MUSICAL 80 di Nicola Gervasini

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  • In copertina: Jukebox 80, opera fotografica di Nicola Gervasini, con il contributo di Roberto Pasqua, collezione privata.
  • ISBN: 9788897382331
  • Pagine: 206
  • Prezzo di copertina: € 17,00
  • Genere: giallo/noir/thriller
  • Ambientazione: Urbino, Fossombrone, Roma, Varese, Gallarate
  • Lo trovi anche da Amazon.it e Libroco.it
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Descrizione

«Commissario, mi risparmi la sociologia culturale. Gli anni ottanta sono stati una parentesi, un momento di lucida e colorata follia prima di una nuova depressione…»

Anni 80: gli anni delle musica di plastica, delle attrici maggiorate nei film soft-erotici, degli splatter, dei politici pronti ad arraffare tutto prima del terremoto di Mani Pulite e della crisi economica degli anni novanta. Anni visti con sospetto da tutti, ma non dal commissario Paolo Manfredi, costretto a rovistare nella vera essenza di quel decennio per risolvere il suo primo caso di omicidio. Al Teatro Sanzio si sta allestendo Musical 80, opera su musica e costumi dei tempi, quando una delle attrici viene trovata morta nel suo appartamento di Fossombrone. Manfredi intraprende così un viaggio nella vita di una ex attricetta nota con il nome di Zara Blacks. Un percorso che da Urbino e i suoi vicoli arriva fino ai salotti dei politici romani e alle mura della Rocca di San Leo. Svogliato, superficiale, non sempre politically correct, e con un evidente conflitto da risolvere con il mondo femminile, Manfredi, originario di Varese, è un uomo che vive con il rimpianto di una carriera di scrittore mai veramente tentata, un matrimonio appena fallito, e un quotidiano impegno a non cadere negli stereotipi. Gli stessi che da tempo condizionano la visione di un decennio che forse non fu poi così frivolo e scanzonato.

Nicola Gervasini

Nicola Gervasini (Varese, 1972) ha scritto regolarmente di musica dal 1992 per varie testate e siti web di settore (Mucchio Selvaggio, Il Buscadero, Rootshighway, FilmTV). Nel 2009 il suo racconto La Pistola ha ottenuto la Menzione Speciale della Critica al Concorso Quaderni Rock del MEI. Nel 2010 ha pubblicato Rolling Vietnam – Radio-grafia di una guerra (Pacini Editore), romanzo storico vissuto tramite le canzoni che hanno raccontato la guerra del Vietnam. Con Musical 80 (WLM 2017) fa il suo ingresso nel mondo del noir.

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Intro

 

La foto proveniva dal set promozionale per Ghiaccio Bollente. Lei appariva seduta, coperta solo da una camicetta bianca, semitrasparente. Era praticamente nuda, ma non si vedeva nulla. Eppure s’immaginava tutto. E in quella posizione era rimasta per anni a guardarmi dalla testata in legno del mio letto, bacheca ideale per la galleria di donne dei sogni di un aspirante adolescente.

Il film Ghiaccio Bollente ricordo di averlo visto una sera quando ero ragazzino, quasi per caso. Era uno di quei filmetti sospesi tra l’erotico-chic e il bassoguardone, con una storia molto simile a quella di Laguna Blu o Paradise1, solo che in questo caso i due giovani dispersi rimanevano intrappolati in Alaska, e si rifugiavano in un igloo ad attendere soccorsi. L’idea mi era piaciuta, e così avevo passato non so quante notti a sognare di essere il Lui che, per difendere la sua Lei, affrontava grizzly affamati e orche assassine. Il tutto in cambio dei primi sogni d’amore fisico che la mia mente di acerbo dodicenne era in grado di partorire.

In quei giorni però di anni ne avevo più di quaranta, e da circa dodici ore il corpo del mio primo vero amore virtuale penzolava inanimato nel bagno di un appartamento di una palazzina di Fossombrone che stavo per definire anonima per rispetto alla defunta, ma che qualcuno con ancora più buon cuore avrebbe dovuto demolire alla prima occasione. Con tanti saluti al devastante mercato immobiliare italiano degli anni settanta, a cui dovevamo solo questi immondi e inabitabili obbrobri.

Come casa mia, ad esempio. Quella nuova intendo.

 

Il bicchiere stanziava vicino al lavello da dieci giorni senza un preciso motivo. Era ancora riempito da due dita di grappa di Barolo, con un’anima d’alcool ormai ferocemente evaporata, ferocemente degradata a mero liquido vagamente aromatizzato.

Sentivo la sua assenza di sapore anche da lontano, e ogni tanto mi pareva quasi di sentire le sue insistenti preghiere affinché io ponessi fine a quel supplizio.

Invece no.

Ogni sera lo osservavo inerte dalla mia poltrona, e ogni volta decidevo che la distanza tra me e il lavello non rendeva l’impresa di lavare quel bicchiere degna di cotanta fatica. Osservavo così l’agonia di quel gusto ucciso dall’aria senza alcuna pietà, decidendo che il destino di quella grappa non sarebbe stato finire nella mia pancia, e nemmeno nel tubo del lavandino, ma semplicemente perire sbiadita in quella tomba di vetro.

Lasciare morire le cose: era questa la mia più grande nuova libertà.

Vederle consumate, piegate dal tempo, avvizzite dall’incuria. Avevo bisogno che fosse così, era la mia vittoria su tutto quanto ci richiedono i nostri oggetti. Il pavimento chiedeva di essere pulito, la caldaia andava mantenuta, il tetto riparato, il frigorifero riempito, sbrinato, liberato dagli odori, alleggerito dagli avanzi mai tornati in auge sulla mia tavola.

Provate a immaginare quante delle nostre azioni quotidiane sono volte a servire degli oggetti che il tempo comunque distruggerà?

Tutto mi richiedeva attenzione, ma io non ne avevo più da dare. Gli oggetti erano lì per me: se quel bicchiere anelava davvero a tornare a essere un bicchiere e non una fossa per ex-liquori, faceva il piacere di alzarsi, lavarsi, e sistemarsi nella credenza con gli altri bicchieri. Pronto ad appalesarsi autonomamente sulla mia tavola non appena mi avesse visto impugnare una bottiglia di vino rosso.

Invece era pigro. Mi attendeva paziente e rassegnato, e io non mi sognavo certo di spingerlo a vincere quella sacrosanta inerzia.

Era stata una giornata pesante quella: un omicidio era proprio quanto non mi serviva in quel momento. Tanto che non mi ero neanche degnato di cominciare a interrogare le persone che conoscevano la vittima. Non proprio quel giorno. Non quando erano esattamente dodici mesi che non dormivo con lei.

Per cui seguitavo a praticare l’atto più rivoluzionario che io conosca: fissare un oggetto e dedicargli tutti i miei pensieri. Con le orecchie sovrastate dalla mia musica, l’ansia di dover assolutamente fare qualcosa di importante, e l’autoflagellazione di non voler assolutamente farlo.

Sarà per questo che il mio appartamento era cosparso di oggetti abbandonati che servivano solo a essere scrutati. Un paio di pantaloni lasciati in bagno da mesi, una pianta morta nell’angolo, il cestino pieno di carta, costantemente esclusa dalla spartizione nella raccolta differenziata. Ci doveva essere sempre qualcosa da fare in casa mia, altrimenti sarei rimasto senza ansie con cui convivere.

Il mio non era affatto il tipico appartamento di un commissario della Squadra Mobile. Pensavo ai tanti libri gialli letti in gioventù, e mentalmente dividevo gli appartamenti dei protagonisti dei noir tra quelli iper-ordinati, se non proprio vuoti e inabitati, dei commissari che usavano vivere le proprie notti al lavoro e non possedevano più una vita privata, e quelli invece iper-trasandati di quegli ispettori con un passato oscuro, un dolore da esorcizzare, una lotta persa in partenza con sé stessi.

Il mio invece era solo una inespressiva via di mezzo, con tutto l’ordine di simmetriche pigne di scatoloni, e la sciatteria tipica di chi è convinto che mai nessun altro essere umano avrebbe messo piede in quel locale.

Di sicuro, non la mia ex moglie Roberta.

 

― Sandra Puverti aveva cinquantun anni, e viveva da sola. Non aveva figli, e il suo ex marito lo abbiamo rintracciato stamattina in un hotel di Saint-Tropez. Secondo vari testimoni, non si muove da lì da più di due settimane. D’altronde i due non si vedevano da quasi trent’anni. Inoltre…

La voce di Pacotti mi arrivava confusa. Lo bloccai prima che straripasse definitivamente, mentre leggeva il suo resoconto mattutino.

― Pacotti, si fermi! Non vede che devo bere ancora il mio caffè! Cosa vuole che capisca se legge così veloce!

― Mi scusi… ma…

Non finì la frase, e attese che io ingurgitassi il caffè peggiore di tutto il commissariato di Urbino.

― Pacotti, questo caffé fa ancora più schifo del solito. Sempre sia possibile, ovviamente.

― Mi scusi commissario, ma, come ben sa, non ci cambiano il distributore perché tanto presto dovremo ritornare a Pesaro.

― Non me lo ricordi Pacotti. Il giorno che dovremo lasciare Urbino si ricordi di non cercarmi, ho bisogno di calma e concentrazione per suicidarmi.

Pacotti non s’impressionò davanti a cotanta minaccia e incalzò, mantenendo la sua aria fintamente assente.

― Siamo stati qui al commissariato di Urbino anche troppo tempo per i miei gusti, non è un ufficio degno di una Squadra Mobile questo.

― Lasci perdere Pacotti. Mi tolga anche questa città, e davvero non so più perché insisto a respirare. Ma mi dica invece, che fine ha fatto, invece, Zara Blacks?

 

― Zara Blacks? Sandra non usava quel nome da tanti anni ormai, penso dai tempi di Inside Zara.

Il bello dei film pornografici è l’impossibilità di farsi ingannare dal titolo.

Inside Zara? Temo di essermi perso qualcosa di bello ai tempi.

― Nulla direi. Il solito passaggio al porno di molte attricette del soft-erotico degli anni ottanta. Il suo era talmente brutto, e lei talmente imbarazzata nel ruolo, che non riuscì neanche a solleticare le fantasie dei paninari più sfigati. Non so neanche se l’hanno mai ripubblicato in dvd.

La voce di Pablo Herrera, ex marito di Sandra Puverti, mi giungeva chiara e forte al telefono. Non sembrava minimamente scosso dalla notizia della morte della sua ex moglie, e il sapersi forte di un alibi inattaccabile gli permetteva anche una buona dose d’ironia.

Era quella la prima mossa concreta della mia indagine. Me l’aveva suggerita il mio sottoposto, Riccardo Pacotti, uno che anche gli amici più stretti chiamavano solo Pacotti e non, per esempio, “Ricky” o “Rik”, solo perché “aveva la faccia da Pacotti”, come sentenziò senza possibilità di appello Rosaria, la nostra centralinista tuttofare.

All’apparenza sembrava esattamente quello che ti aspetti da un posto di polizia di una piccola cittadina dove non accadeva mai nulla: un grigio passacarte dedito al ricevimento mensile del per nulla lauto compenso statale, un trentenne già appassito in un’aria vecchia e stanca. Ma possedeva anche l’unico neurone veramente funzionante di tutta la Urbino in divisa, e io ero l’unico a esserne a conoscenza. Solo che, ovviamente, mi guardavo bene dal farlo sapere in giro.

Fu lui ad esempio a farci sapere che per una telefonata internazionale potevamo anche usare dei software gratuiti di video-chiamata senza dover per forza richiedere una autorizzazione di spesa al sovraintendente, e il fatto che anche solo questa banalissima scoperta sia parsa geniale al sottoscritto, vi fa capire perché io avessi paura a uscire dal mio guscio urbinate. In ogni caso poi all’azione ci passavo io, come nel caso della irritante chiacchierata con Herrera.

― È a causa di Inside Zara che vi siete lasciati?

La sua risata mi trapanò il timpano.

― Ma sta scherzando? Per me Sandra poteva anche farne mille di quei film.

― Una coppia aperta, mi sembra di capire.

― Non eravamo proprio una coppia. Solo due giovani attori in cerca del film giusto, che decisero di trasformare una semplice scopata in un’occasione in più per fare notizia, e vedere la propria foto sulle riviste di gossip. Io e Sandra abbiamo vissuto assieme non più di due mesi, per il resto giravamo i set senza mai vederci e sentirci.

Nota mentale: gli stereotipi sulla vacuità dei matrimoni delle star sono veri. A ricordarmelo prima avrei evitato quelle domande stupide. Provai qualcosa di più utile alla mia causa.

Ghiaccio Bollente aveva fatto successo, l’ho visto anche io. Come mai poi Sandra non è riuscita a sfruttarlo?

Il suo sonoro sbuffo mi costrinse a indietreggiare.

― Commissario, quando ha visto il film?

― Nel 1984, al primo passaggio in televisione. Avevo circa dodici anni.

― Provi a rivederlo oggi. A dodici anni lei scopriva le tette di Sandra. Magari oggi scopre il resto.

 

I francesi sono sempre più avanti di noi.

È vero, in Italia Inside Zara era introvabile, ma non in quel paese di buongustai del sesso.

Ordinai il dvd di Inside Zara da un negozio online di Lione, cercai su Wikipedia informazioni su Pablo Herrera — una serie di film di serie B negli anni ottanta, poi una buona carriera nelle soap-opera sudamericane, nulla che Pacotti non avesse già scoperto e riferito —, e mi apprestai a seguire il suo consiglio di rivedere Ghiaccio Bollente.

Un modo come un altro per tornare giovane lavorando.

Ebbi solo qualche problema a convincere Caprotti, il mio sovraintendente, che la visione di film erotici fosse parte di una efficace strategia investigativa. Anche perché lui sapeva benissimo che non ne avevo mai avuta una.

 

Chissà se ho mai veramente sognato di salvare Roberta dal grizzly? Lei direbbe di no. Direbbe che per lei non avrei rischiato nemmeno un’unghia, neppure nei sogni. Forse la scena del grizzly era stata primaria nella mia vita in un’epoca troppo lontana da lei, e questo mi fece pensare a come i miei primi sogni erotici prevedevano sempre una ragazza-da-salvare, mentre quando ho conosciuto Roberta, ero già in età post-adolescenziale, vale a dire già nella fase del modello ragazza-adorante.

Avete in mente quelle donne che davanti alla nostra superiorità mental-cultural-cognitiva di uomini perfetti reagiscono neanche dicendo quanto te la darei!, ma addirittura con un implorante ti prego, prendila!?

Ah. Non le avete in mente? Scusatemi, è ovvio, capisco.

Infatti non esistono.

A meno di non essere Brad Pitt — nota per il pubblico femminile: sostituire Pitt con altro nome a caso secondo i vostri gusti personali.

O forse solo non siete mai arrivati a osare tanto nei vostri sogni, ma vi giuro che io ce le avevo ben chiare nelle mie lunghe e agitate notti giovanili — chiedo scusa alle lettrici se sulla questione mi rivolgo agli uomini, ma è una questione tutta nostra questa. Poi torno a raccontare per tutti, promesso, volgerò la narrazione al politically correct in maniera tanto elegante che manco ve ne renderete conto.

Invece in Ghiaccio Bollente la scena del grizzly non era affatto come la ricordavo.

Io avevo in mente uno scontro corpo a corpo, con il baldo giovane che brandisce un coltello, e con quello vince il duello tra mille rivoli di sangue.

Nel film invece il grizzly si vedeva tramite dei fotogrammi montati malissimo, presi evidentemente da un documentario di almeno vent’anni prima, visto che anche il colore e la qualità della pellicola erano diversi dal contesto. La lotta non veniva mostrata, ma semplicemente se ne intuiva l’andamento e l’esito dai primi piani sul viso terrorizzato di Zara Blacks.

Quanto basta per capire cosa intendesse farmi scoprire il buon Pablo Herrera invitandomi a rivedere il film: come ben ricordavo infatti, Zara/Sandra era dotata di uno dei petti più memorabili del cinema degli anni ottanta, ma ai tempi notai decisamente meno il fatto che avesse le stesse capacità recitative di un palo della luce.

