CORTINA DI SANGUE di Matteo Soldi

Prezzo di listino 14,45 incl.VAT

  • In copertina: Masticaferro, olio su tela di Francesco Soldi, fotografia di Sandro Michahelles, rielaborazione grafica di Andrea Gatti, collezione privata.
  • ISBN: 9788897382447
  • Pagine: 200
  • Prezzo di copertina: € 17,00
  • Genere: giallo/noir/thriller/poliziesco
  • Ambientazione: Cortina d’Ampezzo, Milano.
  • Lo trovi anche da Amazon.it o Libroco.it
  • Lo puoi ordinare in tutte le librerie Mondadori e Feltrinelli grazie a una convenzione con Libroco, in tutte le librerie IBS-Libraccio, Ubik e in tutte le librerie indipendenti grazie a una convenzione con Fastbook, in tutte le cartolibrerie grazie a una convenzione con Centro Libri Brescia.
COD: 9788897382447 Categoria: Tag: , , , , , , ,

Descrizione

Quando finalmente aprì gli occhi si ritrovò disteso sul pavimento. Luigi non c’era più, Meggy era sparita. E la baita era in fiamme.

Cortina, 1 gennaio 1968. Una donna viene assassinata nel corso di un trip lisergico finito male. Il commissario fiorentino Bombacci, che si trova sul posto per una breve vacanza e alla vigilia di un trasferimento punitivo, è costretto a doversi occupare da solo del caso. Indizi scarsi, tracce zero. La neve isola la valle e il tempo stringe. La faccenda è molto più complessa del previsto: non conosce il nuovo mondo che avanza sospinto dal vento delle contestazioni giovanili. Sa poco delle nuove sostanze che circolano nei salotti alternativi e poco della cultura dei figli dei fiori e dell’LSD, nel cui ambiente è stato consumato il delitto: dopo notti passate al gelo, agguati mortali e cadaveri nella neve si ritrova all’improvviso in un mare di guai per aver oltrepassato il limite imposto dal suo ruolo. Costretto perciò ad accettare l’aiuto di Max, un agente dei servizi segreti senza scrupoli, si rende conto di essere davanti a un bivio che gli cambierà la vita per sempre: o venire espulso con disonore dalla Polizia o seguire Max all’inferno. Con scarse possibilità di ritorno. Un’indagine all’alba della rivoluzione psichedelica che renderà normale ciò che ancora sembrava assurdo.

Matteo Soldi

Matteo Soldi è nato a Firenze, dove vive con moglie e tre figli. Dopo la maturità classica, la laurea in economia, il servizio militare come ufficiale di un reparto operativo di truppe alpine e l’esame di Stato, ha esercitato in Firenze per dodici anni la professione di dottore commercialista. L’attuale occupazione di amministratore di un gruppo familiare tosco-veneto gli permette di dedicarsi con maggior impegno alla passione di sempre: leggere e scrivere. Con il romanzo Cortina di Sangue, vincitore nel maggio 2019 del Premio Giallo Indipendente sezione inediti, è alla sua prima esperienza editoriale “hard boiled”.

Video della premiazione di Matteo Soldi per Cortina di sangue al Premio Giallo Indipendente 2019.

Video della presentazione lancio a Firenze del romanzo Cortina di sangue di Matteo Soldi realizzata con la collaborazione dello scrittore e docente Mario Arturo Iannaccone

Leggi l’anteprima!

MATTEO SOLDI

CORTINA DI SANGUE

 

 

La realtà scivola, scivola, scivola via.

Luci che paiono, paiono, paiono nere.

Cuori che battono, battono, battono forte.

Voci che chiamano, chiamano, chiamano me.

Stammi vicino, non te ne andare,

questo è il momento dopo cui capirai.

Vedo la notte che viene da me.

Eccola è qui, eccola è qui, eccola è qui.

 

Lucio Dalla, LSD

 

Lucrezia

 

Cortina d’Ampezzo, Luglio 1966

A quarant’anni Lucrezia era ancora bella, e non era la prima volta che Jonny la spiava col binocolo.

Il suo chalet era una specie di porto di mare. Macchine arrivavano e partivano, amici entravano e uscivano, happening, come li chiamavano, quasi tutti i giorni. Dalla casa, trasportati dalla brezza, giungevano musica e canti, voci e risate, odori misteriosi. Di notte Jonny vedeva giovani seduti in giardino attorno al fuoco con chitarre e tamburelli; oppure in casa, le luci accese fino a tardi: capelloni scalzi vaganti da una stanza all’altra con grosse sigarette coniche, l’aria trasognata.

Seduto alla scrivania della sua stanza, al buio, attraverso gli impostoni socchiusi osservava Lucrezia ballare a piedi nudi, e i suoi amici seduti in circolo con le gambe incrociate che battevano le mani o accompagnavano le danze ciondolando la testa.

Quando non erano loro a suonare, lo faceva un grammofono su cui giravano dischi di gruppi nati da poco, per lo più roba inglese.

In loro c’era qualcosa di selvaggio e libero che lo attraeva e lo respingeva a un tempo. A volte ne vedeva alcuni accoppiarsi nell’indifferenza degli altri. L’impressione era che le coppie fossero sempre molto provvisorie, e che tra loro vigesse la regola che non dovessero esserci regole.

Erano le avanguardie degli hippy di cui aveva sentito parlare. Venivano dall’America, non erano contestatori politici come lui, ma certo ci davano dentro alla grande per scardinare il sistema. E lì a Cortina erano sbarcati come marziani, anche se le loro cose le facevano al riparo da occhi indiscreti, eccetto i suoi.

Quel giorno lo chalet era silenzioso, il parcheggio deserto. Jonny si mise in posizione, avendo cura di sistemare gli scuri esterni della camera in modo da ridurre al minimo lo spiraglio attraverso il quale inquadrare il campo. Lucrezia stava prendendo il sole con indosso solo la parte bassa di un bikini e gli occhi chiusi, anche se ogni tanto li apriva all’improvviso, incrociando il raggio dei suoi, attraverso i binocoli. Jonny trasaliva, ma poi si metteva tranquillo: “Non può vedermi”, si diceva.

Il tempo cambiò all’improvviso. Comparvero le prime nuvole, e qualche folata di vento prese a rincorrersi nel fondovalle e sui prati. Fu una di queste a scagliarsi contro gli impostoni di camera sua, ad afferrarne uno e ad aprirlo con violenza facendolo sbattere contro la parete esterna col rumore di uno sparo, proprio mentre le palpebre di Lucrezia si aprivano rivelando i suoi grandi, inquietanti, occhi verdi.

Jonny schizzò indietro, come colpito da un pugno, ribaltandosi con la seggiola. “Mi ha visto!”

Rimase tremebondo un quarto d’ora seduto per terra. Una nuvola coprì il sole mentre il vento continuava a fare dei suoi impostoni quel che voleva: ora li sbatteva contro la parete, ora li richiudeva, beffardo.

“Forse no. Forse da fuori, con tutta quella luce… E se invece mi ha visto? Se ha visto il binocolo? Diventerò lo zimbello di Cortina, e poi di Milano, se quella lo racconta in giro.”

Il giorno dopo l’incontrò in paese. Tentò di svicolare, ma senza successo. Lei lo salutò sorridente, obbligandolo a fermarsi. Indossava pantaloni larghi di tela a righe e una camicia rosa di cotone annodata alla vita, in modo da mostrare l’ombelico, sotto la quale ballavano i seni un po’ flosci; un cinturone con una gran borchia ovale le cingeva la vita e ai piedi bruniti dal sole calzava sandali da pellerossa guarniti di piccoli turchesi.

Così da vicino non era bella come al binocolo. Non era più una ragazzina, aveva le prime rughe attorno agli occhi, e ‘bella’ forse non era l’aggettivo adatto. Diciamo che era solo maledettamente attraente, il che è anche peggio, se si vuol stare fuori dai guai: occhi oblunghi e luminosi, un po’ da serpente, naso dal taglio greco, zigomi alti e forti, labbra sottili che ora si stiravano in un sorriso provocante, capelli biondi e lisci riuniti in una treccia.

― Non avevi fatto i conti col vento ― gli disse cercando il suo sguardo sfuggente.

Jonny avvampò.

Lucrezia scosse la testa divertita facendo ondeggiare la treccia e puntandosi i pugni sui fianchi in gesto di scherzoso rimprovero.

― So chi sei, Jonny. Conosco di vista tua madre Federica. Siamo vicini da tanti anni. Ma prima di ieri non ti eri accorto di me!

Jonny non sapeva che rispondere.

«Beh, volevo dirti che è tutto a posto; e poi, se non ero uno spettacolo carino, non mi avresti guardata, immagino!» Fece una rotazione completa tenendo le mani sulla nuca, per farsi ammirare meglio. ― Ti va di venire stasera da me? Ti presento ad alcuni amici.

Quella proposta aveva un gusto strano e in quello sguardo gli parve di vedere qualche possibilità inconfessabile, così il ragazzo accettò.

Nei giorni seguenti, ghermito dalla contessa, fu introdotto alle meraviglie del sesso, del buddismo d’importazione e dell’ LSD.

