GAIA E IL MONDO DI LA di Andrea Mattioli

Prezzo di listino 16,15 incl.VAT

  • In copertina: Ombre e luci a Milano, opera grafica di Andrea Gatti, collezione privata.
  • ISBN: 9788897382454
  • Pagine: 334
  • Prezzo di copertina: € 19,00
  • Genere: romanzo psicologico, romanzo d’amore.
  • Ambientazione: Milano
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  • Lo puoi ordinare in tutte le librerie Mondadori e Feltrinelli grazie a una convenzione con Libroco, in tutte le librerie IBS-Libraccio, Ubik e in tutte le librerie indipendenti grazie a una convenzione con Fastbook, in tutte le cartolibrerie grazie a una convenzione con Centro Libri Brescia.
COD: 9788897382454 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Dubbio da cinque lettere: sesso o amore?

Matteo Brusco, cinquantenne avvocato di successo a Milano, ha seri problemi: beve, si droga, è dipendente dal sesso. Non conosce l’amore, quello con la A maiuscola anche se convive con Elisa, una bionda con la quale ha due figli che studiano all’estero. Matteo è malato di anedonia, un disturbo psicologico che non gli fa apprezzare nulla fino in fondo. Ha un amico psichiatra, ma ai suoi consigli preferisce quelli di un altro amico: Jack Daniel’s. Una sera, causa un incontro di lavoro, conosce Gaia: i suoi occhi neri e profondi gli sconvolgono l’animo. Pochi giorni dopo, una sua cliente muore in circostanze misteriose e il romanzo si tinge di giallo e di colpi di scena. Andrea Mattioli ci propone il racconto intimistico e sconvolgente, dal ritmo serrato, della caduta agli inferi di Matteo, stereotipo del lombardo d’oggi, dove l’Amore sembra l’unico appiglio per l’inizio di una risalita e una possibilità di redenzione.

Andrea Mattioli

Andrea Mattioli vive e lavora in provincia di Modena. In passato ha scritto e cantato le proprie esperienze con una rock band; sciolto il gruppo decide di utilizzare l’estro in pensieri più complessi. Dopo Il mistero dell’Okapi (Forme Libere 2016), Gaia e il mondo di là (WLM 2019) è il suo secondo romanzo, ma non si fermerà: è già al lavoro sul prossimo.

Leggi l’anteprima!

ANDREA MATTIOLI

GAIA

e il mondo di là

La storia che state per leggere prende ispirazione da fatti realmente accaduti, ma è scientificamente provato che esseri umani simili possono reagire allo stesso evento perfino in maniera diametralmente opposta. Personaggi e vicende sono frutto della mia fantasia.

Tutte le azioni e le relative reazioni che compiamo dipendono dall’armonia di fattori antitetici in eterna lotta per il predominio su di noi. Si tratta più in generale del primordiale antagonismo tra forze contrastanti come bene e male, sole e luna, acqua e fuoco, luce e ombra, amore e odio. Ogni soggetto può decidere da che parte stare, ma la scelta è possibile fino a quando gli elementi rimangono ben distinti. Trascorriamo la maggior parte del tempo nel tentativo di equilibrare ciascuna al meglio, ma il vero problema nasce quando il contrasto si sposta all’interno della nostra psiche: è lì che le contrapposizioni perdono risoluzione e la stabilità personale inizia a vacillare. In un contesto disturbato gli ordinamenti che regolano le nostre vite cessano di esistere lasciando spazio al caos, alla derealizzazione e all’anestesia emotiva.

Nella società moderna gli estremi sono talmente vicini da arrivare a confondersi e il disordine mentale che ne consegue è il catastrofico effetto a cui andiamo incontro. In questo romanzo non ho fatto altro che immedesimarmi in un soggetto caduto in questo gorgo infernale, documentando il modo in cui la sua vita è stata sconvolta da eventi che potrebbero sembrare incredibili ma che tali non sono; al termine della lettura saprete perfettamente cosa si prova e imparerete a non commettere gli stessi imperdonabili errori riuscendo così a vivere un’esistenza più serena.

Andrea Mattioli

 

INCIPIT

7 lettere

come scopare, pippare, leccare

È buio, c’è silenzio e sono solo: intravedo qualcosa di orrendo.

Probabilmente è il momento più tetro della mia vita. Tremo, potrei crollare da un momento all’altro. La peggiore rappresentazione del male mi sta aggredendo, è la più cruda visione di sempre quella che sta frantumandomi. Vorrei scomparire, ma non so nemmeno dove mi trovo. Mi manca il respiro. Annego nel vuoto d’aria più profondo che abbia mai provato. È una sensazione terribile, ho la bocca secca e le tempie pulsano come uno squallido cazzo davanti a una troia da due soldi rimorchiata chissà dove. Però non è piacere e nemmeno fottuto desiderio, ma soltanto un maledettissimo e oscuro gorgo di terrore che mi sta trascinando all’inferno. Apro la bocca alla ricerca di ossigeno per alimentare gli ultimi brandelli del mio cervello spappolato. Un secondo fa ero euforico e felice, la sensazione che tutto fosse possibile permeava il mio corpo e la mente era invasa da un ottimismo smisurato. Le idee e i pensieri si accavallavano così rapidi che faticavo a seguirli. Non avevo fame né sete, non ero stanco, mi sentivo immortale ed ero pronto a lanciarmi dal ventesimo piano senza paracadute.

Ero Dio.

Tutto poi è diventato inutile e vano.

Come la morte.

Cerco di riprendermi e mi costringo a pensare di stare meglio. La tempesta è sfilata davanti a me come uno stormo di frecce tricolori impazzite e mi sembra trascorso un millennio da quella visione. È quasi normale, mi è già capitato, ma questa volta è stato molto più forte del giorno in cui mi hanno ricoverato. Ricordo di essere uscito dall’ufficio in anticipo, perché non avevo più voglia di lavorare. Camminavo per strada, ubriaco come al solito, sigaretta accesa sotto al naso ed ero felice per aver speso la giusta somma per una procace amichetta. Poi è arrivata la tenebra, il mondo diverso, l’altro me stesso.

A due anni di distanza riesco ancora a sentire il sibilo della sirena dell’ambulanza che mi ha soccorso. Era una fredda serata di marzo. All’ospedale mi raccontarono che i sanitari erano stati chiamati perché apparivo investito dalla forza di una missione celeste: la Vergine Maria — toccò proprio a lei redimermi dopo una scopata meravigliosa — forse si era presa la briga di darmi il compito di “fare del bene”.