Mi sovvenne allora che la scena del grizzly, come la sognavo io, l’avevo effettivamente vista in un vecchio albo di Tex. Cercai velocemente in internet pure quello, e lo riconobbi. L’uomo e la Belva s’intitolava, albo numero 222. La posizione in cui mi sognavo era la stessa, e dunque la confusione tra film e fumetto era evidentemente il frutto di una mia licenza poetica dell’epoca.

Sciolti questi dubbi sulle mie prime polluzioni notturne, finii a fatica di vedere il film. Era una produzione italiana di basso livello, con pretese di prodotto di classe, luci patinate e scene di sesso ammantate di un’arte che non c’era. Il regista, addirittura, aveva usato uno pseudonimo, forse per poter poi continuare la sua modesta carriera di operatore e regista di programmi pomeridiani della Rai senza dover rendere conto a nessuno di quella schifezza cinematografica.

Provai per la prima volta nostalgia dell’immondo Bolero Extasy con Bo Derek2 rivedendo quelle immagini ridicole. Quello era stato il film più desiderato della mia prima educazione sessuale, ne parlavano tutti ai tempi, sia a scuola sia i grandi nelle serate a cena, e io non desideravo altro che vederlo. Quando finalmente ci riuscii, qualche anno dopo la sua uscita, la delusione fu paragonabile alla scoperta della vera origine dei regali di Natale.

Poi, chissà come, mi ritrovai Roberta accanto che commentava il tutto con la sua faccia sdegnata. Durò pochi secondi, giusto il tempo di rivedere la mia stanza vuota e pensare che forse, a un anno dal trasloco, era ora di disfare un altro scatolone.

 

― Allora Pacotti, ricapitoliamo: Zara Blacks…

― Sandra Puverti vuole dire.

Alzai gli occhi quanto basta per inquadrare la figura esile, quasi ricurva, di Pacotti. Fissai quegli occhi piccoli e neri, per me da sempre troppo vicini al naso per apparire vispi e intelligenti, e ancora una volta mi chiesi come poteva essere che uno che aveva il physique du role dell’ausiliario del traffico — a essere buoni —, incarnasse da solo tutta la materia grigia presente nella stanza.

― Pacotti, non rompa. Dov’era lei nel 1983?

― In una culla immagino.

― Allora stia zitto. Negli anni novanta voi ragazzini ve la sognavate una con un nome così.

Provai un certo orrore nel leggergli negli occhi che lui negli anni novanta sognava di fare il poliziotto, non formose e disinibite starlette. Capii che era meglio non indagare sull’argomento.

― Forza dai, mi dica quanto sappiamo.

― Allora: la Puverti, o Blacks che sia, è stata impiccata che era già morta.

Rialzai gli occhi sbuffando. Sapevo che faceva apposta a farmi i trabocchetti. L’adoravo per quello. Anche se non glielo avrei mai riconosciuto neanche sotto tortura.

È stata impiccata?

― Appunto, essendo già morta, trovo difficile che si sia impiccata.

Stetti qualche secondo a osservare quel viso scuro invaso da un naso abnorme e una bocca troppo piccola. E lì, proprio in mezzo, ravvisai l’ombra di un sorrisetto.

Mi stava prendendo per il culo.

E per questo lo stimavo. Ma anche questo non glielo avrei… vabbè, avete capito.

La Palisse direi. Continui.

― A ucciderla infatti è stato un mix di barbiturici. Presto avremo il resoconto dettagliato dal medico legale, anche se comunque si è già pronunciato non ufficialmente.

― Insomma, mi sta dicendo che l’hanno suicidata con i barbiturici, e poi, temendo di non far capire bene che non aveva fatto tutto da sola, l’hanno impiccata per rendere il suicidio più credibile?

Pacotti perse per un attimo le coordinate del discorso.

― Eh…sì. Cioè, no. Ecco… no…

Ti ho fregato, sfigato. Non hai capito una mazza! pensai, ridendo dentro e fuori.

― Pacotti, non si preoccupi, scherzavo. Mi sa proprio che siamo davanti a un assassino che, volendo incasinarci la scena del delitto, si è incasinato lui.

Avendo finalmente capito il mio scherzo, rialzò le spalle e riacquistò il ridicolo tono formale per cui era noto in tutta Urbino, unico cittadino a dare del lei anche agli studenti che popolavano le strade durante l’anno accademico.

― Sì, il medico legale sostiene che lei è morta qualche ora prima, e non siamo ancora in grado di dire se si è suicidata volontariamente, se l’hanno costretta, o se è stato solo un errore nei dosaggi del farmaco.

― Insomma l’assassino potrebbe anche averla trovata già morta, ma ha voluto infierire.

― Probabile che l’assassino l’abbia creduta solo svenuta e non se ne sia accorto. Altrimenti che senso avrebbe avuto finire il lavoro e la messa in scena? Nessuno appenderebbe un cadavere.

Appenderei un cadavere io? Bella domanda, con svariate possibilità di risposta che meritavano una attenta riflessione con un nuovo bicchiere di grappa quella sera stessa.

― Buona intuizione Pacotti. Ci penseremo al momento opportuno. Testimoni?

― Nessuno.

― Qualcuno ha sentito qualcosa?

― No.

― Qualcuno ha confessato?

― No commissario, altrimenti non saremmo qui a parlarne.

E ti ho fregato ancora. Qui la risata fu solo fuori, e anche bella chiassosa.

― E mi sta anche a rispondere Pacotti! Da dove si parte allora, secondo lei?

― Per ora abbiamo solo poche notizie sulla vita privata della Puverti. Dal 2001 risiedeva a Fossombrone, e da allora vivacchiava con un sussidio statale sulla cui natura bisognerebbe indagare.

― Da quando fa il finanziere, Pacotti?

― …no …intendevo…

Tre a uno. Folla in delirio, centravanti in trionfo, risultato al sicuro ormai.

― Vada avanti.

― Per il resto ha continuato saltuariamente la carriera di attrice nel mondo del teatro, ma sempre in produzioni minori, e senza troppo successo. In quel mondo usa il suo vero nome, per cui dubito che molti sappiano del suo passato come Zara Blacks.

Sbuffai, presi una matita dalla scrivania, e cominciai a fare pressione con il pollice sulla gomma posta sul retro. La quale si piegò, ma non si ruppe, resistendo ostinatamente a quell’insensato attacco.

― Precedenti? Violenze subite? Storie di droga? Tronchi a cui aggrapparsi come dei disperati?

― Nulla. Solo una segnalazione guadagnata in una retata nel 1987 a una festa di un produttore cinematografico di Roma dove scorreva troppa cocaina nello champagne, ma nulla di anormale direi, visto l’ambiente. Tra l’altro le analisi mediche rivelarono che lei era pulita come l’acqua di un ruscello di montagna.

Lo guardai con aria sognante, concedendo una tregua al povero gommino.

― Com’è poetico quando vuole, Pacotti. Perfetto. Allora chiudiamo il caso come opera di ignoti e andiamo tutti a casa, che devo innaffiare le piante grasse prima di sera.

Pacotti distolse finalmente lo sguardo dal suo foglietto degli appunti e mi guardò con compassione.

― No commissario. Partiamo dal presente. Stava iniziando a preparare un’importante musical. Una produzione italiana. Lo stanno allestendo proprio qui al teatro Sanzio di Urbino.

Al nome di quel teatro il mio pollice sferrò un attacco a sorpresa al gommino che riportò ingenti danni alla base. Ma ancora non si era arreso. Lo sapevo che Pacotti aveva l’asso nella manica. E comunque eravamo ancora tre a due. Provai a coglierlo di sorpresa.

Importante e Urbino non stanno più nella stessa frase da almeno tre secoli, ma apprezzo la sua sensibilità. Se mi avesse detto che stavano facendo tutto a Pesaro avrei davvero chiuso il caso. Ha già preso l’appuntamento, vero?

Si permise anche di sbuffare leggermente.

― Il regista dello spettacolo l’aspetta con tutta la troupe, commissario.

Tornai a ridere dentro. A lui dedicai solo un sorrisetto beffardo.

― Pacotti, lei sembra scemo.

― Inoltre mi permetto di ricordarle che le piante grasse non vanno innaffiate ogni sera, commissario. Marciscono così.

Il gommino partì improvvisamente, sfiorando l’orecchio di Pacotti.

― Ecco… appunto.

Tre a tre. Mi fregava sempre.

 

Fare il commissario a Urbino aveva un unico grande aspetto negativo: il più delle volte per entrare in azione conveniva muoversi a piedi, perdendo così l’occasione per una maestosa apparizione delle Pantere della Polizia a sirene spiegate, con annessa classica frenata per mettere in risalto le dotazioni fuori serie.

Ci riflettei mentre uscivo dal commissariato, un piccolo e anonimo edificio con due vetrine che sarebbero state perfette per una salumeria, ma del tutto privo della minacciosa imponenza che si richiederebbe a un palazzo atto a mantenere l’ordine pubblico. Solo il vederlo giustificava la necessità del trasferimento a Pesaro, anche se non l’avrei mai voluto ammettere.

Era situato proprio al di fuori delle mura storiche della città, a Borgo Mercatale, quasi a sottolineare come fosse un ufficio in fondo superfluo per una città che era storicamente stata sempre in grado di autogestirsi.

Per arrivare al Teatro Sanzio bastava entrare dalla Porta Valbona, e dopo pochi minuti di strada in salita — sufficienti a far venire il fiatone ai poveri commissari fuori forma e avanti con l’età —, si giungeva in Corso Garibaldi.

Un tragitto che mi fu comunque sufficiente a rendermi conto che proprio non potevo pretendere di sembrare un buon commissario.

Non mi ero soffermato sulla scena del delitto a notare quei particolari che altri non notano, e non avevo fatto ai testimoni la domanda che a nessun altro verrebbe in mente di fare.

Lasciavo fare tutto a Pacotti. Un giovane entusiasta del mestiere.

Io facevo questo mestiere solo perché a fare lo scrittore non ci vivevo bene. Anche perché per dire faccio lo scrittore bisognerebbe anche prima o poi pubblicare un libro. E poi perché quando ho sposato Roberta, continuare l’accademia nella polizia mi era sembrata la migliore rassicurazione che potessi darle sul fatto che non ero più la giovane testa di cazzo conosciuta ai tempi del liceo.

Il mio mestiere era solo una copertura, meglio che lo sappiate subito.

Roberta però non c’era più. Era scappata dalla mia vita senza mai voltarsi. Ma mi restava il mestiere, che oltretutto presto mi avrebbe portato lontano dalla mia Urbino. Io a Pesaro ci sarei morto, lo sapevo già.

In ogni caso ai tempi contavo ancora di fare lo scrittore. Ci avevo provato davvero, una volta, ma il mio lunghissimo e patetico libro, che narrava della chiusura dell’oratorio di Bosto per mancanza di bambini, — si trovava a Varese, la mia città di origine —, non aveva trovato mecenati pronti a metterci una buona parola per la pubblicazione. Roberta, in uno dei nostri furiosi litigi degli ultimi tempi, mi disse che il libro faceva schifo perché avevo narrato una storia corale con almeno sedici personaggi principali. Troppi, secondo lei, per un egomaniaco capace di raccontare solo se stesso. Di fatto non ce n’era uno che fosse credibile, e per questo era meglio continuassi a svolgere quel paio di indagini di un certo peso che la sonnacchiosa Urbino mi garantiva in un anno, invece di perdere tempo in simili sciocchezze.

Sappiate che non lo ammetterò mai pubblicamente, ma la durezza dei giudizi di Roberta era forse il motivo principale della mia smisurata ammirazione per lei. Passava le giornate a criticare ogni mia azione o parola, si arrabbiava per ogni mia mancanza, evidenziava innate doti di sarcasmo ogni volta che mi vantavo di qualcosa. Eppure non conosco nessuno che mi abbia mai chiesto ma come fai a vivere con una così? Perché per tutti, come per me, era stato sempre palese che togliermela sarebbe stato come lasciare andare una barca alla deriva senza motore, vele e timoniere.

 

Atto 1

I Teatranti

 

― Ma come diavolo pensi che io possa dividere un palco in tre parti?

― Ti ho detto che abbiamo una scenografa eccezionale. Devi credermi sulla parola.

― Tu sei matto da legare. Voglio parlare subito con Roberto.

― È alle Maldive, lo sai.

― So che è l’ultima volta che mi frega quello. È la decima volta che lo dico, ma giuro che questa è quella buona. Il prossimo produttore lo voglio stupido e ciecamente attaccato al denaro.

― E invece ne hai uno intelligente e con denaro da buttare via. E che oltretutto non si perde d’animo se una delle attrici appena scritturate viene trovata morta in casa sua. Di che ti lamenti?

― Ho finito da tempo con queste stronzate io.

― Bene. È proprio da quelle che io voglio partire.

Ascoltai la conversazione tra i due prima di intervenire. Quando resi evidente la mia presenza nella stanza con il più classico dei colpi di tosse — a noi capi della Squadra Mobile la raucedine farlocca ce la insegnano ai corsi di addestramento, lo sapevate? —, i due si girarono. Ma solo il più corpulento mi venne incontro. L’altro invece, un insignificante ometto di mezza età — né brutto né bello, uno qualunque insomma —, sgattaiolò fuori della stanza con l’aria di chi ha qualcosa di urgente da fare.

― Oh bene! Lei è l’Ispettore Manfredi immagino.

Adottai un tono alla Roger Moore — Sean Connery mi pareva troppo per le mie possibilità.

― Manfredi. Paolo Manfredi. E sono solo il capo della Squadra Mobile di Urbino.

― Se la ripete ancora così, la scritturo come nuovo James Bond. Prima o poi lo facciamo un musical sul vecchio agente segreto.

― Non so se mi viene così bene anche una seconda volta. Lei è Giovanni Rei vero?

― In ciccia, barba e persona. Il regista di questo immondezzaio.

Giovanni Rei era esattamente quello che cercavo per alimentare la mia fantasia letteraria: un regista teatrale sottovalutato. Aveva 55 anni, di cui dieci passati a creare opere d’avanguardia amate solo dai giornalisti, e circa venti a rodersi il fegato dirigendo musical amati solo dal pubblico. Alto, ma appesantito dall’immobilità, aveva un pancione prominente, sempre pressato in panciotti di velluto liso e sporco della cenere dell’immancabile sigaro. Teneva sempre una barba nera, folta e disordinata, e a metà del viso spuntavano due occhi piccoli e neri in grado di fulminare anche a distanza di parecchi metri qualunque attore o ballerina non fosse in grado di rispettare le consegne. Il resto era tutta fronte, segnata da rughe che gli garantivano un’espressione eternamente corrucciata e il timore reverenziale di tutti.

Era esattamente quel tipo di vero artista che si autoconvince di non esserlo, fosse solo per non dover ammettere di non aver voluto combattere abbastanza per diventarlo. Mi raccontò che all’inizio degli anni ottanta aveva fatto scalpore con una versione teatrale decisamente rivoluzionaria di un’opera minore e dimenticata di Eduardo de Filippo. Parlate al Portiere3 era stato reso in palermitano, la sua lingua natale, invece che in napoletano. ― Davvero rivoluzionario! ― commentai, con sufficiente faccia di tolla. Per metterlo in scena Rei assemblò una compagnia teatrale racimolando ragazzotti e attempati attoruncoli falliti nei quartieri Zen4, tutti perfettamente calati nella parte. La sua versione era intrisa di quella sana lotta sociale che aveva animato gli anni settanta, ben simboleggiata dalla storia di un umile portiere che si oppone in tutti i modi al fidanzamento della figlia con un giovane e ricco rampollo della borghesia napoletana.

― Troppo per gli anni ottanta e la loro voglia di lasciarsi alle spalle le lotte politiche. E poi forse avevano ragione loro: quella era merda.

― Non ci credo. Sono sicuro che se recupererò un filmato dell’epoca, lo troverò geniale.

― Il filmato esiste sa, ce l’hanno alla Rai. Sulla scorta dell’entusiasmo dei critici, decisero di mandare in onda l’opera sul terzo canale a tarda sera. Ai tempi non c’era l’auditel, e così Parola decise…

― Chi era Parola?

― Un folle. Un impresario, ma solo secondo lui. In verità un deficiente che si convinse davvero che potevamo girare l’Italia con un’opera tradotta dal napoletano al palermitano.