Di queste tre cose, il giovane si accorse che in realtà gli interessava solo la prima. Ma siccome non gli era data senza le seconde, fece buon viso. La frequentazione di quel salotto beat lo cambiò profondamente. Si fece sfuggente e arrogante con i suoi, prese a negarsi agli amici, trascorreva interi pomeriggi chiuso in camera ad attendere una sua chiamata, oppure, quando in casa c’erano i suoi, il segnale convenuto: un asciugamano bianco steso sul balcone della terrazza. Allora correva via di casa come un cagnolino al richiamo del padrone. Tornava talvolta anche dopo un paio di giorni, quasi sempre a orari impossibili, di soppiatto, puzzolente di hashish o di incenso, le pupille dilatate, i capelli in disordine, l’aria stranita…

Lucrezia era stata per lui come una sassata in cristalleria. Tutta l’ordinata visione filosofica della sua vita stava crollando, mentre una forza misteriosa lo spingeva ad abbrutirsi in pratiche e in un ambiente che detestava.

La cosa però non durò molto: finita la vacanza, terminò anche la sua ‘iniziazione’, e Lucrezia si fece d’improvviso scostante e fredda. Quando partì per Milano non lo degnò neppure di un cenno di saluto.

Quell’inverno Jonny attese invano una sua chiamata. Vincendo la vergogna, — e anche la paura di incocciare il marito che pure sapeva esserci, da qualche parte, anche se a Cortina non si era più visto da diversi anni — provò a telefonarle lui, ma quando il telefono non squillava a vuoto qualcuno rispondeva con voce secca e monocorde per dirgli semplicemente che Lucrezia non era in casa. E riattaccava.

Il fatto è che Lucrezia da Jonny aveva già succhiato tutto: ci si era divertita un’estate, e di lui a mala pena conservava il ricordo.

Bisogna anche dire che il ragazzo non l’avrebbe mai seguita sui sentieri della Luce, che per lui la via ottupla alla saggezza era una sonora stronzata e che l’unica cosa che l’interessava era scopare. Se dunque con lui non c’era possibilità d’intesa cosmica, né di trip comunitari, non poteva far altro che scaricarlo, sia pure a malincuore: anche perché Rob, l’amante, nonostante le cazzate profferite sul libero amore, ora che non reggeva più la scusa di un suo coinvolgimento psichedelico, non ne avrebbe tollerato oltre la presenza nel clan.

Jonny ci rimase molto male: essere stato usato per poi venir buttato come un rifiuto lo umiliò profondamente.

L’estate successiva, per evitare di rivederla, fu tentato di disertare il consueto soggiorno montano. Poi però, convinto da un amico laureando in psicologia, cambiò idea: ― Non devi fuggire dalle tue paure ― gli disse. ― Se necessario, affrontala a viso aperto; esorcizza il suo demone che altrimenti ti tormenterà per sempre!

Fu così che Jonny si ritrovò, come un drogato, cioè contro la sua volontà positiva e in preda a una compulsione, a sbirciare di nuovo col binocolo in casa di lei, indeciso su come dovesse comportarsi.

Un giorno che Lucrezia aveva lasciato la finestra aperta — e si chiese se non lo avesse fatto apposta — riuscì a metterla a fuoco mentre si faceva il bagno. Gli sembrava così vicina da poterla toccare. Quando la vide uscire dalla vasca, con la luce del sole che si rifletteva sulla pelle bagnata, le parve addirittura ringiovanita. Era sola in casa. Fu assalito dalla nostalgia e contemporaneamente da un rancore profondo. Ricordò le parole del suo amico psicologo: “Se necessario affrontala a viso aperto. Non fingere con lei, non essere timoroso, né timido: picchiatevi, sbranatevi pure, gridatevi tutto in faccia, uccidila, se necessario, ma esorcizzala!”

Sì, anche perché con quell’ossessione non poteva più vivere. Mettendo da parte paure e timidezza si precipitò fuori, traversò il prato che divideva le due case, e bussò violentemente alla porta.

Quando questa si aprì, e se la vide comparire davanti, le gambe gli vennero meno. Lo chalet, con il suo arredo ispido e tetro, gli ricordò i momenti crudeli della sua iniziazione. Gli ricordò la sua pelle ambrata, le sue labbra, il calore delle sue cosce, ma soprattutto quello sguardo omicida con cui gli aveva tolto l’innocenza.

La donna fece una faccia stupita.

― Joooonny! Ma che sorpresa! Entra.

Nessun segno di disagio. Come se si fossero lasciati da buoni amici. Peggio, come se tra loro non fosse accaduto mai nulla di speciale.

Jonny entrò e lasciò che richiudesse la porta. Indossava solo un accappatoio arancione e un paio di ciabatte. Si sentì avvampare, e per la prima volta provò l’impulso di uccidere. Forse era quello strano odore che aleggiava nell’aria, o forse era quella luce nuova che vide nei suoi occhi, come una segreta richiesta di morte. Aveva un collo lungo e bianco, con una vena in leggero rilievo. Un anno in più non aveva lasciato tracce su quel collo ancora magnifico da baciare.

E da strozzare.

“L’ammazzerò,” si disse, “le spezzerò il collo. Ma dopo. Dopo.” Si guardarono a lungo, e anche alla donna parve di scorgere negli occhi di lui qualcosa d’inquietante. La mano di Jonny intanto si era sollevata fino alla sua guancia; col pollice le andava ora carezzando il naso, ora le labbra molli. Poi le cinse il collo e cominciò a stringere. Sentì i muscoli di lei irrigidirsi. Non sarebbe mai riuscito a strangolarla con una mano sola. Lei comunque non pareva preoccupata. Rilasciava i muscoli del collo e permetteva alla sua mano di serrare la presa, poi li irrigidiva di nuovo, mentre lo sguardo di lui vagava dall’alto in basso come in preda a una confusione decisionale. Non aveva ancora trovato il coraggio di portare l’altra mano in aiuto della prima. La mossa successiva fu di lei: con un rapido movimento si slacciò la cintura e si lasciò cadere ai piedi l’accappatoio.

― Vieni, Jonny. Vieni dalla Gran Madre.

Gran Madre era il titolo di una divinità di non ricordava più quale setta buddista, una divinità che presiedeva il rapporto sessuale per la liberazione interiore dell’uomo. Una divinità che, in certi momenti, pare s’incarnasse nella contessa. Jonny non aveva mai capito se lei c’era o ci faceva, ma forse, gli aveva spiegato il solito amico quasi-psicologo, si trattava di una recita per coprire frustrazioni e sensi di colpa.

― Gran porca, altro che gran madre! ― gli sussurrò all’orecchio. La sua mano lasciò il collo, che Lucrezia prontamente arcuò, buttando indietro la testa come se volesse offrirlo indifferentemente ai suoi baci come alla lama di un coltello. Caddero a terra, sul tappeto di vello di capra, davanti al caminetto.

Jonny, al culmine dell’eccitazione, e fuori di sé a causa di quella strana miscela di passione e di odio, non riusciva a controllarsi, le stava per venire dentro. Lucrezia se ne accorse appena in tempo, e con uno scatto di violenta ribellione fece in modo che uscisse da lei.

― Ma sei impazzito? ― disse ridacchiando. ― Per un pelo, Jonny, mi facevi diventare davvero grande madre!

Jonny si reggeva ansante con le mani sul tappeto. Non rise alla battuta, anzi si sentì ancor più umiliato da quella manovra in extremis, che lo rivelava per quel che era: un amante immaturo e inesperto.

― Sei una fottuta stronza! ― rantolò. Quindi le afferrò il collo questa volta con entrambe le mani, e cominciò a stringere. Jonny era un ragazzo vigoroso, ma anche Lucrezia era forte. Tempestando il giovane di pugni sui reni, lo costrinse a spostarsi di lato. Il movimento fu sufficiente a fargli scoprire le palle, che le riuscì di colpire con una devastante ginocchiata. Jonny lasciò la presa del collo, ululando di dolore. Lucrezia sgusciò di lato, corse al caminetto, arraffò un attizzatoio e prese a minacciarlo con alte grida isteriche di spaccagli la testa se avesse tentato un altro passo. Jonny si era nel frattempo rialzato, e stava per scagliarsi ugualmente contro di lei, quando udì spalancarsi violentemente la porta: contro la luce abbagliante del giorno comparve la sagoma nera di un colosso in maniche di camicia.

― Rob! Ferma questo pazzo prima che gli fracassi il cranio!

Rob entrò nella stanza richiudendo la porta con calma. Jonny, nudo come un verme, i pugni serrati lungo i fianchi, il volto incorniciato dalle zazzere scarruffate era diventato rosso paonazzo per l’ira, la vergogna e la paura. Il gigante però sorrideva e non sembrava per nulla allarmato. Aveva un faccione largo coperto da una barba rossa, e capelli lunghi fin sulle spalle massicce. Gli avambracci nodosi sbucavano dalle maniche rimboccate.

― Salve, amici. Devo salvare la fanciulla dal cattivo, o il bamboccio figlio di papà dalla guerriera?

Rob aveva un forte accento inglese. Mentre parlava, raccolse l’accappatoio e lo gettò alla donna perché si rivestisse.

