SE INCONTRI QUALCUNO DIGLI CHE IO SONO QUI di Moran Beuamer

Prezzo di listino 13,00 incl. IVA

  • In copertina: Abesses, Station de Métro, Paris, opera fotografica di Davis Hillel, collezione iStockphoto.
  • ISBN: 9788897382157
  • Pagine: 140
  • Prezzo di copertina: € 13,00
  • Genere: letteratura contemporanea/noir
  • Ambientazione: Parigi

Esaurito

Descrizione

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MENZIONE SPECIALE, PREMIO HERMANN GEIGER 2014 – CECINA AUTORI

Se incontri qualcuno digli che io sono qui di Moran Beaumer (WLM Edizioni, Stezzano 2013) – Menzione speciale “per l’icasticità della scrittura, per il ritmo e il piglio vivace, per la struttura incalzante, la capacità linguistica e l’uso di metafore calzanti e colte; per aver dipinto e trasmesso la dignità umana con capacità ed intelligenza”.

FINALISTA PREMIO HERMANN GEIGER 2014 – CECINA AUTORI

Moran Beaumer, Se incontri qualcuno digli che io sono qui

WLM Edizioni, Stezzano (BG), 2013 – ISBN 978-88-97382-15-7

Per la capacità di toccare in maniera intelligente e diretta tematiche profonde, per l’ottimo incipit e il ritmo incalzante della narrazione.
(Opera presentata da Elisabetta Falleni)

http://www.cecinautori.it/opere-finaliste-edizione-2014/



“Accorgersi è uno di quei verbi come innamorarsi, o addormentarsi, o pentirsi. È una di quelle rivelazioni che puoi avere solo tu, nessun altro le può avere per te.”

Da questo romanzo è stata tratta l’opera teatrale “La svolta” messa in scena da Alberto Oliva e Mino Manni.

“Cosa sono le pallottole se non parti di noi che si ricongiungono con il nostro destino?”

Sébastien Galesy ha 56 anni e vive a Parigi. In piedi di fronte a uno specchio sta indossando una camicia bianca, una camicia che quel pomeriggio si macchierà di sangue. Perché? Perché ha deciso di rapinare una banca. Ma non una banca importante, bensì una piccola filiale del Crédit du Nord che si trova in Boulevard des Italiens.
Sei mesi prima è stato licenziato dalla società nella quale ha lavorato tanti anni come direttore creativo. È divorziato, ha due figli, e ora la mancanza di lavoro, e quindi di guadagno, acuisce la frattura fra lui e la ex-moglie. A questo si aggiunge il problema di gestire due genitori anziani, un padre 94enne e una madre di poco più giovane, ma in fase terminale di Alzheimer.
Nel suo monologare incalzante e lucido, Sébastien sembra dar voce alla rabbia di tutti coloro che, esausti per la violenza generata da una società posta costantemente sotto scacco dal dio denaro, cercano un modo di riscattarsi. Il 29 luglio si avvicina e Sébastien s’avvia al suo riscatto confortato da una frase di Bertolt Brecht,  Rapinare una banca è meno criminale che fondarla! Tutto sembra procedere per il meglio, ma un atteso imprevisto, darà all’epilogo una svolta magicamente singolare.
 

 

Moran Beaumer
Dopo una importante e inutile laurea in Economia, passa tre anni imbarazzanti nella Legione Straniera. Spara ma non uccide. Torna a casa con le idee molto confuse. Prova cose sparse. E poi trova la pubblicità, un lavoro di cui non si sa ancora tutto. Ci sono i grandi brand. Strategia e tattica sono immagini già conosciute. Inizia nel 1981, come copywriter. Diventa direttore creativo e lo rimane per troppo tempo. Intanto, con una collaborazione che resiste per 15 anni, scrive articoli e racconti per il gruppo Condé Nast. Nel 2011 la pubblicità va in crisi, si salvano poche migliaia di parole. Nel 2013 esordisce con Se incontri qualcuno digli che io sono qui (WLM), Menzione Speciale al Premio Letterario Hermann Geiger 2014 e 3° classificato al Premio Internazionale Montefiore 2015. Dalla storia è stata tratta l’opera teatrale La svolta. La domanda che hai nel piatto è il suo secondo romanzo.
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Anteprima

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Noi, tutti, tra le rovine,

prepariamo una rinascita.

Ma pochi lo sanno.

Albert Camus

 

 

 

 

 

Una pallottola guarda avanti. Se ne sbatte di cosa succede di fianco. Va diritta e non si volta mai. Ha un avvenire davanti a sé. Che camicia metterò oggi?

Devo avere visto quadri e film dove qualcuno si prendeva una pallottola in camicia bianca. Il sangue sta meglio sul bianco. Allora vada per questa camicia bianca.

La tolgo dal cassetto. La sbottono. La infilo. Riallaccio i bottoni come fossero degli amici, ogni bottone un compagno, ogni bottone una preghiera. Eccola. Aderisce alla pelle senza cambiarmi. È complice di ciò che sono. Uomini e camicie si scelgono, si riconoscono, mostrano l’uno all’altra il reciproco talento e decidono di unirsi.

Quella che ora indosso mi ha adocchiato sei mesi fa in Rue de Grenelle, era lì in vetrina e anch’io l’ho notata subito. È sempre così con le cose che sono nate per te e tu per loro. Quella camicia aspettava me, sapeva che sarei passato un bel giorno da Rue de Grenelle e non avessi di meglio da fare che guardarla dentro una vetrina.

Sincronicità direbbe Jung. Coincidenza non causale con un preciso significato. Essere la camicia di oggi. La camicia che si macchierà di sangue.

Bene signor Galesy, molto bene signor Sébastien Galesy, lei oggi indossa una camicia bianca che, tra l’altro, le sta perfettamente. Oh, vedo che è una botton-down. Non c’è dubbio, lei è avvezzo a una certa ricercatezza. Ma non creda, caro Sébastien, che questa bella camicia potrà fermare la pallottola che le è stata destinata. Può solo sperare che il sangue la faccia apparire come un palcoscenico di dolore. Perché lo sa, vero Sébastien, che le pallottole fanno male? Non subito. Il primo impatto è un colpo che sposta. All’inizio non ci si accorge del dolore. C’è troppa paura per sentirlo.

Lo sentirà qualche minuto dopo, quando starà per morire, signor Sébastien.

 

La banca è in Boulevard des Italiens. Angolo Rue Favart.

A sinistra, a nemmeno un centinaio di metri, all’incrocio con Boulevard Haussmann c’è la fermata di Richelieu-Drouot.

È un piccolo Crédit du Nord. Una banca che, tutto sommato, non emana troppo clamore.

L’alternativa si trova di fronte, un opulento palazzo BNP Paribas all’incrocio con Rue Le Peletier. Di sicuro è più sorvegliato, perché a pochi passi c’è la sede centrale di BNP che incute un timore reverenziale.

Boulevard des Italiens vive di traffico e persone: marciapiedi larghi, moto e motorini parcheggiati tra gli alberi. A destra del Crédit du Nord c’è una pasticceria colorata di rosa con dei tavolini disposti sotto un tendalino, più avanti c’è il chiosco del giornalaio e subito dopo un Café, il Marivaux, uno dei milioni di locali che scandiscono il tempo delle strade di Parigi.

Andando a sinistra, invece, arrivi subito al Bistrot Romain con i suoi colori verde e bianco, poi a un altro Café, e poi a un negozio di giocattoli. La via è tutta così e non può essere altrimenti. Un boulevard è una serie infinita di passi, di negozi di ogni tipo, un mare di gente e un mare di proposte che si incontrano e a volte si prendono.

Da qualche giorno cammino su e giù per osservare meglio la filiale e ripromettendomi che tornerò all’indomani. Mi rendo conto che ogni volta noto dettagli che potrebbero tornare utili.

Io e la banca siamo come due lottatori. Per capire chi siamo dobbiamo guardarci bene negli occhi. Solo così uno dei due saprà che vincerà.

 

Mio padre me le dava. A volte usava le mani, a volte la cinghia, a volte lo sguardo. Che male arrivava da quelle occhiate. Facevano di me una nullità. Un giorno ci fu di mezzo un frustino, ma nonna Thèrèse lo nascose e non lo si trovò più. Non che fossi un bambino terribile, al contrario. Eppure non era ancora abbastanza, dovevo essere un esempio di educazione e bravura da esibire con quella fierezza che fa dimenticare ai genitori che anche loro, un tempo, sono stati bambini. Sarà stato per un meccanismo inconscio, ma non riuscivano a capire ciò che era meglio per me. Mi volevano perfetto. Ad ogni modo non ci sono riusciti.

 

Mia madre vive da anni dentro un letto.

La cosa più schifosa di una malattia come l’Alzheimer è che non puoi dare più niente di te agli altri. Puoi solo prendere. Prendere senza nemmeno saperlo. Senza nemmeno volerlo, o apprezzarlo. Senza nemmeno ricordarlo. Non te ne accorgi e basta. Vivi il presente come se fosse già l’ombra del presente, e chissà se lo sai che è il presente. Sei prigioniero di te stesso e non puoi fare niente per fuggire.

Allora tu, quando siedi vicino a un malato terminale di Alzheimer, vorresti che almeno si accorgesse di chi ha al suo fianco, non pretendere che si ricordi, ma almeno accorgersi, per dio…

Ricevere un segnale, un accenno con cui ti faccia capire che quello che fai è per lui. Che sei lì, vicino. Fermare uno sguardo e sperare che anche l’altro si riconosca attraverso te.

Accorgersi è uno di quei verbi come innamorarsi, o addormentarsi, o pentirsi, è una di quelle rivelazioni che puoi avere solo tu, nessun altro le può avere per te.

