CORPI DI CONFINE

Prezzo di listino 15,21 incl. IVA

Un romanzo thriller dalle sfaccettature di un diamante, intricato come la tela del ragno e ingegnoso come il nido di una rondine. Il finale, avvincente e in crescente tensione.

Descrizione

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Romanzo thriller.

PREMIO DELLA CRITICA – PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE CITTA’ DI CATTOLICA 2015

“Per la sapiente alchimia utilizzata nell’intrecciare storie che incarnano l’essenza stessa dell’esistenza, regalando sensazioni in chiaro scuro in un’opera dal forte impatto emotivo”.


La guardò attentamente, come se stesse controllando l’esito di una TAC. — Mi chiedo, — disse scandendo bene le parole, — se davvero ha capito cosa andrà a fare oltre confine?

La cronaca e la storia d’Italia reggono la trama di un thriller/noir complesso e completo con personaggi che restano nella mente a lungo una volta chiuso il libro e lasciano una curiosa sensazione da illusione ottica. Cosa è delirio della immaginazione e cosa realtà di cronaca? Qual è la figura e quale lo sfondo?

Corpi di Confine è così ambientato in quella teoria infinita di non-luoghi che si estende dall’hinterland di Milano a Nova Gorica, passando per i territori di Bergamo, Brescia e Verona. Il rapimento di una ragazza di 14 anni, mentre torna dalla palestra, da parte di un personaggio freddo e dai tratti marcati, darà il via a quattro storie che si intrecceranno lungo il libro indissolubilmente. Rada, bellissima ragazza caucasica, lavora in Italia, si spoglia in TV in cambio di bollette telefoniche salate. Una sua amica, rimasta in patria, è sparita e la famiglia la contatta per chiederle se può cercarla. L’ultimo indizio conduceva in Italia. Inizia così un’indagine, che vedrà Rada coinvolgere un’altra donna, una giornalista di Verona. Giulia ha alle spalle decine di inchieste sul traffico di esseri umani. In questo momento sta aiutando un suo collega e amico, un pakistano, che sta venendo in Italia. Vuole scrivere una storia “da dentro”, che sia l’impressione di chi ha viaggiato in balia dei moderni schiavisti. Porta con sé una chiavetta USB, che contiene informazioni sull’organizzazione che gestisce il traffico di disperati, e quanti vi si prestano, per denaro. Le ricerche di Rada e Giulia incroceranno la Chiesa della via scintillante e luminosa, una raffinata organizzazione che ha diramazioni in tutta l’Asia e che crede nella Seconda venuta del Messia sotto le forme di una donna cinese… Qualcuno, intanto, in Italia sta pensando che l’immissione di immigrati clandestini sia un fenomeno che vada a inquinare e corrompere le tradizioni, ma soprattutto, il DNA di una nazione. Identitari, si fanno chiamare, e si raccolgono intorno al gruppo di estrema destra Proxima Thule. Ad aiutarli un personaggio in età, un tipo che ha partecipato da giovane al Convegno presso l’hotel Parco dei Principi di Roma che storicamente ha dato via allo stragismo in Italia. Conoscitore dei depositi di armi nascoste della “disciolta” organizzazione Gladio, rivelerà ai “ragazzi” della Proxima Thule i segreti del Piano Solo, della guerra non convenzionale e di come si combatte il nemico.

 

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 17,90

In copertina

Bambola, opera fotografica di Jacopo Zorzetto, collezione privata.

Pagine

524

Lingua

Italiano

Genere letterario

thriller

Ambientazione

Pontoglio, Bergamo, Romano di Lombardia, Milano, Brescia, Verona, Nova Gorica, Istanbul, Atene

Anteprima

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I

 

Una nebbiolina avvolgeva la strada buia. Proveniva dal campo vicino. Si muoveva lenta creando ampie volute compatte che appannavano la sera. Portava con sé dell’aria fredda che faceva fumare i tombini e le rogge, che costeggiavano i terreni a riposo, insinuandosi negli anfratti più profondi dei muri delle case senza trovare ostacoli. Una sensazione solida e compatta che stringeva ogni cosa con forza e rallentava i movimenti.

Aspettava seduto in macchina da meno di quindici minuti. L’illuminazione scarsa dei lampioni dava alla via l’aria di un cantiere in attesa dell’arrivo degli addetti la mattina dopo. Alla sua sinistra una lunga fila di villette affiancate, simili all’ultima difesa di mura di una cittadella racchiusa in se stessa. Immerse nel silenzio rotto solo dall’abbaiare di qualche cane e dalle rare macchine di passaggio.

Il cielo immobile sovrastava il paese, sporco di smog, carico di nubi scure che sembravano impigliate al crocifisso in cima al campanile come reti da pesca dimenticate.

Si era fermato nel tratto di strada meno illuminato. Sotto una grossa pianta dal fusto largo e dalla corteccia liscia di cui non conosceva il nome. Alla sua destra, oltre l’albero, si apriva un campo incolto. Profondo poco meno di un centinaio di metri, terminava con un boschetto di alberi magri e spinosi sprofondati nel sottobosco composto da cespugli secchi e ingialliti.

Guardava avanti a sé. In fondo alla via erano visibili le luci al neon della palestra multifunzionale, che era solo un modo di dire che vi si svolgevano più attività; ginnastica per gli adulti, danza per le ragazze, judo e le settimanali riunioni della società sportiva.

Di fronte all’ingresso un parcheggio con quaranta posti occupava gran parte dello spiazzo. Adesso era occupato da cinque automobili. Intorno, lungo il perimetro, lampioni ricurvi, alti sei metri, emettevano una luce gialla che illuminava l’area conferendole l’aspetto di una base militare.

Portava guanti di pelle nera che premeva in continuazione, con forza, lungo le mani, affinché aderissero perfettamente alle dita, che poi chiudeva a pugno e dava un colpo ben assestato contro il palmo dell’altra mano. Ancora con l’altra. Il gesto di un pugile che deve salire sul ring per un incontro difficile.

Fumava una sigaretta. Ma non era proprio una sigaretta nel senso tradizionale. Si trattava di un aggeggio elettronico a forma di sigaretta, con in fondo un led rosso, che imitava la brace attizzandosi in un colore arancione intenso. Sempre di più, ogni volta che tirava una boccata. Dal filtro fuoriusciva così un fumo innocuo, bianco, simile alla nebbia prodotta dallo scioglimento del ghiaccio secco nell’acqua e composto da vapore acqueo misto a nicotina; e-cigarette, così si chiamavano. Al loro interno c’era una piccola cartuccia che rilasciava una dose controllata di nicotina a ogni boccata, ma in questo caso il meccanismo era stato modificato.

La sua faccia, illuminata dal riverbero rossastro, si inseriva perfettamente nel ritmo delle luci natalizie che si riflettevano nelle cromature e sui vetri dell’auto. Guardò l’orologio digitale del cruscotto e si fissò sui due punti intermittenti che scandivano i secondi: martedì 11 dicembre, 19:09.

La vide attraversare il cancello della palestra. Era con una compagna. Entrambe con il borsone in spalla. Si abbracciarono e si salutarono. L’altra se ne andò verso la provinciale, oltre la palestra, dove una macchina l’aspettava. Marika si avviò invece verso il parcheggio con il passo lento e lo sguardo basso come se pensasse a qualcosa di preciso, o stesse ripassando una lezione. Indossava delle cuffiette bianche.

Avviò l’auto. Aspettò che la ragazza superasse le luci del parcheggio per poi imboccare la strada di casa. Si diresse dalla sua parte. Meno di un minuto e le arrivò vicino. Si fermò e tirò giù il finestrino.

― Mi scusi ― le disse con il tono di voce di chi ha una certa ansia. ― Cerco la famiglia Marinoni ma… mi sono perso.

La ragazza lo guardò con aria stupita. Si tolse una delle cuffie per ascoltare meglio. Non aveva paura. Fece i due metri che li separavano.

― Chi state cercando? ― Portava l’apparecchio per i denti e sembrò che parlare le costasse un certo sforzo.

― La famiglia Marinoni…

― In che via abitano?

― Ha ragione… la via… ― si picchiò la fronte ― …dei Tigli. Al ventotto.

― È qui vicino. ― Appoggiò il borsone a terra e si piegò leggermente verso il suo interlocutore. L’uomo teneva sempre la finta sigaretta tra l’indice e il medio della mano sinistra. Tirò una boccata. La ragazza appoggiò la mano sinistra al bordo del finestrino, come se volesse creare un qualche legame con quell’interlocutore sperduto tra le strade tutte uguali del quartiere. Con l’altra indicò un punto in fondo alla via.

― Deve tornare indietro. La strada che cerca è la terza che trova sulla sinistra. Il ventotto…

Non fece in tempo a finire la frase. L’uomo aveva premuto la finta brace contro il dorso della mano di Marika che girò il viso di scatto incredula. Guardò verso il basso per due interminabili secondi. Il tubo nero premuto contro la pelle. La meraviglia le si disegnò sul volto. Sembrava chiedersi, ma è veramente la mia mano? Perché invece di bruciare ho sentito un’impercettibile puntura simile a quella di un’ape? Rimase così, stupita e incredula. Guardò in faccia il tipo che intanto la stava fissando. Non riuscì a urlare, anche se avrebbe voluto farlo con tutto il fiato che sentiva trattenuto dalla paura in gola. Si sentiva sconcertata e spaventata insieme. Ma la sensazione durò pochissimo. Il mondo si cancellò come se qualcuno avesse azionato lo spegnimento con un telecomando e perse conoscenza.

Zeck l’osservò attentamente mentre lo stupore le si stingeva dal volto come un acquerello sotto la pioggia. Immaginò l’ago che iniettava a pressione il Fenantyl attraverso la cute. La dose era stata calcolata per dare una narcolessia quasi immediata. La ragazza non pronunciò nemmeno un debole verso e cadde a terra. Lentamente, come se qualcuno avesse aperto una valvola e la forza fuoriuscisse dal corpo a piccole dosi. Sempre più.

Marika era quasi accasciata a terra, l’uomo scese rapidamente dall’auto e l’afferrò un attimo prima che la testa battesse sull’asfalto. La trascinò verso la portiera posteriore. Una volta aperta, la sistemò sul sedile. Afferrò il borsone e lo buttò sopra il corpo addormentato, ma senza affrettare i movimenti. Come se tutto fosse normale, o meglio, già previsto. Rientrò in macchina. L’orologio segnava le 19:15. L’operazione era durata meno di cinque minuti.

Non si mosse. La macchina accesa al minimo, il finestrino lato guidatore abbassato e i fari spenti. Si guardò attorno. Apparentemente nessuno aveva visto nulla. Stette fermo qualche secondo ancora in ascolto. L’aria gelida gli colpiva le guance rapprendendo il sudore che nel frattempo gli aveva coperto la pelle aggregandosi in aghi di brina. Nessun grido. Nessun allarme. La vita scorreva tranquilla dietro le tende bianche e davanti alle televisioni. In un giardino più in là due pini addobbati con delle luci natalizie ripetevano, incessantemente, delle sequenze di spegnimento e accensione sempre identiche. Sulla cima di quello più vicino il proprietario aveva sistemato una stella cometa colorata di rosso che rimaneva costantemente accesa. Fissa come l’insegna di un bar che non chiude mai, nemmeno la notte.

Si avviò lentamente verso la provinciale.

L’auto che stava guidando era una Fiat Punto nera. L’aveva rubata qualche giorno prima nel parcheggio dell’ipermercato Orio Center di Orio al Serio e guidata fino a casa cercando di non far indispettire gli Autovelox. In venti minuti, se non c’era traffico, giunse davanti al cancello di una villetta color bianco sporco, appena fuori il centro abitato di Romano di Lombardia. Aveva afferrato il telecomando e schiacciato il pulsante rosso per avviare l’apertura. Insieme, si era aperta anche la saracinesca del garage. Percorse il breve scivolo di sassi che separava la via dal box e, una volta dentro, spense il motore. La serranda si era richiusa alle sue spalle come l’enorme bocca di una megattera che ingoia tonnellate di krill, emettendo un ronzio prolungato fino allo scatto finale.

Il pomeriggio stesso si era recato, sulla sua Ducati 1100 evo, nello stesso ipermercato e, in contanti, aveva comprato delle provviste, non molte per la verità, ma sufficienti per un paio di giorni, una parure economica di lenzuola matrimoniali e un lucchetto grosso e pesante a combinazione. Alla cassa si era mischiato con una comitiva di svedesi che si era fermata all’ipermercato per fare acquisti di alcolici prima di imbarcarsi sul volo diretto a Stoccolma. Perlopiù whisky scozzese invecchiato. Ridevano tutti e qualcuno gli si rivolse in inglese.

― Costa molto meno qui ― gli disse indicando le quattro bottiglie di Gleenfiddich che teneva nel cestino. ― Al mio paese ci caricano sopra troppe tasse.

― Lo so ― gli rispose. ― Ci sono stato. Mi piace il freddo.

― Solo il freddo?

Prima di rispondere si passò la mano tra la barba ispida di tre giorni per poi accarezzarsi i capelli all’indietro. Se qualcuno avesse dovuto descriverlo, avrebbe risposto fisico atletico, capelli piuttosto lunghi sul collo, il viso regolare, con un’espressione sempre seria stampata sopra. Gli occhi castano scuri. Immobili e profondi, simili a rune di vetro adatte alla divinazione.

― Mi arrendo. ― E lo toccò sulla spalla come due vecchi amici che ricordano una festa di alcuni anni prima. ― Non solo il freddo… ― confessò ammiccando.

― Certe cose le capisco al volo. Anche e me l’Italia piace molto… ― E gli fece l’occhiolino.

Mentre questa scena si svolgeva, sapeva che la telecamera di sorveglianza, in alto dietro le sue spalle, stava registrando semplicemente una fila di turisti svedesi, in attesa alla cassa, che scherzavano e si davano delle gran pacche prima di tornare a casa. Nient’altro.

Si era poi recato in un altro supermercato, poco distante, aveva comprato sei bottiglie di acqua minerale, dei guanti di gomma per le pulizie domestiche e una confezione di assorbenti interni femminili. Pagò sempre alla cassa con i contanti. Ma non esatti, e stette sempre ben attento a non sollevare mai gli occhi verso la telecamera piantata nel muro scrostato sopra la sua testa.

― Ventitré e trenta ― gli disse la commessa, mentre leggeva il display azzurrino. Mise sul piano un biglietto da venti e uno da cinque. La ragazza prese i soldi fissandoli. Sembrava volesse essere sicura che fossero abbastanza. Rovistò nel cassettino delle monete e gli appoggiò il resto di due Euro e settanta centesimi, con l’espressione di chi sta attenta a contare bene i soldi.

Durante tutta l’operazione non l’aveva mai guardato in faccia, solo i soldi e lo scontrino mentre l’appoggiava sopra il resto come se dovesse suggellare un patto.

Tornato a casa, aveva parcheggiato la moto nel cortiletto posteriore. Coperta con un telo color grigio che si adagiò perfettamente sulla carenatura nera come la coltre preferita di un cavallo da corsa. Nel farlo, dal collo della maglia gli sgusciò fuori una medaglietta con attaccato un ciondolo d’acciaio lucido. Era sagomato a formare: “Zeck”. Non era il suo vero nome. Lui si chiamava Zaccaria Rubesco, ma per tutti era sempre stato Zeck. Anche per sua madre, i pochi amici e le maestre delle elementari. Quella catenina era l’unica concessione alla vanità. In missione però la toglieva sempre. Ma ora non era in missione. Si stava preparando.

Passò dal garage, posizionato appena oltre la parete della sala da pranzo della villetta, che aveva preso in affitto, sistemò l’acqua sopra uno scaffale in fianco a due bidoni scuri e diede un’occhiata alla FIAT Punto. Sembrava abbastanza anonima per quello che doveva fare e aveva già deciso che, alla fine dell’incarico, l’avrebbe bruciata senza rimpianto.