― Un eroe insomma.

― A Pavia vennero diciassette spettatori. Mi rifiutai di andare in scena, e, in pura coerenza con lo spirito di De Filippo, scesi in platea a ridare i soldi del biglietto a tutti i diciassette.

― Lei è già il mio mito. Se poi scopro che è lei l’assassino della Puverti, giuro che la copro.

― Allora per pararmi definitivamente il culo le dico che gli attori scendevano spesso nel pubblico e lo coinvolgevano. La scena del ragù era la più gettonata.

― Che c’entra il ragù?

Giovanni mi spiegò, del tutto poco smanioso di passare all’argomento “omicidio Blacks”. In Parlate al Portiere il protagonista fa cadere la cenere della pipa nel ragù, rendendolo così immangiabile. Era questa una delle tante volute scortesie pensate per costringere il giovane piccolo lord Luigi ad abbandonare l’amata di povere origini, disgustato dal suo parentado.

Nell’opera di Giovanni gli attori, a turno, immergevano il mestolo nella pentola e scendevano in platea per chiedere un parere agli spettatori. Il ragù sporcato dalla cenere si doveva buttare o era ancora commestibile? Il clou era quando uno degli attori urlava Ehi, la signora qui sì che se ne intende, dice che sa di tappo! E giù risate. Palermitane però, perché la frase era detta in dialetto, e suonava così: Mizzica, a signura s’i mancia quattru fila: rici ca sapi ri tappu!.

E immaginate a Pavia quanti l’avrebbero capita.

In un’altra scena la vicina di casa irrompe nella sala e rovescia il tavolo per riprendersi la tovaglia. La moglie del portiere infatti gliela aveva sottratta a tradimento, per poter fare bella figura con i facoltosi invitati, non avendone una decente da poter presentare. Qui una decina di spettatori venivano chiamati sul palco per una prova di abilità: avrebbero dovuto sfilare la tovaglia dalla tavola apparecchiata con un abile gioco di polso, senza far cadere anche un solo bicchiere.

Pare che solo una casalinga di Pescara ci sia riuscita al primo colpo.

― Ma solo perché tra i diciassette di Pavia non c’era anche la famosa casalinga di Voghera, vero? Quella sì che l’avrebbe fatto senza neanche far traballare una bottiglia.

― Vedo che le piace scherzare commissario. Ha mai pensato seriamente di fare del teatro?

― No. Mi ha visto bene? La bruttezza nell’arte si perdona ai vecchi. Un protagonista brutto non esiste come ruolo principale in nessuna pièce teatrale. E io sono troppo egocentrico per fare solo il caratterista o la comparsa.

― Non è così brutto. Le manca solo un po’ di stile, ma su quello ci si può lavorare.

Il fatto che anche solo per un secondo la frase mi fece accarezzare l’idea di una carriera teatrale la dice lunga sulla mia serietà professionale. Per cui tornai subito al lavoro.

La storia dice che Giovanni Rei inscenò altre due opere d’avanguardia che continuarono a ottenere premi e riconoscimenti, ma che a malapena trovarono la possibilità di due rappresentazioni fugaci a Milano. E questo nonostante avesse abbandonato la forma dialettale. Non ricordo i titoli. E di quelli non ho trovato neppure i video della Rai.

Poi sparì per tutta la seconda metà degli anni ottanta, finché, non si sa come, sostituì un vecchio regista protestato dalla produzione nell’edizione teatrale di Grease in italiano, e da allora campa mettendo in scena ogni sorta di musical la moda richieda.

Provai a chiedergli notizie delle sue opere perdute mentre lo seguivo nel suo ufficio per parlare di Zara Blacks. Ma stavolta si limitò a sbuffare nel suo sigaro. Quando entrammo in una stanza con un tavolino da campeggio, due sedie e un divano sgualcito evidentemente recuperato da una discarica, si voltò e disse secco:

― Ora basta, parliamo di oggi… Sandra la conoscevo da almeno trent’anni. Aveva già avuto delle piccole parti in alcune mie produzioni. E ogni tanto le trovavo qualche ruolo in qualche opera portata in scena da amici. Recitare era l’unica cosa che le piaceva fare.

Provai a cercare subito il punto che mi interessava toccare.

― Peccato non lo sapesse proprio fare.

Non parve sorpreso dalla perentoria affermazione.

― Peccato, sì. Era bella, ma mancava totalmente di senso empatico. Non era capace di entrare in un personaggio, semplicemente perché non aveva la minima idea di come si potessero sentire le altre persone. Una bella scatoletta vuota.

Pensai alla sua fotografia appesa al mio letto. L’ho avuta davanti per anni senza mai pormi il problema delle sue capacità empatiche. Quasi mi sentii in colpa.

Intanto provai comunque a fare il mio mestiere per una volta.

― Dove vi siete conosciuti?

― A una festa. A Roma. Lei cercava registi che la scritturassero. Io attrici disposte a rischiare in opere teatrali senza futuro. Non eravamo ancora fatti l’uno per l’altra dunque. Ma il buon Parola era amico del suo agente, per cui di tanto in tanto me la ritrovavo nei provini. Ma abbiamo lavorato assieme solo dopo il 1995, quando Zara Blacks era un lontano ricordo.

― Che tipo di vita faceva allora?

 

Sandra Puverti visse a Roma fino al 1993, sempre alla ricerca di un ruolo.

Nel 1984, dopo il successo di Ghiaccio Bollente, fu impegnata per sei mesi nella realizzazione dell’atteso sequel. Rei definì le riprese massacranti, perché le scene di sesso erano ancora più forti, e Sandra sempre meno convinta di voler vestire i panni della sex symbol.

La vera tragedia fu però che, mentre il film stava per andare al montaggio, qualcuno bruciò le pellicole, rendendo così praticamente inutili sei mesi di lavoro. Se l’incendio fosse doloso o no, non fu mai appurato. La polizia archiviò l’accaduto come opera di ignoti, lasciando anche il dubbio che si fosse trattato di semplice imperizia degli addetti di Cinecittà di Roma.

La produzione però dichiarò subito che non avrebbero rigirato il film, perché, ormai, il momento ideale per approfittare del successo di Ghiaccio Bollente era passato, e il nome di Zara Blacks era già stato dimenticato.

Il matrimonio con il bel Pablo Herrera fu deciso dal suo agente proprio per dare un motivo alla stampa di parlare di lei, in attesa del successivo film. Ma alla povera Zara arrivavano solo proposte per piccole parti in alcuni film splatter.

Quelli fu per me facile reperirli, grazie a una rivista chiamata Nocturno, specializzata in riedizioni in dvd di film estremi, spesso sospesi tra l’horror e il porno.

Li visionai velocemente in una sera: in Zanzare Atomiche Zara, più nuda che mai, veniva letteralmente dissanguata da uno sciame di zanzare nate da un laboratorio russo, mentre in Sepolcro era lei stessa una sorta di sexy-zombie che faceva sesso con le proprie vittime prima di mangiarsele vive, ma veniva fatta fuori dal protagonista dopo mezz’ora di pellicola. Trascurabile la sua partecipazione a I Porcelloni, inguardabile remake italiano di Porky’s5, dove la prode Zara (s)vestiva i panni da ragazza pon-pon in favore del campione universitario del momento. Notai come nella scena, che durava circa quattro minuti compresi i preliminari, il suo viso non veniva mai ripreso da vicino, al contrario del prosperoso seno.

Ultima partecipazione di rilievo è stata quella in Hysteria, plagio voluto di almeno tre film di Dario Argento, in cui Zara se non altro aveva un ruolo che le garantiva visibilità per tutto il film. Un particolare però non poteva sfuggire. Nell’arco di tre anni di piccole partecipazioni, la bella Zara era vistosamente ingrassata, e se questo era diventato un vantaggio per la generosa misura di seno, la trasformazione si traduceva in pochi primi piani su un viso sempre più tondo e gonfio. Una trascuratezza sospetta per un’attrice che aveva nel corpo l’unica forma di espressione.

Non è un caso che l’ultima partecipazione come Zara Blacks la vedeva impegnata in una bizzarra danza del ventre a suon di punk-rock in PunkRoma, un ridicolo film sulle band giovanili romane che aveva comunque avuto un discreto successo nel 1987, seppur limitato alla capitale.

Il giorno dopo, la cooperazione tra poste francesi e italiane mi avrebbe fatto dono dell’ultimo capitolo della saga, l’unico vero porno girato dalla povera Zara. Rei conosceva bene anche questa storia.

― Ha trovato Inside Zara? Pensavo l’avessero distrutto ormai.

― Francesi. Ci hanno rubato la Gioconda, non vedo perché non andarsene anche con un simile capolavoro. Come finì nel porno?

― Per la stessa ragione di molte altre colleghe più blasonate come Paola Senatore o Lilly Carati. A un certo punto era diventato l’unico modo per lavorare. La commedia scollacciata italiana aveva finito la sua stagione, lo splatter nostrano faceva ancora cassa, ma non era genere da primi ruoli per una come lei. E passare al comico puro era impensabile, vista la sua scarsa verve. Ma molte attrici in quegli anni avevano ancora qualche bolletta in arretrato da pagare e un fisico da vendere.

― Qualcuna aveva anche qualche spacciatore da liquidare mi sa. Vuole dirmi che anche Zara..?

― No. L’avrà anche provata, non dico di no, ma non era certo una tossica. Non era il tipo, non sembrava interessata a sballarsi o divertirsi. Le interessava solo lavorare. E quando non trovò nulla, il suo agente le disse che o accettava di fare un provino con Riccardo Schicchi, oppure l’avrebbe abbandonata al suo destino.

Tutto mi sarei immaginato, meno di ritrovarmi a parlare di Schicchi in un’indagine a Urbino. Il mio lavoro ogni tanto riusciva anche a sorprendermi.

― E lo fece immagino…

― No. Era l’anno di Cicciolina in parlamento, Schicchi non aveva tempo da perdere. Disse che avrebbe prima voluto visionare i suoi film. Ma lei nel settore era una esordiente. E così in un solo giorno girò Inside Zara, praticamente il suo book di presentazione per l’agognata scuderia di Moana Pozzi. Il suo agente non lo mandò neppure a Schicchi per non sputtanarsi, ma lo fece distribuire comunque. Per rientrare nelle spese immagino. Ma il film sparì dalla circolazione in breve tempo. E così anche Zara Blacks.

― Il film lo vedrò appena mi arriva.

― Non l’ho mai visto neppure io, ma me ne parlarono come di una cosa davvero imbarazzante. Sandra fece sesso sul set esattamente come lo faceva a letto. E cioè senza essere mai minimamente coinvolta emotivamente dall’atto.

Lo guardai intensamente senza neanche fare la domanda. Lui infatti si sentì in dovere di precisare subito.

― Io? Solo quando l’ho rivista nel 1995. Portarsi a letto Sandra era facile: bastava chiederglielo, e lei diceva sì. La prima volta pensavi pure che era per il tuo fascino. Poi dopo capivi. E te ne vergognavi anche un po’. Questo complica non poco le sue indagini, commissario.

― Diciamo che non sarà la lista degli amanti il punto di partenza. Potrei non uscirne più.

 

Roberta avrebbe detto che io invece non me ne sarei neanche vergognato. Mi sarei portato a letto la facile pornostar, e me ne sarei anche vantato con il mondo.

Anzi.

Roberta avrebbe detto che io sono talmente ignavo che neanche avrei fatto la richiesta alla bella attrice. Pure il bastava chiederglielo mi sarebbe stato difficile, risultando così l’unico uomo ad averci avuto a che fare senza aver saggiato direttamente le sue grazie.

Immaginai la discussione, con me che facevo notare alla mia dolce amata che se davvero fosse stato così, allora non avrei potuto avere una relazione lunga più di vent’anni con una donna bella e riottosa come lei, ma anche qui il suo Ho fatto tutto io… se aspettavo te ero ancora sulla panchina ad aspettare il primo bacio sarebbe arrivato puntuale come il mal di testa della domenica mattina.

Non era vero, ovviamente. L’inizio della nostra storia la ricordo bene. In quel periodo la raccontavo ogni sera al calorifero sporco del mio nuovo salotto.

Quando Roberta mi vide per la prima volta ero in un bar, e stavo combattendo contro le macchie marroni che il cuoio delle mie scarpe lasciava sulle calze tubolari sportive ― bianche, come da Manuale del Giovane Nerd ― in bella evidenza, e il tenere la gamba incrociata con la mano sulla caviglia per occultare l’inconveniente era una mera questione di necessità estetica e non una posa artistica. Probabilmente l’unica cosa che chiedevo alle ragazze in quel periodo era un pietoso far finta di niente rispetto all’incapacità di presentarmi in maniera decente.

Di quale periodo sto parlando? 1988. L’anno di Inside Zara. Anche se allora non lo sapevo. Entrambi vivevamo a Varese, e frequentavamo il Liceo Classico della città. Il bar, a tutti noto come La Cremeria, era tatticamente posto di fronte alla Biblioteca della città. Utile a chi inframezzava lunghe pause dedite alla socializzazione a brevi momenti di studio dediti non si sapeva ancora bene a cosa.

Roberta, quando mi vide in quella posizione, non fece finta di nulla come avrebbe fatto ogni donna pregna di materna pietà, ma mi rifilò subito un Ti fa male la caviglia? che mi mise all’angolo, impossibilitato a scappare, senza alcuna via di uscita se non biascicare un Sì, ho preso una storta contro quel cazzo di gradino all’entrata. Mi innamorai di lei quando rispose Dovrebbero mettere un cartello con scritto che le caviglie non possono entrare.

Anzi, no. Quando mi sono innamorato di lei? È successo almeno sei o sette volte penso. Dovrei tenere il conto di certe cose, ma avere un diario della mia vita significherebbe poi doverla anche pesare, misurare, quantificare. E io non ho nessuna intenzione di rinunciare alle doverose mistificazioni che si rendono necessarie ogni qualvolta ripensiamo agli episodi salienti della nostra esistenza.

Una volta mi sono innamorato di lei perché riuscì a rovesciarmi ben due bicchieri di vino sui pantaloni. Ci vuole un talento speciale nel riuscire a fare due volte lo stesso movimento maldestro nel giro di venti minuti, una premeditazione astrale che non può ritenersi casuale. Neppure da un cultore del caso come me.

Allora ero giovane, inesperto, e ancora convinto che le donne fossero esseri perfetti, infallibili, e dunque irraggiungibili. In ogni caso Roberta venne a patti con la mia immagine prima ancora che con me stesso, ed è probabile che sia stato questo l’errore di fondo del nostro rapporto. L’immagine che davo e quella che volevo dare erano talmente opposte che ancora oggi mi chiedo cosa apparisse davvero ai suoi occhi.

Quella volta però io non ebbi la risposta pronta. Ne sognavo una di quelle che l’avrebbe fatta ridere tanto che, subito dopo, ormai vinta, lei mi avrebbe teso la mano per presentarsi. Come succede nei film quando i registi vogliono farti capire che ok, è andata, i due presto avranno una relazione.

Il pensiero però si rivelò troppo lungo, così quando mi risvegliai, lei si era già girata verso la nostra comune amica dicendole io ordino un caffè, tu che vuoi?

Quando il caffè arrivò, il cameriere notò il mio persistente sguardo fisso e vitreo, e mi chiese se per caso avessi ordinato qualcosa anch’io.

Nonostante fossi raggelato dal disinteresse dimostrato nei miei confronti dal nuovo oggetto dei miei segni erotici, ebbi la prontezza di pensare Certo che ho ordinato, pezzo d’idiota. Ho appena ordinato un applauso per la mia prontezza a sostenere una conversazione con una perfetta sconosciuta. Ma, a quanto pare, il servizio qui è pessimo. I clienti li trattate a pesci in faccia. Non berrò mai più un caffè in questo bar, come minimo. Sono uno vendicativo, io.

Di tutto ciò al cameriere arrivò solo un Caffè anche per me.

Pure l’anche per me ci avevo messo, come se fosse logico collegare la mia ordinazione a quella di Roberta, come se implorassi al cameriere un conto unico per poter avere una prova tangibile di quel primo contatto.