Mia madre vive da anni dentro un letto. Ogni tanto la badante del giorno la fa alzare, riesce a tenerla in piedi per qualche secondo, ma poi deve farla sedere subito su una sedia a rotelle perché grida di paura e di dolore. Quanto sei magra, madre mia.

È una cosa terribile vedere sotto la pelle lo scheletro di qualcuno a cui vuoi bene. Osservare le anche, i femori, il disegno del ginocchio e un volto che non è più il suo volto. Mia madre respira ancora, ma per me è come se fosse morta anni fa.

Non può essere lei quella povera donna raggomitolata nel letto, quella figura in vestaglia con il capo reclinato sulla spalla. Non è mia madre quella persona che chiamo, e chiamo ancora più forte. Ma non si gira, non sente, non si accorge.

Eppure, ci sono delle volte in cui lei mi guarda seria, e cerca di capire chi sono. O cosa sono.

Ogni tanto un sorriso le illumina il viso. Non so da che parte le arrivi. Però, in quei pochi secondi, capisco che lei è ancora dentro quella cosa che è diventata.

Circa un anno fa, una sera, sono passato a salutarla prima di tornare a casa. Era immobile nel letto come al solito, muoveva una mano nell’aria e teneva indice e medio incrociati come le capita di fare spesso. Sembrava assorta in pensieri indecifrabili, talmente ignoti che a volte penso che quei pensieri siano l’assoluto e possano raggiungere l’invisibile.

Si è girata verso di me e dopo tanto mi ha parlato. È riuscita a dire una frase intera. Una frase con un senso.

Ho provato una dolcezza che avevo dimenticato, un miracolo che trasforma tenebra in luce. Per un attimo, un attimo soltanto ma potente, come una fucilata che ti sposta da dove sei.

Questo mi ha detto: «Se incontri qualcuno digli che io sono qui.»

 

Non ho un lavoro da quattro mesi. Vengo quasi tutti i giorni alla Bibliothèque Sainte-Geneviève in Place du Panthéon e se trovo posto mi siedo a un grande tavolo comune e accendo il computer in mezzo a tanta gente, per lo più studenti, ma c’è anche qualcuno della mia età.

Chissà se è nella mia stessa situazione?

Le biblioteche pubbliche sono come un porto. Ci trovi esseri umani di tutti i tipi, ma il fatto che ci siano dà conforto, ti fa sentire tra i tuoi simili e non una bestia confinata, sola, in una stanza. Appena arrivo accendo il computer e provo a inventarmi la giornata. Mi metto a scrivere un progetto per un potenziale cliente, almeno non mi addormento e, quando arriva sera, ho fatto qualcosa.

Se mi viene fame lascio un libro, oppure la sacca del computer per occupare il posto, e vado in un Café a mangiare un boccone. Non c’è un’ora fissa, capita quando capita, ma di solito la fame arriva intorno alle tre.

L’altro giorno al tavolino di fianco al mio si sono seduti due uomini in gessato grigio. Parlavano d’affari, grandi affari a sentir loro. Io mangiavo il mio panino pensando ai miei guai. Mentre loro parlavano di azioni e di movimenti in Borsa con la baldanza di chi ha il conto corrente pieno fino all’orlo.

Il tizio più vecchio aveva dei baffi come li portano gli inglesi, baffi da ufficiale dell’esercito. Gli conferivano un certo spirito di comando, chiarezza di idee, capacità di stabilire un percorso limpido davanti a sé con una sicurezza che sembrava svettare al di sopra di ogni insicurezza della vita. Ma quando gli ho guardato le scarpe, ho notato che erano troppo rovinate per sostenere la parte di chi comanda tanto denaro.

Razza di bastardo, ho pensato, ci sarà una pallottola pure per te.

L’altro si limitava ad ascoltarlo senza mai intervenire. Di sicuro era il suo assistente, asservito, fragile, pateticamente fiducioso, con la faccia di chi non ha mai la barba incolta anche se non si rade.

Pianificavano investimenti tra un morso e l’altro. Gestivano milioni di euro nella bocca insieme a pane e prosciutto.

Mi sono sentito povero. Povero anche se ho ancora un tetto dove dormire e almeno i soldi per le piccole spese.

Odiavo la loro presenza, la loro certezza del domani, il sapere cosa sarebbe successo nella loro vita tra due, dieci, cento giorni. Li ho odiati e li ho guardati. Non se ne sono accorti. Come avrebbero potuto del resto? Io ero un anonimo vicino di tavolino, mentre i loro affari guardavano più lontano.

 

Sei mesi fa, erano le nove del mattino del 18 gennaio, stavo per raggiungere il mio ufficio quando mi telefona Philippe. Gentile come sempre, calmo, amichevole.

Mi informa che arriverà in agenzia nel tardo pomeriggio, forse verso le sette, e mi chiede di aspettarlo perché ha bisogno di parlarmi.

Senza sapere da che parte mi arrivano, chiudo la telefonata in mezzo a strani pensieri. Non pensare bene a volte è male, bisognerebbe sempre pensare in positivo. Eppure certi meccanismi non li ho ancora capiti, ad esempio le cose brutte si attraggono? O, invece, si riescono a intuire? Esiste una legge dell’attrazione oppure una della lungimiranza?

Comunque quei pensieri li elimino presto perché trovo che non siano reali.

Giusto una settimana prima ci eravamo trovati tutti e due a parlare del destino dell’agenzia: chi dovevamo tenere e chi, purtroppo, licenziare.

La causa era stata la perdita di un importante cliente che, da solo, dava la metà del fatturato. Una cifra da leccarsi le dita. Tanto lavoro, compresa tanta manovalanza esecutiva, ma pagamenti regolari e un gran bel nome da esibire nei contatti con futuri committenti.

Un’agenzia di pubblicità è, contemporaneamente, sia un allenatore di marche che un banale fornitore di servizi.

Philippe era il direttore clienti, io il direttore creativo.

E così l’11 di gennaio, seduti al tavolo della sala riunioni, parlavamo del lato incerto del futuro.

«Cosa facciamo Sébastien? Poi ti dico la mia.»

«Lo sai che non licenzierei nessuno, non per paura, ma è che tutti hanno qualcosa da pagare ogni mese.»

«Immaginavo avresti risposto così, dopo dieci anni ti conosco bene. Ma qui è diverso, o molliamo qualcuno o si chiude.»

«Philippe, su quel conto ci sono almeno sei persone. Sai che non è colpa di nessuno se il cliente se n’è andato. È stato deciso in Giappone di avere una sola agenzia per tutto il mondo.»

«Non c’è alternativa, Sébastien, l’anno prossimo avremo 700.000 euro in meno. Bisognerà eliminare la centralinista, tenere una sede sola, insomma stringerci il più possibile. Se è così riusciamo a farcela, sperando che ci arrivi qualcosa di nuovo.»

«E chi dovrà dare la notizia?»

«Tu. Poi parlo anch’io.»

«Riusciamo a regalare almeno qualche mensilità o continuare a tenerli qui mentre cercano un altro posto? È più facile trovare un lavoro quando ne hai già uno.»

«Non lo so, non credo. Non vorrei aggiungere altri casini, Sébastien. Per l’assicurazione non si potrebbe.»

I giorni seguenti erano stati un braccio di ferro quotidiano, telefonate tese, discussioni su chi proteggere e mantenere al suo posto. Idee diverse su soldi, tempi di preavviso, opzioni date in cambio.

Quando licenzi qualcuno c’è sempre la parola uccidere di mezzo. Però, la cosa che ho capito è che a uccidere sono sempre i più freddi. Quando sei un tipo caldo è più facile farsi del male da soli.

E così alle sette di sera del 18 gennaio il telefono del mio ufficio squilla e Philippe mi chiama in sala riunioni.

In pochi minuti sono licenziato. Non capisco, poi il cielo mi cade sulla testa. Un caso maldestro e inglorioso di cecità aziendale.

Per me, all’alba dei 56 anni e con la crisi dell’economia, è il primo vagito di un caos che comincia a far battere il suo piccolo cuore. Un destino che si compie o un’opportunità da cogliere? Lo saprò il giorno che lo saprò.

 

La pubblicità è il lavoro più intelligente e più stupido del mondo. Ricordo tutto. E non ricordo tutto. Ricordo il portone d’ingresso, l’odore dell’ufficio quando diventa una cosa della tua vita, ricordo gli ultimi dieci anni passati in agenzia per almeno dodici ore al giorno.

Ricordo le presentazioni, le settimane per prepararle e la furia dei giorni prima, la fatica del cervello, ricordo le discussioni utili e inutili, ricordo le persone brave che mi hanno aiutato e quelle che venivano solo a rimorchio.

Ricordo quelli che ho assunto, e quelli che ho licenziato. Ricordo il pianto di donne e anche di uomini, e ricordo me fermo davanti a loro, seduto di fianco a loro, con le poche o le tante parole di conforto che mi venivano.

«È solo la mia decisione, e posso sbagliare. Andrà bene da un’altra parte. Ti aiuterò. Ogni agenzia ha il suo stile. Come tra le persone, a volte non ci si capisce, non ci si corrisponde. Non ci sono colpe.»

L’ho capito una volta di più, licenziare è come uccidere e quando uccidi il sangue esce e non ci sono tamponi o garze.

Ho ucciso un sacco di persone, qualcuna se lo meritava, altre no. Altre le avrei abbracciate per non perderle.

Ricordo Luise, la nostra passeggiata una mattina d’inverno sotto i portici di Place des Vosges quando ci siamo fermati davanti a una confiterie e sono entrato per comprarle dei cioccolatini.

«Sono per te, Luise. Hai bisogno di magnesio, prendi troppi farmaci.»

Luise è rimasta un’amica e mi vuole bene, nonostante le abbia sparato una pallottola.

Cosa sono le pallottole, se non parti di noi che si ricongiungono con il nostro destino?

