L’ERBA DEI VANDALI di Mauro Poma

Prezzo di listino 19,00 incl. IVA

Un romanzo di fantascienza ma anche un giallo. Mentre la trama distopica tende a ripetersi e a consolidare alcuni concetti già introdotti, quella gialla si infittisce sempre di più, mostrando al lettore che la soluzione del caso è ben lungi dall’essere trovata.

 

 

Descrizione

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L’individuo che si conformerà completamente alla società in cui vive, sarà un individuo felice in quanto le sue aspettative saranno sempre soddisfatte.

Nella Torino del prossimo futuro, dominata da un conformismo non solo consigliato ma quasi imposto, il commissario Vera Clot viene incaricato di una delicata indagine, in seguito alla scomparsa di un professionista che ha legami con il governo. In un deprimente scenario, sociale ed economico, operano vari gruppi politici antagonisti che trovano motivo e ispirazione per aspri scontri. La protagonista, aiutata da una ispettrice, l’amica Jessica, e da uno studente di teologia, Ugo, nell’arco di alcuni giorni dovrà risolvere una serie di enigmi per dipanare una contorta vicenda che si snoda fra un passato dimenticato e un presente alle prese con irrisolti problemi energetici e ambientali. Il lettore verrà trasportato in un viaggio fantastico, toccando idealmente alcuni dei siti artistici più affascinati e noti della città e del suo circondario. Il finale, assolutamente imprevedibile, sarà fonte di riflessione.

Mauro Poma

Mauro Poma nasce nel 1960. Sposato e con due figli vive a Torino e lavora in un’industria metalmeccanica nella prima cintura della città. Nel 2006 ha conseguito una laurea di primo livello in Ingegneria aerospaziale. Amante del giardinaggio, della lettura e della scrittura, nel tempo libero scrive testi per il teatro. Sin dagli anni 90 partecipa con racconti e romanzi inediti a concorsi letterari, spesso nell’ambito della letteratura di fantascienza, dei quali risulta talvolta finalista. L’erba dei Vandali (WLM 2018) è il suo primo romanzo edito.

ASCOLTA L’AUDIOLIBRO DEL PRIMO CAPITOLO!

 

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Informazioni aggiuntive

In copertina

Slanci scheletrici, opera grafica di Alessandro Poma, collezione privata.

Pagine

284

Lingua

Italiano

Genere letterario

fantascienza, fantasy

Ambientazione

Torino

Anteprima

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In die Städte kam ich zur Zeit der Unordnung

Als da Hunger herrschte

Unter die Menschen kam ich zur Zeit des Aufruhrs

Und ich empörte mich mit hinen.

An die Nachgeboreren

Nelle città venni al tempo del disordine,

quando la fame regnava.

Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte

e mi ribellai insieme a loro.

A coloro che verranno

Bertold Brecht 1939

 

ANTEFATTO – L’ORIGINE

 

Torino estate 1976

La lampada della camera si accese illuminando il locale con una luce fioca e a tratti intermittente. Due uomini si guardarono.

«Andatevene» disse dopo un istante l’avvocato Giomi. Il giovane si alzò lentamente dal letto volgendogli uno sguardo interrogativo mentre la donna completamente nuda si metteva a sedere sulla poltrona raccogliendo gli indumenti intimi dal pavimento.

L’afa quella notte toglieva il respiro.

«Cosa ti è preso? Perché ci hai chiamati?» replicò lei mentre iniziava a vestirsi.

«Non mi sento bene, pensavo che sarebbe stato diverso.»

Antonello Giomi sudava copiosamente: «Adesso voglio stare solo, dovete andarvene subito, i soldi sono sul tavolo della sala.»

«Se vuoi, posso preparati un caffè» propose la giovane donna.

«Non ho bisogno di niente e tanto meno del vostro affetto interessato. Vi pago per le vostre prestazioni sessuali e deve essere chiaro ora e per sempre che non ho alcuna intenzione di portare avanti con voi nessun tipo di rapporto serio o duraturo. Voi avete bisogno dei miei soldi e io necessito dei vostri giovani corpi. Punto. Il nostro rapporto finisce qui, niente domande e nessuna intrusione personale. Sono stato chiaro?»

«Sei un porco,» disse la ragazza infilandosi le scarpe, «non pensi che oltre al sesso possa esistere anche qualche forma di amore o affetto? Politicamente potrei contestare questa tua presa di posizione.»

«Stai zitta! Non lo penso. Non mi interessa pensarlo e credo che non lo penserò mai. Per cui levatevi dai piedi che voglio rimanere solo.»

«Andiamo Tiziana, non vedi che sta dando di testa, credo che la serata non sia stata di suo gradimento. Ci vediamo. Il nostro numero lo conosci.»

Il giovane prese la ragazza per mano e ridacchiando si avviarono verso la porta.

Il rumore dell’uscio che si chiudeva sigillò quella serata fallimentare.

“Andate a quel paese” pensò Giomi asciugandosi il sudore dal corpo flaccido. “Questi studenti vogliono fare i sofisticati, gli intellettuali rivoluzionari ma in fondo sono solo delle semplici prostitute. Vi compro quando voglio con i miei soldi, altro che ideali.”

Si avviò alla finestra: nella penombra vide i due giovani che uscivano dal portone dell’elegante stabile inizio novecento, attraversavano il controviale e salivano sulla loro vecchia Fiat Seicento.

«Pezzenti» disse sottovoce. «Poveri idioti ne trovo decine come voi.»

Spense la luce. La presa difettosa della lampada riscaldandosi friggeva.

Tornò a letto, il caldo era insopportabile anche con le finestre spalancate. Odiava l’estate cittadina. Il mese di Luglio era il peggiore. L’afa non dava scampo e colpiva anche la notte quando l’interno degli edifici rilasciava il calore assorbito durante il giorno. Rimase coricato per un tempo indefinibile, poi spossato, insonne e innervosito dal caldo decise di risolvere la situazione.

Si vestì al buio, era convinto che la luce avrebbe aumentato la temperatura.

Andò alla cassaforte e ne estrasse una cartellina, la mise nella borsa di pelle e uscì.

Raggiunse la baita di montagna dopo circa due ore. In quota l’aria era fresca, premessa di sonno e riposo. Per rilassarsi iniziò a leggere i fogli contenuti nella cartellina. La lettura divenne subito molto interessante inducendolo a continuare nonostante l’ora tarda mentre l’apprensione per l’appuntamento del giorno successivo cresceva in maniera esponenziale con lo scorrere del testo.

“Sono veramente curioso di raccogliere le confidenze di questo misterioso testimone” pensò, immergendosi completamente nell’analisi dei documenti in suo possesso.

 

Il giorno seguente il clima era insopportabile.

Il sole troneggiava, implacabile, nel cielo sereno. La temperatura si manteneva torrida e tutta la città era avvolta da una leggera foschia causata dal perenne inquinamento atmosferico.

«Che schifo» borbottò Giomi ad alta voce, mentre a bordo della sua Giulia 1300 blu metallizzato si dirigeva verso la periferia nord di Torino.

L’autoradio diffondeva le note di Sabato Pomeriggio mentre l’auto attraversava corsi e viali praticamente deserti nella calura del dopopranzo estivo. Raggiunse una grande piazza che superò, per addentrarsi poco più tardi in un quartiere costruito in una conca generata da un abbassamento del terreno. Si trovava agli estremi limiti della città.

«Che schifo» ripeté riferendosi questa volta al luogo dove si trovava. Alcuni alti palazzoni, frutto di una oculata speculazione sull’edilizia popolare, coprivano l’orizzonte ergendosi allineati come piante in un campo di mais, mentre nelle vie laterali piccole e vecchie casette osservavano i rari passanti con le loro finestre protette da inferriate arrugginite. Alcune strade non erano asfaltate ed esibivano un fondo in terra disconnesso e pieno di buche.