Ma lei intanto aveva bevuto il suo caffè. Amaro! Come diavolo si fa a bere il caffè amaro a sedici anni?! Bisogna avere una coscienza di sé già sviluppata per una scelta così drastica. Sono decisioni che si prendono dopo anni di guerre di personalità e forzata educazione del gusto. A sedici anni le cose devono essere dolci, grasse, esagerate. E facili.

Cominciai a pensare che non fosse proprio la donna per me.

Già, ecco dov’è il problema! Prende il caffè amaro, tutto chiaro.

Non con lo zucchero di canna, che è una dichiarazione di diversità che avrei anche trovato affascinante.

No, amaro.

Era una di quelle persone che ti fanno capire che loro sono già superiori a tutte quelle ostentazioni di personalità che sono i singoli atti di un adolescente, anche i più stupidi. Perché loro sono già oltre, hanno già una testa da quarantenne. E te lo fanno pesare.

Quella è stata la prima volta che l’ho odiata veramente. Quanto basta per cercare il mio walkman — nota mentale: ricordarsi di mettere una nota per spiegare cos’è un walkman, tra di voi potrebbe esserci qualche under 40 che in questo momento sta cercando disperatamente un motore di ricerca web — e decidere che mi sarei prodigato nella più plateale dichiarazione di disinteresse.

È stato proprio mentre districavo il filo delle cuffie, immancabilmente attorcigliato intorno alla mia incuria per le cose, che l’ho sentita alzarsi e andare alla cassa.

Vai ho pensato, vattene pure. Ma chi cazzo ti credi di essere?

La musica intanto partì nelle cuffie, e la mia mente volò subito a immaginarmi al posto del cantante, in un locale, dove tutti guardano sconvolti la mia bravura.

Toh! Ma guarda! C’è anche lei nel pubblico. Ma io nel sogno ammiccavo a un’altra per ingelosirla. Il bar improvvisamente si riempì della mia musica. La potevo sentire solo io, ma il video musicale era per tutti, e riprendeva Roberta che mi salutava da lontano, mentre con la mia amica guadagnava l’uscita.

Il regista si adoperò a fare in modo che le due fossero in controluce, in modo che io vedessi solo il gesto delle loro mani, e non le espressioni dei loro visi. Così io potei seguirle mentre imboccano l’uscio, e rendermi conto che a un certo punto la schiena di Roberta sparì improvvisamente, seguita da quella della mia amica — come si chiamava la mia amica? Elena. È importante? No. Però si chiamava così, ora lo ricordo.

Il piano sequenza del regista a questo punto si spostò piano piano sui visi delle persone che avevano assistito alla scena. Uno aveva la faccia preoccupata, un altro divertita.

Finché la telecamera si focalizzò sullo scatto di un signore verso le due ragazze che non mi lasciò più dubbi: Roberta era inciampata nel gradino del bar, rovinando sul marciapiede, e slogandosi una caviglia.

Fu la più grande dimostrazione di amore che io abbia ricevuto in vita mia.

 

― Pacotti, ieri ho avuto una interessante conversazione con Giovanni Rei. Bravo.

― Grazie commissario.

L’unico motivo per cui la vista di Pacotti e del suo sguardo fintamente ebete non mi risultasse insostenibile in quei casi, era che lo squallido sfondo offerto dal mio ufficio, con la sua mobilia anni settanta ormai storta in ogni mensola per il peso delle scartoffie e degli anni, e le sue piante malamente innaffiate, era ancora più insultante del suo inattaccabile aplomb.

― Ecco… Allora mi spiega quando pensa di farmi parlare anche con tutti gli altri della troupe? Che facciamo Pacotti, ne interroghiamo uno al giorno, così l’assassino ha tempo di scappare?

Arrossì. Quella mattina partivamo con una goleada senza possibilità di appello.

― Pensavo che Rei fosse il più importante. Abbiamo già le dichiarazioni di cinquantaquattro persone che conoscevano la vittima, tra vicini, ex colleghi e qualche persona che l’ha conosciuta di sfuggita nei vari locali che ogni tanto frequentava.

― Bravo Pacotti, mi piace quando è così politically correct.

Lasciai la frase sospesa e attesi trionfante.

― Politic… come?

Avrei dovuto dire ai miei giocatori di andarci piano, si profilava un cappotto storico. Eravamo già dalle parti di Germania-Brasile 7-1. Ma non mi piaceva umiliare l’avversario in crisi.

― Così… discreto insomma. Tra il concetto di conoscere di sfuggita e quello che faceva la Puverti con gli sconosciuti direi che ci stanno più o meno tutte le posizioni del kamasutra.

Il viso di Pacotti divenne porpora fosforescente. Gli andai in soccorso.

― Ora però incroci le dita e preghi che l’assassino non sia uno di questi amanti casuali, altrimenti non abbiamo speranze di stanarlo.

― E che facciamo commissario, abbandoniamo la pista? Dobbiamo battere almeno altre quattro discoteche, e ancora non abbiamo azzardato a mettere il naso nei privè della zona.

― Fate pure, mica pago io. Ma l’assassinio è stato premeditato, su questo sono pronto a scommetterci la sua pensione.

Il porpora si impreziosì di striature verdi.

― …la mia… pensione?

― Pacotti, io ora vivo solo, ne ho più bisogno di lei. Per una volta si sacrifichi. Dicevo che un amante casuale al massimo ammazza per troppo impeto o per un litigio improvviso. Ma poi scappa a gambe levate impaurito, non si prende la briga di impiccare una già mezza morta.

― Era già morta commissario.

― Ma lui forse non lo sapeva. Se lo ricordi, è fondamentale.

― Comunque oggi la troupe l’aspetta. Al gran completo.

― Io lo so che lei è intelligente Pacotti, è solo che si dimentica di ricordarmelo in tempo.

 

La troupe radunata da Pacotti era decisamente esigua. Aveva già pensato lui a scremarla di tutte le comparse che certamente non avevano a che fare con il caso.

Che volete che vi dica, mi dovevo fidare di lui.

Se poi si scopriva che l’assassino era quello che butta la spazzatura del teatro, facevo presto a trovare buone scuse per me. E anche per il buon Pacotti. Uno come lui mi serviva in servizio anche quando fa cazzate.

Quando tornai al teatro, Rei mi venne incontro per i convenevoli.

― Commissario Manfredi buon giorno, eccoci qui tutti. Da dove cominciamo?

― Da lui.

Va detto che il sempre più buon Pacotti mi aveva preparato un bel word (li chiamano così i fogli di istruzioni che mi stampa ogni mattina) con i nomi e la descrizioni dei testimoni da interrogare. Chi erano, cosa facevano, e perché potevano dire qualcosa di interessante che già non sapevamo sulla vittima. Ma io, ovviamente, me n’ero guardato bene dal leggerlo. Il solito inaffidabile avrebbe detto Roberta, e non aveva mai capito che poi io lo ero veramente solo per darle ragione. Quanto amore sprecato! In ogni caso indicai il personaggio che il giorno prima stava discutendo con Rei ed era fuggito in gran fretta non appena ero apparso. Quel giorno non mi sarebbe sfuggito.

 

― Certo che conosco La Sposa di Saigon. Bel colpo per un’opera prima, certe botte di culo riescono solo ai veri principianti.

― Guardi che è frutto di tanti mesi di ricerche!

Bollato. Magari non proprio come un cretino totale, ma quasi.

Semplicemente Fausto Macchi era antipatico.

Per questo sparo sempre una battuta — anche di dubbio gusto, a volte — quando conosco qualcuno, perché il grado di serietà della riposta è equivalente al grado di antipatia che proverò per lui. A questo punto però toccava ricomporsi e fare davvero il pubblico ufficiale. Estrassi dal taschino Il word di Pacotti, piegato in quattro come una lista della spesa qualunque, e tracciai un quadro della situazione.

Fausto Macchi aveva quarantasette anni, era nato a Gallarate, ma era cresciuto prima a Varese, come me, e poi a Roma. Fortunatamente da giovani non ci eravamo mai incontrati nella cittadina lombarda. Dal 1995 risiedeva a Bologna, dove si era sposato e aveva due figlie. Una lunga serie di lavori abbandonati senza che lo si rimpiangesse troppo, e una carriera di giornalista e critico musicale freelance, dove il free stava soprattutto a significare che i proprietari di giornali e testate web si sentivano liberi di non pagare le sue collaborazioni.

Di fatto mantenuto dai genitori, aveva pubblicato qualche anno prima un libro sulla musica del periodo della guerra del Vietnam che non avrebbe avuto speranze di arrivare ai posteri se non fosse finito nelle mani di un produttore teatrale a caccia di nuove idee. La versione teatrale de La Sposa di Saigon, titolo preso in prestito da un brano di Joan Baez, ebbe un insperato successo, trainando le vendite del libro e quelle del successivo Musical 80, di cui appunto si stava approntando la versione teatrale.

Il mio odio verso il personaggio era mera invidia, visto che bighellonare per vent’anni per poi fare successo così per caso scrivendo quattro ricordi messi in croce per musicofili, era da sempre una delle mie aspirazioni. Compreso il matrimonio felice e le due figlie che io e Roberta non eravamo riusciti ad avere — Ti lascio prima di avere figli che me lo possano impedire mi avrebbe detto Roberta, e sia maledetto il controllo delle nascite!

― …e prima di quel libro ho scritto parecchi articoli musicali importanti. Da una monografia su Pete Townshend a un approfondimento su Stan Ridgway.

― Spazzatura per segaioli dello stereo, immagino. Ti è andata bene che Riccardi si è inventato una trasposizione teatrale con i fiocchi per quel libro, se no oggi saresti ancora a contare le copie da regalare ai parenti per liberare la cantina.

L’intervento di Rei rimise a posto i ruoli nel mondo. Anche lui mal sopportava lo scrittore. Però l’articolo su Stan Ridgway mi riproposi di leggerlo.

Fausto Macchi parve abituato al sarcasmo del corpulento regista. Ma il suo senso dell’ironia non era certo allo stesso livello.

― Lo so. Lo so benissimo. Per questo oggi sono qui. Perché dopo Riccardi ci sei tu, caro Giovanni.

Rei lo bruciò con lo sguardo.

― Io non ho nemmeno un centesimo della capacità di sputtanarsi che ha Riccardi. Io faccio spazzatura dichiarandolo, ho smesso con le stronzate da intellettuali. Se vuoi che io realizzi a teatro il tuo Musical 80 devi prepararti a qualcosa degno del peggio di quegli anni.

― Per questo sei l’uomo giusto. Gli intellettuali odiano gli anni ottanta. Per fare quest’opera bisogna detestarla nel profondo. Solo così può venire bene.

Era il mio momento.

― Ehm… Mi spiace molto interrompere questa bella conversazione degna di un libro di serie C. Non vi concedo neanche l’alibi di essere due protagonisti di un noir francese, dove qualsiasi frase improbabile è consentita, perché qui si fa musical. Per cui perdonate, ma ho bisogno di sentire qualche buona storiella dal nostro Macchi.

Macchi mi fu grato per averlo salvato da quel duello.

― Non ho molto da dire commissario. Non conoscevo Sandra Puverti prima di due settimane fa, quando abbiamo iniziato a lavorare qui in teatro. Anzi, le dirò di più: nonostante io mi consideri un intenditore del trash degli anni ottanta, non ricordavo neppure bene Zara Blacks.

― O forse non l’aveva semplicemente mai scoperta.

― Probabile. I miei sogni di allora si chiamavano Brooke Shields, Phoebe Cates, Nastassja Kinski.

― Nastassja Kinski?

― Sì, fece un film con Mastroianni e io me ne innamorai.

― Del genere erotico-filosofico-letterario immagino.

― Sì, ― intervenne Giovanni Rei, ― i peggiori. Perché sotto sotto si vergognavano di ostentare erotismo e cercavano giustificazioni alte. Si citava l’Homo Faber di Frisch6 per poter guardare il sedere della Kinski senza troppe remore morali.

― In ogni caso Rei voleva farle fare tutte le parti da madre. Dice che ai critici piacciono questi cameo generazionali, qualcuno l’avrebbe sicuramente riconosciuta.

Provai a far finta di avere capito.

― Più o meno come fare un musical sugli anni cinquanta e mettere Fonzie a fare il papà insomma.

― Con la differenza che Fonzie lo riconoscono tutti, Zara Blacks era talmente dimenticata da tutti che non era stata neanche presa in considerazione da Meteore7.

― Perché parla al plurale quando dice le parti da madre di Musical 80?

― Perché il musical è costituito dall’intreccio di tre storie differenti, che si svolgono in tre città: Milano, Londra, New York. Un escamotage per poter parlare del periodo a tutto tondo. La musica che sentivamo qui in quegli anni non era la stessa che si ascoltava in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Mi finsi impressionato, ma senza troppo successo.

― È qui che dovrei dire Geniale!, vero?

― Aiuterebbe a riscaldare il nostro rapporto commissario. Io ho conosciuto Sandra a cena con Giovanni, poi abbiamo passato la serata a casa sua.

― Immagino a parlare dei vecchi tempi.

― Non troppo, sinceramente. Lei continuava a dire che ricordava poco di quegli anni. E soprattutto in casa sua non c’era nulla che provenisse da quella fase della sua vita. Non una foto, un vestito, un quadro.

Vero. Avevo notato anche io, senza l’aiuto di Pacotti, che casa Puverti era avara di indizi e ricordi sulla sua vita passata, come se l’attrice si fosse liberata anche fisicamente di tutto il suo passato.

― Da allora l’ha poi rivista?

― Solo qualche volta qui, al teatro, ma era solo in questi giorni che avremmo dovuto cominciare a lavorare sulle scene, ancora non avevo potuto collaborarci seriamente.

Tirai fuori l’asso nella manica da vero professionista dell’indagine — in verità un’annotazione trovata nel word di Pacotti.

― Signor Macchi, come mai lo scrittore del testo presenzia a tutte le prove?

― Già, appunto. Perché? ― incalzò Rei.

― Giovanni scherza ma lo sa bene. Io voglio che questo spettacolo sia fatto su misura secondo quelli che erano i miei sogni. Non volevo scrivere un libro. Volevo proprio imbastire un vero musical, con un vero gruppo sul palco, vere ballerine, veri cantanti, con una storia da raccontare e io nella parte del narratore, della rockstar, del critico, dello spettatore. Anche dell’elettricista se serve. È da quando ho sedici anni che sogno di fare questo spettacolo. Lo voglio perfetto.

― Talmente perfetto che stiamo rovistando nella monnezza ― borbottò Rei.

― Dobbiamo essere trash fin dall’inizio, Giovanni. Gli anni ottanta sono per tutti il bidone della spazzatura del secolo scorso, se dobbiamo uscirne con qualcosa di intelligente, non possiamo farlo annusandolo dall’alto.

Provai a interromperli impressionandoli con qualcosa di veramente intelligente.

― Chi è che diceva comprendi la tua cultura dalla tua spazzatura. Sartre forse?

I due risposero all’unisono.

― Peter Gabriel!

― Ah. Chiedo Scusa. Però io dovrei continuare con gli interrogatori, se non vi dispiace — lezione numero 34 ai corsi per commissari di provincia: riparare a gaffes e uscite inopportune recuperando in gran fretta il tono burocratico e autoritario del pubblico ufficiale.

Rei mi mise in mano un foglietto. Sembrava uno dei word di Pacotti.

― Ecco, secondo lui io dovrei fare tutto partendo da queste indicazioni! Legga, legga pure.

Non potei fare altro che leggere a voce alta.

 

Musical 80: Appunti per la scena di apertura

Drappi chiusi, luci ancora accese. Il pubblico chiacchiera, in sala si sentono le solite frasi: “Ciao, quanto tempo che non ci vediamo”, “Ti ho detto che ho trovato un nuovo lavoro?”, “A che ora è la riunione Tupperware sabato prossimo?”, “Ti sei perso un gran concerto l’altra sera!”, “L’hai letto il libro?”, “Sì, carino, ma La Sposa di Saigon resta il capolavoro”, “Hai ragione, questo è troppo commerciale”.

Lasciamoli parlare, il pubblico non deve rendersi conto che lo spettacolo sta iniziando. Qualcuno starà ancora prendendo posto, qualcun’altro sarà fuori a fumare e si perderà l’attacco, molti saranno in bagno. Dobbiamo arrivare inaspettati, non dobbiamo dare loro tempo di pensare. Il pensiero non è degli anni ottanta.

