LA DOMANDA CHE HAI NEL PIATTO di Moran Beaumer

Prezzo di listino 13,00 incl.VAT

  • In copertina: Formulas on the board, opera fotografica di Alexander Ishchenko, collezione Shutterstock.
  • ISBN: 9788897382270
  • Pagine: 152
  • Prezzo di copertina: € 13,00
  • Genere: letteratura contemporanea/romanzo di formazione/young adult/noir
  • Ambientazione: Parigi
  • Lo trovi anche da Amazon.it o Libroco.it
  • Lo puoi ordinare in tutte le librerie Mondadori e Feltrinelli grazie a una convenzione con Libroco, in tutte le librerie IBS-Libraccio, Ubik e in tutte le librerie indipendenti grazie a una convenzione con Fastbook, in tutte le cartolibrerie grazie a una convenzione con Centro Libri Brescia.

Descrizione

Altro che gli umani. Sono gli animali che riescono a essere felici. Sono loro che non hanno il dopo. Invece noi abbiamo le conseguenze, abbiamo il futuro che ci tormenta.

Parigi. Dominic Robert sta per compiere diciannove anni e, tra qualche mese, dovrà anche affrontare l’Esame di Maturità. Figlio di genitori separati, non vive la sua condizione come un problema, anzi, con il padre ha un ottimo rapporto, complice, profondo. Ciò che invece rischia di minare il fragile equilibrio della sua età è la matematica e, soprattutto, chi la insegna. Si tratta di un giovane professore che, per i modi particolarmente feroci con cui si relaziona alla classe, viene da tutti soprannominato Pugnale. Dominic ha sempre evitato di cedere alle provocazioni di questo demone vestito di nero, ma una tragica circostanza lo obbliga a un cambiamento. Con la mente affollata di nuove e urgenti domande capisce che una, su tutte, s’impone e pretende una risposta. Caduta nel piatto della sua esistenza comincia a scavare dentro di lui e ad agire sulla sua parte oscura.

“Sapevo che sarebbero arrivati i dubbi. Arrivano sempre quando stai per chiudere la porta.”

Moran Beaumer

Dopo una importante e inutile laurea in Economia, passa tre anni imbarazzanti nella Legione Straniera. Spara ma non uccide. Torna a casa con le idee molto confuse. Prova cose sparse. E poi trova la pubblicità, un lavoro di cui non si sa ancora tutto. Ci sono i grandi brand. Strategia e tattica sono immagini già conosciute. Inizia nel 1981, come copywriter. Diventa direttore creativo e lo rimane per troppo tempo. Intanto, con una collaborazione che resiste per 15 anni, scrive articoli e racconti per il gruppo Condé Nast. Nel 2011 la pubblicità va in crisi, si salvano poche migliaia di parole. Nel 2013 esordisce con Se incontri qualcuno digli che io sono qui (WLM), Menzione Speciale al Premio Letterario Hermann Geiger 2014 e 3° classificato al Premio Internazionale Montefiore 2015. Dalla storia è stata tratta l’opera teatrale La svolta. La domanda che hai nel piatto è il suo secondo romanzo.

LEGGI L’ANTEPRIMA SU QUESTA PAGINA!

 

Ci sarà tempo, ci sarà tempo

Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri

Ci sarà tempo per uccidere e creare,

E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani

Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto

 

  1. S. Eliot

1

 

Tra un’ora c’è la verifica di matematica. È da stamattina che mi fa male la pancia.

Ho sempre la diarrea quando c’è il compito con Pugnale. È la paura. Maledetta matematica. Non vedo un senso in quelle regole, espressioni, masturbazioni di logaritmi, trigonometria, calcoli infinitesimali. Mi fanno schifo. E poi, se l’infinito si è infilato dentro una calcolatrice vuol dire che siamo messi male. Sono convinto che i numeri portino alla pazzia e che bisogna avere una specie di sadismo per amare questo genere di cose.

Chi può provare attrazione verso una materia così fredda, che non sa ridere, non sa piangere? Una materia senza lacrime. Forse qualcuno la cui mente è stata programmata da Hewlett e Packard.