Si recò nella camera da letto, che si apriva oltre un piccolo disimpegno, passando dal salone, campeggiava al centro un letto matrimoniale, ma per quello aveva già acquistato un materasso di seconda mano da un rigattiere in un’altra città del nord, comunque distante da lì. Sistemò le lenzuola e le federe, un lavoro perfetto, nemmeno un’increspatura, come gli avevano insegnato in caserma una vita prima, anche se non solo quello.

Non era la prima volta che veniva a Pontoglio in quel quartiere da cui stava andandosene con la ragazza rannicchiata sul sedile di dietro. Solo una decina di giorni prima, il primo dicembre, un sabato, si era appostato dall’altra parte del prato. Con indosso degli abiti scuri e un berretto di lana anch’esso nero. Aveva parcheggiato la moto oltre la provinciale, che costeggia il recinto della palestra sull’altro lato. Nel cortile di una casa abbandonata, a pianta quadra, che altro non era che una vecchia cascina che cadeva a pezzi, con un ampio portone d’ingresso ad arco che dava sulla Strada provinciale centouno. Era stata completamente transennata perché cadente e lasciata lì in attesa di decisioni sul da farsi.

Aveva nascosto la Ducati nella vecchia stalla abbandonata. L’ampia porta in legno risultava rotta in più punti ed era stata chiusa con una catena arrugginita. In terra aveva trovato delle siringhe usate e qualche pagina di giornale, ma erano resti di qualcuno che c’era passato forse settimane prima, magari mesi. Per il momento non aveva notato movimento.

Lasciò la moto contro il muro appena a destra oltre l’ingresso. Le mangiatoie di pietra vuote sembravano l’alveo di un ruscello disseccato. Nell’aria ancora un sentore di fieno e sterco. Richiuse i battenti, passò la catena attraverso due buchi, chiuse il lucchetto che poi nascose all’interno.

Attraversò il cortile buio e si avviò verso l’ingresso di mattoni disposti ad arco che si affacciava sulla Provinciale. Le coperture in plastica rossa delle transenne che nascondevano i puntelli applicati sulle pareti esterne, svolazzavano rumorosamente al passaggio degli automezzi. Superò le carreggiate senza correre e si incamminò nel prato che cominciava dall’altra parte della strada, lasciandosi la cancellata della palestra sulla destra. Il buio della sera di novembre lo inghiottì avvolgendolo in una nuvola di umidità fastidiosa che si insinuava in ogni pertugio libero, giù per il collo come una corrente d’aria gelida da una finestra lasciata aperta. Si strinse nelle spalle.

Portava con sé una sacca di tela militare ben appoggiata alla spalla sinistra come un carbonaio delle favole che deve fare consegne in una sera d’inverno.

Si era inoltrato nel boschetto fino a giungere contro una lunga siepe di cespugli rinsecchiti. Guardò oltre e vide che si apriva un ampio campo incolto e, dall’altra parte, la strada deserta e oltre una lunga fila di ville. Le finestre illuminate che raccontavano di famiglie riunite in casa per la cena, probabilmente davanti alla TV accesa.

Dalla sacca estrasse un astuccio di pelle nera dalla forma inequivocabile. Lo aprì e ne prese delicatamente un binocolo notturno, non più lungo di trenta centimetri. Lo puntò verso le case. Vi guardò dentro. Buio, tranne le finestre.

Accese l’interruttore posizionato all’altezza del suo pollice destro e di colpo l’oscurità arretrò per lasciare posto a un bel colore verde brillante. Il paesaggio ora appariva come se si guardasse in pieno giorno con degli occhiali dalle lenti colorate. Le finestre ora apparivano bianche. Aggiustò la messa a fuoco. Tutti i dettagli delle case emersero perfettamente. In un giardino vide un pallone abbandonato. In un altro delle altalene in attesa dei bambini. Puntò poi verso un portone che si delineò perfettamente. Premette un altro pulsante e in alto apparve un led rosso che riportava 87 m. La distanza della villa che stava curando. Spostò il puntamento e l’autofocus rispose silenziosamente a quel gesto. Un’altra finestra, 76 m. Girò ancora verso destra, 102 m. Osservò un gruppo di alberi lungo la via che costeggiava il quartiere. Per la precisione erano quattro, ma solo uno svettava sugli altri. La madre con i tre figli.

Riposizionò il cannocchiale verso la prima casa che aveva inquadrato. Notò le camere da letto ricavate nel sottotetto. I due abbaini sporgevano verso strada, corredati da ampie finestre intere, con infissi di color bianco. Così perfetti che sembravano fatti di zucchero solidificato. Coperti con tegole di terracotta, ordinate geometricamente come squame di pesce, davano l’idea di essere abbarbicati al tetto come delle piccole baite costruite lungo il pendio di un pascolo alpino. Ai vetri, delle tende di organza ricamata che rafforzavano l’idea di pulizia e ordine. Da dietro filtrava una luce giallognola che tentava, senza riuscirvi, di oltrepassare l’oscurità, fino a indurirsi contro il freddo che imbalsamava il paesaggio in un letargo fosco e immoto.

Era la casa della famiglia Tommaseo.

Il led segnò ancora 87 m. Mancava qualcosa. Dalla sacca trasse un oggetto che, a un osservatore disinformato, sarebbe apparso come un ombrellino da cocktail chiuso. Lo aprì con attenzione. Era sì, un ombrellino, ma non era di carta ed era rovesciato come se una folata di vento, più forte delle altre, l’avesse rivoltato. Costruito in fibra di carbonio stesa in un foglio dallo spessore quasi molecolare. Molto resistente nonostante l’apparente fragilità. Un microfono direzionale sensibilissimo di fattura militare in grado di captare suoni al limite dell’udibile nel raggio di cento metri. Per sua esperienza, anche oltre. Lo sistemò al centro del corpo del cannocchiale in un apposito alloggiamento. Uno scatto preciso glielo confermò. Indossò delle piccole cuffiette nere e si mise in ascolto. I rumori del mondo si riversarono nelle sue orecchie con la forza di un pugno contro i timpani. Regolò il volume d’ascolto finché trovò quello perfetto. Lo puntò verso la finestra della villa dei Tommaseo.

― Cosa danno stasera su Sky? ― chiese una voce maschile. Doveva essere di Alfredo, il marito.

― Mi pare un film d’azione ― rispose una voce di donna. Elide Tommaseo, la moglie. Stava spostando qualcosa. Dei piatti probabilmente. ― Sherlock Holmes con Downey jr. e Jude Law.

― Per me va bene ― aggiunse una voce di ragazza. Marika, la figlia. Quattordici anni. Era lei che stava curando. Sullo sfondo udiva il respiro del bambino più piccolo, Matteo, dieci anni, accompagnato da delle deflagrazioni lontane e degli spari. Immaginò stesse giocando con la Playstation.

Era soddisfatto. Appoggiò il binocolo a terra girato verso le abitazioni. Spense il sensore all’infrarosso, ma non il ricevitore e tenne le cuffie. Si appoggiò al tronco di un albero. Guardò l’orologio. Il display s’illuminò tenuemente di verde: erano le 21:05 e lui era pronto. Si assopì leggermente in un sonno che poteva somigliare a uno stato di ibernazione. In un certo senso poteva anche essere così, visto che era la fine di novembre e di notte la temperatura scendeva intorno ai due, tre gradi. Ma sembrava non gli importasse. Le cuffie sempre nelle orecchie.

Un rumore lo riportò sulla terra. Le 23:40. La porta d’ingresso si aprì e una lingua di luce tagliò di traverso il giardino. L’ombra nera di un corpo vi si distingueva nel mezzo. Accese il cannocchiale e vi guardò attraverso. Il padre stava varcando la soglia di casa. Nelle mani due sacchi neri della spazzatura. Attraversò il vialetto fino al cancello. Uscì in strada e aprì due ante di metallo inserite lungo il muro di cinta. Dietro vide il piccolo locale dove la famiglia teneva i bidoni dell’immondizia. Uno per il vetro. Uno per la plastica, un altro per l’umido e il resto nel quarto bidone. Inserì il primo sacchetto nel bidone nero e dal secondo trasse delle bottiglie di vetro che appoggiò con cura nel contenitore del vetro. Chiuse tutto e tornò in casa velocemente.

Spense ancora il sensore del binocolo, tranne l’apparato per l’ascolto. Si riappoggiò all’albero e tornò in quella specie di sonno sospeso.

Un rumore continuato e acuto lo svegliò. Schiacciò un pulsante e spense la suoneria, le 02:30.

Si alzò in piedi. Superò i cespugli secchi. Attraversò lentamente il campo. Senza correre come se fosse in perfetto orario. Sentì la terra dura, contro le suole carrarmato, sbriciolarsi sotto il suo peso e sollevarsi in mulinelli di polvere dispersi da una debole brezza da nord.

Giunse in strada di fronte alle ante di metallo del vano rifiuti. Le aprì. Sapeva già che non cigolavano. Aprì il bidone nero. Vide il sacchetto della spazzatura. Lo prese. Richiuse e si avviò verso gli alberi un centinaio di metri più avanti verso la palestra. La via era scarsamente illuminata. Si accovacciò dietro la prima delle quattro piante. Slegò il nodo che chiudeva il sacchetto. Si mise una pila Maglite in bocca e l’accese. Il fascio di luce dritto e compatto, come la spada laser di uno Jedi, illuminò il contenuto. Prese una bacchetta da ristorante cinese da una tasca e vi rovistò dentro. Fu molto fortunato. Davvero molto fortunato per essere la prima sera.

Si tolse i pesanti guanti di pelle e se li mise in una tasca. Dall’altra trasse degli altri guanti di lattice e se l’infilò con calma. I gesti di un chirurgo che pensa al prossimo intervento. Afferrò il piccolo involto e lo fece cadere in un sacchetto trasparente di quelli che si usano per congelare i cibi nei freezer. Si mise il tutto in tasca. Richiuse il sacco nero e lo riportò al bidone. Attraversò il campo e tornò alla sua postazione.

Si sedette dietro il cespuglio. Rimise la torcia in bocca e illuminò il prato davanti a sé. Prese il sacchetto trasparente dalla tasca e ne rovesciò il contenuto. Rovistò nella sacca e ne trasse delle forbici piccole con la punta arrotondata di quelle che usano i bambini alle scuole elementari per realizzare i collage.

Prese il fagotto bianco tra le mani. Era un assorbente igienico ripiegato su se stesso. Lo tagliò in corrispondenza dell’adesivo e lo aprì. Era usato. Lo studiò. La madre, ne era sicuro. Primo o secondo giorno. Lo richiuse. Rimise tutto nel sacchetto trasparente. L’assorbente e i guanti. Si cacciò tutto in tasca. Si tolse le cuffie. Compiendo un movimento preciso, piegò la piccola antenna, e rimise via il cannocchiale. Il lavoro era appena cominciato.

Tornò la notte dopo, domenica 2 dicembre.

Tirava ancora vento umido da nord, ma questa volta era più forte e disturbava non poco l’ascolto. Dovette perciò rimanere sveglio e sorvegliare la porta d’ingresso con il cannocchiale. Il padre, quasi puntuale, preceduto dal solito spicchio di luce gialla che s’insinuò profondamente lungo il prato ben tenuto, si affacciò all’ingresso alle ventitré e trenta. Adesso doveva aspettare, fino alle due e trenta.

Rifece gli stessi gesti della notte precedente. Riattraversò il campo. Trovò ancora altri due assorbenti della madre.

La terza notte trovò ancora due assorbenti. Sempre della madre. Li esaminò. Il flusso era diminuito. In uno c’erano tracce di sperma.

L’appostamento andò avanti così altri sei giorni. Fino al 9 di dicembre. Senza esito, ma Zeck aveva pazienza. Il giorno dopo, il 10, nell’esaminare la spazzatura vide in un angolo un piccolo involto di carta igienica. Stretto come un bozzolo che sta aspettando la bella stagione. Lo prese, ma già sapeva cosa vi avrebbe trovato.

Una volta tornato alla sua postazione nel bosco lo svolse lentamente e alla fine del quarto giro di carta igienica vide l’assorbente interno di Marika. Era soddisfatto del suo lavoro. Guardò l’orologio, le 02:40 del 10 dicembre, martedì. La ragazza, il martedì e il giovedì, va in palestra per un’ora, dalle 18:00 alle 19:00. Avrebbe agito la sera stessa.

Tornò lo stesso pomeriggio inoltrato, alle 17:30. Era già buio fitto. Questa volta guidava la Punto nera. La lasciò lungo una strada di campagna abbandonata che costeggiava la cascina cadente. Era un rischio, qualcuno avrebbe potuto vederla, ma sarebbe rimasta lì non più di una mezzora.

Rifece la strada, che aveva imparato a conoscere nei giorni precedenti, fino al boschetto che si affacciava sul centro abitato. Scrutò la via con il binocolo a visione notturna. Nessuno. Solo un’automobile di una vicina di casa dei Tommaseo passò, lentamente andando a perdersi oltre il parcheggio. La seguì fino a che non vide gli stop accendersi prima di immettersi sulla provinciale.

Tornò a soffermarsi sulla villetta. La porta d’ingresso s’aprì alle 17:45, Marika, con una borsa da ginnastica in spalla, si avviò lungo la strada in direzione della palestra. Indossava una tuta aderente, pantaloni neri e giubbetto chiaro con inserti neri. I capelli lisci, lunghi fino alle spalle, erano stati raccolti in una coda trattenuta da un elastico di spugna giallo. Ai piedi scarpe Puma di pelle, bianche. Camminava senza fretta. Ascoltava musica da delle cuffiette. Una signora la salutò da un giardino vicino. Stava portando dentro casa delle borse della spesa. Non l’aveva vista prima. Probabilmente era sbucata dalle scale del garage sotterraneo direttamente in giardino. La ragazza restituì il saluto. Arrivata alla palestra superò il cancello e sparì dalla vista.

Zeck fino a quel momento era soddisfatto. Gli eventi si stavano concatenando come li aveva immaginati. Tornò sui suoi passi fino all’automobile. Si sedette al posto di guida. Rimase immobile, per quasi un’ora, seguendo lo scorrere dei secondi e dei minuti, sull’orologio, fino a che scattarono le 18:58. Avviò il motore. Svoltò a destra e seguì la provinciale in direzione del centro abitato. Al primo semaforo girò a sinistra, passò davanti all’ingresso della palestra, superò il parcheggio e si addentrò nelle vie buie del quartiere dove vivevano i Tommaseo. Si intersecavano ad angolo retto, separando le case e i giardini come definizioni del cruciverba. Il quartiere lo conosceva ormai abbastanza bene. Parcheggiò sotto l’albero con il muso dell’auto rivolto verso la palestra. Erano le 19:09. Per la via non passava nessuno.

Aspettava Marika che sarebbe uscita dalla palestra di lì a pochi minuti. Accese l’interruttore della e-cigarette e il led arancione gli restituì una parvenza di brace accesa e di calore.

Stava guidando senza spingere troppo sull’acceleratore. Diede una sbirciata al sedile di dietro. I capelli della ragazza ricadevano oltre il bordo del sedile fino quasi a toccare il tappetino, così anche un braccio. Al polso portava un braccialetto di plastica gialla. Il borsone con le sue cose, era appoggiato sul fianco e nascondeva parzialmente la figura a un osservatore esterno.

Imboccò la Provinciale 101 in direzione di Romano di Lombardia. La strada era abbastanza trafficata. Appena lasciata l’ultima casa del paese si fermò in una piazzola di sosta con il fondo sterrato. Scese dall’auto lasciando il motore acceso. Sulla strada il traffico continuava senza sosta.

Si girò verso il paese. Non sentì nessuna sirena o allarme in lontananza. Aveva ancora del tempo. Non molto, ma l’aveva. Scosse la testa. Aprì la portiera posteriore dal lato che non dava verso il lungo serpente di auto che, a poche decine di metri, scorreva lento. Si piegò verso il corpo di Marika e cominciò a frugarlo. Nella tasca sinistra del giubbetto della tuta trovò il cellulare. Era acceso. Una chiamata persa. Lo lanciò oltre la fila di alberi rinsecchiti che delimitava l’area di sosta. Il rumore del traffico non gli permise di sentire il tonfo, ma non importava. Voleva che il cellulare di Marika rimanesse agganciato alla cella di Pontoglio, ma pressoché introvabile. Nessuno sarebbe stato in grado di ricostruire il tragitto che avrebbe intrapreso perché nemmeno lui aveva con sé un qualsiasi telefono.