― E tu, sbarbatello, rimettiti le braghe e fila da mamma, che è meglio.

Jonny era un tipo impulsivo, ma di fronte alle pacate parole di quell’armadio parlante decise che era meglio riflettere e ubbidire.

Mentre barcollando si infilava i jeans, quello gli si avvicinò a meno di un metro, guardandolo dall’alto con aria di scherno.

― Vuoi una mano fratello?

Non gli dette il tempo di rispondere. Afferratolo per un braccio lo fece volare in terra. Mentre si rialzava gli sferrò un calcio nel sedere, mandandolo a sbattere contro la porta, che aprì con la sinistra mentre con la destra, afferratolo per i capelli, lo scaraventava fuori, lanciandogli dietro i vestiti.

Jonny cadde rotolando sul piazzale parcheggio antistante la casa.

― Bastardi, non finisce qui! ― farfugliò.

Si rivestì incespicando, prese a correre. Poi raccolse un ciottolo e lo scagliò contro la casa, della quale Rob aveva richiuso la porta.

― Me la pagherete!

 

La casa delle corna

 

Cortina, primo gennaio 1968, lunedì

Non si vedeva che era cilestrina, perché sotto la neve turbinante il mondo intero pareva in bianco e nero, ma l’Alfa Romeo del commissario Bombacci era davvero di questo raro colore, a prima vista così poco intonato alla ruvidezza del proprietario. Avanzava a passo d’uomo, un fumo lattiginoso dallo scarico. Nel gran silenzio si udiva solo il brontolio del motore e lo sbatter cadenzato, a ogni giro di ruota, di una delle catene contro l’interno del parafango. A parte la mezzaluna del parabrezza, tenuta libera dal tergicristallo, l’auto era coperta da una piramide di neve, tanto che degli sci fissati sul tetto si riusciva a stento a indovinare la sagoma.

Per stare più accosto al parabrezza, come se questo lo aiutasse a vederci meglio, il commissario guidava con le braccia piegate e il busto inclinato in avanti. Accanto a lui l’avvocato Gerla frugava dentro una sacca che teneva fra le gambe bofonchiando qualcosa riguardo ai guanti che giurava di avervi messo e non trovava più.

Andarsene a sciare con un tempo simile non era stata una grande idea, ma il commissario avrebbe fatto di tutto quel giorno pur di non rimanere chiuso in casa con i suoi tetri pensieri. Tanto più che a quell’ora, il primo di gennaio, avrebbero trovato le piste deserte, e l’idea di una discesa insolitaria lo allettava. Si disse proprio così, in solitaria, ridacchiando fra sé del neologismo. Una cosa insolita è anche solitaria. E lui era entrambe le cose: uomo insolito, e forse anche un po’ pazzo, — tale almeno lo consideravano i delinquenti di san Frediano, che ben lo conoscevano, purtroppo, e talvolta anche gli uomini della sua sezione — ma anche solitario: quarantenne scapolo, con pochi amici, usciva di rado e beveva da solo.

Durante il drammatico caso Ferilli, si era invaghito di una donna sposata. Un amore sbocciato come un fiore sul letame — una costante della sua vita! — che non gli aveva dato il tempo neppure di un bacio, mentre gli aveva dato quello di rompere la testa al marito che aveva sorpreso a picchiarla nel tentativo di estorcerle una falsa testimonianza. Una storiaccia dalla quale il Gerla stava tentando ti tiralo fuori, ma che gli era comunque costata molto cara: passi la frattura acerba di quell’amore impossibile, ma la sospensione dal servizio per tre mesi e il trasferimento da Firenze a Milano era una bella rottura.

Quel giorno si trovava a Cortina non perché fosse un habitué dei posti chic, ma perché il giudice Fanucci, uno dei pochi amici oltre al Gerla, gli aveva messo a disposizione il suo chalet per passare in tranquillità e soprattutto lontano dai giornalisti le festività invernali, al termine delle quali avrebbe dovuto raggiungere la nuova destinazione come aggiunto del commissario Federzoni, a Milano. Il quale Federzoni, gli avevan detto, era anche lui in quei giorni a Cortina e forse tramite il Gerla, che lo conosceva per motivi di lavoro, avrebbero potuto combinare un incontro informale, cosa che però non era riuscita. Bombacci aveva avuto l’impressione che questo Federzoni, di cui gli avevan detto essere un tipo tutto d’un pezzo e assai autoritario, non volesse compromettersi con un abboccamento prematuro. O forse voleva semplicemente starsene in pace con la moglie per il capodanno…vai a sapere. La cosa comunque non gli dispiaceva affatto: si trovava in uno stato d’animo non molto incline a instaurare nuovi rapporti umani.

E ora stavano andando a sciare con quel tempo assurdo.

Bombacci scosse involontariamente la testa, e l’amico se ne accorse. Smise di cercare i guanti e lo guardò: ― Che c’è, vecchio?

― Nulla avvocato, nulla.

― Passerà! Su con la vita! Guarda che magnifica giornata…niente ragazze oggi, mi sa.

Bombacci non distolse lo sguardo dalla strada.

― Sei sposato. Non ti vergogni?

― È più forte di me, vecchio mio. Ma le voglio bene. E anche ai figli. È solo che…

― Lascia fare, vai. Un di questi tempi ti metterai nei casini. E allora un venire a piangere da me.

Bombacci crollò la testa, ridacchiando. Ma il Gerla aveva ragione: il suo pensiero tornava sempre lì: alla donna perduta e alla faccenda del trasferimento. Della carriera compromessa gli importava il giusto: era un uomo d’azione, non da scrivania. Ma il cambio di città, e la prospettiva di avere un cane da guardia che lo controllasse — cos’altro sarebbe stato per lui questo Federzoni? — lo umiliava. Lasciare la polizia? Se lo avesse fatto sarebbe passato dall’altra parte, e non era il caso.

Stava così fantasticando, quando all’improvviso, sbucando da dietro una curva, una donna fuori di sé si gettò in strada, le mani protese, per fermarli.

Per non investirla Bombacci fu costretto a una frenata brusca. Con le ruote bloccate l’auto sbandò e andò a sbattere col muso nel parapetto di neve. Scivolando sulla carrozzeria con le mani la donna raggiunse il finestrino del lato guida tempestandolo di pugni.

Bombacci le fece segno di calmarsi. Poi abbassò lentamente il finestrino.

A colpo si capiva che era una del posto, intabarrata com’era in un cappotto da due lire e con quel fazzoletto da befana stretto attorno alla testa: probabilmente una di quelle contadine che prestavano anche servizio come donne a ore per le faccende di casa dei villeggianti. Ora si reggeva al finestrino con entrambe le mani. Negli occhi il terrore. Riuscì solo a dire, in un soffio: ― La polizia. Per favore chiamate la polizia.

Poi scivolò a terra.

Bombacci si precipitò fuori della vettura e la rizzò in piedi, mentre il Gerla lo raggiungeva.

― Tira giù il sedile, sdraiamola in macchina!

Al termine dell’operazione la donna aveva riaperto gli occhi e ora indicava sulla sinistra, al di là della strada, a mezza costa di un pendio innevato, un gruppo di villette che risaltavano cupe sul grigiore del turbine di neve. Da una di esse filtrava una luce attraverso la porta lasciata aperta.

― Vedi di calmarla, chiudi le portiere e tieni acceso il riscaldamento. Se non sta troppo male aspettatemi qui. Io arrivo lassù, do un’occhiata e torno. Intesi?

La donna non aveva detto nient’altro. Sembrava che la lingua le si fosse attaccata al palato.

― Cerca di far presto!

Mentre si avviava, Bombacci notò che la donna si era ripresa: forse la faccia da dongiovanni dell’avvocato le era parsa più rassicurante del suo viso da pendaglio da forca.

Dopo pochi metri fu avvolto da un silenzio spettrale. Si udiva solo il tonfo sordo dei passi che affondavano nella neve e il ticchettio lieve dei fiocchi che gli si posavano sui capelli, o che gli colpivano la giacca a vento.

Abbassò la zip della tasca dei pantaloni da sci e ne estrasse una Beretta modello 36, calibro .9, in dotazione agli ufficiali dell’esercito. Era un’arma piccola e maneggevole, ma potente. L’aveva ereditata dal fratello maggiore, che era riuscito a tenersela dopo il caos dell’8 settembre. Era un’arma ‘pulita’, come si dice in gergo: il suo numero di serie risultava, sempre che qualcuno si fosse preso la briga di controllare, tra gli altri innumerevoli identificanti le armi disperse in quella tragedia.

Arma ‘pulita’ equivaleva però a ‘illegale’. Lui se ne fregava, ovviamente. Anche perché in quel momento era l’unica arma in suo possesso, visto che gli era stata ritirata quella di ordinanza. Tirò indietro il carrello e riaccompagnandolo con delicatezza si assicurò che un colpo entrasse regolarmente in canna. Quindi, inserita la sicura, infilò mano e pistola nella tasca destra della giacca a vento nera di nailon.

Affrettò il passo. La casa da cui usciva la luce era una ventina di metri più in alto rispetto alla strada, e per andare più spedito cercò di seguire il calpestio della donna, che già si stava ricoprendo.