 

Mia nonna aveva deciso di andare a chiudere la sua vita in un paese che si chiama Torno. È in Italia, sul lago di Como. Ottocento chilometri da Parigi. In un ospizio che sembrava costruito sull’acqua e tra il verde. Lontano dal prima, dai ricordi, dalle cose sue.

Il lago intorno diventa dorato e ti fa volare, se c’è il sole, ma ti uccide come una colata di piombo fuso, quando piove.

È lì che nonna Thérèse se n’è andata dall’altra parte.

Ha passato il confine di notte, nel sonno. Spero senza accorgersene, senza dover fare i conti con la paura.

Che morte, che occasione.

A pensarci bene è buffo morire a Torno, non gli dà peso.

È un arrivederci. Torno subito, torno tra un’ora, torno tra poco.

Vado e torno.

Morire a Torno è come un credo, una visione delle cose, rassicurante anche per chi rimane: «Non vi preoccupate, dura poco, poi torno.»

Magari nel corpo di un cerbiatto, o in un’ortensia azzurra, dentro un uovo di struzzo, sotto forma di ragno una sera vicino al mare, o come fiocco rosa tra vent’anni su un portone di paese.

Forse non ve ne accorgerete, non mi riconoscerete, non lo saprete mai. Io però, torno.

Con il tempo ho imparato a credere alla teoria per cui ogni accadimento, ogni scelta, ogni azione, persino le cose che sembrano più casuali, e anche ogni parola, hanno dentro di sé un significato. Un senso per il futuro, intendo.

Chissà perché, di tutti i posti in cui poteva andare, ne aveva scelto uno che conteneva una promessa? E in una lingua che non era la sua.

Forse voleva dirci qualcosa. Oppure voleva soltanto dirlo a se stessa.

O magari si era semplicemente innamorata di quel posto sul lago, che guarda caso aveva quel nome.

Cara nonna Thérèse, dovevi conoscere molte più cose di quelle che pensavi di sapere.

Qualche giorno dopo la sua morte mi è venuta in sogno. È stato tutto molto veloce: stavo sdraiato su un letto, con gli occhi aperti, in una stanza in penombra, d’un tratto la sua figura è apparsa davanti a me e si è tuffata nel mio corpo. E così ho capito che entrava nel mio destino. Mi sono svegliato di colpo. Da allora non l’ho più sognata.

 

Certe mattine mi capita di non trovare posto alla Bibliothèque Sainte-Geneviève, allora faccio due passi e arrivo in Rue Soufflot dove c’è la casa dei miei.

Quella che era una volta la mia camera, dove ho vissuto per quasi vent’anni anni, ora è diventata lo studio di mio padre. Uno studio per così dire. Lo studio di un uomo di 94 anni che lascia ovunque confusione e in quella confusione dice che si ritrova, anche se poi perde ore a cercare quello che gli serve.

Posso stare di nuovo seduto alla mia scrivania facendo variazioni insignificanti, cercando di essere il meno invasivo possibile, muovendomi solo nello spazio occupato da un portatile. Per non contaminare il territorio di un vecchio che lì dentro si rifugia nei ricordi e, forse, cerca di dimenticarli.

Allora, accendo il computer sforzandomi di rimanere concentrato. Qui non c’è rumore di passi, di sedie che si spostano, colpi di tosse, parole che arrivano. Qui non ci sono facce da guardare. Eppure tutte queste cose mi mancano, perché il silenzio che mi circonda è ombra di ombre. Mi obbliga a fare i conti con me stesso, a tornare al mio punto d’origine.

Qui ho studiato tutto quello che ho studiato, dall’inizio fino alla laurea. Qui ho giocato, sognato, faticato. Qui mi sono toccato le prime volte e ho imparato a farlo con soddisfazione, qui mi svegliavo la notte per fare i compiti o mi buttavo sul letto quando ero triste, come gli animali che si addormentano d’oblio.

È in questa stanza che ho avuto attacchi strani in cui sentivo il cervello che si divideva in due. Metà andava al rallentatore e l’altra metà correva alla velocità della luce.

Tutto iniziava sempre con un fischio, poi sentivo un grosso peso che mi schiacciava la testa. Dovevo rimanere immobile per mezz’ora. Poi tornavo normale.

Adesso non era più la mia stanza ma ho dovuto riprenderne possesso, almeno in parte. Mi sono inserito senza spostare equilibri, sono entrato in punta di piedi in un luogo non più mio e al tempo stesso ancora mio.

Se rimango fermo posso sentire, ricordare. Se sono capace di non dare peso a quell’ammasso terribile di carte e libri e oggetti e polvere che occupano ogni parte della stanza e della scrivania, allora posso riprendere le forze e le speranze.

Tutte le cose che pensi quando sei bambino, i sogni e i progetti che ti immagini, a un certo punto della vita si dividono e prendono altre strade. Poi dipende se hai conservato la mappa. Se l’hai conservata li puoi ritrovare e realizzare.

Ma quando ti trovi con le mani vuote, l’ossessione della speranza diventa una forma di paura. Superare la paura è già una vittoria.

 

Il mio vecchio ha una FN Browning 6.35, ricordo di guerra e mai denunciata alla polizia, con un caricatore ancora pieno. Sei pallottole.

Sono piccole, quasi timide, a guardarle non sembra vero che possano uccidere. Quello che uccide non è tanto la grandezza, ma la forza con cui ti arrivano addosso.

Deve essere così anche con le parole.

Puoi dire a qualcuno anche una stupidaggine, ma se l’impatto è grande, allora gli fai del male. Stile e tono, si direbbe nel gergo acidulo della comunicazione.

Ecco le sei pallottole, lì in fila fuori dal caricatore. Dorate e scintillanti come piccole monete. Sei destini. Sei tempi futuri.

Mi ricordo che Borges in un racconto aveva azzardato un paragone tra l’immaterialità del tempo e il denaro. Così sono andato a cercare quello che ha scritto: “…pensai che nulla è meno materiale del denaro, giacché qualsiasi moneta (una moneta da venti centesimi, ad esempio) è, a rigore, un repertorio di futuri possibili. Il denaro è un ente astratto, ripetei, è tempo futuro. Può essere un pomeriggio in campagna, può essere musica di Brahms, può essere carte geografiche, può essere caffè…”

Allora perché non applicare la stessa riflessione a una pallottola? Magari è un repertorio di tempi futuri meno apprezzato dal destinatario.

Spero di non usarle, o al massimo di usarne una sola per me.

Ieri ho comprato un olio speciale per lubrificare la pistola. L’ho smontata pezzo per pezzo con le istruzioni trovate sul web. Devo dire che ora funziona come un orologio, azionando il carrello che mette il colpo in canna le pallottole scorrono perfettamente. Sei semplici movimenti ed escono docili dalla finestra d’espulsione per finire sulla scrivania.

È strano ma sin da bambino quella pistola mi ha catturato, sapevo dove si trovava, e certi giorni la andavo a toccare. Avevo già imparato a mettere il colpo in canna e a scaricare tutto il caricatore. E quelle pallottole mi parevano amiche. Pallottole mie, mi dicevo.

È la potenza che uccide, e la distanza diluisce la potenza. Ho una pistola per piccole distanze. Una pistola per difesa personale, oppure per un killer che si avvicina alla sua preda fino a sentirgli il respiro.

Chissà se al Crédit du Nord sentirò il respiro di qualcuno.

 

Ho un complice, si chiama Yves.

Yves è sempre stato un naso, sin dai tempi del ginnasio.

Un grande naso su un volto scavato. Un naso a metà tra un mangiatore di formaggio e quello di certi nobili nei ritratti di Piero della Francesca. Un naso da portarsi in giro sapendo che qualcuno prima o poi dirà qualcosa.

Non un naso alla Cyrano, d’accordo. Ma un naso che si fa notare.

È un problema a cui ho pensato: come faccio ad avere un complice che si può ricordare così facilmente?

Ma Yves ha due qualità, è modesto e poi è disoccupato da 5 anni. Yves non è uno squalo da oceano o da piscina privata, non vuole avere l’ultima parola. Yves abbassa la testa e fa quello che gli dici, si fida. Forse per questo è disoccupato da 5 anni.

Così il destino mi ha portato da lui.

Non ha figli, però anche lui è divorziato. Quindi ha spese fisse che gravano sul suo bilancio tutti i mesi. E poi è nato a Bourges. Penso che tutti quelli nati all’ombra della sua cattedrale si portino dentro un senso del magico e la paura del giudizio di Dio.

Ma Yves ha bisogno di soldi come me. Abita in Rue Campagne Première, a pochi passi dalla stazione di Montparnasse, in un monolocale di 25 metri quadri.

Perché un uomo che ha studiato alla Sorbonne, un giorno deve dire al primo che incontra di abitare in un buco? Perché? Cosa non ha funzionato? Lui? O il suo destino? Oppure è così che ha scelto e costruito il suo futuro?

Per ora non conosco la sua fine e quindi non so, non posso dire altro. A parte che Yves ha quel naso, quel naso che dà nell’occhio. E in più ha quella cadenza da centre-rurale che lo accompagna.

Sul fatto che mi porterà fortuna oppure no, non mi posso esprimere.

Ma lo saprò, questo è sicuro.

 

Tutte le mattine mi alzo, accompagno a scuola i bambini, e poi ho l’obbligo etico di non tornare a casa fino a sera.

La mia ex-moglie mi sopporta come divorziato in casa per motivi economici, ma non mi vuole fra i piedi durante il giorno. Non mi posso lamentare, poteva andare peggio, poteva sbattermi fuori come è scritto nel decreto del giudice.

I giudici non parlano con le parole, si vantano di parlare solo con gli atti. Inutile fare domande, senza inchiostro non si esprimono. Si palesano su carta che conta, carta bollata che è meglio non spiegazzare. È lì che appaiono alla vita delle persone normali. Nero su bianco, con un timbro in fondo che sentenzia e non ammette condizioni o cambiamenti. Essere riusciti, dopo mesi, ad avere questa carta bollata è una meta raggiunta.