Premetto che non sono mai stato un credente, ma sembra che all’inizio di questa missione divina fossi per strada a dispensare monete ai passanti, poi, verso le dieci di sera, mi sono buttato nella fontana di piazza Castello passando alla distribuzione dei soldi di carta. Non conosco il motivo. Forse qualche giorno prima avevo visto La Dolce Vita in cui Anita Ekberg e Marcello Mastroianni si incontravano nella fontana di Trevi? Ero tutto bagnato, c’era un clima rigido, ma i soldi erano finiti, così ero andato al bancomat a prelevare il mio limite giornaliero: 2000 euro. Mi sentivo felice nel dare. Sono tornato nella vasca tentando di imitare Gesù, ma i miei piedi affondavano e senza avvertire freddo ho continuato a lanciare banconote. Incredibile! Stavo regalando i miei averi proprio a odiati ominidi color Nutella! Lo spettacolo è andato avanti fino a quando la carta moneta non è finita: in quel preciso momento le luci di un’ambulanza illuminarono la fontana in un memorabile gioco di zampilli azzurri. Sembrava che l’Italia avesse vinto i Mondiali!

Mi portarono invece al pronto soccorso mentre io pensavo di essere sul set di Zeffirelli per girare il sequel di Gesù di Nazareth. Io sono un avvocato, non un attore. E non sono mai stato in Israele. Non sopporto gli ebrei, non potrei mai perdonarmelo. Non mi sono subito reso conto di trovarmi in psichiatria, ma grazie al ricovero, uno specialista mi diagnosticò senza ombra di dubbio un disturbo bipolare. Da allora avrei dovuto assumere farmaci per regolare l’umore ed evitare ricadute, ma ho preferito curarmi con sesso whisky & coca. Quella in polvere ovviamente.

Il mio fastidio ha due facce: ci sono momenti di estrema euforia seguiti da profonde depressioni, ma i tempi non sono prevedibili come del resto nemmeno gli intervalli. La crisi in piazza è stato il ridicolo picco di una delle mie fasi euforiche, ma almeno da quella sera mi sono reso conto di avere un problema. Prima alternavo esaltazioni durante le quali mi sentivo impavido e sicuro a profondi periodi di sconforto in cui provavo un vero e proprio disprezzo verso me stesso e la vita in generale. In quei momenti non avevo interessi e mi chiudevo in ufficio bevendo per tutto il giorno per spostarmi poi in un bar e continuare la terapia sorretto dal bancone. Mi hanno prescritto antidepressivi in dosi da cavallo, ma non li prendo perché abbassano la concentrazione e non potrei più svolgere il mio lavoro. Ho letto che generano fasi di up and down ancora più violenti di quelli che già mi aggrediscono. Esistono anche farmaci specifici che regalano una sorta di calmo mare emotivo; prima o poi però il ciclo ritorna ed è come se nulla fosse. È un fastidio ambiguo, una disastrosa larva che ti consuma dentro, ma è proprio ciò che mi ha reso diabolico.

Prima di una crisi estrema vivo in una sorta di Nirvana in cui mi sento Dio. Sono sensazioni che mi permettono di lanciarmi in sfide professionali impossibili: vincendole ho raggiunto successi memorabili. Quanto più la gara è dura, tanto più mi attira e mi sforzo per vincerla. Dormo pochissimo e se non sono sbronzo lavoro sicuro e concentrato, non mi sento mai stanco e non ho paura di niente — in questo la coca aiuta —. Controllo l’ora in modo ossessivo, passo il pettine sui capelli sempre nella stessa direzione rendendomi conto che la mia autostima rasenta la megalomania. Voglio impormi su tutto e su tutti, non mi sento mai fuori luogo e nemmeno malato e soprattutto provo sempre un gran bisogno di piacere e del piacere.

Devo piacere a tutti, ma soprattutto “a tutte”.

Questo desiderio mi porta a essere ossessionato dal sesso. Adoro farlo spesso e in ogni luogo, ci provo con tutte le belle donne che mi passano a tiro e se non riesco a scoparle gratis, allora le pago. Ho frequentato locali per incontri e club per scambisti anche se, paradossalmente, vorrei essere considerato un inguaribile romantico. Faccio avances spudorate alle clienti più carine dimenticando di avere una compagna. Guido, un mio amico psicologo, ha detto che tutto questo fa parte della mia malattia: la maggior parte dei soggetti bipolari vive una sessualità compulsiva. Cerco di conquistare una preda soltanto per soddisfare una sorta di bisogno animale.

In alcuni momenti perdo la ragione, non sono più me stesso. Divento una bestia e non ho più freni né controllo. Devo possedere il loro corpo, le desidero, le voglio, devono essere mie fino in fondo, fino all’ultimo respiro come se non ci fosse un domani.

Ed è proprio il corpo senza domani di una di queste ragazze quello che mi appare in questo momento. È carina ma immobile, non respira, è un cadavere e io non scopo con la morte. Qui non c’è più nulla da fare per me. Scappo, mi eclisso, sono terrorizzato e cerco conforto nell’ora, ma al mio polso non trovo l’orologio. Sospiro sgomento. Non capisco. Non posso essere stato io a combinare questo disastro. Tremo, balbetto aria da labbra impaurite. Mi giro, ma è buio, non vedo niente se non il corpo freddo illuminato da una chissà quale luce miracolosa. Vorrei fuggire nel mondo di là, quello dove vive l’altro me stesso, ma ho paura. Troppa paura.

Ora che faccio?

Per cominciare tornerò indietro di qualche giorno.

Forse sarà più semplice capire.

1

Lunedì Ore 20:23

2 + 0 + 2 + 3 = 7

come LIBERTY

Versa una lacrima di Macallan Lalique, infiamma una Treasurer, sniffa in compagnia di una provocante escort e scopala. Quando ne avrai abbastanza, indossa il tuo comodo Kiton, rimettiti le tue belle Testoni di coccodrillo, esci dal cinque stelle pagando in contanti e avvia il rombante otto cilindri da trecentottantacinque cavalli. La cosa più importante è godersi l’intensa armonia che queste fantastiche distrazioni sprigionano: non c’è niente di più bello al mondo!

Io adoro questi suoni, li amo, li bramo, li desidero, li voglio e fortunatamente li possiedo dominandoli. Mai e poi mai potrei staccarmi da loro, preferirei la morte. Sono lussi costosi, privilegi riservati a pochi, non alla melma plebea che insozza il mondo. Ma anche questa sontuosa esclusività ha un rovescio: solitudine. Purtroppo, contrariamente alle mie prime istintive considerazioni, analizzando meno superficialmente questa condizione mi sono reso conto che è uno stato più mentale che fisico e per sopportarlo bisogna essere forti.

Io non lo sono.

