Luce dalle crepe epub

7,99

Romanzo psicologico, romanzo di formazione. Una giovane psicologa con le proprie fragilità, al lavoro come in famiglia, un legame affettivo stabile solo in apparenza, la necessità di una crescita interiore, di una consapevolezza di sé, nuovi incontri che cambiano inaspettatamente la sua vita.

 

EAN: 9788897382560 COD: 8945 Categoria: Tag: ,

Romanzo psicologico, romanzo di formazione.

Cecilia guardò il fascicolo che aveva davanti, sapeva che c’era una storia di vita su quel tavolo. Doveva scegliere se entrare a farne parte.

Una crepa rompe la continuità di una superficie, dando la sensazione a chi guarda che non c’è più stabilità. Ma da essa può entrare un filo di luce… Cecilia lavora come educatrice in una casa abitata da persone con problemi psichici. L’arrivo di un personaggio particolare, Armando, la mette duramente a confronto con le proprie fragilità e paure. I suoi repentini cambi di umore, il suo comportamento minaccioso e svalutante, fanno sentire Cecilia insicura, la portano a mettere in dubbio le proprie scelte professionali. Quella casa diventa lo scenario principale in cui si svolgono le vicende ed è in giardino che avvengono le scoperte più importanti. La forza di quell’incontro travolge anche il rapporto con il fidanzato, Marcello, che ha sempre sostenuto e guidato Cecilia, in una relazione che ora sembra soffocarla impedendole di esprimersi. Un rapporto che viene incrinato, ulteriormente, dall’entrata in scena di un corteggiatore misterioso, capace di mettere Cecilia in contatto con parti di cui nemmeno lei è consapevole. L’improvvisa malattia del padre e la richiesta da parte dei fratelli di lasciare il suo lavoro per entrare nell’azienda di famiglia, la costringono a prendere una decisione difficile…

   

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Silvia Rivolta

Silvia Rivolta Silvia Rivolta, classe 1979, psicologa e psicoterapeuta. Ha scritto diversi articoli ed è co-autrice del libro La mente Ampliada. I gruppi di psicoanalisi multifamiliare (In.edit 2018) inerente la sua professione. Appassionata da sempre di lettura e scrittura, ha aperto un blog in cui parla di libri: www.ilmiosegnalibro.it. Luce dalle crepe è il suo primo romanzo. Nel 2022 vince il concorso Storie di donne 2022 con il racconto In ottantaquattro passi.
Prezzo di copertina

€ 17,00

In copertina

Bagliori, acquerello di Simone Galimberti, collezione privata

Pagine

230

Lingua

Italiano

Genere

romanzo psicologico, romanzo di formazione, romanzo d'introspezione

Ambientazione

Monza, Milano

Anteprima

1

 

Cecilia amava svegliarsi presto la mattina, quando tutto fuori era ancora fermo, quando non si sentiva nulla, alcun suono, soltanto il rumore del suo corpo in movimento. Dal letto si spostava sul divano in sala, portando con sé un romanzo, quello che aveva avuto accanto, durante la notte, sul comodino.

Leggere appena alzata era il suo modo per cominciare la giornata. Poi la sveglia suonava, lei sapeva di dover iniziare a prepararsi, ma rimaneva sul divano, a leggere. E finiva sempre per essere in ritardo. Anche quel giorno faticò a chiudere le pagine del libro che aveva tra le mani, sentiva che qualcosa della protagonista parlava di lei. Scoppiava una bomba, la ragazza del libro aveva fatto scoppiare una bomba in un ufficio postale.

«Non posso arrivare tardi anche questa mattina!»

Raggiunse velocemente il bagno, rimproverandosi. Indossò i primi vestiti che trovò sul bordo della vasca che oramai utilizzava come un secondo appendiabiti, si spostò in cucina e in un sorso mando giù il caffè rimasto nella moka dalla sera precedente. Prima di aprire la porta, si mise il cappotto e, soltanto una volta uscita, si ricordò dei guanti e della sciarpa che aveva preparato sulla sedia in camera, ma non aveva più tempo per rientrare a prenderli.

Corse giù per le scale, con le scarpe ancora slacciate, mentre frugava nella borsa per cercare di trovare le chiavi della macchina. Uscì dal portone e il freddo la obbligò a fermarsi, un attimo, come se il suo corpo avesse avuto bisogno di abituarsi a quel cambio di temperatura.

Mentre camminava per raggiungere l’auto, Cecilia dovette riconoscere che la scelta di parcheggiarla per la strada era stata un errore. La sera precedente era stanca e aveva fame, e quei pochi minuti di scarto per aprire e chiudere il box le erano sembrati insostenibili. Ma il poco tempo risparmiato, lo pagò quella mattina: l’auto era tutta ghiacciata, anche la maniglia per aprire la portiera. A fatica riuscì a entrare, dovette perdere diversi minuti per sbrinare il parabrezza, il riscaldamento al massimo, puntato sul cristallo. In quel momento, le venne in mente il suo benzinaio, ogni volta cercava di rifilarle lo spray decongelante e, tutte le volte, Cecilia lo rifiutava, gli diceva che le sembrava un acquisto inutile, per lei che aveva il garage. Si immaginò che la potesse vedere in quel momento, le venne da sorridere.

Decise di partire, la visibilità era ancora ridotta, sapeva che non era prudente, che avrebbe dovuto aspettare, ma il tempo scorreva inesorabile e il ghiaccio alla prima curva si sarebbe sciolto completamente.