Pugnale è il nostro prof di matematica. Acuminato e assassino come una lama, colpisce alle spalle da vigliacco o alla gola da professionista. È spietato, ti entra nella pancia e si rigira dentro per scavarti le budella e poi esce con un urlo di trionfo. È il grande sacerdote dei sadici. Piomba in classe come se ti entrasse nel costato. Non ti avvisa, non ti spiega il perché, ti guarda solo negli occhi e tu sai che sarai la vittima. Finisce il suo lavoro e poi se ne va sazio e insanguinato.

Con Pugnale la mia media non raggiunge nemmeno il quattro. Niente male per l’ultimo anno dello Scientifico. Tra due mesi ci sono gli esami finali del Bac e allo scritto di matematica mi faranno a pezzi. Mi porteranno all’orale già morto.

Perché cazzo non ho scelto il Letterario? Potevo farmi torturare dal greco, dal latino, non dormire la notte e bere traduzioni fino all’alba. Sarebbe stato meglio, avrei retto in piedi e senza diarrea. Sarebbe stato più dignitoso.

Il problema è che devi decidere il liceo a quindici anni, senza sapere la fine a cui andrai incontro. Tre anni dopo ne hai diciotto e ti ritrovi nei panni di uno che avrebbe dovuto scegliere altro. Uno che poteva iscriversi all’ES, o al Professionale, o a una scuola per cuochi, o per aspiranti attori, o che poteva andare a bottega da un restauratore di mobili e affanculo la scuola.

Da qualche parte ho letto che l’emisfero sinistro del cervello gestisce la razionalità e il destro la creatività. Io non so come sono messo a destra, ma sputato devo avere un buco a sinistra. Una voragine.

E chissà dove va a finire la parte che mi esce dalla testa? Di sicuro evapora in pochi secondi, ma se mai un giorno riuscissi a recuperarla potrei almeno darla a qualcuno, magari a mio padre, perché pure lui pende a destra da mettere compassione.

Però doveva fermarmi quando gli ho detto che volevo iscrivermi allo Scientifico, doveva insistere, ricordarmi la mia scarsa attitudine verso la precisione e la disciplina. Non l’avrei biasimato se mi avesse legato, imbavagliato, tolto ogni libero arbitrio. In fondo toccava a lui proteggere il mio futuro, anche contro di me.

Invece Mathieu mi ha lasciato fare. E così proprio lui, mio padre, che mi ha aiutato in tutto, mi ha dato il via libera per entrare in un casino da cui non avrò modo di uscire.

Ci vorrebbe una legge, ogni scuola in cui stai per iscriverti dovrebbe essere obbligata a dirti: “Guarda che qui ti spacchiamo il culo in questo e pure in quest’altro. Attento, non è come pensi tu. Qui è complicato, niño. Non ci sono caramelle come succedeva prima.”

Invece nessuno ti avvisa e ti dice come stanno le cose. È una società che guarda altrove, che vive nel panico del tempo, nessuno ha in mente chi è ancora troppo giovane, chi sta ancora facendo lo zaino.

E gli insegnanti! Non sono interessati ai tuoi dubbi, o a quello che cerchi. Vogliono soltanto che tu abbia imparato bene le cose che sanno loro. Cialtroni. Esseri inutili. Se ne salva uno su cento. Uno su cento è un maestro, una guida. Gli altri dovrebbero cambiare lavoro.

Maledetta matematica.

La cosa più dura è che ti senti un escluso, l’ultimo dei deficienti scaraventato fuori bordo e abbandonato sull’isola deserta. Solo e coglione, smarrito nell’universo.

La pancia non smette. Maledetto Pugnale. Di sicuro non morirà di infarto. Aveva ragione Bob Hoskins in Roger Rabbit: bisogna avercelo un cuore per morire di infarto.

Quanti anni avrà? Tutti dicono non più di trentacinque. Non è tanto alto, fisico asciutto, faccia allungata e lo sguardo che hai paura di guardare, i capelli neri, i vestiti ogni giorno neri, la voce che è bravo a modulare e che da calda diventa una lama. Come se la estraesse da un fodero.

