LA BAIA DEL FENICOTTERO di Riccardo Marchetto

Prezzo di listino 17,00 incl.VATIl prezzo per te: 14,45 incl.VATLo sconto totale è: 15%

  • In copertina: ….. senza titolo, opera fotografica di C. Retzer, collezione Pixaboy.com.
  • ISBN: 9788897382416
  • Pagine: 218
  • Prezzo di copertina: € 17,00
  • Genere: giallo/noir/thriller
  • Ambientazione: Delta del Po
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Descrizione

I suoi occhi sono velati dal risentimento. Guardano senza vedere.

Nina è una surfista di diciotto anni. Durante le vacanze di Natale, a insaputa dei genitori, parte dalla Sardegna a bordo di un vecchio furgone per raggiungere il Delta del Po, sua terra d’origine. L’intento è fare surf nella stessa baia in cui, quattordici anni prima, suo fratello scomparve in circostanze misteriose. Quello che doveva essere un viaggio di formazione si trasforma presto in un incubo quando, tra le onde, Nina trova il cadavere di una ragazzina di cui apparentemente sembra non importare a nessuno. Stanca di non essere presa sul serio e dominata da un bruciante desiderio di avventura, decide di scendere in campo per riportare a galla la verità. Per farlo, però, dovrà immergersi in un territorio ostile, dove ogni cosa sembra sopravvivere in un letargo forzato, celato da uno spesso strato di nebbia. Ben presto Nina capirà che nulla è come appare. Le paludi salmastre e le spiagge deserte custodiscono un via vai di traffici inquietanti al limite dell’assurdo. Per arrivare in fondo, la ragazza sarà costretta a confrontarsi con una serie di personaggi surreali e con l’ingombrante presenza del proprio passato, in una discesa improbabile negli abissi della condizione umana.

Riccardo Marchetto

Riccardo Marchetto nasce a Ferrara nel 1988. Nel 2007 si diploma in Ragioneria all’istituto tecnico Vincenzo Monti di Ferrara. Nel 2009 frequenta l’Accademia del Cinema di Bologna da cui viene radiato dopo pochi mesi. Nel 2015 vince il Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador con il lungometraggio Haifai. Nel 2017 vince la menzione speciale del Premio Internazionale per la Sceneggiatura Mattador con il cortometraggio Rearviewmirror. Nel 2018 vince il Premio Giallo Indipendente con il romanzo inedito La baia del fenicottero.

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PROLOGO

 

La ragazza è legata per i piedi a un piccolo motore fuoribordo senza eliche, rivestito da uno strato di ruggine e cozze rotte.

Non ci vuole molto perché la trascini sul fondale.

Le è stato detto di contare fino a cinque e poi di estrarre la lama che tiene nascosta tra le mani e tagliare le corde.

Lei lo fa più in fretta che può, liberando un rigurgito di bolle silenziose ogni volta che il metallo le sguscia tra le dita.

Se vuoi passarla liscia, ti conviene lasciarti andare ― le hanno detto prima di darle un bacio sulla guancia e gettarla di sotto.

La ragazza non ha afferrato del tutto il senso della frase, ma è certa che se si lascia andare ora, l’acqua gelida le entrerà nei polmoni, soffocandola lentamente.

Una volta liberati i polsi si china sulle caviglie. Lavora con la mascella serrata e i muscoli contratti. Ha il petto in fiamme, come se qualcuno stesse cercando di darle fuoco con un accendisigari.

Chiude gli occhi e si concentra sulla lama. Ogni pensiero superfluo minaccia la sua scorta di ossigeno. Non c’è nulla e non deve esserci nulla tranne il movimento rapido della mano sulla corda.

Per qualche strana ragione le torna in mente una lezione di yoga seguita su YouTube, qualche mese prima. La dottrina del rilassamento mentale spiegato da una ragazza californiana innamorata della vita e dei vestiti di seconda mano: ― Usa solo ciò di cui hai bisogno. Il resto lascialo andare ― diceva.

Se vuoi passarla liscia, ti conviene lasciarti andare” le parole la colpiscono come un violento jab e il suo mento scatta all’indietro, facendo entrare una piccola quantità d’acqua nel suo apparato respiratorio. Tossisce e permette ad altra acqua di entrare.

La ragazza spalanca gli occhi. Le pupille sono torturate dal sale e dalla mancanza di ossigeno. Di fronte a sé non vede nient’altro che oscurità, liquida, fasulla e stordita dal movimento.

La ragazza capisce di essere spacciata.

Poi la corda cede.

È libera e nuota con tutte le sue forze verso la superficie. Non vede nulla, non sente nulla. L’istinto di sopravvivenza domina le sue azioni.

La profondità è così modesta da trarla in inganno. La ragazza irrompe nella notte più affamata di quanto non fosse mai stata prima. L’ossigeno pervade i suoi pensieri, restituendole in un attimo tutta la sovranità della speranza.

Poi un’onda la rispedisce sotto.

La spuma bianca corre in tutte le direzioni, in contrasto con la notte. Il mare è in burrasca e la ragazza affonda nell’eternità.

 

NOTTE DI NATALE A GHOST TOWN

 

Il furgone è un Fiat Ducato del ’93 zebrato dalla ruggine. Percorre a bassa velocità una statale deserta e avvolta dalla nebbia.

Supera un vecchio motel per camionisti prima di svoltare a destra, seguendo l’indicazione Lidi Nord stampata su un cartello stradale decorato con un fallo stilizzato e pieno di peli.

Il furgone si muove lentamente, illuminando le strade disabitate di una località marittima colpita dall’ennesimo inverno. Ricorda una città fantasma, di quelle che usavano gli americani per i test nucleari. Decine di villette, condomini e negozi che riposano in un letargo forzato, in attesa della stagione successiva.

Tutto è fermo, remoto e apatico. O almeno così sembra.

La gazzella dei carabinieri è appostata dietro a un cassonetto della spazzatura. La strada è completamente buia e ricoperta da aghi di pino.

L’automobile ha il motore acceso e i fari spenti. Al suo interno due sbirri dividono una bottiglia di vino dentro un paio di bicchieri di carta su cui si sono premurati di scrivere i propri nomi con un pennarello. In testa portano due berretti da Babbo Natale. Di quelli con le luci che si accendono a intermittenza.

Al posto di guida il carabiniere scelto Corrado Bersaglio tiene lo sguardo incollato allo smartphone mentre scorre avidamente le sue pagine social. È un tipo alto e secco, sui trentacinque, con la faccia di chi non è abituato a farsi troppe domande. Ha due squallidi occhi azzurri e un sorriso da vigliacco. Non ha praticamente toccato il vino e questo urta la sensibilità del suo collega.

L’appuntato Pino Battaglia tiene le mani rivolte contro la bocchetta del riscaldamento. Fissa la notte vuota oltre il parabrezza. Ha le spalle enormi, strangolate dalla divisa, e dà l’idea di essere una persona con cui è meglio andar d’accordo. Sbuffa seccato. Si volta cercando inutilmente la complicità del collega. Poi ingoia il vino e dà un paio di poppate alla sigaretta elettronica.

― Gesù Bambino si sta vergognando di noi ― dice.

Il carabiniere scelto Bersaglio risponde con un sorriso sporco di distacco.

― Come si fa a commemorare la nascita del Salvatore in questo modo? ― lamenta l’appuntato Battaglia.

― In quale modo?

― Come sarebbe in quale modo? Così. Come stiamo facendo. Sorvegliando una città morta. Non c’è in giro un cane.

― Guarda il lato positivo. Ci pagano gli straordinari e non dobbiamo muovere un dito.

Battaglia si volta bruscamente verso il collega. Lo fissa per bene in faccia, espirando una nuvola di vapore dalle narici.