 

Non c’era molto traffico, Cecilia si rincuorò, il ritmo dentro di lei si fece meno incalzante. Slacciò i primi bottoni del soprabito, regolò il riscaldamento e accese la radio.

Da anni, quei viaggi in auto le permettevano di mettere ordine nei suoi pensieri o di fare disordine, quando si sentiva intrappolata dai suoi troppi schematismi.

Iniziò a tamburellare sul volante, al ritmo della musica, e poi prese a cantare, c’erano mattine in cui alzava così tanto la voce che le vene del collo le pulsavano; forse lo faceva apposta, per attirare gli sguardi degli altri guidatori, voleva che pensassero che fosse felice. Che stava andando incontro a una vita piena di entusiasmo.

In realtà, sotto a tutto quel rumore, c’era il tentativo di prepararsi ad affrontare un’altra giornata.

Era lunedì, c’era da organizzare il cambio delle lenzuola, la spesa, cosa cucinare per pranzo. Dentro di lei, nei suoi pensieri, continuava a chiamarli i ragazzi, anche se la maggior parte aveva il doppio dei suoi anni. Per loro, la dimensione del tempo, sembrava avere regole differenti. Qualcuno era invecchiato in fretta, per altri, pareva che lo scorrere della vita si fosse fermato.

«Sono io, Cecilia.» Dall’ufficio le aprirono il cancello.

Erano trascorsi quattro anni da quando aveva suonato quel citofono per la prima volta, era primavera. Cecilia si era stupita quando si era trovata davanti a una casa. Non sembrava un luogo di cura, non aveva l’aspetto di una clinica. Era una palazzina di due piani con un giardino tutto intorno. Nessuno indossava camici o divise, all’inizio non era riuscita a distinguere chi fossero i pazienti e quali gli operatori in servizio. Soltanto dopo, si era accorta che chi lavorava portava dei tesserini di riconoscimento che finivano, però, sempre nascosti tra gli abiti.

Le stanze erano quelle di una normale abitazione, c’erano la cucina, il salotto, al secondo piano le camere da letto. Soltanto gli uffici avevano porte che si chiudevano a chiave, con targhette esposte.

Poi aveva sentito quell’odore. Entrare era stato come attraversare un confine e il passaggio fra il fuori e il dentro non aveva avuto a che fare con una porta o un androne, ma con un sentore che a Cecilia non aveva richiamato nient’altro: era qualcosa tra l’odore di fumo, di chiuso, di stantio, come quando un alimento, per un’eccessiva o un’inadeguata conservazione, perde le qualità che aveva da fresco, prendendo un sapore di vecchio, di muffa. E non aveva a che fare con lo sporco o con la trascuratezza, perché gli ambienti erano puliti e curati con attenzione. Era altro. Si era sentita avviluppata da quell’aria, come fosse una coperta pesante che l’aveva avvolta, costringendola, facendola sentire compressa. Una volta uscita non c’era stato più niente di quella sensazione. Quell’odore non lo aveva più sentito nel naso, non l’aveva ritrovato sui vestiti e non era da nessun’altra parte. E con il tempo, non l’avrebbe più percepito.

Aveva i capelli lunghi, quel primo giorno. Li aveva tagliati qualche mese dopo. E da allora li portava poco sopra le spalle.

 

La direttrice era già arrivata, era lei che le aveva risposto, Cecilia fece di corsa le scale stando attenta a non scivolare, era tutto ghiacciato e, all’ultimo gradino, l’incontro con Lorenza.

«Buon giorno Cecilia, posso chiederti una cosa?»

Cecilia fece per fermare il passo, ma il piede mancò l’appoggio e andò a vuoto. Per non perdere l’equilibrio s’aggrappò alla ringhiera. Prese fiato.

«Dimmi Lorenza, ma in fretta perché hanno già iniziato le consegne e farò tardi.»

«Non so come vestirmi, non so se mettermi la gonna o i pantaloni. Mi dici se devo mettere la gonna o i pantaloni?»

Lorenza non aveva ancora finito la frase che Cecilia già sentiva l’irritazione crescere.

«Perché non provi a pensare a quello che ti piace di più, con cui ti senti meglio?»

«Ma io non lo so! Per questo ti sto chiedendo,» si faceva insistente, «cosa devo mettermi oggi. Dimmelo tu quello che va bene.»

«I pantaloni, Lorenza, i pantaloni andranno benissimo.»

Aveva sbagliato. Mentre apriva la porta dell’ufficio non riusciva a smettere di pensare a quello scambio, non era riuscita a sottrarsi, avrebbe dovuto tollerare di non dare la risposta, attendere che Lorenza arrivasse alla sua scelta, comprendere che cosa c’era in gioco.

Cecilia provava fastidio, ma al contempo qualcosa di quella donna l’attraeva. Lorenza aveva cinquant’anni, si mostrava passiva, dipendente come una bambina, sempre alla ricerca di approvazione, ma poi c’erano momenti in cui qualcosa usciva fuori, imprevisto, e che rivelava una natura diversa. Poteva esprimersi nel corpo, nelle unghie smaltate di rosso che negava di aver chiesto dando la colpa all’estetista o nel suo abbigliamento, quando lasciava intravedere un intimo raffinato che non si sapeva quando e dove si fosse acquistata. O ancora, nei suoi modi quando, tra i denti, ma consapevole di essere sentita, diceva la sua, senza mezzi termini.