Ripartì. In giro non si vedeva Polizia. Accese la radio sul notiziario Rai. L’orologio segnava le 19:27. Solo all’altezza di Cortenuova incontrò una pattuglia di vigili intenta a presidiare un Autovelox, ma il traffico era così intenso in quel tratto di strada che già procedere a cinquanta all’ora sarebbe stato un grande risultato.

Dopo il cartello di Romano di Lombardia, si immise in una strada secondaria deserta, poi in fondo svoltò a destra e imboccò il vialetto dove si trovava la piccola villa singola dove viveva.

Circa un mese prima, in ottobre, aveva cercato a lungo attraverso le agenzie immobiliari una sistemazione discreta e tranquilla. Non aveva fretta, aveva un po’ di tempo prima di agire e non voleva che la ricerca fosse affrettata. Si era recato presso alcune succursali della zona. Voleva rimanere a non più di quindici minuti da Pontoglio, ma le occasioni d’affitto non erano facili da trovare. Perlopiù gli annunci riportavano la scritta: Vendita.

Entrò in quell’agenzia di Chiari perché aveva visto in vetrina un riquadro che pubblicizzava: “Affittasi villa singola con giardino e Box contiguo alla casa. Centodieci metri quadri calpestabili. Ampio giardino piantumato. Box adiacente alla casa raggiungibile direttamente dall’ingresso. Perfetto per quando piove. Situata in Romano di Lombardia”.

Queste informazioni lo avevano attirato. Il tizio che dirigeva l’agenzia, sulla trentina, piuttosto simpatico. Lo squadrò senza ostilità, come qualcuno abituato a vedere molta gente. Zeck per l’occasione si era vestito casual, ma elegante allo stesso tempo. Giacca da moto Dainese nuova, casco Premier Carbon Integrale stretto in una mano, pantaloni Avirex multitasche. Ai piedi scarpe da trekking Timberland.

― Paolo Beretta ― si presentò alzandosi dalla poltroncina con braccioli e allungando la mano. Era evidente che propendeva per i rapporti umani cordiali e franchi. Meglio così.

― Piacere ― gli rispose Zeck mentre gli stringeva la mano protesa. La stretta fu amichevole e decisa.

― In cosa posso esserle utile?

― Ho visto quell’annuncio di villa in affitto… ― E indicò con il pollice, senza girarsi, la vetrina alle sue spalle.

― Ah, sì. Quella di Romano di Lombardia.

― Sì, proprio quella.

― È meravigliosa, glielo assicuro. Perfettamente tenuta e arredata. ― Si fermò come se qualcosa lo avesse disturbato all’improvviso. ― Per quanto tempo la vuole?

― Hmmm, pensavo qualcosa come qualche mese…

― Per lavoro?

― Sì, per lavoro. Mi devo fermare un po’ in zona, e vorrei una sistemazione tranquilla. ― L’altro annuì come se approvasse in pieno la scelta. ― Il mio problema è che faccio orari impossibili e una villa singola mi permetterebbe di andare e venire senza disturbare nessuno.

― Vero ― confermò il suo interlocutore. ― Che lavoro fa? Se posso chiederglielo…

― Ah, nessun problema. ― Sorrise cordialmente come a sottolineare che tra gentiluomini un po’ di indiscrezione non è un problema. ― Trasporti. Sto curando gli interessi di una società svizzera nella bassa bergamasca. Io sono italiano, non svizzero ― lo rassicurò. ― Sono solo un rappresentante. In questi mesi cercherò di chiudere una serie di contratti con imprese locali, sconfinerò anche nel Bresciano e nel Milanese…

― Perfetto, ma c’è un problema… ― buttò lì l’agente d’un fiato, lasciando intendere che il problema era di quelli che vogliono una soluzione difficile da trovare su due piedi. ― Il proprietario è all’estero e mi ha dato il mandato di accettare solo contratti d’affitto per la durata di un anno. Per meno non è possibile.

― Be’ ― rispose Zeck, muovendo il capo come se stesse riflettendo bene su quanto aveva sentito. ― Complica un po’ i miei piani, ma va bene anche un anno. Tanto dovrò tornare ancora nei mesi successivi…

― Bene, allora possiamo andare a vedere la casa.

― Sì ― rispose convinto Zeck. ― La seguo con la moto.

Ovviamente si accordarono. La villa piacque.

― Da qui può ammirare il castello.

― Già l’ho notato.

― Risalente al XII secolo, può essere considerato uno degli edifici storicamente più interessanti dell’intera zona.

― Non credo mi dedicherò molto al turismo…

― Be’, la vista rimane però. Da qui può ammirare due delle tre torri, poste ai vertici perimetrali della sezione rettangolare. Il fossato ora è stato prosciugato. Una delle torri risale al periodo visconteo, un’altra all’epoca comunale, e l’ultima all’epoca della signoria dei Colleoni, in cui il condottiero vi rinchiudeva i prigionieri.

― Sembra una guida turistica.

― È un po’ il mio hobby. Comunque pensi come costruivano allora: le mura, alte oltre cinque metri e spesse due, hanno un singolo ingresso al quale si accede da un ponte in muratura, venuto a sostituire il ponte levatoio originale in epoca più recente.

― Prima era meglio non fidarsi troppo…

― Proprio così.

Paolo Beretta concordò un affitto di un anno a millecinquecento euro al mese, più una commissione per lui dell’otto per cento.

Zeck pagò la commissione in contanti, millequattrocentoquaranta euro, mettendoli sulla scrivania, tutti in biglietti da cinquanta e cento, e gli diede gli estremi della società svizzera dove inviare la fattura.

― L’affitto ― disse con indifferenza ― preferisco pagarlo anticipato di sei mesi. ― Tirò fuori dalla tasca interna del giaccone un piccolo netbook. Lo accese. Si fece dettare le coordinate del conto del proprietario e accreditò sei mesi anticipati dal suo conto svizzero cifrato. Conto, ovviamente che sarebbe stato pressoché impossibile da rintracciare perché la transazione non avrebbe mostrato la lunga fila di passaggi di denaro in giro per il mondo, l’ultimo dal Belize.

― È un piacere fare affari con lei ― gli proferì calorosamente Paolo Beretta che già pregustava la possibilità di non dichiarare quella commissione e di lasciare tutto così. Senza il fisco di mezzo.

― Grazie ― gli rispose afferrando il mazzo di chiavi che penzolava tra le dita dell’agente. ― Mi farò sentire prima del mese d’aprile per l’affitto dei successivi sei mesi.

― Mi dispiace. Non può prendere le chiavi adesso.

― Perché?

― Perché il contratto non è ancora perfezionato e il proprietario dell’immobile mi deve confermare l’avvenuto pagamento… ― aprì le braccia come volesse dire che non c’era proprio nulla da fare.

― Confermerà ― lo rassicurò prendendogli il polso, ma senza stringere. ― I soldi sono già arrivati.

L’agente guardò la grossa mano che lo tratteneva per il polso: ― Be’, allora… che nome devo inserire nel contratto?

― Marco Galliano. Scriva Marco Galliano.

― Allora… perfetto ― fu la risposta. ― Cosa aggiungere? Avrà il contratto, signor Galliano. Le chiavi sono già sue… Glielo farò avere per posta a breve, all’indirizzo della sua nuova casa. Me lo restituirà firmato con comodo…

Il sorrisetto che gli intravide comparire convinse Zeck di essersi fatto un amico. Non avrebbe spifferato nulla circa il loro incontro, con il rischio di far emergere quella transazione davanti all’ufficio delle imposte. No, non si sarebbe fatto sfuggire una parola se non costretto da delle circostanze gravi.

Un anno di commissione anticipato e in contanti. Un cliente così ogni due giorni e avrebbe cambiato tenore di vita, pensò Paolo Beretta.

Zeck afferrò il telecomando e l’azionò quando ancora era a metà della via. Una luce lampeggiante gialla si accese in corrispondenza del cancello della casa che cominciò lentamente ad aprirsi. Lo stesso stava facendo la saracinesca basculante del box. “Appena in tempo” pensò, perché dal sedile di dietro cominciò a giungere un breve gemito soffocato. Rallentò e, mentre attendeva che l’apertura si completasse vide, per la prima volta, che nel giardino in fianco dei buffi nanetti in terracotta lo stavano salutando. Il braccio alzato come se fossero contenti di rivederlo di nuovo. Seminascosti nell’erba, sembravano osservarlo stupiti. Gli occhi ovali enormi, fissi in un’espressione buona, di chi non capisce cosa sta succedendo ma gli va bene così.

Parcheggiò nel garage. Spense il motore e aspettò, guardando dal retrovisore, che la serranda finisse di chiudersi. Attese pazientemente fino a che il debole e prolungato ronzio del motorino elettrico, che comandava l’apertura della bascula, smise di far rumore. Piombò il silenzio. La strada provinciale era troppo lontana e il chiasso delle ruote dei camion contro l’asfalto non giungeva fino a lì.

La via, poi, era abitata da poche famiglie tutte rintanate nelle proprie case a quell’ora. Guardò il display, le 19:52, perfetto. Un altro debole gemito lo riportò alla realtà. Aprì la portiera e si diresse verso la serranda chiusa. Guardò attraverso uno spioncino che la strada fosse deserta e nessuno occhieggiasse curioso da qualche giardino o finestra. Non vide nessuno. Una volta tranquillizzato aprì la portiera e prese tra le braccia la ragazza, nella posa di un tenero sposo che aiuta la giovane moglie a varcare la soglia della loro casa. Si diresse verso una porta ricavata lungo la parete, dalla parte del guidatore, ed entrò in casa.

Era buio. Solo una debole luce dei lampioni della via filtrava nel soggiorno conferendo al locale una nota fredda e livida. Si diresse verso la camera da letto. Appoggiò il fardello sul letto matrimoniale composto di una struttura di ferro battuto ritorto a imitare dei rami di alberi carichi di foglie lanceolate.

Accese l’abatjour posta sul comodino. Una lampadina a incandescenza emise una luce calda appena smorzata da un copri lampada di stoffa pieghettata, che un tempo doveva essere stato bianco; con lentezza fece passare delle fibbie di materiale gommoso, e molto resistente, ai polsi della ragazza. Legò le braccia alla testata del letto matrimoniale. Fece poi la stessa cosa con le caviglie, che serrò ben strette alla parte bassa della struttura del letto.

Si soffermò a osservare il risultato. Marika era distesa in una posizione che avrebbe definito “vitruviana”. Le braccia e le gambe divaricate. I polsi e le caviglie legati alle sbarre di metallo.

Prese da uno dei comodini un rotolo di nastro isolante da idraulico, alto cinque centimetri, di colore argento, ne strappò un lungo pezzo che appiccicò premendo sopra la bocca della ragazza che, nel mentre, come risvegliata da quell’ultimo gesto, spalancò gli occhi all’improvviso terrorizzata. Cominciò a respirare rumorosamente come se stesse affogando in fondo a un pozzo buio. La narici dilatate e un rossore in viso che cresceva sempre più.

Appena in tempo, pensò Zeck e guardò dentro quello sguardo impaurito come se vi cercasse un fondo. Qualcosa che gli facesse capire fin dove potesse spingersi quel terrore profondo che si manifestava in quegli occhi sbarrati e fissi che lo scrutavano con un’unica domanda.

La ragazza mugolò con forza, ma era solo un urlo di rabbia e d’aiuto trattenuto dal nastro adesivo e ributtato in fondo alla gola. L’uomo prese una sedia e si sedette al fianco del letto. Aspettò qualche minuto che Marika si calmasse. Sospirò profondamente, mentre continuava a guardarla. Le mani aperte appoggiate alle tempie nella posa di chi sta pensando intensamente a quale mossa fare, ma la partita si è complicata troppo ed è difficile prendere una decisione.

Guardò le fasce di gomma e constatò mentalmente che erano ben fissate alle sbarre del letto. Si soffermò sul nastro adesivo, ma era sicuro della sua resistenza. Immaginò, sotto la striscia grigio argento, le labbra chiuse e, dietro, l’apparecchio dei denti che vi premeva contro. “Forse le fa male” pensò. Non aveva mai portato un apparecchio per i denti e non poteva saperlo. Lasciò andare quel pensiero libero di tornare nel flusso di tutti gli altri che turbinavano nella sua mente. Sembrava non essere lì e non avere nessuno scopo, se non scrutarla come uno scienziato che si trova per le mani un esemplare di una specie nuova.

La luce calda, che giungeva della lampada posta sul comodino, illuminava quell’angolo di stanza vincendo un poco l’oscurità che cominciava alle spalle dell’uomo e saturava il resto della casa. Visti così sembravano un’illustrazione di libri di narrativa per ragazzi, d’altri tempi; un disegno bianco e nero tratteggiato con la china e messo a inizio capitolo.

Si era calmata. Quel respiro affannoso aveva messo in circolo una quantità enorme di anidride carbonica e la ragazza si era dovuta calmare forzosamente.

― Ci sei?

Sembrò non capire la domanda. Lo guardava sempre con gli occhi sbarrati, il fondo adesso sembrava più vicino alla superficie di quel presente che stavano vivendo. Oppure cercava di comprendere il senso di quell’incubo senza riuscirvi.

― Se capisci annuisci con il capo.

Non si mosse. Pensava a cosa fare. Poi fece un impercettibile movimento con il capo.

― Bene ― le buttò lì, il tono di incoraggiamento di un insegnante di piano che ascolta la prima scala dalla propria allieva. ― Dobbiamo parlare. È necessario che parliamo. Annuisci, se concordi con questo piano.

Era calmo. Ascoltandolo si sarebbe detto che quella situazione fosse tutto un equivoco e che di lì a poco si sarebbero spiegati. Rimaneva seduto a fianco del letto. Le parlava con tranquillità. Non avrebbe potuto allarmarsi.

Marika annuì più convinta.

― Faremo così ― le spiegò. ― Ti toglierò il nastro dalla bocca e tu risponderai alle mie domande. Hai capito? ― Non aspettò il cenno affermativo, che comunque venne. ― Però, non azzardarti a gridare o chiamare aiuto, intesi? In ogni caso qui intorno non ci vive quasi nessuno e questa stanza, per giunta, dà sul retro. Oltre ci sono solo campi. Ma lo stesso, non devi gridare. Capito?

La ragazza sembrò riaversi e mugolò qualcosa che sembrava un sì. il suo carceriere armeggiò intanto nel cassetto del comodino e ne trasse delle cesoie da giardiniere. Marika le guardò e il terrore tornò a sfigurarle il volto. Gemette ancora e ancora, mentre lo sguardo non smetteva di fissare le lunghe forbici appuntite.

― Facciamo così ― le disse mettendo le forbici davanti al suo volto. ― Io ti tolgo il nastro. ― Nel mentre le liberò la mano destra. L’appoggiò sopra la propria gamba con l’avambraccio rivolto verso l’alto. Tirò un po’ indietro la manica della tuta così a scoprirle il polso. Vide un intreccio di piccole arterie azzurre, a filo della pelle, che si erano come appena gonfiate fino ad affiorare alla superficie in rilievo. Le prese la mano con decisione, ma senza farle male, e le distese le dita. Divaricò le forbici e aggiustò le lame intorno al dito indice. Si guardarono negli occhi. Zeck le teneva il dito ben teso e le lame delle forbici lo circondavano circa all’altezza della metà.

― Ti ripeto di non gridare ― le buttò lì scandendo bene le parole. ― Questa che vedi è la mia polizza assicurativa. Non griderai, perché altrimenti ti taglierò un dito, e poi un altro… e via così. Fa male, te lo assicuro, perciò non sfidarmi perché non ne vale la pena.