Lo chalet aveva il piano terra in pietra a vista e il primo piano in legno, con tetto spiovente e una terrazza perimetrale a delimitare i due livelli. L’ingresso, riparato dalla terrazza, era sgombro dalla neve. La porta, aperta verso l’interno, a una sola anta di legno massello scolpito, invece di essere adorna con la solita ghirlanda natalizia, o il solito alberello a palline colorate, recava impresso uno strano simbolo, una specie di timone a otto barre — il commissario non lo sapeva, ma si trattava del Dharma-chakra a otto raggi, il simbolo buddista degli otto nobili sentieri — e un cartiglio in legno scolpito e ripassato in vernice rossa e nera sul quale si potevano leggere le seguenti parole:

Per l’anima non vi è nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa è non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore.” (Bhagavad-gita 2:20)

“Cominciamo bene!” pensò guardandosi intorno con cautela. Poi varcò la soglia con circospezione, estraendo la pistola.

Si ritrovò in un ingresso caldo, rivestito in legno di abete, adorno di trofei di caccia e quadri di pennello a soggetto alpino. Sia nei trofei sia nei quadri, dominavano le corna: di alci, di cervi, di stambecchi, di mufloni… Anzi, le pareti ne erano talmente tappezzate da produrre un effetto lugubre. Tutto l’ambiente era impregnato di un odore pestilenziale e vi regnava il caos.

Per sicurezza si chiuse la porta alle spalle. Preferiva avere una frazione di secondo in più per aprirla di nuovo dovendo fuggire che rischiare di esser preso alle spalle mentre perquisiva il posto. Prima di avanzare, attese che il tepore dell’ambiente gli sciogliesse la neve che aveva addosso, allargandosi in una pozza d’acqua sul pavimento. Sfruttò quel tempo per auscultare e osservare. Rumori, zero. Un silenzio di morte aleggiava su tutto. Il pavimento, coperto per metà della superficie da un costoso tappeto, era disseminato di bottiglie vuote, piatti sporchi, bicchieri rotti, cicche di sigarette e chiazze di vino e di vomito. Il puzzo era un micidiale mix di tutto questo, con l’aggiunta di un sentore particolare, raro, che aveva sentito per la prima volta a un corso di aggiornamento sugli stupefacenti: hashisc, maijuana. E incensi soffocanti.

Avanzò cercando di scavalcare i detriti, fino a raggiungere sulla destra una sala, dominata da un gran caminetto in cui languiva un mucchietto di braci. Anche questa stanza, tutta in legno e adorna di mobili tipici, con rastrelliera di fucili e le solite corna appartenenti a diversi tipi e dimensioni di animali imbalsamati o dipinti, sembrava un campo di battaglia: sedie rovesciate, cuscini per terra, divani macchiati, tende strappate, chiazze di vomito, bottiglie vuote, puzzo di alcol, di fumo, di droga. L’attraversò badando a non toccare nulla, camminando sui tappeti per ridurre al massimo lo scricchiolio del pavimento. Sulla sinistra, in fondo alla parete, c’era una porta che dava su quella che evidentemente era la sala da pranzo, anch’essa arredata nel medesimo stile delle altre stanze, anch’essa nelle medesime condizioni di disordine, ma nella quale campeggiava un tavolo lungo diversi metri, con sedie per lo più ribaltate e una tovaglia rossa sulla quale pareva avesse banchettato un branco di porci.

Accanto a questa sala, comunicante attraverso un passavivande, c’era la cucina, che versava in condizioni decisamente migliori, e un bagno. Quando fu certo che a quel piano non c’era nessuno, tornò velocemente nell’ingresso, dal quale partiva la scalinata che portava al piano di sopra. I gradini di legno scricchiolavano a ogni passo. Giunto alla fine della seconda rampa si trovò di fronte a un corridoio illuminato da luci ancora accese. C’erano tre porte. La prima dava su una sorta di studio, arredato lussuosamente, con poltrone e divani di pelle, una scrivania, un caminetto, una libreria, i soliti quadri, i soliti trofei. Una stufa in ghisa. Un enorme orso imbalsamato sembrava posto a guardia dell’ingresso. Appeso a una parete c’erano un paio di vecchi sci con racchette di bambù e un corno da caccia in ottone. Una portafinestra, chiusa, dava sul lato sud della terrazza. Contrariamente al resto della casa, qui era tutto in perfetto ordine. Aprì la seconda porta: una stanza da letto, anch’essa in legno… anche qui, tutto in ordine. Esitò un secondo prima di entrare nella terza, la cui porta era socchiusa e dalla cui fessura usciva una lama di luce. Col piede l’aprì lentamente. La porta cigolò sui cardini, prima di battere contro la parete.

Al centro della stanza c’era un letto a due piazze. Al centro del letto una donna, o quel che ne restava: un corpo nudo, in un lago di sangue, sventrata dalla gola all’inguine, con le interiora esposte. Tutto intorno era sangue. L’aria era satura di un odore nauseabondo. Bombacci ristette a guardare a lungo la scena, sbattendo le palpebre come a fotografarla ripetutamente, quasi volesse scolpire nella memoria i particolari di quell’esecuzione. Nella sua vita di cose brutte ne aveva viste, ma così brutta, mai.

La portafinestra che dava sulla terrazza era socchiusa e imbrattata di sangue. Bombacci aiutandosi con un fazzoletto ne spinse le ante, cercando di manovrarla dove era meno probabile che ci fossero impronte, aprendole con cautela sulla terrazza, in quel punto più ampia del solito e coperta di neve. Lo sguardo non poteva spingersi molto lontano. Oltre la balaustra si vedeva qualche albero imbiancato e la sagoma scura di un altro chalet, a cinquanta metri di distanza, sulla sommità di un dosso.

La Casa delle Corna era circondata da una palizzata di legno le cui punte sbucavano solo a intervalli dalla neve che copriva ogni cosa. Sotto di lui c’era uno spiazzo in cui la neve era più bassa, come se fosse stata battuta o asportata nei giorni precedenti: faceva pensare a un parcheggio, o comunque a una zona in cui, volendo, si potevano sistemare diverse autovetture. Più oltre, un leggero avvallamento, cui si giungeva da un solco appena percettibile, come se la neve avesse cominciato a ricoprirlo dopo che qualcuno avesse schiacciato il primo manto. Rientrò nella stanza. Sul pavimento insanguinato non scorse impronte che indicassero chiaramente da che parte si fosse dileguato l’assassino anche se, dato che nel resto della casa non v’erano tracce di sangue, era quasi certamente fuggito dalla terrazza, sapendo o sperando che la neve avrebbe coperto ogni cosa.

Nella mente del commissario si accavallavano ora gli scenari più disparati, come se il suo cervello si sforzasse di selezionare tutte le possibili combinazioni dei dati registrati in quella breve ispezione, nell’illusione di trovare quella giusta che gli permettesse di capire cosa diavolo fosse successo. O meglio, perché fosse successo.

Si passò una mano sulla faccia, rimise la porta finestra come l’aveva trovata, lo stesso fece con l’uscio di camera e tornò da basso.

Prima di uscire lanciò un’ultima occhiata in giro, poi estrasse il caricatore dal calcio della pistola, arretrò il carrello, fece uscire il colpo dalla canna e lo inserì nel caricatore, schiacciando bene la molla, per assicurarsi che fosse rientrato regolarmente al suo posto. Infine inserì di nuovo il caricatore e ripose il tutto nella tasca dei pantaloni, chiudendola con la zip: tranne il caso di assoluta necessità, non portava mai il colpo in canna.

Uscendo chiuse la porta. Nevicava più di prima. Anche se era rimasta qualche orma, in pochi minuti sarebbe scomparsa. Sotto il tetto non c’era neve. Fece il giro della casa stando attento a non scivolare su grosse bolle di ghiaccio. Sul retro trovò alcune paia di sci con racchette. Afferratane una ne trinciò col temperino i legacci di cuoio che legavano la rondella, quindi tornò sul davanti della casa, attraversò l’area parcheggio e raggiunse l’avvallamento che gli era parso di aver scorto dal terrazzo. Piantando delicatamente l’asta della racchetta nel manto innevato, giunse a toccare qualcosa dopo meno di un metro.

Non era il terreno solido, e neppure il fondo ghiacciato formato dagli strati di neve precedenti. S’inginocchiò per raspare via la neve con le mani. Secca, veniva via come sabbia. Dopo pochi secondi arrivò a scoprire un tessuto. Un maglione norvegese. Ripulì l’area di un mezzo metro quadrato, fino a scoprire la parte superiore di un corpo, e poi di un volto. Occhi sbarrati, barba rossa. Un colpo di pistola in fronte. Con frenesia spazzò via tutta la neve. Gli ci volle solo un paio di minuti, i guanti di cuoio ormai fradici, e il sudore che gli colava lungo la schiena. Ansimando, osservò il suo lavoro drizzandosi in piedi: si trattava del cadavere di un uomo molto robusto. Il foro in fronte era preciso: l’uccisore doveva essere molto più basso, perché era stato esploso in diagonale; il sangue gelato si allargava come un’aureola dietro la testa, in corrispondenza del foro d’uscita, i lunghi capelli raggrumati tutt’intorno.