Le ragazze lo odiano quanto noi, però dicono che comunque è un bel tipo. Ma si sa che le ragazze sono malate, nascono già così, attratte da chi sa fare del male.

Mancano cinque minuti alla verifica. L’intestino si contorce, le budella si strozzano da sole. Un tentativo di suicidio del terzo chakra? Chissà perché la nostra parte più animale, quella in cui abita l’istinto, è anche la parte che puzza di più. Quella che si riempie di merda.

Tra tre minuti. Tra un minuto. Tra cinque respiri.

La campanella suona. Tremo. Sentiamo il rimbombo delle sue scarpe di cuoio. Guardo gli altri della classe. È l’unico momento in cui vi voglio bene, alunni morituri della sezione E.

 

2

 

«Coraggio, Dominic. Fuori dal letto.»

«Dieci minuti.»

«Due.»

«Otto.»

«Buttati nella doccia, Dom. La colazione è pronta. Guarda che sta piovendo, oggi hanno aperto le gabbie del caos.»

Mi piace dormire da mio padre. Il suo appartamento non è grande, è poco più di uno studio, e il più delle volte, al posto di aprire il divano, ci accampiamo nell’unico vero letto che possiede. Quando di notte si alza per pisciare mi capita di guardare l’orologio, se il tempo della sveglia è ancora lontano sono contento perché posso godermi ancora per un pezzo quel campeggio immaginario. Lui e mia madre sono separati da anni, ma non ho mai sofferto per questo. Anzi, il tempo che passiamo insieme mi sembra più bello.

Stamattina mi porta a scuola in auto. Un lusso.

«Quando piove le macchine raddoppiano, proprio come succede ai funghi nel bosco. Dicono che nell’uno c’è il tutto, è vero. Puoi trovare somiglianze nelle cose più assurde.»

«Però attento, alchimista filosofo. Il semaforo è rosso.»

«Ho visto, situazione sotto controllo.»

«Bravo. Sono contento che non sei uno di quegli stronzi che passano con il rosso.»

«Speriamo non vincano loro, di questi tempi sembrano aumentare solo le cose schifose. Sai come la penso, Dominic, passa gli esami e poi scappa lontano.»

«Ma prima devo passarli questi esami, anche se non sarà certo la matematica a decidere il mio futuro.»

«Ultime novità con Pugnale?»

«Un altro tre, e poi un quattro in fisica. La vedo una scalata impossibile.»

«Se vuoi torno a parlargli, ci sarà un modo per ammorbidirlo. Nelle altre materie vai bene.»

«Provaci, ma quello si diverte a fare il cattivo. È un vampiro.»

«Settimana prossima prendo un appuntamento. Il suo giorno è il lunedì, vero?»

«Sì. Tu invece, quando incontri il tipo importante che devi intervistare?»

«Oggi alle tre, nel suo ufficio. Ma non so quanto tempo mi darà, gli amministratori delegati sono troppo impegnati. Devono esserlo per forza, piuttosto si inventano gli appuntamenti e vanno al cinema.»

«E come si diventa amministratore delegato?»

«Devi amare il successo più di ogni altra cosa. In pratica ti metti a fare due lavori, quello per cui ti pagano e quello che ti serve per la carriera. Ti dai un obiettivo a cui tanti per carattere non pensano. Ti affili lo stomaco e ti affili il culo, nel senso che diventi cattivo e devi avere fortuna.»

«Razza brutta.»

«Non tutti. In ogni caso non conta se sei un clochard o un amministratore delegato. Conta quante domande ti sei fatto e quanti minotauri hai ucciso.»

«Quando ci vediamo, bel Teseo?»

«Possiamo mangiare insieme venerdì sera, Zorro. Se però non ti starai arrampicando sul balcone di Cybille.»

«Ok, venerdì mattina te lo dico.»

Davanti all’ingresso c’è la solita calca che aspetta l’apertura. Oggi le anime delicate le riconosci bene, sono sotto l’ombrello. Invece i cosiddetti duri sono a testa libera, o al massimo sotto il cappuccio della felpa.