Però ho una fortuna: vivo nella città che meglio si adatta alle mie esigenze. Milano da bere solleticava lo storico spot di un famoso liquore. Sì, bere e ubriacarsi di alcol, sesso e droga. Il capoluogo lombardo non è solo un sacco di gente che va sempre di corsa per sbrigare faccende spesso inutili. Qualcuno, a volte, scopre inavvertitamente di possedere un’anima e per quelle smarrite come la mia c’è un luogo speciale in cui ritrovarsi: il Duomo. Oltre a essere un monumento straordinario, è un insieme di tanti angoli appartati che a volte sfrutto per impolverarmi il naso. Lì sono proprio al mio posto: mi sento veramente Dio. Non posso resistere al richiamo. A volte è assolutamente indispensabile farlo, anche se sono sicuro che potrei compiere tanti altri sforzi per migliorarmi. Però, prima di ogni altra cosa, farei bene a diventare equilibrato, altruista, generoso, ma soprattutto dovrei rafforzarmi per resistere agli impulsi malvagi. Però non ci riesco: sono fragile e spesso cado in tentazione. Sì, perché il mio avversario è un’entità subdola e potente chiamata Vizio. È un’essenza che molti borghesi confondono più o meno involontariamente per l’espediente basilare nel differenziarsi dalla massa. C’è chi è convinto che esistano passatempi giusti per gentiluomini in carriera e perversioni sbagliate per persone allo sbando, capricci permessi agli adulti e depravazioni vietate ai minori. Per convenzione, il vizio è un illecito passatempo che degrada la vita, però mai la propria. Generalmente consideriamo le nostre debolezze come semplici e indispensabili divagazioni da una vita stressante e piena di sacrifici. Per certi boriosi eruditi esiste un vizio caratteristico e distintivo capace di contagiare la classe che più se lo merita, a parte, ovviamente, quella a cui appartiene.

Il mio nome è Matteo e faccio l’avvocato. All’inizio la mia vita era piena di ristrettezze poi mi sono arricchito giustificando ogni mia leggerezza come l’imprescindibile sostegno per resistere all’impervia e faticosa scalata sociale. Se rifletto, mi rendo conto che non è così, i vizi sono astuti, più furbi di tutti, delle donne, degli uomini e forse anche di me. Sono democratici e orizzontali, cioè colpiscono ogni classe sociale. Puoi drogarti con cocaina purissima o pasticche da pochi spicci, puoi sputtanarti un misero salario al lotto avvolto in una bisunta tuta da lavoro o perdere milioni al casinò in giacca e cravatta, puoi scopare escort di lusso o donne di strada, puoi gustare Champagne o sbronzarti con vino del brick, ma rimarrai sempre uno schiavo, poco importa se drogato, scommettitore, puttaniere o alcolizzato.

E quindi rieccoci al punto di partenza: una Milano da bere e ubriacarsi, ma non in solitudine perché, come detto, io sono un debole e se fossi solo non avrei nessuno a cui addossarne la colpa, per cui preferisco farlo in compagnia e per i momenti in cui proprio non riesco a trovarla ho imparato a crearne una che non mi lascia mai. Immaginate piazza del Duomo o via della Spiga senza un’anima che vi risieda o che la percorra. Una città stupenda a esclusiva disposizione di un singolo essere umano. Sì, bella storia, ma solo per dieci minuti. Dopo pochi secondi vi stanchereste di contemplare le forme architettoniche che avete sempre guardato senza mai vederle sul serio, dopo un caffè celestiale sareste infastiditi dal sapore troppo tostato di una bevanda che in verità non avete mai gustato fino in fondo. Potrei proseguire con migliaia di esempi, ma il succo del discorso è semplice e chiaro: che piacere si prova a possedere qualcosa senza potersene vantare col resto del mondo?

Non si può, non provereste alcun gusto.

Io lo so come andrebbe a finire: mi annoierei, tanto, tantissimo, cadrei in preda a una monotonia mortale. E con la noia arriverebbero i vizi, e con i vizi non farei altro che aggravare la mia condizione. Un terrificante vortice di cause ed effetti che mi trascinerebbe verso l’abisso, stritolandomi tra le più tenebrose angosce delle mie tante ossessioni. Bisognerebbe essere forti e resistere, se necessario combattere uscendo vincitore, ma come ho già detto io non appartengo a questa categoria.

Chiaro, chiarissimo.

Bene, benissimo.

E invece no.

È un male e fa malissimo!

Ora sapete qual è il mio stato d’animo in un giorno qualsiasi.

Sì, è proprio così: oggi è una giornata qualunque, un giorno noioso, esattamente come tutti gli altri. È un giorno in cui io, l’uomo delle certezze, continua a ripetersi, senza crederlo, che Milano è una città bellissima anche per gente ingombrante e diversa da me: per i senzatetto, per gli immigrati, per persone dal lavoro umile, stupido, ripetitivo e sottopagato. Sto cercando di convincermi di cose a cui non darò mai credito ed è un’impresa difficile, anzi al limite dell’impossibile. Così, come sempre davanti alle sfide più ardue, decido di appoggiarmi al mio più valido alleato, all’amico sempre pronto a rimanere al mio fianco per recuperare le convinzioni di un onesto padre di famiglia. È straniero, ma parla perfettamente la mia lingua, anzi la mia gola, o meglio, il mio stomaco e le mie vene. È americano, del Tennessee, più precisamente Lynchburg e ha un nome composto: Jack Daniel’s.

Quindi, in un giorno che ormai non lo è più, mi ritrovo seduto in un bar fingendo di lavorare. È una finta a esclusivo uso e consumo di Elisa, cioè colei che chiamo moglie ma che tale non è. Sì, perché io non credo alle mie menzogne, anzi so che ho staccato da un pezzo e come al solito finirò per ubriacarmi. Sì, tutto proprio come al solito, appunto così, una noia mortale che mi attira verso le piccole e indispensabili divagazioni da una vita fatta di sacrifici stressanti, molto stressanti, troppo stressanti.

Tra un sorso e l’altro esco a fumare, ma non trovo l’accendino. Così bestemmio senza ritegno, come faccio sempre, con il mio classico comportamento, troppo classico, schifosamente classico, esageratamente classico, proprio come un inutile frac. Chiedo da accendere al primo che passa e, mentre il gusto sublime del tabacco mi avvolge in una nuvola di benessere, ecco che squilla l’I-Phone.

È un numero privato.

A quest’ora!?

Altra bestemmia, questa volta convinta, oserei giustificabile. Anzi giustificata.

«Sì?» farfuglio con la voce impastata.