― È il primo inverno che passi qui, presto capirai come vanno le cose. Non ci stanno facendo un favore. Ci ammazzano lentamente. C’è qualcosa di malato in questo posto.

Il carabiniere scelto Bersaglio riempie con affetto il bicchiere di vino del compagno. Poi torna sul suo smartphone, sicuro di aver messo a bada il collega per qualche minuto.

Battaglia brinda a mezz’aria e butta giù il bicchiere tutto d’un fiato. Fuma e guarda la strada.

― Sono le persone che ci abitano ― dice.

― Non ci abita nessuno.

― È quello che vogliono farti credere.

― Io per ora ho visto solo un paio di battone.

― Quelle mica si nascondono.

― Beh, alcune sarebbe meglio lo facessero ― scherza Bersaglio.

L’appuntato Battaglia ride di gusto. Il collega sa sempre come metterlo di buon umore. Basta poco. È come portare un tossicodipendente in una farmacia.

Battaglia si rimette serio con un colpo di tosse. Fissa solennemente il compare, minacciandolo con il bicchiere.

― Mi hai fatto venire un’idea.

― E sarebbe?

― È la notte di Natale. Perché non ci facciamo un bel regalo?

― Dici adesso?

― Adesso, certo. Così, un’improvvisata per consolidare il nostro rapporto.

― Quale rapporto?

― Lo sai, no? Tra colleghi. Tra uomini.

― Suona un po’ gay.

― Amico. Ti sto parlando di carne di prima qualità. Morbida come una vitella affogata nel Chianti. Hai capito, no? Sì che hai capito.

― Ho capito, ho capito…

― Tu lascia fare a me. Questa ragazza, non è certo una di primo pelo, cazzo non arriva nemmeno ai venti ma ne ha viste di ogni genere, puoi credermi.

― Ti credo, infatti.

― È una professionista.

― Ne sono convinto, ma…

― L’ho beccata un paio di anni fa. In flagrante. Stava succhiando le palle a un vecchio crucco nei pressi di un campeggio. In pieno Luglio. Ci giocano i bambini lì ― dice severo Battaglia. ― Potevo arrestarli entrambi. A dirla tutta è uno di quei casi in cui puoi permetterti di imbrattare il manganello con qualche scheggia di dente. Tutti detestano quelli che fanno certe porcherie di fronte a degli innocenti.

― Ma non l’hai fatto.

― Ci puoi scommettere il culo. Alla mia età, con la mia esperienza, si impara a mettere da parte certe stronzate. Quel vecchio mangiawurstel doveva essere una sorta di orefice o qualcosa del genere. Mi ha lasciato il suo orologio. ― Battaglia alza la manica della divisa.

― Uno Swatch?

― Non questo qui. Mica lo porto in servizio. Questo è di mio figlio.

― Giusto.

― Non si va al lavoro con un orologio d’oro. Non sta bene, si rischia di perdere credibilità.

― Sono assolutamente d’accordo.

― Comunque… ― riprende Battaglia nascondendo lo Swatch. ― Dov’ero arrivato?

― Non li hai arrestati e il vecchio ti ha dato il suo orologio.

― Già. E lei tutto il resto. Io e Pigozzi ce la siamo passata a turno per tutta la corvée. E stammi a sentire, questo è importante, con quella lì non si usa il preservativo.

― Non ci vedo nulla di positivo.

― A nessuno piace infilare l’uccello in un cappio di gomma, sì o no?

― Non è…

― A nessuno. Sì o no?

― Certo che no.

― E allora che dici? Affare fatto?

― Non saprei…

― Coraggio.

― È che…

― Solo io e te, amico.

― L’hai detto tu stesso, bisogna rendere omaggio alla nascita del Bambin Gesù e non mi sembra che farsi una puttana sul sedile posteriore dell’auto sia molto indicato.

― Come sarebbe a dire? Gesù si fotteva una puttana pure lui.

― Non proprio.

― L’appuntato Battaglia sospira. Vuota il bicchiere del collega e poi li riempie entrambi.

― Tieni ― dice.

― Sono a posto, grazie.

― Bersaglio. Non mi costringere a farlo.

― Che cosa?

― Sono un tuo superiore. Mi capisci, no? Tu mi rendi le cose difficili, amico mio. In caserma le voci girano. I ragazzi possono essere dei veri demoni in alcune occasioni. E come ben sai, l’identità sessuale di un camerata è sempre un argomento che scotta nei corridoi dello spogliatoio, non so se mi spiego…

Il carabiniere scelto Bersaglio si sta chiedendo quale sia la risposta corretta da dare. In un modo o nell’altro rischia di fregarsi con le sue mani. Con quanto ne abbia da dire Battaglia, quel posto gli piace. Non si fa un cazzo dalla mattina alla sera per nove mesi l’anno. E, durante l’estate, può rifarsi gli occhi con le ondate di ragazzine in perizoma, intente a sfrecciare sulle loro biciclette rubate in un continuo e animalesco doposbronza. Non gli va di giocarselo per una prostituta da due soldi. E soprattutto non gli va di farsela insieme a un altro uomo. Camerata o meno.

D’altra parte non vuole nemmeno inimicarsi l’appuntato Battaglia, è una brava persona e gli sta semplicemente offrendo una fetta della sua torta preferita. Deve trovare il modo di rifiutare senza offenderlo. Prende tempo. Sorseggia il suo bicchiere. Gioca a guardare gli specchietti laterali. Ed è proprio da uno di questi che arriva un barlume di salvezza. Un paio di fari tagliano la nebbia, puntando nella loro direzione.

Il Ducato bianco si ferma qualche metro prima del cassonetto, davanti a una delle tante villette disabitate.

Dal veicolo scende una persona. Il cappuccio impedisce di vederla in faccia. Spalanca il cancello e parcheggia il furgone in un cortiletto infestato da aghi di pino e foglie umide.

I due sbirri si guardano. Battaglia beve un sorso di vino.

Il tizio scende nuovamente dal furgone e questa volta si dirige alla porta d’ingresso. Traffica nel buio per un paio di minuti. Qualcosa è andato storto. La porta non si apre e il tizio torna sui suoi passi. Studia la facciata della casa. Poi si arrampica sopra al veicolo e irrompe nel terrazzo del primo piano.

L’istinto prende il sopravvento su Bersaglio. Fa per uscire ma trova il braccio del collega a ostacolarlo.

― Aspetta ― dice Battaglia.

― È un topo d’appartamento.

― Forse. Ma questa è la notte di Natale e io non voglio grane. Quello che faremo è agire con cautela, limitandoci a osservare. Se vedo qualcosa che non mi piace allora cambiamo aria.

― Che stai dicendo?

― Non fingere con me, amico. Non attacca. Entrambi sappiamo come stanno le cose, vero? Nessuno qui ha intenzione di complicarsi la vita. Fa parte del codice. Vivi e lascia vivere. E se riesci fatti anche pagare. Giusto?

Il carabiniere scelto Bersaglio si sente costretto ad annuire.

― Vai avanti tu ― ordina Battaglia. ― Se senti una parola in una lingua che non conosci metti la mano sulla pistola e preparati al peggio.

Bersaglio prende un lungo respiro. Quando posa nuovamente lo sguardo oltre il parabrezza vede il sospettato forzare la portafinestra ed entrare in casa.

 

La casa è polverosa e arredata in maniera essenziale. Come se qualcuno l’avesse abbandonata in fretta.

Il topo d’appartamento è sceso al piano terra e si muove lentamente alla luce di un accendino.