Mancano dieci minuti alle otto. Scendo e metto lo zainetto sulle spalle. Durante quei dieci minuti, in attesa della campanella d’inizio, parlare con gli altri serve a rompere il ghiaccio prima di entrare in quel buco nero che è la tua scuola. Poter scambiare due chiacchiere con qualcuno che ti è simpatico ti rincuora. Ti rende persino più forte.

 

3

 

Cybille ha gli occhiali. Ma sono occhiali che potrei portare anch’io. Occhiali da vezzo, non arrivano a mezza diottria. Occhiali da togliere nel momento giusto.

Non lo vuole ammettere ma si sente più figa. Li usa per mettersi un’aria intellettuale sopra un viso selvaggio. Sguardo imbronciato, capelli neri, arruffati, labbra da invito a entrarci. Cybille è bella da urlare. Bella da arrampicarsi su un lampione, fino in cima, e gridarlo a squarciagola finché vengono a portarti via.

Diciassette anni, sezione B. Ancora un anno prima del Bac. Non ha Pugnale come insegnante, e questo mi consola. È già difficile non essere gelosi di quelli della tua età, non sopporterei di sapere che quel bastardo la interroga, la ricatta, la spoglia con gli occhi, la violenta con i suoi metodi e immagina di toccarla.

Un giorno mi ha detto che Pugnale è un tipo che le donne guardano. Stavamo attraversando il Lussemburgo e mi si sono subito ammollate le gambe. La gelosia mi prende sempre prima lì, nella capacità di stare in piedi.

«Ma cos’ha di tanto speciale?»

«Non c’è una cosa più delle altre. È nell’insieme, non saprei dire.»

«Merda, Cybille. È una carogna. Non dirmi che te lo scoperesti!»

«Ma chi ha parlato di scopare? Sei scemo, Dominic?! … Piantala di fare il geloso. Si dice così per dire. …Chiedi in giro, è uno che piace a tutte. Forse perché è intoccabile. O perché tiene le distanze. Però ha un bel muso…»

«Cybille, la finisci?»

«Vedi che sei geloso? Penserai mica che voglio farmi Pugnale?»

«Sicuro che sono geloso. Perché non si vede? E poi non posso sapere fino a quando scherzi. Di certo qualcosa me la stai dicendo.»

«Ma sono solo fantasie di donne, Dominic. Non rinunciamo a questi pensieri, perché sentiamo di poter scegliere. Sono sogni in libertà, come volare. E poi sì, come piace dire a voi, magari siamo un po’ troie. Almeno nella fantasia.»

«Che consolazione, Cybille. Mi fa bene sentirlo.»

«Idiota. È eccitante pensarlo, parlarne tra di noi, e poi punto.»

«Allora mettiamo questo punto, Cybille. Non ci posso credere. Ti piace quel bastardo che mi vuole inculare. Va bene il discorso sulle donne, però non è che io mi metto a…»

«E piantala, Dominic!»

Delle volte le donne ti baciano come dovessero pagare un conto. Anzi, più ti baciano in quel modo e più ci sarebbe qualcosa da chiedersi. Ma devi goderti quei momenti anche se sai dell’inganno. Tanto te lo devi mettere in testa che non saranno mai tue, come i gatti, come il vento.

 

4

 

La mattinata è trascorsa in una nebbia cerebrale, appena a casa mi sarei buttato sul letto. Ma ha vinto la fame. Sul tavolo della cucina ho trovato un biglietto di mia madre: “Ciao Dom, stasera dormo da Raymond. Emeline arriva alle 6 per prepararti la cena, se però esci avvisala. Mangia figlio mio. Sei figo ma sei magro”.

Non sono magro, sono giusto.

Verso le tre mi chiama Olivier, anche lui ha capito meno di zero della lezione sugli integrali.

«Dom, se vuoi arrivo tra mezz’ora con mio cugino. È al terzo anno di architettura. Qualcosa più di noi deve pur saperla.»

«Va bene. Però io alle sette voglio uscire.»

La sfortuna di Olivier è che è ripetente. E, insieme, la sua fortuna è che è ripetente. Quando ti hanno già seccato ti si imprime negli occhi. Hai perduto un anno ma in compenso hai trovato una specie di quiete. Fateci caso, nei ripetenti non c’è più l’ansia da prestazione che costringe a vivere con il terrore della bocciatura. Loro ci sono passati, come quei veterani che sono già stati feriti, non li invidi ma li guardi con rispetto. Hanno un fatalismo che li rattrista, però li rende calmi.