È una donna. Parla lentamente, a voce bassa, più meridionale che di Milano, molto più a Sud. Chiudo gli occhi immaginando una disperata casalinga di mezza età con baffetti e basette più che accennate. Chi le avrà mai dato il mio numero!? Tra il frastuono del traffico impazzito e l’alcol che vortica nelle mie vene ancora più veloce, non capisco una beata vocale. Fisso Jack poco distante da me, perplesso, poi la tipa avvicina il suo slang alla lingua italiana e finalmente odo il nome di un importante cliente: sto parlando con la segretaria di un certo Bonucci, motivo ancora sconosciuto. Dice che vuole vedermi immediatamente. Mi infurio, odio lavorare a quest’ora e per di più senza preavviso. Jack capisce il mio stato d’animo e rientra nel locale ridendo delle mie sfighe: «Che amico del cazzo!» biascico fissando la paglia disorientato.

Lei mi chiede: «Cosa?»

«Niente, niente» taglio corto aspirando un metro cubo di nicotina. La brace mi arriva a pochi millimetri dal naso.

Lei tace. Bene, magari molla la presa, poi all’improvviso attacca di nuovo: «Ci vediamo all’hotel Liberty alle otto e mezza.»

Odio tutti gli ordini che non escono dalla mia bocca, così sospiro furente passandomi la mano sulla fronte e comincio a ondeggiare come un pupo siciliano in preda alle convulsioni. No, non voglio, non posso accettare questa sottomissione, ma il suo capo è un cliente pieno di soldi e quindi non ho scelta. Mi incazzo, fisso il telefono e mi preparo a lanciarlo.

«Avvocato?»

Ancora! Ma porca puttana, non riesce proprio a smetterla, questa.

«Sa dove si trova?»

Lo so benissimo dove mi trovo! Bestemmio ancora. Sono nel fottuto mondo di qua dove tutto è assurdo e dove i rompicoglioni non la smettono mai di fare quello per cui sono nati. Non ne sono sicuro, però: forse tutto questo nervosismo è colpa di Jack — o del desiderio di un altro bicchiere?! Ultimamente perdo le staffe troppo rapidamente, ma devo farlo in silenzio, perché se perdessi il cliente i miei soci mi azzannerebbero come iene impazzite. Così abbasso le palpebre tuffandomi nella pace meravigliosa.

«Pronto?!»

No, non sono pronto! Lasciami vivere, per Dio!

«Pronto!» Ancora.

Il sibilo mediterraneo mi trapana l’orecchio come una trivella dei pozzi lucani. Riapro gli occhi. Cristo Santo, ma dove mi trovo? Mi guardo intorno invidiando quel maledetto bastardo di Jack che se la spassa senza di me dentro al locale. Pieno di rabbia distolgo lo sguardo mentre la tipa mi sillaba l’indirizzo.

«A tra poco» termino incazzato la telefonata, quindi dichiaro al mondo il mio disappunto con un selvaggio: «VAFFANCULO!»

Mi giro pieno di rabbia scontrandomi con un vucumprà che accompagna per mano un nanetto del suo stesso colore. Con l’altra zampina il piccolo stringe la cordicella di un palloncino bianco che mi sbatte sul naso. Squadro il moccioso mostrandogli i denti e con la cicca faccio scoppiare la sua mongolfiera in miniatura. Il vermiciattolo color Nutella inizia a frignare mentre il padre mi si scaglia contro come se gli avessi stuprato il marmocchio.

Lo fisso sprezzante e sussurro gaudente: «Non si abbinava al colore della pelle.»

«Fangulo razista di me*da!» inveisce, poi se ne va strattonando il nano nato dal suo sperma di classe inferiore.

Da persona educata li saluto civilmente: «Non è colpa mia se il Signore vi ha fatto scuri.»

Faccio per rientrare, ma qualcosa mi blocca. Rifletto qualche secondo. Cazzo! Mi stavo dimenticando che ho un maledetto appuntamento con un’altra immigrata. Non devo andare troppo lontano: trecento metri, sono solo trecento fottutissimi metri! Sembrerebbero pochi, ma nelle condizioni in cui mi trovo dubito di potercela fare. Bestemmio e mi incammino svogliatamente mentre l’orologio della farmacia dall’altra parte della strada segna le 20:23; 2 + 0 + 2 + 3 fa 7.

Come sempre inizio ad annaspare mentalmente alla ricerca del nesso.

Duecentocinquanta metri dopo (2 + 5 + 0 = 7, ancora!) lo trovo nella dannata scritta al neon.

Ecco le sette lettere che si stanno burlando di me: Liberty.

Che maledetta presa per il culo!

 

2

Lunedì, ore 20:33

2 + 0 + 3 + 3 = 8

come INCONTRO

Sospiro sul marciapiede pieno di rabbia e alcol. Sbuffo incazzato, rifletto e bestemmio, poi mi apparto nel vano di un portone per un’unghia di coca. Sniffo nervosamente. Questa sì che è roba buona! In un secondo la botta arriva a bersaglio, scuoto la testa e riemergo in strada. Mi trastullo le narici infuocate sentendomi finalmente sereno, ma questo appuntamento proprio non ci voleva, se non sbaglio avevo altro da fare.

Guardo l’agenda del cellulare ma non trovo nulla. Mi concentro, provo a ricordare, ma è peggio che guidare di notte senza fari. Stramegacazzo! Troppa bamba o poca? Il mio Rolex segna le 20:33 e così comincio a fare conti su conti per capire ciò che mi aspetta: 2 + 0 + 3 + 3 fa 8 come incontro sgradito e inatteso.

Nulla di buono all’orizzonte.

Il mio umore sta sprofondando nonostante la chimica nasale. I passanti mi fissano. Me ne sbatto e continuo ad arrancare come un condannato a morte. Il mio è un incedere lento, goffo e impacciato con la mente impigliata nell’allucinata rappresentazione di terribili torture a cui sottoporre la baffuta segretaria colpevole di avermi distolto dai miei imprescindibili impegni alcolici.

Giunto a pochi metri comincio a gustare il sapore del suo sangue, ma purtroppo il cellulare suona di nuovo. Mentre lo afferro, nella mia impalpabile mente annegata nel whisky on the rocks, affiora un cubetto di ghiaccio, bianco come la coca e grande come l’iceberg che affondò il Titanic: vaffanculo, merda e cazzo! Ecco cosa dovevo fare! E sono terribilmente in ritardo!

Il display segna le 20 e 40. 2 e 4 fa 6 come dovere, tesoro e moglie, mentre il doppio zero non è altro che la mia voglia di risponderle. Bestemmia zoofila sostenuta dalla smorfia che farei con la squadra del cuore pronta a giocarsi la finale di Champions e lei che si inventa un’irrinunciabile cenetta romantica. Elisa non ama il calcio, ma vanta un’invidiabile dote: mette in pratica i principi di questo sport meglio di Ancelotti. Infatti, precisa ed elegante come un Pallone d’Oro, ecco che utilizza la regola principe: la miglior difesa è l’attacco.