Esplora il soggiorno. Ci sono diverse fotografie incorniciate alle pareti. Una in particolare attira la sua attenzione. La stacca con cura e ci passa sopra la manica della felpa, per ripulirla dalla polvere. La fiamma illumina un ragazzo sui vent’anni con i capelli rasta. È sulla spiaggia, sembra piena estate. La colorazione dell’acqua oscilla tra il verde fogna e il marrone feci e suggerisce una precisa indicazione riguardo al luogo in cui è stata scattata. Nord Adriatico. Foce del Po.

Il ragazzo è in piedi sulla sabbia, la pelle abbronzata e una bimba in braccio. La bambina avrà cinque o sei anni e guarda in camera con il viso macchiato da una grinta sofisticata e da due occhi grigi e profondi come un oceano velato da uno spesso banco di nebbia. Con la mano libera il ragazzo sorregge una tavola da surf arancione a pinna singola.

Il topo d’appartamento fa saltare la cornice e infila la fotografia in tasca.

Passa alla seconda foto. Qui il ragazzo è abbracciato a un coetaneo. Un tizio con una cresta moicana che gli pende su un’espressione da sballato. In mano stringe una bottiglia di vino senza etichetta. Alle loro spalle un falò illumina la spiaggia al crepuscolo. Due tavole da surf, tra cui quella arancione della foto precedente, sono adagiate sulla sabbia. I due amici sembrano sbronzi, spensierati e pronti a conquistare il mondo.

Dall’esterno, improvvisamente, arriva un trambusto piuttosto patetico. Il topo d’appartamento è costretto a interrompere le ricerche. Spegne l’accendino e si sposta prudentemente alla finestra.

Battaglia e Bersaglio cercano di imitare le sue gesta tentando di salire sul terrazzo. Le cose hanno preso una brutta piega. Il carabiniere scelto Bersaglio è appeso al cornicione. Dondola incapace di issarsi oltre il parapetto. Scalcia a vuoto, come dovesse mettere in azione un motorino. Ben presto le braccia cedono e il piedipiatti precipita al suolo con il tonfo di un pesante elettrodomestico.

― Troppo pericoloso. Meglio cambiare strategia ― sentenzia l’appuntato Battaglia.

― Cazzo, credo di essermi lussato un’anca…

― Non posso portarti all’ospedale, amico. Ci toccherebbe stilare un rapporto. Ma conosco un paio di infermiere in pensione piuttosto preparate. Mi spiego?

Battaglia si china ad aiutare il collega. Lo rimette in piedi con uno strattone. Si prende anche la briga di ripulirlo dal terriccio.

― Meglio se aspettiamo che esca. Intanto prendiamo la targa del furgone.

Non ne hanno il tempo. La porta d’ingresso si apre all’improvviso. I due sbirri mettono mano alle pistole. Il topo d’appartamento si staglia alla luce della notte. Le pistole si alzano contemporaneamente.

― Non muovere un muscolo ― ordina l’appuntato Battaglia con voce incerta.

Il sospetto alza le mani. Ride. Poi abbassa il cappuccio. È una ragazza. I suoi occhi grigi e scortesi studiano i due sbirri con spregiudicato disinteresse. Porta una chioma di capelli castani, bruciati dal sole e dalla salsedine, che corrono in ogni direzione. Sono talmente gretti da assomigliare a dei dreadlock. Non è così, sono soltanto sporchi.

La ragazza indica qualcosa sopra di loro. Battaglia e Bersaglio si guardano. Indossano ancora i berretti da Babbo Natale.

 

Qualche minuto più tardi la ragazza fuma una sigaretta appoggiata al furgone. Sembra più irritata che preoccupata e, al di sopra dei vestiti da ragazzo di periferia anni novanta, ostenta una smorfia arrogante che potrebbe essere scambiata per un sorriso. Chiunque guardandola sentirebbe la tentazione di farle saltare un paio di denti.

I due agenti le si avvicinano restituendole la patente di guida.

― Bene signorina Simoni, a quanto pare questa è veramente casa sua ― dice l’appuntato Battaglia.

― Ho scordato di prendere le chiavi. Da qui a Oristano è parecchio lunga.

― Non si preoccupi, il ritorno lo farà in aereo. Quel rottame da qui non si muove. Non è a norma da un decennio.

― Non posso abbandonarlo. In realtà non è nemmeno mio, ma di mio fratello.

― E dove si trova al momento quest’ultimo? ― domanda il carabiniere scelto Bersaglio.

― È morto.

Battaglia riprende il collega con uno sguardo poco educato.

― Sono spiacente ― si scusa Bersaglio.

― Ma questo non cambia la sua situazione ― aggiunge l’appuntato.

― Io ci vivo su quel furgone. Sto qui pochi giorni, devo rientrare prima della fine delle vacanze natalizie. Non darò fastidio a nessuno.

― In che senso ci vive? ― domanda curioso Bersaglio.

Nina apre il portellone laterale. Invita i due carabinieri ad avvicinarsi e accende la luce.

L’interno del veicolo è arredato alla maniera di un camper. Un materasso matrimoniale in fondo e un piccolo piano cottura sul lato destro. Il resto sono vani colmi di cianfrusaglie, un paio di mute appese a sgocciolare sopra a un catino e, ovviamente, una tavola da surf adagiata tra i sedili.

― Dormi sul serio qui dentro? ― domanda Battaglia.

― È riscaldato e c’è tutto quello di cui ho bisogno.

― E il bagno? ― chiede sbigottito Bersaglio.

La ragazza scrolla le spalle.

― I tuoi genitori sono d’accordo?

― Passano le vacanze in Sud Africa e non mi hanno portata con loro. Troppe materie da recuperare, dicono.

― Quindi non lo sanno che sei qui?

― Tanto non gli importa.

― Gli importerà quando dovranno pagare la multa che gli hai procurato ― ribatte duramente l’appuntato Battaglia.

― Sono maggiorenne. Posso cavarmela da sola.

Battaglia trascina la risata del collega. Ci mette più saliva che buonsenso.

― Riesco a fare più soldi io in una notte che mio padre in una settimana.

― Batti? ― chiede interessato Battaglia.

― In un certo senso.

― Non sei nella posizione per fare dello spirito.

― Ho un mio canale di videochat su una delle maggiori piattaforme di intrattenimento per adulti.

― Quale? ― domanda serio Battaglia.

― Live Hostess 3D.

― Conosco. Buon sito. Un po’ caro forse.

― Dipende ― risponde Nina in tono malizioso.

― La ragazza è una modella. Su Internet ― spiega l’appuntato Battaglia al collega.

― Sì, avevo capito.

― Sai compare, questo mi suggerisce un’idea.

― Oh Dio, no…

― Collega. Dato che la ragazza è giovane e mostra una certa maturità, nonché fiducia nei propri mezzi; e visto che, dopotutto, si tratta della notte di Natale e senza di lei saremmo ancora lì ad annoiarci a morte, credo… credo sia meglio per tutti chiudere un occhio questa volta.

― Non mi sembra il caso.

― E dai! ― protesta la ragazza.

― Se se ne va in giro e mette sotto qualcuno con questa sottospecie di gulag su ruote potremmo finire nei guai. Guai seri.

― Non succederà ― lo rassicura Battaglia.

― Assolutamente. Sono una ragazza tranquilla. Non cerco guai.

― Hai forzato la porta di un’abitazione.

― Ha fatto solo il necessario ― taglia corto l’appuntato Battaglia. ― Dopotutto è arrivata fin qui dalla Sardegna senza intoppi, giusto?

― Tutto liscio.

― E poi chi dovrebbe investire? ― continua Battaglia. ― Non c’è anima viva qui. Nel peggiore dei casi può mettere sotto un gabbiano, e sono serio quando dico che farebbe un dannato favore a tutta la comunità.

― Ma prima o poi dovrà tornarci in Sardegna.

― Una volta fuori dalla nostra giurisdizione mica è un nostro problema. La signorina è in gamba, è piena di talento e io dico che merita la nostra fiducia.