Olivier si presenta puntuale, con lui c’è un tipo che sembra una bottiglietta di Orangina. Bassotto, testa piccola, spalle strette e fianchi larghi.

«Ciao Dom, lui è Géraud.»

«Ciao, Dom.»

«Ciao, Géraud, grazie che sei venuto. Mettiamoci in cucina, almeno se ci viene fame siamo già in vantaggio.»

Géraud ha la mano sudata. Preferisco infilarla nel cesso che stringere una mano sudata. Nel cesso fa schifo e basta. Invece quella cosa sudata ti rimane nella pelle come un retrogusto.

«Ce l’hai una birra?»

«Certo. Anche per te, Géraud?»

«Ma sì. Una birra la bevo volentieri.»

«Gèraud è di Marsiglia, è qui da tre anni. Sua madre è la sorella di mio padre.»

«Ottimo Olivier, mi mancavano questi tasselli. Ora che li conosco vedrai che imparo gli integrali come l’alfabeto.»

«Non fa ridere Dom, lo dicevo così… per cominciare.»

«Inizio avvenuto… Non te la prendere Géraud, voglio bene a Olivier e allora ogni tanto mi piace torturarlo.»

«Ma figurati, Dominic. Si parte?»

«Carta e matita per gli appunti, registratore, birra. C’è tutto.»

«Bene, cominciamo da zero.»

«Bravo, è il nostro livello.»

Tre ore filate di integrali. Tre ore a strisciare feriti sulla terra cercando di arrivare in cima alla collina. Ma in cima non c’è la salvezza, non c’è la fine, ci sono prove ancora più complicate.

Géraud racconta. Non è male, devo dire, cerca di metterci a nostro agio. Però l’argomento procura agonia, nausea, sensazioni di sanguinamenti interni. Sforzi estremi ci fanno resistere lucidi fino alla fine. Qualcosa pare averci bucato la testa e forse potrebbe avere probabilità di restare. Il resto se ne andrà tra qualche minuto assieme alla birra della prima pisciata.

«Non voglio esagerare, ma le idee più chiare le ho. Se non altro dal nero passo al buio.»

«Anch’io. Non so per quanto, ma vedo una luce in questa merda.»

«Se volete possiamo continuare.»

«No grazie, ora devo andare. Ho appuntamento al cinema con Cybille. Qualche minuto e usciamo insieme. Bravo Géraud, speriamo.»

«Anch’io me la facevo sotto per gli esami del Bac, poi all’università mi si è aperta la testa all’improvviso.»

«A me questi miracoli tipo Mar Rosso non succederanno. Ci vediamo domani, Olivier?»

«Sì. Come va con Cybille?»

«Bene… Insomma, ogni giorno di più si scopre che le donne sono donne. Mondo a parte. Vaporoso. Destrutturato.»

«Che c’entra?»

«Niente, Olivier. È che con le donne ogni tanto ti incazzi, ma più o meno va bene, e quando non va bene pensi al loro culo e magari va meglio.»

«Con quello di Cybille non ci si annoia…»

«Giusto. Il tuo invece, Olivier, mi sembra ingrossato. Troppo fast-food. Devi compensare con sport duro, oppure con molte eiaculazioni. Arielle dovrebbe massacrarti di più con il Kamasutra.»

 

5

 

Eccolo.

È l’ora della nostra morte. Anzi, oggi è giovedì, oggi sono due le ore della nostra morte.

Nessuno parla. Pugnale entra trasportato da un vento malvagio. Inconfondibile. Ci porta l’odore dei suoi delitti. Si dirige verso la cattedra, arrivato a poco più di un metro vi lancia sopra la cartella di cuoio nero. Quel tonfo è il gong del suo esserci, del suo dominio che comincia. È il suo primo gesto abituale, il segno del comando anche su un pezzo di legno a quattro gambe. Ma è il suo talamo. Il suo altare.

