IL RESPIRO DELLA NOTTE

Prezzo di listino 11,90 incl. IVA

Urban fantasy o forse un manga giapponese. La storia di ragazzi perduti alla ricerca di un proprio io, nell’ambiente degradato della periferia di una metropoli italiana o statunitense.

 

EAN: 9788890476822 COD: 452 Categoria: Tag: , ,

Descrizione

Urban fantasy.

<<Osservò Michele, i suoi capelli chiarissimi, la pelle lattea, l’espressione dura, da bambino cattivo. Era il viso di un angelo. Un angelo caduto. Lucifero, l’angelo più bello di tutti, il più luminoso e il più oscuro>>. Matteo è una creatura notturna, un ragazzo tipicamente punk nell’aspetto esteriore e frequenta un locale che, non a caso, si chiama Inferno.  La musica è l’amalgama che tiene insieme tante isole sperdute nel mare tenebroso della notte: << Il gruppo era la cosa più importante che avevano, ancora più del pub. Quando erano sul palco e suonavano, si sentivano diversi, migliori di quanto si sentissero per il resto del tempo. Giacomo, il leader, il più appariscente dei quattro, abituato a stare sempre suo malgrado al centro dell’attenzione, si ritirava dietro la grande batteria, scomparendo quasi completamente alla vista del pubblico. Per un’ora poteva rilassarsi, scordare le sue responsabilità e pensare solo a battere le bacchette contro le casse. Lorenzo, sempre timido e riservato, si scatenava, brandendo il basso come un’arma, costringendolo a battere come un cuore, ora lento come quello di un moribondo, ora veloce come quello di un innamorato. Michele e Matteo, con le chitarre, dimenticavano il loro odio reciproco e si guardavano per tenere il tempo, incitandosi l’un l’altro. Sorridendosi persino>>. 

Matteo porta un trucco sugli occhi che incupisce lo sguardo e si disfa al primo chiarore dell’alba, ha la chioma crestata, indossa anfibi logori. Ma sotto il suo sguardo, solo apparentemente cinico e amorale, un angelo ferito reclina il capo e si inabissa nella morte, perché il suo amore non è ricambiato e invece Michele, il suo alter ego biondo e luciferino, non può o non vuole accettare l’amore che Matteo sarebbe pronto a offrirgli con tutto se stesso… Poi, come una magia, tutto cambia, e l’iperbole dei sensi abbatte ogni ostacolo, ogni inibizione. Innumerevoli notti umide e sporche gli avevano alitato il loro respiro pungente dentro la pelle, penetrandogli nelle ossa e nell’anima: ma adesso Matteo ha imparato a respirare l’aria fresca di quelle notti.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 14,00

Pagine

176

Lingua

Italiano

Genere letterario

urban fantasy

Anteprima

I

Sognando l’Inferno

 

To face the fear I once believed

The tears of the dragon

For you and for me.

 

Bruce Dickinson, Tears of the Dragon

 

Matteo si alzò dal letto e si infilò nel bagno, saltellando sul pavimento freddo. Diede un’occhiata veloce allo specchio e decise che non aveva una bella cera. Negli ultimi tempi aveva esagerato con gli alcolici, inanellando una sbronza dopo l’altra, e questo erodeva il suo fisico. Era calato di peso, perché mangiava poco e soffriva di mal di stomaco, e una lunga sequenza di notti insonni aveva rimodellato il suo viso in una maschera pallida e stanca.

Si passò una mano sul mento, sbuffando e scuotendo il capo. Sfilò il preservativo, lo annodò e lo gettò in un piccolo contenitore di plastica arancione sistemato in un angolo proprio per quello scopo. Si rivestì in fretta, sforzandosi di ignorare il disperato bisogno di una doccia bollente.

Si sarebbe infilato sotto l’acqua più tardi, adesso voleva solo fuggire da quel posto, da quello squallido motel dalle pareti grigie, impregnato di sudore e di sporcizia, che gli era così familiare pur suscitando in lui un’istintiva reazione di repulsione e di rigetto.

Uscì dal bagno allacciando la cintura dei pantaloni e il suo sguardo scivolò sul tizio che giaceva ancora nel letto con gli occhi chiusi. Uno come tanti, magro, slavato, biondiccio, sui trentacinque.

Guardò la mano sinistra appoggiata al copriletto livido: all’anulare luccicava un cerchietto d’oro. Era sposato, il bastardo.

Aveva una faccia comune, da impiegato, e del medesimo tenore erano sia i vestiti, che aveva ordinatamente impilato su una sedia, che la ventiquattrore.

Sicuramente quella mattina, dopo colazione, era uscito di casa, baciando la moglie su una guancia e promettendo ai figli un regalo o una gita al Luna Park. Poi aveva lavorato per otto ore a una scrivania, sorridendo ai colleghi che lo consideravano una persona tranquilla e un po’ banale, e nulla immaginavano degli squallidi retroscena della sua vita privata. Alla fine era salito in macchina e aveva guidato fino al Punto.

Lo aveva osservato per un po’ da lontano, mentre Matteo chiacchierava, rideva e sorseggiava birra rossa.

Poi lo aveva avvicinato e, con la voce tremula e le mani sudate, aveva trovato il coraggio di rimorchiarlo.

Una volta raggiunto in auto quel motel, per mezz’ora gli si era agitato sotto, con gli occhi serrati per non guardarlo, ansimando e mugugnando, facendosi scopare pieno di sensi di colpa.

Matteo odiava quelli come lui, troppo vigliacchi per accettarsi, tanto ipocriti da vivere due vite, mentitori e spergiuri con chiunque li amasse. Lui non era così, non lo era mai stato. Forse, se si sforzava, poteva quasi capirlo.

Essere se stessi sempre e comunque non era facile, anzi, era terribilmente difficile…

Aggirò il letto infilando i piedi scalzi negli anfibi e sbattendo con forza le suole sul pavimento, in parte per vincere la resistenza della pelle umida e calzarli fino in fondo, e in parte per fare rumore e vedere l’uomo sobbalzare quasi impercettibilmente nel letto a ogni colpo. Si divertiva a spaventarlo con quei rumori molesti.

Raggiunse il comodino di sinistra, evitando per quanto possibile di guardare ancora il tizio che fingeva di dormire e se ne stava sdraiato, rigido e teso, in attesa di rimanere solo.

Matteo cercò di indovinare come si sentiva: sicuramente infimo, e anche sudicio.

Represse a fatica la tentazione di stringere un pugno e abbatterlo sulla faccia dell’uomo. Mosse le dita per scacciare il piacevole formicolio alle nocche, manifestazione fisica del detto «mani che prudono». Sorrise all’immagine di lui con gli occhi sbarrati per lo stupore e con le mani sollevate a coprire il naso sanguinante. Decise di non dedicare più nemmeno un secondo della sua vita a quello squallido esempio di essere umano e allungò una mano di scatto a ghermire i soldi sul comodino. Se li infilò stropicciati in una tasca dei jeans senza nemmeno controllare la cifra, poi uscì sbattendo la porta.

Quel denaro non gli serviva, non lo aveva fatto per quello. Ma decise di prenderli lo stesso, così, tanto per compensare il disturbo. Fuori il freddo di dicembre lo aggredì e si insinuò negli strappi dei jeans e nei buchi del maglione, suscitando un brivido serpeggiante sotto la sua pelle sudata. Inspirò l’aria fra i denti, sentendola scendere glaciale nei polmoni. Accese una sigaretta con le mani percorse da un tremito che non era dovuto al gelo. Sentiva la rabbia montare in lui come una schiuma viscida e amara.

Non aveva bisogno di soldi, non aveva bisogno di niente.

Michele. Era tutta colpa di quello stronzo di Michele.

La sera prima lo aveva visto uscire dall’Inferno abbracciato a una delle sue amichette. Raramente lo aveva visto lasciare il pub senza una ragazza, e quasi mai con la stessa per più di una volta. Michele era fottutamente bello e aveva sempre intorno sciami di ragazzine pronte a tutto pur di passare una notte con lui. E lui, calato nel ruolo di angelo tentatore, faceva del suo meglio per accontentarle. Matteo non riusciva a sopportarlo. Non aveva nessun diritto di prendersela, eppure aveva dato fuori di matto, gridando e prendendo a calci i muri, mentre Giacomo e Lorenzo lo guardavano perplessi.

Dopo aver vagato inutilmente alla ricerca di una rissa, si era ubriacato fin quasi a perdere i sensi, e poi era riuscito, non sapeva come, a trascinarsi fino a casa. Si era svegliato nel tardo pomeriggio sentendosi uno straccio, con la bocca asfaltata e un enorme tamburo che gli suonava nella testa.

Era uscito con l’idea di tornare all’Inferno ma gli era venuta voglia di sesso. E allora si era fermato in quel cazzo di locale. Al Punto si incontravano tutte le sere parecchi marchettari, e molti di loro erano suoi amici. Un tempo era stato uno di loro, ma ora non più, da un bel pezzo. Provava una certa crudele soddisfazione nel vederli correre via al primo squillo del cellulare, o seguire qualcuno fuori dal bar. Lui invece poteva rimanere lì per tutto il tempo che voleva, portandosi a letto chiunque gli piacesse.

Quando il tizio con la ventiquattrore lo aveva abbordato, lo aveva giudicato un po’ impacciato ma carino e lo aveva seguito. Non gli aveva chiesto soldi, e nemmeno lontanamente dato a intendere che ne volesse. Eppure, non appena sistemati nella camera al motel, il tipo aveva messo un paio di banconote sul comodino. Non aveva parlato, non gli aveva nemmeno chiesto il nome. Si era soltanto spogliato. E Matteo non era riuscito a chiarire l’equivoco.

Non gli era piaciuto, non si era divertito e nemmeno rilassato. Aveva continuato per tutto il tempo a pensare a quei soldi sul comodino.

Merda. Ed era tutta colpa di quello stronzo di Michele.

Intorno a lui l’asfalto bagnato della strada rifletteva i colori delle luci natalizie baluginanti un po’ dappertutto. Qualcosa di simile ad una sottile pioggia ghiacciata iniziò a tempestargli la pelle del viso.

Strinse i pugni nelle tasche e accelerò il passo. Voleva arrivare all’Inferno al più presto, sedersi, bere, vedere i suoi amici e non pensare a niente.

Davanti all’Inferno una figura nera lo stava aspettando.

Matteo sbuffò quando riconobbe nel pallido fantasma il suo amico Lorenzo. Quel ragazzo lo avrebbe fatto impazzire. Va bene, era il suo compagno di sventura, e dividevano lo stesso appartamento così come avevano condiviso un tratto del loro percorso di vita, ma ultimamente lo stava ossessionando.

Se lo trovava dappertutto. Faceva sempre il possibile per trovarsi in casa quelle rare volte in cui c’era anche Matteo, al quale invece piaceva starsene per conto suo, e non essere assalito dalla valanga delle sue menate. Ne aveva già fin troppi di problemi a cui pensare.

«Che c’è? Che vuoi ancora da me? Quando mi lascerai in pace?», lo aggredì immediatamente.

Si sentiva stanco e incazzato, e non aveva voglia di fare da balia a quella specie di maniaco depresso.

Lorenzo si strinse le spalle con le mani e abbassò gli occhi. Aveva un’aria infinitamente triste. Matteo non riusciva mai a capire se la malinconia di Lorenzo fosse autentica, o solamente una posa, una parte del look, come i vestiti scuri, i capelli blu e la pelle lattea, come la riga nera che gli circondava perennemente gli occhi e che non toglieva mai, nemmeno quando dormiva, per cui al risveglio era tutta sbavata, come il pelo di un procione. La luce verde dell’insegna al neon che scandiva Inferno sopra l’entrata del pub in lunghe lettere aguzze, illuminava il viso candido di Lorenzo, rendendolo simile a un bizzarro e desolato extraterrestre. Per un attimo Matteo si sentì intenerire e, sbuffando, imprigionò Lorenzo con un braccio intorno al collo, trascinandolo all’interno del pub.