― Non mi convince. Guarda, sono disposto a compilare io il verbale, senza rancore.

― Non è per il verbale. È una questiona etica ― ribatte l’appuntato Battaglia. ― E comunque noi potremmo tenerla d’occhio sul suo canale web. A un prezzo di favore si intende.

― Le forze dell’ordine entrano gratis ― dice la ragazza.

Battaglia allarga un enorme e amichevole sorriso. La proposta sembra mettere d’accordo tutti quanti.

Dopotutto spiare sullo smartphone del collega una ragazzina diciottenne che imbastisce uno spettacolino sexy è un modo come un altro per consacrare la venuta al mondo del Salvatore, riflette il carabiniere scelto Bersaglio. È meno vistoso del piano A. E sicuramente più economico.

― Ok.

― Allora affare fatto! Signorina Simoni è stato un piacere. Io ho un debole per il pizzo nero, se vuole tenerlo a mente…

La ragazza allenta la tensione al labbro superiore scoprendo i denti in una smorfia provocante.

― Potete chiamarmi Nina e non porto biancheria sul mio furgone.

 

TERRITORIAL PISSING

 

Le onde si infrangono violentemente contro la massicciata di un piccolo pontile. Piove e un forte vento da sudest spazza il mare in burrasca.

In un piccolo spazio sterrato che precede la battigia, un gruppo di automezzi sono parcheggiati senza nessuna logica apparente.

Sono surfisti e studiano le onde al riparo dal vento, nascosti dietro ai propri veicoli. Buona parte di loro indossa la muta sotto il cappotto. Aspettano il momento giusto per entrare mentre dividono birra e barrette proteiche, ridendo e lamentandosi del posto in cui abitano. Non gli importa della mattina di Natale. Nessuna festività può mettersi tra un surfista e le sue onde. E loro ci tengono a farlo sapere a tutti.

Il furgone di Nina percorre lentamente la via fangosa che porta alla spiaggia. Sembra faccia di tutto per centrare le pozzanghere, sollevando schizzi di melma marrone contro gli altri mezzi.

Parcheggia tra una Volvo nera e un Wolfswagen California dell’86.

I ragazzi smettono di chiacchierare. Mai visto quel veicolo. Non hanno alcun motivo per essere cortesi. Non hanno bisogno di una faccia nuova. Lo spot è già abbastanza affollato. Alcuni di loro si impegnano in un fiero grugno territoriale. Altri sputano in terra senza modestia. Quello è uno straniero e non è il benvenuto. Vale qui come nel Far West.

Il brusio delle prese in giro si solleva oltre le raffiche di vento. Poi Nina esce dal Ducato e molti surfisti perdono la lingua.

Indossa una muta sgualcita, non li degna di uno sguardo e risale una piccola duna per studiare il mare. Non c’è traccia di un’onda decente ma questo già lo sapeva. Il Nord Adriatico non lascia spazio a molte pretese. Per forza che i ragazzi del posto sono così aggressivi.

Estrae la tavola dal furgone e comincia a grattare la paraffina. Spalma la cera controllando che le tre pinne della sua shortboard siano avvitate correttamente. Poi recupera dal furgone cappuccio, guanti e calzari di neoprene. Chiude il portellone, fa scattare la serratura e nasconde le chiavi sopra l’ammortizzatore.

Raccoglie i capelli e li imprigiona nel cappuccio. Sospira. Il battito del cuore ha accelerato la sua corsa e la schiena è già bagnata di sudore. Cinque o sei millimetri di neoprene addosso non sono uno scherzo, ma la temperatura dell’acqua si aggira intorno ai nove gradi e nemmeno con lei c’è molto da scherzare.

Nina prende la tavola sotto braccio e si avvia. Per raggiungere il pontile deve superare il cordone di surfisti e quelli sembrano avere tutte le intenzioni di bloccarle il passo. Sono disposti in una formazione da testuggine spartana, ben calati in un silenzio scortese, sferzato dal vento.

― Ciao ― saluta Nina.

Un paio di risposte biascicate e una risata.

― Non entrate?

― Il mare è troppo attivo. Fino a domani non se ne parla ― replica un tizio sui quaranta con una lunga barba nera e l’espressione di chi è convinto di avere un privilegio naturale verso qualunque forma di vita.

― Meglio tenere la muta asciutta per domani.

― Sì, e c’è troppa corrente. Per individuare il picco bisogna tirare a indovinare.

― Ma se indovini poi corri ― dice Nina.

― Già, contro il pontile.

Ridono in parecchi e quelli che non lo fanno sono troppo impegnati a studiarle la forma dei glutei.

― Tu non sei di queste parti, vero? ― domanda il tizio con la barba.

― Non del tutto.

― Allora lascia che ti spieghi come funziona qui.

― Abbiamo delle regole.

― Come negli altri posti ― ribatte Nina.

― Infatti. E come negli altri posti i ragazzi locali hanno il dovere di farle rispettare.

― Mi sembra corretto.

― Appunto. E tu non sei del posto.

― Sto infrangendo qualche regola?

― Sì, il nostro divieto.

― Mio fratello surfava qui.

― Come si chiama?

― Non ha importanza.

― Invece ne ha. Dobbiamo pur chiamare qualcuno per venire a tirarti fuori ― dice il tizio con la barba.

Il suo pubblico lo ripaga con mezzo minuto di applausi. C’è anche qualche fischio. Nina aspetta pazientemente che la smettano. Poi riprende a camminare verso il pontile. Il ragazzo con la barba le si para davanti.

― Tu non ci entri lì.

― Io dico di sì.

― Non ti conosco ragazzina. E nessuno di noi vuole essere responsabile della tua stupidità. Non è un mare con cui è il caso di scherzare.

― Non scherzo. Voglio solo fare surf.

― Non qui e non adesso.

Nina prende in considerazione l’idea di colpirlo sul muso con la punta della tavola. Potrebbe facilmente sfregiargli una guancia. O costringerlo a portare un occhio di vetro per il resto dei suoi giorni. Decide di lasciar perdere. Dimostrerà a quei cazzoni di che pasta è fatta.

Il piano prevedeva di tuffarsi dalla punta del pontile. Sarebbe arrivata in lineup in un lampo, evitando di remare in mezzo alla risacca inutilmente. Dato che non le è concesso, dovrà farsela a nuoto.

― Era da un bel po’ che non vedevo questo furgone.

La voce proviene dalle sue spalle. Nina si volta. Un uomo sulla sessantina sta scaricando dell’attrezzatura da pesca dal Wolfswagen California. È semi-calvo, con gli occhi buoni, enormi e verdi. Il viso è sfregiato da una vita di sole e acqua salata. Una vita che ha saputo dirgliene parecchie. E non sempre ci è andata per il sottile.

― Dicono che sia fuorilegge ― replica Nina avvicinandosi.

― Grazie al cielo ― sorride l’uomo. ― Conoscevo tuo fratello. Abbiamo surfato insieme qualche volta. Mi ricordo di te. E anche dei tuoi genitori.

Nina allarga le braccia.

― Mi chiamo Franco. Resino barche.

― E va a pesca.

― Più tardi. Aspetto che il vento molli un poco.

― Niente surf?

― Non più.

Franco finisce di sistemare l’attrezzatura su un piccolo carretto a due ruote. Poi si dirige verso il pontile. Zoppica duramente dalla gamba sinistra e il suo passo ricorda quello di un evaso di galera che tenta di nascondere le catene. Fa cenno a Nina di seguirlo.

― I ragazzi non sono molto cordiali con i forestieri ― spiega Franco. ― Il surf è in piena espansione e loro non riescono ad accettarlo.

― Non li biasimo. Ma nemmeno mi hanno dato una possibilità. Tutti meritano una possibilità.

