LA VISITA

13,51

Un romanzo storico dalla trama intricata che lascia il gusto della suspense fino in fondo, ripercorre il Risorgimento italiano dai moti del’48 all’Unità d’Italia e il brigantaggio: al centro l’incontro tra il pittore Silvestro Lega e un’affascinante donna ammantata di rosso, raffigurata nel dipinto intitolato La visita. Il giovane Guglielmo Romani è volontario nelle imprese di Garibaldi…

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EAN: 9788897382430 COD: 194 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Romanzo storico.

«…ora devi salvare qualcosa di più importante.»
«E che c’è di più importante?»
«L’esistenza, amico. Il senso dell’esistenza.»

L’incontro tra il pittore Silvestro Lega e la donna dallo scialle rosso raffigurata nel quadro La visita è l’occasione per ricostruire le vicende risorgimentali attraverso quelle di un personaggio che, se pur di invenzione, ne è stato protagonista. Guglielmo, animato da ardente spirito patriottico, nella primavera del 1848 parte con i volontari universitari toscani e, dieci anni più tardi, è volontario tra i Cacciatori di Garibaldi. Ma intanto dentro di lui si è fatto strada il doloroso dubbio che la purezza degli ideali risorgimentali sia stata tradita dagli interessi del potere che di quegli ideali si serve. Ne avrà conferma durante l’impresa dei Mille e poi a unificazione avvenuta, quando capirà che la liberazione del meridione d’Italia è stata in realtà la colonizzazione di quelle terre da parte del Regno Sabaudo. Tornato nel Sud per cercare la donna che ama, assiste alle violenze subite dalla popolazione sottomessa e sarà accusato di connivenza con i Briganti.

 

 

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,90

In copertina

La visita, olio su tela applicato su tavola di Silvestro Lega, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Pagine

172

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo storico

Ambientazione

Piagentina, Curtatone, Genova, Marsiglia, Savigliano, Arona, Passo dello Stelvio, Firenze, Talamone, Marsala, Calatafimi, Cianciana, Palermo, Gaeta, Castellaneta

Anteprima

LA DONNA DALLO SCIALLE ROSSO

 

La mano traccia segni sicuri. Insiste su alcuni particolari, calca le linee e ammorbidisce i volumi. Dapprima sembrano masse casuali, senza una logica. Poi, qualche tratto risolutivo e il disegno prende forma, il bozzetto si anima, come l’immagine che va lentamente componendosi in un bagno fotografico. Ancora un tocco e appaiono tre figure femminili, così simili tra loro eppure diverse.

Silvestro Lega alza gli occhi verso la casa. Sono occhi scuri e profondi, incorniciati da un viso affilato e gentile, sotto la fronte spaziosa. I sottili baffi neri, già aggrediti da qualche filo biancastro, circondano la bocca socchiusa, senza unirsi al corto pizzo di barba che spiove dal mento.

Dai dintorni giunge un vociare festoso, quello di un gruppo di bambini che corrono nei campi.

Sul muro di villa Batelli il generoso sole invernale fa scivolare tutta la luce di cui è capace, ingiallendo l’intonaco maculato qua e là da zone più scure. La porta di casa, accanto a una bassa finestra protetta da un’esile inferriata, è socchiusa, quasi invitasse a entrare. Gli alberi sono spogli e la campagna fiorentina sonnecchia nel pigro letargo invernale, in attesa della bella stagione ancora lontana a venire.

Il pittore osserva le tre figure davanti all’ingresso della casa, ferme in posa, nell’atto di salutarsi. Isolina, Maria e Anna sembrano prendere molto sul serio quel gioco, anche se da un momento all’altro potrebbero liberare le risa trattenute, che la giovane e giocosa età sicuramente insinua nei loro petti.

Silvestro abbassa gli occhi al disegno. Con tratti decisi, solca le pieghe del vestito di una delle donne. Poi tratteggia le gonne delle altre due e ne annerisce gli scialli. Insiste, ripercorrendo i contorni dei tre personaggi, dello scorcio di casa dietro di loro e dei nudi e scheletrici rami degli alberi.

Silvestro dà ancora un’occhiata all’insieme. Il suo sguardo si volge sulla destra, dove è apparsa una quarta e inaspettata presenza. In disparte rispetto al gruppo, una donna con un ampio scialle rosso è in attesa, in silenzio. Probabilmente le tre ragazze non l’hanno scorta e la mano del pittore torna di fretta al bozzetto. Approfittando di quell’inserimento casuale nel quadro, Silvestro traccia il profilo della nuova venuta, avendo deciso d’istinto di inserirla sullo sfondo, là dove si è fermata.

 

La sala da pranzo di casa Batelli è illuminata da un prezioso candeliere, posto al centro del tavolo a cui la famiglia è riunita per la cena. Virginia siede accanto a Silvestro e ascolta con sguardo amorevole il racconto della donna giunta nel pomeriggio.

Santina D’Amico ha affrontato un lungo viaggio, che l’ha portata dalla Puglia in Toscana per recare a Silvestro i saluti di un caro amico.

«Appena ho potuto sono partita. Guglielmo ci teneva molto che venissi.»

Silvestro annuisce, pensieroso. Fa cenno di no alla cameriera che sta per servirgli dell’altra zuppa di legumi. I suoi occhi profondi, avvezzi a scrutare la realtà attorno con la sensibilità dell’artista, quella realtà ora paiono non vederla. Le voci e i rumori si attenuano, ovattandosi, assorbiti dagli spessi muri di pietra della casa. E attraverso di essi se ne fuggono via, nella fredda campagna d’inverno, per lasciarlo solo con i lontani ricordi di una altrettanto lontana e perduta giovinezza.

