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Un ballo… in maschera!

La maschera c’è, ma il ballo non è quello di Carnevale!

A che cosa potremmo paragonare la pandemia in atto nel mondo, se la accostassimo a un ballo? Forse, inizialmente, a un grande giro di walzer, a cui far poi assumere le sembianze di una polka, quindi di un rock and roll, o di una samba, di una salsa, di un fox-trot, di una macarena, per diventare infine un pot-pourri di tutte queste danze, i cui disorientati ballerini si accoppiano con chi segue una musica differente dalla loro, eseguendo passi disordinati e scoordinati.

E alle maschere, quale ruolo assegneremmo? Sono peraltro diventate “mascherine”, in questo ballo, quelle che ormai fanno parte delle nostre vite. Piuttosto, come ci si districa quando le si indossa? Magari con disagio, maldestramente, indisciplinatamente, senza seguire le regole indicate, oppure si è ligi alle disposizioni? Pur desiderando farlo seguendo tutti i crismi, le difficoltà che si incontrano non sono trascurabili, sotto diversi aspetti. Personalmente ci ho provato e continuo a impegnarmi disciplinatamente, ma devo ammettere di aver incontrato non poche difficoltà, e di differente natura.

Una di queste difficoltà, niente affatto trascurabile, riguarda gli occhiali. Se qualche Lettore è costretto, come me, a farne uso, non so se anche a lui pare di trovarsi davanti a un “muro”, lasciando un ambiente chiuso per uscire all’aperto (cosa, questa, che costituisce del resto di per sé un’impresa, con le restrizioni che ci costringono a rimanere in casa!). Difatti, immancabilmente, dopo pochi passi mi si appanna la vista e i “riconoscimenti facciali” del prossimo divengono un enigma difficilmente risolvibile.

L’estate scorsa, in condizioni di “non appannamento”, mi capitava sovente di salutare qualcuno che, con aria sospettosa, si bloccava di colpo chiedendomi: «Ci conosciamo?», dopodiché mi vedeva, in estremo imbarazzo, domandare scusa per averlo scambiato per qualcun altro. Ogni tanto riuscivo però ad assegnare un’indovinata appartenenza a un paio di occhi che risvegliava ricordi reconditi, ma sventuratamente, con l’avvento dell’autunno e poi dell’inverno, ogni persona che incontro rappresenta, senza scampo, un perfetto sconosciuto. In effetti, quando mi sento salutare con tono amichevole da voci che, vellutate o cavernose, escono da mascherine dalle svariate fogge, mi vedo costretta a sfilare gli occhiali dal naso, strizzare gli occhi e infine arrendermi domandando con palese disagio a chi appartenga, quel saluto cordiale. Mi profondo poi in sentite scuse, specificando che l’appannamento degli occhiali mi impedisce di capire a chi appartengano quegli occhi al di sopra della bocca e del naso di chi mi sta di fronte, scorgendo soltanto particolari offuscati e irriconoscibili. A volte conto sulla buona sorte, che mi soccorre in virtù di un abbigliamento da accostare alla persona svelatasi nell’incontro precedente, ma se non si tratta di un capo unico, di sartoria, rischio di incorrere in una gaffe ancora peggiore del mancato riconoscimento. E la situazione, da imbarazzante e problematica, rischia di diventare grottesca!

Questi tentativi di composizione di “puzzle umano” è una quisquilia, se confrontata ai seri rischi che si corrono a causa degli occhiali appannati. Non frequentando amici né parenti in ragione dei “divieti di frequentazione”, posso soltanto esporre esempi che mi riguardano personalmente. Mi è capitato di essere protagonista di due spettacolari capitomboli nel bel mezzo di una via centrale piena di gente – non si era difatti in “zona rossa” e chi poteva ne approfittava per uscire di casa -. Non sto a descrivere l’impaccio e la rabbia – ben superiori ai dolori alle caviglie e alle spalle – che hanno suscitato in me le peraltro giustificate e comprensibili risatine di chi, divertito dal mio capitolare sul marciapiede, si nascondeva dietro un pilastro.

Ferita nell’orgoglio di chi si sente vittima incolpevole di una situazione quasi pirandelliana, alla seconda “discesa al suolo” ho pensato di scrivere sulla sezione “note” fornita dal cellulare tutti i punti dove si trovavano i gradini “sfuggiti alla vista”, che costituendo un attentato alla mia stabilità avevano provocato i precedenti incidenti. Contavo di consultarli nell’intraprendere i soliti percorsi verso il supermercato o la scuola della nipotina (tutta vita mondana!). Non avevo però considerato che anche per leggere gli appunti avrei dovuto avere una visuale “libera” dal vapore sprigionato dalla mascherina quindi, al primo ostacolo incontrato proprio nel tentativo di individuare, cellulare alla mano, le note presunte “salvatrici”, la forza di gravità ha nuovamente avuto ragione sulla mia illusione di prevedere i pericoli. Altro capitombolo, altre risate soffocate nei passanti, altra resa incondizionata da parte mia!

Che potevo dunque fare? Non mi restava che procedere attaccandomi ai muri fino al raggiungimento della meta, incurante di chi mi domandava: «Signora, si sente male? Posso fare qualcosa per lei?», senza sapere che quei gesti cortesi non facevano che aumentare la mia rabbia e il mio rancore verso quella mascherina incolpevole, perché il colpevole, si sa, è soltanto quel “mostro” dagli aculei variopinti che è entrato nelle nostre vite imponendoci ogni sorta di privazioni.  

Si dice ci si abitui a tutto, anche alle peggiori situazioni. Mi sono quindi adeguata a queste esigenze, ma senza scontata rassegnazione, accettando finanche con ragionevolezza che siano entrate a far parte della mia quotidianità, consapevole dei rischi e dei pericoli che comporta l’indossare quella mascherina che non fa certo parte dei tradizionali balli in maschera evocati dall’incombente Carnevale… perché purtroppo non è soltanto legato al fatto che quell’INA sia il prodotto di un suffisso, a farne un intruso infiltrato nella parola-madre e nelle nostre vite…

Continuiamo dunque a ballare tutti insieme, seguendo il ritmo di una sinfonia che, attualmente, armoniosa non è, cercando però di contrastare la danza sconsiderata che ci vede impegnati in una battaglia che dovrà pur avere una fine, e da cui dovremo assolutamente uscire vittoriosi. Voglio credere che con fiducia e tenacia riusciremo a riequilibrare le note, a fare in modo che i ballerini ritrovino lo stesso passo in quello dei propri compagni, giungendo alla fine ad annullare, dal mosaico dei balli dissennati, tutti gli intrusi, lasciando libero di esprimersi il solo, piacevole e rassicurante ritmo del walzer. Quel walzer che, facendoci dolcemente e universalmente volteggiare, farà librare la speranza di un mondo migliore, ridonando ai cuori e alle menti la capacità di ritornare a sognare, perché… Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni (William Shakespeare, “La Tempesta”)…

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Walter Manzoni ()

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