Giomi era all’apice del disgusto, lui si considerava un esteta e il suo essere si rifiutava di credere che qualcuno potesse vivere in un posto così brutto e degradato. La sua auto si muoveva lentamente tra le vie vuote e assolate. Un ragazzo e una ragazza passeggiavano tenendosi per mano sullo sfondo desolante di alcuni capannoni abbandonati. I contorni delle loro sagome fluttuavano leggermente nella calura estiva. Antonello si fermò e fu sul punto di chiamarli, gli serviva una informazione su dove dirigersi, la piantina non era completamente corrispondente alla topografia del luogo. Ci rinunciò subito, erano troppo distanti. Decise di proseguire. Fece ancora alcuni metri e vide un tizio seduto sul bordo del marciapiede.

«Scusi! Una informazione» lo interpellò senza scendere dall’auto. Quello alzò la testa mostrando due occhi cerchiati, il volto pallido e una siringa nella mano destra. Giomi ebbe un fremito di disgusto. Un drogato. Uno che si bucava in mezzo alla strada. La sua mente non riusciva a trovare aggettivi sufficientemente forti per esprimere il profondo disprezzo che provava in quel momento per quell’essere disgraziato. Si fece forza e pose la domanda, il suo interlocutore rispose con un gesto stanco, senza scomporsi, indicando un punto poco più avanti.

L’auto ripartì e all’incrocio svoltò a sinistra. Alcuni ragazzini giocavano con delle biglie di vetro sul bordo non asfaltato della strada mentre tutto intorno la luce del sole illuminava il deserto più assoluto. Finalmente l’avvocato vide quello che cercava in fondo alla via. Superò una carrozzeria abbandonata e alcune carcasse di vecchie auto arrugginite raggiungendo uno spiazzo in terra battuta che conferiva in una stradina sterrata in leggera salita.

Parcheggiò l’auto con cura, voleva evitare che la polvere sporcasse la carrozzeria e la sua delicata vernice metallizzata. Poi volse lo sguardo all’autoradio. Rimase incerto alcuni istanti. Rimosse l’oggetto dal cruscotto valutando se fosse il caso di portarlo con sé. Erano molti quelli che passeggiavano per strada con l’autoradio in mano, sicuri che se l’avessero lasciata al suo posto, in auto, sarebbe sparita. Lui, personalmente, aveva sempre considerato questa abitudine ridicola, però, effettivamente, sembrava che il furto di questi riproduttori stereofonici stesse diventando una specie di sport nazionale.

Si guardò intorno e optò per la soluzione classica: lasciare il conteso oggetto del desiderio nascosto sotto il sedile anteriore, sicuro che non ci fosse nessuno che lo stava spiando. Soddisfatto, scese e si avviò lungo il viottolo in leggera salita. Raggiunse rapidamente l’argine del torrente Stura percorso da uno stretto sentiero che si snodava irregolare. L’acqua scorreva alcuni metri sotto, imbrigliata da due muraglioni obliqui, costruiti con blocchi di cemento e ricoperti di vegetazione spontanea.

Si guardò attorno. Spettacolo desolante.

Un ratto uscì correndo da una pozza di acqua marrone rifugiandosi in un cespuglio rinsecchito. Lungo gli argini spuntavano, dai rovi giallastri, rifiuti abbandonati. Alcuni copertoni, la carcassa di una lavatrice ossidata e sacchi di vario genere accuratamente sigillati.

Sempre più desolante. Squallido.

Trasse un leggero sospiro mentre si asciugava il sudore osservando gli orti abbandonati sul lato opposto della riva che mostravano le loro improbabili recinzioni costruite con materiale di recupero.

Un rumore attirò la sua attenzione e voltandosi li vide.

Un uomo giovane, sulla trentina, vestito con pantaloni a zampa di elefante e una maglietta aderente rossa che teneva per mano un bambino di circa dieci anni con accanto una bambina dalle lunghe trecce bionde. I tre si avvicinarono.

«Buongiorno avvocato Giomi.»

Antonello fissò l’uomo, si aspettava qualcosa di diverso.

«Strano posto per un appuntamento così importante» rispose con tono seccato, convinto di aver di fronte un mitomane.

«Non le piace questo posto?»

«No! Mi fa vomitare»

«Strano! Perché sono proprio quelli come lei, che si arricchiscono, sfruttando il lavoro di altri che abitano in luoghi come questo. Un quartiere popolare. Un dormitorio di una città con vocazione industriale. Qui, la gente, parte la mattina alle sette e torna solo la sera per dormire. Avrà notato le vie praticamente deserte. Tutto accuratamente studiato per fornire il minimo necessario di sevizi, al minimo costo possibile.»

«Mi risparmi la dottrina politica. Quali sono queste importanti rivelazioni sul caso Massi? Non ho tempo da perdere e vorrei affrontare subito l’argomento senza preamboli postrivoluzionari.»

L’uomo annuì.

«Mi risulta che il dottor Massi abbia preparato un memoriale che dovrebbe essere in suo possesso.»

«Esatto. Io ho il memoriale.»

«Potrei vederlo? Voglio essere sicuro di parlare con la persona giusta. Non mi posso fidare di qualcuno che non conosco.»

Giomi sorrise: «Il documento è nascosto in un posto sicuro. Non sono così sprovveduto da averlo portato con me. Capisco la sua diffidenza, anche io mi muovo sempre con la dovuta prudenza.»

«Almeno mi dia una prova. Sicuramente lo avrà letto e quindi saprà…»

«Sì, gli ho dato una scorsa! Da quanto si può desumere dal documento, Massi non è stato ucciso per rapina ma per un altro chiaro motivo. Sinceramente trovo questa ipotesi alquanto curiosa anche in funzione degli accertamenti condotti dalla polizia giudiziaria.»

L’uomo assunse un’espressione distesa.

«Caro avvocato posso assicurarle che tutto quanto è scritto nel memoriale è assolutamente vero. Io so chi è l’assassino.»

Giomi rimase interdetto.

«Mi sembra una storia molto fantasiosa. Chi sarebbe il colpevole?»

«Io» fu la secca risposta.

Antonello improvvisamente iniziò a sudare freddo, nonostante la calura. Nella mano dell’uomo era comparsa una pistola automatica Walther P38 che montava un silenziatore di fattura artigianale.

«Mi dispiace, ma sono obbligato» aggiunse il giovane mentre premeva il grilletto.

Due colpi raggiunsero Giomi alle gambe e uno, quello letale, al petto scaraventandolo violentemente a terra.

Su un ponte, distante circa un chilometro, le auto continuavano a correre, nessuno aveva notato la scena.

Il bambino che fino a quel momento era rimasto in silenzio intervenne: «Era proprio necessario» chiese rivolto al padre.

«Purtroppo aveva letto il memoriale. Era l’unico a conoscenza del suo segreto. Se almeno lo avesse avuto con se avremmo potuto distruggerlo eliminando le prove. Nella condizione in cui ci siamo trovati la sua eliminazione era l’unica soluzione. Non è un lavoro che mi piace, ma fa parte della nostra tradizione familiare: ricordati che siamo sempre tenuti a onorarla. Questo tipo di incarichi spetta a noi.»

Il bambino annuì, mentre l’uomo frugava nella borsa della vittima estraendone un mazzo di chiavi.

«Lo lasciamo qui?»

«Sì, questo è un luogo fuori mano. Passeranno alcune ore prima che lo trovino e forse dei giorni prima che riescano a identificarlo. Siamo fortunati, non ha famiglia e nessun parente in città. Prima che qualcuno segnali la scomparsa di un individuo simile passerà del tempo. Figurati che per risparmiare non aveva nemmeno una segretaria.»

Il bambino sembrava interessato, la bambina osservava in silenzio.

«La polizia farà delle indagini, cercheranno dei collegamenti, in teoria potrebbero arrivare a noi abbastanza agevolmente.»

«Hai ragione, è per questo motivo che abbiamo pianificato questa messa in scena. Con il clima politico che si vive di questi tempi sarà facile fornire falsi spunti di indagine.»

«Non capisco, spiegati meglio.»