La sala da pranzo di villa Batelli oscilla al lume tremolante delle candele, accarezzate dal soffio impalpabile del tempo che scorre. Lentamente, sfocandosi, si dissolve e al suo posto va prendendo consistenza l’immagine di un’altra casa, di un’altra sera e di un’altra stagione.

È la primavera del 1848.

Caterina Castinelli è seduta al pianoforte, in piedi accanto a lei Carlo Alberto Bosi sta cantando la canzone che ha composto in quei giorni. Si tratta di “Addio, mia bella, addio”, che gli uomini e le donne presenti ascoltano con evidenti commozione e trasporto.

L’eleganza e il buon gusto che caratterizzano la casa borghese pisana fanno da sfondo alla bella gioventù colà radunata. Sono per lo più studenti universitari, accompagnati da giovani dame in abito da sera, sorelle o fidanzate. Alcuni camerieri dal portamento impeccabile si aggirano discreti tra gli invitati, reggendo vassoi su cui sono appoggiati generosi bicchieri di vino rosso.

Quando la canzone finisce, un lungo e caloroso applauso esplode nella sala. Poi, per richiamare l’attenzione degli astanti, un giovane dai capelli nerissimi e ribelli e con la camicia sfrontatamente aperta sul petto sale su una sedia.

«Ascoltate» esordisce. «A nome di tutti i patrioti italiani della comunità israelitica di Livorno, è con grande felicità che vi annuncio che il granduca Leopoldo ha concesso alla Guardia Civica di portare in battaglia, oltre ai colori bianco e rosso della nostra Toscana…»

Fa una pausa, quindi estrae da sotto la camicia un piccolo drappo tricolore e lo sventola.

«…anche l’eroica bandiera della gloriosa Repubblica Cispadana…»

L’ovazione che segue copre le parole che il giovane vorrebbe aggiungere e allora, sempre sventolando il tricolore, l’impetuoso patriota salta giù dalla sedia e abbraccia chiunque si trovi vicino, da questo abbracciato a sua volta.

Tra gli invitati c’è anche Silvestro Lega, poco più che ventenne promettente artista, allievo della scuola di Luigi Mussini. Il suo maestro è accanto a lui e, indicando un gruppo di persone, lo prende sotto braccio.

«Venite, Silvestro. Voglio farvi conoscere un giovane che viene da Arezzo.»

I due raggiungono il gruppo e Mussini presenta a Silvestro un ragazzo alto, con i capelli biondi e la barba ben curata.

«Questo è Guglielmo Romani» dice Mussini. «Guglielmo, ecco Silvestro Lega, il pittore di cui vi ho parlato.»

I giovani si stringono forte la mano, riconoscendo l’uno negli occhi dell’altro la stessa febbricitante passione patriottica che li infiamma.

«Anche voi pittore?» chiede Silvestro.

«No davvero» risponde sorridendo Guglielmo. «Studio matematica con il professor Mossotti. Avrete sentito parlare di lui, immagino. Ottaviano Fabrizio Mossoti è un luminare di Fisica matematica e Meccanica celeste.»

«Complimenti» esclama Silvestro. «Allora voi siete un genio!»

Guglielmo si incupisce, sembra voler scacciare un triste e improvviso pensiero, quindi torna a sorridere.

«In realtà, mio padre avrebbe voluto vedermi notaio. Per questo ho lasciato Arezzo e mi sono trasferito qui a Pisa, dove posso seguire le mie inclinazioni. Ma ora ho cose più importanti a cui pensare. Partirete con noi?»

«Certamente» afferma deciso Silvestro.

«E allora beviamo» propone Guglielmo. «Questa potrebbe essere la nostra ultima serata di festa, se il destino ha in serbo per noi una morte eroica.»

Gugliemo, Silvestro e Mussini si avvicinano al tavolo e si servono del vino. Poi alzano i bicchieri e invitano tutti a intonare con loro «Addio, mia bella, addio.»

 

LA MARCIA DEL BATTAGLIONE UNIVERSITARIO

 

La stessa canzone è cantata a squarciagola, pochi giorni dopo, dal gruppo di studenti e docenti del Battaglione Universitario Toscano, mentre in treno, con le loro divise in tela turchina e sul petto una vistosa croce in lana crochet, raggiungono Lucca. Di tanto in tanto, si ode qualche voce isolata che grida:

«Viva l’Italia! Viva Carlo Alberto!»

A queste se ne aggiungono altre che inneggiano a Leopoldo II e a Pio IX.

Il viaggio che porta alla gloria scivola lento, sferragliando lungo i binari della linea toscana, e l’accoglienza che trovano i volontari nella piccola stazione non può che confermare le loro aspettative. Donne festose si fanno incontro offrendo coccarde tricolori e pane appena sfornato, sorrisi e abbracci. Non pochi cuori, da una parte e dall’altra, stanno già palpitando attraverso languidi sguardi carichi di giovanili promesse.

Ma l’entusiasmo deve fare i conti con quella che sarà la prima vera prova per il mal attrezzato esercito universitario. D’ora in poi bisognerà proseguire a piedi, a tappe forzate. La breve sosta è seguita da lunghe ore di marce estenuanti, con scarpe non adatte e senza neppure uno zaino, ma scomodi fagotti in cui tenere le poche cose che servono. Lasciata Lucca, è la volta di Pietrasanta, quindi di Fosdinovo e solo dopo una decina di giorni i volontari raggiungono finalmente Pontremoli.