E il prezzo dell’attesa è sempre caro per qualunque motivo tu sia entrato nelle loro stanze, dal più stupido, come avere una sentenza di divorzio o richiedere un documento, al più drammatico che ti possa capitare nella vita. Perché il giudice non parla, ma decide per il futuro.

Il giudice è il vestito nero di Dio.

A mia moglie ho chiesto tempo, soprattutto ora che il lavoro non c’è più. Sa che se finisco i soldi non posso più pagarle gli alimenti stabiliti.

Nemmeno lei deve stare un granché, né come umore né come tutto il resto. Non so quanto residuo di affetto o compassione ci sia in questa sua tolleranza. Ma devo ritenermi fortunato.

Ho deciso io per il divorzio, sono io che anni fa ho detto basta e ho guardato altrove.

E ora ci sono rancore per lei e resistenza per me. Fatica e sofferenza per entrambi. Adesso la casa sembra a tutti e due una prigione senza sbarre.

Quando entro sento una specie di odio che mi accerchia, che mi tortura. Ognuno di noi tiene duro a modo suo.

Poche le parole che ci diciamo, quelle indispensabili per i figli. Di certo non ci stiamo portando fortuna e il giorno che me ne potrò andare sarà meglio per entrambi. Chissà se riusciremo a recuperare, a diventare non dico amici ma qualcosa che gli assomiglia?

I bambini sono al corrente di tutto, sanno che il matrimonio è stato sciolto e che un giorno andrò via. Dormo da tempo su un divano letto, ma prima avevo un materassino buttato sul pavimento che per loro chiamavo “il letto giapponese”.

Quanto hanno amato i miei figli quel letto giapponese, mi svegliavo con tutti e due addosso ogni mattina.

Secondo Katherine il fatto che vivo ancora in casa li fa soffrire. Può darsi. Eppure tra me e i miei figli c’è un grande amore e una grande fisicità. Siamo una banda noi tre.

Le rare volte che la sera si mangia insieme, al tavolo della cucina, non mi sembra nemmeno così male. Pare addirittura una cosa ovvia averli sotto gli occhi, vederli bisticciare, vederli in pigiama, sentirli ridere, e poter raccontare, con leggerezza e usando mille astuzie, le cose che vorrei potessero aiutarli nella vita.

 

Quando non vado alla Bibliothèque Sainte-Gene-viève, arrivo a casa dei miei verso le nove e mezza. Spesso mio padre si sta facendo la barba, ha ancora un fisico da atleta. Anche quest’anno ha vinto i campionati Master di Francia, gareggiavano in quattro. Quattro sfuggiti a Krònos.

Ogni pomeriggio torna dal supermercato con una spesa di 100 euro di stupidaggini. Sta dimenticando il senso delle cose, ha perso la memoria economica. Per lui è una fortuna, lo è meno per noi. Da tempo si nutre di libri, pop-corn, patatine, cioccolato, biscotti, noci, nocciole, pistacchi, bibite, pastis, liquori vari e bicchieri di vino. Più le medicine e gli antidepressivi che lo tengono su. Da troppi anni cura mia madre e sta arrivando al suo limite. Questa anarchia alimentare è la sua ribellione, il suo modo per andarsene presto. Godendosi il come.

Mi chiudo nella stanza e scorro l’elenco dalla rubrica. Non c’è più niente da pescare. Li ho già contattati i clienti che conoscevo. Qualcuno si è mostrato disponibile, frasi addolorate, anche sincere, possibilità di futuro insieme. Ma nessuna certezza, nessun quando e nessun come. Parole, pochissimi incontri, nessun contratto, nessun lavoro in vista. Passo il tempo a studiare progetti strani, accampati in piccole tende nell’aria come lo sono le idee prima di essere realtà. Quando è ora di pranzo mio padre viene a dirmi se ho fame, che è pronto. Ma gli dico sempre di no, che non mangio. Che vado avanti. È per fargli capire che sono impegnato, che semino, che qualcosa succederà.

Il computer è acceso. Alla fine della giornata qualcosa c’è. Senza sapere se potrò mai usarla. Ma c’è.

Se non altro non sono stato a zonzo, se non altro ho prodotto qualcosa, se non altro ho dei semi.

Mio padre a volte entra bussando, finge di cercare qualcosa, ma in realtà cerca me. Vuole sapere com’è il mio viso, quanto sono preoccupato.

Padre, quante me ne hai date di botte. Sono sopravvissuto. Ma ce n’era così bisogno? Eppure, vederlo tanto interessato, mi fa capire che questa volta anche lui ha brutti pensieri.

«Sono stati dei cani» un giorno mi ha detto. «Quello che ti è capitato è una cosa grossa. Ma ce la farai a tirarti fuori.»

Poche parole, molte per me. Soprattutto perché dentro ci posso leggere un complimento che non mi aveva mai concesso prima.

«Hai bisogno di soldi?» mi chiede regolarmente.

«No, papà, stai tranquillo. Se ne avrò bisogno te lo dirò. Spero mai.»

«Ricordati che ne abbiamo ancora, e puoi contare anche su questa casa, possiamo venderla. Ti hanno fatto una carognata.»

«Si impiccheranno da soli.»

«Vuoi un bicchiere Sébastien? Assaggia due nocciole, sono buone.»

 

 

Visita n°1

 

 

L’afa sono le mani di Charles Bronson che ti strangola.

Camminando sul marciapiede respiro l’odore dei gas di scarico mischiato con la luce del sole. Inalo ustioni. Traffico, una bestemmia contro la natura. Espiro e divento più cattivo, più rabbioso, più malsano.

Il caldo è diverso dal freddo, il caldo ti invade. Il freddo è un bisturi che ti incide in silenzio, il caldo ti sbava addosso sguaiato. Il sudore è un fatto pubblico, e più diventa pubblico più sudi.

A dieci anni caldo e freddo sono solo caldo e freddo, poi diventi grande e ti schieri.

Io odio il freddo e amo il caldo, ma ogni tanto ci litigo e mi incazzo, è maleducato, lo prenderei a pugni, non gli parlerei per giorni interi. Poi, però, ho bisogno di lui: ti lavi e sei già asciutto, ti metti una camicia e sei già vestito. Il solstizio d’estate è il giorno più bello, il giorno più lungo. Poter essere quel giorno al mare o in campagna, a goderti quello che è. Il caldo ti dà luce, luce per fare, luce per non sentirti stanco.

Davanti alla banca c’è la solita guardia giurata.

È un tizio alto uno e novanta, scarponcini d’assalto, capelli rasati, pistola e pancia in evidenza, occhi lenti allineati con il cervello. Prima bella notizia.

Entro. Bloccato tra le due porte a scatto ascolto la domanda di rito: guardare nello schermo.

Ci guardo nello schermo, e vedo il mio viso e sono contento di avere una faccia normale, normale nel senso che non sembro un delinquente. È utile non sembrarlo.

Meglio apparire ancora allo stadio del Dottor Jekyll e tenersi celato il Signor Hyde nell’ombra più profonda.

Hyde, to hide, nascondere.

Jekyll, je kill, io uccido.

Ecco, sono ancora intimo in questo senso, intimo e non noto, non riconoscibile, non svelato. E così voglio restare finché posso.

Una volta dentro mi dirigo verso uno dei due cassieri. Sono l’unico cliente.

Oltre ai due sportelli riesco a vedere solo due uffici, ma forse al piano superiore ci sono altri impiegati. Ad ogni modo gli sportelli sono senza vetri di protezione.

Due cassieri, una ragazza e un magrebino dalla pelle scura. Scelgo la ragazza, faccio un sorriso e le dico che vorrei informazioni per un mutuo prima casa.

Mi dice che devo rivolgermi al direttore nell’ufficio a fianco, ma che ora è al telefono.

La porta è aperta, posso sentire la sua voce, parla con un forte accento bretone. Aspetto che finisca, poi busso per educazione. Entro di due passi e mi fermo accanto a una sedia rossa di velluto consumato.

L’ufficio è piccolo, trascurato, con una finestra che dà su un cortile interno e le tendine a listelli abbassate.

L’uomo davanti a me avrà più o meno la mia età, un paio di baffi e una grande confusione di capelli brizzolati, occhiali tondi con montatura di metallo, faccia stanca e logora, fisico appesantito dal cibo e dalle migliaia di pratiche che gli sono passate davanti. Deve averne viste tante, e tante gli sono rimaste addosso.

«Buongiorno, mi chiamo Jean Reboire, vorrei informazioni per un mutuo prima casa. Se lei ora può, naturalmente.»

«Alain Lagarde, signor Reboire, molto lieto. Prego, si accomodi. Lei non è nostro correntista, vero signor Reboire? Non l’ho mai vista, almeno.»

«Sì, è così. La cosa fa differenza, immagino.»

«Beh, diciamo che in questo modo dobbiamo cominciare dall’inizio. Vede, una banca e un cliente sono come due persone che possono diventare buoni amici, ma prima si devono incontrare.»

«Bella teoria, vale soprattutto dal vostro punto di vista. Per avere sentimenti o morire d’infarto ci vuole un cuore. E detto tra noi, signor Lagarde, non credo che le banche abbiano un cuore.»

«Eppure converrà che esistono banche più o meno etiche, non trova?»

«Questo lo trovo. Ma uno lo scopre solo quando è aggrappato alla loro decisione. Io ad esempio, come potrei avere un mutuo da voi?»

«Garanzie. È la parola magica di tutte le banche del mondo, dovrebbe darci delle garanzie. Capirà, non possiamo prestare denaro senza avere delle coperture, soprattutto, come succederebbe in questo caso, a degli sconosciuti. Mi perdoni per lo sconosciuto, signor Reboire, ma lei per noi in questo momento lo è.»