«L’arma che ho usato indurrà gli investigatori a pensare che si tratti di un’azione terroristica. Faremo ritrovare in zona volantini di rivendicazione che verranno spediti anche ai giornali: le tendenze conservatrici della vittima giustificheranno l’agguato. Un attentato finito male a causa della sua reazione. Vedrai che non avremo alcun problema. Ricordati, dobbiamo sempre agire nell’ombra, sfruttando tutti gli appigli che la situazione sociale in cui stiamo operando ci offre, per perseguire i nostri obiettivi senza farci scoprire. La storia ci insegna che anche un piccolo errore può causarci enormi danni e spietate persecuzioni.»

L’uomo si volse camminando tranquillamente verso il ponte prendendo per mano la bambina, mentre il figlio ripensando alle parole appena udite estrasse una penna dalla tasca e si diresse rapido verso il cadavere.

«Muoviti, vieni,» lo richiamò il padre, «dobbiamo visitare l’ufficio dell’avvocato prima della polizia. Ho trovato le chiavi della sua cassaforte, con un poco di fortuna troveremo lì il memoriale.»

«E se non dovesse esserci?» chiese il ragazzo.

«Allora vorrà dire che è andato perduto perché solo Giomi sapeva dove fosse nascosto. Possiamo ritenere questa soluzione ancora accettabile, anche se preferirei distruggerlo una volta per tutte.»

Si avviarono in silenzio lungo il sentiero serpeggiante senza voltarsi e senza rimpianti, con la speranza di riuscire a impadronirsi del prezioso documento e del suo inconfessabile segreto.

 

IL NUOVO CASO

 

Torino anno 2051

Primo giorno – Mattino ore 8.00

«Allora?» Lo sguardo interrogativo di Jessica era più penetrante della punta di un trapano.

«Allora cosa?! Come vuoi che sia andata a finire?! Mi ha lasciata.» La donna scosse la testa con sincero disappunto.

«Mi dispiace, pensavo che questa volta sarebbe stato diverso.»

«Ormai mi sono abituata» rispose Vera, indicando lo schermo fluttuante del Multimedia.

«Guarda, non si è neanche degnato di presentarsi di persona.»

«Ti ha mandato un messaggio? Che razza di maleducato.» La giovane non riusciva a concepire un simile comportamento, che nella sua ottica rasentava la vigliaccheria.

«Sì, mi ha scaricata con un semplice messaggio olografico. Evidentemente ai suoi occhi non valevo abbastanza per una visita diretta» la voce di Vera tradiva una profonda amarezza. Tristezza.

Con gesti lenti si avvicinò all’apparecchio che obbedendo al suo comando vocale iniziò a visualizzare il messaggio. L’immagine di una sagoma umana tridimensionale si muoveva nello spazio virtuale della proiezione. Un burattino elettromagnetico che grazie alla moderna tecnologia poteva esprimere concetti vecchi come il mondo.

«Mi dispiace, ma la nostra storia è arrivata al capolinea.»

Vera si volse verso l’amica, che ascoltava attenta.

«Il nostro rapporto si è logorato, ho bisogno di qualche tempo per riflettere.»

«È il festival delle banalità» la voce di Jessica arrivò condita con una smorfia di disgusto dipinta sul viso abbronzato, intanto il video continuava imperterrito snocciolando le sue verità corredate da altrettante analisi.

«Senti questa: è la migliore in assoluto» Vera invitò l’amica al silenzio.

«Comunque posso assicurarti che con te ho passato molti momenti felici, per cui vorrei che continuassimo a frequentarci.» La sagoma sullo schermo si contorceva in buffi movimenti. «Restiamo amici.»

«Che imbecille, tutto sommato è un bene che vi siate lasciati» la sentenza di Jessica fu accompagnata da un timido sorriso di incoraggiamento rivolto all’amica.

Vera accolse quelle parole con una contorsione delle labbra che forse voleva essere un accenno di sorriso, alzando leggermente le spalle si volse al video comandandogli di terminare la trasmissione.

Rimasero in silenzio per alcuni istanti.

Lo sguardo di Vera spaziò lungo i muri del piccolo appartamento che gli era stato affidato, dai servizi comunali, nel blocco Ovest 3N della città. Una zona periferica, distante dal centro e dai quartieri dove abitavano gli appartenenti ai ceti agiati. Era una sistemazione dignitosa, ma a lei stava piuttosto stretta.

«Vedrai che non avrai problemi a trovarne un altro» le parole di Jessica erano accompagnate da una espressione comprensiva e il suo tono di voce era ottimistico.

Vera scosse la testa: «Non credo che sarà facile. Anzi se devo dire la verità, penso che non riuscirò mai a convivere con qualcuno. Sono destinata a passare la mia esistenza in questo buco. Credo che essere nubile sarà la mia condanna.»

«Quanto pessimismo. Alcuni sono riusciti a riscattare il loro stato elevandolo a convivente pur non essendo sposati.»

«Lo sai benissimo che con il nostro stipendio è praticamente impossibile. Dovrei raggiungere almeno il grado di Vice Questore, e con il mio curriculum credo che non andrò oltre a quello di commissario. La strada del riscatto non è percorribile e le leggi sono molto severe. Gli alloggi più grandi sono destinati alle famiglie, i singoli non possono permettersi strutture a elevato dispendio energetico.»

Jessica annuì: «Mi sembra giusto, con tutti i problemi che i cambi climatici hanno generato, è stato necessario regolamentare le emissioni termiche. La politica di questi ultimi due decenni mi sembra che stia dando qualche risultato. Chi vive solo non può permettersi di generare emissioni uguali a quelle di una intera famiglia. Capisco il tuo stato d’animo, ma la logica impone soluzioni come questa.»

Il commissario Clot allargò le braccia: «Lo so. E so anche di non avere alcuna alternativa. Il mio resterà sempre e solo un sogno.»

L’amica si fece seria: «Hai mai pensato ad alcune sedute di analisi?»

«Vorresti dire che…» Vera si percosse, tre volte, con l’indice contro la tempia.

«Matta? No, non penso che tu sia matta. Però, forse, il confronto con una persona estranea potrebbe esserti utile.»

«Ti riferisci ai miei problemi durante i rapporti intimi?» chiese Vera con voce bassa e modulata.

«Scusa, non volevo essere indiscreta.»

«Hai messo il dito nella piaga. Prima o poi dovrò decidermi ad affrontare questo problema.»

Vera si passò le mani sul volto e tenendosi la testa rimase a fissare il pavimento mentre continuava a parlare.

«Durante i rapporti non provo assolutamente niente. Per me è come se stessi bevendo un bicchiere d’acqua. Mi ritrovo a pensare ad altro senza il minimo interesse per quello che sto facendo. Ho provato di tutto anche a fingere un certo coinvolgimento, ma non funziona. Per me il sesso non esiste. Mi piace la compagnia, ma i rapporti sessuali non mi attirano. Non provo nulla, assolutamente nulla e questo non sfugge ai miei partner che regolarmente mi lasciano.»

«Io credo che si tratti di un problema psicologico, forse dovuto al fatto che non hai mai avuto una famiglia. Pensaci, conosco un buon analista, forse potrebbe esserti utile» concluse Jessica con tono speranzoso.

«Va bene, vedremo.»

Vera si alzò dalla sedia e in quel momento il proiettore si accese visualizzando una serie di messaggi pubblicitari che una voce sintetizzata cominciò a declamare: «Ti senti abbattuta. Pensa a te stessa. Vieni con noi, il primo contatto è gratis. Istituto Glubov trasformiamo la tua depressione in voglia di fare. Con il nostro personale specializzato affrontiamo le tematiche della depressione sempre fedeli al nostro motto: “Se la depressione ti frena, accelera con Glubov ”»

«Basta!» gridò Vera, e immediatamente il proiettore bloccò i messaggi passando direttamente sull’agenda.

«Non sopporto più questo sistema multimediale, appena ti succede qualche cosa ti invadono di messaggi pubblicitari. È uno strazio. Potessi spaccherei anche lo schermo.» La donna tremava leggermente, colta da profonda tensione nervosa.