Per raggiungere il posto, aveva fatto attenzione a non percorrere quella che dall’alto gli era parsa la traccia di un sentiero ricoperto di neve. Ora pensò che forse, asportandone lo strato superficiale, avrebbero potuto vedere qualche traccia sottostante. Ricoprì alla bell’e meglio il cadavere perché non venisse visto dalla casa vicina.

Decise di tornare all’auto, dove il Gerla lo stava aspettando.

Mentre avanzava a grandi falcate, il silenzio fu lacerato dal fracasso di un veicolo che si avvicinava. Filtrando da quell’albume spettrale, vide il lampeggiante giallo di uno spalaneve che avanzava a velocità folle lungo la statale. La grande pala sospinta di traverso sulla carreggiata di porfido sparava la neve sul ciglio della strada in uno sciame di scintille. Bombacci raggiunse la strada e aspettò che il drago passasse oltre. Poi con un balzo scavalcò il parapetto, ma il ghiaccio cristallizzato sotto lo strato di neve lo tradì e volò a gambe all’aria. Gerla lo vide dall’interno dell’auto sul parabrezza della quale il tergicristallo seguitava a fare gli straordinari. La scena sarebbe stata comica, ma non era il caso di ridere.

Bombacci si rialzò dolorante, coperto di una farina bianca che si spazzolò via con stizza. Raggiunse l’auto. Poggiò le mani sul bordo dello sportello del quale l’amico aveva prontamente abbassato il vetro, e sbirciò dentro. Il suo sguardo diceva il peggio.

La donna, rannicchiata sul sedile posteriore, pareva intenta a tormentarsi le dita di una mano con quelle dell’altra, lo sguardo fisso a terra.

Gerla, alto e magro, per restare seduto accanto a lei nel ristretto spazio posteriore, doveva tenersi le ginocchia quasi in bocca.

― La donna mi ha detto…

― Sì! ― sospirò il Bombacci. ― Chiunque sia, quella è morta, decisamente. E non di vecchiaia.

― È la contessa Lucrezia di Cola Fennini, di Milano. Dice che ieri aveva invitato alcuni amici… Non mi ha detto altro.

― Ha le chiavi della casa?

La donna annuì, se le cavò di tasca e gliele porse, di nuovo chiusa nel suo mutismo.

Bombacci fece cenno all’avvocato di scendere. Mentre gli apriva la portiera, l’altro doveva abbattere il sedile lato passeggero, quindi dipanare le lunghe gambe da fenicottero e alla fine uscire dall’auto.

― Senti, ― gli disse sottovoce una volta fuori, ― portala a casa da noi. Dalle da bere, mettila a suo agio e prendi tempo. Poi cerca di rintracciare questo Federzoni, telefonagli, buttalo giù dal letto. Accennagli qualcosa, ma con discrezione e che non chiami ancora la polizia di qui.

Bombacci rimase pensoso per un paio di secondi, poi aggiunse: ― Vedi quella villetta lì, non quella del delitto, quella che le sta di fronte? Vado dentro a fare quattro chiacchiere se c’è qualcuno. Poi vi raggiungo. Te la senti di guidare?

― Sì, certo.

― Va’ piano, ti hanno anche sgomberato la strada!

Guardò l’auto che si allontanava col solito rumore cadenzato di catena contro il parafango, quindi, tiratosi su il bavero, scavalcò il ciglio della strada, affondando di nuovo nella neve fino al ginocchio.

Probabilmente non era la procedura regolare. Avrebbe dovuto subito chiamare la polizia e lavarsene le mani: non era in servizio! Ma se il Bombacci fosse stato ‘regolare’, non si sarebbe mai trovato lì.

 

La casa della Famiglia Felice

 

Cortina, primo gennaio 1968, lunedì

Bombacci salì l’erta che conduceva alla villetta di fronte alla Casa delle Corna, che ancora non dava molti segni di vita, a parte il fumo da un comignolo e una lucina a una delle finestre.

Questa volta fece a meno di richiamare in servizio la Beretta: “Unn’esageriamo, eh!” si disse.

Sentiva però di stare meglio. L’odore del sangue lo aveva svegliato dal torpore e come un segugio si sentiva già lanciato sulla pista, quello stronzo di Federzoni permettendo.

― Per me è già uno stronzo ― mormorò a voce bassa. ― Cosa voi che sia? Uno che gli hanno detto di tenermi a balia? Ma fatemi il piacere. E che un si azzardi a non farmi lavorare. Comunque, via, inutile fasciarci la testa. Si vedrà di che pasta l’è: e di molto presto, anche!

Intanto mentre saliva teneva d’occhio la Casa delle Corna. Poi si fermò, per riprendere fiato. Ripassò velocemente le fotografie mentali che aveva fatto sulla scena del delitto, e scosse violentemente la testa: ― Macellai!

Riprese a camminare. La neve implacabile e silente aveva racchiuso il suo piccolo mondo in uno scrigno di ovatta. Bombacci sudava abbondantemente per lo sforzo della salita, con le gambe che su quello stradello secondario affondavano fin quasi all’anca. Giunto al cancellino, ci passò sopra senza aprirlo, tanto era sommerso nella neve. Sul vialetto l’avanzata era ancor più problematica. “Almeno,” pensò, “nessuno l’è ancora uscito di ‘hasa, questo è certo!”

Finalmente raggiunse la porta, protetta anche questa da una terrazza che circondava tutto lo chalet all’altezza del primo piano. A destra dell’ingresso stavolta c’era un rassicurante alberello di Natale adorno di lucine lampeggianti. Una targa d’ottone informava che quella era la casa dei signori VALENTE. Non c’era campanello elettrico, solo un batacchio di bronzo, che il commissario azionò energicamente diverse volte.

Dopo attimi interminabili, sentì aprirsi proprio sul suo capo una finestra.

― Un momento! Un momento! Ma chi è, santa pazienza? A quest’ora poi?!

― Polizia! Commissario Bombacci: vorrei parlare con qualcuno di casa per una faccenda importante.

A queste parole estrasse il distintivo e lo protese verso l’alto. Per farlo era dovuto uscire dal riparo della terrazza, ma i mulinelli di neve gli impedivano di vedere chiaramente il proprietario della voce che lo aveva apostrofato. Il quale a sua volta, per quanti sforzi facesse, non riusciva certo a leggere cosa ci fosse scritto su quella tessera che l’altro sventolava dal basso.

― Se è per quello che sta cercando di mostrarmi, lei potrebbe essere chiunque, signore. Nondimeno voglio fidarmi. Scendo le scale e le apro.

Poco dopo la porta si spalancò, rivelando un ingresso accogliente.

Nel vano, apparve un uomo in vestaglia e ciabatte di pelo, alto, dall’aria distinta, con in testa folti capelli bianchi e spettinati.

«Buon giorno, e buon anno, commissario. Dottor Valentino Valente. Prego, entri.

Il commissario sapeva di aver pochissimo tempo, ma non osava correre troppo. Non voleva rischiare una reazione avversa.

― Vorrei parlarle in un luogo appartato, dottor Parente ― disse guardandosi intorno.

― Valente.

Comparve allora sul ballatoio delle scale un giovane capellone, in jeans e maglietta bianca a maniche corte, di quelle americane di moda fra i giovani — non la canottiera di lana Ragno che portava il Bombacci, per intendersi.

― Tutto a posto, papà?

― Jonny, mio figlio. Jonny, il commissario Bombacci.

Jonny fece un cenno della mano al commissario, ma non scese le scale.

― Tutto a posto, Jonny. Se ho bisogno ti chiamo.

Jonny si ritirò dietro una porta sulla sinistra, rispetto alle scale. Bombacci notò che la stanza del ragazzo doveva essere, se non aveva sbagliato i calcoli, una delle due dirimpetto alla Casa delle Corna. Il dottor Valente invece aveva aperto la finestra di una camera soprastante l’uscio principale, in direzione opposta.

― Venga commissario, da questa parte, qui staremo tranquilli.

Non avevano mosso un passo che furono interrotti di nuovo, questa volta dalla signora Valente, in vestaglia e pantofole, comparsa anche lei in cima alle scale.

― Vale, che succede? ― Era una donna slanciata, mora, ancora attraente, nonostante l’assenza di trucco e i capelli in disordine. Parlava con voce impostata.

«Dottor Bombacci, commissario a Firenze. Federica, mia moglie.

Contrariamente al figlio, Federica pensò che fosse suo dovere scendere le scale, nonostante il deshabillé, che tuttavia portava con una certa disinvoltura, limitandosi a tenerne accostati i baveri superiori con la sinistra mentre con la destra sollevava la veste quel tanto che le permettesse di scendere senza inciamparvi. Bombacci, che fremeva d’impazienza, stava cuocendo a fuoco lento. Pensava al Gerla che a quell’ora doveva essere già arrivato a casa. Cosa avrà imbastito per tranquillizzare la donna? Avrà già chiamato il Federzoni? L’aveva trovato? E se sì, si sarebbe detto disposto ad aspettarlo a casa, prima di dare l’allarme?