Un paio di birre e tutto si sarebbe sistemato, per lui e per Lorenzo.

Una nuvola di fumo torrido li investì in pieno, ancora più soffocante dopo l’aria umida e gelida dell’esterno. Matteo si guardò intorno con un lampo di orgoglio nello sguardo.

Quello era l’Inferno, il loro locale, loro per davvero.

Erano in quattro: Matteo, Lorenzo, Giacomo e Michele.

All’inizio era soltanto un vecchio magazzino appartenente a Giacomo. Quel poco che Matteo conosceva di tutta la storia lo aveva sentito dire in giro: Giacomo aveva ereditato quel capannone da un parente morto, forse dal padre, insieme a un piccolo gruzzolo che era servito per i primi lavori. Però i soldi non erano bastati, e così loro quattro avevano dovuto trovare un lavoro. Sputando sangue, alla fine erano riusciti a trasformare quel vecchio magazzino scrostato e pieno di muffa nell’Inferno. Il bancone del bar, tutto in legno scuro come quello di una taverna di pirati, occupava l’intera parete sinistra, mentre in fondo sulla destra avevano sistemato un palco con tanto di impianto di amplificazione e luci.

Tutto intorno tavoli di legno e panche. Sui muri erano appese chitarre e scudi medievali, spade ed elmi vichinghi, arazzi e poster di gruppi Heavy Metal, e monitor che trasmettevano video ininterrottamente. In un angolo c’erano tre armature, riproduzioni, naturalmente, ma del tutto credibili e per niente fuori luogo, come se un trio di cavalieri feudali, catapultato direttamente dal Medioevo, si fosse fermato lì per bere un boccale di birra scura e riscaldarsi dal gelo invernale durante un lungo viaggio di ritorno da una delle Crociate.

La luce soffusa, le finte lampade a petrolio appese al soffitto, i boccali di metallo, la gente stessa che frequentava il locale, con giubbotti di pelle e capelli lunghi, tutto concorreva a creare un’atmosfera densa di suggestione, sospesa fuori dal tempo, in cui passato e presente si amalgamavano senza stridere, in un’insolita armonia. L’Inferno era un pub per disperati, un luogo dove passare la notte se non sapevi dove andare, dove stordirti di alcool e musica a tutto volume. Ma era anche un locale dove potevano suonare gruppi che da altre parti non facevano nemmeno entrare.

Un posto per balordi. Per Matteo, un posto dove sentirsi a casa.

Si sedettero ad un tavolo d’angolo. Cinque minuti di relax, poi al lavoro. Matteo lasciò vagare lo sguardo qua e là, sorridendo compiaciuto. Il pub era pieno di gente, come ogni sera. Molti lo avevano visto entrare ed erano andati a salutarlo. Quella era un’altra cosa che gli piaceva: lì dentro si conoscevano tutti. Scambiò un paio di battute con due motociclisti vestiti da cowboy, poi si fece portare due birre scure da Sarita, una delle ragazze che servivano ai tavoli.

Matteo non si era mai ritenuto capace di combinare qualcosa di buono nella vita. Da qualche anno ormai immaginava il proprio futuro come una serie infinita di risse in strade sordide e buie, e si immaginava morto ammazzato in qualche vicolo, sicuramente prima dei venticinque anni. Invece ora aveva l’Inferno. Quel posto aveva donato un senso alla sua vita, rappresentava qualcosa per cui vivere e lottare.

Gli aveva fatto scaturire da dentro un’energia e una capacità di impegnarsi che non era mai stato consapevole di possedere. Le responsabilità erano infinite e le ore di lavoro tante, per cui alla fine della serata Matteo era sfinito. Ma ce la faceva. Ce la stava facendo.

E questa era per lui una novità, una cosa che ogni giorno lo stupiva e lo rendeva fiero. C’era il bancone del bar da gestire, le ragazze che servivano ai tavoli da coordinare, i panini da preparare, i video da scegliere, i gruppi da organizzare, e, soprattutto, la musica da suonare.

Sì, perché alla fine della serata loro quattro suonavano.

Era partito tutto da lì. Avevano formato il gruppo e non riuscivano a suonare da nessuna parte.

La loro musica era troppo duramente alternativa per la maggior parte dei locali, e se trovavano un ingaggio in qualche locale era solo come cover band, per rispolverare vecchi successi di altri gruppi già affermati. Ma siccome volevano suonare la loro musica, i quattro avevano deciso di allestire uno spazio dove esibirsi tutte le sere con il repertorio che volevano.

Così Giacomo aveva tirato fuori dal cilindro quel vecchio magazzino.

Ora, ripensandoci, sembrava essere stato tutto facile, ma loro soltanto sapevano cosa avevano passato per mettere in piedi l’Inferno. Si erano adattati a tutti i lavori possibili e immaginabili per raggranellare la somma necessaria. Giacomo era finito in ospedale a furia di caricare e scaricare casse per venti ore al giorno in una ditta di stoccaggio. Michele aveva sfruttato il suo talento cantando e suonando la chitarra dove capitava, dormendo solo due o tre ore per notte. Aveva sfruttato anche un altro suo talento: spacciare droga con l’aiuto di certi suoi amici che Matteo vedeva come il fumo negli occhi. Bisognava ammettere che proprio lui aveva messo insieme il gruzzolo più cospicuo: lo spaccio rendeva bene. Matteo e Lorenzo avevano provato decine di lavori diversi, ma nessuno aveva funzionato.

Allora si erano messi a battere i locali notturni.

Anche quella era un’attività redditizia. A insaputa degli altri, naturalmente: non avrebbero mai accettato soldi guadagnati in quel modo, soprattutto Michele. A Matteo quell’ipocrisia suscitava il voltastomaco: spacciare andava bene, vendere il culo no.

Almeno lui non faceva crepare nessuno. A modo suo aveva dei principi.

Matteo estrasse due Lucky Strike e le accese, passandone una a Lorenzo.

«Che c’è? Dai, parla. Adesso ti ascolto», disse.

Da quando era entrato nel pub si sentiva più rilassato e meglio disposto nei confronti del suo cupo compagno. Quel posto aveva un grande potere su di lui. Lorenzo rimaneva zitto e continuava a deglutire come se avesse in gola un rospo troppo grosso da ingoiare. Matteo sapeva di incutergli soggezione e questo in qualche modo lo divertiva. Prese a fissarlo dall’alto in basso, in modo da mettere in risalto il suo aspetto aggressivo: gli zigomi alti, gli occhi allungati vagamente orientali, le labbra sottili e quasi affilate. E poi, quella cresta verde dalle punte nere che si impennavano sulla testa… Matteo ne andava fiero, passava ore a sistemarla, inondandola di gel e impregnandola di lacca, tanto che alla fine sembrava assumere la consistenza del cartone. Non si scioglieva nemmeno sotto la pioggia.

Quella sera aveva una ragnatela dipinta intorno ad un occhio e le labbra brunite. Nonostante fosse pieno inverno, indossava solo un maglione costellato di buchi e dei jeans rattoppati, consunti e chiazzati di vari colori: probabilmente era la vernice a impedire la disgregazione definitiva del tessuto. Gli anfibi dentro cui camminava erano logori e graffiati, e mai nella loro lunga vita avevano conosciuto una spazzola o una pezza bagnata. Il loro colore originale era ormai del tutto occultato da uno strato di sudiciume.

Riconobbe negli occhi di Lorenzo un misto di affetto e di soggezione. Staccò la sigaretta dalle labbra con le lunghe dita dalle unghie laccate di nero che spuntavano dai guanti di lana grigia dalle punte recise.

Soffiò il fumo di lato, con gli occhi socchiusi da una specie di languore. Seguì lo sguardo di Lorenzo, che vagava a scatti come se non sapesse dove posarsi, prima dentro uno strappo nel suo maglione, a sinistra dello sterno, dove si intravedeva un lembo di pelle liscia e ambrata, poi sulle proprie mani tremanti. Lo vide afferrare la caraffa con forza, come se temesse di lasciarla cadere, e inghiottire due sorsi ghiacciati, leccandosi subito dopo le labbra in preda a un nervoso imbarazzo.

«Io voglio sapere… perché?»

Lorenzo emise un forte sospiro prima di continuare.

«Perché sei andato con quello? I soldi non ci mancano adesso! E poi abbiamo il locale, la musica! Che bisogno avevi di…»

Matteo non lo lasciò continuare: si alzò di scatto, picchiando le mani sul tavolo. Avvicinò il volto a quello di Lorenzo, gli occhi stretti in due fessure scintillanti, i denti scoperti.

«E tu che cazzo ne sai di cosa ho bisogno io, eh?» ringhiò.

Lorenzo abbassò lo sguardo, come intimidito.

«Io so che tu hai bisogno di… qualcuno… ma non devi gettarti via con persone che non conosci, che potrebbero farti ancora del male.»

La sua voce era tremula ma le mani gelate si mossero piano e strinsero quelle bollenti di Matteo. I suoi occhi si stringevano nel tentativo di reprimere le lacrime.

«Io sono qui. Lo sai. Non ti chiedo niente in cambio, solo che tu non rischi la tua vita per niente. Lo abbiamo fatto per tanto tempo, ma allora non avevamo scelta. Ora ce l’abbiamo.»

Matteo si soffermò a fissare le mani di Lorenzo intrecciate alle sue: erano piccole e aggraziate come quelle di una ragazza. Il loro tocco era leggero eppure il fresco che emanavano era piacevole. Aveva capito bene? Lorenzo gli si stava offrendo, gli stava chiedendo di usarlo. E senza esigere nessuna contropartita.

Lasciò fluttuare i suoi occhi in quelle iridi azzurre e trasparenti, che lo fissavano con un’aria timida, quasi imbronciata.

Sentì una stretta al cuore. La prima volta che lo aveva visto pioveva e Lorenzo aveva i capelli appiccicati al viso e il trucco che gli colava sulle guance pallide. I suoi vestiti erano fradici, e lui si stringeva nelle braccia tremando dal freddo. Sembrava un gattino appena buttato in un sacco della spazzatura.

Senza nemmeno sapere il perché, Matteo si era avvicinato offrendosi di accompagnarlo a casa. Ma Lorenzo non aveva un posto dove andare, e nemmeno i soldi per una camera d’albergo, dato che il maltempo gli aveva impedito di realizzare qualche «marchetta». Matteo gli aveva fatto bere del latte caldo in un bar, poi lo aveva portato via con sé, in quel suo continuo vagare di città in città, di quartiere in quartiere senza meta e senza scopo.

Lorenzo era un buon compagno di viaggio, paziente e dolce, tutto l’opposto di lui, e a Matteo era apparso subito chiaro che non era fatto per vivere in strada. Come marchettaro non valeva granché, era fragile di carattere e delicato di salute, ma aveva lineamenti vagamente femminili che lo rendevano piuttosto attraente. Aveva ventuno anni e ne dimostrava sedici. Matteo si trovò a pensare, osservandolo, che non aveva mai neppure lontanamente considerato l’idea di fare sesso con lui sul serio. Era successo, certo, ma solo perché a molti clienti piaceva vederli insieme e quella era una cosa diversa. Ma per davvero, da soli, non lo avevano fatto mai. A Matteo sarebbe sembrato di fare qualcosa di sporco, come scoparsi suo fratello.

«Senti», sospirò, «quello non era un cliente. Era solo uno che ho incontrato al Punto. Tutto qui.»

Pensò alle banconote stropicciate nella tasca dei jeans. No, quello non era un cliente, solo che non l’aveva capito. Lorenzo guardava il tavolo e tracciava dei ghirigori con il dito in una piccola pozza di birra.

«Insomma, non crederai che mi rinchiuda in casa e faccia l’asceta come te!» sbottò Matteo.

Il dark continuava a fissare il piano di legno graffiato.

Matteo percepiva l’accusa insita nel silenzio del suo compagno e il vulcano che aveva dentro la pancia iniziò a ribollire.

