IL SENTIERO VERSO L’OBLIO

11,65

Romanzo. Una piacevole altalena fra fatti storici e la storia dei personaggi, l’amore per la famiglia, la modernità e il rispetto per la montagna.

Esaurito

EAN: 9788897382140 COD: 1414 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Romanzo.

…una prospettiva diversa e una nuova modernità. Allora Il sentiero verso l’oblio potrà diventare un sentiero verso il futuro.

Il sentiero verso l’oblio è un romanzo breve, una favola popolare e al tempo stesso un testo di denuncia. Si distingue per la sua capacità di entrare nel vissuto quotidiano delle persone più umili e per la semplicità del linguaggio. È il tentativo di recuperare un’epoca ormai finita. La montagna è al centro di tutto, con la sua natura, gli impianti costruiti dall’uomo e dimenticati come lattine vuote ai bordi della strada. Si parla dell’Appennino Tosco-emiliano e in particolare del monte Cusna; delle tradizioni montanare: arti e mestieri; della speculazione edilizia; di sport e dicerie e molto altro ancora. Troverete nella lettura una piacevole altalena tra fatti storici di rilievo nazionale e mondiale e la storia dei personaggi di finzione, profondamente intrecciati. Il filo conduttore sono le storie, quelle raccontate oralmente da generazioni, storie che hanno la capacità di intrattenere ma che contengono sempre un fondo di verità, per insegnare qualcosa. Per imparare dagli errori del passato.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 13,70

In copertina

Un'altra giornata di vento, opera fotografica di Lorenzo Borghi, collezione privata.

Pagine

112

Lingua

Italiano

Genere letterario

favola moderna, romanzo di formazione

Ambientazione

Febbio di Villa Minozzo, Monte Cusna

Anteprima

1946. Il conflitto mondiale ha messo in ginocchio la popolazione italiana. Tutti i paesi e i borghi abbarbicati sulle montagne dell’Appennino reggiano, vivono grandissime difficoltà dovute alla carenza di cibo e alla sanguinosa rovina portata dalla guerra. La Val d’Asta ha subito molti danni. Alcuni paesi sono stati rasi al suolo.

Uno di questi piccoli borghi si trova nella parte alta della vallata: Castiglione. È stato fatto esplodere dalle truppe tedesche; l’ordigno bellico ha causato alcuni morti, distruzione e, soprattutto, tanta paura e sconforto tra i pochi abitanti rimasti nel paese. Un altro paesino è stato invece più fortunato. Si chiama Febbio. Ed è proprio in questo borgo che comincia la nostra storia.

Un piccolo bambino si affaccia alla vita, eccolo. I genitori l’hanno chiamato Severino. Nato da Assunta Serafini e Celio Zamboni. Per la gente di questo piccolo borgo è stato un evento gioioso, un miracolo portato da Dio per dare speranza, alla fine del terrore. Tutte le donne che vivono nei dintorni della casa di Assunta e Celio stanno andando a fargli visita e portano con loro coperte, maglie, e pelli di pecora da donare al nuovo arrivato, già soprannominato “Severino della Sunta”.

 

Bei capelli neri color notte fonda e occhi azzurri come l’acqua dei laghi sul monte Cusna, Severino sorrideva a tutte le persone che lo circondavano dall’alto della culla. Celio scoppiava di felicità ed emozione per la nascita del suo primo figlio tanto a lungo desiderato e così era andato di corsa dal prete, padre Turoldo, ad avvertirlo della nuova nascita e a chiedergli la benedizione e il battesimo per il suo piccolo.

«Vado dal prete» aveva detto Celio a sua moglie.

«Forza, corri, non porta bene se non lo battezziamo subito, e poi s’ammala» aveva risposto Assunta ma il marito era già partito e non sentiva altro che il cuore battergli nel petto. Assunta aveva avuto un parto tranquillo, senza guai o rischi gravi e Severino era nato bello forte.