«Però mi avete fatto entrare. Allora, per cominciare grazie, l’inizio c’è.»

«Lei non ha il viso di un rapinatore di banche, signor Reboire. Invece, se posso chiederle, di cosa si occupa?»

«Pubblicità. Lavoro in pubblicità da trent’anni, ma aspetto che passi un altro treno.»

«Le auguro di prenderlo presto. Anche se con questa crisi è già un regalo avere un lavoro che porti soldi sufficienti a fine mese. E detto tra noi, mi sa che peggiorerà sempre di più.»

Mentre parla lo guardo. Del resto, sono lì per leggere negli occhi il mio avversario.

Ha la faccia tonda, il corpo lento, sta seduto come stanno sedute le persone grasse, che si muovono pochissimo, anzi non si muovono per niente.

Sulla scrivania ha un computer e, di fianco, c’è il monitor per vedere chi sta nel gabbiotto di entrata.

Ora sul video è comparso un volto. Non avevo mai visto nessuno in uno di quei monitor, si vede un viso a metà tra luce e ombra. È Jekyll o Hyde? Già questo deve procurare ansia professionale.

«Mi perdoni un momento…» mi dice concentrandosi su quel volto, e poi, alzando la voce per farsi sentire dagli altri: «Qualcuno conosce questo signore? Danielle tu l’hai mai visto?»

«Io no» risponde la ragazza, ma subito dopo: «Lo conosce Julien, è il signor Besson.»

«Fallo passare, Danielle. Mi scusi sa, ma la vita dei bancari è anche quella dei controllori. Si vedono delle facce in giro! Si parla tanto male di noi, eppure non siamo più i privilegiati di una volta. Anche in banca sentiamo la crisi, sa? Pensi che ora tutti gli uffici al piano di sopra sono deserti, hanno tagliato dei servizi e li hanno accorpati nelle filiali più grandi. E dal prossimo mese, per risparmiare, ci toglieranno persino la guardia esterna.»

Seconda bella notizia, Occhi di Saetta se ne andrà presto a casa. Ma ora devo entrare nel vivo del mio problema, devo parlargli del mutuo.

«Garanzie, diceva? Sono proprietario di un bell’appartamento nel 6°, ma è abitato dai miei due figli e dalla mia ex-moglie. Siamo divorziati. E su questa casa non posso chiedere ipoteche o prestiti senza il suo consenso e quello del suo avvocato. Io non posseggo altro. Però mio padre ha un grande appartamento in Rue Soufflot, a due passi dal Panthéon, e mia madre ha due uffici affittati a Montreuil. Potrebbero garantire per me?»

«Certo, se è così se ne può parlare signor Reboire. Lei avrebbe una base iniziale? Come forse sa, oggi è difficile ottenere tutta la somma. Di che cifre stiamo parlando?»

«In realtà non ho molte pretese, mi serve un piccolo bilocale. Direi 200.000, forse 250.000 euro. E al contrario di quello che mi ha detto, non posso anticipare niente ora. Ho bisogno di quel cuore di cui mi parlava. A proposito, che tasso di interesse chiedete?»

«Siamo più bassi degli altri, il nostro spread è all’1% sul costo del denaro. Vuol dire che per un mutuo prima casa di quella cifra, con un tasso fisso che le consiglio, diciamo per 15 anni pagherebbe attorno ai 1500-1800 euro al mese.»

«D’accordo, ce la posso fare. Comunque avremo modo di parlarne con calma la prossima volta, immagino.»

«Come no. Possiamo valutare tutte le alternative, ora le ho fatto solo una stima di massima. Prima però dovrei sentire la direzione centrale per ottenere il via libera alla pratica. Diamoci un appuntamento, facciamo giovedì 7 luglio se le va bene, verso quest’ora. Mi porti però i documenti delle proprietà dei suoi genitori, anzi, potrebbe venire con uno di loro?»

«Con mio padre penso di sì, mia madre è come se non ci fosse più. È in fase terminale di Alzheimer.»

«Mi spiace. So cosa vuol dire. Mio padre è morto così. Ogni giorno un passo in più verso il buio totale. L’unica cosa che consola è che loro non se ne accorgono, questo mi faceva stare meglio. Non trova?»

«È così infatti. Ma delle volte, e mi dispiace dirlo perché è mia madre, vorrei che smettesse di vivere all’istante, e se ne andasse di colpo, via come il vento. E invece sono come sassi che non si muovono. Spesso ho pensato di occuparmene io, soffocarla con un cuscino, o abbracciarla a lungo forzando sempre più, senza farle male, per spingerla verso quel vento.»

Abbassa gli occhi, deve avere rivisto suo padre. Senza volerlo ho instaurato un rapporto.

Battendo piano le mani sulla scrivania Lagarde si alza, e mi accompagna verso l’uscita.

Visto in piedi è davvero grosso, cammina come se non conoscesse più la fretta. La fretta è una di quelle cose che prima o poi molti perdono, come i capelli, o l’entusiasmo, o la voglia di fare l’amore.

Guardo di nuovo i locali. Gli uffici sono tre. Quindi sono in cinque. Io ho sei pallottole.

Parto in vantaggio.

 

Yves mangia dolci in quantità industriale. Eppure è rimasto magro. Devono compensargli la sofferenza e l’umiliazione.

Non lavorare da cinque anni, o meglio, non fare il tuo lavoro da cinque anni, quello per cui hai studiato e che hai fatto bene per oltre vent’anni, deve darti uno scompenso da qualche parte. Eppure Yves non trasferisce rabbia, o rancore, è rimasto una persona umile, che ti ascolta e non ti mette ansia. È così, Yves è un modesto, e di buon cuore. E penso che la sua pallottola lo porterà diritto in paradiso.

Eppure quando eravamo a scuola era un tipo molto polemico, dei giorni si aggrappava a certe stupidaggini per dire solo il contrario, per stupire, ma forse voleva darsi un tono con le ragazze della classe. Anche se Yves con le donne è sempre stato un orso impagliato.

Sua moglie lo ha lasciato due anni fa. Gli ha portato via pure la casa. Sopravvive lavorando mezza giornata in uno studio di assicurazioni, sistema le pratiche, fa le consegne.

È un ingegnere aerospaziale. Niente male come finale di carriera.

Mi fa sedere sulla poltroncina di pelle, so che è il suo posto preferito. Torna dalla cucina con una sedia e una bottiglia di Côte du Rôhne. La stappa stando in piedi, poi va a prendere i bicchieri. Lo guardo mentre si allontana.

Yves, non voglio farti del male. Merda, se muori o ti succede qualcosa che faccio? Yves, hai il naso, usalo. Se senti che questa storia non è per te, non infilartici dentro. Puoi tirarti fuori se vuoi, Yves. Non hai figli. E i figli sono meravigliosi ma sono un impegno, un futuro da mantenere in vita, i figli ti spingono a vivere e rischiare, o a doverlo fare.

Sono dei leggerissimi e pesantissimi pesi che ci si porta dentro. Io lo faccio anche per loro, Yves. E io non saprei più cos’altro fare. Ma tu sei solo.

Potresti campare come campi fino a quando ce la fai e poi via, un volo nell’aldilà e tutto sarebbe diverso. Un grande tuffo, e più niente ti busserà alla porta.

«Alla nostra, Sébastien. E a quello che sarà.»

«A quello che sarà, Yves. Allora, ieri sono andato alla banca. Sono in cinque, e tra poco niente più guardia all’esterno.»

«Bene. Mi sento già meglio.»

«Il direttore è un pancione con cuore adiposo e pulsante, mi sa che senza volerlo gli sono simpatico. Mi ha detto di tornare il 7 luglio, ma dovrei portargli dei documenti con nome e cognome. Quindi non ci torno. O meglio, ci torno tra qualche giorno solo per dirgli che mio padre mi farebbe fare una procura da un notaio e se questo può bastare. Poi niente altro, tu e io ci torniamo solo il giorno che si decide.»

«D’accordo. Adesso però dobbiamo capire come.»

«Yves, non lo so. Però sento che potrebbe essere verso l’ora di chiusura, diciamo alle quattro. Entro io e tu aspetti fuori.»

«Come fuori?»

«Yves, sono in cinque e abbiamo una pistola. E ormai mi conoscono. Entro con una borsa per i documenti. La pistola passa insieme alla borsa. Faccio quello che devo fare e tu mi aspetti fuori.»

«Ma allora sono inutile Sébastien, a che ti servo? Solo per dirti che qualcuno sta arrivando? Che ti cambierebbe?»

«Mi servi perché mi fido di te, Yves. Hai mai pensato a quante volte ti puoi fidare di qualcuno? Io mi fidavo dei miei genitori. Mi fido di qualche amico. Mi fido dei miei figli, ma sono creature così piccole. Ti può capitare di fidarti della donna che ami, magari ti ama anche lei e sei fortunato. Non mi fido di mia sorella, perché mi vuole bene fino a denunciarmi per non farmi rischiare. Non mi fido di altri. La gente pensa ai fatti suoi, non per cattiveria ma per necessità. Ognuno è nella propria merda, Yves.»

«Faccio il palo, allora. È così? Ti avviso, ma poi tu che fai? Come riesci a uscire?»

«Non lo so, però mi avvisi. È già importante uscire e sapere cosa ti aspetta.»

Yves mi versa un altro bicchiere. Vino rosso, come dovrebbe essere sempre il vino. Il vino bianco ti altera, perché troppo spesso è lui ad essere alterato.

 

Mia madre ha due badanti fisse, assunte regolar-mente, una per il giorno e una per la notte. Tutte e due vengono dall’Ecuador. Poi ce n’è una per il sabato, che è cinese e prepara i ravioli e parla solo cento parole di francese. E poi ce n’è una per la domenica, che viene dal Marocco.