Mentre si sedeva in ufficio, incapace di ascoltare quello che i colleghi si stavano raccontando della notte appena trascorsa, Cecilia si rese conto di quanto quella paziente le toccava delle corde che lei cercava di silenziare. Cercò di mettere a fuoco cosa fosse e, in quel momento, le tornò in mente la ragazza del libro, la bomba che esplode. Si trovò a domandarsi se dietro tutta quella passività, in realtà, Lorenza non nascondesse un mondo interno fatto di colori, desideri ed emozioni. Una realtà che per qualche motivo era stata costretta a inibire, a celare, ma a cui non voleva, del tutto, rinunciare. Fu in quel momento che Cecilia iniziò a percepirlo, il battito del suo cuore, in un ritmo che andava aumentando. Era impossibile metterlo a tacere.

Si era laureata in psicologia ed era finita a fare l’educatrice in una casa abitata da pazienti con problemi psichici. Questo comportava che dovesse aiutarli a lavarsi, a cambiare le lenzuola, a tenere pulito il loro spazio, organizzarsi per la spesa, accompagnarli per piccole gite, cucinare e mangiare insieme a loro. Lei stessa non riusciva a comprendere cosa l’avesse portata in quel luogo e perché continuava a volerci stare.

«Cecilia, vorrei parlarti. Appena finisci di programmare la mattinata, ti pregherei di raggiungermi.»

La voce della direttrice la distolse dai suoi pensieri, il tono era severo, Cecilia non era sicura di aver compreso. Ma annuì, senza domandare altro.

Dopo che la responsabile uscì dall’ufficio, Cecilia dovette alzarsi e avvicinarsi alla finestra. Era fine gennaio, fuori faceva molto freddo. Il giardino, l’erba, i rami degli alberi, tutto era gelato. Cecilia sentì il bisogno di aria, aprì un attimo, ne inspirò quanta più fosse possibile, richiuse. Per il freddo, sentì quasi dolore nel naso, nei polmoni.

Salutò i colleghi a cui aveva appena dato il cambio e si diresse verso la stanza dei colloqui.

Rallentò il passo.

“Busso o apro senza bussare?” “Busso o apro senza bussare?” Nella sua testa quel dilemma iniziò a ripetersi ossessivamente, rischiò di inchiodarla. Cecilia odiava quando succedeva, ma non riusciva a evitarlo.

Bussò.

 

«Entra pure Cecilia, prendi una sedia e accomodati.»

Cecilia vide la direttrice seduta alla scrivania, la sua attenzione era rivolta a un fascicolo, aperto, che aveva dinanzi a sé. Non aveva nemmeno alzato lo sguardo, poteva essere entrato chiunque altro che lei non se ne sarebbe accorta. Con questo pensiero, Cecilia si guardò intorno, tutte le sedie erano impilate e appoggiate accanto alla parete. Si avvicinò, afferrò quella in cima, la prese per le gambe in metallo e fece forza, ma era come se fosse incastrata. Intanto, le mani iniziarono a sudarle e, ogni volta, perdeva la presa. In quel momento, si rese conto che gli occhi della direttrice erano su di lei.

Stava rallentando il tempo.

Cecilia diede un colpo più forte verso il muro e poi riprese a tirare. Finalmente la sedia si liberò e lei poté prendere il suo posto, al tavolo.

«Arriverà un nuovo paziente,» la sua responsabile non perse tempo e, ancora prima che Cecilia si fosse accomodata, prese la parola, «un caso piuttosto impegnativo. Un uomo di 60 anni, con diagnosi di disturbo bipolare. Un passato di abuso di alcool e sostanze. Difficile da gestire. Ha cambiato diverse strutture, si è fatto mandare via da tutte. Ci hanno chiesto una mano perché non sanno dove collocarlo. La nostra potrebbe essere una sistemazione a tempo, massimo sei mesi, in attesa che si liberi un posto più idoneo. Vorrei che te ne occupassi. Il paziente arriverà domani, in tarda mattinata, accompagnato dall’assistente sociale. Hai a disposizione molto materiale.»

Mentre lo diceva, la direttrice radunò le pagine che aveva sfogliato fino a quel momento, richiuse la cartella e, facendola scivolare sulla scrivania, la avvicinò a Cecilia.

«Oggi potrebbe esserti utile leggere la breve relazione con cui ce l’hanno presentato, per tutto il resto avrai tempo. Ti farai un’idea di lui incontrandolo e trascorrendo insieme le giornate.»

A quel punto, la direttrice si alzò dalla sedia e si mosse rapidamente verso lo schedario. Dopo averlo consultato, ne estrasse un incartamento, con un gesto deciso, chiuse il pesante cassetto di metallo dentro il quale erano conservati tutti i documenti clinici, infine girò la chiave. Pur consapevole di quello che stava accadendo, il rumore che ne derivò colse Cecilia di sorpresa, il suo corpo ebbe un sussulto. Le vennero in mente i suoni delle celle, in carcere, quando vengono serrate, nei film. Le salì un senso di oppressione e, di nuovo, le mancò l’aria. La sua responsabile, intanto, lasciò la stanza.

Cecilia rimase in silenzio, seduta. Le mani avevano smesso di sudare e ora erano fredde, gelate. Le guardò, notò che due dita della mano destra erano diventate bianche, le solite, l’indice e il medio. Avevano assunto quel tipico colore di qualcosa che non ha più vita e che perde di sensibilità. La prima volta che le accadde, si era spaventata e si era rivolta al suo medico che l’aveva rassicurata: allo scopo di tenere caldo l’organismo, con il freddo, i piccoli vasi cutanei si stringono, se però questi si chiudono, il sangue smette di circolare e le dita diventano bianche. Non solo per il freddo, aveva aggiunto alla fine, ma anche per una forte emozione.

