranno tutte le aggravanti possibili al suo infanticidio, pur di toglierla di mezzo. Dai retta a me: la condanneranno a morte. O comunque la faranno fuori.»

Giulietta si irrigidì, fredda e istantaneamente impallidita. Associare l’immagine di quella ragazzina alle parole “la condanneranno a morte”, fu un colpo durissimo e inaspettato.

«Non ci avevo pensato» sussurrò lentamente. Si alzò; cominciò ad andare su e giù per la stanza ripetendo a intervalli regolari: «Non ci avevo pensato.»

Dopo il quindicesimo “non ci avevo pensato”, si fermò di scatto e disse forte, guardando il cielo e sollevando rigidamente le mani: «Ma allora cosa possiamo fare?»

«Nulla, per ora» rispose calmo don Giuseppe: «Tienila con te per qualche giorno. Il palazzo è grande e non ti sarà difficile nasconderla o confonderla tra le altre ragazze. Nel frattempo studieremo un piano, chiederemo consiglio, troveremo una via d’uscita. Ma per carità: non consegniamola agli aguzzini. O a qualche sicario, che sarebbe anche peggio.»

La marchesa si lasciò andare sul suo seggiolone, cercando qualche rilassamento.

«Non consegniamola agli aguzzini,» ripeté a bassa voce, «o a qualche sicario, che sarebbe anche peggio.»

Cafasso la guardò chinando un po’ la testa sulla spalla destra, come faceva sempre quando voleva esprimere affetto e compassione. Le sorrise mestamente; giunse le mani; si accomiatò.

 

IL RIFUGIO

 

«Chiederemo consiglio» aveva detto il Cafasso.

Giulia non aveva problemi a trovare qualcuno che le sapesse dare il consiglio giusto. Era solo questione di scegliere tra i numerosi potenziali consiglieri e organizzare bene i tempi. Prese un foglietto e una matita, e cominciò a scrivere un po’ di appunti:

 

Per un parere giuridico, chiedere senz’altro a Cesare Balbo e Federigo Sclopis.

Cavour, purtroppo, non è in città. Più che un consiglio, gli domanderemo un piacere: indagare dalle sue parti a Santena, per capire quanto si sia diffuso il racconto dei fatti. Gli chiederemo un incontro riservato. Magari un invito a cena. Acquistare un maialetto intero, due dozzine di uova e qualche chilo di biscottini.

Coinvolgere il signor bibliotecario. Essendo costantemente a palazzo, verrebbe comunque a conoscenza dei fatti. Meglio valorizzare la sua sensibilità, piuttosto che tenerlo fuori.

Sentire suor Gerbi.

 

Compilò quindi altri biglietti in bella, con penna e calamaio: uno ciascuno per Balbo, Sclopis e Pellico, da invitare per dopo cena “a conversare di un caso di somma urgenza”; uno per Camillo Benso, da recapitargli in campagna, nel quale lo si pregava di farsi vivo al più presto “per onorare la nostra tavola e discutere di un affare molto delicato”. Quanto a suor Gerbi, era già in programma un incontro nel pomeriggio, e andava proprio bene che fosse così.

Ora si trattava di organizzare proficuamente il tempo che la separava dal “dopo cena”. La sua agenda mentale prevedeva, come quasi tutti i giorni, una visita alle Forzate, un giro al Rifugio dove avrebbe per l’appunto incontrato suor Gerbi, il rosario alla Consolata e la consegna dei bambini dell’asilo ai loro genitori. Ma gli orari erano ormai del tutto scombussolati e stavano per ingarbugliarsi ancora di più. Meglio andare direttamente dalla suora, chiedendo a una delle ragazze del laboratorio di sostituirla per una volta in carcere, dove non erano previsti incontri se non con le detenute né decisioni da prendere o atti amministrativi da sbrigare. “Per una benedetta volta!”

Rifletté ancora un attimo sulle decisioni prese. Detestava i cambiamenti di programma e le risoluzioni impulsive, ma riconosceva che in alcuni casi occorre proprio reagire in fretta e con coraggio. Posò la penna; suonò il campanello per chiamare la cameriera; le consegnò i biglietti. Mandò a convocare Teresa, la più anziana delle ragazze, e ordinò che le si preparassero il cappotto e la carrozza.

Naturalmente non disse nulla a nessuno sui motivi della variazione dei programmi, né tantomeno alla stessa Teresa alla quale affidò una sporta con certi pacchetti da recapitare ad alcune carcerate: «Personalmente, mi raccomando; ci sono scritti i nomi su ciascun incarto.» E si limitò a giustificarsi per i favori che stava chiedendo: «C’è stato un contrattempo.»

Scesa in cortile, trovò Lina che si intratteneva con un’altra delle sue figliole. Si complimentò per l’istantanea confidenza tra le due e propose loro di proseguire la conversazione di sopra, al riparo del salottino. Ordinò alla cameriera che le si portasse un vestito pulito e una cioccolata. Lina sgranò gli occhi verso la marchesa — non aveva mai osato sperare che un giorno avrebbe assaggiato la cioccolata — e capì dal suo sguardo complice, che era il caso di far finta di niente e non raccontare assolutamente nulla: meglio proseguire a parlare di erbe del bosco e cardellini.