Parte la musica. Happy Children. Si apre il sipario, appare Milano. O meglio, è evidente che è Milano, ma non ci sono monumenti subito riconoscibili. Non voglio il Duomo, voglio una via del centro, con i negozi. “La Milano da Bere degli anni 80” scriveranno i critici, credendo di sciorinare originalità.

I vestiti devono subito far capire il periodo. Il primo medley di canzoni deve essere tutto di dance italiana, I Like Chopin, La Dolce Vita, Self Control8. Voglio che la scenografia restituisca al pubblico l’immagine stereotipata di quegli anni. Voglio che quella sia la Milano che ci è rimasta in mente. Non quella vera, ma quella che ancora ci raccontiamo, con i Paninari, i Dark, i nuovi ricchi della Borsa e i vestiti del tempo.

In questo scenario si muove Sandro, 17 anni, look da new romantic, un dandy metropolitano con camicia nera, giacchetta grigia e cravattino giallo, ciuffo ingellato alla Bryan Ferry, e tanti brufoli di cui occuparsi.

Insicuro e voglioso di apparire.

Lo facciamo muovere goffamente spavaldo tra i ballerini. Tutto deve essere imbarazzante, tutti in sala devono dire subito “Mamma come si conciavano! Ma io non ero così”.

 

― Bello! ― dissi quasi sinceramente ammirato.

Rei non era dello stesso avviso.

― Cosa pensa che ci possa fare io con questo fogliettino?

Fausto Macchi rispose con il miglior tono tronfio e impettito della sua ampia collezione.

― Sono le istruzioni. Chiare, coincise, e a prova di scemo.

― Lo scemo sarei io ― confermò Rei.

Provai a fermare quel nuovo focolaio di guerra.

― Ma qui vedo tante persone intorno a lei, Giovanni, ce ne sarà pure uno vero di scemo, no?

Fausto Macchi cercò di stemperare i toni, forse sorpreso da come sostenevo la sua posizione.

― Non si preoccupi per Giovanni, commissario. La vera ragione della sua rabbia è il fatto che io abbia preteso di preparare lo spettacolo qui a Urbino, vicino alla mia città.

― Lei di dov’è Macchi? ― chiesi vergognandomi io stesso della domanda inutile.

― Vengo dal varesotto ma ora vivo a Bologna.

― Ha fatto il liceo a Varese?

Mi guardò sorpreso della domanda, e ci mise un attimo a rispondere.

― No, andavo a Tradate. …come mai me lo chiede?

La risposta mi bastò per bollarlo come bugiardo: gli appunti di Pacotti dicevano che aveva frequentato una scuola professionale, ma evidentemente se ne vergognava in qualità di intellettuale, e nominò così un liceo della provincia dove essere sicuro che nessuno potesse ricordarlo. In qualche modo capì che a Varese avrei potuto trovare facilmente notizie della sua adolescenza.

― Semplice curiosità… Sono della zona. Ma frequentavo il Liceo Cairoli di Varese.

Mi guardò sempre più con sospetto.

― Vedo che anche lei viene da nobili studi allora. Io non andai a Varese perché non veniva comodo ai miei genitori e…

― Ok, non si preoccupi ora, parleremo dei nostri ricordi in un’altra occasione. Qui a Urbino invece che ci fa?

― Ho da qualche anno un appartamento a Fano per le vacanze, dove sto risiedendo ora. Il nostro amico Rei invece ha dovuto lasciare la sua amata Palermo per venire a chiudersi per due mesi nel teatro Sanzio. Questo è il tempo che ci ha dato Roberto Raja, il nostro produttore, per uscire con un piano preciso dello spettacolo. Scena per scena, sceneggiatura e costi di produzione compresi. Non un giorno di più.

― E non un giorno di meno ― aggiunse Giovanni. ― Lo sai com’è Roberto, se gli dici che hai finito prima, ti dice che allora hai ancora tempo per nuove idee. E io vedo che quelle che hai già bastano a garantirmi l’ulcera.

Macchi pareva del tutto imperturbabile, nonostante i continui attacchi di Giovanni Rei.

― Su su, Giovanni, non farla tanto difficile. Due mesi sono tantissimi, io ho già scritto tutto in questi foglietti.

― Siamo a posto allora. Il nostro futuro dipende da una manciata di foglietti!. In ogni caso è il teatro a essere sbagliato prima di tutto: qui dentro si respira aria da operetta ottocentesca, non certo di anni ottanta.

E non aveva tutti i torti. Il teatro Sanzio di Urbino era un’opera dell’ottocento inaugurata guardacaso con un bel Rigoletto di Verdi, uno di quei bei teatri che a un profano paiono sempre una scaletta, vale a dire — per la mia mente contorta, ovviamente — una Scala di Milano in miniatura.

Non ho idea se l’architetto Ghinelli, che la progettò, avesse mai messo piede in Lombardia. Quello che è certo è che la decadenza di quelle poltrone rosso porpora non erano certo d’ispirazione per pensare una scenografia con i luccicanti colori degli anni ottanta.

Però il teatro era stato chiuso dopo la seconda guerra mondiale, e fu riaperto solo nel 1982, per cui quelle mura avevano partecipato da protagoniste alla sensazione di “ritorno alla vita” che quel decennio volle rappresentare.

― Di certo a tornare non era la mia vita ― ci tenne a ribadire Giovanni. ― Per me gli anni ottanta furono la morte sociale.

― Ti do l’occasione per scoprire cosa ti sei perso ― lo provocò Fausto. ― Come fai a non essere contento?

― Ma davvero, ma come cazzo faccio a non fare salti di gioia?

Sbuffò e mi prese sotto braccio, trascinandomi lontano da quell’odioso individuo.

― Commissario, venga che le presento i ragazzi che lavoreranno con noi. Le regole sono semplici: qui comando io. Macchi spara l’idea, io decido come farla, i miei collaboratori la realizzano.

― Non hanno idee loro?

― Ne sono pieni come le palle di un toro. Per questo decido io. Se dai corda a questi quattro disperati, ti ritrovi un’opera di nove ore. Ora mi ascolti bene: qui, per qualsiasi problema, richiesta o desiderio, bisogna chiedere a Cadeddu. Lui è il mio assistente personale, tuttofare e galoppino di razza. Non sa dire di no. Basta solo che lei formuli la sua richiesta, indicando il cosa, senza riferimenti al come. Potrebbe imbestialirsi.

Quando mi girai per presentarmi a questo instancabile Cadeddu, avevo già lo sguardo tarato sul basso per inquadrare il piccolo sardo con le ciglia folte che si era animato nella mia mente mentre Giovanni descriveva il personaggio.

Il profondo dubbio sul mio spessore culturale, obnubilato da un così scontato stereotipo, s’incrementò alla vista di un biondo culturista di un metro e novanta, faticosamente racchiuso in short pants che non lasciavano nulla all’immaginazione sulle sue misure pelviche, e una maglietta che sarebbe stata stretta anche a me che sono uno e settanta e qualche cosina in più che aggiungo a ogni rinnovo di carta d’identità.

Stereotipi. Ci ero ricascato ancora.

Il nome di battesimo di Cadeddu — era nato nel 1969, ma gli avrei dato venticinque anni — lo lessi dal Pacotti’s word, ma, trattandosi di Gavino, decisi che Cadeddu e basta andava bene.

Sarebbe stato un nome unico, come quelli dei calciatori brasiliani, che hanno nomi di non più di quattro lettere come Pelè, Kakà, Didì, Vavà, Pato, ma poi scopri che all’anagrafe fanno Romulado De Paira Sosa Dos Santos Paredes Silva Los Juanito, o qualcosa del genere.

E così nella mia testa Cadeddu era già diventato la sintesi di Roberto AntonGiulio Filippo Maria Addolorato Gavino Catena Cadeddu, e m’immaginai pure la scena di una madre, nel pieno della Barbagia, che dà alla luce un figlio, e l’ostetrica di paese le chiede Come lo chiami?Cadeddu. ― Sì no, va bene, quello è il cognome. Io intendo di nome ― Cadeddu. …intendo come nome di battesimo! ― Cadeddu. Ho detto Cadeddu Si chiamerà Cadeddu Cadeddu? ― No. Solo Cadeddu.

Roberta qui mi avrebbe tirato una gomitata in pieno fianco. Lei odiava quando mi incantavo davanti alle persone. La mia mente veniva catturata da un pensiero sciocco come quello del nome di Cadeddu, e mi dimenticavo completamente di dove e con chi fossi. Mi capitava anche con lei, dandole occasione di sfoggiare il suo Normale per uno che non considera affatto chi gli sta attorno!

Cadeddu mi riportò alla realtà stringendomi la mano tanto forte che passai il minuto successivo a ricontarmi le dita per verificare che non ne mancasse qualcuna all’appello. Fece un sorriso a sessanta denti che stava a significare sono al tuo servizio, ma vedi di non farmi incazzare che bastò a farmi amare il personaggio. Lo sguardo mi cadde inevitabilmente sulla protuberanza tra le gambe, e quando mi girai verso Giovanni, lui non mi diede il tempo nemmeno per imbastire lo stereotipo del caso.

― Se si sta chiedendo se questo sia anche il mio giocattolo erotico, sappia che ho appeso il sesso al chiodo anni fa.

― Però il regista gay con bell’amante giovane è cool, aiuterebbe la sua carriera! Almeno faccia finta no?

Cadeddu sembrò impaziente.

― Mi dica commissario, voleva chiedermi qualcosa in particolare? Su Sandra io posso dire ben poco. L’ho conosciuta dieci anni fa in occasione di un altro lavoro del signor Rei, ma ci ho avuto poco a che fare. Anche perché, al contrario di tutte le attrici, non chiedeva e pretendeva mai nulla. Qualche giorno fa, se non le avessi portato io una sedia, sarebbe rimasta in piedi per tutto il tempo solo per non disturbare.

― Penso che in poche parole Cadeddu le abbia descritto perfettamente il personaggio commissario ― chiosò Giovanni.

― Ma cosa ci faceva Sandra a Urbino?

Rei riprese la parola.

― Esattamente non me lo ha mai spiegato. Nel 1995 venni qui per una rappresentazione e la notai tra il pubblico. Da allora ho riallacciato i rapporti e la chiamavo per qualche piccolo ruolo. Ma non amava stare troppo tempo in tour. Appena poteva fuggiva nella sua tana a Fossombrone. Solitaria e sfuggente come sempre. Credo che sia stata proprio il tranquillo isolamento di Urbino che l’abbia portata qui.

Il tranquillo isolamento di Urbino è la ragione per cui anch’io sono qui. Nel 1997 io e Roberta siamo venuti qui in vacanza, e, mano nella mano, una notte abbiamo deciso che questo era il posto dove volevamo vivere. Non proprio Urbino. Quando ci siamo sposati abbiamo trovato una casa poco fuori, in mezzo al bosco, con lavori di ristrutturazione da completare nel giro di trent’anni, senza fretta. Io ottenni facilmente il trasferimento in questa zona. Varese era un provincia che, a dispetto del quieto vivere che ispira, dava alquanto da fare in termini di criminalità, e in commissariato non ci volevano credere che un giovane poliziotto volesse finire in un posto dove le liti condominiali erano l’avvenimento più eccitante. La fortuna ha voluto che divenni poi capo della squadra mobile proprio quando la sede fu portata qui per motivi di ristrutturazione degli uffici di Pesaro. Da allora faccio di tutto per non tornare nella sede originale. Io odio il mare. E il mar Adriatico è, tra tutti i mari, quello che odio di più.

Rei riprese le presentazioni.

― Le presento Rita Corti, la segretaria di produzione. Lei è quella che tiene le fila di tutto qui, dal discorso artistico, fino all’ultimo centesimo speso per il caffè.

Ok, forza, stavolta il gioco dello stereotipo facciamolo assieme:

Stereotipo 1 — Rita è una figona stratosferica con aria sicura e aggressiva, gonna nera attillata sopra il ginocchio, e occhiali con catenella appoggiati sulla punta del naso, messi in modo da poter bruciare tutti con uno sguardo altezzoso. Il risultato di una clonazione tra la working-girl in carriera degli anni ottanta e un articolo di Vogue su dove va la donna del 2020.

Oppure:

Stereotipo 2 — Rita è la mamma in versione lavoro, una signora di cinquant’anni in grado di pensare e fare tutto ancora prima di chiederglielo. È la colonna portante di una qualsiasi organizzazione, la tipica segretaria amministrativa in forza da trent’anni in un’azienda, che sa esattamente quantificare quanto costa ogni singolo spillo presente nell’ufficio, e senza la quale qualsiasi imprenditore chiuderebbe bottega in cinque minuti senza neanche avere una minima idea del perché.

Vi ho rovinato la sorpresa, lo so. È ovvio che ora dovrò svelare che anche stavolta la realtà superava lo stereotipo, però è tanto bello immaginarsele come vere queste figure mitiche del pregiudizio maschile. Prima o poi confido che ne incontrerò una anche nella vita reale.

E nella vita reale Rita era una ragazzetta insignificante, magra come un chiodo, con un paio di occhiali enormi. Vestita in jeans e camicia a quadri portata come un maschio, aveva l’aria di chi si era rifiutata di concedersi una femminilità fin da bambina, limitando la sua grazia al suo sguardo dolce e timido. Non era brutta in fondo, era — evvai, forse uno stereotipo riesco a cacciarcelo pure qui — la classica donna che ti viene da dire se si sistemasse, non sarebbe male. So che per tipe così fanno addirittura delle inguardabili trasmissioni televisive in cui uno stilista — gay, ovviamente — si diletta a trasformare in principesse delle incupibili streghe — in televisione gli stereotipi sono ancora importanti.

Tutte queste parole sgomitarono nella mia mente in un secondo, mentre Rita mi porgeva una mano molle come una spugna per lavare i piatti, e mi diceva Piacere con uno sguardo che significava lo so che ti aspettavi la figona dello stereotipo 1, spiacente di deluderti, ma non è con me che imbastirai sogni erotici notturni.

Lei non sapeva che invece nella mia testa una così era proprio il mio oggetto erotico preferito, proprio perché accessibile e in grado di soddisfare quel perverso bisogno di sapere che una donna sta pensando grazie di avermi fatto avere questa bella esperienza, senza di te la mia vita era finita che è di ogni uomo — stereotipo number 45 questo. Se non vi ritrovate nella fantasia, scrivetemi pure le vostre rimostranze alla casella postale 72890, vi risponderò personalmente. — E mentre rispondevo Piacere mio, la storia di me che le faccio passare la serata più romantica della sua vita, con memorabile scopata da antologia nel finale, era già bella che pronta. Ci sarei tornato su quella notte stessa.

Giovanni ruppe l’incanto con la sua voce da orco.

― Rita è quella che ci dà dei folli ancora prima che lo faccia il nostro caro produttore. Quella che ci fa capire se un’idea costa troppo.

― Sono la rompipalle insomma ― disse lei con uno sguardo talmente innocente che mi fu impossibile anche solo stilare una battuta per l’occasione.

― Bene. Rompeva le scatole anche a Sandra Puverti per caso?

― Non ne ho avuto il tempo. È stata qui solo tre volte. La prima volta che l’ho vista non pensavo che fosse un’attrice. Era ancora una bella donna, era riuscita a mantenersi nonostante la tendenza a ingrassare. Ma si vestiva sempre come una che sta andando a fare la spesa.

― Confermo. Nel suo armadio abbiamo trovato giusto un paio di vestiti da sera, ma pochissima roba particolarmente elegante. Sembrava il guardaroba di una cassiera della Coop.

― Io ho fatto la cassiera alla Coop un tempo. Ma avevo anche abiti eleganti per uscire alla sera ― rispose Rita, piccata ma felice di avermi colto in piena ostentazione di snobismo.

La squadrai, totalmente incredulo che un simile scricciolo votato all’anti-femminilità avesse potuto indossare un abito elegante, se non proprio sexy, ma decisi di non affondare il colpo.

― Le altre volte invece se n’è stata in disparte ad ascoltare Giovanni e Fausto che litigavano. Penso di aver sentito la sua voce solo per dire Buon giorno e Arrivederci.

― Di dov’è lei?