Accampati sul dorso di una bassa collina di fronte al paese, gli universitari attendono la sera, mentre a qualche centinaio di metri da loro hanno sistemato le tende i soldati regolari del Granducato, al comando del generale Cesare de Laugier de Bellecour, anziano e valente ufficiale di scuola napoleonica. Nella valle sottostante, hanno trovato riparo i pochi pezzi di artiglieria e i carri, non lontano da un improvvisato recinto per i cavalli.

Guglielmo è disteso sull’erba e guarda il cielo, percorso da qualche pallida nube. Attorno a lui, alcuni commilitoni riposano o si scambiano impressioni e aspettative. Quella spedizione, iniziata con tanta baldanza, sta minando la resistenza di ragazzi non educati alla vita militare, se pur animati da così forte spirito patriottico.

Riccardo Bernini, brillante studente di medicina dell’Università di Pisa, è seduto con le spalle appoggiate al tronco di un rigoglioso ciliegio. Sta pulendo con cura un vecchio fucile da caccia, traguardando di tanto in tanto attraverso la lunga canna.

«Finirai con il consumarlo, quell’arnese» gli dice Guglielmo in tono scherzoso.

«Quando lo riporterò al nonno…» risponde Riccardo «…avrà bucherellato un bel po’ di quelle belle divise bianche, vedrai.»

«Sei così bravo?»

«Con questo non ho mai sparato, ma avrò modo di fare pratica.»

Riccardo guarda ancora attraverso la canna, con l’espressione di chi è soddisfatto del lavoro eseguito.

«Sai una cosa?» riprende, appoggiando il fucile al tronco dell’albero. «Più crucchi faccio fuori e più probabilità ho che il nonno non se l’abbia a male.»

«Per cosa?»

«Mica lo sa che gli ho portato via il fucile…»

Si mettono a ridere, mentre la sottile aria della sera agita le foglie degli alberi.

«Tu da dove vieni?» chiede una voce.

Guglielmo vede un giovanotto fermo di fronte a lui. Tiene in mano dei fogli e una penna.

«Mi chiamo Gherardo Nerucci, di Pistoia. Sto prendendo i nomi di tutti i volontari. Se proprio non abbiamo un cronista della spedizione, almeno qualcuno che testimoni chi c’era.»

Gherardo si siede accanto a Guglielmo e tira fuori dalla tasca un piccolo calamaio.

«Vedo che sei attrezzato di tutto punto. Io sono Guglielmo Romani, di Arezzo, e studio a Pisa.»

Gherardo gli stringe la mano, poi si affretta a scrivere sui suoi fogli.

«Ehi, dove hai preso tutta quella carta?» domanda qualcuno. «Non so cosa darei per averne un po’, e magari anche qualche buon sigaro o almeno del tabacco.»

Il nuovo arrivato si avvicina a Guglielmo.

«Io invece sono Carlo Lorenzini» dice.

«Il nostro letterato» commenta Gherardo. «Sai, questo signore è un promettente scrittore.»

«Già, senza carta e penna. E nemmeno sigari. Non ne hai uno, per caso?»

«Lo sai che non fumo» risponde Gherardo.

Carlo guarda allora Guglielmo, che fa segno di no con la testa.

«Non importa, ragazzi» si rassegna quell’altro. «Piuttosto, avete sentito che un gruppetto se l’è già data a gambe?»

«Che vuoi dire?» si informa Gherardo.

«Che le marce di questi giorni hanno spaventato qualche signorino che pensava che la gloria ti venisse incontro, invece di dover andare tu a cercarla, ecco cosa voglio dire. E quando ci troveremo davvero davanti agli austriaci, allora si vedrà quanti di noi resteranno…»

«Non siamo dei vigliacchi» ribatte Guglielmo, risentito. «Se qualcuno ha disertato, non è degno di essere chiamato italiano.»

«Dai, non scaldarti. Mica ho detto che fra i prossimi a scappare ci sarai anche tu.»

«Guardate laggiù» li interrompe Riccardo, che si è alzato in piedi e con il fucile indica la valle.

Un nuovo battaglione sta giungendo lungo la strada che porta a Pontremoli, preceduto da due alfieri, recanti uno il tricolore e l’altro uno scudo inastato, in bianco e nero.

«La Balzana senese!» urlano da più parti. «Evviva i senesi, evviva!»

Anche Gherardo e Guglielmo si sono alzati e salutano agitando i berretti. Carlo tende la mano a Guglielmo.

«In cambio di un manipolo di disertori, ecco arrivare un battaglione di aspiranti eroi. Contento?»

Si stringono la mano e si abbracciano.

 

Il feldmaresciallo Josef Karl Radetzky, comandante militare dell’esercito austriaco in Lombardo-Veneto, dopo i cinque giorni di rivolta milanese si era ritirato con le sue truppe a Verona. Ben presto, però, iniziate le ostilità con il Piemonte, ha lasciato la città per marciare alla volta di Mantova e qui unirsi alla guarnigione della fortezza. Il piano di Radeyzky è quello di attaccare da sud l’esercito piemontese di Carlo Alberto, impegnato ad assediare Goito e, più a nord, la piazzaforte di Peschiera sul Garda. Per impedire la manovra austriaca, il contingente del Granducato del generale de Laugier ha l’ordine di bloccare il nemico lungo la strada, proprio di fronte a Mantova, e ha preso posizione tra i paesi di Curtatone e Montanara. Il Battaglione Universitario Toscano, a cui si è unito quello proveniente da Napoli, è stato sistemato presso il Santuario delle Grazie, a ridosso del canale dell’Osone, appena fuori della zona operativa. Resterà in attesa, come riserva.