Giulia salì in carrozza.

 

Il “Rifugio” era un grande complesso di edifici fuori dalla cinta dei viali. Lo aveva costruito col marito e con l’aiuto dello Stato per dare ospitalità alle ex detenute, che sarebbero state istruite un po’ alle lettere e soprattutto al lavoro, per essere poi collocate a bottega o a servizio in qualche famiglia dove proseguire la loro vita autonomamente. Aveva aperto i battenti nell’ormai lontano 1822. Negli anni era stato più volte ampliato con l’aggiunta di nuove sezioni: un piccolo convento, le Maddalene, per le suore a cui era affidato l’istituto e per le donne che avessero preferito portare avanti il loro percorso dedicandosi alla vita contemplativa; poi un ospedaletto intitolato a Santa Filomena per ragazze invalide, e infine il “Rifugino”, un reparto separato in cui venivano accolte giovanissime ragazze-madri e prostitute non necessariamente transitate dal carcere.

Era stato scelto un terreno nel più reietto degli angoli fuori porta: in regione Valdocco, poco distante dal famigerato rondò della forca — il piazzale dove si eseguivano le sentenze capitali — ai piedi di una scarpata limacciosa che precedeva il corso della Dora. Lì nessuno si sarebbe lamentato di dover convivere con puttane e galeotte, innanzitutto perché non c’era proprio nessuno che ci abitasse, e poi perché c’era poco da lamentarsi: le uniche presenze femminili che si erano riscontrate su quelle strade, erano sempre e inesorabilmente state di quel tipo.

In compenso il complesso era cresciuto ordinatamente e faceva la sua bella figura, soprattutto da dentro: varcato un semplice ma decoroso portone, ci si trovava in un lungo portico affacciato su un grande giardino. Sulla sinistra si aprivano aule di studio, stanzoni da lavoro, da refezione e da ricreazione; al fondo c’era la scala per i due piani superiori con le stanze da letto. Al centro del giardino una piccola cappella si protendeva un po’ verso il centro, con le sue facciate di mattoni e una cupola ottagonale, collegata a destra e a sinistra con il monastero e col “Rifugino”, che disponevano di cortili propri, parimenti porticati. Su tutto spirava l’aria di pulizia e serenità virginale tipiche dei conventi femminili. A restituire allegria al luogo, ci pensavano le ospiti.

Ai lati del Rifugio avevano buttato l’occhio anche don Bosco e padre Cottolengo: l’uno aveva affittato un podere a ovest per costruirvi il suo primo oratorio. A levante si era piazzato l’altro, con i padiglioni della sua nuova Casa della Divina Provvidenza, istituzione anch’essa in crescita per la quale erano diventate insufficienti e indecorose le quattro stanzette malsane precedentemente affittate in via Palazzo di Città. Le tre costruzioni, che non cessavano di ingrandirsi, avevano dato vita a un vero e proprio polo della carità — anche se allora non si diceva così.

 

Giulia entrò, salutò la madre guardiana e si diresse decisa all’ufficio della superiora, suor Gerbi per l’appunto. Per nulla imbarazzata dal ticchettio delle scarpe amplificato dalle volte, arrivò a passi marcati fin verso il fondo del portico. Aprì la porta dell’ufficio della superiora e la trovò seduta nella penombra della sua scrivania, un tavolino minuto e ordinatissimo, con gli occhiali sul naso, concentrata su certe carte.

«Non vi aspettavo ancora» disse alla marchesa alzando la testa.

«Ho dovuto stravolgere i programmi» rispose Giulia.

«Qualche novità?»

«Dobbiamo discuterne tra amiche.»

«Non qui, mi sa» rispose la suora alzandosi e deponendo le lenti.

E la invitò a seguirla oltre il giardino, diretta al piccolo riservatissimo chiostro delle Maddalene.

 

Purtroppo non ho trovato materiale iconografico sulla madre superiora, allora trentenne, prima badessa del convento. So solo che si chiamava anche lei Giulia — per cui la nominerò sempre per cognome onde evitare confusioni — e che, a causa della non facile gioventù che le era toccato di vivere, dimostrava ben di più della sua età, e infatti usava gli occhiali. Per il resto, il lettore potrà raffigurarsela come preferisce, scegliendo liberamente nel repertorio di immagini umane che per lui rappresentano una suora: alta e secca, piccola e rotonda, minuta o maestosa. Invito solo a non immaginare un muso arcigno da precettrice bisbetica, né la faccia rubiconda di un donnone da marmitte e marmellate. Consiglierei anche di rifuggire dal ricordo di manzoniani ricciolini che escono da sotto il velo, non è proprio il nostro caso. Suor Gerbi era una signora a tutto tondo: abile dirigente e donna di preghiera, letterata ed esperta di faccende domestiche. D’altra parte, il mondo dei conventi è fatto così: non c’è contraddizione tra la cucina e lo studio, la cappella e le questioni economiche. Bisogna mettersi in un’ottica diversa da quella del mondo di fuori, e pensare a un universo in cui il termine “amministrazione” indica non solo le operazioni di partita doppia ma anche i rapporti umani all’interno della comunità, quelli col vescovo e le autorità, e le lezioni di ricamo a punto catenella e la disposizione delle rose intorno all’edicola della Vergine. Una buona madre superiora è colei che non fa nessuna di queste cose in proprio perché le delega alle persone giuste, ma sarebbe in grado di farle tutte alla perfezione.