«Che cazzo devo fare, eh?»

Il grido fece voltare numerose teste, ma subito tutti tornarono a farsi i fatti loro. Erano abituati alle sfuriate di Matteo.

«E poi non mi devo giustificare con te, non ti devo spiegare niente. Quello che faccio sono solo cazzi miei, chiaro? E non provare più a venirmi dietro.

Hai capito?»

L’ultima parola risuonò a pochi millimetri dal viso di Lorenzo che sollevò gli occhi dal tavolo. C’era ancora timore in quello sguardo, ma anche qualcosa che Matteo non era abituato a vedere: un’espressione che rasentava la sfida.

«Ho capito», rispose con un tono lievemente alterato.

Michele cominciò a gridare dal fondo della sala, avvicinandosi a grandi passi e scansando brutalmente chiunque si trovasse sulla sua strada. Matteo sbuffò, archiviando la questione Lorenzo e preparandosi allo scontro. La tregua, se così si poteva definire la situazione precedente, era terminata.

«Punkettaro di merda!» gli gridò contro il ragazzo biondo, «sei arrivato, alla fine! Si può sapere dove cazzo eri? Forse non te lo ricordi, rincoglionito come sei, ma qui c’è da lavorare! Sono le nove e mezza e noialtri siamo qui dalle quattro di questo pomeriggio! Finita la sigarettina? E la birra? Tutto a posto? Rilassato? Allora alza quel culo spaccato che ti ritrovi e vai dietro il banco!»

Quello era il classico benvenuto di Michele nei suoi confronti. Non andavano d’accordo, loro due.

Non potevano guardarsi senza litigare o fare a pugni.

Non si potevano sopportare, era una questione di pelle. Mentre Matteo si alzava per affrontarlo,

Michele lo raggiunse e lo prese per una manica, strattonandolo e spingendolo avanti. Matteo si girò furioso. Quello era davvero troppo… A sua volta afferrò Michele per il davanti del maglione e lo spinse, mandandolo a terra in mezzo ai tavoli. Poi si avventò

su di lui prima che potesse rialzarsi e cominciò a colpirlo sul viso a pugni chiusi. Intorno a loro i ragazzi indietreggiavano per fare spazio alla rissa, ma restavano lì intorno, incitando ora l’uno, ora l’altro.

«E non mettermi le mani addosso, bastardo!» gridò Matteo, ansimando e cercando di tenere fermo Michele sotto di sé.

«Lasciami, o ti strappo quella cresta e la uso per pulirmi il culo!» inveì Michele, cercando intanto di scansare i colpi.

«Tu la mia cresta non la devi neanche guardare!

Metallaro dei miei coglioni!» ribatté Matteo, ma subito una botta nello stomaco gli bloccò il respiro.

Michele gli aveva puntato la suola dello stivale dritto negli addominali e lo aveva spinto via con tutta la sua forza. Matteo sentì un dolore fortissimo quando atterrò sulla schiena e si augurò di non essersi rotto la spina dorsale.

Spostò la testa per evitare un pugno e vide che, cadendo, aveva mancato per un soffio la gamba di un tavolo.

«Mi vuoi ammazzare!» gridò, poi si contorse e contrasse tutti i muscoli per mettersi seduto.

Aveva la vista annebbiata ma si stupì nel rendersi conto che ormai da qualche secondo Michele non lo stava più attaccando. Non fece in tempo a domandarsene il motivo che si sentì sollevare per il collo del maglione, come se fosse stato leggero come un bambino, e quando i suoi piedi toccarono terra cercò di tenersi in equilibrio. Davanti a lui, anche Michele era in piedi.

Un altro ragazzo li aveva sollevati da terra, e ora li tratteneva stringendo in ogni mano uno dei loro avambracci e conficcando dita d’acciaio nei loro muscoli. Matteo gemette, tentando di liberarsi, ma si irrigidì quando le dita strinsero ancora più forte.

Un tenue brivido di soddisfazione gli formicolò sotto la pelle quando sentì che anche Michele gemeva e imprecava.

«Se adesso avete finito, potete andare. Ci sono i panini da preparare e i bicchieri da sciacquare. E se provate solamente a sfiorarvi, vi prendo a calci nel culo da qui fino a casa.»

Era una voce bassa e profonda, ma si sentiva benissimo nonostante il frastuono del locale: Matteo e Michele la conoscevano fin troppo bene. Si diressero verso la cucina guardandosi in cagnesco ma senza osare scambiarsi nemmeno un gesto.

Giacomo era forte e poteva fare loro davvero male, se voleva. Una volta aveva slogato una spalla a un tizio, senza il minimo sforzo. Aveva ventiquattro anni, quattro più di Matteo e Michele, tre più di Lorenzo.

Era stato lui a fondare il gruppo e a mettere in cantiere l’Inferno. Era forte, tranquillo, deciso, solido come una roccia. Era l’unico di loro che non si arrabbiava mai, non era mai triste, non era mai fuori.

Non beveva molto, non fumava e non ricorreva alle droghe. Faceva quello che doveva fare e andava dritto per la sua strada.

Anche il suo aspetto fisico era così, granitico, compatto. Passava il metro e novanta, e con il chiodo sopra la maglietta nera e attillata era davvero impressionante.

I capelli lisci e bruni ricadevano fin quasi alla vita, calando come due tendine a nascondere parte del viso, su cui spiccava un naso classico, lungo e affilato sopra due labbra piene. Gli occhi si vedevano raramente, come se volesse di proposito tenerli nascosti.

Dall’alto dei suoi quasi due metri d’altezza, Giacomo lanciò un’ultima occhiata guardinga ai due contendenti mentre sparivano dietro la porta della cucina, e poi si voltò verso Lorenzo, sorridendo.

«Stai bene?» chiese posandogli una mano sulla spalla.

Il ragazzo annuì con poca convinzione e Giacomo gli mollò una pacca sulla schiena, non troppo forte.

«Quei due finiranno per ammazzarsi!» esclamò tornando verso il bancone, come se nulla fosse accaduto.

Lorenzo rimase come paralizzato. Aveva un nodo alla gola. Vuotò il bicchiere con un’unica sorsata, poi rimase a fissare la schiuma che scendeva lentamente lungo il vetro.

«Finiranno per ammazzare me», sussurrò parlando con se stesso.

 

II

Lucifero biondo

 

Alle undici all’Inferno si iniziava a suonare.

Al venerdì e al sabato si esibivano i gruppi veri e propri, cover band più o meno conosciute che spiattellavano il solito repertorio di brani famosi, approfittandone per inserire nella scaletta anche qualcosa di loro produzione. Ma le altre sere delle settimana c’erano semplicemente i ragazzi, gli avventori abituali, che si alternavano sul palco, improvvisando le loro canzoni preferite.

C’era sempre qualcuno che portava una chitarra o un basso, e gli strumenti dell’Inferno erano sempre a disposizione. Chiunque sapesse suonare un minimo poteva farlo, e chiunque conoscesse le parole della canzone poteva salire sul palco e cantare. Il pubblico partecipava e si esaltava, richiedeva i brani a gran voce e poi cantava e saltava, balzando in piedi sulle panche e sui tavoli. Tutto andava bene e tutti erano bene accetti, anche i più stonati. I ragazzi dell’Inferno, che pretendevano il massimo dai gruppi che suonavano il venerdì e il sabato, e che erano pronti a trascinare giù dal palco chiunque non portasse il massimo rispetto per la loro musica, durante le sere libere si trasformavano in un pubblico per niente schizzinoso. A loro bastava divertirsi e dimenticare per un po’ quello che c’era fuori dall’Inferno.

Poi, ogni sabato, intorno all’una di notte suonavano loro. Lo chiamavano «il Gruppo», non gli avevano neanche dato un nome. Il Gruppo era la cosa più importante che avevano, ancora più del pub.

Quando erano sul palco e suonavano, si sentivano diversi, migliori di quanto si sentissero per il resto del tempo. Giacomo, il leader, il più appariscente dei quattro, abituato a trovarsi sempre suo malgrado al centro dell’attenzione, si ritirava dietro la grande batteria, scomparendo quasi completamente alla vista del pubblico. Per un’ora poteva rilassarsi, scordare le sue responsabilità e pensare solo a battere le bacchette contro le casse. Lorenzo, sempre timido e riservato, si scatenava, brandendo il basso come un’arma, costringendolo a battere come un cuore, ora lento come quello di un moribondo, ora veloce come quello di un innamorato. Michele e Matteo, con le chitarre, dimenticavano il loro odio reciproco e si guardavano per tenere il tempo, incitandosi l’un l’altro. Sorridendosi, persino.

Il Gruppo faceva il miracolo. Per un’ora, ogni sabato sera, erano felici.

Alle quattro chiusero il locale, cacciando fuori i soliti nottambuli che non volevano alzare i tacchi.

Salutarono Choppy, il ragazzo che si occupava della cucina, e Sarita, Na-chan e Stefania, le ragazze che servivano ai tavoli, stanche e dal trucco ormai sfatto, che a quell’ora di notte zoppicavano sui tacchi alti. Matteo rifilò a turno una pacca sul sedere a ciascuna di loro, sghignazzando.

«Ma guardatevi! Vi date arie da gran fighe e poi non riuscite più nemmeno a camminare! Avete più calli di mia nonna!»

Le ragazze lo apostrofarono con nomignoli non molto lusinghieri, e sciamarono via ridendo. Adoravano Matteo. Lui le prendeva in giro e le considerava solo delle stupide oche, ma le ragazze non ci badavano.

Matteo era seducente e sensuale come un gatto nero, e loro si sentivano attratte da quel suo modo un po’ brutale di trattarle. Mentre uscivano, si guardarono fra di loro, ammiccando. Tutte erano state a letto con Michele, e avrebbero dato qualsiasi cosa per combinare altrettanto con Matteo, ma sapevano bene che era una cosa assolutamente impossibile.

«Che peccato!» esclamò Na-chan, e le altre annuirono.

«Un vero spreco…», fu il loro commento.

Giacomo finì di ripulire il bancone, mentre Lorenzo e Michele ricontrollavano per l’ultima volta gli strumenti. Matteo era crollato su una sedia, accendendo una sigaretta. Si sentiva stanco e assonnato, ma non desiderava coricarsi.

Anzi, aveva voglia di tutt’altro. Guardò Lorenzo che trafficava con gli spinotti. Forse avrebbe accettato la sua proposta. Andare a casa con l’amico e fare l’amore con lui, nel suo letto, cullandosi in quel calore e in quell’odore che conosceva bene era senz’altro meglio che abbordare qualcuno in un bar e fare sesso in qualche squallido motel. Soffiò il fumo, cercando di immaginare come sarebbe stato.

In quel momento una musica gli vibrò nelle orecchie.

Michele, al centro del palco, si era seduto su uno sgabello, sistemandosi la chitarra acustica sulle cosce, e aveva cominciato a suonare una ballad, lenta e dolce. Non ci mise niente a riconoscere Believe dei Savatage. Matteo si guardò intorno, stupito.

L’Inferno, a parte loro quattro, era deserto. Stranamente non c’era nessuna ragazzina adorante ad aspettare Michele e non c’era in giro nemmeno Thomas, venuto da chissà dove per trascinarlo in qualche strana avventura.

Si sentì sollevato.

Intanto Michele cantava con gli occhi chiusi. Aveva una voce bassa e calda, sensuale, che diventava come carta vetrata quando si alzava di tono. Era una voce capace di graffiare la pelle e l’anima. Il microfono amplificava i suoi respiri nel silenzio insolito del locale, rendendoli simili a gemiti di piacere. I capelli biondi, quasi bianchi, si appiccicavano alla pelle sudata del viso, alle guance, alla bocca, e poi scendevano a sfiorare il collo, per perdersi dietro la schiena. La luce era bassa e la chitarra da sola creava un’atmosfera magica, da sogno.