«Dove cazzo sei?!» sbraita.

«Ciao, sto per incontrare un cliente» replico mentre attraverso la strada distratto.

«A quest’ora?!»

Proprio come nella peggiore saga fantozziana, un imbecille a folle velocità quasi mi investe sfondandomi i timpani con il clacson più potente della galassia.

«In mezzo alla strada!?»

In una surreale immaginaria partita di calcio mi troverei sotto di un gol. Palla al centro e fischio dell’arbitro, ora dovrò pareggiare. Non resisto, non posso farlo e quindi cedo al desiderio di bestemmiare, ma lo faccio con il pensiero, poi provo a inventarmi una stupida scusa: «No, è che… ci sto andando.»

«Come?! Ti ricordo che alle nove e mezza siamo alla cena di beneficenza del Comune!»

Vaffanculo, merda e cazzo! Ecco l’appuntamento! Anche ‘sta volta sarà colpa di Jack, mettiamola così. Elisa però ha decisamente sottolineato siamo: voce del verbo essere, prima persona plurale, cioè io e lei. Questo è un altro gran bel tiro da fuori area! Suo, purtroppo.

«Certo amore» provo a calmarla con voce più soave dell’omonimo vino, poi candido come una striscia le suggerisco: «Vai in taxi che io ti raggiungo dopo, al ristorante.»

Conclusione insidiosa deviata dal palo. Dandomi un mossa forse — un forse molto improbabile — potrei arrivare puntuale. Nell’immaginaria sfida calcistica siamo alla fine del primo tempo, il tabellone segna 1 a 0 e le due squadre tornano negli spogliatoi per bersi un insignificante quanto analcolico tè. Nell’intervallo dovrò rivedere la tattica e stimolare lo spirito di squadra.

Entro al Liberty e mi fiondo verso un anonimo bancone privo di alcol e pieno di chiavi. Mi ancoro per non cadere e pongo la mano prudentemente davanti alla bocca per non anestetizzare i due tipi che mi si parano davanti. Inizio un discorso strampalato che però quelli, in giacca e cravatta, non ascoltano: rimangono a testa bassa e continuano a digitare su maledette tastiere nere come la coppia di coglioni col palloncino.

Arriva una ragazza giovane, bianca e carina, da 1 a 10 un bel 7, lo stesso numero di lettere del verbo scopare, il più bello del mondo. Le sorrido, ma mi accorgo di non sapere il nome della persona che debbo incontrare. Merda! Ovviamente è ancora colpa di Jack, è sempre colpa sua! Mi cimento nell’improbabile tentativo di uno sguardo seducente, proprio come se fossi lì per invitarla a cena, poi chino la testa di lato, ma non attacca.

Forse è lesbica.

Mi stacco dalla reception con un moonwalk alla Michael Jackson. Direi che ho bevuto abbastanza. Prometto che smetterò, ma non oggi. Bisogna che mi decida, prima o poi devo farlo. Lo farò, di sicuro. Dai, diciamo forse, anzi, non lo so proprio… E se lo facessi sul serio? Ce la posso fare, dopo tutto possiedo un self control straordinario: a colazione non ho mai bevuto più di un gin tonic e la coca è solo uno svago, non ne sono dipendente.

Mi guardo intorno. Nelle poltrone della hall nessuna donna baffuta, solo tre uomini e una figa da urlo che mi squadra, sorride e si alza venendomi incontro. Madonna! È un’adorabile ninfetta. E che gnocca! Riassetto giacca e cravatta, stiro le labbra tronfio ma lei mi sorpassa leggiadra come una puledra al traguardo del Palio. Scuoto la testa con due occhi grandi come un divieto di sosta, poi mi giro e la osservo baciare un giovane dell’età di Berlusconi. L’amore è cieco e il denaro non conta: me lo hanno sempre detto da piccolo però ho capito solo ora l’antifona. Peccato, anzi no! Quando avrò gli anni di quel giovincello, un miracolo simile potrebbe capitare anche a me! Li fisso e mi calmo rendendomi conto dall’accento che si tratta di una Svetlana a gettone, così il sorriso risorge sulle mie labbra profumate di spirito americano da 40 gradi. Chissà quanto ci spenderebbe il mio amico che commercia bestiame. Una sera mi ha confidato che quello che guadagna col seme di animali di razze pregiate lo sputtana per spargere il suo.

Che assurdità nel nome del cazzo!

Guardo l’orologio. Sono in super ritardo e un dubbio tremendo mi prosciuga il cervello: meglio morire per mano dei soci o di colei che chiamo moglie? Mi torturo la mente per qualche secondo, poi decido: scelgo Elisa, preferisco finire in bellezza, un uxoricidio avrà sicuramente più risalto!

Qualcuno mi tamburella alla spalla e mi giro scocciato.

«Avvocato Brusco?»

«Sì.»

«Piacere, sono Gaia, la segretaria di Bonucci. Ci siamo sentiti al telefono.»

Esplosione nucleare!

Sto davanti alla più potente folgorazione sessuale che mi sia mai capitata. È uno squarcio di luce sfavillante che abbaglia una vita buia, noiosa, leggerissimamente alcolica e con qualche fiocco di neve.

All’improvviso vengo investito dalla netta sensazione che d’ora in poi tutto cambierà e per sempre. Infatti il tempo si ferma, il respiro si blocca e il mondo decelera così velocemente che a un certo punto inizia a girare al contrario. Altroché terrona pensionata e piena di peli! Le stringo la mano sognando di poter fare la stessa cosa con ogni parte del suo corpo, poi mi immobilizzo. Non riesco a parlare. Deglutisco a fatica e strizzo gli occhi come se il raggio di un UFO mi stesse prelevando dalla superficie terrestre. La contemplo come un’opera d’arte, sì perché ogni altro comportamento per un maschio eterosessuale sarebbe inammissibile. Niente baffi e basette, ma due tette supersoniche con un vitino da vespa avvolto in un tubino nero. Trent’anni circa. Carina, molto carina, anzi bella, bellissima, magnetica. Capelli corvini e lisci come il filo a piombo. Mi hanno stregato gli occhi: neri, profondi, sublimi, meravigliosi, divini, fantastici e con un taglio che invita a interminabili notti di sesso.