Mi giro verso la finestra giusto in tempo per vedere un merlo appoggiarsi sul davanzale, raccogliere qualcosa e volare via. Libero.

C’è un cielo azzurro. Azzurro e allungato fino in alto come succede di rado. Attraverso i vetri si può guardare la parte interna dell’edificio, si vedono i tetti, gli abbaini, le tegole. Giorni fa un gatto ci passeggiava su quelle tegole. Avrei tanto voluto essere quel gatto, avrei rinunciato a tutto per scambiarmi con la sua vita. Sarei stato disposto a perdere le mani, il corpo, il mio giubbotto di pelle, la musica, Manu Chao, Zaz, la crème brȗlée, le baguettes di Cluny ricoperte del paté d’anatra di M.me Carriot, le labbra di Cybille, a rinunciare alla voce di mio padre, all’estate a cavallo nel Calvados, ai bordi a vele tese a la Belle-Île.

Altro che gli umani. Sono gli animali che riescono a essere felici. Sono loro che non hanno il dopo. Invece noi abbiamo le conseguenze, abbiamo il futuro che ci tormenta.

«Signori, buongiorno.»

Il coro degli schiavi risponde.

«Gredell, abbassa quella tenda.»

«Subito, prof.»

«Bene, vi vedo curiosi. Mi fa piacere, ne avete bisogno. Oggi avremo il tempo per riassunti e chiarimenti delle lezioni fatte finora. Così chi non c’era non avrà più scuse. E chi c’era non avrà più dubbi. Cominciamo però da un concetto che va più in là: dal perché la matematica è tanto necessaria. Sono ansioso di sentire il tuo parere, Laforêt, cosa ci puoi dire a riguardo? Dire qualcosa di intelligente, intendo.»

Povero Laforêt. Sempre lui, Stéphane Laforêt, il bello della classe.

Bello ma scemo, puro come una carota novella, un bel carotino da pomeriggio sul prato e niente più, comunque un bel giro per una ragazza in cerca di avventure da annotare sul diario.

Pugnale ci gode a sodomizzarlo per primo davanti ai compagni, soprattutto davanti alle donne. Gli piace affondarlo dentro il culo di quel disgraziato e vederlo soffrire. Perché Laforêt è uno che ci soffre, e si vede. E quindi, mentre brusii e risatine si sprecano, risatine di nervosismo, lui si contorce dalla disperazione ma si alza.

«Beh… prof, …uuhh… la matematica… aspetti… aahh… la matematica è figlia della logica e la logica controlla le fila degli avvenimenti… o meglio, degli accadimenti… sì, delle reazioni, del perché una casa sta in piedi o un albero mette le foglie o…»

«Ti fa male la pancia, Stéphane? Hai la diarrea oggi?»

«No, prof.»

«Perché allora stai così, perché ti agiti?»

«Non so, prof. Scusi.»

«Stavi cercando di ricordare una notizia che hai letto ultimamente su qualche manuale della masturbazione, Stéphane? O ti sei buttato alla cieca, alla kamikaze, in una grossa bolla di demenza?»

«No, prof, cercavo di rispondere alla sua domanda… e…»

«Siediti. È meglio, Stéphane.»

Stéphane si siede ma il culo deve fargli male. Non cerca nessuno, guarda davanti a sé senza puntare a niente in particolare. È due file dietro di me, riesco a vedere la sua espressione e mi basta. Olivier intanto mi fissa terrorizzato. Claudine mi fa gli occhiacci.

«Abbiamo appena ascoltato una persona che ha capito poco e capisce poco di quello che dice. E, sicuramente, ha molto poco da dire. C’è qualcuno che vuole provare a regalarci un’opinione più articolata e intelligente?»

Silenzio. Il silenzio non porta mai bene. Ci sono vittime designate dentro il silenzio.

«Flore? Vivienne? Sophie?»

Ha chiamato tre ragazze. Non importa se belle o brutte. Ci gode a spaventarle. Vuole la loro paura insieme al loro culo. Avrà voglia di prenderle sulla cattedra nel pieno del terrore.