Cecilia guardò il fascicolo che aveva davanti, sapeva che c’era una storia di vita su quel tavolo. Doveva scegliere se entrare a farne parte. Se aprire quella cartella. Con le due dita della mano destra, l’indice e il medio.

Sulla copertina, scritto a mano, c’era riportato soltanto un nome: Armando.

 

 

2

 

L’onomanzia è la pratica divinatoria basata sull’interpretazione etimologica, simbolica e numerica del nome di una persona. Era molto popolare nel Basso Medioevo, era intesa sia per individuare presagi nel nome già imposto, sia per scegliere un nome che fosse di buon auspicio.

Cecilia ne aveva sentito parlare la prima volta all’università, a uno dei corsi che aveva frequentato appena iniziata, quando non conosceva nessuno, quando tutto le sembrava nuovo. Quando non aveva ancora capito di cosa si sarebbe occupata, quando si scriveva tutte le citazioni sul blocchetto degli appunti, pensando che prima o poi le sarebbero tornate utili e che forse, un giorno, le avrebbe anche comprese. Erano giornate di fine novembre, si muoveva abitualmente con la bicicletta e ogni volta, in aula, occupava due banchi per appoggiare la giacca, la sciarpa, i guanti e il cappello. E lo zaino sempre pieno, perché doveva portare con sé sempre tutto, come se qualsiasi cosa potesse servirle, come se ogni cosa fosse indispensabile. Anche quella mattina.

Era seduta nelle prime file, lo faceva sempre. Temeva che, se si fosse messa dietro, avrebbe perso la concentrazione, come le succedeva al liceo, quando iniziava a chiacchierare con la compagna di banco. Ma qui di compagne di banco ancora non ne aveva. Il professore di Psicologia dell’età evolutiva iniziò la lezione con qualche minuto di ritardo. Voleva recuperare il tempo perso, quindi andò di fretta, dando per scontato che tutti capissero. Cecilia faticò a seguire e, quando le succedeva era solita, dopo aver sentito una frase, fissarsi su quella, non andare oltre, scrivere sul suo quaderno cercando di ricostruire, parola per parola, quello che aveva appena sentito. Argomento del giorno l’importanza di dare un nome al proprio figlio, come l’attribuzione di un nome proprio avesse assunto significati e connotazioni diversi nella storia dell’uomo. Il docente aveva parlato di onomanzia e aveva citato Carl Jung, lo psicoanalista svizzero, riportando una frase del suo Libro Rosso. Lei l’aveva appuntata per come era riuscita: il nome che si porta significa molto. Ai malati spesso si dà un nuovo nome per guarirli, perché col nuovo nome essi ricevono anche una nuova essenza. Il tuo nome è la tua essenza. Poi non fu più in grado di ascoltare il resto della lezione e per tutta la giornata, quelle parole, le rimasero in testa.

Da quel momento, Cecilia iniziò a incontrare le persone a partire dal nome: ogni volta che qualcuno le si presentava, o ancora prima di conoscerlo, senza che nessuno lo notasse, lei andava a verificare quale fosse l’origine e il significato del nome che aveva appena sentito. Sembrava un gioco all’inizio, nella fantasia le succedeva anche di cambiare nome alle persone quando quello che avevano, secondo Cecilia, non coincideva del tutto alla loro personalità. A poco a poco diventò qualcosa di cui non poteva fare a meno.

Anche quel giorno.

 

Appena terminato il turno di lavoro, Cecilia chiamò Mia, l’amica della vita, e la raggiunse a casa.

Mia era davanti al lavello, in cucina, con il rubinetto aperto e la radio accesa a tutto volume, per questo non si accorse che Cecilia era entrata dalla porta. Nell’aria, note di pane tostato e di formaggio filante si univano all’odore del detersivo per i piatti che, probabilmente, Mia stava abbondantemente utilizzando. Era ancora presto per cenare e Cecilia si domandò come mai l’amica avesse già mangiato.

Mia indossava un paio di jeans e una maglietta estiva, doveva fare caldo in quella casa, ma la percezione di Cecilia non era quella, il suo corpo era freddo, come bloccato. La sensazione era di qualcosa che non riusciva a ripartire, come l’impianto di riscaldamento, quando dal rumore annuncia la partenza che però non arriva. E i termosifoni rimangono freddi, con l’acqua che inizia a circolare, con il rumore di qualcosa che sembra funzionare, ma che rimane privo di calore.

Quando finalmente si accorse della sua presenza, Mia le andò incontro asciugandosi le mani nei pantaloni, lasciandone inevitabilmente traccia. Altre gocce d’acqua erano finite sul parquet chiaro, solo in controluce, il giorno dopo, si sarebbero viste le macchie. La fece accomodare sul divano, si misero l’una vicina all’altra.

«Ho letto sulla cartella clinica che si chiama Armando e quello mi è bastato. Tu hai idea di cosa significhi Armando? È un nome di origine germanica che significa uomo forte, ardito, uomo d’armi. Un guerriero insomma! Non me la sento di averci a che fare, veramente! Domani torno e dico che non me la sento. Anzi, dirò che si sono sbagliati sul mio conto, che non sono in grado» esordì Cecilia.

«Uomo d’armi?»

Mia assunse uno sguardo preoccupato, si alzò, fece avanti e indietro per la sala massaggiandosi la testa. Sembrò intenta a pensare a qualcosa, come a cercare una soluzione. Poi si fermò, Cecilia la vide girarsi, guardarla negli occhi e farsi seria.