Matteo ascoltava le parole, cercando di ignorare il languore che lo stava pervadendo. Se non ricordava male, la canzone faceva parte di un’opera rock che narrava la storia di un cantante che diventa un idolo e sprofonda nel tunnel della droga. Believe era cantata da un angelo verso la fine dell’album. Osservò Michele, i suoi capelli chiarissimi, la pelle lattea, l’espressione dura, da bambino cattivo. Era il viso di un angelo caduto. Lucifero, il più bello di tutti, il più luminoso e il più oscuro.

«È inutile», pensò.

Cercò di focalizzare la sua attenzione su qualcos’altro ma, senza volere, si voltò ancora verso Michele e il suo sguardo fu calamitato dalle labbra che, umide e socchiuse, sfioravano il microfono. Si chiese con un brivido cosa avrebbe provato se avessero sfiorato in quel modo la sua pelle. Michele modulava la voce, rendendola aspra, mentre la sua espressione cambiava, indurendosi come per una improvvisa sofferenza, e poi rilasciandosi seguendo il testo della canzone. Matteo provava due sentimenti contrastanti, che però, quando si trattava di Michele, emergevano sempre insieme. Rabbia e desiderio.

Un desiderio tanto forte da soffocarlo, e una rabbia impotente per quel desiderio. Lui non voleva sentirsi così. Si odiava quando si sentiva così. Era una sensazione inutile e dolorosa. Michele era orgogliosamente omofobo e se avesse immaginato cosa Matteo sentiva per lui lo avrebbe odiato ancora più di quanto già lo odiava.

E lui odiava Michele. Odiava quel viso dai lineamenti nordici e quella voce che lo faceva rabbrividire ed eccitare insieme. Lo odiava e lo desiderava come un pazzo.

Si alzò di scatto come se la sedia avesse preso fuoco. Sentiva tutto il corpo formicolare, doveva fare qualcosa per sfogarsi, qualsiasi cosa, o sarebbe esploso. Il primo pensiero fu di tornare al Punto, ma poi il suo sguardo cadde ancora sulla schiena esile di Lorenzo. In un istante la decisione fu presa. Lo chiamò con un tono che non ammetteva repliche e lo vide voltarsi verso di lui con un’espressione interrogativa.

Gli fece segno di scendere dal palco e lo prese per mano. Uscì dal locale a passo di carica, senza salutare nessuno, trascinandoselo dietro. Michele smise di suonare e alzò gli occhi, seguendo con lo sguardo Matteo che attraversava il locale quasi correndo, trascinandosi dietro quel povero martire di Lorenzo. Cosa diavolo gli era preso a quel pazzo? Guardò Giacomo con aria interrogativa.

«Ehi, fratello! Che ha lo psicopatico? Quando fa così mi fa quasi paura!»

Sorrise. In realtà non aveva nessuna paura di Matteo.

Giacomo si lasciò cadere su una sedia, posando sul tavolo davanti a sé una caraffa di birra piena fino all’orlo. Sulle sue labbra prese forma un sogghigno enigmatico.

«E come faccio io a saperlo?»

Michele si sentì irritato da quell’atteggiamento che il fratello assumeva sempre quando parlavano di Matteo. Era come se fra Giacomo e il punk esistesse un qualche oscuro segreto dalla cui conoscenza lui era escluso.

Si alzò, scese dal palco e andò a sedersi di fronte al fratello.

«Dimmi un po’, tu che sai tutto… perché si comporta così con me, mentre con te è tutto pane e burro?

Cosa gli ho fatto, io?»

Quella domanda, Michele se l’era posta un’infinità di volte ma non era mai riuscito a trovare una risposta decente. Fra loro due era sempre stato così, dalla prima volta che si erano visti, un paio di anni prima. Non ricordava da chi era partita la cosa. Forse, se ci pensava bene, era stato proprio lui il primo a trattare Matteo con freddezza, ma c’era stato un valido motivo. Conosceva sia Matteo che Lorenzo di fama ancora prima che di persona, sapeva cosa facevano per vivere e questo gli causava un’irritazione tremenda. Erano due finocchi marchettari e Michele non riusciva a capire come un uomo potesse scendere così in basso, gli veniva il voltastomaco al solo pensarci.

Anche lui aveva vissuto per strada, sapeva cosa significava avere freddo e fame, ma non aveva mai nemmeno lontanamente contemplato la possibilità di vendersi. Mai. Il solo pensiero lo faceva rabbrividire.

Aveva fatto altro, aveva rubato e spacciato droga.

Ed era sopravvissuto lo stesso, e con il culetto intatto.

Michele ricordava bene come, una sera di due anni prima, era entrato in casa sbattendo la porta.

Qualche giorno prima Giacomo gli aveva annunciato di avere trovato un bassista e un chitarrista, e lui aveva dato in escandescenze quando aveva saputo di chi si trattava.

Erano i due nuovi randagi di Aldo. Michele non aveva mai capito la mania di quell’uomo di aiutare quel genere di persone. Era come una di quelle vecchiette che raccolgono gatti nei parchi. Aldo raccoglieva ragazzi per strada.

«Li ho sentiti suonare, sono in gamba», disse Giacomo, tranquillamente, ignorando l’espressione furiosa di Michele.

«Non me ne frega un cazzo se sono in gamba! Io non voglio avere niente a che fare con loro. Sono due randagi!» gridò.

Suo fratello lo fissò con una sfumatura acida nello sguardo. Michele sentì un brivido attraversargli la schiena.

«Michi, dimentichi troppo spesso che anche noi due siamo randagi

Giacomo pronunciò quelle parole con un tono sommesso, quasi impercettibile, eppure Michele sentì ogni singola sillaba penetrare in lui come una staffilata.

Randagi. Era così che lui chiamava i ragazzi che venivano dall’istituto diretto dal dottor Aldo Martini.

Faceva di tutto per considerarli con disprezzo. E per dimenticare che anche lui aveva vissuto in quel posto a metà fra la casa-famiglia e l’ospedale psichiatrico.

Faceva di tutto per convincersi che lui non c’entrava niente con quelle persone, che lui era diverso.

Invece Giacomo non lo dimenticava mai e faceva sempre in modo che non lo dimenticasse nemmeno lui.

Quando quel giorno Giacomo gli presentò i due nuovi musicisti, Michele rimase quasi deluso. Si aspettava due travestiti o qualcosa del genere, due checche truccate e con le calze a rete. Era già pronto a sputare in faccia a tutti e due e a fare dei loro visi poltiglia se soltanto avessero osato toccarlo. E invece… erano, sì, truccati, ma era un trucco di tutt’altro genere. Un dark e un punk. Due ragazzi normali, secondo i suoi criteri di valutazione. A prima vista gli piacquero. Naturalmente non lo avrebbe mai dato a vedere. Si era ripromesso di trattare quei due come meritavano, con disprezzo. Non avrebbe permesso loro di entrare nella sua vita, li avrebbe accettati nel gruppo soltanto perché così aveva deciso Giacomo.

In ogni caso, avrebbe avuto a che fare con loro solo lo stretto indispensabile, ed era disposto a comportarsi bene con loro solo a condizioni di reciprocità.

Altrimenti avrebbe reso la loro vita un inferno.

Strinse la mano a Lorenzo, guardandolo negli occhi, con aria di sfida. Il ragazzo lo sbirciò per un attimo e abbassò subito lo sguardo, ma non abbastanza rapidamente da nascondere quanto fosse spaventato.

Michele era cinico e incazzoso, ma sapeva riconoscere chi ne aveva passate di tutti i colori, così come si riconosce un proprio simile. Il pensiero che quel ragazzo così indifeso fosse stato obbligato a prostituirsi gli attraversò la mente come un lampo, e subito sentì una grande pena dentro di sé. Tutti i suoi cattivi propositi si sgretolarono in un secondo e la diffidenza iniziale si trasformò in una istintiva simpatia.

Con Matteo andò diversamente. Quando gli strinse la mano avvertì una strana sensazione: si sentì frugare da quegli occhi neri e penetranti, e provò un fortissimo imbarazzo, come se fosse stato nudo. Contro la sua volontà, le sue guance si infiammarono.

Vide un sorriso compiaciuto prendere forma sulle labbra del ragazzo, come a voler esprimere soddisfazione per avere causato una simile reazione. Si sentì addosso quegli occhi scuri, socchiusi e privi di vergogna, dai quali non affioravano né dolore né tantomeno paura. Michele capì immediatamente che, se Lorenzo non aveva avuto scelta, Matteo invece l’aveva avuta. E non provava rimorso, né rimpianto. Era fiero e orgoglioso di sé.

In quell’istante Michele incominciò a odiarlo.

Strappò la mano dalla stretta rovente di Matteo e da quel momento non lo toccò più, se non per aggredirlo o per difendersi.

Giacomo sorseggiò la prima birra della serata da una caraffa da un litro. Non beveva mai alcolici mentre il pub era aperto, ma si concedeva quella specie di vasca da bagno non appena chiudevano.

Passò la caraffa al fratello, leccandosi la schiuma dalle labbra. Non sapeva cosa avesse Matteo, ma poteva immaginarlo. Guardò il fratello vuotare la caraffa d’un fiato. Non poteva immaginare due persone tanto diverse fisicamente, sembravano uno il negativo dell’altro. Tanto era biondo e solare Michele quanto era cupo e tenebroso Matteo.

Eppure si somigliavano nel carattere. Fuoco e fiamme, due taniche di benzina, sempre pronte a esplodere. Non potevano andare d’accordo. E nonostante questo…

«Lo capiresti anche tu, se non fossi tanto ottuso e limitato», disse Giacomo alzandosi e buttandosi il chiodo su una spalla.

Michele gli lanciò un’occhiataccia: quando si metteva a sparare sentenze suo fratello gli dava veramente sui nervi.

«Cosa? Ottuso e limitato? Ma che cazzo dici? Cos’è che dovrei capire?» chiese con rabbia, scattando in piedi a sua volta e sbattendo la caraffa sul tavolo.

Giacomo lo bloccò stringendogli un braccio intorno al collo.

«Ottuso!» ribadì ridendo. «È ora di andare a nanna, fratellino. Vedrai che una bella dormita fino a domani pomeriggio ti farà bene!»

«Aspetta, stronzo! Cosa dovrei capire? Rispondi!» gridò Michele, dibattendosi nella stretta, anche se sapeva di non riuscire a liberarsi. Giacomo allentò gradualmente la morsa in cui lo aveva intrappolato, lasciando che si svincolasse, e infine lo fissò nel profondo degli occhi.

«Se non lo capisci è perché non è ancora venuto per te il momento di capire.»

E si avviò verso l’uscita, lasciando Michele ancora più confuso. Anche se si conoscevano da quando erano bambini e si consideravano fratelli, Michele non comprendeva quasi mai del tutto quello che Giacomo diceva.

Matteo camminava velocemente, sempre tenendo stretta la mano di Lorenzo, che gli trotterellava dietro come un cane. Non sapeva cosa avrebbe fatto una volta arrivato a casa. Sicuramente niente di buono. Era furioso. Con Michele, con se stesso, con

Lorenzo, che lo seguiva senza protestare, senza ribellarsi.

Con tutto il mondo! Non poteva farci niente.

Sapeva da lunga esperienza che quando si sentiva così si comportava in modo stupido e pericoloso, poteva fare del male a se stesso e agli altri. Ma sapeva anche che qualsiasi tentativo di controllarsi avrebbe soltanto peggiorato le cose. Quando quella rabbia lo assaliva era come se dentro di lui si aggirasse una belva pronta a balzare fuori alla minima sollecitazione. Michele lo chiamava psicopatico.

Forse non aveva tutti i torti. Il pensiero di Michele rischiò di fargli saltare le coronarie. Strinse ancora di più la mano di Lorenzo, strappandogli un «Ahi!».

La nebbia era scomparsa e il gelo era quasi insopportabile.