«Non puoi dirlo. Lo sai che è contro la legge. Poi con quello che si mormora sulle tue simpatie Border rischi anche di perdere il posto. Dammi retta: tranquillizzati e pensa alla soluzione dell’analisi» Jessica parlava con calma cercando di quietare l’amica che con tristezza annuì.

L’improvviso sibilo modulato delle suonerie le fece sobbalzare. I due T-multimedia delle donne si animarono contemporaneamente. Una soffusa melodia invase il piccolo appartamento mentre la parola Convocazione lampeggiava sui minuscoli schermi. Immediatamente le due poliziotte ammutolirono per ascoltare la comunicazione del loro superiore.

 

La palazzina che ospitava gli uffici della Questura, era posizionata nella parte centrale del sobborgo A5, il quartiere che un tempo si chiamava Madonna di Campagna. L’ufficio del questore si trovava al secondo piano. Dalle ampie finestre si poteva osservare per intero il piccolo parco pubblico limitato in lontananza dalla riva destra del torrente di montagna, che nel suo scorrere in pianura, aveva guadagnato il rango di fiume. Il questore Sfera guardò le due collaboratrici, sedute di fronte a lui, con aria enigmatica. Attese alcuni istanti prima di parlare, cercando con quella mossa di mettere in soggezione le due interlocutrici.

«Commissario Clot» esordì senza preavviso con un tono di voce troppo alto.

Sentendosi chiamare Vera sobbalzò leggermente sulla sedia.

«Devo comunicarti ufficialmente il disappunto espresso dal prefetto, riguardante le tue prolungate frequentazioni Border.»

«Ma…» cercò di giustificarsi Vera.

«Non interrompermi, fammi finire.»

La donna tacque all’istante.

«Stavo dicendo, che il prefetto non gradisce le tue frequentazioni e mi ha invitato a prendere provvedimenti. Nella capitale sono giunte voci che qualcuno nella nostra questura non è più affidabile e la cosa ha generato un certo malumore. Il Governo non ammette nessuna defezione da parte dei suoi funzionari: il movimento Border deve essere isolato. Il conformismo alle direttive sociali emanate dal Parlamento è l’unica via di comportamento che un pubblico ufficiale può e deve seguire.»

«Posso parlare?» chiese Vera alzando la mano.

Il questore le fece un cenno affermativo.

«Io non ho mai frequentato ambienti politici Border. Le mie erano solo innocue amicizie. Mi sembra che questo sia già stato assodato.»

«Non è così semplice. Qualcuno, che si è subito premurato di fare rapporto, riferisce di averti sentito inveire contro il sistema multimediale di informazione. Ti assicuro che la cosa non è affatto piaciuta. Conoscendoti posso anche crederci.»

«Ho solo espresso opinioni personali. Effettivamente credo che la pressione multimediale sia diventata insopportabile. Non è più possibile avere una vita privata, ogni messaggio è analizzato automaticamente dal sistema. Siamo inondati di trasmissioni che non sono state richieste e che a mio parere aumentano solo lo stato di disagio di chi le riceve. Non voglio che un sistema automatico analizzi i miei messaggi e di conseguenza i miei pensieri.»

Vera parlava con foga a voce troppo alta, Sfera la zittì bruscamente.

«Il parlamento, che ti ricordo è stato democraticamente eletto, ha sancito, con la delibera 231/GR/2041, il principio di innocuità della pressione multimediale. Anzi è stato stabilito che essa favorisce lo sviluppo economico e culturale della popolazione. Ti invito quindi ad attenerti alle disposizioni ufficiali emanate, senza diffondere questa tua dottrina personale che potrebbe essere interpretata come potenzialmente sovversiva. Il movimento Border, è stato classificato come asociale dal collegio di consulenti della sottocommissione parlamentare Affari Sociali, le cui conclusioni sono riassunte dalla direttiva 1883/SQ/2049 del Ministero degli Interni, e come tale sarà presto posto fuorilegge con tutte le conseguenze del caso. Ti consiglio vivamente di non mescolarti con quella gente, se ci tieni al tuo posto di lavoro.»

L’ispettore Jessica Ashanj ascoltava in silenzio spostando lo sguardo tra l’amica e il questore.

Vera, rimase interdetta per alcuni istanti. Sembrava che stesse elaborando le informazioni appena ricevute, poi decise di replicare: «Non penso che il movimento Border sia un pericolo per la società, alla fine predicano solo un ritorno ai vecchi genuini rapporti sociali.»

Reprimendo un moto di rabbia, Sfera mantenne il controllo dei nervi: «Ripeto,» disse con voce bassa, «il movimento Border sarà presto messo fuori legge. Le politiche sociali sono elaborate dal Parlamento tramite le apposite commissioni. Nessuno di noi è autorizzato a criticare le decisioni prese in sede legislativa. Chiunque contravviene a questa regola è passibile di sanzioni disciplinari. Questo è quanto recita il regolamento. La mia opinione personale, invece, è ancora più dura. Considero i Border un vero pericolo, una pianta malefica che deve essere estirpata. I contatti sociali diretti, a cui loro tanto anelano, sono pericolosi e possono trasformarsi in veicoli di infezione. Abbiamo un ottimo sistema multimediale che permette di contattare chiunque senza alcun problema e soprattutto senza pericoli, stando comodamente a casa propria. I contatti sessuali diretti, il loro cavallo di battaglia, sono il retaggio di una cultura arcaica che favoriva contagi e malattie. Il sistema si è evoluto, le banche del Materiale Riproduttivo garantiscono il controllo assoluto sulle infezioni e sulle malformazioni genetiche. In pochi anni riusciremo a debellare molte patologie. Questo sarà il grande progresso futuro, tornare indietro sarebbe semplice involuzione. Il futuro sarà sicuramente popolato da amplessi multimediali virtuali che origineranno inseminazioni artificiali controllate, anche tra coniugi conviventi, con lo scopo di avere una popolazione sempre più sana. Così come definito nell’ultima direttiva della commissione Famiglia e Sviluppo.»

Vera alzò le spalle, le implicazioni sessuali del discorso non erano di suo interesse. Guardò Sfera con occhi vacui, quasi spenti. La sua curiosità per gli ambienti Border era sincera. Le interessava quel movimento, i cui aderenti amavano vivere ai confini culturali della società; i Border rifiutavano la cultura ufficiale che aveva nella rete multimediale il suo più potente strumento di diffusione. Le dava un profondo senso di libertà poter immaginare che ci fosse ancora qualcuno disposto a pensare in maniera diversa da quanto propagandato dalla rete. Qualcuno che agiva e comunicava direttamente senza passare dal filtro continuo e ossessivo di Multimedia, qualcuno che cercava di interrompere il circolo vizioso che, in funzione dei messaggi ricevuti, automaticamente decideva quali sarebbero state le informazioni di cui in quel momento si necessitava. Si perse in alcune considerazioni personali senza ascoltare Jessica che nel frattempo era intervenuta.

«Perché mi hai convocata? Questa è una questione privata di Vera.»

«Devo assegnarvi una nuova indagine» rispose il questore. Poi aggiunse con un tono di voce più alto rivolto a Vera: «Questa è la tua ultima occasione. Se ti interessa la promozione cerca di rigare diritto e di venire a capo di questo rebus.»

«Non ci hai ancora detto di cosa si tratta» replicò la donna che iniziava a incuriosirsi.

«Siamo di fronte a un caso delicato. Un noto professionista è scomparso nel nulla.»

«Scomparso?» replicò Jessica. «Sono anni che non si registrano casi di scomparsa.»

«Appunto. Questa è la prima stranezza. Ma il vero problema è che il dottor Amilcare Steri fa parte del comitato scientifico di consulenza della commissione nazionale per l’Etica e la Demografia, e attualmente si stava occupando del progetto Virgo.»

Sfera concluse guardando le due collaboratrici.

«Inseminazione artificiale globale autocoscienze» sottolineò Vera.