Mia riprese la parola: «E se invece, come prima cosa, quando domani ti presenterai, gli chiedessi se ha una pistola? Se ti dice di no, e me lo auguro per te, sarai salva! E potrai dirgli che da quel momento si chiamerà Mansueto. Esiste il nome Mansueto?»

Cecilia rimase in silenzio fissando l’amica. All’inizio non comprese, poi l’espressione di Mia cambiò, la vide sorridere e poi ridere senza riuscire a trattenersi. Fu in quel momento che Cecilia iniziò a sentire che la tensione si stava sciogliendo, come se il sangue avesse ripreso a circolare dentro il suo corpo. Si guardò le mani, le sue dita avevano riacquistato colore. Ora sentiva del calore.

 

Aveva conosciuto Mia ai tempi dell’università. Pur provenendo dalla stessa città, si erano incontrate per la prima volta nei corridoi del dormitorio universitario dove vivevano, da studentesse fuori sede. Mia era di un anno più grande, era iscritta a Giurisprudenza ma non era quello che avrebbe desiderato: diceva che avrebbe voluto fare l’infermiera, ma la madre non la riteneva una professione edificante. E nonostante questo, frequentava le lezioni e sosteneva tutti gli esami, superandoli. Appena conosciute, Cecilia si era chiesta come Mia potesse riuscire in qualcosa che non aveva scelto, poi, con il tempo, capì che per l’amica era stata l’unica possibilità di dare voce a due anime: quella che sentiva l’esigenza di prendersi cura degli altri e quella che cercava di comprendere il senso della giustizia. Alla fine, si era laureata con una tesi sulla salute come diritto fondamentale e interesse collettivo.

La prima volta, Cecilia l’aveva sentita, prima ancora di vederla. Verso la metà di Gennaio del 1999, il dormitorio era ancora piuttosto vuoto, nell’aria un odore come di qualcosa che non viene vissuto da settimane. Le lezioni all’università non avevano ancora ripreso dopo la pausa natalizia e gli studenti che dovevano preparare gli esami preferivano farlo da casa. Cecilia, invece, era partita, per lei c’era un luogo in cui abitare e uno in cui studiare e quello era il momento di trovare la concentrazione.

Poco dopo cena, mentre leggeva nella sua stanza, udì un suono di chitarra e qualcuno che cantava, provenivano dal corridoio, sembravano lontani. Le parve di riconoscere la melodia di una canzone di Fabrizio De André, la cui morte era stata annunciata qualche giorno prima, dalla televisione. Era una donna, che cantava: il tono era malinconico e nella voce, profonda, si sentiva dell’inquietudine. Cecilia si era messa a seguire quei suoni, gli unici quella sera, finché se la trovò davanti: Mia era seduta per terra, nel corridoio, aveva gli occhi chiusi. C’era solo lei. Iniziarono a parlare di loro, e da quel momento non avevano mai più smesso.

Tornata in camera, come prima cosa, consultò il libro dei nomi, era la prima persona che conosceva a chiamarsi Mia: da Maria, il cui significato è amata. Chi porta quel nome è una persona con un carattere forte, deciso, le piace lavorare sodo e sa abbinare la sua fantasia con le cose concrete ed è dotata di un particolare intuito.

Fu di buon auspicio. Cecilia l’amò dal primo momento. Mia era quel che faceva vedere: autentica e fin troppo spontanea quando diceva o faceva quello che le passava per la testa, senza pensarci troppo. Ma non arrivava mai a essere insolente. Era sottilmente ironica e segretamente impegnata, non voleva che la si prendesse troppo sul serio, amava sentirsi libera e si mostrava come se niente la toccasse. Faceva rumore, quando ti era vicina non potevi non udirla. Ed era bella, con un viso delicato e rotondo, con gli occhi azzurri e intensi che non potevi non guardare. Aveva la pelle chiara, senza un difetto, ma con il sole le spuntavano delle efelidi che la rendevano quasi maliziosa. Era robusta, questo il terreno di scontro con la madre, che la voleva magra. E più la madre desiderava che lo fosse e più Mia ingrassava.

Al termine dell’università, decisero di tornare nella loro città, Monza, e di prendersi casa non troppo lontane.

 

«Lo capisco che tu possa essere spaventata,» Cecilia vide Mia avvicinarsi, le si sedette ancora a fianco, lo sguardo era accogliente e il tono deciso, «ma a volte bisogna prendere le cose come vengono e viverle come un segno del destino. Chissà che non abbia un senso che questo paziente sia arrivato proprio ora e la tua responsabile abbia deciso di affidartelo.»

Cecilia rispose con urgenza, quasi non le lasciò finire la frase: «Sì, il senso di confondermi ancora di più… ha l’età di mio padre, che credibilità vuoi che abbia? Ancora non riesco a gestire il rapporto con i miei genitori, ma cosa vuoi che riesca a fare con un paziente così? E poi non so nemmeno cosa ci faccio ancora lì, in quel posto, per quanto tempo ancora ci resterò, se è il lavoro che fa per me e che voglio.»

Sapeva che in quei momenti l’unica possibilità era che qualcuno prendesse di petto quella parte di lei che, capricciosamente, puntava i piedi. E Mia lo sapeva fare.

«Ma dai, Cecilia, forse la vita ti sta offrendo una possibilità. In questo momento, metterti in gioco è l’unica cosa che può portarti a chiarire i dubbi rispetto a quello che vuoi fare e a toglierti qualche insicurezza. Prendila così: ora non puoi decidere, devi andare avanti» Mia fece una pausa.

Cecilia capì che stava esitando, che non sapeva se proseguire o fermarsi.