― Urbania. Il produttore ha contattato gente del posto.

― Quindi voi non siete l’abituale troupe di lavoro di Giovanni Rei?

Rei intervenne: ― A parte Cadeddu, che mi segue in capo al mondo, direi di no. Il produttore ha ceduto ai capricci di Fausto Macchi e ha organizzato tutto lui con veri indigeni. Venga, finisco con le presentazioni. Allora, lei è…

La frase rimase sospesa. In quel momento infatti una delle giraffe — il microfono, non l’animale — montate sul palco crollò su una delle giraffe — l’animale, non il microfono — di cartone che erano rimaste sul palco, evidentemente una scenografia di uno spettacolo per bambini abbandonata a uso e consumo dei posteri. Il povero animale si accartocciò su se stesso, diventando alto come una donnola, e finendo così i suoi giorni di gloria nel mondo del teatro. Sopra, aggrovigliata nei fili del microfono, una pettoruta ragazzotta si agitava urlando scuse con affanno, e piagnucolando un qualcuno mi aiuti che per un attimo rimase inascoltato.

Cadeddu si mosse con aria rassegnata, sbrigliò la matassa di fili con l’abilità di un marinaio, e alzò la sventurata con un braccio solo, rimettendola a terra lentamente.

Giovanni mi mise una mano sulla spalla e con aria stanca sentenziò: ― Alessandra Quintopardi. La nostra scenografa.

― Nel senso che le scenografie le distrugge prima ancora di idearle?

― E non solo quelle. La conoscerà, è in grado di fare danni anche solo col pensiero. Una vera impiastra. Ma è brava mi dicono. I danni che combina sono ben ripagati con idee brillanti, economiche, e facilmente realizzabili. Basta solo non commettere l’errore di farle realizzare a lei stessa.

Alessandra si avvicinò con le guance rosse. Pareva una che aveva appena rincorso un treno.

― Mi perdoni, sono inciampata nel cavo, e poi…

Giovanni la bloccò.

― Sì, sì, va bene Alessandra. Lo sappiamo.

Io provai a sdrammatizzare.

― Scommetto che Il Macchi aveva già pensato di usare la giraffa come simbolo dell’arrivismo degli yuppies anni ottanta, ma temo che dovrà trovare un’idea diversa.

― Possiamo sempre usarla per rappresentare le Falkland dopo l’attacco della Thatcher ora ― incalzò Giovanni.

Alessandra non rispose e divenne ancor più rossoguanciuta, cominciando pure a sudare leggermente.

Era una ragazza moderatamente carina, solo leggermente sovrappeso. I capelli neri erano raccolti in una anonima coda di cavallo, quanto basta per mettere in evidenza un bel collo attira-baci e un seno prorompente e concupibile. Peccato che il sedere dava una poco distinguibile forma a un paio di pantaloni eccessivamente larghi e apparentemente ideati proprio per evitare qualsiasi contatto con la pelle. L’imbarazzo che provava mi rese impossibile sul momento una qualsiasi fantasticheria erotica, anche se sapevo che avrei avuto occasione per cavare qualche storia interessante da quelle forme tonde e generose.

― Lei invece, che contatti aveva con la vittima?

― Le sono cascata addosso per sbaglio l’altro giorno, ma…

― Non intendevo contatti fisici.

― Ah! La conoscevo di vista. Io abito qui a Urbino; un tempo la si vedeva spesso in giro, e mia madre mi disse che era stata un’attrice famosa negli anni ottanta. Ma ammetto che, prima di essere assunta per questa produzione, non avevo mai avuto la curiosità di capire chi fosse.

― Mi state proprio fornendo una serie di elementi fondamentali per l’indagine, eh…

Alessandra arrossì.

― Mi scusi… ma io…

Rei le mise una mano sulla spalla.

― Alessandra, il commissario scherzava. È solo che si sta rendendo conto quanto i nostri rapporti con la povera Sandra fossero davvero ridotti all’osso. Venga commissario, lei invece è Donata Parini, la costumista. Negli anni ottanta lavorava per Missoni. Penso che sia una delle principali responsabili di quegli indigeribili maglioni pluricolorati che perfino io ho indossato nei miei momenti più tristi.

Il ricordo di quei golf accese l’entusiasmo di Fausto Macchi, che assisteva agli interrogatori stando bene attento a restare in disparte.

― Spero tu li abbia tenuti, caro Giovanni. Di quei maglioni ne dovrà essere pieno il palco. Voglio che vi riguardate tutta la serie televisiva dei Robinsons, Bill Cosby ne aveva un armadio fornitissimo.

Donata, una milanese secca e ultra-lampadata che aveva sorpassato la cinquantina senza darsi troppa noia per nascondere rughe e anni, si illuminò a quel riferimento.

― Cosby lo vestivamo noi. Il nostro migliore spot quotidiano.

― In compenso quei maglioni sono l’unica cosa che fa ancora ridere di quei telefilm ― la gelò Giovanni. Non riuscii a salvarla dopo una sentenza così perentoria, e così mi limitai a stringerle la mano con uno sguardo il più possibile complice. Lei sembrò apprezzare.

― Dunque signora Parini, dai miei appunti lei è di Milano. Quindi deduco che sia l’unica persona non di Urbino e dintorni.

― Originaria però. La casa di mia nonna è qui a pochi chilometri. A Sassocorvaro, per la precisione.

― Non sto neanche a fare più le domande… vada avanti lei.

― Che vuole che le dica di nuovo. Solo che ho conosciuto casualmente Sandra molti anni fa. Venne in uno dei negozi Missoni di Milano, e se ne andò pagando un conto faraonico con una carta di credito di un politico italiano.

― Interessante questo. Che anno era?

― Il 1992. Me lo ricordo perché il politico in questione finì poi nel giro di scandali di Mani Pulite. Gli bloccarono i conti, e noi dovemmo aspettare qualcosa come due anni per riavere quei soldi.

― Come si chiamava il politico?

― Oh, un pesce piccolo, sinceramente non so dirle neanche che fine abbia fatto. Si chiamava Giancarlo Traversi.

Annotai il nome per alimentare i futuri Pacotti-word.

― Controlleremo. Come faceva a ricordarsi di Sandra? Nel 1992, a quanto mi risulta, aveva abbandonato scene e nome d’arte da quattro anni.

― Semplice, due settimane fa l’ho riconosciuta. Era invecchiata, ma non molto cambiata. E si teneva ancora bene, come diceva Rita. E io non dimentico il viso di una che fa una spesa da cinque milioni e mezzo delle lire di allora in una boutique.

― Ma lei lavorava nei negozi?

― Ne ero la responsabile per tutta l’Italia. Ma stazionavo spesso in quello di Milano, vicino a casa mia.

― Molto bene. Questo va un po’ a coprire il buco della sua biografia Rei.

Rei non sembrò troppo convinto.

― Qualcosa non mi quadra, Sandra non era tipa da spese folli, neppure quando cercava di essere una star.

Provai a tirare le somme di quel giro di presentazioni.

― Bene! Mi pare che la squadra sia di primo livello. Conto su di voi per arrivare a un grande risultato per il vostro musical. Rei mi conferma che continuerete a lavorare, quindi so che resterete a disposizione per eventuali altre domande.

Giovanni però decise che non era ancora il momento dei saluti.

― La squadra è buona. Il problema è che dipendiamo tutti dal libro del Macchi. E comunque ci siamo dimenticati di lui. Popi. Il nostro coreografo.

Popi — o Paolo Richetti secondo il word di Pacotti — era la perfezione. Vestito come se avesse dovuto mettere in scena Saranno Famosi di lì a cinque minuti, con pantaloni da danza attillati — ma protuberanza non comparabile con quella di Cadeddu —, canottiera smanicata, foulard rosso al collo, scaldamuscoli e fascia antisudore tra i capelli. Non commentare quella apparizione mi fu impossibile.

― Ma si veste così anche quando non balla?

Lui prese molto sul serio la battuta.

― No, ma ballo anche mentre lavoro. Devo tenermi in costante allenamento. Ogni movimento che dirò di fare su quel palco sarà un movimento che ho studiato su me stesso.

― Un vero professionista ― aggiunse Giovanni con gli occhi rivolti al cielo.

― Ma mi date la garanzia che sia anche gay? ― provai a esagerare.

― Lo verifichi di persona. Io le ho già detto che sull’argomento sono agnostico ormai.

La risposta di Giovanni lasciò indifferente Popi, che continuava a saltellare sul posto per non perdere tono muscolare. In compenso la mia boutade animò le ire di Rita, che uscì dal letargo.

― Mi faccia capire, un uomo che fa il coreografo deve per forza essere gay nella sua testa? Come gli stilisti immagino!

― E i parrucchieri ― mi affrettai ad aggiungere.

Decisi di tenere in serbo le battute sulle donne per momenti migliori, minimizzai la mia battuta, e strinsi la mano di Popi, ricevendone in cambio una scarica di adrenalina danzereccia. Abbozzai anch’io un saltello con quello che io avrei definito un pliè — non che lo fosse, ma è l’unico termine di danza che conosco, per cui qualsiasi movimento che abbia una certa grazia, per me sarà sempre e comunque un pliè —. Lui ricambiò abbozzando un sorriso. Di più non si poteva pretendere come primo approccio.

Atto 2

Le Maschere

Nonostante Rita abbia continuato a lamentarsi della poca serietà con cui ho condotto l’interrogatorio, scadendo in banalità e luoghi comuni da reality show televisivo, sono rientrato a casa soddisfatto. In una mattinata avevo raccolto una serie di informazioni pressoché inutili, a parte forse la questione del politico del 1992. Ma almeno avevo scritto qualche appunto nel retro del word di Pacotti e avrei potuto esibirlo come un trofeo non appena arrivato in ufficio.

Pranzai a casa, seduto su uno degli scatoloni che da un anno ancora attendeva di essere sistemato. Mentre masticavo un indigeribile pesce surgelato e mal-scongelato, mi assalì una fastidiosa sensazione di vuoto. Sulle prime ho pensato Ecco, mi manca Roberta. Finalmente capisco cosa vuol dire quando si dicemi manchi”. Poi però l’immagine di una Roberta seduta sul divano con l’aria truce di chi comunque pensa che tu abbia perso tempo per tutta la giornata a suo discapito, non mi ha propriamente fatto venire una grande nostalgia.

Un Gatto.

Ecco cosa mancava a quel buco.

Un bel gatto che alla sera mi accogliesse miagolando storto perché non gli avevo cambiato la sabbietta nella lettiera, e che per vendetta mi rigasse la faccia di Mick Jagger sulla copertina di uno dei miei vinili dei Rolling Stones sparsi sul tappeto.

Mi risvegliai nella solitudine di quel pensiero felino inesistente. Di gatti lì neanche i peli c’erano. Mi alzai, presi la giacca, e decisi di scendere in strada a cercarne uno. O forse meglio cercarlo sui tetti? Stereotipi: ancora una volta mi scoprivo a ragionare solo per immaginari staccati dalla realtà. Vivevo solo di quelli ormai. Persino i gatti erano disegnati per topos letterari nelle mie fantasie. Quanti gatti avevo davvero visto sui tetti nella mia vita? Normalmente infatti, quando ne vedevo uno, urlavo Un gatto sul tetto! come se fosse un caso eccezionale, e non la consuetudine.

Mi ritolsi la giacca e tornai sulla mia poltrona rassegnato a quell’assenza. Era ora di disfare lo scatolone B4. Era lì, tra il C6 e lo Z9.

Durante il trasloco, quando Roberta mi vide contrassegnare meticolosamente tutti gli scatoloni con una sigla, ebbe forse l’unico momento di ripensamento. Vidi davvero nei suoi occhi balenare l’idea Ma allora c’è speranza che quest’uomo abbia un minimo d’ordine mentale. Addirittura numera gli scatoloni per genere, per poter riordinare tutto con precisione una volta arrivato nella nuova casa. Gooool! Perlomeno questo valeva doppio. Un bel 2-0 per me in questa azione! Peccato che il risultato al momento fosse fermo sul 18 o 19 a 1 per lei, se no quasi quasi rimontavo.

Lei infatti mica poteva immaginarsi che le sigle erano state messe a casaccio, e che la pantomima serviva solo a rallentare le operazioni di stoccaggio, come se dare una razionalità a quella fuga fosse un modo per dichiarare tutto il mio distacco emotivo dalla situazione. Gli scatoloni infatti giacevano ammassati nel loro sublime non-ordine. A guardarli ci si poteva giocare a battaglia navale. B4: affondato! E via alle operazioni di recupero: sul fondale del mio pavimento trovai così alcuni libri. Ovviamente dei 200 volumi che mi ero faticosamente scarrozzato in quel tugurio, subito si appalesarono i due volumi che rimandavano a un altro incontro fortuito con Roberta, avvenuto prima che ci fidanzassimo. Due libri dello stesso autore, eppure due filosofie di vita completamente differenti.

Sotto, nella sua volutamente spartana veste di edizione economica, riconobbi Opinioni di un Clown. Sopra invece, nella sua immagine regale di libro spesso e importante, Foto di Gruppo con Signora.

È dunque ora di ricordi.

Ok. Ci siete? Ciak… azione!

 

Piano sequenza iniziale alla Robert Altman. Scena corale: la telecamera entra in una libreria. È sabato pomeriggio, ora di punta, negozio pieno, commessi accaldati e assediati. Primo piano di signora di 56 anni che chiede al commesso di raccontarle di questo nuovo romanzo di cui una sua amica le ha parlato tanto bene, poi la telecamera si sposta improvvisamente su un altro uomo, quarantina d’anni, che chiede allo stesso commesso se sa quale sia quel libro dove il commissario alla fine è il fratello della vittima ma lui non lo sa.

La telecamera inorridisce, si sente violentata da questi personaggi grotteschi.

Ma non desiste. Insiste, non demorde, e non stacca.

Si abbassa e coglie i miei piedi. Scarpe sporche, All-Star verde vivo, roba di moda. L’inquadratura sale sul mio corpo e arriva alle mani, che sfogliano un volume di Heinrich Böll. Il libro si chiama E non disse nemmeno una parola. Cerco nella sinossi una ragione valida per spenderci dei soldi, quando improvvisamente la telecamera scorge l’avvicinarsi di due piedi infinitamente più gradevoli. Il piano sequenza stavolta risale sul corpo di Roberta.

E ora, il dialogo.

― Heinrich Böll? Hai letto Foto di Gruppo con Signora?

― Eh? …ah! Ciao! No, no, un amico mi ha passato Opinioni di Un Clown e sono rimasto letteralmente folgorato — anzi, ho detto f-o-l-g-o-r-a-t-o! — È un libro che avrei potuto scrivere io. Così cercavo altro dell’autore. Come si chiama quello che dici tu?

Foto di Gruppo con Signora. Questo (la telecamera si lascia sorprendere dal gesto di Roberta. Non segue subito la mano che trova con sicurezza il libro citato, come se i volumi della sezione autori tedeschi li avesse sistemati lei due ore prima, per preparare la scena).

― È bello?

Particolare dell’aria rassegnata e infastidita di Roberta.

― Domanda stupida. Consiglieresti libri brutti?

― Dipende. Non escludo di farlo, prima o poi.

― Non è solo bello. È un capolavoro.

― Di che parla?

― È una finta inchiesta che ricostruisce la vita e le vicende di una donna di mezz’età, ritratta attraverso le interviste alle persone che l’hanno conosciuta e finti documenti storici.

― Detto così sembra interessante, ma anche parecchio noioso.

― È un mattone infatti. Leggilo.

Fine del piano sequenza. Fotogramma nero a staccare la scena, montaggio di istantanee che mi ritraggono spaparanzato sul divano a leggere lo spesso tomo del Böll.

Fine del film.

E qui subentra la prova definitiva di una mia vecchia teoria: il 99% delle nostre azioni nasce come reazione superficiale e per nulla accorta e approfondita a situazioni di cui non possiamo avere la giusta chiave di lettura se non a posteriori — lo so, questa frase senza virgole dovrete rileggervela due volte per capirla bene, per cui ve la ripropongo per risparmiarvi la fatica: il 99% delle nostre azioni nasce come reazione superficiale e per nulla accorta e approfondita a situazioni di cui non possiamo avere la giusta chiave di lettura se non a posteriori.