I lampioni, con il loro biancore abbacinante, si alternavano alle sagome ombrose dei pioppi, e guidavano lo sguardo fino alla rotonda di

Piazza della Libertà. Matteo sentiva gli occhi inumiditi dal freddo e irritati dalla luce artificiale. Senza nessun preavviso, svoltò bruscamente a destra imboccando il sentiero coperto di ghiaia che attraversava il Parco delle Mura. Dopo pochi metri il chiarore era già scomparso, lasciandoli immersi nel buio, guidati soltanto dal rumore dei loro passi e dalle loro ombre nere che costeggiavano la strada.

Ritrovarono la luce quando il sentiero sboccò in un viottolo più largo che costeggiava le antiche mura della città.

Matteo continuò a camminare velocemente, mentre dietro di lui Lorenzo ansimava e incespicava.

Poco più avanti, sotto il balenio livido di un lampione, una banda di teppistelli lanciava sassi contro il muraglione e fumava. I ragazzi, cinque o sei, sentirono i passi sulla ghiaia e si voltarono verso di loro.

Lorenzo tentò subito di rallentare, ma Matteo continuò a camminare, strattonandolo. Quando arrivarono a pochi metri dal lampione, sentirono i ragazzi ridere. Quelli avevano notato che i due nuovi arrivati si tenevano per mano e avevano cominciato a sfotterli. Matteo tentò di ignorarli, cosa già di per sé difficile nelle sue condizioni, e accelerò l’andatura.

Voleva solo passare e raggiungere il suo appartamento il più in fretta possibile. Ma quando sentì la parola «froci», si bloccò così improvvisamente che Lorenzo andò a sbattergli contro.

«Lascia perdere, Matt, andiamo via…», gli sussurrò

Lorenzo, senza riuscire ad evitare quel tono piagnucoloso che Matteo detestava tanto.

Troppo tardi. Ormai Matteo aveva preso fuoco e stava accarezzando l’idea di muovere le mani. Sentì partire l’adrenalina dentro di lui, inarrestabile come un fiume in piena. Mollò la mano di Lorenzo e tornò indietro.

I ragazzi della banda lo circondarono immediatamente, sogghignando. Tanti contro uno, il loro sport preferito. Ma quando videro l’espressione di Matteo smisero di ridere e cominciarono a guardarsi l’un l’altro, come per accertarsi di essere davvero in tanti.

Matteo li fissò uno alla volta, leccandosi le labbra, come un leone affamato davanti alla gazzella appena sgozzata. Dai suoi occhi, dal suo viso, dalla postura che aveva inconsciamente assunto il suo corpo, emanava una violenza tale da essere quasi visibile, come rosse onde di calore che si diramavano da lui e si disperdevano nel buio. I sei teppisti si trovarono a indietreggiare senza quasi rendersene conto.

Ognuno di loro si pentì di avere anche solo guardato storto quel ragazzo, e se la sarebbero data a gambe se non avessero temuto di apparire dei vigliacchi agli occhi dei compagni. Senza preavviso,

Matteo partì all’attacco. Incominciò con il primo che si trovò davanti. In un attimo l’avversario si ritrovò a terra con le mani premute sulle labbra spaccate, senza avere avuto nemmeno il tempo di reagire.

Gli altri cinque, superata la sorpresa iniziale, lo assalirono tutti insieme. Matteo schivò tutti i colpi come se avesse il potere di prevedere le azioni di ognuno, e colpì ogni volta con una ferocia e una precisione tale da sgominare il branco in pochi secondi.

Dopo tutto quei sei fannulloni non erano niente di speciale, rintronati dalle ore passate davanti ai videogiochi e a corto di fiato per le troppe sigarette fumate. Inoltre lo attaccavano tutti insieme, senza la minima coordinazione, intralciandosi a vicenda. Se fossero stati un branco di lupi a caccia, sarebbero morti di fame.

Matteo sorrise e scosse il capo, guardandoli con divertimento e commiserazione. Pensò che Michele da solo riusciva a creargli molti più problemi. Afferrò l’ultimo rimasto in piedi per il giubbotto e gli piantò un ginocchio nello stomaco, poi lo spinse contro un altro che stava tentando di alzarsi in piedi.

Crollarono a terra tutti e due e Matteo si trattenne a malapena dall’infierire su di loro prendendoli a calci.

Si guardò intorno, rimirando soddisfatto il proprio lavoro. Gli aggressori erano dispersi lungo il sentiero, stringendosi lo stomaco, gli zigomi spaccati o il naso sanguinante. Lui non era nemmeno stato sfiorato. Ascoltò con gioia il proprio cuore battere veloce e i muscoli gonfiarsi di eccitazione.

Era una sensazione fantastica.

Tornò verso Lorenzo con un sorriso da predatore sulle labbra e lo riprese per la mano. Come se nulla fosse accaduto, si incamminò verso casa, questa volta più lentamente, assaporando quella specie di esaltazione che lo possedeva in ogni fibra. Anche il buio che lo avvolgeva gli infondeva serenità, e il freddo donava sollievo alla sua pelle accaldata. Nella sua mano dolorante e dalle nocche sbucciate c’era quella piccola e calda di Lorenzo, che lo seguiva terrorizzato, stringendo i denti per non mettersi a piangere.

 

 

 

 

III

La rabbia dentro

 

Erano le due del pomeriggio quando Matteo si svegliò. Si alzò dal letto a fatica, si sentiva indolenzito dappertutto come sempre quando faceva a pugni.

Gli facevano male soprattutto le mani, le braccia e la schiena, ma anche le gambe non mancavano di fargli notare il loro disappunto. Si passò le mani sul viso sbuffando e lanciò un’occhiata esitante al letto accanto al suo che sembrava abitato solo da un mucchietto di lenzuola stropicciate e che in realtà nascondeva da qualche parte il corpo rannicchiato di Lorenzo.

Si domandò come si sarebbe sentito al suo risveglio, schiacciando sul nascere il fiacco senso di colpa che minacciava di aleggiargli nello stomaco.

Massaggiandosi le reni si infilò nel bagno ed entrò nel box della doccia, aprendo completamente il getto dell’acqua bollente. Inzuppò la spugna ruvida di bagnoschiuma e si strigliò la pelle con forza, fino a sentirla bruciare.

«Era Lorenzo!» ricordò a se stesso, alzando il viso verso il getto e accogliendo con gratitudine l’acqua che gli scorreva addosso ustionandogli quasi la pelle e dandogli l’impressione di sciogliere e lavare via la sensazione di sporco che si sentiva addosso sempre quando faceva sesso.

«Era solo Lorenzo… il mio piccolo, dolce Lori…»

Occorse qualche minuto prima che lo shampoo riuscisse a sciogliere la poltiglia di cui erano intrisi i suoi capelli: era un’impresa quasi disperata. Chiuse l’acqua e allungò una mano fuori dal box per afferrare un vecchio accappatoio grigiastro di cui non ricordava il colore originale, che usò per strofinarsi la pelle senza nemmeno indossarlo, buttandolo alla fine in un angolo.

Scegliere il look del giorno non richiedeva che pochi secondi. Non aveva molta scelta, in quanto possedeva solo due paia di pantaloni e due maglioni: una coppia era sempre asciutta e l’altra sempre bagnata. Ogni volta che si vestiva si riprometteva di procurarsi qualcosa di nuovo, ma poi non lo faceva mai. L’idea di entrare in un negozio di abbigliamento lo mandava in depressione… magari

Giacomo avrebbe potuto dargli qualcosa di suo che non usava più.

Si mise davanti allo specchio e iniziò il trucco, disegnando uno spesso strato di matita intorno agli occhi e passandosi sulle labbra un rossetto nero, poi giù con phon, gel e spray, fino a quando la cresta fu perfettamente a posto. Controllò lo smalto delle unghie, che era sbeccato ma andava bene così.

Alla fine diede un’occhiata al risultato e sospirò, sollevando le spalle. Doveva ammettere che non era più il punk di una volta. Ora faceva la doccia tutti i giorni e i vestiti erano sempre puliti. Distrutti ma puliti. Era praticamente una persona rispettabile e il suo si era ridotto a essere un look. Però così si piaceva e non riusciva a immaginarsi in nessun altro modo.

«È il pensiero che conta!» disse allo specchio, sorridendosi.

Tornò in camera e si sedette sul bordo del letto a guardare Lorenzo che si stava svegliando. Matteo si sentì sorridere dentro. Lori era davvero bello, con quel viso da ragazza e con quella pelle liscia e bianca.

Poi una nube ricoprì il sorriso. Lori lo amava e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui. Sarebbe stato tutto semplice se anche lui avesse amato Lorenzo.

Sarebbero stati felici entrambi. E invece erano tutti e due disperati. Allungò una mano e gli accarezzò una guancia con la punta di un dito. Era il massimo che riusciva a concedergli come gesto d’affetto, sì, perché lui voleva davvero bene a Lorenzo. In quel momento si rese conto che non se la sentiva di affrontarlo al suo risveglio, si sentiva bene, leggero e pervaso da qualcosa che somigliava un po’ alla felicità e voleva rimanere così il più a lungo possibile.

Perciò si alzò per andarsene, ma una voce lo fermò.

«Stai andando da lui?» chiese la voce.

Matteo, che era già accanto alla porta, si voltò di scatto e vide che Lorenzo stava ancora rannicchiato su se stesso e aveva parlato voltandogli le spalle.

Strinse i denti e i pugni mentre una sensazione maledettamente consueta gli formicolava nelle vene e nel cervello. Per una volta si era svegliato tranquillo, sereno, senza quel peso che solitamente schiacciava lo stomaco, ed ecco che quello stupido stava rovinando tutto.

«Cos’hai detto? Di cosa stai parlando?» chiese, con la voce già alterata. Lorenzo si voltò per fissarlo, con gli occhi spalancati che si stavano gonfiando di lacrime.

«Perché non sei sincero con me? Io non ti chiedo amore, nemmeno affetto, ma voglio che tu sia sincero.

Così mi fai ancora più male…»

Matteo sentì improvvisamente la rabbia ribollirgli nel petto. Perché, maledizione, perché non gli era concesso passare qualche ora senza quel senso di soffocamento?

Prese un respiro profondo. In fondo Lorenzo aveva ragione. Glielo doveva. Soprattutto dopo quello che era successo quella notte. Lo aveva praticamente violentato. Una volta arrivati in camera gli aveva strappato i vestiti di dosso e lo aveva sbattuto contro il muro. Lo aveva tenuto con forza, per le braccia, per i fianchi. E Lorenzo non aveva emesso un suono per tutto il tempo. Si era lasciato buttare qua e là come una bambola di pezza. Alla fine si era rannicchiato sotto le coperte spiegazzate ed era rimasto lì, come un cucciolo abbandonato, tremando debolmente. Matteo lo guardò, rifiutando caparbiamente di sentirsi in colpa. Dopo tutto era stato lui a chiederglielo, a offrirsi a lui. E sapeva a cosa andava incontro. Ormai lo conosceva.

Lorenzo si sollevò a sedere, il lenzuolo si scostò e Matteo fu in grado di contemplare dal vivo gli effetti della sua brutalità sul corpo dell’amico: era pieno di lividi, sulle braccia magre, sui polsi delicati, sui fianchi. E pensare che Matteo aveva fatto a pugni poco prima, sfogando in quel modo una parte della sua rabbia. Si domandò cosa avrebbe fatto se il caso non avesse messo quei teppisti sulla sua strada. La risposta gli si conficcò nel cervello come una scheggia di ghiaccio. Non sarebbe riuscito a controllarsi, forse lo avrebbe ammazzato…

Deglutì a fatica, poi rimase immobile, senza sapere cosa dire, mentre il suo respiro diventata affannoso.

Fu ancora Lorenzo a parlare.