Mia andò avanti: «Non puoi stare sempre dietro, in seconda fila, e lamentarti che non vedi bene e che non ti vedono!»

L’amica riusciva sempre a colpire nel segno. Cecilia la vide alzarsi, fare dei passi decisi verso la cucina, la sentì aprire un’antina, rovistare tra le provviste; si udì il rumore di qualcosa che viene privato del suo involucro, carta mista ad alluminio.

All’improvviso si ritrovò in bocca il gusto dei biscotti salati che sua madre le metteva in tasca ogni volta che partiva per andare a sostenere un esame all’università, dopo che aveva tentato, in tutti i modi, di farsi tenere a casa, perché non si riteneva mai abbastanza pronta.

Per farsi ascoltare, alzò il tono della voce: «Non lo so, Mia, continuo a pensare che non ne uscirà niente di buono…»

Mia si tolse alcune briciole che le erano rimaste sulla maglia, rimase in piedi questa volta.

«Ti piacerebbe, vero? Credo che il problema sia proprio questo, che tu te la stia facendo sotto perché dentro di te sai che ce la potresti fare. E a quel punto non potrai più tornare indietro e dovrai prendere una decisione» disse. Poi si guardò il polso, l’orologio. «Sai che devo proprio andare? Mi spiace. Ti avrei detto di rimanere, ma questa sera abbiamo le prove generali.»

Cecilia si rese conto di non essersi mai mossa da quando era entrata, aveva ancora indosso il cappotto e, in mano, la chiave della macchina. Fece per alzarsi.

«A proposito, sei riuscita a liberarti per domani sera?» Mia frequentava da tempo una scuola di canto che organizzava serate in locali della zona. «Il concerto, ricordi?»

Cecilia cercò di evitare il contatto visivo, si mise a rovistare nella borsa alla ricerca di qualcosa che non sapeva cosa fosse. L’amica intanto attendeva, sul viso un’espressione interrogativa, quasi indagatoria. L’aspettava al varco.

«Ci ho provato Mia, ma ti avevo anticipato che sarebbe stato difficile. Marcello mi aveva detto, già un mese fa, di non prendere impegni, che avremmo dovuto cenare con il responsabile delle risorse umane della società concorrente, in cui spera di essere assunto. Ho provato a dirgli del tuo concerto, ma sai com’è, quando ci sono in gioco le sue cose di lavoro…»

Le stava mentendo. Non aveva detto niente al fidanzato, consapevole che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di trovare un compromesso, di negoziare un’altra data per la cena. E voleva evitare che lui ripartisse con le solite critiche a Mia, alla vita che conduceva. Per lui era una donna immatura e inconcludente.

«Ecco, appunto, le sue cose. Non sono mai le vostre cose. Non sono mai le tue.» Mia abbassò il capo e alzò le spalle.

Cecilia cercò di riparare: «Cercherò di fare il possibile per raggiungerti, una volta finita la cena, mi farò accompagnare da lui. Dai, lo sai che ci tengo!»

«Fai sempre così, cerchi di tenere tutto insieme. Di non scontentare mai nessuno. È difficile capire dove veramente vuoi stare. Comunque non ti preoccupare, dai, verrai al prossimo.»

Sapeva che Mia lo diceva solamente per non farla sentire in colpa, che era dispiaciuta, che avrebbe desiderato che lei ci fosse.

«Mi spiace solo che domani canteremo musica italiana, ci saremmo divertite. Alla fine non ne avrò più, già lo so…»

Uscirono di casa insieme. Fuori era oramai buio.

 

 

 

3

 

Monza e Milano distano pochi chilometri, ma più lunga era la distanza fra la casa di Cecilia e il posto di lavoro. Il tempo che si impiegava in macchina non era mai possibile prevederlo, dipendeva dal traffico, che cambiava in base all’ora, e, in alcuni momenti della giornata, anche dal minuto della partenza. Cecilia non era mai riuscita ad abituarsi a prendere i mezzi pubblici, se ne rammaricava per l’ambiente, per l’inquinamento, ma non tollerava di spostarsi senza la sua auto. Era come una seconda casa, dentro la quale aveva vestiti di ricambio, provviste, fotografie dei suoi cari, libri. Uno spazio a metà tra il privato e il pubblico, dentro il quale sentiva di potersi rifugiare, nascondere e trovare ristoro, prima di affrontare le fatiche del mondo esterno.

Ogni mattina, quando arrivava a un certo punto del percorso, iniziava a cogliere i segnali che le avrebbero permesso di scegliere se imboccare la tangenziale o se prendere la strada che attraversava Milano. E ogni volta, metterci meno tempo, diventava una specie di sfida.

A chi le chiedeva perché non si trasferisse, perché non comprasse casa in città, riferendosi a Milano, perché per qualcuno Monza era ancora una cittadina di provincia, quasi in campagna, Cecilia non sapeva che rispondere, quella domanda non le apparteneva. Non se l’era mai posta, quel tragitto era faticoso per gli altri, non per lei.

Monza era il luogo in cui era nata, in cui viveva la sua famiglia. Ogni angolo le raccontava un pezzo della sua storia. Da lì era possibile trascorrere con gli amici le domeniche pomeriggio al lago di Como e Lecco, soprattutto d’estate. Dalla finestra di casa poteva vedere le montagne, d’inverno innevate. Quando suo padre andava a trovarla, ci teneva che lo stesse ad ascoltare mentre indicava e nominava le cime dei monti, e mentre lo faceva raccontava che dalla cella campanaria del Duomo, nei giorni di cielo terso, si potevano vedere il Resegone, le Grigne e poi aggiungeva di diffidare da chi sosteneva che si potessero vedere il Monte Rosa, il Cervino o il Monte Bianco.