Il professor Ottaviano Fabrizio Mossotti, nominato maggiore, insieme agli altri ufficiali universitari cerca di tenere a freno l’esuberanza dei giovani volontari, che aspettano con trepidazione il momento del battesimo del fuoco. Per ingannare il tempo, Mossotti improvvisa delle lezioni di fisica matematica, tracciando con la sciabola enunciati di complessi teoremi sulla terra battuta davanti alla chiesa.

«L’investigazione delle leggi e la determinazione teorica delle forze sono dunque i due grandi oggetti che si propone la Fisica» sta declamando, conscio di quanto le sue colte parole risultino lontane agli orecchi disattenti dei suoi allievi. «Ciò nonostante…» prosegue alzando il tono della voce, nella speranza che la sua autorità possa avere la meglio anche in quel delicato e difficile frangente. «…ciò nonostante occorre innanzitutto studiare la Natura quale essa è, cioè esaminarla per mezzo di osservazioni…»

Intanto, la colonna degli austriaci è partita da Mantova e il drappello uscito in avanscoperta ha trovato la strada che passa per i paesi di Curtatone e Montanara sbarrata dalle truppe del Granducato. Vedendo che si tratta di un esiguo numero di uomini, i soldati di Radetzky tentano di forzare il blocco, ma la scarica di fucileria che li accoglie li convince a desistere, in attesa del grosso dell’esercito.

«Come affermava Bacone…» sta dicendo Mossotti «…l’uomo, ministro e interprete della Natura…»

Si interrompe, perché giungono dalla valle i colpi delle armi da fuoco. Nonostante il fermento che serpeggia tra i suoi studenti, riprende con enfasi il filo del discorso.

«L’uomo, dicevo…»

«Professore, stanno sparando.»

«Lo sento bene anch’io. Ma sapete che gli ordini sono quelli di…»

Questa volta è un colpo di cannone a disturbare la lezione, seguito da un secondo.

«Che aspettiamo?» urla un volontario.

«Prendete i fucili. Scendiamo a dar man forte ai nostri» aggiunge un altro.

Dopo un momento di esitazione, diversi giovani rompono le righe e corrono sul piazzale, alla ricerca delle proprie armi.

«Che fate? Obbedite agli ordini!» urla Mossotti.

Ma ormai è troppo tardi, i ragazzi non odono che i colpi lontani e, impugnati i fucili, travolgono il professore che si è parato davanti a loro in un ultimo disperato tentativo di fermarli. Decine di volontari stanno già scendendo il pendio, lanciando urla di guerra.

Guglielmo soccorre il suo insegnante e raccoglie la sciabola, che è caduta sul selciato.

«Quegli incoscienti non hanno obbedito. Si faranno ammazzare come cani» si lamenta Mossoti. Poi guarda Guglielmo, con aria severa. «Voi che intenzioni avete, Romani?»

«Mi dispiace, professore…» risponde Guglielmo, porgendogli la sciabola.

Quindi si avvia nella direzione presa dai suoi commilitoni.

«Torna indietro, Guglielmo. Torna indietro, per Dio!»

 

I pochi cannoni degli artiglieri del Granducato continuano a fare fuoco sugli austriaci, che per ora non si azzardano a provare un altro assalto. Il generale de Laugier è a cavallo e impartisce ordini ai suoi uomini. Quando vede giungere gli universitari dai prati oltre la strada, sprona l’animale e va loro incontro.

«Fermatevi! Non vi ho dato l’ordine di lasciare la posizione.»

Gli studenti ignorano la presenza dell’ufficiale e passano oltre, fino a raggiungere la prima linea.

Nel frattempo, sfruttando un momento di silenzio dell’artiglieria toscana, gli austriaci hanno iniziato ad avanzare, questa volta in massa, e riescono a piazzare alcuni cannoni.

«È arrivato il resto della colonna» urla de Laugier ai suoi. «Ritiratevi o ci faranno a pezzi. Aspettiamo i rincalzi dei piemontesi.»

I maldestri colpi di moschetto sparati dagli studenti, che hanno osato spingersi fino a poche decine di metri dal fianco destro dello schieramento austriaco, hanno l’effetto di sorprendere i nemici, che credono siano sopraggiunte le truppe savoiarde, in soccorso del Battaglione toscano. Questo contrattempo permette all’artiglieria di de Laugier di ricaricare e di fare fuoco sui reparti austriaci, prima di ritirarsi in una zona più favorevole.

Gli studenti, contravvenendo agli ordini di de Laugier, si sono piazzati dietro alcune barricate abbandonate dai soldati di Leopoldo II. Guglielmo è tra quelli più esposti, accanto a lui un sorridente Riccardo Bernini, che imbraccia il fucile del nonno.

«Un paio di giubbe bianche le ho prese» urla.

»Sta’ giù» gli intima Guglielmo. «Vuoi farti bucare la tua, di giubba?»

Un colpo tirato dagli artiglieri di de Laugier fa il vuoto nelle file austriache, poco lontano dalla barricata dietro cui sono Guglielmo e Riccardo.

«Avanti, facciamo fuori quelli che sono rimasti in piedi» propone Riccardo, saltando al di là del riparo.