«Rimani con me. Lui non ti vuole, non ti vorrà mai! Io non posso più vederti soffrire così. Perché non lo lasci perdere? Io… vorrei solo vederti sorridere, qualche volta…»

Matteo prese un lungo respiro, forzando i polmoni fino a sentirli dolere. Quel ragazzo era un pazzo senza speranza! Come poteva parlare così dopo quello che gli aveva fatto? Gli mise una mano sulla testa, afferrò una manciata di capelli e strinse fino a quando non vide una smorfia di dolore comparire sul viso di Lorenzo.

«Sapevo che sarebbe finita così», sibilò. «Avevi promesso di non chiedermi niente.»

Lorenzo rimaneva fermo, con gli occhi chiusi, mentre le lacrime continuavano a filtrare da sotto le palpebre e tracciavano scie sporche di nero sulle guance. Matteo mosse la mano ad asciugargli una guancia nella nervosa imitazione di una carezza e subito l’espressione del ragazzo si distese, illuminandosi.

Matteo si sentì lacerare il cuore. Bastava così poco, niente, per farlo felice. Povero, dolce Lorenzo…

«Io non ce la faccio, Lori. Tu non sai come vorrei ricambiare quello che provi per me, ma non ci riesco. Lui è entrato dentro di me e io non so cosa fare…

Lo so che non lo avrò mai e che mi odia, ma non posso farci niente.»

Si alzò dal letto e uscì senza voltarsi, senza vedere

Lorenzo accasciarsi sul letto e seppellire il viso dentro il cuscino.

Si diresse subito verso l’Inferno. Doveva assolutamente vedere Michele. Sarebbe stato ancora male ma doveva vederlo.

Soltanto in strada si rese conto che non erano nemmeno le tre. Giacomo e Michele aprivano il pub soltanto verso le quattro e mezza. Si chiese dove poteva andare nel frattempo e gli venne in mente un solo posto: il Punto. Si incamminò, depresso e arrabbiato, ricordando che a quella insolita ora della giornata al Punto c’erano soltanto i russi, che in realtà venivano da diversi paesi dell’Est. Entravano con permessi di studio e poi rimanevano, si prostituivano per mantenersi e spesso finivano in altri giri, soprattutto droga. Decise di andarci lo stesso, anche solo per bere una birra, tanto non aveva niente altro da fare.

Percorse Via XX Settembre ignorando le vetrine illuminate e decorate in rosso e bianco, e la gente che camminava lentamente e sorrideva osservandole con gioioso interesse, indicando con il dito quello che sarebbe stato un regalo perfetto per un amico o un parente. I bambini, nascosti dentro strati di lana, appoggiavano le manine guantate contro le vetrine e alitavano attraverso la sciarpa, osservando gli aloni di vapore come se fossero il fantastico risultato di una magia. Yorkshire e Pinscher con cappottini scozzesi trotterellavano attaccati a guinzagli colorati e facevano pipì contro i muri.

Matteo camminava in mezzo a tutta questa gioia con le mani in tasca e l’umore grigio come il cielo coperto da nuvole pesanti che minacciavano pioggia da un momento all’altro. L’aria era fredda e umida, ma nessuno sembrava accorgersene, tranne lui.

All’altezza di Porta Vecchia svoltò in Vicolo Magenta.

In fondo c’era il Punto. Man mano che si inoltrava nel vicolo le luci natalizie diminuivano fino a scomparire, insieme all’atmosfera festosa e allegra, come se le due cose fossero in qualche modo collegate. Matteo si fermò davanti al bar, chiedendosi ancora una volta se davvero voleva entrare. Di notte il locale era appena presentabile, le luci blu che ne illuminavano la facciata creavano un certa atmosfera sofisticata. Ma a quell’ora i neon erano spenti e la luce del giorno, anche se fioca e nebbiosa, non era in grado di mitigare lo squallore del posto.

Il muro esterno era bianco, ma sporco e scrostato, e gli angoli del vicolo che di notte, avvolti dalle tenebre, erano invisibili, si rivelavano sporchi e pieni di sacchi di spazzatura. Spinse la porta ed entrò.

All’interno c’era buio come al solito. Le vetrate in vetro blu non lasciavano passare la luce del giorno e il locale era immerso in una fievole luce artificiale.

Potevano essere le tre del pomeriggio esattamente come le tre di notte. Soltanto sette persone erano presenti, quattro sedute sugli sgabelli al bancone e le altre tre disperse ai tavoli, sistemate come a volersi mantenere alla maggiore distanza possibile da chiunque altro.

Matteo rimase in piedi accanto al bancone e chiese una birra scura a Bruno, il proprietario del Punto e unico barista a quell’ora. Dalle sette di sera in poi veniva affiancato da due donne, una trentenne rossa e vistosa e una quarantenne ossigenata e tracagnotta.

Portò il bicchiere alle labbra e si voltò in modo da osservare i presenti senza essere notato. I quattro al bancone, a parte la femmina, erano marchette, tutti giovani, sui diciotto – vent’anni. Tutti russi, senza dubbio. Non riusciva a decifrare i visi dei tre uomini ai tavoli. Osservò ancora i ragazzi al banco, questa volta puntandoli apertamente. Sorseggiò lentamente la birra cercando di decidere se almeno uno di loro valesse la pena.

Mancava ancora un’ora abbondante all’apertura dell’Inferno e in quel lasso di tempo avrebbe potuto farli passare tutti, anche la ragazzina, tanto per cambiare. Avevano tutti la carnagione pallida, occhi chiari, capelli di quattro diverse lunghezze e di altrettante gradazioni di biondo. L’ultimo in fondo non era per niente male, aveva il minuscolo naso a patata spruzzato di lentiggini. Lo fissò fino a quando il ragazzo non si accorse di essere osservato.

Non possedeva certo la bellezza delicata di Lorenzo e tantomeno l’algida e luminosa perfezione di Michele. Ma era carino e poteva aiutarlo a passare un quarto d’ora divertente. Sorrise al ragazzo, che ricambiò lo sguardo ma non il sorriso, e posò la caraffa ancora mezza piena sul marmo del bancone.

Improvvisamente sentì che qualcuno gli aveva appoggiato le dita su una spalla e si voltò di scatto, afferrando lo sconosciuto per il polso con una mano mentre con l’altra stretta a pugno era già pronto a colpire.

«Vova!» esclamò, non appena riconobbe il giovane che aveva fatto un balzo indietro e aveva sollevato un braccio a proteggersi il viso. «Vova, che cazzo fai? Non mi devi prendere di sorpresa alle spalle, è pericoloso!»

Allentò la presa sul polso e tirò delicatamente Vova verso di sé, poi si abbassò a scrutare il volto del ragazzo. Era peggiorato dall’ultima volta che lo aveva visto.

«Come stai?» chiese.

Vova sollevò le spalle e spalancò su di lui due grandi occhi acquosi dalle pupille stranamente piccole.

«Matteo, hai soldi?» chiese subito con un pesante accento russo. «Non per me, per Daria. Ti prego, lei ha bisogno, lei malata.» Afferrò il maglione di Matteo con le dita magre.

«Vieni con me, vuoi? Mi paghi poco, poco.»

Le mani si arrampicavano su di lui come due enormi insetti e per un istante Matteo fu pervaso dall’istinto di afferrarlo e spingerlo via, buttarlo a terra, sferrargli un pugno. Ma si limitò a staccare le mani dal maglione con delicatezza, tenendo i polsi sottili stretti nelle mani.

«Vova, che succede?»

Il ragazzo lo guardò supplicandolo con lo sguardo.

Tentò di sorridere con le labbra screpolate e scoprì i denti che stavano diventando neri. Matteo conosceva Vova da due anni, ma ora non era altro che una grottesca caricatura di se stesso. E aveva soltanto diciannove anni. Daria, sua sorella, di anni ne aveva sedici.

«Lei sta male, non ce la fa più. Io cerco di aiutare, ma tu vedi, anche io non sto bene.»

«Già», mormorò Matteo, osservando i capelli una volta folti e dorati, ora più radi e opachi.

Distolse lo sguardo. Non aveva più voglia di vederselo davanti.

«Vedo».

«Allora?»

«Allora cosa?»

«Tu vieni?» chiese.

Matteo notò che stava diventando nervoso, le labbra gli tremavano, e anche le mani.

«No», sussurrò.

Non aveva nessuna intenzione di fare del sesso con Vova, non conciato in quel modo. A quella risposta il giovane russo si mise ad ansimare come se gli mancasse l’aria. Matteo vide la disperazione nei suoi occhi. Ricordò una cosa e infilò una mano nella tasca dei jeans. In fondo c’erano ancora i soldi che gli aveva dato il suo ultimo… cosa? Cliente no di certo! Però gli aveva dato dei soldi… Caparbiamente, respinse il pensiero ed estrasse il denaro dalla tasca. Per la prima volta vide che si trattava di tre banconote da venti euro. Sessanta euro, non certo una cifra generosa. Li mise nella mano di Vova, ma trattenne mano e banconote.

«Senti, io conosco qualcuno che può aiutarvi, tu e tua sorella.»

Il ragazzo sgranò gli occhi e strattonò i soldi. Voleva solo scappare via per andare a procurarsi un po’ di merda da fumare o spararsi nelle vene. Comprare qualcosa da mangiare per Daria era fuori discussione.

Vova avrebbe voluto, avrebbe davvero voluto farlo, ma non lo avrebbe fatto.

«Vova, non è impossibile. Queste persone possono aiutarvi davvero. Con me l’hanno fatto.»

Vova gli rivolse un’occhiata incredula. Poi scosse la testa e i suoi occhi si riempirono di qualcosa che

Matteo in un primo tempo faticò a riconoscere. Era invidia. No, peggio. Era odio. Matteo sentì il cervello paralizzarsi e lo stomaco andare in poltiglia.

La mano che tratteneva quella di Vova divenne gelida.

Iniziò a stringere fino a quando non sentì le ossa scricchiolare sotto le dita e il russo iniziò a urlare.

«Pezzo di merda! Ti sto regalando sessanta euro!

In quanto tempo pensi di riuscire a raggranellare sessanta euro, che fai schifo! È tanto se trovi qualcuno che ti molla cinque euro per un pompino!»

La tentazione di strappare le banconote a Vova era forte, ma non lo fece. Non voleva tenerle. Lasciò la presa e il ragazzo si strinse i soldi contro il petto come un piccolo tesoro e poi schizzò via, fuori dal bar, più in fretta che gli riuscì. Matteo rimase fermo a guardare la porta per un minuto buono, respirando in fretta. Una volta lui e Vova erano stati amici, tanto tempo prima, quasi un’altra vita. Si guardò intorno e vide il biondino che aveva puntato uscire con uno dei tipi che erano seduti ai tavoli.

Passandogli davanti il ragazzo gli rivolse un’occhiata che diceva: mi dispiace, preferivo stare con te, ma sai com’è… Pazienza. E comunque gli era passata la voglia.

Pagò la birra e se ne andò.

Arrivò all’Inferno smisuratamente presto e non trovò altro da fare se non sedersi sui gradini gelidi davanti all’entrata. Il cielo era sempre più scuro e la luce sempre più scarsa. Le lettere gotiche in neon verde erano spente così come i fari che illuminavano il parcheggio.

L’Inferno, così come il Punto, privo della maschera di luce e ombra che lo trasformava durante la notte, si rivelava per quello che era: un vecchio magazzino ai bordi di una strada quasi vuota, davanti a un parcheggio non asfaltato, coperto di ghiaia e pieno di buche. L’unica altra costruzione della via era un ex cinema ora chiuso. Sui muri esterni erano ancora visibili gli ultimi cartelloni, ridotti a brandelli sbiaditi.

Matteo accese una sigaretta. Rimase seduto strofinandosi le braccia di tanto in tanto per riscaldarsi, e attese. Dopo un tempo che gli sembrò infinito, anche a causa del freddo che lo aveva ghiacciato fin nelle ossa, finalmente vide arrivare di corsa Michele. Il biondo si fermò di colpo davanti a lui e lo scrutò per un attimo. Non ci mise molto a riconoscerlo, la cresta era inconfondibile, una rarità a quei tempi in cui i punk erano una razza praticamente estinta.