Mi spiego meglio, con un esempio pratico sulla vicenda: se qualcuno avesse dovuto scrivere la trama del film girato quel giorno, con me e Roberta protagonisti, avrebbe scritto così:

Due ragazzi si incontrano per caso in una libreria, e scoprono una comune passione per lo scrittore tedesco Heinrich Böll. Un segno del destino, e anche il preludio di una delle più straordinarie e appassionate storie d’amore tra due anime gemelle, che il regista Pinco Pallino segue con discrezione, tramite riprese girate a mano, e lunghi piani sequenza che stanno a indicare l’ineluttabilità dell’unione dei due cuori.

Nulla da eccepire: film promosso dalla critica, applausi tra Cannes e Venezia, e vissero felici e contenti.

Ma quello che il nostro sceneggiatore non sa, perché non si è degnato di approfondire, è che in verità il protagonista maschile s’identifica — o perlomeno ci prova — nel personaggio di Hans Schnier, il protagonista di Opinioni di un Clown che esorcizza l’essere stato abbandonato dalla moglie con una impietosa e intransigente dichiarazione di purezza nei confronti del cattolicesimo più bieco e delle ipocrisie della Germania del dopoguerra. Nel libro, Böll presenta questo personaggio con una frase rimasta celebre: Sono un clown, e colleziono attimi.

Roberta invece s’identifica con Leni Pfeiffer, figura centrale di Foto di Gruppo con Signora, che il nostro caro premio Nobel tedesco presenta fin dalla prima riga così:

La protagonista femminile dell’azione, nella prima parte, è una donna di quarantotto anni, germanica: alta m 1,71, pesa kg 68,8 (in abito da casa), perciò ha solo 300-400 grammi meno del peso ideale.

Stiamo forse parlando dello stesso autore?

Stiamo forse parlando di due persone uguali?

Non sembrano anche a voi due mondi lontani e incompatibili?

Bastano dunque i due incipit dei libri per capire che la trama scritta dal nostro sceneggiatore non sta in piedi: le due anime sono tutto, fuorché gemelle. Oppure che il regista ha letto la sceneggiatura a spizzichi e bocconi solo perché interessato a far vedere quanto è bravo con la telecamera.

La seconda parte della mia teoria sull’impossibilità di valutare correttamente la realtà nell’istante in cui avviene, è che in verità gli strumenti per poterlo fare ce li abbiamo sempre sotto mano, ma ineluttabilmente li ignoriamo — questa non ve la ripeto, anche perché chi non ha capito la prima teoria ha già saltato un paio di pagine alla ricerca dell’azione, per cui qui ora all’ascolto ci sono solo quelli più intelligenti e pazienti di voi.

E così, anni dopo, quando Roberta mi lasciò, comprai e lessi finalmente E Non disse Nemmeno Una Parola, libro giovanile del Böll. La cui trama così si riassume:

Al ritorno dalla guerra, i coniugi Fred e Kate si ritrovano per due giorni per scoprire di non avere più vere motivazioni per stare insieme, e consumano la propria bilaterale separazione nell’inutile tentativo di evitarla.

Il libro è più complesso, ovviamente, ma il fatto che la storia sia vista dal punto di vista di entrambi i personaggi, aumenta solo una certezza: i grandi amori attraggono gli opposti, ma bisognerebbe istituire un Dio, una divinità o anche un burocrate statale che si prenda la briga di separare le strade dei due amanti prima che possano sposarsi e fare figli come Fred e Kate.

Questa era la storia giusta al momento giusto da leggere e commentare allora, non le illusioni del Clown e della Signora. Ci avrebbe forse evitato tanti inutili dolori. Invece io e Roberta l’abbiamo ignorata per lungo tempo. Troppo tardi ormai.

 

― Dunque Pacotti, ricapitoliamo.

― …

― Pacotti?

― Sì, commissario?

― Ho detto Ricapitoliamo.

― Ah… ma io pensavo che era lei che ricapitolava.

― No no, io non ricapitolo. Lei ricapitola. Io sono la mente, devo riflettere. Tocca a lei fare l’elenco. Si trasformi in un word umano.

― Dunque. Sandra Puverti nasce…

Oggi ho poca voglia di giocare, e lo blocco subito.

― No Pacotti. I fatti salienti, per favore. Lo so che è nata a Bari.

― Però potrebbe interessarle sapere alcuni nuovi particolari che ho scoperto. Il primo fatto interessante è che ha fatto il terzo anno di scuola media a Brescia perché il padre lavorò per un anno in quella città.

― Anche Popi, il coreografo, viene da Brescia.

― Appunto. E uno più uno fa proprio due: i due sono stati compagni di classe, anche se solo per un anno. Quando avevano tredici anni.

Meno male che non stavo giocando, perché questo era davvero un gran bel gol di Pacotti. Ma in amichevole contano poco.

― Particolare che il Popi si è ben guardato dal dirmi. A meno che davvero non se la ricordasse. Mi ha detto di averla conosciuta anche lui due settimane fa. Ma almeno lui si ricordava di Ghiaccio Bollente e Zara Blacks. Vada avanti.

― La Puverti frequenta il liceo a Bari, poi si iscrive a Economia e Commercio a Roma, dove si trasferisce da studentessa.

― Con che risultati?

― Un esame e poi il nulla. Ha abbandonato dopo tre anni di retta pagata.

― Voto dell’unico esame?

― Ventiquattro, commissario.

― A quale domanda non rispose la Puverti per prendere solo ventiquattro?

Pacotti arrossì.

― Beh, commissario, questo non lo so. Però posso eventualmente…

Urlai: ― Pacotti, cazzo! La sto pigliando in giro! La prenda come un modo tutto mio di sottolineare quanto lei recuperi sempre tutti i dati con una precisione sconvolgente.

Pacotti si rilassò e riprese il suo discorso.

― Già al secondo anno di università ho verificato la sua presenza ad almeno sette provini cinematografici. Ha fatto anche alcuni set fotografici, molti dei quali a seno nudo. Quando ancora non aveva adottato il nome d’arte di Zara Blacks, era già apparsa su un giornalino erotico dell’epoca chiamato Blitz.

― Me lo ricordo. Il giornalaio vicino a casa me lo teneva via. Quello e Ginfizz. Magari l’avevo pure vista la giovane Puverti.

― Dopo Ghiaccio Bollente fece la serie di film che lei, commissario, ha già visionato. Compreso Inside Zara. Realizzato a Palermo.

La tazza di caffè mi traballò nelle mani. Alcune gocce arrivarono sulla scrivania. Pacotti ormai dilagava senza controllo.

― …dove?

― È così, commissario. Abbiamo visionato anche noi il film, e alla fine della seconda scena la telecamera effettua un veloce zoom su una delle finestre della stanza dove avvenivano le copule. Probabilmente non fu intenzionale, ma siamo riusciti a vedere bene la vista. E Rosati, come ben sa, viene da lì. Ha riconosciuto subito il Monte Pellegrino sullo sfondo.

― …e quindi possiamo anche…

― …scoprire di chi sia l’appartamento.

― Giovanni Rei.

― Abbiamo già avuto la conferma da parte dei colleghi di Palermo.

Mai sconfitta fu più gradita. Le indagini erano già a una svolta senza che io avessi ancora mosso un solo dito.

― Splendido. Continui, dal suo tono intuisco che non è finita qui.

― Siamo poi riusciti a ricostruire vagamente i suoi movimenti dopo lo sfortunato tentativo nel mondo del porno. Pare infatti che in quel periodo lei fosse l’amante del suo agente, Arturo Traversi.

― …Traversi?

― Fratello di Giancarlo Traversi, politico romano del PSDI.

― Il partito socialdemocratico? Come ha fatto a ricordarsi che è esistito? In ogni caso qui finalmente i miei appunti combaciano, è il personaggio che le pagò la spesa da Missoni.

― Diciamo che probabilmente tentò di sistemarsi partecipando al mondo delle escort da politica.

― Scelta molto moderna direi, in grande anticipo sui tempi.

― Le andò male però. Anche se non del tutto, perché prima che Traversi finisse coinvolto nel giro di mazzette, lei riuscì a farsi intestare un suo appartamento di Urbino, in Via Budassi. Appartamento che Traversi comprò dalla sua precedente amante.

― …

― …

― Sta creando la suspense Pacotti? L’odore di un nuovo colpo di scena la eccita?

― …Elisabetta Corti.

Ora si esagera.

― La prego Pacotti, sia buono da qui in avanti. Mi sta facendo capire che non una, ma più persone mi hanno preso per il culo, e che i miei appunti non valgono nulla?

Sorrise. Sapeva che la giornata volgeva a trionfo per lui.

― Diciamo che anche Rita Corti, figlia di Elisabetta, ha ottime probabilità di aver conosciuto Sandra molto prima di Musical 80. O perlomeno di averne sentito parlare.

― E la scenografa in che cosa mi avrebbe mentito?

― Su Alessandra Quintopardi non abbiamo ancora nulla, e neppure su Donata Parini. Ma ci sarebbe Cadeddu. Lei non lo ha riconosciuto perché viene inquadrato solo di sfuggita. Aveva solo diciotto anni e un altro taglio di capelli.

Le immagini di Inside Zara mi risultavano ancora ben chiare.

― La seconda scena vero? Ora che me lo dice, riconosco il pacco. Però lo ammetta, era difficile beccarlo in un’ammucchiata a quattro.

― La scuseremo, commissario.

― Voglio i nomi reali di tutti gli attori di Inside Zara.

― Ci stiamo lavorando, ma forse sarebbe più semplice interrogare Rei al riguardo.

― No. Di tutto quello che mi ha detto, non deve uscire una sola parola da questa stanza. È presto per scoprire le carte.

 

In pratica in poco più di tre giorni avevo raccolto una serie di dichiarazioni false e reso evidente quanto il buon Pacotti fosse fondamentale al mantenimento del mio buon nome. Chissà perché la cosa mi aveva fatto tornare in mente il bigliettino del Macchi e la descrizione data del personaggio di Sandro: Insicuro e voglioso di apparire.

Quella di Sandro non era certo la mia storia, io non mi ero mai vestito alla moda. Anzi, per uno strano percorso perverso della mia mente, ai tempi insistevo a comprare vestiti che fossero imitazioni degli originali, veri e propri taroccamenti di uno stile.

Era la mia ennesima vittoria sugli oggetti: poter trasformare un paio di pantaloni da outlet di provincia in veri Armani da sfoggiare il sabato pomeriggio, oppure riuscire a far passare per vere quelle odiose calze a rombi Burlington che a casa mia prendevano nomi di marche impensabili, Labels che probabilmente non troverei neanche più in internet oggi.

Giovanni aveva sostenuto che in quegli anni lui non si vestiva certo così. Impegnato com’era a inseguire un concetto di nuovo teatro, si abbigliava di conseguenza.

Per questo lui non aveva foto su cui piangere di vergogna, ma io sì. Mi vedevo vestito come una controfigura di un giovane alla moda, deciso a ribadire la mia diversità, ma nello stesso tempo a concedere al mondo la vista di una supposta normalità. Quel Sandro invece dominava qualsiasi ribellione del proprio ego per buttarsi in pieno nell’immagine richiesta da altri.

Il fatto che io stessi già cercando una identificazione della mia storia con i personaggi di quel musical lo presi come un brutto segno. La simpatia che provavo per il progetto era forse la vera causa del fatto che io non mi fossi accorto di quanto tutta la troupe avesse qualcosa da nascondere in quella faccenda

Intanto il bicchiere di grappa era sparito dal lavello, vinto dall’arrendevole concessione fatta all’ordine cosmico di ammettere che almeno una volta alla settimana la valorosa Geraldine mettesse piede nel mio appartamento per cercare di dargli perlomeno una forma.

Peccato, avrei fatto volentieri soffrire quella grappa qualche giorno ancora, ma esiste sempre qualche pietà nascosta nel nostro mondo per cui le vendette non riescono mai pienamente a essere tali fino in fondo.

Ma essermi preso una donna di servizio, nonostante avessi deciso che la mia vita privata sarebbe stata dominata da un doloroso e solitario disordine, era solo l’ultima delle mie debolezze. Come il suicida che chiama aiuto prima di stringersi il cappio al collo, nella speranza che davvero arrivi qualcuno. Non avevo neanche le palle di diventare un vero Bukowski che abbaia solitario e puzzolente al mondo con un bicchiere di liquore in mano.

Per questo ero davvero convinto che non sarei mai riuscito a sfondare come scrittore, non avevo la giusta baldanza nel ritenere me stesso una vera opera d’arte — trash — da vendere sul mercato. E da tempo avevo rinunciato a fare di me almeno un buon detective alla Marlowe.

Cercai i brani nominati da Macchi tra gli mp3 degli anni ottanta, provai a riascoltarli, e me la immaginai Roberta mentre scrive sul diario freneticamente e canta Self Control, mentre fantastica guardando il cielo, mentre immagina il futuro, mentre cerca di diventare grande. Pensare che possa avere avuto una vita prima di conoscermi è una pugnalata al mio orgoglio, eppure quando l’ho conosciuta aveva già fatto in tempo a sognare tutto quello che avevo sognato anch’io. Ricongiungersi era stata la pazzia che ci era venuta più naturale.

Dalla mia sedia potevo scorgere i bordi dei vinili di un tempo. Sono sicuro che quel 33 giri di Paul Young fosse di Roberta. Non ricordavo nemmeno se gliel’avessi ricordato nell’elenco di cose che non si era portata via, e soprattutto non avevo idea se mai potrà ricordarsi di averlo avuto.

Mi alzai, lo presi, e mi domandai ancora una volta come potessero davvero presentarsi con quelle giacche sovradimensionate dalle spalline, con improbabili fantasie destinate a scolorirsi al primo lavaggio, con quei capelli scolpiti che rendevano tutte le teste sproporzionate rispetto a qualsiasi corpo, con quelle copertine squadrate da shock cromatici coerenti con i pompatissimi suoni e ritmi del periodo. Uno sfacciato coraggio che invidiavo con tutta la rabbia di cui ero capace.

 

Musical 80: Seconda scena

La scena cambia. Milano si trasforma in Londra, ma la strada deve essere la stessa. I palazzi cambiano umore, ma non architettura. Solo ora parlano inglese. Il pubblico capisce subito dove siamo senza per forza dovergli far vedere il Big Ben. Qui si muove Gerard, 27 anni, operaio. Deve essere un tipico ragazzotto inglese, viso tondo, capelli cortissimi, quasi a zero, maglietta e jeans attillati. Gerard è omosessuale. Oggi ribadirlo è un particolare politicamente corretto, ai tempi era una vera e propria dichiarazione di guerra. Gerard entra in scena nel pieno di un balletto su Do You Really Want To Hurt Me, e con lui una schiera di ballerini vestiti con abiti da lavoro, soprattutto operai, minatori, ma anche impiegati delle banche del centro. Nel corso della canzone si travestono. Quando il brano finisce avremo un palco pieno di scintillanti esseri androgini alla Boy George. Lo scenario è quello dei club inglesi dei primi anni 80, vere e proprie arene dell’omossessualità new romantic. Balletto sulle note di West End Girls, brano che dona una nota malinconica alla festa. La realtà infatti torna per tutti. Finita la festa i ballerini si rispogliano e tornano negli abiti da lavoro, fuori c’è una città che non è ancora pronta ad accettarli. Triste scenario industriale sulle note di Smalltown Boy9. Il balletto tra loro e i passanti deve esprimere alienazione, ostilità, chiusura da parte di un mondo inglese che sta vivendo una lenta rinascita economica e politica grazie al nuovo governo Thatcher.

 

Palazzi che parlano inglese? Ma ti sei fuso il cervello a colpi di crack?

Alessandra lo rassicurò.

― No no, Giovanni, è chiarissimo! Ho già in mente come fare: per le tre ambientazioni terremo la stessa scenografia, cambiando solo dei particolari che differenzino Milano da Londra e da…

― New York ― rispose prontamente Fausto. ― La terza storia è ambientata nella grande mela, ci arriviamo con il prossimo foglietto.

Giovanni alzò gli occhi al cielo.

― Perché non li scrivi direttamente sulla carta igienica quei tuoi cazzo di foglietti?