Incurante del pericolo, Riccardo si fa strada tra le grida di guerra e i fischi delle pallottole. Spara su un gruppetto di austriaci appena visibili nella polvere alzata dal colpo di cannone, poi d’improvviso si ferma e rimane immobile in mezzo al campo di battaglia. Guglielmo, superata la barricata, corre verso di lui, ma ha appena il tempo di vederlo cadere, con il fucile ancora tra le mani e il petto squarciato da un proiettile.

Nonostante la superiorità numerica, i reparti del feldmaresciallo Radetzky non ce la fanno a sfondare. La battaglia dura diverse ore, ma infine, quando l’artiglieria austriaca mette fuori gioco i cannoni di de Laugier, le barricate vengono attaccate in massa e i volontari toscani devono ripiegare verso il bosco. Il grosso dell’esercito austriaco supera l’abitato di Curtatone e Montanara e si dirige lungo la strada che porta a nord, in direzione di Goito. Una retroguardia, intanto, impegna ciò che rimane del battaglione di de Laugier, che resiste disperatamente.

D’un tratto, giungono dei colpi di fucileria dalla zona delle Grazie. Le riserve rimaste al Santuario sono scese verso l’Osone e si sono schierate al di là del ponte sul canale. Sebbene inesperti e male armati, gli studenti affrontano audacemente l’intero esercito austriaco, per impedirgli il passaggio.

Guglielmo, radunati gli universitari superstiti, li conduce attraverso il bosco fino al luogo degli scontri, in prossimità di un’ansa del fiume. Pressoché disarmati, i giovani assistono impotenti alla carneficina messa in atto dall’artiglieria di Radetzky, che spara oltre il ponte, impedendo la ritirata degli assediati, ormai consci che i rinforzi promessi dai piemontesi non arriveranno in tempo. Esaurite le munizioni, il gruppo guidato da Guglielmo viene attaccato da un drappello di cavalleggeri e gli studenti, uno a uno, sono passati a fil di spada. Guglielmo, impossessatosi della baionetta di un fante austriaco caduto, corre attraverso il campo e si lancia sul nemico. Quando anche la baionetta è inservibile, affronta a mani nude un caporale nell’atto di far fuoco con il cannone sui suoi compagni. Nella colluttazione che segue, Guglielmo rotola lungo il pendio che scende al letto dell’Osone. Poi il buio avvolge ogni cosa.

 

I rumori sono attenuati e indistinti. Forse un canto di uccelli oppure lo scorrere rapido delle acque del torrente tra le pietre che ne intricano il cammino. Qualche lamento lontano, ora più vicino, insieme a un insistente cigolare, forse la ruota di un carro. Anche la luce fatica a mostrarsi, oscillando tra lunghi e tormentati fili d’erba, fili esili mossi dal vento. Fili che circondano il petto, che stringono, che seccano la saliva in bocca e portano una gran sete. Basterebbe allungare una mano per sentirla scorrere, quell’acqua tanto desiderata. Ma il corpo di Guglielmo è immobile, la volontà non è capace di tendere un muscolo, di alzare le palpebre, se pur desiderose di aprirsi su quello che sta accadendo attorno.

Il suono adesso si fa chiaro, ha la melodia di una voce, di un codice che Guglielmo può ancora interpretare.

«Guglielmo…»

La voce infonde coraggio, è uno sprone ad aprirli, finalmente, quegli occhi.

«Guglielmo, sia lodato il cielo.»

Il professor Mossotti è chino su di lui, un sorriso paterno fa appena tremare le sue gote rugose.

«Figliolo, mi riconoscete?»

Un cenno stanco del capo, un tentativo di muovere le labbra, ma le parole stentano a uscire.

«Non affaticatevi… C’è qui una persona che è venuta a porgervi i suoi omaggi. È un ufficiale di re Carlo Alberto, sapete?»

Guglielmo vede qualcuno che indossa una elegante divisa turchina portare la mano in segno di saluto militare.

«Primo tenente Ettore Giraudeau, quarta Compagnia Bersaglieri del Regio Esercito di sua Maestà. Abbiamo apprezzato il vostro coraggio. I vostri commilitoni devono a voi la salvezza, se sono riusciti a ritirarsi senza troppe perdite.»

«I rinforzi… Sono arrivati i rinforzi?» riesce a dire Guglielmo.

«Eravamo impegnati a Goito, e abbiamo vinto.»

«Anche la fortezza di Peschiera si è arresa» aggiunge Mossotti.

«Non ci avete aiutato, dunque?» insiste Guglielmo con il tenente.

«Ora riposate» taglia corto Giraudeau. «Presto le vostre ferite guariranno e vi rimetterete in forze.»

Solo adesso Guglielmo si rende conto di essere disteso su un letto e che il suo torace è avvolto da una stretta fasciatura che lo limita nei movimenti, persino nel respiro.

«Ci vediamo presto, ragazzo mio» si congeda Mossotti. «C’è un vostro amico, qui, che è stato tanto in pena per voi.»

Il professore si allontana e con lui Giraudeau, dopo un rigoroso saluto militare. Una nuova figura entra nel limitato campo visivo di Guglielmo.

«Silvestro…»

«Sì, sono io. Ero con gli altri al di là del canale, quando la tua folle impresa ha scongiurato che una cannonata austriaca ci spazzasse via tutti quanti.»

«Non ci hanno aiutato, vero? I piemontesi non hanno mandato i rinforzi…»

«No. Ma non parliamone, ora. Piuttosto, ti ho portato una cosa.»