Queste ultime due mio padre le paga in contanti e senza ricevuta. Non per decisione sua. Quando hai bisogno dipendi da chi trovi e da quello che all’altro conviene di più.

Negli ultimi cinque anni, da quando mia madre non è stata più autosufficiente ed è sprofondata nel buio dell’Alzheimer, mio padre ha speso quasi tutti i suoi risparmi. Almeno 150.000 euro se ne sono andati in questo modo.

Eppure lui continua a non dargli peso, almeno in apparenza. È sempre stato così, mio padre. Nessuna emozione deve trapelare, solo un velo, ma molto sottile.

«Niente vale la pena» mi ha detto una volta per tirarmi fuori da una delusione.

«Sébastien, non ti sposteranno certo mille euro in più. Cosa vuoi che siano mille euro nell’arco di una vita?»

Non ha mai fatto una piega per ogni spesa, per ogni prelevamento necessario a pagare medicine, cliniche, esami, dottori, badanti, o tutto quello che era utile a mia madre.

«Non è colpa sua» dice guardandola. «Che c’entra lei se è diventata così?»

Una volta gli ho detto che avrei preferito vederla andare piuttosto che sentirla ogni giorno peggiorare. Perché? Perché perdere la dignità e ogni parte di sé e diventare niente, farsi tutto addosso, dipendere da chiunque sia lì in quel momento e senza nemmeno saperlo? Perché continuare a vivere e a respirare senza provarne più gioia?

«Ma queste cose non le decidiamo noi, Sébastien. Quando sarà il suo momento se ne andrà.»

Mio padre ha fatto la guerra da ufficiale, e poi la Resistenza. Gli sono morti decine di soldati tra le braccia, con le budella di fuori e la puzza della morte più feroce. Lui non ha mai avuto paura della morte. E ama ancora la vita, anche se della vita non ne può più.

Appena è possibile e si sente in forma si iscrive alle gare dei Master di lancio del disco o del peso.

Ha un armadio pieno di coppe.

Ogni giorno accende la sua Citroën sempre più ammaccata, perché alla sua età sta perdendo il senso delle distanze, e va a trovare qualcuno. O va a fare spese inutili. Basta uscire di casa. Si sente solo. Come in quel film di Truffaut, la sua camera verde è sempre più affollata di fotografie.

La badante del giorno cucina anche per lui. Il momento del pranzo è una delle scene più deprimenti.

Mia madre è sulla carrozzella con lo sguardo perso e la badante la imbocca, spesso senza successo. E mio padre cerca di guardare oltre e di gustare quello che ha davanti.

Sulla tavola un bicchiere di vino.

Lui che ha sempre mangiato con la voglia di mangiare, ultimamente non ha più fame. Brutto segno.

Per chi è vecchio l’ora dei pasti dovrebbe essere il grande appuntamento della giornata. Il cibo come al-leato, divorato con una gioia che restituisce gli ultimi brandelli di energia. Pausa della solitudine e della limitazione, sostentamento del cuore, ragione per stare al mondo e dire due parole con chi hai di fianco.

Ma mio padre è come se mangiasse da solo. Bisogna essere bravi a resistere, bisogna essere bravi ad accettare.

La dignità di un essere umano è dentro queste cose che passano inosservate. Come piatti che ritornano puliti, e più nessuno saprà mai cosa c’era sopra.

 

Da tempo non vedo più PetiteB. I giorni del nostro amore ci sono evaporati sulla pelle, sono scomparsi all’improvviso, forse hanno fatto le valigie una notte, con troppa fretta, con l’illusione di non farci soffrire. Ma non è stato così. E dentro di noi lo sapevamo che era un errore, che avremmo potuto, che avremmo dovuto resistere.

Ho sempre pensato che lei avesse un cuore di paltò. Che quando le stavi vicino ti scaldava più di una coperta, e quando te ne andavi ti portavi via la sensazione di aver lasciato qualcosa di grande senza sapere esattamente cosa.

Si parlava spesso di niente, il più delle volte non si parlava nemmeno, non si accendeva neanche la luce e la stanza sembrava ancora più grande.

Sul soffitto c’era una specie di affresco, uno di quelli che li vedi e pensi subito a come mai li hanno fatti proprio lì. Aveva quell’aria che fa sembrare le cose più antiche ma in realtà poteva avere al massimo un centinaio di anni.

Tutte le volte che entravo sapevo che prima o poi avrei guardato in alto, e tutte le volte ero sicuro che il putto di sinistra avesse la stessa faccia del figlio del benzinaio di Boulevard de Bonne Nouvelle.

Allora soffrivo di stomaco. Mi venivano violenti attacchi proprio all’altezza del duodeno, arrivavano di solito senza un motivo apparente, lontano dai pasti, dopo i pasti, nel cuore della notte, mentre mi lavavo i denti o davanti alla televisione. Stavo male per qualche minuto, poi mi passava e ricominciavo a credermi sano.

La cosa che mi piaceva di più di PetiteB era una sua maglietta a righe che si metteva quando era particolarmente felice. Le stava benissimo, e poi mi piaceva come se la sfilava e la buttava contro la parete.

Cercavo di vederla almeno una volta alla settimana, ci passavo due giorni interi, là dentro con lei senza pensare a niente. In quella penombra muta, senza quasi nemmeno mangiare, che non ci veniva fame neanche a pensarci. Soltanto noi due, e quell’affresco lassù che ci guardava nudi.

 

François e Laurent sono i miei figli. Il primo ha undici anni, il secondo otto. Li amo, e guardarli e pensarli e saperli al mondo è il mio respiro.

La loro madre è australiana, e laggiù si usa molto quella espressione che è mate-ship. È una parola che esprime una comunanza di spirito e un modo di sentire chi ti è vicino che va oltre l’amicizia o l’amore. Assomiglia a compagno di mare, compagno per attraversare la vita.

Mi fa venire in mente quello che ha scritto la giovane Santa Teresa: “la vita è la mia nave e non la mia dimora.”

I monelli. Les mistons. Così li chiamava sempre mia madre quando ancora capiva qualcosa.

«E i monelli? Come stanno i monelli?» e sorrideva come le nonne. Le madri sorridono ma sono sempre troppo coinvolte, le nonne sorridono beate.

Mia madre ha vissuto in ultima fila. Timorosa di dare fastidio, di apparire invasiva, di interrompere.

Ha sposato a vent’anni un uomo di vent’anni più grande di lei. Un uomo che aveva fatto la guerra, che aveva la responsabilità e il senso del dovere nel sangue. Nonostante l’amore e le buone maniere le creava disagio. Lo percepiva come una fortezza priva di porta, un uomo che non poteva mai essere abitato. Le loro due case erano già fatte e finite, e la timidezza non era riuscita ad aprire nessuna serratura.

A volte mi chiedo se l’Alzheimer colpisce i più sensibili, i più deboli da quel punto di vista. Quelli che non hanno mai osato essere prepotenti, egoisti, che non hanno mai vantato primati o cercato glorie.

Il mondo degli umili è il territorio di caccia della bestia che mangia il cervello e la luce dentro gli occhi.

Eppure i monelli hanno fatto in tempo a essere per qualche anno i suoi monelli. Era un modo di chiamarli da donna di campagna, quale lei intimamente è sempre stata. Come lo era sua madre, nonna Thérèse.

I monelli fanno guai, ma sono simpatici, lo fanno per vocazione. Mi è sempre piaciuto quel termine.

Sapeva di altri tempi, di ingenuità, di imprudenze, di corse per scappare dopo uno scherzo, di accontentarsi di poco che però sembrava tanto, di sculacciate sotto il sole, di lucertole catturate e code tagliate che ricrescevano in mezz’ora, di bagni nudi nei canali, di biciclette nell’erba, di caldo profumato d’estate, di meraviglie e segreti, risate improvvise, di “Jour de fete” di Tati.

 

 

Visita n°2

 

 

Nei giorni scorsi Yves e io siamo passati di nuovo davanti al Crédit du Nord percorrendo il boulevard dalla parte opposta. Cercavamo di capire quanta gente entrasse nella banca durante il pomeriggio.

Yves lo ha fatto anche da solo, seduto con un libro a un tavolino della pasticceria che fa angolo con Rue Favart. Per fortuna ama le torte.

Ieri mattina sono stato a zonzo per quel quartiere e poi mi sono infilato nel Café de la Paix in piazza dell’Opéra.

Bevendo un pastis ho riflettuto, pensato a tante cose, tra le altre a quella che io non ho mai avuto un metodo.

Pensare molto è utile e non utile. Spesso apre la testa, ma altrettante volte la limita. Può dare l’effetto contrario e arrivare a nascondere, ad accumulare pesi e indecisioni, e a cancellarti l’istinto. Altre volte è come una ginnastica che ti permette di pianificare meglio le azioni.

L’appuntamento sarebbe per il 7 luglio, oggi è il 5. Lascio che passi abbondantemente mezzogiorno e mi ripresento al gabbiotto d’entrata del Crédit du Nord. Ho con me una borsa di pelle, solo per capire cosa mi dirà la voce computerizzata. La liturgia è la solita.

«Si prega di guardare il monitor fino all’apertura della porta.»

E subito dopo: «Si prega di tornare indietro e depositare gli oggetti nelle cassettiere.»

Sto per ubbidire, ma la porta si apre. Ci sono riuscito. Lagarde ha aperto il cuore, allora forse ha ragione sulla storia delle banche. Bravo Lagarde, mi ricorderò.

Mi viene incontro con il suo sorriso e con la pigra stanchezza di chi ha voglia di andare in pensione.

«Buongiorno signor Reboire, come va? Ma sbaglio o è in anticipo di due giorni?»

«Buongiorno signor Lagarde, è vero, oggi non è il giorno giusto. Ma passavo da queste parti e preferivo parlarle di persona. Ha tempo? Solo per pochi minuti.»