Cercò di non far trasparire le sue paure. Non era facile, mentre il sangue di quella disgraziata coagulava nella Casa delle Corna, dar loro l’idea che si trattasse di una visita importante, sì, ma non poi troppo.

Strinse la mano che la signora a dire il vero gli aveva offerto per essere baciata, ma Bombacci non sapeva neppure cosa fosse il baciamano. “…e se anche lo sapessi,” pensò, “col cavolo che faccio il baciamano!”

― Che cosa è successo, commissario? ― Federica sembrava già molto impaurita. I suoi occhi neri e intensi si spostavano da quelli sfuggenti del Bombacci a quelli preoccupati del marito.

― Nulla, signora. O meglio, ancora non sappiamo. Se permette, vorrei parlare con suo marito in separata sede.

La donna sbiancò in volto.

― Tranquilla, signora.

― Fede, ti prego: lasciaci soli.

La donna non sembrava convinta. Fece per tornare di sopra, poi si voltò ancora: ― Da dove ha detto che viene, commissario? Da Firenze? Firenze-Firenze?»

«Sì, Commissariato d’Oltrarno, in san Frediano, signora. Conosce?

No, la signora non conosceva. Per lei Firenze era piazza della Signoria, via Tornabuoni e l’hotel Excelsior. Del resto, si fosse provata ad attraversare san Frediano tutta in ghingheri come immaginava che fosse abituata ad apparire in pubblico, l’avrebbero fatta verde.

Nella casa, che Bombacci mentalmente battezzò la ‘Casa della Famiglia Felice’, aleggiava un certo sentore di festa: sentiva nell’aria il classico e non spiacevole odore del tabacco moderatamente fumato e di alcol e liquori bevuti con parsimonia. Segno che la sera prima la Famiglia Felice aveva fatto bisboccia, forse con un pugno di amici tranquilli come loro. Col televisore acceso su Canzonissima, avranno stappato alla mezzanotte il bottiglione di Champagne sincronizzati sugli orologi di Corrado e Vianello. Gli parve di sentire le risatine delle donne, le battute degli uomini, il rumore delle posate sui piatti di coccio, di vedere il cameriere in guanti bianchi che portava i piatti fumanti: consommé, tacchino ripieno, galantina, sacher torte, strudel, forse gelato. Vino buono, champagne, dessert… Mentre qui si festeggiava in armonia la nottata e forse, chi sa, ci si faceva le corna col pensiero, nella Casa delle Corna vere scoppiava un casino immane che la trasformava in un mattatoio. E mentre la signora Federica, gli occhi scintillanti, rideva sorseggiando bollicine dorate, la povera Lucrezia moriva sventrata come una cerva.

Bombacci seguì il padrone di casa in un salottino rivestito in legno, arredato con mobili rustici e con i soliti discreti quadri a soggetto montano. Davanti alla porta c’era una finestra sbarrata, i cui scuri erano parzialmente nascosti alla vista da una tenda. La finestra si trovava sul lato giusto, davanti alla Casa delle Corna, ma sembrava che nessuno avesse usato quella stanza, la sera prima.

Seduti l’uno di fronte all’altro, il commissario cercò di leggere negli occhi del dottor Valente quel che forse non gli avrebbe detto con le parole.

Partì con una domanda a bruciapelo: ― Conoscete la contessa Lucrezia di Cola Fennini?

Il vecchio fece una faccia stupita.

― Certo. Ha la casa davanti alla nostra.

― Siete amici?

― Diciamo conoscenti, livello buongiorno-buonasera, non ci frequentiamo.

― Immagino, anche perché appartiene alla generazione successiva alla vostra.

Il dottor Valente scosse il capo. ― Non è tanto per questo che la nobildonna non fa parte del nostro entourage. Sigaretta, commissario?

― Grazie.

I due si presero alcuni secondi per scambiarsi il fuoco e pompare le prime boccate. Il dottor Valente cominciava in cuor suo a temere il peggio. Cercò quindi di darsi un contegno.

― Scusate, non ho fatto ancora colazione, e ho questo brutto vizio di farmene una appena alzato. Ieri poi abbiamo fatto tardi, devo aver bevuto troppo e mi gira ancora la testa…

“E tra poco ti gireranno anche i coglioni, temo.”

― Perché allora non fa parte del vostro… ― Bombacci frullò una mano.

― Veda, commissario, non è per fare lo snob, ma nella società nella quale viviamo spesso i ruoli sono invertiti. Io che sono un borghese, m’ingegno di conservare i valori tradizionali, mi capite? Ma ci sono alcuni aristocratici invece che hanno spalancato le porte alla contestazione, assumendo atteggiamenti, modi di parlare e di vestire veramente inqualificabili. Non voglio giudicare nessuno, per carità: facciano pure quello che vogliono, cantino e ballino come più loro pare e piace, siamo in democrazia, o no? Io però, abbia pazienza, con queste nuove mode non mi ci ritrovo.

S’interruppe per soffiare via il fumo dalle narici. Poi socchiuse gli occhi, in una curiosa espressione.

― È successo qualcosa?

Bombacci improvvisò: ― Non sappiamo. Il marito ha telefonato a Milano, al Commissariato di san Sepolcro, e ha parlato col dottor Federzoni, sapete, il commissario capo, che pare suo amico. Siccome il commissario è qui anche lui, e io ne sarò il suo vice tra pochi giorni, ha mandato me.

Valentino Valente fece una faccia incredula: ― Il marito?

Bombacci si stava ovviamente arrampicando sugli specchi. E se la contessa non avesse avuto marito? Decise di andare avanti.

― Sì. Il marito pensava di poter parlare con la moglie, ma il telefono squillava a vuoto, e la donna di servizio stamani ha trovato un gran disordine, ma della signora nessuna traccia. Ora, siccome pare che tra i due…

― …le cose non vadano molto bene…

― Glien’è arrivata notizia?

― Sì, qualcosa ho sentito. Ma devo dire che la si può anche immaginare, la faccenda. Son cinque anni che qui il marito non si vede. Mentre lei è spesso in allegra compagnia, se mi capisce: capelloni, artisti, perdigiorno, filosofie orientali, roba così.

― Comunque sia, il marito ha detto al dottor Federzoni di essere molto in pensiero.

― In pensiero? Quella fa quel che vuole dove, come e quando vuole.

― Come lo sa?

― Nei salotti di Milano le voci circolano; la mia fonte è soprattutto Federica, che li frequenta più di me.

Bombacci tirò la sigaretta fino al filtro e poi la spense sul posacenere, quasi in contemporanea con il suo interlocutore. Aspirato profondamente il fumo, lo fece ben circolare nei polmoni, per poi rimetterlo dal naso. Tutta salute, commissario!

― Sarà uscita a prendere una boccata d’aria ― proseguì l’altro. ― È un tipo eccentrico. Talvolta la sorprendono a vedere sorgere il sole sui picchi più alti, o ad attendere la chiusura degli impianti per scendere con i suoi amici al chiar di luna.

― Che volete che vi dica. Il mio capo, il dottor Federzoni, dice che ci sono fondati motivi di preoccupazione… ― Giorgio Bombacci esitò, abbassando la voce. ― …e dico il Federzoni, se lo conosce, m’intende?

― Sì, l’ho conosciuto per una bega aziendale, anni fa. Un buon funzionario, dicono. Molto corretto. Ligio alle regole. Autoritario. Vecchio stampo, insomma.

― Beh, comunque sia. Il dottor Federzoni pensa che il marito abbia telefonato per marcare un alibi.

― Si spieghi meglio.

― Non posso dirle tutto, cerchi di capirmi. Io sono qui per farle, le domande. Mi comprende?

― Allora sbrighiamoci ― rispose il Valente, risentito. ― Anche perché questo è uno dei pochi giorni che posso trascorrere con la famiglia in santa pace.

― Siete in tre, dottor Valente?

― Abbiamo altri due figli, ma sono grandi, e ormai passano le feste per conto loro. Uno è in America per lavoro e l’altro in Svizzera.

― Conosce il marito della contessa?

― L’ho conosciuto a un convegno, ma solo di vista. Era un maxillofacciale, poi convertitosi alla plastica: rende di più.

― Lei è medico, dottor Valente?

― Sì. Ma non esercito da anni. Dirigo l’azienda farmaceutica Priscofarm, ne avrà forse sentito parlare. Però, come capirà, sono ancora nell’ambiente. Le cliniche che erano del dottor Admirantis, il marito della contessa Lucrezia, sono nostre clienti per alcuni prodotti.

― Erano?

― Non son più sue. Si dice non se la passi bene, ora.

― Cosa si dice nell’ambiente di lui?

Il dottore esitò.

― Non si preoccupi. Resta tutto fra me e lei.

― È molto chiacchierato. In Svizzera ha avuto delle grane per aver deturpato il viso a diverse persone, ma pare sia riuscito sempre a mettere tutto a tacere. Poi di lui si parla come di un accanito giocatore. Va spesso in America per ‘convegni’. Si dice che a un certo punto a Las Vegas gli riservassero addirittura una suite di gran lusso. Lei ha mai sentito dire di giocatori che guadagnano? Non certo quelli a cui laggiù pagano la suite e chi sa quante altre cose. Ma non mi faccia parlare troppo, la prego. Lei mi capisce.