«Esatto e se due più due fa quattro, sappiamo dove andarlo a cercare. Il dipartimento di controllo delle dinamiche sociali ci ha inviato una informativa riservata dove si sosteneva che in alcuni ambienti Border si stesse preparando qualcosa di molto grosso contro il progetto Virgo. Però nessuno si attendeva qualcosa di così clamoroso come un rapimento.»

«Ci sono state rivendicazioni?» chiese Jessica.

«No! La delicatezza della situazione sta proprio in questo punto. Non possiamo iniziare una indagine per sequestro perché non ci sono gli estremi. Nessuna rivendicazione, nessuna richiesta alla famiglia e nemmeno al Governo. L’unica cosa certa è la scomparsa di uno stimato chirurgo specializzato in ginecologia. Ho bisogno di una indagine discreta condotta, anche in ambiente Border, senza sollevare troppa polvere. È la tua occasione, Vera. Trovami lo scomparso: dimostrerai le tue capacità e cancellerai per sempre i sospetti di essere connivente con quel branco di asociali.»

Il questore aveva assunto un tono accondiscendente accompagnato da quella sua tipica espressione bonaria che lo faceva sembrare un salumiere di altri tempi.

Vera sorrise: «Ho capito, ti servo perché sono l’unica in grado di infiltrarsi rapidamente senza destare troppi sospetti. Alla fine le mie tendenze alternative sono tornate utili. In ogni caso non c’è problema, obbedisco senza discutere.»

«Bene tu e Jessica potete iniziare immediatamente. Siete autorizzate a operare armate.» Sfera porse alle donne due tessere elettroniche con microchip incorporato.

Vera annuendo prese la sua e fece per alzarsi, ma il comandante le fece cenno di stare seduta.

«Ancora una cosa. Avrete un collaboratore con voi.»

Senza attendere risposta l’uomo ordinò al sistema informatico di aprire la porta blindata che conduceva nel corridoio esterno. Un giovane magro di media statura entrò nella stanza ondeggiando.

Vera guardò stupita lo strano personaggio completamente vestito di nero, mentre Jessica emetteva una curiosa risatina.

«Lui collaborerà con noi?» chiese rivolta al questore con un tono stupito.

«Sì! Mi sembra di essere stato chiaro. Ugo Santos Moreno De Ribera è uno studente di teologia. Un seminarista che sta laureandosi in Scienze della Criminologia e che ha richiesto uno stage sul campo per completare la tesi di laurea.»

«Noi dovremmo tirarci dietro il santo studente? Un piccolo prete. Pensavo che le vocazioni si fossero esaurite» il tono di Vera era curiosamente allegro.

 

“Amor, Iesù, dolcissimo beato,

fammi star sempre di te ‘nnamorato!”

 

«Hai qualcosa contro la religione? Non ti piace Bianco da Siena?» intervenne a sorpresa il nuovo venuto eseguendo un curioso cenno di inchino.

«Non sono contro nessuno,» rispose il commissario, «ma non voglio una palla al piede durante questa indagine.»

«Non spetta a te decidere» il tono di Sfera si fece perentorio. «Lui collaborerà con voi perché questo è stato deciso dal prefetto in persona.»

Ugo sottolineò quelle ultime parole con sorriso di compiaciuta soddisfazione.

«Raccomandato.»

Le parole di Vera sussurrate sottovoce non sfuggirono al questore: «Non accetto commenti di alcun genere. Adesso potete andare. Cercate di trattarlo bene, garantisco io per lui con il prefetto, e non voglio avere problemi, Chiaro?!»

«Chiaro!» risposero le due donne all’unisono mentre si alzavano dalle sedie.

 

Uscirono e attraverso un lungo corridoio raggiunsero la sala Operazioni, dove si trovava il centro automatico di gestione delle attività investigative, superando almeno tre controlli di sicurezza. Vera notò con una certa stizza che il seminarista aveva una tessera che gli permetteva un grado di accesso uguale al suo. Il giovane era considerato al pari di un commissario, probabilmente doveva trattarsi di un raccomandato molto potente.

Entrarono nel locale asettico illuminato da una luce leggermente opaca, traslucida. Nessun rumore, tranne il leggero fruscio generato dal sistema di condizionamento, intaccava la quiete della stanza perfettamente isolata dall’ambiente esterno.

L’agente di sevizio li salutò cortesemente e chiese le loro tessere. Le inserì nel lettore elettronico del Destinator, la macchina utilizzata per la gestione coordinata di tutte le indagini in corso, e immediatamente uno dopo l’altro gli ologrammi dei loro volti si materializzarono nello spazio virtuale sopra lo schermo.

L’uomo diresse il fascio rosso di un rilevatore sul volto dei presenti e attese alcuni secondi. La macchina elaborò i dati confrontando i volti reali con quelli registrati sull’ologramma dando l’assenso a procedere.

Sullo schermo apparvero le possibilità di scelta.

«Ci sono due sale indagini libere, in questo momento, che possono esservi assegnate: la numero 3 e la numero 11. Quale preferite?»

Le due donne si guardarono in modo inespressivo.

«Prendiamo la 11» disse Vera con tono deciso. «Preferisco lavorare in alto, se non sbaglio si trova all’ultimo piano.»

L’uomo annuì, mentre impartiva alcuni ordini al sistema informatico che riconoscendone la voce diede il suo immediato assenso. Con una leggera vibrazione, un piccolo sportello si aprì sul lato del banco di metallo lasciando fuoriuscire un minuscolo cubo dorato.

«Questa è la chiave» aggiunse laconico l’agente.

Vera lo prese ringraziando e si avviò verso un ascensore seguita dai due collaboratori.

«A cosa serve quella chiave?» chiese Ugo con stupore mentre iniziavano a salire.

«A tutto » risposero le due donne quasi contemporaneamente.

«Cioè?»

Vera scosse il capo: «Si vede che non sei del mestiere. Questo cubo non solo serve per garantirci l’accesso alla sala indagini, ma permette di metterci in contatto con Cassandra.»

«Cassandra?! Chi è Cassandra?» Ugo sembrava incredulo.

Jessica guardò Vera sorridendo. «Lo scoprirai presto» disse, spostando il giovane di lato mentre la porta scorrevole dell’ascensore si apriva, frusciando, su di un ampio corridoio in penombra.

 

CASSANDRA

 

Primo giorno – Mattino ore 10.00

Raggiunsero rapidamente il locale identificato con il numero 11. Vera inserì il cubo in un supporto accanto alla porta e questa senza alcun rumore si spalancò scomparendo nel muro. Entrarono in silenzio in una ampia stanza dove si aprivano alcune porte che permettevano l’accesso ad altri vani.

«Questa sarà la nostra casa fino alla fine dell’indagine» sentenziò Vera con fare curiosamente saccente.

Ugo la guardò stupito, mentre la pesante porta di ingresso si chiudeva alle loro spalle.

«Vieni ti presento Cassandra» aggiunse la donna dirigendosi verso una stanza attigua.

Entrarono in un locale in penombra, con al centro una console sovrastata da un grande schermo cubico a sei facce. Quattro poltrone, corredate da innumerevoli cavi, erano sistemate a semicerchio di fronte al pannello dei comandi.

«Questa è l’anticamera di Cassandra, o meglio la sua intima soglia di umana congiunzione» disse Jessica sorridendo.

Ugo confuso guardava il curioso macchinario senza parlare, piuttosto intimorito.

«Cassandra è una macchina», intervenne Vera notando lo stato confusionale in cui si trovava il giovane, «un elaboratore neurotronico di prima generazione. Sostanzialmente si tratta di un enorme cervello elettronico che ha acquistato limitate capacità deduttive grazie all’accoppiamento con un cervello biologico artificiale.»

«Una macchina pensante?» chiese Ugo frastornato.

«Non precisamente. Non è una macchina pensante, ma un sistema di memorizzazione e organizzazione di dati, che permette alla persona che lo sta utilizzando di avere rapidamente a disposizione le informazioni di cui ha bisogno. Praticamente unisce la velocità di elaborazione dati di un calcolatore elettronico accoppiata a limitate capacità organizzative fornite dal cervello biologico artificiale» concluse Vera.