«Nemmeno uno che abbia uno straccio di idea e sappia dare un senso al suo essere qui, ora. Una classe interessante! Peggio di un buco nero. Forse la matematica è un pensiero troppo alto per voi? Troppo nobile? Avanti, coraggio. De Robin? Fribot? Caroline? Jérôme? Una voce tra le bestie.»

Cognome. Nome. Lui usa indifferentemente l’uno o l’altro. Non dà peso, non rispetta. Per lui sei l’uno o l’altro senza badarci, perché tanto, visto che tu sei niente, non sei nessuno dei due.

«Robert?»

Preso. Colpito. Ora tocca a me. Anzi, a noi, a me e al mio culo.

Dominic Robert, per alcuni Dom, diciannove anni tra un mese, desideri molti, realizzati pochi. Speranze scarse, alternative ampie. Mentre il mio avversario, il bastardo dipinto di nero, è lì che mi guarda. E sento che tutti mi guardano. Però lui mi toglie la pelle con gli occhi, mi tortura, mi vuole succhiare il coraggio e ogni altra cosa bella che ho. Non devo lasciarlo passare, non deve entrare. Non ti faccio assaggiare niente di me, Pugnale. Non ti prenderai niente.

«Così su due piedi, prof?»

Ho rotto il suo incantesimo. Qualcuno ride. So che non gli sta bene.

«Vuoi fare lo spiritoso, Dominic? Preferisci metterti a quattro zampe come un bue? Vediamo quanto sei bravo, continua.»

Parlare stando in piedi sull’attenti è già una penalizzazione. In più, lo vedo che si alza dalla cattedra e mi viene vicino.

«Avanti, Robert, dicci, anzi… ci dica il suo contributo, la ascoltiamo.»

«Beh, prof… lo sa bene che il mio contributo è misero, il più delle volte miserabile, quindi sicuramente starò per dire qualcosa di basso profilo, però…»

«Però, Professor Robert, però cosa?»

Vorrei almeno buttare un occhio a Olivier, vedere che faccia ha, oppure a quella strega di Claudine che sa tutto prima degli altri. Ma devo reggere lo sguardo, se giro gli occhi ho già perso. Appoggio le mani sul banco, sento che devo pisciare, le ginocchia tremano, ma il resto non deve tremare. Penso a mio padre, ecco, a mio padre.

«Prof, so che potrà trovare clamoroso ciò che sto per dire. So che mi taglierà la testa e il resto, però la mia teoria è che la matematica…. la matematica sia stata, e sia tuttora, la naturale evoluzione della curiosità dell’intelligenza umana… e come tale, premessa imprescindibile da porre alla base di ogni rapporto interpersonale e sociale. Le infinite combinazioni che si vengono a creare tra i numeri sono, secondo me, specchio delle altrettanto infinite combinazioni di pensieri e intenzioni, ma non necessariamente azioni, che strutturano le dinamiche all’interno dei nuclei umani…»

Merda, che botta. Non so da che parte sia riuscito a tirar fuori questa teoria. Mi sono ricordato della sua parola iniziale, intelligenza. Se l’ha detta ci sarà un motivo. Ci sarà affezionato.

Pugnale viene ancora più avanti. Si ferma di fronte a me. Il suo viso è lì, tra lo stupito e l’altrove. Lo lascio per un secondo, uno, per lanciare un’occhiata a Olivier. Quando torno a guardarlo so che Olivier ha la bocca aperta, sbigottito, ed è fiero di me, e persino fiero di sé.

Nella classe volano sussurri, però nessuno commenta a toni più marcati. Eppure ci saranno degli altri Olivier, sono sicuro.

«Che sparata, Dominic. Hai capito almeno cos’hai detto, oppure no?»

Carogna. Nemmeno la soddisfazione di sbilanciarsi con un minimo complimento. Neppure ammetti che non è male, che ho pronunciato una frase con un senso, semplice, ingenuo, ma con un senso. Dillo. Solo oggi, apri il cuore! Già, ma tu non ce l’hai un cuore. Pugnale, merda umana che sei.

E dunque niente, silenzio e occhi senza misericordia. Intanto nella classe c’è chi si diverte. Sarà parte della claque dei servi di turno, che ridono quando vengono uccisi gli altri, quando non tocca a loro.