Un gemito prolungato, unito a un cenno affermativo, convinsero il suo carceriere che sì, aveva capito. Le tolse il nastro adesivo con un colpo secco che la fece lacrimare dal male sfigurandole la faccia in una smorfia di dolore trattenuto.

― Brava ― le disse, il tono sempre più incoraggiante. ― Vedo che cominci a capire. Se te l’avessi tolto lentamente avresti sentito più dolore.

Le labbra si schiusero all’improvviso portando alla luce una fila di denti bianchi, chiusi in un apparecchio metallico sommerso da un mare di saliva. Sbavò rumorosamente e deglutì la saliva. Continuò però a muovere rumorosamente le labbra, chiudendo e aprendo la bocca come un pesce fuori dall’acqua che cerca disperatamente un po’ d’ossigeno.

― Così va bene. Molto bene.

― Cosa mi vuoi fare?

― Parlare, te l’ho detto. Null’altro. ― Lei intanto teneva lo sguardo rivolto ancora verso l’indice trattenuto tra le lame della forbice. ― Non sono stupido, se ti lasciassi fare quello che vuoi grideresti e chiameresti aiuto. Niente da fare.

L’uomo, immobile, la guardava negli occhi umidi. Non si fidava, era ovvio. Lasciò che la ragazza pensasse a casa e a quello che aveva lasciato. Si figurò le immagini passarle nella mente come un film alla moviola. Suo fratello antipatico davanti alla Playstation. La sua cameretta. A quanto quel mondo fosse distante da quel posto e da tutto quello che le stava capitando.

― Perché? ― gli chiese infine. Ma gli occhi le si stavano riempiendo di lacrime perfettamente trasparenti, che offuscavano le iridi azzurre, facendoli sembrare due invasi di montagna al disgelo. ― Non capisco… Perché? Cosa mi vuoi fare? Cosa mi vuoi fare? ― ripeté al nulla.

― Solo parlare.

Tirò su dal naso. Lo guardò, e nello sguardo, adesso, proprio dietro il velo di pianto che le offuscava il mondo, sembrava essersi fatto largo un senso di rassegnazione. Aveva deciso di assecondare quel gioco, o semplicemente stava facendo il classico costi benefici. Quante volte l’aveva visto quel cambiamento, pensò Zeck. Ora sapeva che la ragazza avrebbe risposto alle sue domande. Senza reticenza. Strinse un po’ di più il dito indice tra le due lame.

― La domanda è semplice ― le disse con calma, come un infermiere che sta facendo il giro dei pazienti prima di spegnere luci. Sembrava volesse vederla assaporasse le parole una a una affinché capisse bene il loro significato. ― Perciò mi aspetto che anche la risposta lo sarà. Dov’è?

Lo fissò. Una lacrima le precipitò lungo la tempia e finì con il perdersi nei capelli sciolti sul cuscino.

― Che cosa? Dov’è che cosa?

― Hmmm, io credo che tu lo sappia meglio di me mentre ti sto facendo questa domanda. ― Scosse la testa a manifestare tutto il suo diniego. ― Così non va bene. Tu pensi che io sia un povero cretino che puoi prendere in giro come qualunque stupidotto della tua classe, pieno di brufoli e con l’alito che puzza di patatine fritte. Non ci siamo, Marika. Proprio no. ― Sospirò ancora. ― Se vuoi uscire da questa storia così come ci sei entrata, senza danni collaterali, devi collaborare. Capisci cosa intendo? ― Zeck assunse la posa di chi sta compiendo un lavoro gravoso che sa che non finirà così presto come aveva pensato. Strinse ancora di più il dito tra le lame della cesoia. ― Ti rifaccio la domanda. Questa volta ho meno pazienza di prima. Dov’è? Dove l’hai nascosto?

Non si mosse. Lo fissava incredula e spaventata insieme. Le lacrime le solcavano il viso, simili a ruscelli in cerca di uno sbocco verso il mare. I capelli ne erano già inzuppati. Un pensiero le stava attraversando la mente. Scomodo e carico di pudore appiccicoso simile a parole che non si possono dire a un estraneo, perché riservate alla mamma o alle amiche del cuore.

― Che c’è? ― le chiese, come se fosse davvero successo qualcosa di cui non comprendeva la natura. Stesa sul letto con un dito imprigionato tra le lame di una cesoia da giardiniere. Un angolo di Medioevo schizzato per sbaglio nel Ventunesimo secolo. Sembrava che l’avesse vista ora per la prima volta. Alta uno e settanta e alla sua età, quattordici anni, era molto. Una bella figura, anche se nascosta in una tuta da ginnastica scura e informe. Si guardarono negli occhi. Una domanda sospesa a mezz’aria proprio tra loro aggrappata a un senso di pudore e vergogna.

― Devo… andare in bagno ― pronunciò insicura. Esitante. Il tono di chi sa che deve arrendersi al nemico.

― Lo so ― fu la risposta secca e sicura che ottenne. ― Vuoi del tempo per pensare. Va bene te lo concedo. Ti accompagno, ma niente sorprese. ― La sciolse dagli elastici che la tenevano legata. ― Non farmi brutti scherzi, hai capito? Non voglio gesti inconsulti e scene da indemoniata, siamo intesi?

La ragazza non disse niente. Non oppose resistenza. Si lasciò slegare dai lacci, con passo incerto si lasciò accompagnare verso il bagno. Sembrava una malata che si fosse appena alzata dal letto dopo una lunga degenza debilitante. Strascicava i piedi e sembrava perfino zoppicare un poco. Continuava a sfregarsi i polsi come se qualcuno ci avesse passato una sostanza urticante. Arrivarono davanti alla porta del bagno che dava proprio sulla camera da letto. La porta era semichiusa.

― Entra ― le ordinò. Gentile e sicuro come un agente immobiliare che indica la porta d’ingresso dell’appartamento da visitare e sa già che tutto è stato sistemato a dovere.

Marika superò la porta. Poi si fermò poco dopo l’ingresso. Sembrò pensasse a qualcosa di molto importante.

― Sulla mensola, sopra il lavandino, troverai quello che ti serve.

La situazione sembrava surreale. Marika stava ferma in mezzo al bagno e si guardava intorno. Zeck immobile dietro le sue spalle che le parlava.

― Lo so ― le disse con comprensione. ― Devi cambiarti. È tutto lì, sulla mensola di vetro. ― E l’indicò per convincerla che era proprio così. ― La tua marca di assorbenti… Quelli che usi sempre.

― Ma… ― ed esitò nel formulare la domanda, sicura che non esistesse la risposta nel suo mondo. ― Devi rimanere lì…? Proprio lì, dietro la porta aperta? Non voglio che mi guardi…

― Sì, mi dispiace. ― Le rispose come un perfetto gentiluomo che si scusa della situazione imbarazzante. — Devo rimanere qui. Non posso lasciarti sola, potresti tentare di scappare o… qualcosa di peggio.

Emise un gemito. La faccia tuffata tra le mani. Stava piangendo. Quasi in silenzio, senza che fosse possibile consolarla in qualche modo. Stava in piedi nel centro della stanza da bagno, dando le spalle al suo carceriere, e piangeva sommessamente un pianto senza sollievo. Un pianto che Zeck conosceva bene, perché identico a tutti gli uomini e donne che aveva visti in quella situazione. La disperazione di chi sa che sta per morire.

― Non avere paura ― le disse sempre da dietro la porta. ― Non ti farò del male. ― Ma quelle parole non suonarono credibili come voleva.

L’uomo vide la massa di capelli, ormai senza più forma, coricarsi sulle spalle stanchi, mossi appena dai singhiozzi.

― Cambiati ― le disse, e l’affermazione suonò come un ordine. ― Non ti accadrà nulla di male.

― Non posso ― pronunciò a fatica.

― Non ti guardo.

― Non è vero.

― Non posso lasciati sola. Questo no, lo capisci? Però ti prometto che non guarderò.

Piangeva più forte e il corpo si scuoteva come fosse attraversato da brividi freddi. Continuava a dargli le spalle, ma le sembrava che, quell’uomo disgustoso, nascosto dietro la porta, la vedesse lo stesso. Aveva gli occhi gonfi di stanchezza, stress e troppe lacrime. Il fisico provato dalla fatica e dai barbiturici. Ma doveva cambiarsi, su questo non aveva più dubbi.

― Mi guardi. Lo so…

― Sto dietro la porta. Non ti guardo, ma non posso chiuderla, mi dispiace. Stai tranquilla, ma non posso lasciarti sola chiusa in bagno, te l’ho già detto, tenteresti di scappare e non voglio che accada ― le spiegò con semplicità, sicuro che quella giustificazione sistemasse ogni cosa e spiegasse quella situazione surreale all’interno della quale si trovavano entrambi arenati.

Sembrò capire. I rumori che giunsero dal bagno erano quelli dell’acqua del bidet che scorre senza posa e di qualcuno che si lava. Poi il getto continuo si interruppe e si sentì un armeggiare con la carta igienica. Sentì la cascata dell’acqua del water. Marika singhiozzava continuamente.

Zeck lo sguardo rivolto alle piastrelle dell’anticamera, ma mai oltre la porta socchiusa. Era in atto una sorta di tregua senza nome che poteva durare lo spazio di quel momento scandito da quegli atti finalizzati alla pulizia del corpo. Ma niente più. Non era possibile concedere altro tempo. Aveva bisogno di quell’informazione immediatamente e l’avrebbe ottenuta.

― Tutto bene? ― le chiese dopo un po’.

― Sì ― rispose esitante Marika da dietro la porta.

― Allora butta l’assorbente usato nel sacchetto nel cestino sotto il lavabo e poi torna di qua.

― Va… bene ― fu la risposta esitante. L’espressione della voce tradiva il dubbio di come facesse quell’uomo a sapere che lei, proprio quel giorno, avesse il ciclo. Perché aveva trovato gli assorbenti interni sopra una mensola in bagno? Così in vista, come se l’aspettassero per un appuntamento fissato tempo prima?

Queste erano alcune delle domande che le rimbalzavano nella testa. Perché non aveva il viso coperto? Decise che, per ora, non era il caso di chiedere altro. Buttò l’assorbente vecchio e si mise quello nuovo, ma non riuscì comunque ad allontanare una sensazione di sporco appiccicata addosso.

Il dosatore del sapone intimo lasciato sul piano, di fronte al lavabo, e altri dettagli erano troppo precisi e troppo mirati sulla sua persona per lasciarla tranquilla. Pensò a sua madre. Alla casa dove abitava e a quanto si sentiva fuori luogo in quel momento, in quel posto freddo. Asettico e impersonale come un ambulatorio per il prelievo del sangue. Ma non osò chiedere nulla o dire qualcosa.

Un fruscio di carta, che sfrega contro la plastica del sacchetto legato al cestino dei rifiuti, fu l’unica risposta alle tante domande che aleggiavano nell’aria senza una risposta. E poi quell’uomo le faceva davvero paura. Non tanto perché l’aveva rapita e addormentata, ma quanto perché sembrava in grado di penetrare ogni suo più intimo segreto. Sembrava utilizzasse una sorta di strumento elettronico o peggio magico per carpirle pezzi della sua esistenza.

― Bene ― disse Zeck riportandola alla realtà. ― Torna pure in questa stanza. ― La esortò, ma con un tono che suonava ancora come un ordine.

Aprì la porta. Marika gli comparve in piedi, simile a una figura ritagliata da una rivista di sport. Chiusa nella tuta da ginnastica scura, le scarpe da ginnastica di pelle, ancora ai piedi, e la cerniera del giubbetto tirata su fino al collo quasi che sentisse freddo. La riaccompagnò al letto, rifece i legacci intorno ai polsi e alle caviglie.

― Mettimi seduta ― lo implorò. ― Sdraiata non sto comoda. ― L’uomo sembrò non avere sentito la richiesta. Continuò ad armeggiare con le spesse fasce di gomma e nulla più. ― Ti prego…

L’unica concessione, prese due cuscini e glieli mise sotto la nuca. ― Così starai meglio, ma non chiedermi nient’altro. La trattativa finisce qui.

Si guardarono negli occhi. Marika capì di essere arrivata al limite delle richieste. I due cuscini erano il massimo che poteva ottenere, per il momento.

Riprese le cesoie, le afferrò ancora l’indice con due dita e lo tenne serrato tra le due lame. Erano tornati al punto di partenza.

― Allora, mi vuoi dire dov’è?

Marika chiuse gli occhi perché forse capì di essere giunta a un capolinea dal quale non si torna indietro. Quell’uomo che le stava davanti era la peggiore incarnazione dei suoi più brutti sogni. Qualcosa che albergava fuori dalle sue giornate semplici, scandite dalla scuola, dalle amiche e dalla palestra. Era il materializzarsi di certi incubi che aveva appena intuito nei discorsi fitti con le compagne di classe. Magari fantasticato in qualche film di vampiri affascinanti, dai tratti ambigui e innamorati fino alla morte.

Da qualche tempo avvertiva il passare dei giorni, che si lasciavano alle spalle, un poco alla volta, inesorabilmente, una Marika degli anni felici delle elementari, insieme a uno stuolo di pupazzi ciccioni stipati, uno addosso all’altro, sulla poltrona rosa, in fianco al suo letto e ammonticchiati intorno al cuscino. Sonnacchiosi e protettivi come personaggi di una favola allegra. Soprattutto il bruco Theo.

In quella situazione complicata in cui si trovava ora, c’era qualcosa che le ricordava i maschi antipatici della sua classe. La vita che passava e lasciava dietro dei brandelli irrecuperabili di gioie e momenti felici. Grumi di pensieri che si erano affacciati, insieme alla sessualità, nella sua mente e con cui si era ripromessa di fare i conti prima o poi.

Ci pensava quando era sola in camera, sotto le coperte, al buio. Quel momento quando si spegne la luce e il mondo fa un passo indietro. Il cellulare è spento e le ombre si allungano contro la parete. Le luci della strada oltrepassano debolmente la finestra e disegnano sulla parete quattro riquadri luminosi separati da una croce nera. La porta chiusa, così come gli occhi e i pensieri vagano inconfessabili, ma piacevoli allo stesso tempo.

― Nel mio armadietto ― pronunciò senza esitazione. Gli occhi chiusi come se pensasse che, una volta pronunciate quelle parole magiche, la situazione si sarebbe risolta da sé, come nebbia che si dissolve al sole del pomeriggio. Senza lasciare conseguenze, se non un brutto ricordo.

― Quello che sta in palestra. Sopra lo sportello c’è un cartellino con il mio nome.

― Lo sapevo che me l’avresti detto prima o poi ― le confermò Zeck con il tono di un allenatore caparbio che ha sempre creduto in lei. ― Ero sicuro che avresti capito la situazione e alla fine collaborato.

Delle lacrime sgorgarono dagli occhi della ragazza che, dalla stanchezza, non riusciva più nemmeno a singhiozzare o emettere un rumore. Solo lunghe righe tremolanti che solcavano le guance finendo con il bagnare il cuscino.

L’uomo si alzò. Trasse verso sé il cassetto del comodino e vi frugò dentro. Prese una siringa monouso, una boccetta trasparente, dei guanti in lattice e un panno bianco. Indossò i guanti. Appoggiò il resto sulla coperta vicino al corpo della ragazza. Preparò lentamente la siringa con una dose di Fenantyl sufficiente per farla dormire tutta la notte. Sollevò lo sguardo. Era sdraiata sul letto. Trattenuta dai lacci di gomma e aveva ancora gli occhi chiusi. Emetteva dei mugolii vicini alla soglia dell’udibile.

Le alzò la manica fino quasi alla spalla. Circondò il braccio con un laccio di gomma e strinse. Due precise cannule bluastre affiorarono nell’incavo dell’arto. Passò del cotone imbevuto con disinfettante in corrispondenza della vena più grossa. La trafisse con l’ago senza sentire resistenza. Spinse il liquido nella vena di Marika con la delicatezza di chi sta maneggiando un nuovo farmaco che cura una malattia rara, e non vuole che nemmeno una goccia vada persa. Così avrebbe dormito per almeno cinque, sei ore.