«Non riesco a capire» Ugo scuoteva la testa.

Jessica scoppiò a ridere. «Pensavi che facessimo ancora le indagini come nel secolo scorso? Con pistola in pugno e inseguimenti in automobile?»

«No. Non necessariamente, ma non avevo mai sentito parlare di questo sistema Cassandra e comunque non ho capito come funziona.»

«Forse un esempio ti sarà di aiuto» intervenne Vera spazientita. «Tutti i dati di tutte le macchine elettroniche che sono attualmente in funzione convergono nella banca dati della parte elettronica di Cassandra. Filmati di telecamere di sorveglianza, transazioni di carte di credito, operazioni bancarie, chiamate e collegamenti Meganet, tutto viene registrato e memorizzato. A questo punto mi sembra chiaro che qualunque azione, eseguita da chiunque, lascia sempre qualche traccia registrata nella memoria di Cassandra. Abbiamo quindi a disposizione miliardi di dati che possiamo utilizzare per le nostre indagini. Ad un primo esame sembra essere una cosa positiva, ma proprio l’enorme numero di notizie disponibili crea un grosso problema. Quale?»

La donna smise di parlare guardando Ugo con fare interrogativo, sollecitandolo a rispondere con misurati gesti delle mani.

«Un problema? Non capisco. Quale problema?»

«In mezzo a tante informazioni è impossibile selezionare quelle che servono. Disponiamo in media di quattro milioni di filmati giornalieri provenienti dalle telecamere di sorveglianza, se dovessimo visionarli uno per uno ci servirebbero anni, e questo è solo un semplice esempio. Senza Cassandra avremmo moltissimi dati a disposizione che però sarebbero completamente inutilizzabili, ed è proprio su questo punto che si inserisce la genialità della elaborazione neurotronica. Il cervello biologico interagisce con quelli degli investigatori e con la memoria elettronica permettendo una prima ma efficace selezione delle informazioni che nel seguito comunque dovranno sempre essere elaborate da una mente umana.»

Ugo fece un cenno affermativo, mettendosi a recitare:

«La donna, ch’è d’ogni biltà fontana,

è tornata per dar pace e salute

a chi la guarda non con mente vana.»

«Ho afferrato il concetto, Cassandra è una macchina che agisce in simbiosi con l’utilizzatore permettendo, grazie alla sua parte biologica dalle limitate capacità intuitive, l’organizzazione e la selezione di una enorme mole di informazioni in funzione delle richieste effettuate dall’operatore con cui è in contatto.»

«Esatto, quel cubo che ci hanno fornito ci permetterà di stabilire un contatto mentale diretto con la macchina garantendoci di accedere alla sua memoria elettronica e alle informazioni che ci occorrono… Sono tuoi quei versi?» Vera concluse la frase sorridendo.

«No si tratta di Matteo Frescobaldi artista fiorentino del 300. Comunque ora mi è tutto molto più chiaro, penso che dovrebbe essere piuttosto semplice utilizzare questo sistema.»

«Calma Ugo, ci sono ancora molte cose che devi sapere sul conto di Cassandra. È una macchina di prima generazione che presenta tutti i problemi del caso. Ci è stata molto utile, la diminuzione degli atti criminali che si è registrata in questi ultimi due anni è dovuta in gran parte alla sua introduzione, però va utilizzata con criterio per evitare possibili false conclusioni. Finora, sicuramente possiamo affermare, che i maggiori benefici li ha portati al Governo che ha fatto della diminuzione della criminalità il cavallo di battaglia dell’ultima campagna elettorale. Avremo modo di approfondire in seguito le problematiche relative a Cassandra, ora ti mostro la tua stanza. Vivremo qui fino alla fine dell’indagine» il tono di Vera era quasi solenne.

«Non possiamo uscire?»

«Si! Ovviamente avremo bisogno di uscire per le varie attività investigative, ma questo luogo sarà la nostra base operativa da cui ci coordineremo.»

 

L’isola investigativa era piuttosto ampia, sulla stanza di ingresso, che serviva anche come locale riunioni, insistevano i seguenti vani: alla sinistra si trovava la Sala Cassandra, un locale quadrato perennemente in penombra con una enorme finestra, dotata di vetro argentato fotocromatico, che guardava sul panorama dall’altro lato del fiume; di fianco erano posizionati i locali di preparazione, mentre sul lato opposto c’erano le stanze personali, una piccola cucina e i servizi. Ugo osservò incuriosito il nuovo ambiente in cui avrebbe dovuto vivere per i giorni successivi, familiarizzando con il luogo. Vera, magnanima, concesse un’ora di riposo ai suoi collaboratori prima di iniziare le attività di ricerca dello scomparso. Senza fermarsi, posò la borsa nella propria camera e si diresse immediatamente in sala riunioni. Non si aspettava di dover istruire un apprendista e la presenza del giovane poteva rallentare il corso dell’indagine. Cassandra era una entità complicata, chiamarla solo macchina poteva essere pericolosamente riduttivo, che andava utilizzata con la massima cura per evitare di farla derivare in fastidiosi fenomeni di instabilità confusionale. Era necessario addestrare Ugo a un corretto approccio con il sistema e sicuramente questa attività avrebbe richiesto un certo tempo e notevole impegno. Si chiese il motivo di quell’affiancamento e subito la risposta arrivò spontanea.

“Vogliono silurarmi,” pensò abbattuta, “per loro sono troppo anticonformista, mi considerano un potenziale nemico. Un errore in questa indagine fornirebbe un valido pretesto per allontanarmi dalla polizia con tutte le conseguenze del caso. Se fallirò sarò rovinata, senza prospettive, senza un lavoro fisso e senza una famiglia a cui appoggiarmi.”

Si prese la testa tra le mani ripensando alla propria vita. Era cresciuta in una struttura pubblica, abbandonata dalla madre in tenera età senza aver mai conosciuto il proprio padre. Aveva avuto una educazione a spese dello Stato, e grazie alla sua discreta intelligenza era giunta a laurearsi riuscendo a entrare nelle forze di polizia. I primi anni tutto era andato per il meglio, ma da quando la dottrina del conformismo sociale era stata adottata come riferimento ufficiale per lo sviluppo dello Stato erano cominciati i guai.

Il suo carattere solitario e alcune amicizie considerate non propriamente ortodosse, l’avevano fatta catalogare come potenziale asociale e probabile simpatizzante Border.

Rimase a riflettere per alcuni minuti, convincendosi che l’unica via di uscita era la rapida e brillante risoluzione del caso: il che comportava di dover addestrare il giovane studente in modo rapido e sintetico, confidando sulle sue intelligenza e prontezza di spirito.

Guardò perplessa la sala Cassandra.

Due schermi ricoprivano le pareti e un tavolo in legno occupava un lato del locale, sulla destra la console di controllo era in attesa dei codici per attivarsi mentre su tutto l’ambiente incombeva la mole maestosa dello schermo olografico a sei facce. Entrò lentamente, la finestra fotocromatica si illuminò lasciando filtrare la luce esterna. Vera ordinò di mantenere il livello luminoso a media intensità e si sedette in attesa dei due collaboratori, sempre più convinta che la nuova indagine fosse una trappola dalla quale doveva assolutamente uscire nel minor tempo possibile.

Ugo la raggiunse dopo pochi minuti.

«Bene,» disse lei con voce autoritaria, «ci sono alcune cose che devi assolutamente sapere prima di iniziare l’attività investigativa con Cassandra.»

Il giovane annuì interessato.

«Cassandra non è solo una macchina e non è nemmeno una persona. Io la definisco una entità semipensante che unisce caratteristiche biologiche a prestazioni automatiche ed elettroniche. Il suo sistema deduttivo funziona basandosi sull’algoritmo Dorsano, che rappresenta la trasposizione matematica della teoria di Vorak- Jakowski.»

«I due sociologi padri della teoria del conformismo» intervenne il giovane.

«Esatto la conosci?»