«Bene, Robert. Adesso che hai rotto il ghiaccio con le stupidaggini, puoi continuare. Ti inviterei a comparare la matematica di Cartesio alla ricerca di Leibnitz. Vediamo quanto sei curioso oggi.»

Che posso fare, a parte guardare di nuovo Olivier? Anche lui mi guarda, non può nemmeno scuotere la testa, e cerca di dirmi qualcosa con gli occhi ma non so capirlo. Pugnale è piantato davanti a me, e tutti se ne stanno in silenzio barricati nella loro momentanea incolumità.

Guardo quell’esemplare di violenza umana vestito di nero, oltrepasso il suo ghigno, attraverso i suoi occhi e vado più in là, verso l’orrore di quello che contiene, dritto ai suoi organi, alle viscere del demonio che è nascosto lì dentro.

«Allora Dominic? Già esaurita la curiosità? Ti credevo più prestante, non è che magari soffri di eiaculatio precox? Sarebbe un peccato per la tua fidanzatina.»

Cos’avete da ridere, dementi? Vorrei vedere voi, sono l’unico qui in piedi a reggere l’uragano. Fuggire. Nascondermi tra quelle tegole come il gatto. Devo stare diritto, almeno dall’esterno devo sembrare solido, faccia immobile, voce chiara, almeno ci provo.

D’improvviso, come degli schiaffi, le parole di Cybille mi squarciano la mente. Piace a tutte, forse perché è intoccabile, però ha un bel muso, non rinunciamo a questi pensieri, ci piace volare, magari siamo un po’ troie, almeno nella fantasia… Ho la percezione che lei stia per mollarmi, che mi stia inculando anche lei. Lo sento. Non so perché, o come succederà, ma in questo momento mi rendo conto che l’ho persa. Tu no, Cybille…

Come è possibile? Allora non ho capito niente. Devo ricominciare, mi devo ricostruire dall’inizio. È così che bisogna essere? è così che loro ti vogliono? È questo che affascina? Quanto cattivo devi essere per piacere agli altri? Alle donne, soprattutto.

«È una domanda complessa, prof… per me Cartesio di certo è la Francia, ancora oggi per molti aspetti… la solidità della ragione… Leibnitz invece mi sembra la parte spirituale della Germania, il Sacro Romano Impero, c’è romanticismo in Leibnitz… nella visione di entrambi la matem…»

«Siediti, Dominic. Basta.»

È finita. Mi accascio sulla sedia in cerca di un rifugio e sento la mano di Olivier che mi tocca la gamba.

«Ora che il Professor Robert ci ha illustrato il suo pensiero, siamo in grado di procedere con le cose serie. Allora, vediamo come mai la matematica ha percorso così tanta strada nella mente dell’uomo, cosa l’ha stimolata, quali princìpi di necessità hanno alimentato nei secoli la ricerca, da Pitagora in poi, e a quali domande si sono trovate risposte. Ci metteremo tempo, non vi distraete, il primo che ci casca è fuori con un due e una nota sul registro. Gredell, perché quando ti chiedo di abbassare la tenda lo fai solo di cinque centimetri? È la tua misura in erezione?»

I servi volanti ridono ancora. Gredell si alza e abbassa la tenda. Pugnale gode. Può darsi che qualche ragazza si stia immaginando le sue misure, non quelle di Gredell.

Bussano alla porta.

«Avanti.»

«Mi scusi professor Daridot, mi spiace se disturbo…»

È il bidello del piano, Xavier, un piccolo timido uomo in camice blu, più vicino alla pensione che ai suoi anni migliori.

«Che succede?»

«Ecco, professore, il preside mi ha incaricato di chiederle se può salire da lui, ora. Per quella intervista al giornale. Ha in linea la redazione.»

Pugnale non commenta, non guarda nessuno, si stacca dalla cattedra e si dirige verso la porta.

«Riprendiamo subito.»

Soli. Qualche minuto inaspettato di vita. Come il gong durante un incontro che è diventato difficile. Posso stare nel mio angolo. Rifugio dalle botte. Rifornimento di respiri freschi. Finalmente posso parlare con Olivier.

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