È un momento incredibile, magico, irripetibile, un’esperienza che vorrei non finisse. È tutto e il contrario di tutto, è razionalmente assurdo, è come ritrovare un’amante sconosciuta o incontrare per la prima volta la donna che ami da sempre. È un’incongruenza assoluta, un colossale controsenso. I suoi occhi sono irresistibili e mi risucchiano con la forza di un buco nero, proprio come quello umido e caldo in cui vorrei penetrare. E io, più volente che nolente, mi ci tuffo con tutti i vestiti sperando di potermeli togliere tra pochi secondi.

Il tempo si dilata, è un inaudito cortocircuito emotivo che mi frantuma il cervello, che mi sbriciola, che mi fa tremare gambe, braccia, cuore, anima e pure il pisello. Avverto che tra di noi c’è qualcosa, un’impalpabile energia pregna di seduzione, la sento, quindi dev’esserci per forza, è impossibile che non sia così. È feeling, sintonia, intesa e in quell’attimo vengo avvolto dalla più intima complicità della mia vita. È un brivido che vibra talmente rapido che pare immobile, solo lo spirito può avvertire il suo movimento.

Un inaspettato imbarazzo mi coglie alla soglia del mezzo secolo di vita, così provo a distogliere lo sguardo da lei riportandolo sul Rolex: sono le 21 e 12; 2 + 1 fa 3 come sex, 1 + 2 fa sempre 3 e ancora sex. Ottimo inizio! E 3 + 3 fa 6 come gnocca e Milano, una città non solo da bere, ma anche da godere, sempre di sei lettere!

Dovrei andare. Sono in mega ritardo. Elisa mi strozzerà. Se arrivo vivo al suo compleanno le regalo un revolver: preferisco una morte veloce a continue torture.

Alla fine mi faccio coraggio e ritorno in me stesso: «Non è consuetudine incontrare i clienti senza preavviso, ma il dottor Bonucci e soprattutto lei, meritate l’eccezione. Purtroppo mi rincresce doverle dire che ho un impegno a cui non posso tardare, ma l’attendo domani mattina al mio studio. Decida lei l’ora.»

Dopo un po’ alza lo sguardo e schiude le sue bellissime labbra in un sorriso modello Scarlett Johansson: «La lascio dodici ore ai suoi affari, poi sarà tutto per me!»

Il solo pensiero di essere tutto suo stritola la resistenza contro gli ordini impartiti da altri. Sarà un modo di dire delle sue parti o vuole portarmi a letto al primo incontro? Mi concentro come in un quiz e scelgo la busta numero due, poi per non sbagliare controllo il Rolex.

«Quindi ci vediamo alle 9 e 16?»

9 + 1, dieci + 6 fa sedici, 1 + 6 fa sette come scopare e fottere! E vai! Lei mi guarda confusa, cerca il telefono nella borsetta e me lo mostra seria: «Il suo orologio è avanti. Sono le ventuno e sei minuti, ci vediamo alle nove e zero sei. Buona serata.»

Sorride, si gira e se ne va ancheggiando come Gisele.

Non ci credo, mi sembra di essere in un sogno. Sospiro, non vedo l’ora che arrivi domani. Poi chino il capo e ripenso ai numeri e all’improvviso risolvo l’enigma, Jack sarebbe orgoglioso di me! 09:06 gli zeri non contano, rimangono i gemelli 96 o 69: il numero dell’amore!

Rialzo lo sguardo felice come se avessi vinto un milione, lei si ferma un secondo sulla soglia e mi fa l’occhiolino. La rincorro, ma incespico, quasi cado e quando arrivo in strada, il traffico si è già inghiottito il taxi su cui è salita. Sospiro così profondamente che mi pare di battere il record mondiale di apnea, poi abbasso le palpebre e la faccio entrare nel mio mondo di là. Sto per spogliarla, ma un turista con gli occhi a mandorla sbatte contro di me. Maledetto muso giallo! Torno di qua. Il cellulare emette un suono e con estrema fatica reprimo un’associazione tra Dio e un componente a caso dell’Arca.

Leggo il messaggio, è di Elisa: “Dove sei!?”

Non resisto; le bestemmie sibilano come le sirene dei pompieri l’undici settembre a NYC.

Sono le 21:17, se mi impegno riesco ancora a pareggiare, alla fine della partita mancano pochi minuti, per l’esattezza tredici.

E 1 + 3 fa quattro come: «TAXI!»

 

3

Lunedì, ore 21:20

2 + 1 + 2 + 0 = 5

come TURPE

Alzo un braccio e come per magia riesco a trovare un ago in un pagliaio: dal traffico sbuca un taxi. Salgo e conosco Battista, un milanese puro che fa il tassista. Una rima impossibile, una vera rarità, un lusso più esclusivo di una vergine!

Questa sera mi va tutto di culo, il che mi suggerisce che dovrei giocare qualche numero al lotto! Così, dopo aver incontrato Gaia, eccomi investito da un episodio altrettanto incredibilmente fortunato: è come rimanere vedovo e diventare milionario! La vettura è una Mercedes con caramelle, gomma da masticare e salviette umidificate nel vano portaoggetti, ma c’è un difetto: niente mobile bar con alcolici. Mentre viaggiamo veloci, nello specchietto osservo uno straccio d’uomo. Purtroppo dopo qualche secondo di incredulità mi accorgo che sono io. Tossisco più volte, ho la gola talmente intasata che quasi soffoco, così abbasso il finestrino e sputo un grumo di catarro marrone sul parabrezza di una Panda che procede in senso contrario. Che bello sarebbe poter ammirare la faccia schifata dello sfigato al volante quando capirà di cosa si tratta! Sorrido, ma sono ridotto a brandelli. Mi devo riprendere o Elisa diventerà una belva: spingo i capelli all’indietro, mi riallaccio la camicia, annodo la cravatta, mi detergo il viso con le salviette in comodato d’uso gratuito per cercare di riassumere le sembianze di Matteo Brusco, il professionista del foro. Non sarà mai abbastanza, me ne rendo pateticamente conto.

21:21 e la mia vita è sempre più schiava dei numeri. Il totale è sei come tesoro, moglie, doveri, coppia e doping così tento il tutto per tutto e comincio a drogare il mio alito ingurgitando in quattro e quattr’otto qualche mentina. Otto, ancora un numero! Ci penso su e trovo il nesso con riscatto e recupero, ma mi chiedo se le caramelle basteranno. Scendo di fretta lasciando una generosa mancia: «Se segno un gol lo dedico a te!»

«Cosa?» ribatte lui perplesso passandomi un biglietto da visita.

«Niente, niente.» Scuoto la testa e corro via.

Incredibile, sono in orario!

Elisa sta elegantemente accomodandosi: «Eccomi amore!» esclamo falso come una banconota da quindici euro. Numeri, ancora numeri, sempre maledetti numeri a braccare la mente: 1 e 5 fa sei. Cristo Divino! Ecco una dedica per chi ancora aveva dei dubbi sul potere dei numeri e sull’esattezza della proprietà transitiva: sei come le lettere di Matteo, sei come Cristo e sei come Divino.