― Posso aprire questa finestra?

― Prego.

Bombacci si alzò, tirò le tende, aprì prima i vetri, quindi spinse le imposte esterne che si aprirono con un crac, come se il gelo le avesse tenute sigillate da giorni. Finalmente stava smettendo di nevicare. Una folata di freddo invase la stanza e qualche fiocco terminò la sua caduta sul tappeto, per poi dissolversi.

La Casa delle Corna non era visibile da quella posizione, a causa di una duna innevata alta un paio di metri. Alcuni alberi da frutto spuntavano da quella coltre come artigli di strega.

― Ier notte avete sentito o notato qualcosa di strano attorno alla casa della contessa?

― Vuol dire schiamazzi esagerati, musiche eccedenti l’urbana misura, suoni di clacson, ubriachi che si rotolano nudi nella neve, botti di petardi o simili? Sì. Ma è stato così anche l’anno passato. Questa volta non ci abbiamo fatto troppo caso. Poi vede, le nostre finestre affacciano sull’altro lato, anche quelle della sala da pranzo e del salotto: è lì che abbiamo intrattenuto i nostri ospiti.

― Suo figlio quanti anni ha?

Il vecchio sollevò un sopracciglio.

― Cosa c’entra mio figlio? Commissario, la procedura credo la conosca bene. Posso interrompere questo colloquio quando voglio e pregarla di uscire da casa mia. Era entrato con l’aria di uno che avesse da dirmi qualcosa di sommamente grave, tanto da farmi prendere un bello spavento. Ora invece sta menando il can per l’aia senza arrivare al dunque.

Bombacci si limitò a ripetere la domanda, con aria assente, però guardando il Valente dritto negli occhi. Uno sguardo freddo, quasi feroce.

― Ventuno. Compiuti quindici giorni fa.

― Ah! Maggiorenne, dunque. Lo facevo più giovane, forse per via dei capelli. Mi ascolti, dottore…

Bombacci richiuse i vetri della finestra e si mise di nuovo a sedere.

― Ha ragione: lei può scegliere se darmi ancora pochi minuti di corda, o mettermi alla porta. Ma ricordi che se si rifiuta di parlare con me, dovrà farlo con quelli che verranno dopo di me. Interrogatori, convocazioni in questura e in tribunale, scartoffie, giudici, avvocati. Una colossale seccatura, quanto meno, che forse io posso evitarvi… Ora ascolti bene. Sto per rivelarle una cosa in anteprima, diciamo.

Bombacci puntò il dito in direzione della Casa delle Corna.

― Stanotte in quella casa c’è stata molta buriana. Alcol a fiumi, droghe. Poi qualcuno ha pensato bene di finire in bellezza ammazzando la vostra vicina forse al termine di un giochetto erotico, o di un rito magico. Lo spettacolo le assicuro non è dei più piacevoli.

Il volto del dottor Valente cambiò da impaurito a terrorizzato, facendosi pallido come la neve.

― Sta scherzando?!

Bombacci scosse il testone quadrato.

― Mi stia a sentire: vorrei parlare con suo figlio. È maggiorenne, ormai. È andato a qualche festa ieri?

― Sì, è stato con noi fino alle dieci, poi è uscito a una festa al Brucy’s, dalle parti di Crignes.

― È tornato tardi?

Valente esitò.

― Tranquillo: solo per sapere se potesse aver visto qualcosa o prima o dopo che possa interessarci. Tutto qua.

― Penso sia tornato verso le tre di notte.

― Ha dormito nella camera qui sopra?

― Certo, è camera sua.

― Grazie, dottore. Per ora non faccia parola con nessuno di quanto le ho detto, mi raccomando.

 

Il capellone

 

Cortina, 1 gennaio 1968, lunedì

Jonny aveva davvero dormito in quella stanza, lo si capiva dall’aria pesante e dalla finestra ancora stoppinata.

La camera, ampia e accogliente, era rivestita dell’onnipresente legno di abete; c’erano un letto a castello sulla destra, entrando; una libreria con una nutrita collezione di long playing a 33 giri di fronte al letto; un grande armadio rustico decorato a motivi floreali accanto alla porta; un costoso impianto stereofonico — un grammofono, come lo chiamava il commissario — sistemato in un angolo a sinistra della finestra. Addossata al davanzale di quest’ultima c’era invece una scrivania il cui piano, rivestito di pelle nera, era in perfetto ordine: un paio di libri, una luce d’ottone da tavolo, un bossolo contenente alcune penne.

La chitarra — che Bombacci si sarebbe stupito di non vedere — era invece chiusa nella sua custodia e appoggiata in un angolo vicino al grammofono. Il giovane intanto aveva finito di vestirsi e sistemarsi.

Calzava un paio di scarpe da tennis sdrucite — che il commissario immaginò usasse solo in casa, visto il tempo là fuori… — e sulla maglietta di cotone indossava un maglione di lana a collo alto; i jeans, rispetto a prima, avevano guadagnato una risvolta che li sollevava sopra le caviglie. Il ragazzo era di corporatura robusta e di gradevole aspetto.

La stanza era abbastanza grande perché la scrivania non dovesse stare così appiccicata alla finestra. In una casa ordinata, pulita, magistralmente arredata e tenuta come quella, e in una stanza il cui occupante, a discapito dell’abbigliamento ‘beat’, sembrava anche lui molto ordinato, il particolare colpì come una sassata in fronte la fantasia del commissario, mettendola pericolosamente in moto.

― Buon giorno di nuovo, signor Jonny. Posso chiederle perché questo nome? Sua madre è straniera?

Il ragazzo sorrise, scuotendo i boccoli corvini, perfettamente curati, che gli arrivavano fino alle spalle: assomigliava più alla madre che al padre.

― Il mio nome è Giangiacomo.

― E lei come vuol essere chiamato, Giangiacomo o Jonny?

― Faccia lei, però per fare meno confusione forse le conviene chiamarmi Jonny. Così mi chiamano tutti.

― Vada per Jonny allora. Anche se da Giangiacomo, ― aggiunse con una punta di perfidia il commissario, ― sarebbe stato più naturale arrivare a Giangi.

Il ragazzo fece una smorfia, incrociando le braccia.

― Ci hanno provato, ma arrivato all’età della ragione mi sono ribellato. Allora si sono accordati su Jonny, molto meglio, direi.

La risposta strappò al commissario un mezzo sorriso.

― Ha già assolto gli obblighi di leva, Jonny?

― No, signore: insufficienza toracica.

― A occhio non si direbbe.

Jonny Valente stava in piedi in mezzo alla stanza, e si scansava ad ogni spostamento del commissario, che pareva molto interessato all’arredo, ai dischi, alla custodia della chitarra, e alla scrivania, sulla quale il suo sguardo si era soffermato già due o tre volte.

― E lei commissario? Lei l’ha fatto il militare? “A occhio” penso che lei abbia fatto anche la guerra, forse è stato repubblichino, a giudicare dalla faccia. Indovinato? E chi sa come si è divertito!

Il Bombacci non raccolse.

― No, figliolo. Lei m’invecchia! La guerra l’ho sbirbata per un soffio. Ma il militare sì, l’ho fatto. In un certo senso sto seguitando a farlo. Non le pare? E forse sì, via: anche la guerra. Una guerra sordida, sporca come poche, le assicuro.

Il lampadario sospeso al soffitto irraggiava una luce ambrata che facilitava la rilevazione delle asperità, anche minime, sul pianale della scrivania. Ad un certo punto credette di capire perché il giovane l’avesse sistemata in quella posizione innaturale, così addossata alla finestra.

― Guardi che io non le sto facendo una colpa di nulla. Lo so che voi giovani ora le tentate tutte per non fare il militare. La cosa non m’interessa.

Si mise seduto sul letto, ma lo sguardo continuava a scandagliare la stanza.

― Poche domande e me ne vado. La prima: come ha passato il capodanno?

― Al Brucy’s, con amici.

― Quando è uscito da casa?

― Verso le 22 e trenta, direi. Son venuti a prendermi, può controllare.

― Ed è rientrato a casa?

― Abbastanza presto perché stava già nevicando e si temeva un blocco stradale. Il locale è in quota e isolato. Direi che alle tre tre e dieci ero in casa.

Bombacci si batté le mani sulle cosce e si alzò in piedi.

― Si può aprire la finestra?

― Certo che si può ― rispose il giovane, senza tuttavia muoversi.

― Potrebbe allora spostarmi la scrivania?

Di malavoglia, Jonny procedette.

Ne distaccò per prima cosa l’angolo destro fino a ricavarne lo spazio sufficiente per entrare tra il muro e il mobile, che poi sospinse fino ad arretrarlo di un paio di metri. Il commissario notò che le zampe del mobile erano coperte da feltrini, in modo da non graffiare il pavimento. Nella “Casa della Famiglia Felice” nulla era lasciato al caso.

Jonny cominciava a preoccuparsi.

― Tutta questa faccenda ha un sapore molto strano. È sicuro che sia tutto regolare?