La ragazza non reagì, né disse nulla. Sprofondò velocemente in un sonno pesante. Simile a una nave dalla chiglia sventrata da uno scoglio che affonda velocemente invasa dall’acqua.

Si buttò sulla sedia pesantemente. L’unico rumore nella stanza era il respiro leggero della ragazza che scandiva ritmicamente un tempo tutto suo. Avvolse nel panno bianco la siringa usata, la boccetta vuota, il cotone e quant’altro era stato utilizzato per eseguire l’iniezione. Strinse forte, poi prese l’involto e andò a buttarlo nel sacchetto di plastica sotto il lavandino in bagno. Prese dall’armadietto una bottiglia da mezzo litro di plastica bianca contenente un liquido senza colore. Era del DMSO mischiato ad alcool etilico. Una potente miscela denaturante che avrebbe distrutto le proteine, ma soprattutto il DNA e i resti organici rimasti nelle tubature. Indossò dei guanti di lattice sopra quelli che portava già. Versò un po’ del liquido incolore nel bidet e pulì tutta la superficie passandoci un panno di carta. In tutti gli angoli. Un altro po’ lo buttò giù dallo scarico senza far correre l’acqua. Avrebbe alterato fino a distruggere il DNA rimasto nelle tubature rendendolo inutilizzabile per un’indagine. Fece la stessa cosa con il lavandino.

La bottiglia era vuota adesso, ma non era un problema, visto che ne aveva una riserva di cinque litri in garage.

Guardò l’orologio che segnava l’una e trentacinque. Accese la TV, un modello vecchio a tubo catodico, solo per ascoltare quali notizie ci fossero in merito al rapimento. Cambiò per RaiNews24. La barra scorrevole ai piedi dell’inquadratura riportava la notizia della sparizione di una ragazza di quattordici anni a Pontoglio, nella provincia di Brescia.

― …Stanno ricercando un furgone bianco ― disse il conduttore che parlava da studio e conduceva il Tg. ― Sembrerebbe esserci un testimone che ha visto un furgone bianco aggirarsi nella zona, con sopra due uomini. Si dice nordafricani, ma gli inquirenti non confermano né smentiscono.

Dietro le spalle del giornalista stava intanto passando l’immagine della casa dei Tommaseo. Parcheggiate davanti c’erano delle macchine dei Carabinieri con le luci blu accese. Una carrellata inquadrò la palestra e il parcheggio del supermercato.

Rai Tre e Rai Uno, la stessa notizia, senza dettagli e le stesse immagini. Doveva muoversi. Spense la luce del comodino. Si vestì con il giaccone da moto e uscì dal retro.

II

 

Scostò la tendina sporca di una decina di centimetri. Riuscire ad avere quella stanza con vista sul motel gli era costato ben cinquanta Euro e una chiacchierata di quasi un’ora con la signora Laura davanti a un buon tè. Al citofono le aveva chiesto per favore di riceverlo e che non era un truffatore.

― Dicono tutti così.

― No, non sono qui per fregarla. Ho bisogno di fare delle foto dalla sua finestra.

La risposta fu un silenzio pensoso rotto dal suono di una TV accesa sullo sfondo. ― Delle foto?

― Sì, sono un investigatore ― le disse con sincerità cercando di usare il tono più rassicurante possibile.

― Quali foto, mie?

― No, del motel.

― Da casa mia?

― Le sue finestre sono al terzo piano e hanno la vista sul motel appena sotto.

― Sì ― ammise. ― La vista è buona. ― Perciò, se devo crederle, lei verrà in casa mia e si apposterà alla finestra per… ― ristette. Forse le era venuto in mente qualcosa. ― Quanto tempo?

― Due, tre ore. Non credo di più. Anzi ci spero perché ho un appuntamento sul tardi.

― Un appuntamento… ― ripeté. ― Va bene, rischierò, ma voglio dei soldi.

― Comprensibile, signora…?

― C’è scritto sul citofono.

― Laura Vendramin…

― Così va bene. Può salire. Terzo piano, ma questo già lo sa. ― Gli sembrò l’avesse portato apposta fino a quel punto della conversazione quasi volesse saggiare le sue buone maniere. Uno scatto secco e preciso aprì la porta.

Arrivato al piano trovò la signora sulla porta ad attenderlo. Era vestita in modo semplice, i capelli corti decisamente screziati di grigio. Qualche chilo di troppo, pensò vedendola, le strinse la mano che gli porgeva. Tesa, pronta a soddisfare quell’incombenza formale delle presentazioni che non dovevano entusiasmarla troppo.

― Alessandro D’Ancona ― le disse per presentarsi. Lei non rispose, strinse con vigore la mano e lo fece accomodare in casa. Preparò un tè e si sedette alla tavola da pranzo di fronte al proprio ospite.

― C’è sempre un gran viavai ― gli disse con le mani appoggiate in grembo e un’aria di donna ordinata. Indicò oltre la finestra. Non era anziana nel senso comune del termine, aveva superato da poco la sessantina, ma portava male i suoi anni.

― Sono vedova da tre anni. Una tragedia… ― Aveva scrollato la testa come dovesse scacciare quel ricordo fastidioso. ― Prima ogni cosa procedeva diversamente. Mio marito… ― lasciò in sospeso, come se non trovasse le parole per descrivere quanto aveva fatto per quel marito, oppure avvertisse la sproporzione tra quello che gli passava per la testa e il tentativo di tradurlo in parole. Lasciò perdere.

― Là fuori, ― riprese indicando alle sue spalle la finestra ― passa molta gente. Un sacco di macchine.

― È un motel ― si schermì l’interlocutore. ― La gente ci sta solo qualche ora.

― Lo so io a fare che cosa. ― E fece sì con la testa. Poi sembrò venire a patti con quell’idea.

― Ha detto di chiamarsi Alessandro…?

― Sì, Alessandro D’Ancona. Faccio investigazioni per conto di uno studio legale di qui. Di Verona. ― Appoggiò un cartoncino color avorio, sul tavolo, di fronte alla signora Laura. Lei lo prese con una mano e lo lesse senza occhiali. Poi lo girò, ma dietro non c’era stampato nulla.

― Raccolgo prove… ― riprese guardandola intensamente mentre lei riappoggiava il cartoncino sul tavolo, quasi cercasse un’approvazione che non arrivava, ― per pratiche di divorzio, separazioni, società che temono che qualche dipendente si venda dei brevetti… cose così.

― Fa lo spione.

― In un certo senso.

― Così vuole stare in una delle mie stanze qualche ora. Quale?

― Quella che dà sul motel.

― Tutte danno sul motel ― sentenziò come se fosse un privilegio.

― Ha ragione. ― Sorseggiò il tè un attimo per prendere tempo. ― Quella che ha la vista migliore su questo lato.

― La stanza da letto. Non c’è dubbio ― fece una pausa pensosa, poi lo guardò negli occhi precisa e diretta. ― Quanto è disposto a darmi?

― Hmmm, pensavo qualche decina di Euro.

― Venticinque all’ora. Non un Euro di meno. E in nero, mi ha capito? Non voglio fatture o altre stupidaggini che poi tutti i soldi se li mangiano le tasse. Li voglio puliti, mi ha capito? Se supera l’ora successiva di venti minuti mi deve riconoscere un’ora intera.

― Mi sembra ragionevole ― intanto pensava a come farseli rimborsare. Li avrebbe caricati sulla parcella del cliente come ore in più. Si guardò attorno. La casa era ben arredata. Almeno la stanza dove se ne stavano tranquillamente seduti ora. Forse il marito non l’aveva lasciata così in disgrazia come raccontava, ma chi poteva saperlo. ― Per ora gliela prenoto per due ore poi… ― fece una pausa che sembrava dire, ci penso su un attimo, vediamo come va. ― Se avrò ancora bisogno, la chiamerò per un altro appostamento.

― Anticipati signor D’Ancona. ― E allungò la mano aperta che rimase immobile a occupare lo spazio che li separava. Sembrava finta, pulita e immobile.

Prese un biglietto da cinquanta Euro e glielo appoggiò sul palmo della mano. La signora lo prese senza guardarlo e se lo infilò nella tasca destra del pullover verde scuro. Color prato irlandese, quel tipo di colore che si usa per le insegne dei golf club.

Osservò le tazze del tè. Erano di porcellana. Gli ricordavano sua nonna e i suoi riti. Poggiò la tazza nel piattino e notò che faceva un suono acuto. Secco. Come di qualcosa fatto con materiale fragile. Lungo i fianchi erano decorate con delle roselline delicate, dipinte a mano, adatte ad altri tempi e altri incontri. Fece un altro lungo sorso sotto lo sguardo attento della signora Vendramin.

― Posso andare di là? ― le chiese poggiando la tazza lentamente nel piattino cercando di fare meno rumore possibile. Quasi che da quei dettagli dipendesse la sua candidatura a buon marito.

― Sì ― gli rispose candidamente. Guardò la tazza con l’attenzione di chi vuole scoprire se il tè è veramente piaciuto. Poi lo fissò negli occhi.

― Può andare di là, ma attenzione! Comincio a contare i minuti da ora.

Si alzò: ― Molto buono, davvero. Cominci pure a contare, ma due ore basteranno, almeno per oggi, spero.

Lasciò la stanza. Con la coda dell’occhio vide la donna mettere le tazze sul vassoio di peltro e dirigersi verso il lavandino. La luce filtrava dalle tende del salotto esposto a sud, simile a della crema solida di colore bianco che volesse donare alla casa una nota allegra. Si diresse verso la stanza da letto.

Contro la parete di sinistra c’era il letto matrimoniale. Massiccio. In fianco, alla sua destra, lo sorvegliava un cassettone scuro. Il piano perfettamente lucido, sopra era stata stesa una tovaglia di pizzo bianco. Appoggiate fittamente una vicina all’altra delle cornici con delle fotografie, perlopiù in bianco e nero. Nella prima una signora Vendramin più giovane sorrideva a qualcuno dietro l’obiettivo molti anni prima.

Sull’altra parete di fronte al letto, troneggiava un armadio in radica di noce anch’esso di qualche decennio prima, a tre ante. La più grossa, quella centrale, abbellita con un largo specchio arrotondato ai lati.

Nella parete di fronte all’ingresso si trovava la finestra.

Spostò una sedia, si sedette. Prese la Nikon dalla borsa. Controllò che la batteria fosse carica, anche se sapeva già che lo era. Scostò le tende, notò che avrebbero dovuto essere bianche.

Guardò in basso. Una macchina passò lungo il viale perfettamente pulito, scontornato da una siepe alta almeno due metri. Ma che senso aveva costruire un motel in piena città con dei palazzi intorno? Non lo aveva capito, ma qualcuno pagava bene e per questo si trovava lì. Se c’era qualcosa di bello nel suo lavoro consisteva nel non sapere chiaramente chi fosse il committente. Sapeva che l’oggetto del contendere erano sempre un uomo e una donna, uno dei due tradiva l’altro. Il cliente poteva essere il primo, forse il secondo. Oppure nessuno dei due, magari un terzo. Ma in genere non gliene importava. Portava indietro molte fotografie, chiare e soprattutto “parlanti”, così le chiamavano in studio. Chiare della situazione raffigurata e tutti erano contenti, tranne uno.

Il motel era composto da un corpo centrale basso, a un piano. Le stanze davano tutte verso un parcheggio asfaltato scontornato da righe bianche precise come caselle del cruciverba. Dentro ogni riquadro rettangolare era scritto un numero, 100, 101 fino a 118. Le porte erano tutte uguali. Bianche con il pomo d’apertura color oro e una targhetta al centro che riportava il numero. Lo stesso che era dipinto, con vernice bianca, sull’asfalto in corrispondenza del posto auto. Semplice.

Passò un’altra macchina. Una Ford Mondeo Station Wagon di colore blu. Andava piano e parcheggiò in corrispondenza di una camera. Notò che l’auto era perfettamente inscritta tra le righe, quasi che il conducente temesse che qualcuno volesse dargli una multa.

Scesero un uomo e una donna. Lui teneva in mano le chiavi della stanza, salì i tre gradini e armeggiò fino ad aprire la porta. Fece entrare lei per prima, poi la seguì e l’uscio si chiuse alle loro spalle senza fare rumore. Non erano loro la coppia che aspettava.

Dalla stanza vicina giungeva il suono di una televisione. La signora stava seguendo qualche reality. Guardò l’orologio, le 15:19 del nove marzo. Il sole era caldo quel giorno e sembrava già primavera inoltrata. Aveva ancora montate le gomme neve sulla sua auto, un Maggiolino Beatle giallo. Le giornate si stavano davvero riscaldando e forse le avrebbe tolte prima della fine del mese. Guardò meglio. L’Audi grigio metallizzato che gli avevano segnalato, stava passando adesso lungo il viale d’immissione al parcheggio del motel. Inquadrò attraverso il teleobiettivo da 600 mm la scena.

L’auto si fermò in corrispondenza del parcheggio davanti all’ingresso della stanza centoquindici. Ne scesero un uomo e una donna. Scattò una successione di fotografie. Cinque scatti al secondo. Ancora un’altra, poi un’altra ancora.

I due si guardavano attorno con attenzione, come se temessero brutte sorprese. Non sapevano che le brutte notizie stavano un po’ più in alto.

L’uomo fumava. Sulla quarantina. Tenne premuto il pulsante di scatto per almeno due secondi e la macchina reagì alla perfezione restituendo una decina di immagini. Era venuto bene. Lo sapeva, perché il tizio per un attimo aveva guardato un punto posto in alto.

Il tipo chiuse la macchina con il telecomando. La donna lo seguiva a breve distanza. Era giovane, almeno più giovane di lui. Appena sopra la trentina. Capelli biondi portati con un taglio regolare all’altezza del collo. Orecchini d’oro piuttosto lunghi. Molto bella e ben vestita. Si stava avviando verso la porta della stanza che oltrepassò guardando avanti a sé. Quasi volesse essere sicura di appoggiare bene i piedi. Non andava bene. Doveva alzare lo sguardo. Scattò comunque. Avevano paura di essere scoperti. Ormai conosceva la gestualità di certe circostanze. Scattò ancora. Finalmente la donna si girò per guardarsi attorno. Temeva forse di essere seguita. Solo un breve attimo, ma fu sufficiente per permettergli di scattare tre, quattro foto perfette del viso di tre quarti.

Entrarono insieme e chiusero la porta senza fare rumore. Un attimo dopo un piccolo lampione vicino all’ingresso si illuminò di una luce fioca, come un lumino che sorveglia una foto sopra una tomba. Erano dentro.

La missione sembrava conclusa, ma mancava ancora qualcosa. L’attesa. Doveva aspettare che uscissero per scattare le ultime foto che avrebbero provato l’avvenuto appuntamento. Era la parte meno divertente della missione. Per esperienza sapeva che si sarebbero attardati per minimo due ore ma, in certi casi, l’appostamento era durato anche quattro o più ore. Guardò l’orologio, le tre del pomeriggio. Non aveva niente da fare adesso. Dalla sala giungeva il suono della televisione accesa. Doveva essere un talk show pomeridiano di quelli dove la gente urla e si manda a quel paese durante tutta la durata della trasmissione.

Si appoggiò, con la schiena, alla parete sotto la finestra. Guardò il display della macchina fotografica per vedere come fossero venuti gli scatti. Li passò a uno a uno ed ebbe un sospetto. Era una sensazione che non aveva provato prima. Forse era troppo preso a fare fotografie, non lo sapeva con precisione, ma quell’uomo lo aveva già visto. Non sapeva davvero quando l’avesse incontrato, ma ne era sicuro. Si sforzò di pensare.

Chiuse gli occhi e si concentrò su quel volto. Completamente calvo, ma se lo ricordava comunque così. Forse era diventato calvo presto. Ci pensò sopra ancora un po’. Con gli occhi chiusi appoggiato a una parete non troppo pulita e scrostata che attendeva di essere imbiancata. C’era qualcosa nascosto nel buio dietro le palpebre. Un episodio a cui non ripensava da molto tempo. E di tempo ne era passato abbastanza. Era accaduto durante gli anni dell’università.