Falsa la banconota, falso io e pure il padrone dei cieli.

La mia compagna mi fissa per qualche secondo — ovviamente sei! —, poi allunga il viso e inaspettatamente — udite-udite! — mi bacia!

Bene! Ho salvato la faccia nel mondo di qua. Cari telespettatori questo è un fantastico pareggio giunto allo scadere! Mentalmente esulto alla CR7 e dedico il gol a Battista, il mio nuovo Mourinho.

Stringo mani ai commensali maschi e bacio le dame. Mi siedo. Al tavolo ci sono tre coppie di amici e Stefano Venardi, single belloccio e incorreggibile sciupafemmine che di professione fa il broker finanziario ma preferisce il gentil sesso — e non solo — alla Borsa. Verso il vino a tutti, poi alzo il calice al solito brindisi e anche i discorsi diventano i soliti: lavoro, figli e vacanze con qualche fastidioso inciso dedicato a chi ha portato a pascolare i genitori all’ospizio. Tagliamo corto perché è un argomento davvero poco simpatico, soprattutto per gente come noi troppo impegnata a godersi il bello della vita. Quindi, con gli occhi, suggerisco ai maschietti il silenzioso bollino nero valido in queste occasioni. Sì, perché tra di noi vige la regola che, con mogli presenti, calcio, automobili, orologi, amanti e vizi di varia natura sono off limits come il maiale alla Mecca. Sorrido, ma dentro sto male, così alzo un altro calice e lo bevo tutto d’un fiato. Non serve, la vita è una merda di per sé. Pochi minuti fa ho incontrato un angelo del paradiso e ora sono incatenato a una sedia che brucia come le fiamme dell’inferno. Sgrano lo sguardo sugli stronzi seduti al tavolo e sospiro di rabbia rendendomi conto di quanto rimangano scioccati dall’onestà e quanto invece non lo siano dalla finzione. Li odio. Per un attimo mi estraneo dalla bolgia e abbasso le palpebre nelle profondità di una depressione che non trova sollievo nemmeno nel mondo di là.

Vorrei Gaia.

La cerco nel buio.

Mi basterebbe rivedere i suoi occhi, ma sono costretto a riaprire i miei: che spettacolo avvilente.

Un brivido mi gela la schiena. Vorrei scappare da questa gabbia di squilibrati, ma non posso. Il respiro si appesantisce e i miei alveoli annaspano alla ricerca dell’ossigeno necessario a fronteggiare la pigrizia che la gente utilizza per schivare la sincerità e la codardia con la quale accetta ogni menzogna. Il mio umore sta peggiorando, la depressione avanza senza trovare ostacoli. Detesto questi squallidi ipocriti, vorrei poter essere spontaneo e spiattellargli in faccia ciò che penso di loro, ma sarebbe rischioso, probabilmente controproducente, quindi mi adeguerò alla situazione. L’ipocrisia è un duro compito per chi lo svolge a ciclo continuo, è un vero e proprio mestiere, uno sfibrante e perverso atteggiamento da mantenere a tutti i costi. Al pari del sesso extra-coniugale è il lubrificante della società moderna, ma a differenza dell’adulterio è un’attività che richiede uno sforzo enorme, molta attenzione e straordinaria freddezza. Se segui le sue regole non parli, insinui. Non conversi, spettegoli. Non ti limiti all’elogio, devi adulare. Non desideri, brami. Non puoi domandare e basta, esigi e quando ti sembra di essere felice non sorridi: mostri i denti come un vampiro assetato di sangue. Io non voglio essere come loro. Questi maledetti impostori non camminano, ma strisciano viscidi come serpi, tentano di sabotare la felicità altrui e ignorano la bellezza perché non sanno amare. Vivono in una favola che termina con la morale leggermente storpiata: “E finsero tutti felici e contenti”.

Mi fanno schifo!

Sospiro disperato. Ho sete. Mi guardo attorno accorgendomi che se togliessero gli specchi da questa sala non so come farebbe certa gente a verificare se la maschera che porta sul viso è ancora al proprio posto. Non mi piacciono i falsi e non mi fido dei modesti, figurarsi dei falsi modesti. L’uomo che mi ha appena salutato appartiene a questa categoria: deve fingere per professione, o meglio, per missione divina, ma a forza di farlo temo si stia convincendo dei principi che va blaterando. Il Vescovo è il campione olimpionico nella specialità della finzione: mente sinceramente applicando alla lettera la contraddittoria pratica scelta da chi ha deciso di non timbrare mai il cartellino. Odio gli ipocriti e tutti gli stronzi a cui anche questa sera faccio finta di sorridere.

Sono anch’io come loro?

Non ho risposte.

Sto bevendo anche per dimenticare queste domande.

L’atmosfera raggiunge il suo picco, è talmente pregna di misticismo che pare di essere all’Angelus in piazza San Pietro. È in questo preciso momento che la regina dell’opportunismo sale sul palco. Meglio così, ormai non ne potevo più dello starnazzo sovrapposto delle amiche di Elisa. La nostra Sindaca si prepara al rapporto orale aggiustandosi il fallo amplificante davanti alla bocca e attacca un discorso senza capo né coda. Per lo meno se parla lei sentirò un’oca soltanto. L’auspicio è vano e in pochi minuti la mia pazienza evapora.

Non resisto, non ci riesco, è troppo! Basta!

Mi alzo per un viaggetto fondamentale: devo liberare la vescica per fare spazio ad altri gradi. Mentre la solfa della pseudo politicante rimbomba maestosa, in bagno incontro due improvvisati discepoli che, assieme al loro Gesù, consumano l’ennesimo miracolo. Al posto del pane e dei pesci Stefano sta moltiplicando le piste di coca per le narici di due magistrati. Io per oggi dovrei averne abbastanza, ma davanti a certe proposte il galateo non permette il rifiuto: è lisca di pesce, roba buona! A Stefano non manca mai, a lui è sempre piaciuto trattarsi bene! Ricompaio al tavolo con un sorriso degno della platea che mi circonda. Dopo dieci minuti, nel mio corpo alcol e coca rimpiazzano le noiose sostanze presenti nelle vene dei comuni mortali mentre la serata, e di conseguenza anche il mio umore, virano verso le note di un violoncello scordato. Elisa se ne accorge e mi squadra feroce, allunga il collo, ma questa volta non sembra volermi baciare, poi, provvidenzialmente, gli applausi scroscianti alla conclusione del discorso, a cui ovviamente ci uniamo entrambi, la distraggono dall’intento omicida.