Silvestro estrae dalla tasca un oggetto e lo mostra a Guglielmo.

«Quando ti abbiamo soccorso, là sul greto del fiume, stringevi ancora questo nel pugno.»

«Cos’è?»

«Il bottone della giubba di quel caporale che hai affrontato. Guarda, ci sono impressi un cannone e tre palle, il simbolo dell’artiglieria austriaca…»

Silvestro mette il bottone nella mano di Guglielmo, gli chiude il pugno.

«È il tuo cimelio di guerra. Fa’ che sia anche il tuo portafortuna, amico mio.»

 

I RIBELLI DI GENOVA

 

Alcuni corvi volteggiano cupi e inquieti sulla desolata distesa d’erba irrigidita dal rigore invernale. Il sole ha dimenticato la terra, per regalare i suoi caldi raggi altrove. Forse per negarli alle scroscianti acque dell’Affrico e della Mensola, affluenti dell’Arno, che la leggenda vuole condannati a scorrere l’uno accanto all’altra, rei di un amore sacrilego che non avrebbero dovuto condividere.

Silvestro Lega e Santina, la donna che viene dal sud, stanno passeggiando lungo la piana di Piagentina. Dal piccolo avvallamento al di là dei radi alberi, giungono voci di bambini, che rinnovano ogni giorno i giochi che con il tempo appariranno loro lontani, vissuti in un sogno.

«Rimasi accanto a Guglielmo, in quei primi mesi della sua convalescenza» racconta Silvestro. «Si riprendeva in fretta, anche se la ferita era profonda e dolorosa. Poi la vita ci divise, lui si fermò al nord e io tornai in Toscana. Ma nel frattempo ne erano accadute di cose…»

Silvestro sta qualche minuto in silenzio. Le sue vicende personali, così come quelle di Guglielmo, sono fortemente intessute con le vicende dell’Italia di allora, diventate ormai storia.

«Le illusioni di chi aveva combattuto per liberare la Lombardia dallo straniero…» riprende. «…morirono qualche tempo dopo, e non solo perché i piemontesi vennero sconfitti a Custoza e l’anno dopo a Novara, questa volta definitivamente. Carlo Alberto, su cui erano riposte le speranze dei patrioti, abdicò in favore di Vittorio Emanuele, il quale non tardò a mostrare il suo vero volto. Furono i fatti di Genova, soprattutto, a inasprire gli animi nei confronti di Casa Savoia. Era l’aprile del ’49.»

 

La luna è alta nel cielo, sopra i boschi di castagni che avvolgono il ripido sentiero scavato nell’Appennino. Il cavallo, se pur spronato con vigore, sale a fatica, emettendo rumorosi sbuffi dalle narici dilatate da quello che assomiglia a un sorriso beffardo. Il cavaliere, che indossa un largo pastrano e un cappellaccio sormontato da una flaccida piuma, sembra avere gran fretta. Ma anche apprensione, perché scruta ogni ombra con sospetto, temendo un agguato.

Raggiunta la cima, alcune mobili nubi coprono l’astro notturno, favorendo la corsa furtiva di quell’uomo in fuga. Più avanti, su uno spiazzo tra gli alberi, il camino di una piccola costruzione in pietra sta fumando. Una lanterna si fa incontro al cavaliere, che smonta di fretta.

«Mi occorre un cavallo fresco» ordina. «E subito.»

«Non volete mangiare?»

«Ho detto un cavallo, e subito. Sbrigatevi.»

Quello con la lanterna osserva l’animale del nuovo arrivato, il cui pelo brilla di sudore.

«D’accordo. Ve ne preparo uno» dice, studiando lo sconosciuto. «Dovete avere il diavolo alle calcagna, come si usa dire…»

Passano pochi minuti e il cavaliere può riprendere il suo viaggio. Dopo qualche centinaio di metri, però, si accorge che la sella va allentandosi, con il rischio di farlo disarcionare. È costretto a fermarsi, per stringere le cinghie, nonostante sia allo scoperto, sotto i raggi della luna che ora domina tutto lo spazio di cielo. Impugnata la pistola che tiene infilata nei calzoni, il fuggiasco si guarda attorno e, assicuratosi che nessuno lo abbia seguito, prende a sistemare i tiranti della sella.

Un rumore lo fa voltare di scatto e il viaggiatore scopre la presenza di un’altra pistola, quella che ha puntata alla testa.

«Che volete?» chiede, con voce fin troppo sicura, vista la situazione.

«Solo il cavallo, il denaro…» risponde l’aggressore, «…e questa» conclude prendendo l’arma del cavaliere.

«Chi siete?»

«Un bandito. Non ve ne eravate accorto?»

È un uomo sulla quarantina, con la barba ispida e i capelli radi. Indossa abiti da cacciatore e calza un paio di stivaloni che gli arrivano al ginocchio. A tracolla, porta anche un grosso fucile.

Senza troppi complimenti, fa vuotare le tasche della sua vittima. Poi, malfidato, vi infila lui stesso la mano.

«Questa volevate nascondermela?» domanda.

«È roba personale. Non ve ne fareste nulla.»

«Può darsi. Se è così ve la restituirò» commenta il bandito.

Guarda con attenzione la lettera che gli ha sottratto, esponendola alla luce lunare. «Ma qui c’è un sigillo importante!» esclama. «La cosa comincia a incuriosirmi, sapete?»

 

Aggrappata a picco sulla città, la lussuosa villa è illuminata a giorno, anche se la sera ha già lasciato il posto alla notte. Nell’ampio salone, dai cui balconi si domina il porto di Genova fino al promontorio della Lanterna e oltre, sono radunati alcuni personaggi importanti della politica locale.