«Che cazzo ci fai qui?» chiese.

Ansimava leggermente a causa della corsa. Matteo vide le guance arrossate e le labbra rosse, socchiuse mentre nuvole di vapore ne uscivano, calde e profumate di birra e sigarette. Improvvisamente non sentì più freddo, il sangue aveva ricominciato a scorrere attraverso il suo corpo.

«Ci lavoro, se non ricordo male», rispose, sforzandosi di non dare alla voce nessun tono particolare.

Il biondo sfoderò il suo sorriso maligno.

«Non sei al tuo secondo lavoro, oggi?»

«Non ho nessun secondo lavoro. Io lavoro qui all’Inferno e basta.»

Mantenere la voce neutra stava diventando difficile.

Sapeva dove Michele voleva andare a parare.

Sempre nello stesso punto.

«Non hai trovato clienti, oggi? Stai perdendo il tuo fascino.»

«Non ho mai clienti.»

«No, certo…»

Matteo si alzò in piedi. Lui e Michele erano praticamente della stessa statura. Lo fissò negli occhi e sorrise.

«Non sapevo che pensassi che ho fascino.»

Michele smise di sorridere e Matteo provò un brivido di soddisfazione. Era fiero del disagio che riusciva a instillare nel suo nemico.

«Faccio quello che fai tu. Mi piace il sesso, come a te. Io vado con i ragazzi e tu con le tue troiette. È la stessa cosa.»

«No. Quello che faccio io è sesso. Quello che fai tu è merda.»

Ora Michele lo guardava con tanto disprezzo che

Matteo non riuscì a reagire in nessun modo. Una mano colpì la testa bionda e Matteo vide i capelli sollevarsi e ricadere come un lampo di luce.

«Smettila, lascialo in pace.»

Giacomo aveva raggiunto il fratello, aveva ascoltato l’ultima parte del discorso e lo aveva schiaffeggiato sulla nuca.

«Vai dentro, stronzetto.»

Michele fece i cinque scalini che lo separavano dall’entrata del pub di corsa, rivolgendogli un ultimo sguardo carico d’odio, e trafficò per un po’ con le chiavi. Poi scomparve dentro il locale. Dopo pochi secondi le luci verdi lampeggiarono e poi si accesero, spargendo intorno un chiarore opaco. Matteo era ancora in piedi e tratteneva il fiato. Giacomo si avvicinò.

«Stai bene?» chiese.

Matteo scosse la testa.

«No, è stato un pomeriggio di merda. Giaco…»

«Cosa?»

Matteo guardò Giacomo. Aveva un’aria solida, rassicurante. Sentì il bisogno di essere abbracciato, consolato in qualche modo, protetto.

«Niente…»

«Dai, vieni dentro.»

Giacomo gli passò un braccio intorno alle spalle e lo trascinò dentro l’Inferno.

Michele saltellò qua e là e accese le luci cantando a voce alta. Poi prese una scopa dal magazzino e raccolse le briciole da sotto i tavoli. Giacomo si occupò del bancone come sempre, accese la lavastoviglie e controllò le bottiglie dei liquori, togliendo quelle vuote e sostituendole con altre piene. Matteo prese i moduli d’ordine e andò in magazzino a stilare le liste degli articoli che scarseggiavano. Per tre ore ognuno si dedicò alle proprie occupazioni, poi alle sette arrivarono Choppy, trascinando due enormi sacchi di pane fresco, e le ragazze in jeans e scarpe da ginnastica. Insieme terminarono di pulire, lavando i pavimenti e passando spugne sui tavoli.

L’ultima cosa che fecero fu accendere i monitor e il locale si riempì di movimento e di musica.

Choppy, un diciottenne che stava per diplomarsi alla scuola alberghiera, t-shirt e All Star rosse, capelli ricci e occhiali, si ritirò nel suo regno, la cucina.

Sarita, Na-chan e Stefania, armate di zaini e trousse, andarono a trincerarsi in bagno da dove uscirono qualche tempo dopo trasformate in perfette ragazze metal, corsetti di pelle, minigonne, stivali sadomaso e trucco pesante. Sarita, una bellissima Morticia, alta e con i capelli lisci, lunghi e neri, e Na-chan, piccola e minuta come una bambina e con i capelli scuri tagliati a caschetto, raggiunsero Choppy in cucina.

Stefania, bionda e con un fisico da modella, andò dietro il bancone con Giacomo.

Michele e Matteo si sedettero a due diversi tavoli, ignorandosi a vicenda. Matteo accese una sigaretta.

Poi iniziarono ad arrivare i ragazzi.

Quando, intorno alle dieci, Lorenzo varcò la porta dell’Inferno, tutti erano già immersi nella confusione solita del pub. Giacomo lo salutò dandogli una pacca sulle spalle e porgendogli una birra piccola, bionda e ghiacciata. Michele gli passò accanto e gli chiese come mai fosse arrivato così tardi ma poi se ne andò, risucchiato dalle sue occupazioni, senza nemmeno ascoltare la risposta. Matteo neanche lo vide. Sospirando, rassegnato, prese un blocchetto e una penna e si mise a girare fra i tavoli per raccogliere le ordinazioni.

Le ragazze lo baciarono sulle guance, stringendolo come un peluche, man mano che lo intercettavano, rivolgendogli i sorrisi affettuosi e le battute infantili che si riservano al fratellino piccolo.

Nessuno lo guardò abbastanza a lungo da notare il livido che aveva sul mento e il suo sguardo disperato.

Michele stava per spingere la porta della cucina quando incrociò Stefania mentre puntava verso i tavoli con un vassoio carico di birre. La ragazza gli rivolse un sorriso accattivante, al che lui la afferrò per un braccio, rischiando di sbilanciarla, e le premette le labbra sulla bocca. Stefania si mise a ridere.

«Senti, quando mi porti fuori?» chiese, ammiccando.

Michele la osservò per un attimo, come se stesse soppesando la questione.

«Non è bene che il datore di lavoro si prenda certe confidenze con il personale…»

«Troppo tardi», rise ancora la biondina mentre Michele la tratteneva per la vita.

«Sei un film già visto», le sussurrò mentre si chinava a baciarle il collo.

«Posso improvvisare scene inedite», replicò lei.

«Ti faccio sapere, eh?»

Michele la baciò ancora, questa volta forzandole le labbra con la lingua, poi la lasciò andare. Vide che Sarita lo stava guardando e le rivolse un sorriso fintamente imbarazzato.

«Se ti ripassi lei, devi ripassarti anche me e Na-chan.

Non puoi fare preferenze fra i tuoi dipendenti.

Sono regole sindacali», sentenziò la mora, passandogli accanto e guardandolo con malizia.

Michele scosse il capo, soffocando una risata. Seguì con lo sguardo la ragazza che scompariva fra i tavoli, e decise che Sarita possedeva il fondoschiena migliore fra le ragazze che conosceva. Quando sollevò gli occhi vide Matteo che lo fissava dall’altro capo della sala.

Quella notte, dopo che ebbero suonato, Michele se ne andò con Thomas e la sua banda. Uscì con una ragazza sottobraccio, una che aveva appena conosciuto e che non era Stefania. Matteo vide la biondina osservare la scena con aria imbronciata.

Lorenzo se ne andò poco dopo da solo e Matteo rimase ancora un po’ al pub con Giacomo, a parlare e a bere birra.

Poi fece la strada di corsa, pensando che la sua vita faceva schifo, che Michele era la persona peggiore al mondo e che lui lo odiava con tutte le sue forze. Eppure lo desiderava tanto da sentirsi mancare il fiato e da non riuscire neppure a camminare.

Avrebbe dato qualsiasi cosa per averlo soltanto una volta. Per vederlo una volta sorridergli, guardarlo senza odio negli occhi. Per posargli una volta le mani sul viso, sulle spalle, sui fianchi. Per stringerlo fra le braccia e sentire il suo corpo aderirgli contro…

Attraversando il Parco delle Mura, si accorse di essere solo, si fermò e si strinse le braccia intorno allo stomaco. Il dolore che provava era tanto forte da risultare quasi fisico. Gemette una, due, tre volte, come un animale ferito. Poi si raddrizzò e riprese a camminare, inspirando forte l’aria fredda.

Quando raggiunse Lorenzo nel loro appartamento, si sentiva furioso, depresso e del tutto privo di qualsiasi motivo per continuare a vivere. Si gettò sull’amico come una belva affamata e non lo lasciò andare fino a quando Lorenzo, terrorizzato, non lo implorò di smettere. Ben lontano dall’avere smaltito la rabbia, si fiondò nel bagno. La visione dell’amico rannicchiato sul pavimento in un angolo della stanza, nudo e con il sangue che gli colava dal naso, che singhiozzava disperatamente, lo lasciò nella più totale indifferenza.

La sera seguente fu una fotocopia della precedente, e così, con minime variazioni, tutte le sere dopo, fino alla fine della settimana. Matteo fece di tutto per rimanere alla larga da Michele, ma sembrava che il caso lo mettesse sulla sua strada in ogni momento. Lo vedeva sfrecciare per il locale con le mani piene di bottiglie di Cères, dietro il banco mentre versava Sheridan’s nei bicchieri, sul palco dove saliva ogni tanto e suonava la chitarra con i gruppi improvvisati. Lo incrociava entrando e uscendo dalla cucina o dal magazzino, lo trovava fuori davanti all’entrata che parlava e rideva con alcuni amici mentre si passavano uno spinello. Cercava di ignorarlo, ma era impossibile non vedere quella testa bionda in mezzo alla folla, era come un faro che brillava nel buio. Non riusciva a ignorarlo quando lo sorprendeva da qualche parte avvinghiato a Stefania. La maggior parte delle sere, poi, poco prima della chiusura, arrivava Thomas e Michele spariva dietro a lui. Matteo non aveva che due opzioni: tornare subito a casa e sfogarsi su Lorenzo, oppure fermarsi al Punto e rimorchiare qualcuno.

Qualsiasi cosa facesse, non cambiava niente.

Il dolore non passava mai.

Il sabato il Gruppo suonò. Appena sceso giù dal palco, Michele scomparve nel magazzino con Stefania.

Matteo finse di doverci andare e spinse la porta che si rivelò chiusa a chiave. Dall’interno venivano risatine e mugolii femminili contrappuntati da gemiti maschili. Andò al bancone e si fece dare una Cères da Giacomo, poi tornò al palco e vi si accomodò sopra lasciando penzolare i piedi. Alternò sorsate di birra a boccate di fumo, poi chiese un’altra Cères e accese una nuova sigaretta. Non aveva intenzione di muoversi da lì per molto tempo. Vide Lorenzo infilarsi il cappotto e andarsene. Poco dopo arrivò Thomas che si sedette a un tavolo e si fece portare una vodka. Qualche minuto più tardi Michele e Stefania uscirono dal magazzino. Michele raggiunse Thomas e uscì con lui senza degnare la ragazza di un altro sguardo.

Intanto il pub si stava vuotando lentamente. Matteo non contava più da un pezzo le sigarette e aveva sostituito le birre con la vodka. Ormai non riusciva più a mettere un pensiero dietro l’altro con un minimo di logica, e il dolore dentro lo stomaco e dietro lo sterno era ridotto ad un ronzio fastidioso ma quasi innocuo. Non stava bene ma neanche troppo male. Desiderò che quella sensazione durasse per sempre. Immerso nella sua apatia, non si accorse che Stefania lo aveva raggiunto e gli porgeva l’ennesimo bicchiere di vodka.

«Prendi, avanti!» gli intimò la ragazza picchiandogli lievi ditate sulla spalla.

Matteo cercò per qualche secondo di mantenerla fuori dalla sua attenzione ma lei era tanto insistente che alla fine dovette trascinarsi dolorosamente fuori dalla tana buia in cui si era rifugiato.

«Che vuoi?» chiese con la voce impastata e gracchiante.