Una sera d’inverno. Era più giovane. Oh sì, molto più giovane. Perché vent’anni sembrano pochi, ma non sono pochi quando sono passati e ne avevi già venti quando hai cominciato a contarli. A quel tempo frequentava l’università. Seguiva un corso di Sociologia della Politica. Il professore era molto bravo e lui contava di dare l’esame di lì a poco.

L’aula era affollata e gli studenti defluivano lentamente verso l’uscita. Non si ricordava come, finirono su una panchina, nei giardinetti appena fuori la struttura dell’Istituto. Si trattava di un compagno di corso. Non lo conosceva bene. Rimaneva sempre in silenzio. La pelle bianca come se non prendesse mai il sole. Alto uno e ottanta. Fisico che poteva avere qualche chilo di troppo. Non molti, ma qualcuno sì. Capelli biondi. Quasi bianchi da quanto erano chiari. Da lontano avresti potuto dire che fosse calvo anzitempo. Portati corti, con una frangia sulla fronte. Non si ricordava il nome.

Però era d’inverno. Faceva freddo eppure si sedettero su quella panchina a parlare. Intorno non c’era più nessuno. Solo umidità e foglie cadute che coprivano gli stretti vialetti del parco. Davanti a loro transitò una tizia che portava a spasso un grosso cane. Se la ricordava ancora. I compagni erano già andati tutti via.

Cominciò una conversazione di quelle solite allora. Le parole esatte non le ricordava, ovviamente. Ma si sa, come succede. Che musica ascolti? Che libri leggi? Sei stato a quel concerto… e si comincia a parlare. Si dimentica il freddo, almeno per un po’. Il fiato che esce fumando come da un camino di una baita sperduta tra la neve.

Di fronte alla loro panchina c’era un grosso albero nodoso. Un platano, forse. Lo rivedeva quasi fosse ora, il tronco coperto di brina, la corteccia compatta. Faceva davvero freddo, o forse era così solo nel ricordo. Un gelo sempre in movimento, carico di cristalli di ghiaccio portati dall’aria tagliente di quella sera.

― Davvero un problema ― buttò lì Alessandro, mentre si sedeva contro lo schienale di legno. ― Il freddo potrebbe diventare un problema. ― Si picchiò le spalle per scacciare il gelo che gli era entrato nelle ossa.

L’altro non rispose. Stava lì seduto e respirava regolarmente buttando fuori una nuvola spessa di condensa. Gli venne da pensare, guardandolo, che quelli con la pelle così chiara, forse sentono il freddo più degli altri. Come se l’eccessivo pallore della pelle corrispondesse a uno spessore inferiore. Non aveva la risposta, ma si tenne per sé la domanda.

Parlarono di musica. I ragazzi lo fanno sempre. Sorrise a quel ricordo. Quel ragazzo ascoltava perlopiù musica classica. Wagner, ma anche Bruckner.

― Niente può essere paragonato all’Adagio della Settima sinfonia di Bruckner. Il secondo movimento. ― Era assolutamente compreso da quel discorso. ― Fu scritto perché il compositore pensò che Wagner, che ammirava tantissimo, sarebbe morto di lì a poco e volle lasciare traccia della sua profonda tristezza. Pensa che bellezza. Che forza ci volle per scrivere una cosa così. ― Pensò che fosse difficile seguirlo lungo quella strada che forse era diventata troppo personale. Si ricordò che lo stava osservando. Il fiato che si condensava ritmicamente in larghe nuvole di vapore che sparivano verso l’alto. Fece una pausa di circostanza.

― L’Adagio fu l’ultimo pezzo trasmesso da Radio Berlino, nel ’45. Mi capisci? ― disse guardandolo come se raccontasse qualcosa di estatico. Di unico. ― Prima che arrivassero i Russi a occupare la città. Fu l’ultimo pezzo che si poté ascoltare da quelle frequenze e poi le trasmissioni terminarono. Quel momento rappresenta la caduta del Reich.

Quasi che la paura di Bruckner per l’imminente morte del Maestro si fosse trasformata in qualcosa di concreto. Sembrava crederci davvero. Parlava del bunker e degli ultimi giorni di Berlino, come se qualcuno avesse potuto raddrizzare il destino di quella gente.

― L’Ottocento era finito tante di quelle volte, prima di allora, e quella fu solo un altro dei finali. La parabola si concludeva definitivamente.

Era davvero dispiaciuto. Quasi non avesse potuto sentire quel pezzo per davvero. Essere lì quel giorno. Vedere la disfatta e quanta terribile bellezza vi fosse contenuta. Uomini impazziti sul serio parlare con la propria pistola fino all’ultimo momento.

― Viviamo solo in questa modernità inconcludente e incolore ― proseguì continuando a guardare le foglie umide schiacciate sotto le suole delle sue scarpe. ― Fatta di un eterno presente, senza passato e futuro. Un presente che non è l’attimo che vale una vita. Non è più una scintilla che illumina le tenebre, anche solo per un breve momento, perché ormai svuotato di ogni forza. “Solo un lungo, indefinito, presente. Nulla accade se non è sull’onda di quell’istante continuo che procede ineluttabile e inafferrabile, ma senza passare davvero. Soli, senza una vera storia. Esseri che vivono nel consumo immediato di ogni merce con l’illusione che quello sia il tempo. Che lo scorrere delle ore sia il vero tempo.”

Era indubbiamente un tipo che viveva in un altro mondo. Di Destra, si sarebbe detto qualche decennio prima. Negli anni Settanta. Un introverso, si limitò a catalogarlo lui.

Aveva appena finito di leggere La Porta Stretta di André Gide. Parlava di aspirare all’assoluto. Solo superando se stessi possiamo renderci migliori, diceva. Cose da liceali un po’ sognanti, pensò Alessandro.

A un certo punto, però, accennò al gruppo Fuþark. Ne accennò in un discorso che sembrava non c’entrare nulla. Forse parlavano di film. Cosa aveva a che fare uno così con Fuþark? Quelli erano terroristi. Da almeno due anni, dal 1989, ammazzavano zingari. Prostitute di colore. Gente indifesa. Rivendicavano, con dei volantini scritti con l’ormografo, la pulizia del mondo dagli inferiori e, a quel momento, si erano attribuiti almeno sei omicidi.

― Fuþark è la più antica forma di alfabeto runico ― gli disse con convinzione. ― Lo sapevi?

― No, francamente no ― gli rispose, ma la piega del discorso era scivolata altrove.

― Era utilizzata dalle tribù germaniche, nei dialetti del tedesco nordoccidentale, durante le invasioni barbariche tra il II e VIII secolo.

― Ma oggi è solo il nome di terroristi che ammazzano degli inermi ― gli disse come se volesse interrompere quella follia. ― Con la lingua non c’entrano nulla.

Si incassò nelle spalle, forse per il freddo. Abbassò lo sguardo verso gli scarponi, anfibi tipo militare. Sembrava pensare alla risposta, ma non era così. Non voleva giustificarsi di quanto aveva detto. Almeno non quella sera e non con un estraneo.

― Sono degli inferiori. Zingari, prostitute, barboni, non lo sanno. Non si rendono conto, ma chiedono di essere uccisi. Loro stessi vogliono essere eliminati. È così che possono aspirare a elevarsi sopra la massa e concludere degnamente la loro parabola. Fuþark è tutto questo.

― Ma li frequenti o solo ne parli?

Non rispose a quella domanda. Si alzò in piedi e si tirò su il bavero del giaccone per ripararsi dal freddo. Intorno al collo correva una grossa cerniera. Sembrava più fragile del tono che aveva usato per le sue farneticazioni.

― Li ammiro ― buttò lì. Il vapore acqueo fumava bianco in controluce di un lampione al neon e svaporava quelle parole nell’aria gelida, come se volessero nascondersi al resto del mondo.

― Vorrei poter fare di più. Fargli sapere che sono con loro. ― Continuò convinto. Quasi pensasse di essere troppo debole. ― Mi piacerebbe essere utile e poter dire agli altri. A quelli come me. Ai seguaci di Fuþark, quelli che stanno chiusi nelle loro camerette, che eccoci, siamo qui. ― Aprì le braccia quasi si arrendesse a un nemico invisibile. ― Siamo qui ― disse con tranquillità. ― Non dovete dubitare che vi aiuteremo.

Si salutarono. Ricordò, a distanza di anni, che non aveva prestato molta attenzione a quelle parole in libertà. Sapeva per esperienza che a quell’età si vive di assoluti. L’amore è eterno. Un’idea l’unica. Un libro, il migliore che si è mai letto. L’università era piena di gente strana.

Lo vide girarsi lentamente, lasciandolo seduto sulla panchina gelata a seguirlo con lo sguardo. Se ne andava compreso nel proprio mondo di purezza. Lungo quel viale coperto di foglie marce autunnali. Illuminato dalla luce ovattata dei lampioni, alla stregua di un attore del quale, il copione, prevedesse l’uscita di scena, e che si faceva strada a fatica tra una tenue nebbiolina serale che si insinuava dappertutto attraverso i vestiti.

Alzò il braccio mentre gli dava le spalle, come se volesse segnalare la propria presenza a una nave lontana, intanto che si avviava verso il fondo della strada. Compreso in un saluto che gli ricordò gli ultimi giorni di Berlino e un dittatore, con il braccio paralizzato, ormai ridicolo e allo stremo delle forze.

Non si parlarono più nei giorni successivi. Si incontrarono ancora, ma quel tipo sembrava contrariato dal fatto di essersi lasciato andare a delle confidenze eccessive con uno sconosciuto.

La parabola di Fuþark durò ancora altri tre anni, duranti i quali uccisero altre quindici persone in vario modo. Cinque delle quali, durante il rogo di un cinema a luci rosse a Pavia. Rogo in una discoteca di Brunico, tre ragazzi morti intossicati. Un barbone che dormiva in un’auto. Tre prostitute dell’Est lungo la via Romea vicino a Chioggia. Tre Rom giustiziati a sangue freddo mentre procedevano sulla loro auto lungo una strada fuori mano a Mestre. Questi morti, sommati ai sei precedenti, portò il conto a ventuno uccisioni.

Furono presi con delle taniche di benzina in mano mentre tentavano di dare fuoco a una discoteca piena di gente, a Sirmione sul lago di Garda. Gli inservienti li videro aggirarsi per il locale semibuio con un fare sospetto. Si scoprì poi che le porte d’emergenza erano state chiuse con dei lucchetti. Avrebbe potuto essere una strage.

Li presero un attimo prima che appiccassero il fuoco a due taniche colme di benzina e nascoste nei bagni. Si trattava dei due amici e ideologi del Gruppo, Mattia Zonon, un veneto, ed Hermann Schmidt, di Monaco di Baviera, trasferito con la famiglia in Italia. Vivevano entrambi a Verona, e frequentavano la stessa università. Nessun altro fu mai associato a Fuþark. Solo loro due presero l’ergastolo. Non parlarono quasi in Aula. Sembrava che già sapessero. Che già avessero messo in conto quella fine. Negarono solo di essere così assidui come tutti dicevano essere.

Dissero al magistrato che la loro era solo un’amicizia scolastica come ce ne sono tante. Non si attribuirono nessun omicidio precedente. Zonon negò di conoscere il Gruppo Fuþark.

― Non so chi siano. Non faccio parte di nessun Gruppo Fuþark o delle Prime Rune. ― Alla domanda come mai avesse tentato di incendiare una discoteca, insieme con il suo amico Schmidt, rispose che volevano fare uno scherzo. Solo quello.

La linea difensiva fu di negare sistematicamente tutto, anche l’evidenza. A discarico, la totale mancanza di precedenti politici e di episodi di violenza. Provenivano entrambi da famiglie rispettabili e avevano delle brillanti carriere universitarie alle spalle. Mattia Zonon stava laureandosi in economia e commercio. Figlio di un noto imprenditore tessile. Hermann Schmidt, era figlio di un banchiere. Laureato a pieni voti in ingegneria.

Di contro ebbero una massa voluminosa di indizi. Ma ciò che fece pendere l’asse del processo verso la condanna fu la prima perizia effettuata in casa di Hermann. Sopra una risma di fogli di carta A4. Su quei fogli, simili a quelli sequestrati negli altri attentati, fu trovata traccia di una scritta con caratteri runici, che altro non era che la rivendicazione del rogo del cinema a luci rosse di Pavia e del triplice omicidio di Mestre. Tutte le rivendicazioni erano state scritte con caratteri runici. Da quel momento gli indizi si moltiplicano e le connessioni anche. La presenza sui luoghi delle stragi. I vestiti ritrovati nelle rispettive abitazioni in molti casi coincidevano con dei brandelli ritrovati sugli scenari del crimine.

Nei lunghi interrogatori con il PM, Mattia riconobbe solo di essere un intransigente: ― Per me ― dichiara — l’unica cosa che conta sono gli affetti e l’amicizia. Le discoteche sono come bordelli di altri tempi. Sono la negazione dell’amicizia vera. Non ce l’ho con i giovani che le frequentano. La colpa è di chi le gestisce. Il più delle volte sono dei luoghi dove si distribuisce eroina.

Negava di essere psicotico, ma ammetteva di aver avuto lievi problemi mentali in passato: ― Ero nervoso ― gli scappò. ― Mi diedero dei farmaci, ma finì lì.

Per il PM ha una personalità disturbata: ― È sostenitore di un giudizio assoluto di intransigenza morale che impedisce una normale convivenza sociale. Si dipinge come un eroe in lotta contro la decadenza. Parla di “pulizia etnica”, ce l’ha con la Chiesa e i luoghi del divertimento. Combatte la decadenza dei costumi. per questo non sopporta i cinema a luci rosse, la prostituzione, perfino i festeggiamenti del Carnevale, facendo una grossa confusione fra tutte queste cose.

Qualcuno disse che due ragazzi soli non avrebbero potuto eseguire tutti quegli omicidi, ma al processo non si riuscì a provare la presenza di altre persone. Solo qualche giornalista insinuò che i partecipanti dovessero essere di più e sparsi per il nord Italia.

Anche una scrittrice di Verona, Micaela Zarner, indagò a lungo sul Gruppo Fuþark. Trovò dei volantini di rivendicazione che lasciavano intendere che gli affiliati fossero molti di più e sparsi in altre città del nord. Milano, sopra tutte. Ma anche, Pavia, Brescia e il triangolo Varese, Como e Lecco. E poi i contatti con il terrorismo di estrema destra. Quello eversivo, mai provati al processo. Quello delle stragi di Bologna, Milano, i treni. Ma nulla. I fatti rimasero nel libro.

Alessandro guardò l’orologio. Erano le diciassette e un quarto. Erano passate due ore e quindici minuti da quando aveva scattato le prime foto.

Accidenti, pensò. Le fotografie. Si alzò. Guardò fuori della finestra. L’Audi era ancora parcheggiata allo stesso posto. Il lampioncino appena fuori della porta acceso. Erano ancora nella stanza. Guardò l’orologio. Le diciassette e venti. Doveva stare attento. Potevano uscire da un momento all’altro. Era nervoso. Di solito quel lavoro procedeva da sé, senza scossoni. Lui scattava, la parte spiacevole poi la svolgeva un altro. Un avvocato, di solito. Ma stavolta era diverso. Quell’uomo gli aveva fatto tornare alla mente quel suo compagno dimenticato di tanti anni prima. Si era convinto che quel tizio fosse uno degli affiliati a Fuþark.

Forse quella sera all’università, quando si era confidato, doveva togliersi un peso. Ammazzare non doveva essere come lo si immagina nelle fantasie più sfrenate o solo un attimo prima di tirare il grilletto della pistola. Il gesto purificatore, liberatorio, che brucia l’immondizia del mondo. Forse, quel compagno ventenne, era rimasto sconvolto da qualcosa che aveva visto o fatto, e cercava di togliersi qualche peso. Ma l’impressione che ne ebbe fu che non ce la fece. Il peso dovette rimanergli ben piantato nell’animo. Ancorato saldamente a quel braccio teso e cristallizzato in un saluto, come una pesante nave cargo arrugginita a una banchina del porto.