― Tu sei una ragazza.

― Se fossi una di quelle fichette che surfano con il costume infilato nel culo sono sicura che avrebbero fatto a gara per accompagnarmi in acqua. Freddo o non freddo.

― Parlo per esperienza, nessuna ragazza surfa in perizoma nell’alto Adriatico. Non in questo periodo.

Nina osserva il sorriso di Franco e in un attimo tutto le è chiaro.

Molotov Surfboard! ― esclama. ― Tu hai shappato la tavola a mio fratello. Il minilong arancione.

― Tanto tempo fa.

― Non fai più le tavole?

― Si guadagna di più con le barche.

― È un mercato in evoluzione, l’hai detto tu stesso.

― Sì. E io sono un dinosauro.

― Magari ti faccio cambiare idea.

― Ne dubito, ragazzina.

Franco e Nina sono costretti nuovamente a fermarsi. Il posto di blocco è più affollato di prima. Il tizio con la barba è il primo a farsi avanti.

― Franco.

Avvocato.

I due si fissano per un attimo.

― Monti la bilancia?

― Con calma. Ho una bottiglia di Sangiovese e tutta la notte a disposizione.

― Perfetto, così domani quando saliamo dall’acqua grigliamo un paio di sarde.

― Con piacere.

L’avvocato stringe la mano a Franco e lo lascia passare. Nina sa che dovrebbe tenere lo sguardo basso e scivolare silenziosamente dietro al pescatore, ma non lo fa. È più forte di lei, non è mai andata forte nelle pubbliche relazioni. Tiene gli occhi ancorati a quelli dell’avvocato e mentalmente ripassa la sua serie preferita di insulti, pronta a scattare al primo cenno di battaglia.

Non succede nulla. Franco le fa da garante. Nel caso le capiti qualcosa sarà lui a esserne responsabile.

― Perché avvocato? ― domanda Nina.

― Perché è un avvocato.

― Allora è meglio che me lo faccia amico.

― Difficile.

― Perché?

― Sei una donna, ricordi?

― Mal che vada posso sempre provare a portarmelo a letto.

Franco la rimprovera con uno sguardo amichevole.

― Grazie ― dice Nina.

― E per cosa?

― Per averci messo la faccia.

― Frequento questo pontile da prima che metà di quelli imparassero a nuotare. Non possono impedirmi di venirci a pesca.

― Comunque grazie.

― Posso farti una domanda diretta?

― Spara.

― Perché sei tornata qui?

― Cerco la tavola di mio fratello. Non voglio che marcisca nell’umidità. Non se lo merita. Ho provato a casa ma non ne ho trovato traccia.

― È passato parecchio tempo. Sarà andata venduta. O peggio.

― Papà dice che è qui. Nell’unico posto in cui ha senso di stare.

― Hai già una tavola ― le fa notare Franco indicando la short.

― Sappiamo entrambi perché la cerco. Non si tratta soltanto di un legame affettivo. Io non sono una persona nostalgica, ma ho tutte le intenzioni di surfare in quella spiaggia almeno una volta.

― Non è così straordinaria come dicono.

― Nessuno dice nulla infatti.

― Non è nemmeno così segreta come vogliono farti credere, ragazzina. È solo scomoda.

Franco ferma il carretto in punta al pontile. Estrae una tenda da campeggio sbiadita e la apre sul pavimento. Comincia a ficcarci dentro il materiale da pesca, per evitare che il vento se lo porti via. Nina lo aiuta. Una volta finito Franco apre una poltrona pieghevole e la piazza al centro della tenda. Ci si siede e stappa la bottiglia di vino con i denti.

― Ci sai fare con il surf? ― domanda alla ragazza.

Nina scrolla le spalle.

― Se qualcuno sa qualcosa di quella tavola, sicuramente è Jimmy Jazz. JJ per gli amici. Lui e tuo fratello sono cresciuti insieme.

A Nina torna in mente il ragazzo della foto, quello con il taglio mohawk.

― Entra in acqua. Fammi vedere come ti muovi. E se sei degna del cognome che porti allora ti dirò dove puoi trovare quel pazzoide. Ammesso che sia ancora vivo.

Nina non aspetta altro. Ci sono poche cose che le riescono veramente bene, e al primo posto c’è il surf. Strappa a Franco un sorso di vino, poi srotola il leash e lo aggancia alla caviglia.

Pochi metri più indietro, la tribù di surfisti non si è persa un passaggio. Quando hanno la certezza che la ragazza sta effettivamente per tuffarsi decidono di agire. Percorrono il pontile a passo svelto, preceduti soltanto dalle loro grida, annacquate di birra e invidia.

Dal canto suo, Franco osserva la scena con il coinvolgimento dello spettatore occasionale. Tutto ciò deve divertirlo parecchio. Si sciacqua le labbra con la bottiglia e scarta un panino dall’involucro di alluminio, prima di sprofondare comodamente sulla poltrona. Sa ancora godersi alla grande i piccoli piaceri della vita.

― Fai attenzione agli squali, ragazzina! ― grida l’avvocato ormai a due passi da lei.

Nina appoggia momentaneamente la tavola. Le piacciono i confronti. Soprattutto quando parte sfavorita. Si china sulle ginocchia e allarga l’estremità della muta intorno alla caviglia. Un rigolo di pipì giallognola cola dal neoprene mischiandosi alle pozzanghere sul pontile.

I surfisti non dicono più una parola. Il concetto è piuttosto chiaro. Quella ha marcato il territorio. Il loro cazzo di territorio.

Nina li saluta con un bacio, scavalca il parapetto e si tuffa in acqua.

 

Il vecchio Fiat Ducato riposa al centro di una via sterrata, ricoperta di sabbia e pozzanghere. Sulla destra corre una schiera di bungalow alti, stretti e apparentemente vuoti. Sulla sinistra un minuscolo porto canale accoglie una mezza dozzina di imbarcazioni di piccola taglia. Le chiatte danzano debolmente a causa del moto ondoso. Per lo più si tratta di gommoni fuoribordo e barchette a scafo piatto. Sono ancorate lì da parecchio e alcune vi rimarranno per l’eternità.

Nina accende una sigaretta seduta al volante. Il finestrino è aperto quanto basta per soffiar fuori il fumo. Studia i bungalow con attenzione. È in uno di quelli che vive Jimmy Jazz.

La ragazza ha sempre avuto un debole per quel tipo di abitazioni. Le piacciono per via del tetto acuminato, per gli spazi esigui e perché in qualche maniera le ricordano le casette estive dei film americani per ragazzi degli anni ottanta. Adora quel genere di film. Ha passato giornate intere a riguardare le VHS di suo fratello, imparando a memoria le battute, fino a consumarle per poi acquistarle di nuovo in DVD. I Goonies, Navigator, Stand By Me, Licenza Di Guida, Una Pazza Giornata di Vacanza, Explorers, Ritorno al Futuro, sono solo alcuni dei titoli preferiti della sua collezione. Oltre al surf, poche cose al mondo hanno la forza di rilassarla fino in fondo ma, senza dubbio, una serata a base di Brat Pack, marijuana e cibo spazzatura è al primo posto della lista.

Finita la sigaretta scende dal furgone. Avanza verso i bungalow. Ogni edificio si snoda su tre piani, dove quello terreno è occupato dal garage. Nina non si preoccupa di essere discreta. Passa da un giardinetto all’altro scavalcando le recinzioni e bussando alla porta d’ingresso con la punta della scarpa.

Il quinto appartamento è quello giusto. Un debole fascio di luce filtra dalla finestra del piano di sopra e se Franco le ha detto bene, non può trattarsi che di JJ. È l’unico che abita qui tutto l’anno e sicuramente l’unico che ha il coraggio di passarci il giorno di Natale.