― Cosa c’è di irregolare? Ho chiesto il permesso di entrare, e ho chiesto il permesso di rivolgervi alcune domande. Siete liberi di mettermi alla porta come di non rispondermi. Però…

Il commissario intanto aveva spalancato vetri e impostoni. Una folata di aria fredda spazzò l’ambiente, improvvisamente inondato dalla luce fosforescente del giorno. Qualche rado fiocco danzava ancora nell’aria. Il cielo appariva meno grigio, e vi si poteva cogliere un riverbero dorato, come se il sole stesse finalmente per averla vinta sulla cappa di nubi. In quella luce che pareva più artificiale di quella del lampadario, la Casa delle Corna appariva perfettamente visibile.

― …però questo incontro informale potrebbe risparmiarvi un sacco di seccature dopo, come ho spiegato a suo padre, e agevolare molto le inevitabili indagini.

Bombacci si stava puntellando con le manone sul davanzale e mentre parlava scrutava il paesaggio che andava rivelandosi. Vista da quella angolazione, la terrazza della camera degli orrori sembrava anche più ampia di come la ricordava. Non avendo alcun riparo, era ricoperta da uno spesso strato di neve, ma doveva essere un ottimo posto per prendere il sole, nelle belle giornate.

― Le indagini? Quali indagini?

― Mi ascolti, Jonny. La vede quella casa?

Il commissario si era voltato, per piantare lo sguardo in quello del giovane, che non lo sostenne a lungo. Nei pochi istanti in cui i due sguardi rimasero fusi, al poliziotto parve di leggere nell’animo del giovane un brivido di paura.

― Sì, la vedo. È lì da prima che io nascessi.

― Abbiamo il fondato sospetto che sia successo qualcosa di molto grave alla proprietaria, la contessa Lucrezia di Cola Fennini.

Al commissario non sfuggì il moto di stupore del giovane, che arretrò involontariamente di un passo, e il cui labbro, ancora stirato in un sorriso di sfida, aveva cominciato a tremare. “Eccoli là i micromovimenti facciali che tradiscono le paure, le insicurezze, i sensi di colpa.”

― Vi conoscete?

― Superficialmente. Qualche volta insieme agli amici ci siamo incontrati sulle piste. Ma c’è un salto generazionale. Lei ha più di trent’anni.

― Ieri notte ha notato qualcosa di strano intorno a quella casa?

Il ragazzo esitò, e abbassò lo sguardo.

― No, nulla. Ho solo visto che c’erano alcune auto parcheggiate, ma prima della mezzanotte, quando aveva appena cominciato a nevischiare. Al mio ritorno non saprei, perché non ho riaperto le finestre.

Il commissario comprese che il giovane non diceva tutto.

― Dov’è? ― chiese indicando il piano della scrivania.

― Dov’è cosa?

― Il binocolo montato sul treppiede.

Seguì una manciata di secondi in cui al dottor Giorgio Bombacci parve letteralmente di respirare la sensazione di panico che Jonny stava provando.

In lui infatti, benché giocasse a fare lo spavaldo ribelle, spregiatore dilettante dell’autorità costituita, mente aperta e disinibita, le convenzioni borghesi in cui era stato allevato ebbero il sopravvento e la paura di finire nei guai gli tagliò le gambe costringendolo a lasciarsi cadere seduto sul letto.

― Non ho fatto nulla di male ― disse con un fremito nella voce.

Il commissario evitò di incalzarlo. Ma quel silenzio risultava ancor più imbarazzante. Alla fine, capitolando, il giovane indicò un’anta dell’armadio, con la rassegnazione del reo confesso che mostra l’arma del delitto.

― Posso?

― Ma come ha fatto a…

Jonny crollò le spalle: a quel punto il suo orgoglio era in pezzi.

Nell’armadio c’era un grosso binocolo montato su treppiede. Dotato di una grande luminosità, poteva inquadrare alla perfezione tutta la Casa delle Corna e ravvicinarla fin quasi a dare l’impressione di poterla toccare.

― Vede, queste tre piccole fossette, disposte a triangolo e distanziate tra loro di circa venti centimetri? Qui sul piano della scrivania?

Jonny voltò appena il capo, senza accertarsi più di tanto di quel che l’altro voleva fargli vedere.

Il commissario sospinse la scrivania di nuovo contro la finestra, sistemò lo strumento facendo platealmente combaciare il treppiede sui tre piccoli segni e gli si sedette davanti dopo averlo regolato sulle sue diottrie e messo a fuoco il bersaglio. Il sole aveva guadagnato qualche altra posizione tra le nuvole e la luce, ora più intensa e amplificata dalle potenti lenti, gli ferì le pupille.

Esatto! Con gli impostoni socchiusi, Jonny avrebbe potuto tranquillamente entrare con lo sguardo non solo in terrazza, ma anche in camera da letto di Lucrezia e spiarla senza essere visto.

Jonny aveva assistito a quelle umilianti manovre col cuore rallentato, che gli batteva nel petto come un tamburo che suonasse a morto.

― Ci guarda le stelle, con questo? ― chiese, perfido, il commissario. ― No, le stelle da questa posizione non è molto facile vederle, vero Jonny?

Si voltò verso il giovane. Il quale si era levato in piedi di scatto, i pugni serrati lungo i fianchi. “Maledetto porco, servo del sistema!” pensò, scagliandoglisi contro. La reazione fu talmente veloce e improvvisa, che il commissario non riuscì a impedire di esserne investito. Arretrando inciampò contro la sedia, quindi contro la scrivania, rovesciando il treppiede. Jonny mulinava i pugni per colpirlo, ma in modo poco efficace. Per bloccarne la furia, Bombacci, che non volle colpirlo, sgusciò di lato, riuscendo ad afferrarlo per le spalle e a immobilizzarlo. Ciò accadde nella testa del ragazzo all’incontro di una curiosa miscellanea di sensazioni: una, di panico crescente per la mostruosità commessa, quella di avere assalito un funzionario di pubblica sicurezza! — una cosa che lo avrebbe trasformato in eroe sui giornali di sinistra e presso gli amici, forse, ma che gli apriva scenari orrendi di celle buie, pestaggi in caserma, interrogatori a lampada — e l’altra un’avvilente sensazione d’impotenza fisica, il non essere cioè più in grado di muovere neppure un dito, trovandosi steso bocconi sul tappeto, le braccia contorte in una presa dolorosissima, il ginocchio del commissario a premergli sulla schiena e, ora, anche le manette ai polsi! Il Bombacci, che non si era mai tolto la giacca a vento, era in un bagno di sudore. Sentiva sotto la sua presa il giovane capellone ansimare come un mantice.

― Bene, Jonny. Ora calmati. Calmati o ti farò passare guai molto seri: sei maggiorenne. Niente più scuse.

Il ritmo del respiro di Jonny rallentò.

― Ascoltami bene. Sono disposto a dimenticare quanto è successo se tu sarai disposto a dirmi tutto quello che sai. Ogni cosa, anche la più insignificante, potrebbe per noi essere molto importante. Intesi? Ora sentimi bene: in quella casa, stanotte, è stato commesso un delitto. Qualcuno l’ha uccisa, la tua contessa. Chiaro? Un omicidio, Jonny. Hai capito perché sono qui? Hai capito perché mi devi dire tutto quello che hai visto e che sai? Certo, puoi rifiutarti; ma tra due ore questo posto avrà più poliziotti che te capelli in testa. E non tutti saranno comprensivi e gentili come me, soprattutto quelli del mio capo, il commissario Federzoni, che ha fama di essere un duro mica da ridere.

Pensò che fargli paura esagerando esponenzialmente la brutalità della polizia potesse fare il suo effetto: ― Gente cui non importerà assolutamente nulla di chi tu sei figlio. Capace di metterti sotto torchio per giornate intere, di picchiarti con tubi di gomma, di sbatterti in cella co’ peggiori criminali pur di farti parlare. E, ciò che è peggio, capelli rasati a zero! Se invece vuoti il sacco con me, ti prometto che farò in modo che non ti diano noie, e soprattutto che i giornalisti non sappiano nulla. Hai una vita davanti, Jonny: te la vuoi rovinare? Rispondi!

Jonny non riusciva a credere che Lucrezia fosse morta. “Forse”, pensò, “sta cercando di impressionarmi, e in verità le indagini sono per la droga!” Tanto lo sapeva quali erano i sistemi dei poliziotti! Poi considerò meglio la sua situazione: se non gli avesse dato retta si sarebbe ritrovato in un mare di merda. In fondo le parole di quel porco non erano poi male. Di tutto aveva voglia fuorché inguaiarsi con la giustizia. Lui voleva scardinare il sistema da infiltrato, non da terrorista. Per questo stava finendo gli studi di legge: per entrare in magistratura! Come il Niki, come il Marco, il Mario e il Giovanni. Si maledisse per l’eccessiva impulsività del suo carattere. Doveva assolutamente prendere la mano che lo stronzo gli tendeva.

― Va bene. Sono stato un idiota.

Bombacci si alzò e l’aiutò ad alzarsi. Poi lo liberò dalle manette e lo invitò a sedersi.

― Beh, se non altro ai dimostrato di avere le palle. Ora però è l’ora di dare una veste ufficiale a questi colloqui.

 

Please follow and like us:
0