Stefania gli si sedette accanto e Matteo gemette dentro di sé. Voleva che se ne andasse.

«Niente di particolare», rispose sorridendo.

La sua spalla aderiva a quella di Matteo.

«Tieni», disse porgendogli di nuovo la vodka.

Questa volta Matteo la prese e la ingoiò. Quasi non ne sentì il sapore.

«Non si può fumare qui dentro, lo sai», disse Stefania.

Matteo continuò a tirare lunghe boccate, anche se si sentiva molto vicino ad una overdose di nicotina.

«Che vuoi?» chiese di nuovo. «Dimmelo o vattene.»

«Voglio… fare sesso con te, ti va?»

Matteo le scoccò un’occhiata mordace.

«Perché?»

Lei scosse la testa, lasciando ondeggiare i capelli e lo guardò come se la cosa fosse del tutto ovvia.

«Perché sei bello, vali la pena e mi va.»

«Michele non c’entra niente?»

«Michele è uno stronzo. Ma non c’entra niente.»

Stefania scese dal palco e si mise davanti a lui.

Sfoggiava un sorriso accattivante.

«Voglio solo vantarmi con le amiche di essere stata la prima a farmi Matteo.»

Buttò la testa indietro e rise.

Matteo la osservò per un po’. Quello che stava architettando era chiaro, le si leggeva su ogni tratto di quel viso da modella per riviste patinate, avvenente quanto del tutto priva di personalità. Voleva vendicarsi di Michele e non era facile. Lui non era legato a Stefania, non gli importava niente di lei.

Era solo un passatempo, come tutte le altre. Lei avrebbe potuto scegliere uno qualsiasi fra i ragazzi dell’Inferno, poteva farseli anche tutti quanti, uno alla volta o tutti insieme, davanti a Michele, e a lui non sarebbe importato niente. L’unico modo per poter sperare in una reazione, anche se minima, era riuscire a fare sesso con Matteo. Michele non ne sarebbe stato geloso, certo che no, ma indispettito forse sì. Una misera soddisfazione. Non valeva la pena cercare di vendicarsi di Michele facendo leva sui suoi sentimenti, dato che non ne possedeva. Era un essere totalmente concentrato su se stesso, del tutto indifferente a chiunque altro.

Matteo spense il mozzicone e posò il bicchiere accanto a tutti gli altri. Stefania lo prese per mano e lo fece scendere dal palco tirandolo delicatamente.

Raggiunsero il magazzino e vi si chiusero dentro.

La ragazza non mise tempo in mezzo, si avvinghiò a lui, passandogli le mani sul corpo e baciandolo su ogni lembo di pelle esposta, sulla gola e sulle clavicole.

Cercò di baciarlo sul viso ma Matteo si scostò.

Lui la afferrò e la strinse, baciandola sul collo e fra i seni con foga. La ragazza lanciò un piccolo urlo poi si divincolò per potersi spogliare ma lui la fermò tenendole i polsi fra le mani. Continuò ad accarezzarla attraverso i vestiti poi infilò una mano sotto la microgonna e le strappò via il collant e il perizoma. In un attimo se la rivoltò fra le braccia e la spinse contro uno scaffale. Lei mugolava e ridacchiava beata. Il gioco la stava eccitando. Matteo sprecò ancora un po’ di tempo ad esplorarla con le dita, cercando di raggiungere un’erezione decente, poi si staccò da lei giusto il tempo per infilare un preservativo.

La penetrò da dietro e poi si mosse in fretta e furia.

Lei gemette forte.

«Wow! Ma tu sei sicuro di essere gay?» ansimò e rise. Rideva continuamente.

«Io non sono gay. Mi piacciono i ragazzi.»

«E non è la stessa cosa?»

«Dipende dai punti di vista.»

Matteo la voltò di nuovo e la spinse sulla brandina che tenevano in un angolo, dietro gli scaffali.

Ufficialmente serviva per riposare un attimo, oppure per farci sdraiare qualcuno che si fosse sentito male. In realtà serviva quasi esclusivamente per scopare. Ricominciò a muoversi, voleva finire in fretta, ma le circostanze non lo stavano aiutando.

La vodka non gli rendeva le cose facili e Stefania nemmeno. Niente in lei aveva il potere di eccitarlo, né il suo corpo, né il profumo troppo stucchevole che emanava la sua pelle. I gemiti e gli squittii che emetteva erano irritanti. Erano gli stessi suoni che aveva sentito origliando alla porta.

Improvvisamente si rese conto che quella stessa scena si era svolta in quello stesso posto poche ore prima. Solo che al suo posto c’era Michele. Matteo era lì, e faceva le stesse cose con la stessa ragazza.

La guardò. Aveva gli occhi chiusi e la bocca aperta.

Fu colto da una vampata d’odio che si riversò in tutto il suo corpo. Non c’era niente di diverso dal solito. Stefania lo stava usando per vendicarsi di Michele. Lo stava usando e basta. Come sempre.

Come tutti. Sentiva le mani di lei sulla schiena che lo accarezzavano e lo graffiavano. Non voleva più essere toccato. Le afferrò i polsi e glieli bloccò sul materasso, ai lati della testa. Spinse più forte e lei gridò, spalancando gli occhi sbalordita.

«Mi fai male!» esclamò.

Matteo continuò, ignorando le proteste di Stefania.

La biondina aveva finalmente smesso di ridere e di squittire.

Matteo la girò, mettendola bocconi, e la sodomizzò brutalmente, mettendo tutto il suo odio in quello che stava facendo. Le schiacciò il viso contro il cuscino per impedire che le urla si sentissero fuori dal magazzino, rischiando di soffocarla.

Finalmente venne e non fu per niente piacevole.

Rimase immobile per un attimo e Stefania smise di divincolarsi. Matteo vide le sue spalle sussultare mentre un flebile lamento scaturiva dal cuscino.

Si alzò in piedi, tolse il preservativo striato di bianco e rosso, lo buttò a terra e sistemò i pantaloni.

Prese la ragazza per un braccio e la fece alzare.

Lei aveva il viso bagnato e il trucco sparso a macchie sulla faccia. Adesso lo guardava con paura e odio.

«Sei un pazzo, pezzo di merda, frocio!» gli gridò contro, poi prese a singhiozzare.

Matteo sollevò una mano e la colpì in pieno viso con uno schiaffo. La ragazza cadde a terra con le labbra che sanguinavano e Matteo se ne andò, pensando con rabbia che gli ricordava tanto Lorenzo.

Prefazione

Il debutto letterario di Francesca Melloni avviene dentro un substrato culturale in cui si riverberano forti suggestioni espressioniste (la nostra impressione è che l’autrice abbia letto molti classici del Novecento, assimilandone parecchia linfa preziosa). Il respiro della notte è una storia a tratti minimalista, ma con squarci di vibrante intensità emozionale. Il protagonista, Matteo, entra in scena con una specie di invettiva interiore che gli rimbalza nella mente: tutta colpa di quello stronzo di Michele… Michele è il suo angelo nero, l’oscuro oggetto di un desiderio inappagato (la sua vorace e quasi proterva eterosessualità rappresenta una barriera in apparenza insormontabile per Matteo, attratto da quella sua «voce bassa e calda, sensuale, che diventava come carta vetrata quando si alzava di tono. Era una voce capace di graffiare la pelle e l’anima. Il microfono amplificava i suoi respiri nel silenzio insolito del locale, rendendoli simili a gemiti di piacere. I capelli biondi, quasi bianchi, si appiccicavano alla pelle sudata del viso, alle guance, alla bocca, e poi scendevano a sfiorare il collo, per perdersi dietro la schiena»), e gli fa da contrappeso Lorenzo, l’angelo bianco, quasi efebico nella sua esile fragilità, nel suo mostrarsi vulnerabile nel fisico come nella mente («La prima volta che lo aveva visto pioveva e Lorenzo aveva i capelli appiccicati al viso e il trucco che gli colava sulle guance pallide. I suoi vestiti erano fradici, e lui si stringeva nelle braccia tremando dal freddo. Sembrava un gattino appena buttato in un sacco della spazzatura»). Il trio frequenta un locale percepito come oasi urbana, come utero artificiale in cui rannicchiarsi per sfuggire a una realtà tetra e opprimente, ai fantasmi cianotici di notti che si trascinano stancamente fino alla livida malinconia dell’alba negli slums urbani.
«L’Inferno era un pub per disperati, un luogo dove passare la notte se non sapevi dove andare, dove stordirti di alcool e musica a tutto volume. Ma era anche un locale dove potevano suonare gruppi che da altre parti non facevano nemmeno entrare. Un posto per balordi. Per Matteo, un posto dove sentirsi a casa».
L’autrice sfoggia un impeto quasi rabbioso nel tratteggiare le pulsioni dei suoi personaggi: una prosa asciutta ma a sprazzi irrigata dal fiume carsico di improvvise vampate quasi barocche, come nel brano della rissa notturna con una banda di teppisti, che vede Matteo combattere danzando come un eroe omerico catapultato in un vicolo deserto («Matteo li fissò uno alla volta, leccandosi le labbra, come un leone affamato davanti alla gazzella appena sgozzata. Dai suoi occhi, dal suo viso, dalla postura che aveva inconsciamente assunto il suo corpo, emanava una violenza tale da essere quasi visibile, come rosse onde di calore che si diramavano da lui e si disperdevano nel buio»).
Affiora anche un gusto quasi postmoderno in certi ritratti femminili, come in un quadro di Caravaggo in cui, colpite da una scia di luce opaca che cade dall’alto, le vesti delle popolane rinascimentali (il pittore prediligeva lavandaie e prostitute) si mutano per magia in abbigliamento punk o metal («Sarita, Na-chan e Stefania, armate di zaini e trousse, andarono a trincerarsi in bagno da dove uscirono qualche tempo dopo trasformate in perfette ragazze metal, corsetti di pelle, minigonne, stivali sadomaso e trucco pesante. Sarita, una bellissima Morticia, alta e con i capelli lisci, lunghi e neri, e Nachan, piccola e minuta come una bambina e con i capelli scuri tagliati a caschetto, raggiunsero Choppy in cucina. Stefania, bionda e con un fisico da modella, andò dietro il bancone con Giacomo»).
Il respiro della notte, gelido o rovente a seconda della percezione sensitiva, racchiude un microcosmo variegato e ribollente, che l’autrice compone come un mosaico denso di colori a volte brillanti e a volte fangosi: i germi dell’autodistruzione proliferano assieme a slanci di selvaggia vitalità, sensazioni e desideri sfumano in contorni ambigui e indefiniti, ma la maschera portata dai personaggi talvolta si decompone e si frantuma, per rivelare un volto che, orrido o angelico che appaia, altro non è che l’emersione tellurica della propria vera identità. Le dissonanze cupe e compulsive della musica alternativa, che accompagnano gli aneliti spesso disperati di questo mondo profondamente altro rispetto a una massa intontita dalla banalità televisiva, confluiscono in una sinfonia trasgressiva e blasfema nel sistematico deragliamento dai canoni imposti dalla società dei «regolari», degli integrati che, ipocritamente, ogni tanto si immergono in quella specie di suburra infetta per soddisfare i loro vizi inconfessabili.
Francesca Melloni affonda il suo bisturi impietoso in carni e viscere innocenti quanto contaminate, mescolando il luccichio puro e scintillante delle lacrime con il riflesso torbido della pioggia ristagnante nelle pozzanghere di una strada di periferia.

Guglielmo Colombero

Autrice

Francesca Melloni

Francesca Melloni è nata a Milano nel 1969, e vive in un piccolo paese in provincia di Bergamo. Ha un diploma di Operatrice turistica, e lavora come impiegata. Le sue passioni sono il Cinema d’autore (Kubrick e Tim Burton su tutti), la Fantasy (Tolkien e M. Z. Bradley), la musica e i Manga di genere yaoi come Kizuna e Love Mode. Il respiro della notte segna il suo debutto nella narrativa.

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