Mi guardo intorno. Sto cercando di evitare il collasso, ma sarà dura resistere. In sala ci saranno circa duecento invitati. Cibo da Refettorio Ambrosiano condito con vino proveniente da una retata della G.d.F. e gentilmente offerto dal generale seduto dietro di noi: il tutto per la modica somma di duecentocinquanta euro a cranio con l’unico obbiettivo di fare grana. Complimenti! Davvero tanta roba! Auguro a me, ai miei soci e un po’ anche agli affamati utenti della mensa dei poveri, che i cinquanta mila racimolati servano per sfamarli anziché per pagare lo Studio Legale Papa Giovanni nella difesa di qualche prelato da accuse di molestia.

È davvero una turpe serata, da schifo!

Mi gira la testa, sono ubriaco, fritto di coca, cotto a puntino. Vedo doppio, triplo, forse quadruplo. Non so più quel che dico e nemmeno quel che penso. Elisa continua a versarmi dell’acqua nel bicchiere e io, sotto al suo naso, non smetto di gettarla nel vaso di fiori a centrotavola che ormai strabocca. Odio l’acqua, la pioggia, odio i fiumi e le nutrie che ci sguazzano, odio la spiaggia affollata da animali in costume da bagno, seguo a malapena il calcio e se l’acqua ne contiene poco è assolutamente indicata per lavatrici e lavastoviglie, non certo per me. Non ne bevo, mi sono disintossicato da tempo, invece amo gli alcolici, meglio se distillati. Sì perché nell’alcol c’è forza, saggezza e benessere, nell’acqua invece, soprattutto quella in bottiglia — vetro o plastica che sia — ci sono batteri. Mi piace bere bene perché amo la vita, meglio se quella di là, sì perché quella di qua, quella che tutti chiamano reale, è un’allucinazione creata dalla sobrietà. L’alcol, se assunto in dosi adeguate, genera i fantastici benefici della sbornia. Sotto il suo effetto puoi lasciarti andare e stare bene. Puoi addirittura sognare di essere ciò che vorresti essere. Puoi vivere un’altra vita, più giovane, più libera, illudendoti di essere diverso per davvero. Una vita unica, da eterosessuale, omosessuale, transessuale, maschio, femmina, cavallo, asino o pony…

Ma che cazzo sto dicendo?

Sono completamente cotto.

Riprenditi Matteo!

C’è chi sostiene che l’alcol uccida lentamente. E chi se ne frega. Anzi meglio! Non ho nessuna voglia di morire in fretta. Per me l’alcol è un amico, un piacevole strumento per socializzare, festeggiare, dimenticare, digerire e a volte anche dissetarmi. Questa sera, però, lo sfrutterò per estraniarmi dal mondo reale che in fin dei conti per me di reale ha ben poco. Lo userò per sognare e rivedere l’angelo che ho perso nel traffico di questa grande città, una città tutta da bere, fino in fondo, fino al midollo.

E io in questo sogno mi ci voglio affogare senza più riaffiorare.

Mi guardo allo specchio. Credo di piacere ancora a Elisa. Chi mi conosce dice che lei sia la cosa migliore che poteva capitarmi. La amo? Non so, forse sì, forse le voglio soltanto bene, ma a modo mio. A volte non mi comporto esattamente come vorrebbe una donna. Non sono infallibile e nemmeno perfetto; dopo tutto chi lo è? E perché dovrebbe toccare proprio a me? Viviamo insieme da moltissimi anni e abbiamo due figli che studiano all’estero. La nostra storia è semplice e complicata, e allo stesso tempo felice e disperata, tragica e brillante, banale ed eccitante, ma in fin dei conti tutti sanno che la cosa più importante è la salute. Potremmo essere la favola moderna di anatroccoli diventati cigni, ma è una storia che mi annoia molto, spesso, troppo spesso, quasi sempre. Sì, perché non è oro tutto ciò che luccica e non si è intelligenti solo perché si ha la testa grossa. Bisogna vedere quel che c’è dentro.

È proprio questo il dilemma.

Cosa c’è dentro la testa della gente?

E dentro la mia?

Non so se sia colpa di Jack o del vino sequestrato dalla Finanza, ma la situazione precipita e mentre i fiori sono sommersi dall’acqua il mio corpo sta felicemente sprofondando verso il coma etilico. Anche il Rolex mi guarda di traverso. Copro un occhio per non vedere due quadranti: sono le 23 e 54.

Concentrati Matteo!

2 + 3 + 5 + 4, quindici. No, cazzo! Quattordici, 1 + 4 fanno cinque come: tardi, cazzo, parti, letto! Mi alzo cercando di farlo con l’innocenza di un bambino alla prima comunione e saluto tutti con un cenno, poi bacio Elisa sulla guancia senza fiatare. Lei mi sussurra: «Sei ubriaco! Fai schifo! Domani facciamo i conti.» Inarco lo sguardo per sostenere inutilmente la mia sobria purezza e sento un tipo all’altro tavolo che dice: «Guarda com’è messo Matteo!»

Merda! Nessuno si fa i cazzi propri! Maledetti impiccioni! Non sanno quanto sia dura la mia vita: è da circa sei ore che bevo come una spugna e a questa cazzosissima festa non volevo nemmeno venirci!

Esco in punta di piedi. Magicamente riesco a non spappolarmi sul pavimento. Appena fuori dal ristorante inalo lo smog e mi accendo una paglia aggiungendo ai miei polmoni qualche grammo di sano catrame. Un fetente refolo mi colpisce come nei pressi di un allevamento di porci. Mi giro: un barbone puzzolente sta occupando abusivamente il marciapiede e russa come un trattore senza assicurazione. Distolgo lo sguardo e inspiro l’ultima boccata del mio bitume gassoso preferito. C’è chi sostiene che il fumo uccide, così, prima di salire sul taxi, getto il mozzicone verso il balordo immerso tra i cartoni. In un attimo una lingua di fuoco prende vita e rallegra il mio animo generoso mentre constata la correttezza dei luoghi comuni. L’accattone si alza urlando verso il mio sorriso smagliante difeso dal cristallo della portiera. Al giorno d’oggi la riconoscenza è merce rara: avevi freddo? Io ti ho scaldato!

Penso. Rifletto.

Nemmeno la mia esistenza scherza: quel vino da due soldi mi sta trapanando il cervello e in più per mangiare da schifo ho speso una fortuna. Arrivo a casa e mi infilo sotto alle coperte pregando che nel frattempo Elisa si calmi e al suo ritorno mi lasci dormire.

Tra poche ore avrò un incontro importante.

Chiudo gli occhi e mi nascondo nel mondo di là.

Gaia è già lì che mi aspetta.

 

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