A pochi passi da casa, Cecilia aveva il parco con la sua Villa Reale. Le veniva da emozionarsi ancora, dopo tutti quegli anni, quando percorreva di sera il vialone illuminato che apriva la vista alla reggia.

La Brianza le apparteneva come lei apparteneva a quel territorio, fatto di persone apparentemente ruvide, troppo concrete, ma genuine, discrete e profondamente capaci di movimenti di calda solidarietà.

Cecilia si alzò prima del solito, voleva partire prima che la sveglia segnasse le sette. Dieci minuti di ritardo le sarebbero costati almeno quaranta minuti in più di guida.

 

«Vi ringrazio veramente tanto per avermi accolto. Non ne potevo più di stare in ospedale. Mi darò da fare, farò tutto quello che sarà necessario, farò il possibile per non creare problemi, sarà come non avermi.»

Quella mattina, come da programma, il paziente era arrivato. Lo avevano fatto accomodare nella stanza dei colloqui, con lui l’assistente sociale. La direttrice, seduta alla scrivania conduceva l’incontro. Era tranquilla e misurata. Quando la osservavi, avevi l’impressione che sapesse sempre cosa fare e cosa dire e se si esprimeva sollevando dubbi o interrogativi era per indurli nell’altro, per portarlo a riflettere.

Cecilia le era seduta a fianco, osservava lo scambio e faticava a mettere insieme quanto le avevano anticipato di quell’uomo, dal suo modo di presentarsi. Non c’era davanti a lei l’Armando che si aspettava, l’uomo d’armi, ardito, il guerriero, non lo trovava. Non ancora, quantomeno.

«Mi scusi, Armando, a tal proposito, ma come mai era finito in ospedale?»

La direttrice non si fece scappare l’occasione, Cecilia comprese che con quella domanda c’era la volontà di evidenziare una contraddizione nei suoi racconti e nel suo atteggiamento.

La sua responsabile, a quel punto, distolse lo sguardo da lui. Cecilia, con la coda dell’occhio, la vide sistemarsi gli occhiali da vista e prendere la penna per compilare i documenti necessari per l’ingresso del paziente. La risposta le importava poco.

Cecilia fece per toccarsi i capelli, le succedeva quando era molto concentrata, ne prendeva una ciocca e cominciava ad arrotolarsela, ripetutamente, attorno al dito, si dovette trattenere dal farlo.

Appoggiato fino a un attimo prima allo schienale della sedia, Armando, pur rimanendo seduto, si sporse in avanti. E rispose.

«Guardi dottoressa, io non lo so. Dove stavo prima nessuno aveva voglia di lavorare. Sporco dappertutto. Nessuno che si dava da fare. Io pulivo tutto il giorno e cucinavo. E gli operatori si lamentavano perché dicevano che davo ordini, che ero arrogante, che con il mio atteggiamento spaventavo tutti. Io non sono d’accordo. E poi, io non riesco a stare con le mani in mano. Mi dovete far lavorare, io sono abituato a lavorare. Vede le mie mani, dottoressa, sono consumate. Ho sempre lavorato, la mia casa me la sono costruita da solo, anzi un giorno dovreste venire a vederla. È un po’ fuori dal paese, perché…»

Armando ebbe un’esitazione, non riuscì a proseguire, abbassò lo sguardo. Gli occhi si riempirono di lacrime. Ma non pianse. Non disse più nulla.

«D’accordo Armando, non la trattengo oltre. Le presento la dottoressa Cecilia, è una psicologa, è la persona a cui potrà fare riferimento. Leggerete insieme il regolamento, le spiegherà di noi e dell’organizzazione che abbiamo. Ora l’accompagnerà nella sua stanza e, insieme, sistemerete le sue cose.»

Una psicologa. Cecilia si meravigliò, non la presentava mai in quel modo.

«La ringrazio, dottoressa, la ringrazio tanto. Mi comporterò bene.»

 

Uscirono dalla stanza dei colloqui e rimasero soli nel corridoio. Cecilia fece per presentarsi, porse la sua mano. Armando non rispose al gesto. La fissò, ma era come se non la vedesse. Lo sguardo andava oltre. La sua espressione era completamente cambiata rispetto a un attimo prima. Indossò un paio di occhiali da sole, a specchio.

«Mi dici qual è la mia stanza? Sono da solo o c’è qualcuno con me?»

«Il suo compagno di stanza è Enrico, la sta aspettando.»

Gli aveva dato del lei. A tutti dava del tu. Tutti si davano del tu. Tranne la sua responsabile. Perché le era uscito quel lei?

«Lo sapevo, mi avevano detto che avrei avuto la stanza singola, ma avevo già capito che era un modo per convincermi a venire in questo posto. Non c’è mai una cazzo di struttura in cui ci siano stanze singole. Del resto, come mi dicono sempre, non sei mica in un albergo. Speriamo almeno che quest’altro si lavi, che non puzzi.»

Eccolo l’Armando che si aspettava di trovare! Lui non ci aveva messo molto a mostrarsi e, nonostante Cecilia lo avesse previsto, rimase sconcertata dal cambiamento così repentino. Iniziò a sentire le pulsazioni nello stomaco, il battito cardiaco si fece vigoroso e accelerato, quasi ebbe paura che lui lo potesse udire. I muscoli del corpo si fecero tesi e le mani iniziarono a sudarle.