Controllò il display della Nikon. Tutto era a posto. La batteria al massimo. Era pronto a scattare. Guardò ancora in basso. La luce del lampione si spense all’improvviso. Lasciando dietro di sé il vuoto di un senso di nostalgia che si interruppe quando la porta si socchiuse. Rimase così per qualche secondo. Un ultimo bacio? Un’ultima parola? Uscirono. Scattò lunghe sequenze di vari secondi. Decine e decine di fotografie. Lei salì in macchina e mentre si accomodava sul sedile notò che aveva una calza smagliata. Scattò ancora, fino a quando gli stop dell’Audi si attardarono in fondo al viale prima che l’auto si immettesse nel traffico cittadino. Sembrò un ultimo segno. Le luci rosse immobili, contenute interamente nell’inquadratura del teleobiettivo, apparivano più larghe del normale quasi si potessero stringere in un palmo.

L’auto rimase ferma sull’incrocio, l’impressione che stessero ripensando alla scelta di dover andar via. Quasi che modificare il futuro dipendesse dalla volontà di non lasciare quel posto appartato. Lontano dall’imperfezione delle loro vite e da quel lampione stupido. Un ultimo legame senza significato con quella realtà artificiale fatta di casette numerate e parcheggi riquadrati di bianco.

La strada era sgombra adesso. Le gomme sfregarono rumorosamente l’asfalto, come se, volessero lasciare una traccia sul terreno in ricordo di quel pomeriggio.

Si congedò dalla signora che gli fece notare, però, che la questione economica era ancora aperta.

― Ha superato le due ore di mezzora. Farebbero altri venticinque Euro. ― Allungò la mano con il palmo rivolto verso l’alto.

Le diede i soldi. La signora Laura lo guardava quasi volesse dirgli qualcosa. Sembrava trovare ridicolo quel lavoro di fare fotografie. Una volta sulla porta si strinsero educatamente la mano, ma lei improvvisamente l’abbracciò e lo costrinse a darle un bacio di saluto sulla guancia.

― Non ce l’ha una ragazza, vero?

― Non capisco…

― Vera, intendo.

― No… ― ammise più a se stesso.

― L’avevo capito. Si vede che s’aggira ancora come un ragazzino che non sa bene cosa farsene dell’indipendenza. ― Gli picchiò una mano sul braccio. ― Torni a farmi visita. Il tè è gratis.

― La finestra invece…

― Costa venticinque all’ora.

Si mise in macchina e per un secondo pensò alla sua indipendenza. Ma non gli parve così sperduta come aveva detto quella donna. Guardò la Nikon sul sedile del passeggero. Il grosso obiettivo rivolto verso il senso di marcia. Spenta. Gli dava l’idea di un automa a riposo nell’atto di rielaborare le informazioni della giornata. L’orologio dell’auto diceva che erano le diciotto e dieci. La serata era libera. Era martedì e non lavorava in TV. Il suo secondo lavoro. Quello che forse gli dava più reddito e che lo faceva vivere bene.

Arrivò a casa. In collina, via Lazzaretto 27. Una piccola villa bianca con il tetto di tegole rosse, circondata da un giardino non molto grande e coperto di foglie. Parcheggiò l’auto in garage. Quando varcò la porta d’ingresso l’ampio salone era in penombra. Dall’ampia vetrata poteva vedere il prato ingombro di foglie e i due alberi piantati in centro dove al disotto, d’estate, organizzava le cene all’aperto con gli amici. Accese la luce alogena e andò a sistemarsi sul divano.

La sua casa gli piaceva. La lunga vetrata. Le pareti bianche rifinite a grezzo. Il camino su un lato. La cucina a vista separata dal salone da un piano d’appoggio in quarzite chiara. La scala di legno che portava alle stanze al piano di sopra.

L’aveva fatta costruire due anni prima, dopo l’acquisto del terreno, seguendo i disegni di un amico architetto.

― Non è molto grande, ― gli aveva detto, ― ma ti piacerà. È tradizionale, ma i materiali sono d’avanguardia. Classe energetica A. Pannelli solari lungo tutta la parte di tetto a sud. Coibentata con materiali naturali. Ma ha un difetto…

― Quale? Dai disegni mi sembra molto bella.

― …Costa.

― Ah…, quel difetto.

Appoggiò la Nikon sul cuscino in fianco. Prese il notebook dal tavolino e si connesse alla rete domestica. Scaricò le foto in una cartella che chiamò: “Caso 28”. I casi gli venivano sempre presentati o con dei nomi, tipo Rossi/Verdi, senza distinguere chi dei due o più soggetti fosse l’uomo o la donna, il datore di lavoro e il dipendente o chissà chi.

Questo caso era un numero, il 28. Scaricò le foto nella cartella e inviò il tutto alla casella di posta dello studio legale per cui lavorava. Gli ritornò, dopo qualche minuto, una risposta che diceva che il materiale andava bene e che il “Caso 28”, poteva ritenersi chiuso e in pagamento.

Si versò qualcosa da bere. Mancava ancora un’ora alla cena. Accese lo stereo, partì la colonna sonora del film La sottile linea rossa. Si collegò alla sua pagina Facebook. Era qualche giorno che non vi accedeva. Lo avevano invitato a due concorsi fotografici e aveva una richiesta di amicizia da parte di una casa editrice. Puntò la barra principale della pagina e scrisse: “Micaela Zarner”. Comparve al primo posto. “Scrittrice, giornalista”, diceva il profilo.

“Gruppo Fuþark, un incubo di follia durato cinque anni e che ha devastato il nord d’Italia con delitti efferati e una quantità di odio mai vista. Ventuno morti innocenti. Rivendicazioni farneticanti scritte utilizzando l’alfabeto runico. Infarcite di odio razziale e antisemita. Un condensato di follia cristallina e intenzionale, rivolta contro quelle che questi folli, ritenevano essere la spazzatura della società.

“Micaela Zarner, scrittrice e giornalista, ha scritto questo libro, Le rune spezzate che racconta la storia della nascita e dell’evoluzione del noto gruppo terroristico che ha insanguinato il nord d’Italia per cinque anni. Il processo ai due autori dei fatti Mattia Zonon e Hermann Schmidt. Ma erano davvero soli a commettere i ventuno omicidi? Nessun simpatizzante o fiancheggiatore li ha aiutati? Questo libro tenta di dare delle risposte…”

Le scrisse un messaggio raccontandole l’episodio di tanti anni prima. Allegò una foto che aveva scattato quel pomeriggio al tipo dell’Audi: “Gent.ma Micaela Zarner, le scrivo per chiederle se conosce questo signore che ho fotografato? Nelle sue indagini si è mai imbattuta in questo tipo? Pensa possa essere uno dei fiancheggiatori del Gruppo Fuþark? La ringrazio per l’attenzione. Alessandro D’Ancona.”

Inviò.

Il resto della sera passò con tranquillità. Seguì intanto che cenava SkyNews24. Poi gli venne voglia di rivedere un vecchio film e, influenzato dal CD ascoltato prima, rivide La sottile linea rossa. Andò a letto verso le undici e trenta. Prima controllò il notebook, ma non aveva ricevuto ancora nessuna risposta.

Salì al piano di sopra e dormì un sonno pesante. Carico di figure indistinte, perse in qualche luogo buio e che non riuscivano a trovare una via d’uscita.

Si svegliò un secondo prima che suonasse la sveglia del cellulare. Era già perfettamente presente. Gli sembrò di essere riemerso da un’ibernazione prolungata e che il mondo fosse andato avanti senza di lui. Le forze perfettamente attive. Scese da basso. Accese la TV, ma non la guardò, nemmeno l’ascoltò. Mise sul fornello la caffettiera.

In basso a destra sullo schermo del notebook era apparsa un’icona che voleva dire semplicemente: “Messaggio arrivato”.

Aprì la posta. Era la risposta di Micaela Zarner: “Ho visto il suo messaggio solo stanotte. Pensavo di risponderle con calma durante la settimana. Come può capire sono molto presa e raramente ho tempo per smaltire tutte le richieste che ricevo, anche se cerco di rispondere a tutti. Ho guardato la sua foto. Al momento non mi ha detto nulla però, mi dicevo, quella faccia l’ho già vista. Ma quando?”

“Sono andata così a riprendermi gli atti del processo a Zonon e Schmidt. A un certo punto il PM aveva cercato di indagare su delle persone che sembravano essere collaterali al Gruppo Fuþark. Erano dei ragazzi, come i due imputati principali, ma questi non venivano dalla Verona bene. Non erano figli di imprenditori, banchieri, avvocati, mi ha capito cosa intendo? Erano dei ragazzi da bar. Gente della curva. Personaggi che la domenica andavano allo stadio armati di bastoni e bombe carta per fare “un po’ a botte”. Un modo per esorcizzare una settimana noiosa, disse qualche sociologo.”

“Erano tutti appartenenti all’estrema destra e il PM pensava che tra loro ci fossero dei fiancheggiatori del Gruppo Fuþark, ma quel filone d’inchiesta fu abbandonato, come la sentenza del processo ha dimostrato condannando solo Zonon e Schmidt.”

“Comunque il tizio della foto che mi ha mandato si chiama Gianluca Bordignon ed era il leader di quel gruppo. L’unico che aveva studiato e perciò considerato il ‘Capo’. Farneticava di purezza, di razza, di inferiori… Era molto concentrato su questo. La sua visione dell’estrema Destra era tutta sbilanciata sulla razza e sulla soppressione dei Down, i minorati psichici, e le razze inferiori.” Seguivano i saluti. “Mi faccia sapere eventuali novità se lo trova.”

Finì di leggere il messaggio. Alzò lo sguardo verso il soffitto e vide in un angolo una ragnatela. Era recente, ieri non c’era.

Dovrò toglierla.

Sorseggiò il caffè soffiando nella tazza. Lasciò il portatile acceso a guardarlo dal piano nero della cucina. Lavò la tazza nel lavandino in graniglia grigia e l’appoggiò rovesciata sul piano ad asciugare. Intorno la casa era in silenzio. Attraverso la vetrata guardò il prato sofferente del giardino che sembrava risvegliarsi in quel momento dall’inverno.

 

III

 

Fuori faceva sempre più freddo. Nessun rumore. Qualche camion sulla provinciale. Poi nulla. Tolse la copertura dalla moto. La accompagnò, spingendola, fino al cancello. Lo aprì con il telecomando e continuò a spostare il mezzo lungo il vialetto stando attento a non fare rumore. Una volta arrivato in fondo, girò la chiave e accese la Ducati premendo il pulsante rosso. Il mezzo reagì immediatamente al comando e s’accese. Trenta secondi dopo filava lungo la Provinciale 101 in direzione Pontoglio.

Il posto di blocco lo incontrò all’altezza di Cividate al Piano. La fila di macchine non era molto lunga, cinque autoveicoli prima della sua motocicletta. I Carabinieri bloccavano il traffico in entrambe le direzioni. I telegiornali e le agenzie stampa dicevano che stavano cercando un furgone bianco guidato da nordafricani, ma in questo caso gli autoveicoli fermati e controllati erano praticamente tutti.

Si fermò diligentemente alla fine della coda. Alzò la visiera del casco e rimase immobile. Le gambe divaricate, i piedi ben piantati sull’asfalto. Le braccia conserte a stringergli il petto e il motore al minimo. La testa di un carabiniere spuntò da dietro la prima auto della fila. Teneva un paletta di ordinanza nella mano destra, l’agitò ritmicamente facendogli segno di andare avanti. Si mosse lentamente sorpassando la fila di auto. Una volta arrivato all’altezza dell’agente si fermò.

― Ha i documenti?

― Certo ― rispose pronto. Tirò l’aletta della tasca destra del giubbotto, il velcro oppose la giusta resistenza prima che la tasca si aprisse facendo il rumore di un foglio di carta strappato. Porse i documenti educatamente. Il poliziotto aprì la carta d’identità.

― Svizzero?

― Sì, ― rispose, ― ma risiedo in Italia per lavoro.

― Qui leggo: “Trasportatore”. È corretto?

― È corretto, lavoro nei trasporti. Camion, TIR per la precisione.

L’altro gli restituì i documenti. La conversazione finiva lì.

― Vada. ― Fece segno al collega che imbracciava la mitraglietta e aveva ascoltato la conversazione da pochi metri di farlo passare. L’altro spostò la banda chiodata dalla sede stradale e gli fece segno di proseguire.

― Grazie agente. Buon lavoro.

Arrivò in corrispondenza della cascina abbandonata. L’orologio segnava le due e tre minuti. Il portone di legno sagomato a forma di arco rimaneva sempre spalancato. Le due metà legate al muro perimetrale interno, con delle catene, fissate a degli anelli arrugginiti conficcati nei mattoni da decine di anni. Lasciò il mezzo nella stalla. Passò la catena e serrò il lucchetto. Dopo l’avrebbe staccato e ripreso. Quella era l’ultima volta che parcheggiava dentro quel rudere.

Ripercorse la strada che aveva già fatto molte volte. Attraversò la provinciale senza problemi perché a quell’ora passavano solo qualche macchina o dei TIR che si dirigevano verso l’autostrada. Camminò fino alla macchia di alberi rinsecchiti e si acquattò. Vide che fuori della casa dei Tommaseo era parcheggiata un’auto dei Carabinieri e altre due auto “borghesi” con sul tetto attaccate delle luci blu allacciata a un filo a spirale che passava per il finestrino della portiera. Erano accese e lampeggiavano abbagliando gli occhi se si fissavano troppo a lungo. Nel loro moto circolare colpivano ogni cosa intorno conferendogli un colore blu elettrico.

Nei giardini intorno alla casa dei Tommaseo gli addobbi natalizi intermittenti e le stelle comete, in cima agli alberi, erano stati spenti. In segno di rispetto. In quella via il Natale era già finito senza lasciare nessuna felicità.

Il Magistrato, pensò. Erano ancora in casa a fare domande. O forse perquisivano la camera della ragazza. La seconda macchina era probabilmente della Scientifica.

Passò così una mezzora. Zeck rimase nascosto dietro i cespugli secchi aspettando che il Magistrato e i Carabinieri se ne andassero. La porta si aprì pochi secondi prima che scattassero le due e quaranta. Due militari in divisa nera l’attraversarono dirigendosi verso l’auto. Dietro di loro una figura femminile chiusa in un cappotto scuro parlava con un uomo. Il padre, invece, seguì il gruppetto per qualche metro. Dietro, tre addetti della Scientifica, ognuno aveva con sé una borsa voluminosa. L’ultimo a sinistra teneva stretto un sacco nero e chiudeva il gruppo. Si fermarono. La donna strinse forte la mano destra dell’uomo con l’espressione di chi sta dicendo di farsi forza. Che farà del proprio meglio per chiudere quella vicenda. Il signor Tommaseo ringraziò mentre restituiva la stretta. Indicò verso l’ingresso spalancato, come se volesse scusarsi di qualcosa. La donna gli mise entrambe le mani sul braccio nell’atto di rassicurarlo che andava bene così. Sulla porta non comparve nessun altro. Solo la luce calda della lampada alogena del salotto, che si irraggiava all’esterno nel tentativo di vincere un po’ dell’oscurità della notte, ma senza riuscirvi.

Risalirono tutti sulle auto. Chiusero le portiere rumorosamente e il suono si propagò con un’eco che rimbalzò sui muri delle case intorno per qualche interminabile attimo perdendosi in qualche giardino oltre le case. Partirono sgommando. L’auto dei Carabinieri in testa. Li seguì con lo sguardo fino a quando, alle 02:47, li vide imboccare la provinciale. Seguì gli stop fino a che non si persero superato il semaforo all’ingresso del paese, inghiottiti dall’oscurità della notte e dal giallo delle lampade dell’illuminazione stradale.