 

Entrarono nella stanzetta che serviva da parlatorio, un salottino color vaniglia senza tappezzerie, con due soli quadri alle pareti, un volto di Gesù e uno della Maddalena, e un piccolo affresco sulla volta raffigurante quattro angioletti su fondo azzurrino. Si sedettero una di fronte all’altra, non più distanti di mezzo metro. A lato, l’immancabile tavolino col vaso di fiori — grisantemi bianchi, data la stagione.

«Che eccezione mi chiedete di fare questa volta?»

La marchesa sistemò bene la sedia e iniziò ancora una volta a raccontare i fatti, per filo e per segno, riportando anche le opinioni espresse da don Cafasso.

«Quindi…» completò la suora dopo una pausa, «mi chiedete di prendere questa ragazza senza farla passare dal carcere.»

«Esattamente» rispose con calma la signora. Lasciavano passare lunghi momenti di silenzio tra un’affermazione e l’altra.

«E mi garantite che nessun poliziotto verrà mai informato che si trova qui?»

Pausa.

«Questo non ve lo posso assicurare, ma mi impegnerei a risolvere personalmente la faccenda, senza creare scandalo né per il Rifugio e né per il convento. Non è certo mio interesse aggiungere altre difficoltà alle tante che già viviamo quotidianamente.»

Istante di riflessione. Poi la madre riprese il discorso:

«Il Rifugio, effettivamente, sarebbe meglio non toccarlo proprio. Tutte le ragazze sono conosciute e schedate, e una presenza anomala verrebbe sicuramente a galla. …Quanto al convento… sarebbe senz’altro più sicuro, ma bisognerebbe verificare che la ragazza sia adatta al nostro stile di vita. Non la sottoporremmo certo a tutti i nostri obblighi, perché questo equivarrebbe a forzarla di farsi suora, magari controvoglia e, per carità, non posso nemmeno immaginare una mostruosità di questo genere. Non da noi, almeno. Ma tutto questo clima di nascondimento — o per parlare chiaro, di reclusione mistica da cui non si esce più — non sarà per lei troppo duro?»

Madame non aveva pensato a questo aspetto: se Lina fosse entrata alle Maddalene, anche solo come inserviente, senza velo, avrebbe dovuto probabilmente restarci per sempre: uscirne avrebbe comportato ricominciare da capo.

«Già…» rispose.

«Ma facciamo così: non vi chiedo una soluzione definitiva. Solo il tempo per pensarci sopra tenendola discretamente nascosta.»

La suora era quasi lì per assentire, un po’ perché non osava contraddire e un po’ perché, tutto sommato, le pareva una bella sfida, oltre che una buona opera di carità. Non era però ancora del tutto soddisfatta.

«C’è un altro dettaglio,» riprese, «avete idea — chiedo senza retorica perché io, un’idea precisa, non ce l’ho — delle conseguenze penali a cui la figliola va incontro e di quelle in cui potremmo trovarci noi se venisse scoperta?»

«Su questo argomento, conto di informarmi questa sera consultandomi con alcuni esperti.»

«A casa vostra?»

«Sì.»

«Posso chiedere chi sarà presente?»

«I soliti amici.»

La madre ragionò a lungo; poi si risolse: «Penso che non ci sia nulla di male se mancherò da qui per un paio d’ore. Tutt’al più inventerò una storia. Se mi mandate la carrozza, alle otto sarò da voi.»

 

Si alzarono e si diressero al giardino come se niente fosse. …Le donne hanno sempre una grande abilità nel passare da un capitolo all’altro, spesso senza nemmeno un intermezzo per discorsi futili. Parlarono dei primi freddi che avevano consigliato di ritirare alcune piante: “che fatica hanno fatto le ragazze”, e dell’arrivo di quattro modernissime macchine per cucire “trecento punti al minuto!”, e di una lettera ricevuta da una ragazza ormai sposata e mamma: “piena di dolcissime parole e senza errori d’italiano”, e di suor Germana che si era scottata un dito nell’olio delle frittelle. Andarono quindi a consolare suor Germana, poi a trovare le sartine alle prese con queste macchine miracolose, e quindi a vedere come stavano bene i bergamotti allineati nella serra. Quanto alla lettera della ex-allieva, decisero che sarebbe stata resa pubblica durante il pranzo del giorno dopo.

Tutto in regola.

Perfettamente intese per la serata, si salutarono brevemente. La marchesa era ancora in tempo per il suo rosario.

Please follow and like us:
0

Recensioni

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “LE FIGLIE DI GIULIA di Massimo Battaglio”