Nina non sa bene cosa aspettarsi. I suoi genitori si sono rifiutati categoricamente di parlarle di lui. Ha sempre pensato fosse per via del fatto che Jimmy Jazz è stato l’ultima persona a vedere vivo suo fratello. L’unico presente la notte in cui è tragicamente scomparso.

Poi un giorno, per puro caso, ha sentito sua madre inveire contro suo padre riguardo all’argomento. Era rientrata a casa nel bel mezzo di una lite, una di quelle discussioni inutili e strazianti che sbucano all’improvviso per tentare di sanare un dolore che ti si annida dentro da troppo tempo.

Sua madre sosteneva che Jimmy Jazz fosse il diretto responsabile della tragedia. Il ragazzo era marcio dentro e aveva trascinato Fredo in una spirale di ribellione insensata che in realtà non gli apparteneva. Lei accusava il marito di non aver alzato un dito al riguardo e suo padre, dopo tutti quegli anni, tentava ancora di difendere il legame di amicizia che univa i due ragazzi. Lo trovava qualcosa di sacro e non era disposto a riversarci sopra il suo dispiacere. Anche se questo significava vivere all’ombra di un’inadeguatezza morale nei confronti del passato e delle sue verità.

Suo padre è fatto così. Tende a rimpiazzare il male con qualcosa di bello. Una goccia di positività vale più che un oceano di dolore. Ne è convinto. Fino in fondo. E ha cercato di trasmetterlo ai suoi figli, fallimento dopo fallimento.

Sua madre non la vede allo stesso modo. La tragedia l’ha annichilita a una dimensione di lutto eterno, dove la maggior parte delle energie vengono spese per mantenere viva la catastrofe un giorno dietro l’altro.

Sua madre è la commemorazione perpetua della morte di Fredo. Se ancora esiste è grazie alla forza disperata del dolore. Fortunatamente per Nina è anche una persona molto riservata e attenta all’estetica della quotidianità. Questo le permette di procedere negli atti più semplici come nulla fosse. Prepara il caffè, stende il bucato o discute con lei un brutto voto con la medesima passione. Ma in ogni momento è lampante che si tratta di una messa in scena. È tutto fasullo, vano, e fine a un lungo e inesorabile oblio. Nina vuole bene a sua madre ma se tirasse le cuoia non potrebbe che sentirsi sollevata per lei.

Per quanto riguarda Jimmy Jazz invece non ha grossi ricordi. Nella sua mente ha un’immagine ben precisa. Quella di un tipo poco socievole, forsennato, un beone da gettare in mezzo alla mischia. Un surrogato di Jay Adams di bassa lega per intenderci. E ora ha tutte le intenzioni di scoprire se corrisponde alla realtà.

Bussa. Lo fa con le nocche questa volta. Si presenta come la sorella di Fredo. È lì per riprendersi la tavola.

Se all’interno c’è qualcuno non dà alcun segno di vita. Eppure la luce è accesa.

Decide di riprovarci.

Per coinvolgere l’eventuale interlocutore racconta un paio di aneddoti legati all’infanzia. Storielle senza alcuno sfondo morale, sacrificate dalla sua memoria per un bene superiore. In ognuna di esse lei figura come una bambina rompipalle a caccia di attenzioni fraterne. La fanno sentire in imbarazzo ma l’esperienza le ha insegnato che è proprio quel tipo di storie che la gente si aspetta di sentire. Una volta terminato assicura nuovamente che non si trova lì per riaprire vecchie ferite. Vuole solo la maledetta tavola.

Non ottiene risposta.

Sospira. Ha fatto del suo meglio. Non è bastato. Ora è il momento di cambiare tattica.

Sceglie una grossa pietra dal terreno. È pesante e sporca di merda di gabbiano. Nina la scaglia contro gli scuri della finestra del secondo piano. Alcune schegge di legno esplodono alla rinfusa mentre il sasso rimbalza sconfitto sul terreno.

Anche con questa strategia non cava fuori nulla.

― Stronzo! ― grida.

Per un attimo prende in considerazione l’idea di dar fuoco alla casa. Poi scoraggiata dall’eccesso di umidità decide che per oggi può bastare. Dopotutto è un giorno di festa, magari JJ è fuori città. O, semplicemente, non gli va a genio che una ragazzina venga a disturbarlo in una malriuscita caricatura del fantasma del Natale passato.

Nina se ne sta andando quando la sua attenzione viene catturata da un rumore metallico alle sue spalle. Si volta di scatto e nota che l’ingresso del garage è aperto. Qualcuno ha agito in silenzio dall’interno dell’edificio. Nina si muove in fretta ma quando irrompe in garage non trova nessuno. Jimmy Jazz o chiunque abiti lì dentro se l’è già filata, chiudendo a chiave la porta che permette l’accesso al soggiorno.

Alla ragazza non resta che dare un’occhiata in giro.

L’ambiente è claustrofobico, quasi delirante. Assomiglia a una sorta di discarica extraterrestre, dove sono stati accatastati ogni sorta di beni di consumo dal 1946 a oggi.

Al centro della stanza, a fare da spartitraffico, c’è una vecchia Fiat Uno grigio topo con le gomme completamente sgonfie e un finestrino sbriciolato. Nina ci infila la testa dentro. Addormentata tra i sedili c’è una tavola da surf viola. È una tavola retrò a pinna singola. Nina le dà una rapida occhiata. Non è quello che cerca.

Rimbocca le maniche e comincia una sommaria perquisizione del locale. Non ha mezze misure. Tutto ciò che non le interessa viene lasciato cadere a terra. O lanciato oltre le sue spalle. Più rumore provoca meglio fa sentire Nina.

Dopo una decina di minuti buoni e parecchi vetri rotti, la vede.

È perpendicolare al muro. Sepolta dietro a una vecchia lavatrice senza oblò che qualcuno ha provato a trasformare in un acquario per pesci esotici. Guardando con attenzione si vedono ancora le lische.

Nina estrae la tavola con cura e soffia via la polvere mettendo in risalto il logo della Molotov Surfboards, una bomba incendiaria fatta in casa con una bottiglia di birra.

La soppesa tra le braccia, con profondo rispetto, come se si trattasse di una reliquia preziosa, figlia di un tempo perduto. La volta verso l’alto. Tasta la tenuta della pinna. È stabile come deve essere.

Poi si fruga in tasca. Recupera il pettine di plastica e comincia a lavorarsi la paraffina. La cera è dura e annerita dagli anni. Le ci vuole parecchio per riportare alla luce l’incisione. È piccola e nascosta al di sotto dello strato di resina. Si tratta di una mappa. Simile a quella di un tesoro pirata stampata sul retro di una tovaglietta da fastfood.

Nina l’accarezza. Finalmente l’ha trovata.

 

LA BAIA DEL FENICOTTERO

 

Il furgone percorre un sentiero stretto e desolato attraverso le valli salmastre del delta. È notte fonda e i fari illuminano un territorio lugubre, sporcato da una foschia sottile che ricorda il velo di una sposa fantasma. Si tratta di una zona protetta, una riserva naturale in piena regola, fatta di acquitrini e riflessi sinistri, tra i quali si celano i mille sguardi della fauna selvatica.

La tavola da surf arancione è infilata tra i sedili. I contorni della mappa, imprigionati nel tail catturano le occhiate di Nina. Non che ne abbia realmente bisogno. Ci sono altri modi per andar dove sta andando. Vive nell’era dei satelliti e Dio ha creato Google Maps per facilitarsi il lavoro, ma giocare a inseguire una traccia dal passato è senza dubbio il modo più divertente per raggiungere la destinazione. L’atmosfera intrisa di mistero eccita Nina nel profondo. Non desidera altro che sentirsi come uno dei ragazzini dei film anni ottanta, pronta a vivere una grande e memorabile avventura.