Insieme a loro c’è Guglielmo Romani, che, dopo le vicende di Curtatone e Montanara e la successiva convalescenza, è rimasto nel nord dell’Italia, ospite di amici di fede mazziniana. Poi è accaduto quello che viene considerato da molti il tradimento di Carlo Alberto, che ha accettato la resa all’Austria. Non soddisfatto del triste epilogo della guerra appena combattuta, lo stesso Giuseppe Mazzini alimenta il fuoco del patriottismo, inviando i seguaci del suo pensiero politico là dove ci sono le condizioni affinché quel fuoco non sopisca. È per questo che Guglielmo si trova a Genova, nei difficili giorni in cui si teme che la sconfitta subita dal Piemonte possa comportare pretese territoriali sulla città da parte di Vienna. Memori del gesto di Balilla un secolo prima, i genovesi sono pronti a impugnare le armi.

L’avvocato Didaco Pellegrini osserva pensieroso la lettera che porta il sigillo della Divisione Militare di Genova.

«Come l’avete avuta?» chiede al generale Giuseppe Avezzana, comandante della Guardia Nazionale, seduto accanto a lui al tavolo dell’elegante salone.

«Da una prostituta dell’angiporto» spiega l’ufficiale. «È una nostra vecchia conoscenza. Non si tratta di una delatrice, tutt’altro. E’ una donna fiera, che si dice sia la madre di un brigante che opera nella foresta tra la Liguria e il Piemonte. Il Muiun, così si fa chiamare quel bandito.»

«E lei come l’ha avuta?» chiede Ottavio Lazotti, prendendo la lettera dalle mani di Pellegrini.

«Probabilmente è stata sottratta dal figlio a qualche messaggero» risponde il generale. «Anche se lei non ne ha fatto parola. Ha detto soltanto che ricchi o poveri siamo tutti genovesi, e che piemontesi e austriaci sono nostri nemici.»

Pellegrini si alza e accende un sigaro, attingendo da una delle candele che illuminano l’ambiente. Si avvicina al balcone e guarda il porto, dove brillano le lanterne a bordo delle navi ancorate.

«E così, il nostro beneamato generale de Asarta, temendo disordini in città, ha pensato di ricorrere all’aiuto dei bersaglieri di La Marmora» commenta. «Bene, amici…» conclude, voltandosi verso gli altri con un sorriso di soddisfazione sulle labbra. «Ciò significa che non sottovaluta le nostre forze.»

«Vogliate scusarmi, signori» interviene il generale Avezzana. «Devo vedere i miei ufficiali a rapporto. Teniamoci in contatto per ogni evenienza.»

Mentre il generale viene accompagnato alla porta, Lazotti si rivolge a Guglielmo.

«Voi che ne pensate, Romani?»

Guglielmo scuote la testa, con aria dolente.

«Un anno fa avrei risposto: combattiamo! Senza neppure rifletterci. Ben inteso, oggi non ho certo cambiato idea, altrimenti non sarei qui, e in veste di mazziniano. Ma sapete, ho visto i miei compagni morire, là a Mantova. E tutto perché avevamo poche armi e Carlo Alberto ci ha lasciati soli, in balia del nemico. Per fare la guerra si deve essere pronti e… armati…»

«Scusate se ve lo dico» lo interrompe Pellegrini. «Non mi sembra una posizione da mazziniano, questa. E poi, molti sono finiti come i vostri amici, proprio perché, diciamocelo francamente, sono stati mandati allo sbaraglio.»

«No, avvocato» ribatte Guglielmo. «Quelle erano operazioni di disturbo, tanto per mantenere alta la tensione. Mazzini non è certo così ingenuo da credere che i Bandiera avrebbero davvero sollevato il Meridione, o che, proprio qui a Genova, nel ’34 Garibaldi… Sapete meglio di me come è andata…»

«Allora cosa suggerite?» chiede Lazotti.

«Occorre senz’altro che sia chiara la posizione antiaustriaca dei genovesi, evitando però un intervento diretto del Piemonte, almeno per ora. Dovremmo sensibilizzare patrioti di altre città, far sì da non essere i soli a resistere. Vedete, se Genova rimanesse isolata e cinta d’assedio dai Bersaglieri, si potrebbe ottenere l’effetto contrario, quello di attenuare, per paura, il sentimento di rivolta verso il nostro vero nemico, l’Austria.»

«Di certo, de Asarta avrà mandato più di un messaggero a Torino» interviene Nicolò Accame, rimasto silenzioso fino a questo momento. «Sa benissimo che le strade sono pericolose. In tal caso la richiesta di aiuto potrebbe essere già arrivata nelle mani di La Marmora.»

Nella sala cala il silenzio, ognuno dei presenti è conscio della gravità del momento e dei pericoli che minacciano la città.

«Ascoltate» esclama Guglielmo. «Forse non è tutto perduto. Di sicuro Vittorio Emanuele vuole prevenire moti di rivolta, ma i soldati piemontesi sono pur sempre degli italiani. Non spareranno su altri italiani…»

Pellegrini aspira una profonda boccata dal sigaro, poi guarda Guglielmo, con aria severa.

«Mi auguro che voi possiate avere ragione, Romani.»

I muri adiacenti le vie che portano a Palazzo Ducale sono tappezzati di manifesti appena affissi. Diversi popolani si accalcano, per approfittare dei pochi che sanno leggere.