Armando continuò a parlare tra sé, si abbassò, prese le sue cose e iniziò a dirigersi verso le camere. Non si stava rivolgendo a Cecilia, c’era solo lui.

Non aveva una valigia o una borsa. C’erano sacchi della spazzatura, neri, che trascinava per il corridoio. Una vita conservata in sacchi della spazzatura. Indossava una canottiera, sul corpo diversi tatuaggi e le braccia mostravano i segni di dolorose battaglie. Aveva diversi anelli alle dita e una collana d’oro al collo. Gli rimanevano pochi capelli, bianchi, fini, raccolti in un codino. Sembrava un pirata. Sofferente.

Lo seguì e fu a quel punto che, per la prima volta, avvertì un odore intenso, sgradevole. Armando lasciava dietro di sé una scia di profumo, forse acqua di colonia di bassa qualità, che diventava nauseante non appena si percepiva. Per coprire l’odore della sua pelle aveva esagerato e il risultato era stucchevole.

In quel momento, le venne in mente la morte di suo nonno, i giorni successivi, quando le persone andavano a rendere omaggio alla salma e in casa c’era quel profumo, esagerato. Pur essendo soltanto una bambina, Cecilia aveva subito compreso che tutto quell’odore serviva a coprirne un altro.

 

Cecilia gli indicò la stanza. Entrarono.

«Dobbiamo fare insieme. Ci sono delle cose che non si possono tenere in camera e servirà inserirle in un cassetto nel nostro ufficio, ad esempio, le forbici per le unghie o le lamette per la barba.»

Fece per aprire uno dei sacchetti che Armando aveva appoggiato accanto al letto.

Lui la fermò, le prese il braccio e glielo strinse.

«Senti, ragazzina, non mi dire cosa devo fare. Non mi stare addosso. E non ti permettere di toccare le mie cose se non sono io a chiedertelo!»

Cecilia rimase paralizzata. Cercò di mandare giù la saliva, ma non ne aveva, la bocca era completamente asciutta. In quel momento sarebbe scappata fuori dalla stanza, le mancava il fiato, ma sapeva che non era la cosa da fare. Che se l’avesse fatto, non avrebbe più potuto occuparsi di lui. Cercò di mantenere la calma e trovare le parole, ma dentro si sentiva schiacciata dall’ansia.

«Ha ragione Armando, sono stata un po’ frettolosa. Quelli sono oggetti personali. E per metterci le mani, avrei dovuto concordarlo con lei. Le chiedo, però, di fare lo stesso, non serve che lei mi stringa fino a farmi male, può parlare quando qualcosa non va.»

Lo aveva detto.

Cecilia continuò silenziosamente a osservarlo mentre sistemava le sue cose. Armando raccolse in una parte del letto tutto ciò che poteva essere considerato pericoloso e glielo porse.

«Lo so cosa si può tenere in stanza e cosa no. Ho cambiato non so quanti centri nella mia vita. Non mi stare addosso. E non mi dire cosa devo fare.»

Lei lo guardò, non disse più nulla. Uscì dalla stanza, le mani le tremavano. Mentre si allontanava, in corridoio, continuò a rivivere, momento per momento, lo scambio con Armando: si chiese cosa avrebbe potuto fare di diverso, le vennero in mente altre parole, un tono più assertivo. Si era sentita inadeguata, impotente e non in grado di gestire emotivamente la situazione.

Si fermò un attimo e, davanti alla porta dell’ufficio, prima di entrare, si sentì addosso, sulle spalle, nella testa un grosso peso.

Autrice

Luce dalle crepe epub 7

Silvia Rivolta, classe 1979, psicologa e psicoterapeuta. Ha scritto diversi articoli ed è co-autrice del  libro La mente Ampliada. I gruppi di psicoanalisi multifamiliare (In.edit 2018) inerente la sua professione. Appassionata da sempre di lettura e scrittura, ha aperto un blog in cui parla di libri: www.ilmiosegnalibro.it. Luce dalle crepe è il suo primo romanzo.

Recensioni

  1. wlmedizioni

    Recensione di Alessia Sieri sunta dal blog Un libro tira l’altro ovvero iL PassaparoladeiLibri.it 20/12/2021
    […] L’autrice racconta quindi di un percorso di rinascita e di consapevolezza, in cui Cecilia si libera dalle zavorre della sua vita e spicca il volo solo con le sue ali, più forti di quanto mai avrebbe pensato.

  2. wlmedizioni

    Recensione di Giovanni Giusto sunta da VasodiPandora.online 18/10/2021
    Armando, Giacomo, Marcello e Mia l’alter ego amica del cuore delineano il percorso personale e professionale della protagonista Cecilia che si sviluppa attraverso emozionanti e coinvolgenti ritratti ambientali. L’opera prima di Silvia Rivolta mi ha piacevolmente coinvolto inducendomi ad una lettura […] “tutta d’un fiato” e che mi ha fatto vivere emozioni intense […] attraverso la descrizione della protagonista che riesce, infine, a trovare la propria dimensione personale con coerenza ed autonomia scoprendo “l’essere“ e abbandonando “l’apparire” […]

  3. wlmedizioni

    Recensione di Gigi Baj sunta dal quotidiano Il Giorno 10 Ottobre 2021
    “Luce dalle crepe”[…] è un romanzo di formazione parzialmente autobiografico nel quale la protagonista è proprio una giovane psicologa alle prese con le proprie fragilità e una serie di eventi che condizioneranno la sua vita. […] Un romanzo con il finale a sorpresa che non mancherà di incuriosire il lettore.

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