Prima di partire ha fatto un patto con se stessa. In un modo o nell’altro questo doveva essere il viaggio della sua formazione. Era letteralmente torturata da un bruciante desiderio di andare. La scuola, gli amici, i fidanzati occasionali, tutto cominciava a infastidirla. Ad annoiarla. In maniera innocua forse, ma comunque insistente. Nina aveva la sensazione di vivere in un gigantesco acquario. Ci stava bene ma, Cristo, lei vuole l’oceano.

Così ha deciso di mettersi in cammino da sola, impaziente di cavalcare l’onda della sua vita. E per farlo, per farlo per davvero, prima deve chiudere i conti con il passato.

Sulla mappa la strada improvvisa una radicale svolta a sinistra, proprio dietro allo schizzo di una casetta in cui è conficcato un missile stile ACME. Oltre il parabrezza un casolare diroccato svetta a lato della via principale. Nina rallenta fino a fermarsi. L’edificio è vecchio e non promette nulla di buono. La ragazza è indecisa su quale sia il sentiero giusto da seguire. Quello principale continua a stendersi verso nord e non ammette nessun cambio di direzione. Eppure la mappa è chiara: a meno che non ci siano altri ruderi, è quello il punto in cui deve svoltare.

Si fa coraggio. Dà un’ultima occhiata alla selva immersa nella foschia. Poi prende il coltello da pesca che nasconde nel cruscotto e scende dal veicolo.

Se ne pente poco dopo. Detesta le armi da taglio. Introdurne una sulla scena le fa correre un brivido lungo la spina dorsale. Non avrebbe il coraggio di colpire qualcuno con quell’arnese. Non sopporterebbe il rumore della cartilagine che si squarcia cedendo il passo alla lama. Decide di esiliarlo nella cintura dei jeans. Come fosse l’arma di ordinanza di uno sbirro in borghese. Uno di quelli duri.

Improvvisamente a lato dell’edificio qualcosa si muove. Un lampo seguito da un’impronta sonora che svanisce nella notte. Nina rimane immobile. Le suole delle scarpe conficcate nel terreno. Batte i denti e non pensa nulla. Poi la ragione ha la meglio. Si trova nel bel mezzo di una palude insignificante alle cinque di mattina del giorno di Santo Stefano. Cosa diavolo dovrebbe temere?

Riprende ad avanzare. Illumina il casolare. È veramente decrepito. Persino le scritte a bomboletta spray che inneggiano all’Unione sovietica o una rapida ascesa satanista si sono scolorite, e assomigliano a una torta di compleanno su cui qualcuno si è seduto per sbaglio. “Anche i tossici schifano questo posto” riflette Nina.

Alle sue spalle, tutto intorno a lei, la natura è in movimento. I rumori vanno e vengono con diverse intensità. Prima sembrano troppo lontani poi maledettamente vicini.

Nina accende una sigaretta. Rilascia il fumo senza aspirarlo. Si sente stupida e felice. Il cuore batte con prepotenza e tutti i suoi sensi sono svegli e pronti a ogni eventualità.

Ride, supera il casale e studia l’ambiente con cautela. L’erba è cresciuta parecchio ma il passaggio rimane piuttosto chiaro. Quella è una strada sterrata. A dirla tutta è un sentiero largo un paio di metri. Da un lato c’è la pineta, dall’altro l’acqua scura delle valli. Spera soltanto che il terreno non ceda sotto al peso del furgone. Esiste solo un modo per scoprirlo.

Mentre torna al Ducato lotta con la sensazione inquietante di essere osservata. Le ricorda i primi tempi a scuola, quando, appena trasferita, tutti non facevano che inventare storie assurde su di lei e la sua famiglia. Non è stato uno scherzo ma fortunatamente è durato poco. Nina è una di quelle persone che non ci mettono molto a imporsi a chi le sta intorno. Sicuramente per il fatto che nella maggior parte dei casi non le frega un cazzo di quest’ultimi.

Appena salita sul veicolo fa scattare la chiusura centralizzata e, finalmente, si concede un sospiro di sollievo. La sigaretta è ancora ben salda tra le dita. Non ricorda di averle dato una boccata. La getta fuori e rimette in moto.

Man mano che procede il sentiero si allarga leggermente. Il furgone arranca un metro dietro l’altro, sobbalzando a causa delle buche gonfie di fango.

Sulla mappa la rappresentazione di una croce cristiana segna il traguardo, poi bisogna proseguire a piedi fino al mare. Nina si è convinta che la croce in realtà sia un piccolo santuario o qualcosa di simile. Magari una cappella divorata dall’umidità in cui nemmeno il più squattrinato dei santi celesti si fermerebbe per la notte.

Il problema però è che non c’è nulla là fuori, a parte alberi, melma e acqua putrescente.

Più il tempo passa più Nina tende ad agitarsi. Non può essere così lontano. Ferma il furgone. Esamina la mappa sulla tavola confrontandola con la versione elettronica dello smartphone. Non voleva arrivare a tanto. Si era ripromessa di non farlo a meno che non fosse strettamente necessario. I ragazzi dei Goondocks mica avevano l’iPhone. Si sente squallida e imbranata. Lancia il cellulare sul sedile posteriore e inserisce la retromarcia. Ha ancora un po’ di tempo prima dell’alba. E per quell’ora lei sarà con le chiappe nell’acqua. Su questo non ci piove.

Il pensiero la tira su di morale. Tutto quello che deve fare è usare la logica. È ovvio che la croce è nascosta tra gli alberi, il mare è da quel lato della carreggiata. Ed è ovvio che deve essere visibile dalla strada, altrimenti non avrebbe alcun senso segnarla su una stramaledetta mappa.

A piedi le sarebbe tutto più facile. Lo sa.

Sospira e scende dal furgone. Lascia il motore acceso. Questa volta si scorda completamente il coltello e al posto del cellulare usa una piccola torcia per tonsille. Un regalo di mamma.

La corteccia degli alberi è madida di rugiada e resina. Piccole gocce d’acqua precipitano dai rami lentamente, dando l’idea che stia cominciando a piovere. Nina illumina ogni tronco, spostando il fascio di luce verso l’interno. Trova soltanto altri alberi e qualche animale indefinito che se la dà a gambe senza troppi complimenti.

Sta per perdere la speranza quando nota i contorni di un’incisione sopra uno dei pini. La investe con la torcia. È senza dubbio un’incisione di matrice umana, fatta a regola d’arte, con tutta la gravità di un atto solenne.

È una croce cristiana e sotto di essa c’è una scritta: G. S. – 1976.

Nina corre a riprendere il furgone e romba a ritroso in una sconsiderata inversione di marcia.

Cinque minuti dopo esce con indosso la muta. Recupera la sua shortboard e svanisce nella boscaglia proprio mentre il cielo prende colore.

I calzari calpestano a passo svelto il terreno ricoperto da aghi di pino e il respiro della ragazza prende forma passo dopo passo, liberando un principio di affanno alimentato dalla marcia e dall’eccitazione.

Poi davanti a lei compare un’enorme duna di sabbia. Alberi e arbusti vi hanno messo le radici da un pezzo. Parecchi di loro non ce l’hanno fatta a sopravvivere e i loro scheletri decorano l’ingresso sul mare.

Nina risale la duna. È ripida e la ragazza è costretta ad arrampicarcisi usando le mani. Una volta in cima si lascia cadere a terra. Seduta a gambe incrociate, la tavola al suo fianco e un sorriso travolto dall’amore per la vita.

I suoi occhi sono iniettati di entusiasmo mentre ammirano il disco del sole innalzarsi maestoso ed eterno sulla superficie del mare, al centro esatto di una piccola baia.