«Prego si accomodi, venga.»

Stavolta ci sono quattro clienti davanti agli sportelli. Lo spazio non è grande e la banca sembra piena di gente. Entriamo nel suo ufficio, oggi c’è meno carta accumulata sulla scrivania. Lavorare modifica la realtà.

«Mi dica tutto.»

«Allora, intanto mi scusi se ho fatto un salto qui senza avvisarla, ma ho parlato con mio padre e non se la sente di venire. Non cammina più bene ultimamente. Così mi ha proposto una procura redatta dal suo notaio, gli chiediamo di venire a casa e ne facciamo una a mio nome il più ampia possibile. Così posso essere da lei appena tutto è pronto, immagino tra dieci, quindici giorni, con procura, rogito della casa di Rue Soufflot e il resto. Le andrebbe bene?»

«Beh, direi di sì. Se lei avrà una procura così ampia può fare come vuole. Agirebbe liberamente per conto di suo padre, però la casa a chi è intestata?»

«Solo a mio padre, per questo mi ha proposto la procura. Invece i due appartamenti a Montreuil sono di mia madre. Ma mi auguro non ci sia bisogno anche di quella garanzia.»

«E sia signor Reboire, sto ancora aspettando il via libera dalla direzione centrale ma non vedo nessun problema. Mi spiace per suo padre. Quanti anni?»

«Novantaquattro.» E faccio una piccola pausa. «Ma ogni giorno che passa aumentano velocemente.»

«Rimaniamo così allora, appena ha la procura mi chiami. Ecco il mio biglietto. Venga con gli originali dei documenti della casa, e l’originale della procura, più carta d’identità di suo padre, e la sua naturalmente. Ah, ci serve anche la sua ultima dichiarazione dei redditi.»

«D’accordo. Porto tutto, non si preoccupi.»

«Penso che le strade siano due, o chiedere un prestito o meglio ancora ipotecare la casa di suo padre. Quanto pensa potrebbe valere?»

«Più o meno un milione, forse un po’ di più.»

«Bene, comunque i nostri periti verranno a fare una valutazione. Ad ogni modo erediterà una bella cifra signor Reboire, mi scusi se glielo ricordo. Ma prima o poi succederà.»

«Sì. Ma penso che i soldi avuti in eredità non sono soldi di gloria o di onore. Nel senso che non ce li siamo guadagnati. Non so se mi spiego.»

«Sì, si spiega, signor Reboire. In un certo senso è vero. Ma è anche una fortuna.»

«Una fortuna, sì. Ma non mette a posto la coscienza. Quando si è ragazzi si pensa in un altro modo, si vuole essere diversi. E anch’io come tanti volevo essere diverso. I soldi sono energia, signor Lagarde. E solo i soldi che abbiamo conquistato con la nostra lotta sono energia vera. Quelli che ereditiamo non ci aggiungono valore. E nessun onore. Va bene, è un discorso lungo. Ne parleremo ancora, se vorrà.»

Lagarde ha una strana espressione. Le mie parole lo hanno colpito di nuovo. Mi sorride come fosse un fratello.

Non so perché sono entrato in quella discussione, o meglio, lo so ma fino a un certo punto. Adesso comunque è come se avessi un complice involontario.

«L’accompagno.»

Ci dirigiamo verso l’uscita. Ora in banca c’è solo un cliente. Tra poco si chiude per pranzo.

«Allora mi chiami quando ha tutto, signor Reboire. Vedrà che la direzione mi dirà di sì.»

«Grazie signor Lagarde, arrivederci. E buon pranzo. Io in genere non mangio quasi mai a metà giornata, però devo dire che il cibo è una consolazione. È buffo, è una funzione dello stomaco ma aiuta a staccare con la testa. Nutre la voglia di fuggire.»

Sorride di nuovo. Persino gli occhiali gli si fanno più grandi sulla faccia. C’è l’aria condizionata eppure suda ugualmente. Lagarde deve mangiare molto pane, in genere chi lo fa ha il cuore più sensibile. Sarà il lievito.

Esco dalle porte scorrevoli tenendo stretta la mia borsa di pelle.

 

Sono alla finestra di casa. È sabato, i bambini giocano con la Xbox.

È un dolce caos sentirli ridere e bisticciare. Musica quelle voci. Il fine settimana posso restare in casa con loro, sopportato dalla madre, ma posso rimanere. Domani li porto in piscina, sarà una lotta farli uscire ma poi si divertiranno.

Guardo nella piazzetta un uomo anziano. Ha in testa un berretto azzurro di tela e fa la polvere a una vecchia Simca bianca parcheggiata sotto un platano, senza fretta. Prima la carrozzeria, in ogni sua parte, poi dentro, tra le portiere, sotto le portiere, i tappetini, i sedili, sotto i sedili, il cruscotto, il bagagliaio, poi ancora fuori, e poi di nuovo dentro. Vado a prepararmi un tè, parlo con i bambini, e poi torno alla finestra. Lui è ancora lì.

Usa un piccolo straccio, poi dei batuffoli di cotone, poi il fazzoletto. Sono passate due ore. La Simca è rimasta quella, ma per lui ora è un’altra cosa.

 

«Dai assaggialo, lo fa mio fratello a Bourges. Ammazza lui il maiale. Come fai a non provarlo? È un godimento, e dai assaggialo Sébastien!»

«Yves, no davvero. Lo sai che non mangio carne da almeno vent’anni. Però ha un profumo da svegliarsi di notte.»

«Sei matto. Queste sono delle ragioni di vita. Non le trovi al Carrefour.»

«Ne sono sicuro. Facciamo così, quando questa storia sarà finita andiamo da tuo fratello e gli ripuliamo quello che tiene in cantina, vino, salami, formaggi, tutto. Per tre giorni ci barrichiamo dentro e facciamo come Porthos e Athos.»

«Fantastico. E poi io parto per Cuba.»

«E io compro una casa nel Devon, vicino al mare, e ci faccio un bed&breakfast solo per famiglie con bambini.»

«Bambini?»

«Bambini. Sai, quelli che fanno i capricci, piangono, giocano, ridono, litigano, urlano, fanno casino. Bambini. Vita.»

«E che ci fai nel Devon, piove nel Devon.»

«Invece è bello il Devon, Yves. Ci sono spiagge e scogliere. Altrimenti in Australia, vado con i miei figli in Australia e compro un piccolo albergo nel New South Wales, saprei anche il posto esatto, sempre vicino al mare.»

«E la tua ex-moglie?»

«Se vuole venire è libera, di stanze ce ne sono in un albergo. Verrebbe di sicuro, mi sa che è stufa di Parigi, stufa di Europa. Là ognuno farebbe la sua vita.»

«A Cuba compro anch’io qualcosa, un servizio per turisti, che dici?»

«Una barca.»

«Sì, una barca e poi ci vado a pescare i marlin come Hemingway. Ti manderò le foto.»

«E ogni tanto ci troviamo, ti vedo bene abbronzato a Cuba con sigaro e camicia a fiori.»

«E tu andresti sul serio in Australia? Lontano dai suoceri, però.»

«Lontano lontano. Sai, qualche estate fa, quando eravamo già separati e lei e i bambini erano in vacanza a Sydney, un giorno chiamo e risponde mio suocero. Non mi saluta nemmeno, neanche una parola, ricordo solo che sento la sua voce che dice a Katherine: «Your rubbish.» Poi lei mi parla e fa finta di niente. Non mi è mai andata giù. L’ho lasciata, è vero. Ma lui è un bestione e non ammette che si è sempre in due a non capirsi più.»

«Certo che anche tu ne hai fatti di casini. Dico, a scuola sembravi un tipo così tranquillo.»

«Dai Yves, a che serve la scuola? Quello che sei a scuola non sei nella vita. Quello che impari, lo impari solo perché devi dimostrare a chi te lo insegna che sai quello che sa lui. E lui è felice di questo. Mica ti vuol far crescere o trasformare in un ricercatore, vuole solo che tu sappia bene quello che sa lui. Di insegnanti bravi in giro ce ne saranno molto pochi, e incontrarli è un colpo di culo. Come l’amore, anche l’amore è un colpo di culo. O trovare un buon lavoro, o fare il lavoro che hai sempre cercato di fare.»

«Tutto allora.»

«Più o meno. Seguendo un ordine di grandezza. Ma quello ognuno se lo dà, ognuno sceglie le cose che sente più importanti per sé.»

«E per te, quali sono?»

«L’amore. E i miei figli naturalmente. Per me il lavoro arriva dopo, basta che mi lasci lo spazio di inventare qualcosa, qualunque lavoro, anche nuovo, che non conosco ancora, ma che mi serva per avere energia per l’amore. Per la mia donna e per i miei figli, e per me.»

«Sébastien, per me l’amore non è mai stato importante. Diciamo che mi attirano molto le donne ma non per l’amore, solo perché sono donne, capisci cosa intendo? Solo per quello. Prima di tutto per me ha contato sempre dimostrare agli altri cosa sapevo fare. Era questo il mio desiderio, o chiamalo obiettivo primario. Far capire agli altri che non sono un cretino, e che anzi ne so più di loro.»

«Un giorno, quando aveva ancora due anni e mezzo, mi sono messo a fare un gioco con François. Io gli ho detto: “Ognuno ha il suo piatto.” Allora lui ha risposto: “Ognuno ha il suo letto.” E allora ho continuato: “Ognuno ha il suo nome.” E lui: “Ognuno ha il suo naso.” E io: “Ognuno ha il suo spazzolino.” E lui: “Ognuno ha il suo pigiama.” E via così. Dopo un paio di giorni viene da me, si avvicina e mi dice: “Papà, ognuno ha il suo ognuno.” Mi ha bruciato, sono rimasto senza parole, e l’ho abbracciato, non ci potevo credere. Ricordo che è stato uno dei grandi momenti di felicità della mia vita.»