Era il momento giusto. Domani mattina, solo poche ore dopo, sarebbe stato inutile. Il primo posto dove il Magistrato avrebbe fatto eseguire delle ricerche sarebbe stata la palestra. Non c’erano dubbi. Le amicizie e gli interessi di Marika, oltre alla scuola, risiedevano in quel posto. E lì solo.

Camminò verso l’edificio alla sua destra, tenendosi sempre coperto nella macchia del boschetto. Arrivò alla recinzione esterna della palestra e si rese conto che era composta da una rete metallica, intrecciata a rombi, il modello spesso usato per proteggere giardini e parchi gioco. Quel tratto era completamente coperto di vegetazione. Tentò di scavalcarlo, ma c’erano troppe spine, nonostante i guanti. Ci rinunciò.

Proseguì, allora, tenendosi lungo il perimetro finché non scovò una piccola porta, ricavata nella rete, che rompeva la continuità della recinzione. Costruita con un telaio di tubi di metallo e anch’essa rivestita della medesima rete. Era chiusa con una catena serrata da un grosso lucchetto color giallo ottone. Trasse dalla tasca uno spadino e armeggiò con la serratura. Uno scatto sordo segnalò che il lucchetto era stato vinto. Entrò nel prato che delimitava lo spazio tra la recinzione e la struttura sportiva. Si tenne dalla parte in oscurità dove l’erba bassa costeggiava il muro. Si diresse verso una porta di legno scuro. La serratura era comune. Niente di speciale. Utilizzò ancora lo spadino e l’aprì senza problemi. Attese il suono di un eventuale allarme. Niente.

Si tenne comunque dietro il muro e, afferrato dalla tasca uno specchietto, lo tenne con la mano destra. Tese il braccio portandolo al centro dell’ingresso e controllò attentamente che non vi fosse nessuna telecamera in funzione. Esplorò lo spazio muovendo lo specchietto. Non ce n’erano.

Imboccò un corridoio alla sua sinistra che proseguiva verso l’oscurità più profonda. La notte sembrava immobile e bendisposta nei suoi confronti. Superato il primo angolo vide che, dagli ampi finestroni del soffitto, filtrava una debole luce grigiastra, attraversata da un pulviscolo minuscolo. La luce della luna, per quanto non fosse piena, proiettava sul pavimento degli ampi riquadri chiari di forma rettangolare. Percorrere quel corridoio voleva dire essere un facile bersaglio a un ipotetico osservatore. Ma non poteva farci nulla. Cercò di camminare lungo il muro alla sua sinistra. Gli armadietti erano tutti dall’altra parte. Ci si mise anche la Luna, che fece capolino da un ampio abbaino ricavato cinque metri più in alto. Cercò di tenersi dove regnava l’oscurità più fitta. Ma non era un film in bianco e nero e se qualcuno fosse sbucato all’improvviso, dall’angolo del corridoio, avrebbe visto una figura in silhouette lambita dalle luci fredde della notte.

Arrivò davanti a una fila di armadietti. Cercò tra i nomi, scritti sopra dei cartoncini bianchi e ordinatamente inseriti nell’apposito alloggiamento, in alto, al centro di ogni anta. Dopo averne passati una decina lesse: “Marika Tommaseo III D”. Era arrivato. Aprì il piccolo lucchetto in pochi secondi.

Frugò dappertutto. Ma non trovò nulla. Solo degli asciugamani, due piccoli e uno da doccia. Delle foto di attori e un cantante, con una traccia di rossetto a forma di bacio impressa sul viso. Nient’altro. Aveva mentito? Si passò una mano tra i capelli. Intanto osservò meglio l’armadietto aperto. Lo spazio era suddiviso da tre ripiani. Il più basso, appena trenta centimetri sopra il fondo, serviva come appoggio per un paio di scarpe da ginnastica. Il secondo, poco sopra, per gli asciugamani. L’ultimo molto in alto, a una ventina di centimetri dalla cima. Probabilmente usato per appoggiarci il cellulare, i soldi, le chiavi e qualcosa che ingombra nelle tasche. Non c’era nulla che assomigliasse a un Hard Disk esterno.

Si chinò. Vide come le scarpe da ginnastica erano state appaiate perfettamente. Gli asciugamani bianchi pure ben piegati. Passò una mano sotto il ripiano. Fino in fondo. Tastò da ogni parte e poi, eccolo. Le dita incontrarono qualcosa di duro. Tolse il ripiano sfilandolo e lo girò. Nell’angolo a destra vide un involucro nero di plastica, con sopra impresso in argento WD, con arrotolato intorno un cavo USB. Era stato attaccato al piano con del nastro adesivo trasparente, incrociato perfettamente. Lo staccò e lo infilò nella tasca interna del giaccone. Rimise a posto il ripiano, ma stando attento a posizionarlo con la parte sporca di residui di colla rivolta verso l’alto. Poi rimise il resto, ordinatamente come lo aveva trovato. Richiuse il lucchetto.

Tornò indietro stando bene attento a non lasciare impronte con le scarpe. Camminò sempre dove era più buio e senza fare rumore. Ripassò dalla porta che dava sul prato all’esterno. La richiuse dietro di sé senza fare rumore. Ripassò dalla porta metallica. Chiuse anche quella e serrò il lucchetto, finalmente era fuori. Rimase immobile ascoltando la notte. Nessun cane abbaiava. Solo la nota costante, simile a un rumore bianco di fondo, del mondo intorno.

Camminò verso la macchia di alberi. Si girò verso la casa dei Tommaseo. Era l’unica con le luci accese. Strinse le spalle per fermare un brivido che gli stava attraversando il corpo e se ne andò. Riattraversò la provinciale. Era deserta adesso. Raggiunse rapidamente la moto che lo attendeva nella stalla abbandonata. L’accompagnò spenta fino al portone ad arco. La appoggiò al cavalletto. Tornò sui suoi passi, tolse il lucchetto e lo scaraventò oltre il tetto di tegole rosse immaginando che cadesse in un prato oltre il muro perimetrale. Sarebbe arrugginito anno dopo anno. Con lo scarpone cancellò le tracce degli pneumatici. Si mise in sella alla moto. Girò la chiave del quadro. L’orologio del cruscotto segnava le tre e ventisette. Schiacciò il pulsante dell’accensione e partì alla volta della villetta di Romano di Lombardia. L’abbaiare di un cane, da un giardino poco lontano, che forse aveva sentito del movimento inconsueto per quell’ora, fu l’unica cosa che lo seguì per un po’. Fino a che sentì solo il suono pieno del potente motore tra le sue gambe. E null’altro.

Arrivò in pochi minuti all’abitazione. Il posto di blocco non c’era più. La via era deserta. Le finestre delle case vicine buie. I vicini dormivano. Nessuno lo spiava da dietro qualche tenda. Era gente tranquilla. Ne aveva incontrato qualcuno nei giorni addietro e ogni volta gli avevano chiesto se aveva tutto. Se ce la faceva a vivere da solo. “Senza donna?” gli aveva chiesto una vicina un po’ impicciona. Gli uomini e le donne nel suo mondo si sposavano e facevano figli. Il prima possibile. Alternative a quello standard erano solo delle pericolose deviazioni dalla normalità.

Per tenerla buona le disse che era sposato, ma si trovava lì per lavoro. ― Mia moglie, ― le confermò convinto, ― uno di questi giorni mi raggiungerà e allora gliela presenterò. Sarà la prima ― le disse con convinzione. ― Vedrà che donna fantastica. Cucina benissimo.

― Allora arriverà nel posto giusto ― chiosò felice l’altra. Molto più contenta di aver stabilito della normalità, dove non ve ne vedeva affatto, piuttosto che verificare che la cucina, tanto decantata, fosse davvero così buona. Aveva semplicemente raggiunto lo scopo. Messo un paletto morale a guardia del decoro della piccola comunità del quartiere “Isola” di Romano di Lombardia.

― Come si chiama? ― insistette, perché come indagatrice non era seconda a nessuno.

Dovette improvvisare la risposta, e per uno come Zeck, che pianificava ogni cosa, non fu facile. ― Marta.

― Bel nome ― gli rispose annuendo. ― Non vedo l’ora di conoscerla.

― La conoscerà ― le rispose congedandosi all’interno della casa. Era una ficcanaso, pensò, però sembrava innocua e il suo istinto gli diceva che era così, ma non poteva sottovalutare quel dettaglio. La signora della casa vicina andava tenuta d’occhio. Poteva capitare in casa in qualsiasi momento, con la scusa di far assaggiare una fetta di torta “venuta proprio bene”. Non poteva permetterselo.

Entrò in casa dalla porta sul retro. La motocicletta l’aveva parcheggiata in giardino, lungo il muro, e coperta con il telo protettivo. Quando giunse in sala da pranzo guardò verso la camera da letto e vide che tutto era come l’aveva lasciato. Marika se ne stava sdraiata sul letto nella medesima posizione in cui l’aveva costretta. Il respiro leggero e ritmato come se seguisse un blues triste, che parlava di un amore finito e di tanta infelicità senza speranza.

Nessuno era entrato in casa, di questo ne era sicuro perché il pezzettino di carta, che aveva incastrato tra i battenti della porta, prima d’uscire, era ancora al suo posto.

S’avvio verso la sala senza accendere una sola luce. Era sufficiente il chiarore esterno emesso dai pochi lampioni della via che filtrava dalle tapparelle abbassate. Si sistemò in poltrona. Prese, da uno zaino lasciato sul divano lì vicino, un laptop bianco. Lo accese. Una luce azzurrina si riverberò dallo schermo illuminandogli il viso che apparve pallido e trasfigurato contro il buio che regnava tutt’intorno, come un’apparizione carica di un che di mistico e trascendente allo tesso tempo. Trasse dalla tasca interna del giaccone l’Hard Disk e collegò la presa USB all’apposita porta. Un messaggio lo avvertì che era stato trovato un nuovo Hard Disk e se si voleva procedere alla visualizzazione del contenuto. Schiacciò l’Invio e apparvero più di un centinaio di cartelle con nomi costituita da acronimi incomprensibili.

Doveva essere sicuro che la merce fosse quella richiesta, quella che i suoi clienti cercavano disperatamente da più di tre mesi.

Aprì la prima cartella che si chiamava Azrbjn-pass. Conteneva una decina di fogli di calcolo che riportavano nel nome la data, tipo 21_maj. Studiò il primo. Erano un lungo elenco di nomi e cifre associate. Delle città, Istanbul, Atene, Zagabria si ripetevano più spesso, ma anche İzmir e Belgrado. Chiuse tutto. Era quello che stava cercando. Spense il piccolo computer e scollegò l’Hard Disk dalla porta USB. Infilò, con gesti misurati, entrambi nello zaino militare sul divano.

L’orologio da polso diceva che era il 12 dicembre, le quattro e dodici del mattino. Afferrò la poltrona che campeggiava di fronte al TV. Era di stoffa. Di quelle che normalmente si trovano nelle case che, con enfasi, gli agenti immobiliari definiscono “arredate”. Abbastanza vecchia e logora da avere almeno una ventina d’anni. La sollevò e la portò nella camera da letto proprio in fianco a dove dormiva Marika. La distingueva appena nell’oscurità. Caricò la sveglia dell’orologio da polso alle otto e trenta. Piegò la testa all’indietro. Chiuse gli occhi lentamente sovrapponendo buio a buio. Vide dei guizzi rossastri lampeggiare. Erano gli impulsi elettrici del nervo ottico che ancora si scaricavano sulla retina. Ascoltò il respiro della ragazza che sembrava il sibilo regolare di un gas rarefatto che si spande tutt’attorno, simile a una nebbia autunnale che si propaga indisturbata. Si addormentò. Senza sogni. Inghiottito dai pensieri e da dall’alito caldo che gli arrivava a ondate regolari fino a lambirgli il viso; o forse se l’era solo immaginato.

Autore

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Ezio Gavazzeni

Ezio Gavazzeni. Laurea in Scienze del Servizio sociale, master in management, post laurea in Tecniche di Marketing. Diciotto anni alle dipendenze dell’Università Statale di Milano, dove ha pubblicato, con altri, undici articoli scientifici. In passato ha collaborato con le agenzie Proget e News, per quanto riguarda la correzione bozze di libri in collane come Gialli Mondadori, Urania, etc., e di settimanali e mensili come L’Europeo, Donna Moderna, Capital, etc.. Nel decennio ’90 con la Giuffré Editore è stato redattore del Nuovo Codice Penale e del Diritto amministrativo. Con la Motta Editore ha curato periodici come Photo, Video, nonché la redazione dell’Enciclopedia della Letteratura internazionale e l’Annuario del Cinema. Come curatore e coautore sono uscite le guide Portogallo e Madeira, Grecia 2, Parigi, Milano (Mondadori 1997). Passa alla narrativa con il noir Big Muff (WLM 2012) dove ottiene un discreto successo di critica su quotidiani come Libero e Il Gazzettino di Mantova. Corpi di confine (WLM 2014) è il suo secondo romanzo. In seguito esce Motel 309 (Eclissi 2015).

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1 recensione per CORPI DI CONFINE

  1. wlmedizioni

    Recensione di Luisa Debenedetti del romanzo thriller CORPI DI CONFINE di Ezio Gavazzeni sunta dal blog Librierecensioni.com 07 Aprile 2019

    Le parole imprigionano il lettore, la scrittura scorre, la trama si infittisce e si aggroviglia, lasciandolo continuamente a immaginare possibili collegamenti e soluzioni, perché il vero protagonista è l’intreccio, la storia. Bisogna riconoscere a Gavazzeni il merito di avere ideato un progetto ampio e ambizioso, tratteggiando con cura ogni dettaglio e incastonandolo all’interno di un disegno molto articolato.
    Non si tratta di puro esercizio narrativo perché la forza di questo romanzo sta nella sua capacità di raccontarci di una società italiana fatta di malavitosi, immigrati clandestini e sfruttati, affaristi spregiudicati, bigotti corrotti, sostenitori della guerra non convenzionale contro i nemici dell’identitarismo nazionale e ragazze costrette a prostituirsi per riscattare il passaggio dalla miseria del paese di origine all’Italia. Personaggi tutti uniti dal male, che serpeggia a ogni livello, mosso da mani invisibili.
    E’ un testo che va letto con molta attenzione, […] solo concentrandosi anche sui più piccoli particolari è possibile apprezzare appieno tutta la girandola di inganni e, soprattutto, la capacità dell’autore di pensarli, costruirli, concatenarli.
    Apprezzabile la scelta stilistica dell’autore di non forzare la mano con troppi colpi di scena, che sono presenti ma in maggior parte sul finale della storia, come ogni buon thriller che si rispetti.
    La caratterizzazione dei personaggi è buona, sia a livello fisico che comportamentale e psicologico, non solo per quanto riguarda i protagonisti principali, e alcuni di essi restano impressi con le loro vicende e personalità anche al termine della lettura.
    E’ lo specchio efficace e veritiero della condizione politica e sociale del nostro tempo, con i problemi sempre più pressanti legati all’integrazione e al flusso degli extracomunitari. Il finale, avvincente ed in crescente tensione, non è assolutamente da meno al resto del romanzo.
    Il titolo dell’opera potrebbe anche essere “Il grande bluff” perché in questa storia tutti bluffano come in una partita a poker. Una trama dalle mille sfaccettature come quelle di un diamante, intricata come la tela del ragno ed ingegnosa come il nido di una rondine.
    Ad ogni capitolo si ha l’impressione di mettersi ad unire le tessere di un enorme puzzle, ma alla fine è come se un forte vento lo smonti per ricominciare col capitolo successivo e, tra segreti e bugie, la risoluzione arriva poco alla volta, tessera dopo tessera […].
    Una lettura intrigante e allo stesso tempo impegnativa, adatta a lettori attenti, non frettolosi, che amano i gialli intricati e non si lasciano scoraggiare dalla complessità degli intrecci e da protagonisti che nel corso della storia trovano umanità e non vogliono arrendersi. Riusciranno ad arrivare alla verità? E a che prezzo?
    A tutti coloro che vorranno scoprirlo, auguro buona lettura.

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