Lunghe onde da sudest entrano regolari e deserte, sferzate da un debole vento da terra come nel migliore dei sogni di qualunque surfista.

Una lacrima di commozione precipita lungo le guance di Nina. La ragazza la cattura prontamente con l’indice della mano. Porta il dito davanti al naso e osserva la macchiolina che si espande sulla superficie del guanto di neoprene. Lascia andare una risata, poi si rimette in piedi e scende la duna con un balzo.

La bassa marea ha regalato un paio di metri di spiaggia, così Nina pianta la tavola nella sabbia, tra i tronchi secchi e le bottiglie di plastica. Sistema il cappuccio e aggancia il leash alla caviglia sinistra.

Entra in acqua. Lo fa lentamente. Non conosce il fondale e vuole prendersi il tempo necessario per studiare lo spot mentre il suo corpo si abitua alla temperatura del mare. Rotea le braccia a intermittenza, scaldando le spalle, e bagna la superficie della tavola con una carezza.

Le onde frangono velocemente sulla secca, regalando lunghe destre con occasionali sezioni a tubo. Nina guarda il labbro catapultarsi in avanti prima di esplodere sulla superficie sottostante. Non è sicura che la misura sia sufficiente per infilarsi nel tunnel ma è certa che ci proverà alla prima occasione.

Si getta sulla tavola e attacca a pagaiare con forza.

Un set di onde le viene incontro. Nina le affronta con il sorriso sulle labbra e le supera una dopo l’altra immergendosi con la duck dive, letteralmente: “salto dell’anatra”, manovra con cui il surfista sfrutta il suo peso per immergersi insieme alla tavola per poi risalire un volta sorpassata l’onda.

Arriva sulla line up con il fiato corto e una sensazione di calore tra le viscere.

Si accorge immediatamente della corrente. È piuttosto forte e viene da sud. Sembra che sotto di lei scorra un torrente in piena regola. Per mantenere la posizione è costretta a pagaiare di continuo. Ogni tanto si siede sulla tavola a riprendere fiato ma questo poi la obbliga a remare il doppio per recuperare il terreno perduto.

Intanto il sole è salito rapidamente e la luce mette in risalto un nuovo set che sta per infrangersi nella baia. Nina è dell’avviso che la prima onda sia fondamentale. Soprattutto quando ci si trova in un posto nuovo. Spesso si rimane in acqua per ore senza muovere un muscolo, vittime della soggezione del mare o degli altri surfisti. In altri casi si parte con imprudenza, senza aver esaminato sufficientemente lo spot e Nettuno si fa trovare pronto a somministrare una meritata punizione.

Nina sa di aver la tendenza ad affrettare le cose, per questo si prende il tempo necessario per capire bene le dinamiche dello spot.

Ma in questo caso la brama ha la meglio.

La ragazza aggancia la prima onda del set, pagaiando con tutta l’energia di cui dispone. Ed è un bene perché la sezione è più veloce di quello che si aspettava. Si alza in piedi in ritardo e non cade solo per miracolo.

Prova a recuperare facendo lavorare al meglio le pinne con un paio di pompate ma ben presto si rende conto che la parete le sta sfuggendo davanti agli occhi. La vede srotolare nel suo metro e mezzo di altezza e Nina è consapevole di non aver abbastanza velocità. La schiuma sta per travolgerla. Vede il labbro dell’onda innalzarsi sopra di lei e tutto quello che può fare è chinarsi sulle ginocchia protendendo le braccia in avanti prima che questo la inglobi dentro di sé.

Per una frazione di secondo il rumore del risucchio le trapana le orecchie mentre la piccola cascata cilindrica le cola sulla testa. Ed è questo a distrarla facendole dimenticare il momento esatto in cui avrebbe dovuto gettarsi dentro la parete provando a sfondarla come un punteruolo.

Un attimo dopo le gambe le passano sopra la testa e si ritrova a baciare il fondale in attesa che il mare le dia il permesso di risalire.

Una volta libera cerca d’incamerare più ossigeno possibile prima che una seconda onda la costringa a immergersi di nuovo.

Concluso il set, Nina recupera la tavola notando con rammarico che la corrente l’ha spinta notevolmente più a sud. Prende in considerazione l’idea di cavalcare di pancia la prima schiuma, tornare a riva e rientrare in un punto più favorevole, ma le sue braccia sono fresche e l’adrenalina la spinge a pagaiare verso la line up.

Avanza perpendicolarmente, puntando il centro della baia mentre una nuova serie si avvicina lenta e minacciosa. Nina è decisa a lasciarla passare. Vuole starsene seduta un paio di minuti per riprendere fiato e concentrarsi a dovere sulle onde successive.

Sta ripassando gli errori della surfata precedente quando lo vede.

È sulla sua sinistra, a una decina di metri da lei. Galleggiante e immobile.

Un corpo umano.

Nina non ne è sicura al cento per cento, ma il nodo che le stritola lo stomaco parla piuttosto chiaro. Quella è una persona in carne e ossa. Non un tronco o una vecchia boa tempestata di molluschi.

Inverte immediatamente la rotta della tavola. Chiunque sia potrebbe essere ancora vivo.

Ben presto, però, si accorge di non poterlo raggiungere. Nella baia sta entrando una nuova sequenza di onde. Cambia nuovamente direzione e affronta le schiume che la investono una dopo l’altra.

Al termine della serie si siede sulla tavola e scruta la superficie dell’acqua sporcata da una distesa di spuma giallognola. Non riesce a vederlo. Dà uno sguardo all’orizzonte, assicurandosi che il mare non le giochi altri scherzi, poi scende verso riva seguendo il flusso della corrente. Da lì le sarà più facile individuarlo.

Nina grida con tutta la sua voce.

Non ottiene nulla. Non che ci sperasse.

Quando raggiunge il corpo è praticamente a riva. Lo agguanta per un braccio e lo carica sulla tavola. Si tratta di una ragazza. È bionda, giovanissima e completamente nuda.

Sulla battigia, Nina leva il cappuccio e le appoggia l’orecchio al petto.

Non c’è battito.

― Cazzo!

Strappa via i guanti con l’aiuto degli incisivi e improvvisa un rudimentale massaggio cardiaco, piantando le mani tra i seni della ragazza. Effettua le compressioni mettendoci tutto il peso di cui dispone.

Non è come giocare con un manichino e dopo una decina di serie inizia a essere esausta. Mentre le soffia ossigeno tra le labbra nota che la ragazza indossa un orecchino di perle al lobo sinistro, oltre una collana di lividi bluastri tatuata sotto al mento.

Nina si ferma un attimo. Sente il rumore grave del proprio respiro. “Che cosa sta succedendo? Questa tizia è stata strangolata oppure è solo affogata?”

Controlla che il collo non sia spezzato e riprende il massaggio. Questa volta però presta maggior attenzione ai dettagli. La ragazza porta uno smalto rosa perfettamente curato sia sulle dita delle mani sia su quelle dei piedi. Anche il viso doveva essere truccato ma l’acqua ha provveduto a scioglierlo via. A conferma della teoria è rimasta solo un’ombra di mascara impantanata tra le occhiaie. Il resto del corpo, invece, è infestato qua e là da una serie di piccoli ematomi cilindrici, delle dimensioni di uno stuzzicadenti. Sono ferite inconsuete a cui è difficile dare una spiegazione plausibile.

Dopo una decina di minuti Nina è costretta a fermarsi. Ha i crampi alle braccia e le sue ginocchia hanno scavato un solco nella sabbia. Non ha senso continuare. Se ancora esiste una speranza di poter far qualcosa non dipende da lei.

― Mi dispiace ― farfuglia.

Poi si rimette in piedi, risale la duna e corre in cerca di aiuto.

 

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