«Che forte François. Non ho mai visto i tuoi figli ma devono essere come te, almeno di aspetto dico. Ti assomigliano tanto, vero?»

«Sì. Come io a mio padre. E ora che non sono più biondi come la loro madre, ancora di più. Tutti e tre abbiamo la fossetta sul mento. È un regalo di mia nonna Thérèse. Li ho avuti tardi, è destino. E ne vorrei ancora di figli, però prima devo trovare una donna con cui mi piacerebbe averli.»

«Se li vuoi li avrai, e se vuoi una donna, la troverai. Non è così la vita, Sébastien?»

«Un bella combinazione di destino e volontà. Come il salame di tuo fratello, Yves. Chi ha contribuito di più a farlo così buono, lui o quel povero maiale?»

«Un altro bicchiere, Sébastien?»

«Perché no? Così ti racconto meglio cosa ho pensato.»

«Coraggio.»

E si fa più vicino, per non perdere niente e per capire, e per sentire anche con il cuore. Amico Yves, siamo in due ad avere paura.

«Allora, ormai sono sicuro che Lagarde, il direttore della banca, abbia una simpatia per me. Sono riuscito a passare con la borsa dei documenti, mi avrà riconosciuto e avrà detto agli altri di aprire. Posso fare la stessa cosa mettendoci dentro la pistola.»

«E io sto sempre fuori.»

«Penso di sì, Yves, però ci arriviamo.»

«Quando sarò dentro dipenderà anche da quanta gente ci trovo. Però faccio in modo di fissare l’appuntamento di pomeriggio verso l’ora di chiusura, diciamo verso le tre e mezza. Mi auguro che la banca sia vuota e ci siano solo loro, e che magari qualcuno sia in ferie.»

«Ferie. Pensa che c’è ancora qualcuno che programma le ferie già in febbraio.»

«Scompariranno, Yves, verranno tutti spazzati via. Tra poco ci sarà una crisi che nessuno si immagina. Comunque, lui mi farà accomodare nel suo ufficio. Con calma parlerò di qualcosa e intanto faccio passare il tempo, poi tolgo le cartellette dalla borsa e a un certo punto gli faccio vedere la pistola. Gli dirò che non voglio fargli del male, ma che ho già ucciso. E che sono anche ricercato. E che uccidere si uccide in tanti modi, dipende da dove arriva la pallottola. E di non fare l’eroe e non suonare allarmi. E di chiamare gli altri, e invitarli a fare lo stesso. E che ho una persona fuori che mi avvisa se arriva la polizia. E in quel caso gli sparo nella pancia e così muore piano, nella pancia fa tanto male. Faccio sdraiare a terra chi c’è e non mi serve. Poi con il direttore e i cassieri, con calma, faccio aprire le casseforti degli sportelli. Ma il colpo vero è prendere i soldi che stanno nella cassaforte centrale e sono destinati al distributore automatico. So che in de-terminati giorni, immagino verso l’orario di chiusura del pomeriggio, la cassaforte centrale viene aperta e il cassiere deve trasferire i soldi da lì alla cassaforte del bancomat. Sarà tutto temporizzato, ma sono sicuro che deve essere al pomeriggio, così la notte la gente può prelevare. Ad ogni modo io non ho fretta, fuori ci sei tu. Posso aspettare e tenerli a bada. Quando le serrature si aprono, prendo quello che c’è da prendere e poi esco.»

Yves mi ha guardato per tutto il tempo, e così io ho fatto con lui. Mi ha guardato immobile, come non volesse rompere quel momento di rivelazione. Quando finisco di parlare si appoggia alla sedia, e pensa.

«Che te ne pare, Yves? Si può migliorare, ma le cose stanno così.»

«Devo pensarci, è possibile. Anche se sanno tutti che le rapine si fanno sempre in pochi minuti.»

«È vero, pochi minuti per paura che arrivi la polizia e perché si entra come sconosciuti. Arraffano quello che possono e scappano, ma è poca roba. Noi facciamo la rapina che nessuno si aspetta. La rapina con calma, che dura anche due ore. Imprevedibile. Fuori dal sistema.»

«E se qualcuno vuole reagire?»

«Nessuno reagisce più, Yves. Perché dovrebbero reagire per un pazzo disgraziato che vuole rubare qualche centinaia di migliaia di euro? Ai due sportelli ne avranno penso 50.000. Se quel giorno qualcuno ha fatto un bel deposito, magari anche di più.»

«Anche le casseforti dei due cassieri saranno temporizzate.»

«Sicuro. E anche a più livelli. Ma che ci importa? Te l’ho detto, aspetto. E intanto tu sei fuori e controlli, puoi starci anche delle ore a quel tavolino, ti riempi di torte.»

«Sarò il palo con il colesterolo più alto della storia dei pali. Destinato a una carriera che t’ammazza. Dai Sébastien, la cassaforte centrale che tempi di apertura avrà?»

«Yves, non lo so, so che è temporizzata. Ma il cassiere la dovrà pur aprire per caricare il distributore automatico. Per aprirla durante il giorno e togliere gli allarmi avrà bisogno di chiedere l’autorizzazione alla sede centrale. Ma quando deve caricare il bancomat è tutto nella norma, saprà lui i tempi e le procedure. Ma deve farlo. E per forza deve essere verso le quattro, poco prima della chiusura. Immaginalo Yves, quando quel bancomat è pieno zeppo. E pensalo il venerdì sera, riempito fino all’orlo così la gente può prelevare quanto vuole nel week-end. Meglio ancora all’ultimo venerdì di luglio, prima che tutti partano per le ferie. Se lo facciamo quel giorno, ci troviamo anche 500.000 euro. Eh, Yves, che ne dici?»

«Dico che hai ragione, parola di ingegnere. Mancato, ma ingegnere.»

«Non fare l’idiota, tu ci sei nato ingegnere, e ci morirai dentro quel vestito da ingegnere, stai tranquillo. Oggi è il 6, l’ultimo venerdì di luglio è il 29. Abbiamo più di venti giorni per organizzarci, egregio ingegnere.»

«Bisognerebbe essere sicuri che il furgone con i soldi arriva il venerdì mattina.»

«A questo ci puoi pensare tu, non ti conoscono, ti metti al tavolino della pasticceria e aspetti. Oppure vai su e giù dall’altra parte del marciapiede. Insomma, qualche modo te lo inventi.»

«Sì, va bene, a costo di diventare una molotov di trigliceridi, lo scoprirò. Il resto l’ho capito. Il venerdì mattina, immagino presto, arriva dalla sede il furgone blindato con i soldi e li sistemano nella cassaforte centrale, poi a una certa ora del pomeriggio il cassiere li trasferisce in quella del distributore automatico. Tutto bene, ma se poi la volta che sei dentro qualcuno fa il cretino e schiaccia l’allarme. Che si fa?»

«Di nuovo con la storia dell’allarme? Nessuno schiaccerà l’allarme, Yves. E comunque tu sei fuori, seduto tranquillo a un tavolino della pasticceria, sedato di colesterolo ma ancora sveglio. Se vedi arrivare la polizia, la prima cosa che fai è che mi chiami. La seconda è che te ne vai. D’accordo, Yves? Te ne vai.»

«E poi?»

«E poi chiami la mia ex-moglie, che tra due giorni parte con i bambini per l’Australia, e le racconti tutto. E poi vai a casa, e ti bevi un bicchiere di vino.»

«Ma tu sei pazzo, Sébastien. Ti danno almeno dieci anni. Allora non si fa a metà. Per fare il palo mi dai un quarto, o un quinto, vedi tu.»

«Va bene, prendi quello che vuoi, però tu fai il palo. È da stupidi rischiare in due. Il rischio deve essere in relazione a ciò che metti sul piatto. Io non ho altre speranze in questo momento, Yves. Ho due figli, che con l’eredità dei miei genitori potranno stare bene. Ne avranno almeno metà, l’altra andrà a mia sorella. Ma ci rinuncerà per loro, ne sono sicuro, la conosco. No, non vedo alternative in questo momento schifoso della mia vita. E non vedo altro futuro, Yves. Vedo solo questo futuro. Entrare in quella banca e uscire con dei soldi per darmi energia. Energia per le persone che amo. Tu non ami nessuno Yves, ami solo questo salame, e questo vino, e la cattedrale del paese dove sei nato. Perché dovresti rischiare? Tu non devi rischiare. Si rischia solo per amore, Yves.»

«Dai Sébastien, adesso non ti seguo. Allora potresti cercarti un lavoro, aspettare un po’, del resto anche tu erediti. Che differenza c’è? Invece dopo il colpo saresti subito ricercato, ti vedono in faccia, sarai filmato all’ingresso.»

«C’è che fa differenza. Per me la fa. È almeno qualcosa di potente che voglio fare, prima di tutto per me. Non dico che sia glorioso, ma mi dimostra che sono vivo e che ho un sentimento di me. Che respiro ancora nell’imprudenza. Ci ho vissuto tutta la vita nell’imprudenza, e da quando non è più così è come se mi fossi addormentato. E forse quello che mi è successo è dovuto proprio a questo, all’essermi fermato, all’aver chinato la testa per i doveri familiari o per le convenzioni a cui devi partecipare quando hai un ruolo o una responsabilità. E così mi sono messo in stand-by e sono caduto subito dentro un normale individuo pacifico. Quello che mi è successo è successo per farmi svegliare. Ho bisogno di una carica di cavalleria, Yves. Ho bisogno di Eylau. Comunque finirà mi farà bene al cuore. E quanto ai miei figli, tra noi c’è un legame forte, e so che avranno una vita bellissima, ma la loro. Però adesso non ne voglio più parlare. Dammi retta Yves, riusciremo a fare quello che vogliamo fare. Ognuno a suo modo. Ognuno ha il suo ognuno.»

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