«Qualunque studente in teologia conosce la teoria dell’abate Vorak. Ce la propinano dal primo anno sotto tutte le possibili varianti.»

Il giovane iniziò a citare a memoria:

«L’individuo che si conformerà completamente alla società in cui vive, sarà una persona felice in quanto le sue aspettative saranno sempre soddisfatte. La struttura economica della società genera le aspettative e i desideri individuali e se la società stessa è correttamente bilanciata fornisce i modi per ottenere il loro raggiungimento. Il totale conformismo di ogni individuo permette, in una società bilanciata, il raggiungimento delle proprie aspettative e quindi della felicità personale. Chi per propria scelta si pone all’esterno dei predefiniti meccanismi economici e sociali, contrastandoli, non solo non sarà in grado di soddisfare le proprie aspettative, ma genererà danno sociale minando alla base il bilanciamento della società in cui opera. Questa è la base del comportamento asociale, l’asociale sarà una persona infelice che sicuramente danneggerà il prossimo impedendogli di realizzare le proprie aspettative. L’asociale è…»

«Va bene, va bene,» lo interruppe Vera, «vedo che hai studiato la lezione. Continuiamo con Cassandra, ti stavo dicendo che si tratta di una entità limitatamente pensante. Opera con un algoritmo che si basa sull’assioma della società perfettamente conforme: quindi pur non avendo la capacità di creare immagini o deduzioni di tipo fantastico, riesce a organizzare i dati in maniera sufficientemente efficace. Più la situazione si avvicina alla perfetta conformità e meglio la nostra entità riuscirà ad avere una visione globale delle informazioni a sua disposizione. Puoi immaginartela come una mente umana che abbia memorizzato tutto il contenuto di un archivio elettronico. Riesce a fare i collegamenti logici tra le varie informazioni registrate, ma non riesce a inventare nulla. Spetta a noi il compito di immaginare lo svolgimento dei fatti in funzione delle catene di informazioni che Cassandra ci propone.»

«Credo di aver capito alcune cose fondamentali» Ugo annuiva. «Capisco perché il Governo stia spingendo verso il conformismo assoluto, con Cassandra riuscirà ad avere un perfetto controllo capillare della società senza ricorrere a metodi autoritari.»

«Attento a quello che dici, potresti essere classificato come asociale. La posizione ufficiale del nostro Governo afferma che la scelta del conformismo è dettata dal bene della popolazione.»

«Sarà, ma conoscendo i vostri metodi, la prima ipotesi mi sembra quella più realistica.»

Vera finse di non aver sentito, non si fidava del giovane che quasi sicuramente era una spia. Cercava di estorcerle pareri personali che avrebbero, in futuro, potuto essere usati per incastrarla. Sinceramente trovò il tentativo di Ugo poco più che patetico, in ogni caso decise immediatamente di non correre rischi inutili.

Rimase a osservarlo, dubbiosa, per alcuni secondi. Sembrava sincero: in questo caso la situazione si complicava sull’altro versante in quanto poteva essere molto pericoloso avere un collaboratore con istinti asociali.

«Come avviene il collegamento con Cassandra?» aggiunse il giovane fissando la sua istruttrice.

«Questo è uno dei punti più delicati. Dovremo entrare in simbiosi con lei utilizzando quelle.»

La donna indicò le poltrone, fissate al pavimento, poste di fronte al panello di controllo.

«Tutti quegli elettrodi saranno fissati al nostro corpo e svolgeranno il compito di terminazioni nervose comuni tra noi e Cassandra.»

Ugo guardò preoccupato l’intricato gioco di cavi che gli sembrò un gomitolo di perfidi serpenti artificiali pronti a carpire i suoi pensieri.

«Sono tanti, servono a raccogliere parte degli stimoli nervosi che ci animano e a trasferirli all’unità centrale che li trasforma in un linguaggio semplice percepibile a Cassandra. Bisogna porre la massima attenzione nella preparazione al collegamento perché il suo semplice cervello artificiale è molto sensibile alle interferenze esterne. Questo spiega anche l’isolamento, termico, acustico e luminoso in cui è immersa questa stanza di controllo.»

«Praticamente cosa devo fare per preparami al collegamento?» la voce del seminarista suonava preoccupata.

«Finita questa breve introduzione dovrai tornare in camera, attivando lo schermo potrai accedere al menù chiamato Preparazione dove troverai tutte le notizie necessarie. È una prassi piuttosto lunga, dura circa quaranta minuti. Non preoccuparti vedrai che si tratta di normale amministrazione.»

«Va bene. Io sono pronto.»

«Ancora una cosa: durante il collegamento dovremo porre delle domande a Cassandra che, con le sue risposte, ci fornirà del materiale da esaminare in seguito. Le domande devono essere poste nel modo più semplice possibile cercando di immaginare situazioni conformiste. Il cervello della macchina è troppo semplice per ragionare su situazioni altamente anticonformiste e potrebbe andare in caos confusionale e danneggiarsi. Ricordatelo, è di fondamentale importanza.»

Ugo annuì pensieroso.

«Bene possiamo ritirarci per la preparazione. Ci ritroveremo in questa sala tra cinquanta minuti. Ti raccomando la massima puntualità e una rigorosa osservanza delle istruzioni. È il tuo primo collegamento, il più delicato: ricordati che non dovrai mai intervenire, ci penseremo io e Jessica a formulare le domande.»

 

Dopo un tempo che gli parve interminabile, Ugo uscì dalla sua stanza, si sentiva calmo ma anche molto ridicolo.

Le pillole che aveva ingerito, su ordine dello schermo, erano servite a eliminare ogni traccia di tensione emotiva. Era pacato come se vivesse in uno stato di leggera estasi mentale. Paure, preoccupazioni e problemi lo avevano abbandonato lasciandogli una specie di vuoto interiore e la sua mente sembrava lavorare più rapidamente del solito. Uno stato quasi trascendentale che lo rendeva moderatamente felice.

Il fatto di essere completamente nudo, invece, generava nella sua psiche un leggero senso di vergogna.

Si avviò lentamente verso le due donne che lo aspettavano sulla soglia della sala controllo. Jessica sorrise, il vigore dei suoi muscoli era esaltato dall’unguento argentato che copriva tutto il corpo.

«Ti dona la crema anti-interferenze a base di alluminio» disse Vera scherzando.

«Non mi sembra. Non mi aspettavo una situazione così imbarazzante.» Ugo le rivolse uno sguardo indecifrabile inarcando le sopracciglia, poi la sua attenzione fu catturata dalla presenza della giovane collega.

«Se la fissi in quel modo riuscirai a consumarla con la sola forza del pensiero» replicò divertita.

Il corpo argentato di Jessica, illuminato dal leggero fascio di luce proveniente dall’interno della stanza, si stagliava sulla soglia con le sue curve generose non attenuate da alcun abito.

«Smettila Vera, è sempre così la prima volta. Forse ti sei dimenticata del tuo imbarazzo quando abbiamo provato il nostro primo collegamento» la rimproverò Jessica.

«Muoviamoci, dobbiamo risolvere un caso di scomparsa.»

Passarono alcuni minuti collegando sugli appositi punti del corpo le terminazioni nervose artificiali, poi a un ordine di Vera si sedettero sulle poltrone che automaticamente si adattarono ai loro corpi.

Il commissario inserì il cubo nel lettore e Cassandra si attivò a un suo ordine verbale. Le poltrone iniziarono il processo di stabilizzazione della temperatura, un orologio comparve sullo schermo scandendo i minuti del collegamento.

«Non possiamo superare i sedici minuti» la voce di Vera giungeva suadente, filtrata dalle cuffie integrali delle poltrone.

«Pronti al collegamento tra dodici secondi. Controllo temperatura positivo, controllo terminazioni nervose affermativo, stabilità emotiva verificata. Siamo pronti per entrare in Cassandra.»