― Su Giovanni, non essere scortese ― si affrettò a dire Alessandra, cominciando ad assumere il suo tipico rossore. ― Se ti dico che l’idea non è così balzana, credimi. Guarda, ti faccio vedere, se di là…

E dicendo questo si alzò di scatto dalla sedia, dirigendosi verso il palco. Ovviamente non accorgendosi di aver agganciato con il piede lo sgabello su cui sedeva pesantemente Giovanni, che fu scaraventato all’indietro producendo un tonfo sordo. Il vecchio regista rimase immobile mentre Alessandra accorreva urlando una decina di volte scusami, cercando inutilmente di rialzare quella mole di grasso e barba che aveva invece l’aria di voler passare sul pavimento il resto dei suoi giorni.

Stetti ancora nell’ombra godendomi la scena, mentre Cadeddu lo rimetteva in piedi con un solo braccio. Ero troppo occupato a notare quanto sodi erano i seni della scenografa, anche se nascosti sotto la tipica felpa della ragazza che un po’ si vergogna dell’aggressività delle proprie forme e passa la vita con le spalle basse per evitare di imporle al mondo.

Giovanni in tutto questo non aveva emesso neanche un lamento o minimamente commentato l’ennesima dimostrazione di maldestrezza della sua collaboratrice. Si limitò a riprendere il piccolo sgabello da campeggio, che per lui penso rappresentasse una sorta di coperta di Linus. Lo posizionò verificando che non si fosse troppo piegato nella caduta, e si risedette con l’aria di chi non avrebbe consentito il benché minimo commento all’accaduto.

Alessandra invece non sapeva più dove guardare, in preda all’imbarazzo, mentre il prode scrittore insisteva a pavoneggiarsi con le sue grandi idee.

― Perfetto Alessandra, l’importante è che i cambi di scena siano veloci e ben chiari. Anche i balletti. …a proposito, dov’è Popi? Non ha sentito la mia descrizione! Nelle scene di apertura i balletti sono fondamentali, devono convincere il pubblico che la messa in scena ha una serietà artistica.

― Ecco appunto, per cui lasciamo perdere subito, che qui di serio non c’è proprio nulla.

E con questa sentenza Giovanni si alzò dirigendosi verso l’uscita, con Cadeddu che trotterellava alle sue spalle per portargli la giacca.

Alessandra guardò Fausto.

― Non ti sconvolgere, gli sta piacendo questa cosa, ne sono sicura.

Era il mio momento. Uscii allo scoperto.

― E quando non gli piace, che fa?

Non lo seppi mai, perché in seguito Alessandra fu troppo indaffarata ad asciugarsi la felpa dopo che si era rovesciata addosso un bicchiere d’acqua solo per lo spavento della mia apparizione. Rita mi passò accanto e sussurrò: ― Le auguro di non scoprirlo mai.

Fausto Macchi mi guardò infastidito, ma fu sollevato nel constatare che non ero lì per lui. La tattica era semplice: per ora avrei taciuto di sapere quanto mi avevano nascosto. C’era qualcosa infatti che davvero non quadrava: Pacotti ci aveva messo ventiquattro ore a scoprire alcune scomode verità, impossibile che una persona sveglia come Rei non immaginasse che ci sarebbe voluto poco a smascherare la loro commedia. Impossibile anche che lui, Cadeddu, Popi e Rita avessero deciso nello stesso momento di non dichiarare i loro vecchi contatti con la vittima senza essere perlomeno d’accordo.

Il fatto che ci fosse una strategia di squadra era una certezza, e per questo era importante dar loro modo di credere che il gioco funzionasse.

Oggi volevo parlare invece con la timida Alessandra, che quando realizzò di essere oggetto delle mie attenzioni, quasi svenne.

― Alessandra, posso farle alcune domande ancora?

― Ehm… sì. …che cosa ho fatto?

― Nulla. Si rilassi e si sieda. Dunque, lei mi ha detto che conosceva la vittima di vista. Si ricorda quando è stata la prima volta che l’ha vista?

― Certo. Abitavamo nella stessa via, in Via Budassi.

Persi un minuto buono a scartocciare il word di Pacotti nella speranza di potervi trovare un errore nelle note biografiche di Alessandra.

― Non mi risulta che lei abiti in Via Budassi.

― Poi mi sono trasferita, ma nel 1994 abitavo ancora lì con mia madre. Avevo quindici anni, e una con la bellezza e la classe di Sandra non poteva certo sfuggirmi.

Riaccartocciai rassegnato il foglietto e lo infilai nella tasca dei miei pantaloni, dove archiviavo con ordine — il mio ordine naturalmente — tutti i word pacottiani.

― La descrivono come poco appariscente però.

― Oggi… cioè… ieri. Cioè… adesso era diventata una signora sempre affascinante ma vestita con semplicità. Allora però sfoggiava tutto il campionario dell’amante mantenuta.

Amante mantenuta? Era quello che si diceva di lei, vero?

― Esattamente.

― Conosceva quell’Onorevole Giancarlo Traversi di cui mi ha parlato Donata?

― Sì, era un personaggio conosciuto anche qui a Urbino. Era presidente onorario del Rotary della città in seguito a una lauta donazione.

Adoravo già questa indagine. I fatti nascosti venivano a me come i pargoli a Gesù.

― Per che tipo di attività donò del denaro?

― Restauri di opere d’arte, praticamente il grosso dell’attività del Rotary di Urbino.

Assunsi un tono da scafato commissario. Provai anche una smorfia alla De Niro per fare colpo.

― Come faceva una ragazzina di quindici anni a essere così informata su queste questioni “da grandi” come le donazioni?

― Mia madre era segretaria del Rotary. Lo è tutt’ora.

― Perfetto Alessandra. Ricorda di avere mai visto Sandra assieme a Traversi?

― Non ricordo sinceramente. Ma le vicine di casa di mia madre sostenevano che ogni tanto una Mercedes arrivasse nella notte per far visita a Sandra, per cui le somme le tiri lei, come le tirarono tutti quelli della via.

Qualcosa non mi tornava con le date però.

― Ma nel 1994 Traversi non era caduto in disgrazia per gli scandali?

― Questo io non glielo so dire. Non so se poi fosse davvero ancora lui il visitatore notturno.

 

Riorganizzarsi una vita è una cosa, darle una forma autonoma per la prima volta dopo quarant’anni di aiuti esterni, è un’altra. M’immaginai Sandra, rifugiatasi in provincia dopo anni di vita romana, che risistemava il proprio appartamento di Urbino cercando di dare una nuova immagine alla sua esistenza. Esattamente quello che stavo cercando di fare io. Senza troppo riuscirci, però.

L’unico limite alla mia incapacità di autolimitarmi era sempre venuto da Roberta, quindi in quel momento il primo vero grande problema era definire i confini di una nazione che non aveva mai veramente combattuto per un’indipendenza.

Il piano però era ben congegnato: l’appartamento già ammobiliato garantiva una indigestione di polpette dell’Ikea in meno. Certo, la credenza non si chiudeva più da tempo perché il concetto di rette parallele le era divenuto estraneo, ma non importava. E il mio rapporto con la polvere era di pacifica coabitazione, per cui nulla in contrario se ogni tanto si concedeva di invadere anche la mia collezione di bicchieri.

Per le stoviglie non c’erano problemi, Roberta non vedeva l’ora di disfarsi di vari rimasugli di servizi che io non avevo mai voluto definire morti fino all’ultimo piatto. Per questo ora mi ritrovavo con uno splendido servizio per diciotto persone con cinque diverse fantasie di piatti e quattro di bicchieri, con anche tre tipi di coltelli ma incomprensibilmente solo due di forchette, e svariate forme di cucchiaini da caffè. Ovviamente i servizi belli erano rimasti a lei, io per le cene di gala dichiarai di preferire l’affitto di un adeguato catering — a questa battuta l’avvocato ricordo che batté un sopracciglio, prima reazione alla mia dimostrazione di immensa capacità di sdrammatizzare il drammatico.

Per la cucina poi, me l’ero cavata con un microonde, elettrodomestico che ha avuto sui mariti abbandonati lo stesso impatto rivoluzionario che la lavatrice ha avuto sulle casalinghe italiane degli anni cinquanta. Il resto delle suppellettili erano ancora in via d’acquisto, nel senso che, quando nasceva una necessità, scattava l’immediata visita al negozio sotto casa — Da Riccardo, paghi in ritardo. Non si poteva non abitare sopra un’insegna così, soprattutto perché la sua specialità era riuscire a farti credito anche per una padella da dieci euro.

Il fatto che i due negozi che sorreggevano a fatica le fondamenta del mio palazzo fossero una lavanderia e uno spaccio di casalinghi a poco prezzo, lo ritenni comunque una buona mossa per ribadire la propria esistenza da parte di quel Dio a cui mai avevo creduto.

In ogni caso, quando ritenni la dotazione della mia cucina più che sufficiente ai miei bisogni, mi resi conto che comunque gli oggetti presenti erano molto meno della metà di quelli comprati da Roberta nei primi sei mesi di matrimonio — lista nozze compresa —, il che mi costrinse a una sorta di quiz personale per capire quali utensili — necessari solo agli occhi di una vera donna di casa — mancassero alla mia collezione.

Il che mi porta a ricordare il momento più drammatico nella vita di un single: fare la spesa.

Nei miei pensieri il circuito del mio carrello nelle corsie di un supermercato combaciava molto con quello che avrebbe fatto un bambino: saltare zona verdura correndo, soffermarsi in zona frutta per le banane, lungo pit-stop per motivi tecnici in zona colazione — latte, biscotti —, momento di autodenuncia quando inavvertitamente scivola nel carrello un barattolo di Nutella, incetta di marmellate varie per non dover ammettere di mangiare solo Nutella — ammettere a chi? lo vedremo più avanti —, esaltazione del proibito in zona salse — maionese, ketchup, rosa, tartara, tonnata, vari tipi di senape —, superamento del peso massimo consentito dal carrello in zona bibite/birre/succhi, bypassando totalmente la zona freschi — carni e pesci — per conseguente saccheggio del freddo corridoio dei surgelati.

A questo punto, quando già ci si sta dirigendo verso la cassa, arriva il momento drammatico, quando Dio piazza un altro colpo da applausi facendomi venire in mente una statistica letta sul giornale qualche tempo fa: causa la cattiva alimentazione, i mariti abbandonati — si parlava di separati, ma sul termine avrei da opinare — muoiono prima di quelli che arrivano alla pensione scortati da brava moglie. L’articolo non spiegava la differenza tra una moglie e un dietologo, ma mi bastarono le prime due spese solitarie per capire le basi scientifiche dello studio.

A questo punto il percorso ha una retromarcia etica. Si riparte dal via — ma senza prendere i soldi come a Monopoli —, e allora di nuovo: sosta forzata in zona verdure, non ci si arrende all’idea di dover anche lavare un insalata, ma per quelle esistono le confezioni pre-lavate — Dove? Da chi? Come? Non chiedere, e non avrai le risposte che non vuoi avere —. Vada allora per qualcosa di facile come le carote, grattugiarle è impresa possibile anche per me, mentre le patate mi guardano minacciose e mi ricordano che il mio terrore della pentola a pressione mi impedisce di comprarle — le pentole a pressione scoppiano, ne sono certo. Non ho mai visto una farlo, ma sono sicuro che tutte prima o poi lo fanno. Esplodono improvvisamente tra fischi lancinanti. E il mondo è certamente pieno di cuochi sfigurati e ustionati che non ammetteranno mai di essere stati colpiti dalla cottura di una verza.

Surgelati, purè liofilizzati, e di tanto in tanto una puntatina a qualche gastronomia per le crocchette, sono le valide alternative alle patate. Val la pena qui aprire dunque una parentesi per una dissertazione sul tema “Il concetto del bancone della Gastronomia nella tradizione maschile: studio comparato rispetto all’arcaica visione femminile”.

Roberta — presa qui come campione rappresentativo — naturalmente odiava qualsiasi preparato da gastronomia: già forte del motto A casa mia mangio meglio che al ristorante, non poteva lontanamente sopportare la visione di quelle insalate russe fatte con una maionese che ancora non aveva avuto occasione di conoscere un vero uovo, lasagne annegate nella besciamella, fritti diversi imparentati da un’unica casseruola piena di un olio già vincitore di molte battaglie contro impanature e pastelle.

Invece io — qui in qualità rappresentante del genere maschile, anche se il genere maschile non ammetterebbe mai di poter essere rappresentato da me — trovavo tutto ciò semplicemente fantastico: la sola idea di entrare in una cucina e poterne uscire dopo solo cinque minuti con un pasto completo e fumante, era orgiastica per un allergico al lavoro in cucina come me.

La vera tragedia è che gli stessi supermercati si erano da tempo premuniti di codeste gastronomie, un nome che io interpretavo come derivante da gastriti mie, visto che tutti questi piatti avevano in comune il fatto di essere assolutamente indigeribili, se non da uno stomaco di ferro. Io ne possedevo uno per editto, nel senso che lui poverino continuava a dare segnali di essere fatto di tutto fuorché di ferro, ma il governo centrale del mio corpo — il cervello immagino, ma Roberta sosteneva che il motore di tutto il mio agire risiedesse altrove — aveva deciso che ufficialmente tali segnali erano solo le provocazioni di un organo facinoroso e disfattista.

Per il maschio casalingo c’è dunque una sola alternativa a questa guerra tra surgelati e cibi delle gastronomie: l’insalatona. Già da tempo assunta a regina del cibo dietetico in tutte le tavole calde del paese, tanto da esserne stata addirittura creata una versione per i fast food, l’insalatona è la migliore panacea per i nostri sensi di colpa, perché partendo da una base di verdura — quella che, per definizione di una qualsiasi mamma del creato, fa bene —, permette di aggiungere ingredienti anche a dismisura, senza il minimo rimorso. È tutto da dimostrare se davvero transitano più calorie in un panino alla Nutella o in un vassoio di cicoria+carote+olive+tonno+cipolla+mais+olio+aceto balsamico. Se è stato dimostrato, vorrei davvero rivedere quei dati.

Cosa c’entrava tutto questo con Sandra e i suoi amanti? Nulla, solo che, mi spiace per la povera Zara Blacks, era tornata nella mia vita in un momento in cui avevo altro per la testa. Ma le avrei reso giustizia, qualcosa le dovevo in fondo. Il sogno del Grizzly ad esempio.

1 Laguna blu (The Blue Lagoon) è un film con Brooke Shields del 1980, diretto dal regista Randal Kleiser. Paradise è un film con Phoebe Cates del 1982. Entrambi narrano la forzosa scoperta della sessualità di una coppia di adolescenti in seguito a un naufragio (il primo) e ad una fuga nel deserto (il secondo).

2 Bolero Extasy (Bolero), film del 1984 diretto da John Derek, è stato una delle più note pellicole del genere soft-erotico degli anni 80.

3 Commedia in due atti di Eduardo De Filippo e Maria Scarpetta del 1933. Fa parte di una serie di opere di De Filippo che non sono mai state pubblicate ufficialmente, e per questo ormai dimenticate dal grande pubblico.

4 Acronimo di Zona Espansione Nord, quartiere popolare di Palermo noto per degrado e alto tasso di criminalità.

5 Porky’s – Questi pazzi pazzi porcelloni! (Porky’s) è un film del 1982 diretto da Bob Clark, probabilmente il più noto tra i tanti school-movie nati in seguito al successo di Animal House di John Landis

6 Riferimento a Così come sei, film diretto da Alberto Lattuada nel 1978, nel quale viene citato il noto romanzo di Max Frisch.

7 Nota trasmissione televisiva di fine anni novanta, specializzata nel recuperare star dimenticate nel tempo (soprattutto degli anni settanta e ottanta) all’insegna del che fine ha fatto…?

8 Tutti famosi brani dell’Italo-dance usciti tra il 1983 e il 1984: Happy Children, è un successo di P.Lion (vero nome Pietro Paolo Pelandi), I Like Chopin di Gazebo (Paul Mazzolini), La Dolce Vita di Ryan Paris (Fabio Roscioli) e Self Control di Raf (Raffaele Riefoli).

9 Do You really Want To Hurt Me è dei Culture Club (1983), West End Girls dei Pet Shop Boys (1984) e Smalltown Boy dei Bronski Beat (1984).

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