«È del console inglese» dice uno degli studenti che, insieme ai lavoratori del porto, affollano la piazza.

«Cosa c’è scritto?» viene chiesto.

Lo studente ordina silenzio, poi comincia a leggere a voce alta.

«Avviso: i tumulti che si manifestano in Genova e le apparenze che vi siano progetti di rovesciarvi l’ordine dello stato di Sua Maestà il re di Sardegna mi obbligano a protestare…»

«A morte gli inglesi!» si urla da più parti.

«Silenzio, fateci sentire…» fanno eco altri popolani.

Lo studente riesce finalmente a continuare la lettura.

«…e dichiarare che le forze inglesi stanziate in porto prenderanno misure necessarie… Firmato P. Brown, rappresentante in Genova di Sua Maestà Britannica.»

A questo punto, al vociare si sovrappongono lunghi fischi di disapprovazione. I facchini del porto agitano minacciosi i pesanti ganci da lavoro che hanno portato con sé, mentre altri imprecano, chi all’indirizzo degli austriaci, chi a quello degli inglesi. Non mancano, ovviamente, insulti destinati al traditore Carlo Alberto e al suo successore Vittorio Emanuele II.

Un uomo che indossa un mantello nero, a dispetto della tiepida giornata primaverile, e che porta un paio di lunghe e ispide basette altrettanto nere, sta cercando di aizzare la folla, con esortazione a imbracciare le armi.

«Bisogna prendere la città finché è sguarnita» va dicendo.

«Ma i piemontesi hanno già ammassato truppe fuori e dentro le mura» lo contraddice qualcuno. «E non certo per proteggerci dagli austriaci.»

«Se prenderemo le fortezze, i piemontesi si guarderanno bene dal mandare rinforzi» insiste l’uomo con il mantello.

«Giusto, ha ragione» interviene uno dei più agitati.

Si avvicina una donna anziana e si fa largo tra la folla.

«Non dategli retta» grida, indicando l’uomo con il mantello. «Quello io l’ho già visto. E con una bella divisa da carabiniere addosso, per di più.»

Gli astanti sono sbigottiti, poi un portuale afferra l’uomo per il mantello.

«Dunque sei uno sbirro.»

«No, che dite. Io sono dalla vostra parte» si difende l’altro.

«Dagli allo sbirro» grida quello che prima era d’accordo con lui.

Alcuni ragazzini si intrufolano di corsa nella ressa, seguiti da un piccolo cane che abbaia con tutto il fiato che ha in corpo. La presunta spia ne approfitta e, con un guizzo inaspettato, riesce a prendere la fuga. Il cagnolino, eccitato da tanto rumore, la segue e si aggrappa con i denti al mantello. Nel tentativo di liberarsi dalla presa, l’uomo cade e rimane a terra giusto il tempo per mostrare che sotto il mantello, infilati negli alti stivali, porta un paio di calzoni con una vistosa striscia rossa. Si rialza con le mani e il viso sporchi di sterco di cavallo, di cui abbonda il selciato.

Mentre dalla piazza sale una fragorosa risata, l’infiltrato fugge via, sempre seguito dal cane e ora anche dai ragazzi, che, con la scusa di richiamare l’animale, corrono appresso al carabiniere, coprendolo di pesanti insulti e tirandogli pietre.

Autore

Franco Cadenasso

Franco Cadenasso nasce a Genova nel 1951. Nel 1994 la sceneggiatura per il lungometraggio L’amico di Praga ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dello Spettacolo. Franco Cadenasso ha pubblicato diversi racconti, alcuni dei quali vincitori di concorsi letterari. Ha collaborato per alcuni anni come autore a riviste di narrativa della Mondadori e dell’Editrice Quadratum. Nel 2010 ha pubblicato il romanzo Tiny, un giallo della città di mare (Forme Libere). Nel 2014 il racconto La strada dei bulloni di ruggine è stato inserito nell’antologia Futuro Remoto (Energheia). Nel 2018 vince il Premio Il Romanzo Storico con l’inedito La visita (WLM 2019).

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2 recensioni per LA VISITA

  1. wlmedizioni

    Recensione di Giulia Cassini del romanzo storico LA VISITA di Franco Cadenasso sunta dal quotidiano Il Secolo XIX del 01 Aprile 2019

    La trama è intricata e lascia il gusto della suspense fino in fondo: al centro c’è l’incontro tra il pittore Silvestro Lega, allievo della scuola di Luigi Mussini, e un’affascinante donna ammantata di rosso, così come abilmente raffigurata nel dipinto intitolato proprio “La visita”. Da qui partono una serie di vicende risorgimentali con il protagonista Guglielmo Romani […]

    Un mix al veleno dove si sommano anche pagine di violenza e di pura azione con i briganti o con i disordini legati alla liberazione prima e all’unificazione poi. […]

  2. wlmedizioni

    Recensione di Alberto Bonechi del romanzo LA VISITA di Franco Cadenasso sunta dal blog Septem Library del 31/10/2019

    […] Mi è piaciuto molto l’incipit del romanzo, in cui Silvestro lega, intento a dipingere, tre donne che stanno salutandosi, scorge in lontananza una signora coperta da uno scialle rosso che si sta avvicinando, senza scomporsi, prende il pennello ed inizia a tratteggiare la fisionomia della donna, che rimarrà immortalata, nel suo dipinto la visita. […] Ottimo romanzo storico, forse più vicino alla realtà di come potrebbero essere andate le cose, ma si sa, la storia la fanno i vincitori.

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