Lo schermo cubico si illuminò e le loro menti si riempirono di una indefinita figura tridimensionale. Ugo viveva incredulo quella magica esperienza, sentiva i suoi pensieri completamente trasposti dal corpo, che aveva perso ogni attività sensoriale. Un profondo senso di libertà lo invase mentre la luce azzurra degli schermi diventava una sola cosa con la sua coscienza, e fu allora che cominciò la visione. Si stava perdendo in un mare di forme indistinte che fluttuavano in un falso vuoto completamente colorato di azzurro tenue, quando sentì la vellutata voce di Vera che iniziava a trasmettere le prime informazioni.

 

<Dottor Amilcare Steri, anni quarantuno.>

<Trova immagini archivio. Scuola, Servizio Militare, Ufficio personale Ministero Salute Collettiva.>

<Riporta e organizza.>

<Scomparso.>

<Confronta immagini recenti ultimi cinque giorni. Trova, confronta, organizza, estrai.>

 

Passò un tempo indefinito, che l’orologio quantificò in alcuni secondi.

Il colore in cui erano immerse le loro menti variò dall’azzurro tenue all’indaco, mentre il cervello artificiale di Cassandra svolgeva la sua ricerca.

Una voce leggermente acuta si intromise in quel mondo silenzioso provenendo dal nulla.

 

<Trovate immagini archivio. Mancano informazioni su dati recenti. Ultima immagine disponibile uscita ospedale tre giorni fa.>

 

La voce di Vera intervenne.

 

<Ripeti ricerca.>

<Immagini ultimi cinque giorni, confronta con ultima disponibile. Trova tutte anche non in perfette condizioni.>

 

Attesero nuovamente alcuni secondi prima che Cassandra si decidesse a intervenire.

<Mancano dati. Immagini non disponibili.>

<Impossibile> insistette Vera.

<Riorganizza. Variazione lineamenti per incidente. Cerca su tutto.>

<Trova immagini recenti.>

 

L’atmosfera divenne blu scuro mentre trascorrevano alcuni minuti, poi il responso della macchina li raggiunse.

 

<Non ci sono immagini o documenti disponibili.>

<Jessica hai qualche idea?> chiese Vera con tono sensuale.

 

Prima che la collega potesse rispondere Ugo decise di intervenire nella conversazione.

 

<Ho una domanda.>

<No Ugo, non puoi intervenire.>

 

L’ordine impartito dalla donna fu praticamente ignorato e il giovane riprese immediatamente a parlare.

 

<Modifica connotati esteriori. Elimina capelli, ricopri testa con colore cangiante. Aggiorna. Cerca immagini.>

 

Percepirono una leggera vibrazione, mentre il colore dell’ambiente virò rapidamente al rosa per portarsi successivamente al rosso tenue e quindi al rosso scarlatto. La vibrazione aumentò per alcuni secondi per poi stabilizzarsi a un livello intermedio.

Ugo cominciò a percepire un certo disagio come se la sua mente fosse invasa da problemi troppo grossi per essere risolti. Un senso di depressione lo pervase annullando lo stato di benessere in cui era immerso.

Passarono due minuti eterni, poi il colore cominciò nuovamente a mutare riportandosi sulle tonalità usuali e lo stato di tensione mentale scomparve.

 

<Trovate immagini. Concludere collegamento.>

 

Rapidamente il corpo del giovane riprese il suo stato sensoriale abituale e mentre apriva gli occhi fece in tempo a vedere la mano di Vera che piombava come una mazza sul suo volto. Il colpo che ricevette lo fece cadere dalla poltrona, rimbombando all’interno della scatola cranica con la forza di un martello pneumatico.

«Sei un imbecille. Ti avevo ordinato di non intervenire» la voce del commissario aveva perso ogni sfumatura vellutata.

Ugo si ritrovò rannicchiato a terra con gli elettrodi che lo tenevano vincolato al macchinario. Vedeva il corpo nudo della donna che lo sovrastava, mentre lei si apprestava a colpirlo con un calcio allo stomaco. Precipitò in un leggero stato confusionale, mentre sentiva i rumori indistinti di una colluttazione. Quando si riprese, alzandosi vide le due investigatrici che lo stavano osservando. Jessica tratteneva Vera che pareva infuriata.

Cercò di giustificarsi: «Non… non pensavo di fare danni.»

«Ti avevo ordinato di non intervenire. Dovevi! Dovevi stare zitto!» urlò il commissario accennando a scagliarsi contro il malcapitato.

Le braccia solide di Jessica le impedirono il movimento.

«Calmiamoci, il peggio è passato. Cassandra, pur essendo molto provata, non ha subito danni e ci ha fornito le immagini che cercavamo.»

Vera trasse un profondo respiro, che fece innalzare i suoi seni abbondanti, poi indicò ai compagni il tavolo invitandoli a sedersi.

Ugo non si mosse.

Jessica lo prese per un braccio trascinandolo verso una sedia.

«Non potremmo vestirci? Non riesco a pensare quando sono imbarazzato» chiese il giovane con tono piagnucoloso.

«No!» Vera sembrava ancora imbestialita.

«Muoviti, non è il momento di fare il difficile» lo riprese Jessica obbligandolo a forza sulla sedia più vicina.

Passarono alcuni secondi in assoluto silenzio, mentre il commissario cercava di riacquistare la calma e Jessica pazientemente ingrandiva le immagini che erano comparse sui due schermi a parete.

«Non ti devi mai più permettere di ignorare un mio ordine quando siamo in fase di collegamento. Se lo fai un’altra volta ti ammazzo.»

Ugo deglutì preoccupato.

«Adesso smettila,» intervenne Jessica, «fortunatamente non è successo nulla di grave.»

«Non è successo nulla di grave?!» la riprese la collega con tono rabbioso. «Secondo te arrivare in campo scarlatto vuol dire che abbiamo operato per il meglio? Ancora un aumento di gradazione e saremmo arrivati al carminio. Lo sai cosa vuol dire?»

«Sì, lo so. Abbiamo rischiato di danneggiare perennemente i nostri cervelli e con loro anche il cervello artificiale. Siamo stati a un passo dal caos confusionale.» Jessica parlava con calma cercando di raffreddare gli animi. «Il primo collegamento è sempre pericoloso. I novizi non riescono a rendersi conto delle implicazioni che una semplice domanda può provocare quando si è in condizione di simbiosi. Forse ti sei dimenticata come fu il nostro primo collegamento.»

Vera sorrise maliziosamente al ricordo di quanto era successo.

«L’istruttore mi prese a manganellate, dopo la mia domanda. Ed è quello che farò io con questo mentecatto se non deciderà di rigare diritto.»

Ugo annuì con occhi spalancati.

«Perché ti è venuto in mente di porre quella domanda in quel modo?» chiese Jessica rivolta al giovane.

Lui non rispose.

«Rispondi imbecille!» intervenne Vera, questa volta con forzata e non spontanea ostilità.

«Cassandra non trovava immagini. Mi sembrava impossibile che non ne esistessero. Per cui ho pensato che qualcuno, forse conoscendo la base del metodo investigativo, avesse camuffato lo scomparso in modo da renderlo talmente anticonformista da non essere riconosciuto da Cassandra. Ragionando su questa ipotesi ho creduto che una trasformazione semplice da eseguire ma altamente anticonformista fosse quella di radersi a zero i capelli, colorandosi in seguito il cuoio capelluto.»

«Ha ragione, la moda ufficiale impone agli uomini chiome folte rigorosamente di tre colori: biondo, nero o castano. Il rosso è tollerato ma è interpretato come leggera deviazione di asocialità. Il calvo non deve esistere nella nostra società. Ti ricordi lo slogan della campagna dello scorso anno promossa dal ministero della salute collettiva? “Un calvo non farà mai carriera senza i suoi capelli.”» confermò Jessica divertita.

«Una immagine così anticonformista ha portato lo sgomento nel cervello artificiale di Cassandra. Abbiamo rischiato molto. Fortunatamente ci è andata bene. Visioniamo le immagini, se veramente è successo quello che ha ipotizzato Ugo siamo di fronte a un caso molto più complesso del previsto e questa sarà una cosa di cui preoccuparsi seriamente» concluse Vera spostando lo sguardo sugli schermi illuminati.

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