Il curato, ben sapendo che erano una famiglia molto credente e di umana bontà, si affrettò per andare a battezzare Severino. Nel frattempo tutto il paese si era radunato a casa di Assunta e Celio per assistere al sacramento. A Febbio non abitavano molte famiglie e tutti si conoscevano. Era un piccolo paese fatto di viuzze strette e contorte, costruite con sassi posati a mano e poi ricoperti dalla ghiaia bianca portata dai primi pastori che avevano deciso di rimanere ad abitare in quell’amena parte di vallata. La piccola casa di Celio si trovava a lato della via principale, attaccata ad altre abitazioni molto piccole. Aveva poche stanze ma bastavano. Celio viveva lì da quando lui e Assunta avevano deciso di sposarsi. Lui lavorava come pastore dal più ricco e avido possidente terriero della vallata, il cavalier Zamboni Merigo, e in cambio riceveva quel piccolo alloggio e poche lire. Assunta era casalinga. Anche il padre di Celio era stato pastore e l’aveva cresciuto e guidato per i monti insieme al bestiame sin da piccolo. Celio sapeva tutto di pecore capre e vacche, sapeva quando era il momento di tosare i suoi animali per ottenere la lana buona, sapeva quando era opportuno far ingravidare le pecore e conosceva ogni singolo pascolo delle montagne, dove portare a pascolare le bestie per ottenere un buon latte. Ma era già qualche mese che lui e Assunta discutevano sul loro futuro. Dopo la nascita di Severino, avevano deciso, si sarebbero costruiti una casa tutta loro, senza dover convivere con la paura giornaliera di essere mandati via dal perfido Merigo.

Così nato Severino, Assunta e Celio si trovarono a chiedere una mano in paese. Felice, il falegname, che abitava vicino al fiume Rio Grande che scorreva alle spalle del paese, rispose risoluto: «Io faccio finestre, tavoli, sedie, carri in legno ma che io sappia, in paese non c’è nessuno che sappia costruire case tutte intere. Le poche abitazioni che hanno costruito qua, le hanno fatte i padroni stessi, come potevano, insieme ad Erminio, un vecchio muratore “picchiarino” che è morto già da alcuni anni. Mi dispiace.»

Allora Celio andò all’osteria da Marino, “L’osteria di Rocco” si chiamava. Era molto frequentata e lì sperava di trovare la soluzione al suo problema. Dapprima Marino gli diede la stessa risposta di Felice. Poi offrendogli da bere un po’ di vino, tra un bicchiere e l’altro, la mente divenne più lucida e il vecchio oste confessò:

«Sai, Celio, mi hanno detto che c’è un contadino-pastore a Case Stantini, il paese qua sotto, che è abbastanza bravo a tirar su muri. Non so come si chiama ma prova ad andare là e chiedi dove abita, poi vai a trovarlo.»

Un po’ rincuorato, Celio tornò da Assunta e le spiegò quello che l’oste gli aveva detto. Assunta era molto preoccupata perché Severino era piccolo, e Merigo, perfido e infame com’era, avrebbe potuto buttarli fuori di casa quando avesse voluto, ben sapendo che un’altra casa non l’avevano; così alle piccole indecisioni di Celio, rimase con lo sguardo perso, come se le speranze la stessero abbandonando al suo destino, con un figlio tanto indifeso tra le braccia. Poi Celio rincarò la dose:

«Ma, Assunta, noi non abbiamo i soldi per costruire una piccola casa con la stalla. E, se lascio il lavoro del cavalier Merigo, non avremo più nulla da mangiare.»

Mentre ascolta le parole vuote di suo marito, Assunta aveva già preso coraggio, con la tipica praticità delle donne di altri tempi, e gli rispose di non preoccuparsi: loro due insieme e con il miracolo dell’arrivo di Severino, sarebbero riusciti ad andare avanti; pochi soldi e qualche pecora la possedevano, con il restante denaro avrebbero comprato altro bestiame e con i prodotti dati dalle bestie e i pochi guadagni, avrebbero pagato il mastro muratore e cresciuto Severino.

Passarono i giorni e il bambino cresceva. Davanti al grande camino a legna in cucina, l’unica fonte di riscaldamento della casa, veniva tenuto al caldo. Avvolto in pelli di pecora e piccoli vestiti di lana filati e cuciti da Assunta nei momenti in cui non doveva occuparsi dei lavori di casa. Severino era nutrito con prodotti sani: latte di pecora e ogni tanto di capra, al mattino e alla sera. Celio e Assunta quasi sempre mangiavano la polenta, cotta nel paiolo sul grande camino, pane nero e formaggio: le poche cose che potevano permettersi a quel tempo. Era dura ma si tirava avanti giorno dopo giorno.

 

 

 

Una sera, Celio, dopo aver cenato, se ne andò a letto pensieroso: quella notte non dormì. Il mattino presto, alle cinque, si alzò, spostò la cenere rimasta la sera prima, riflettendo. Le braci erano ancora belle rosse e vive, ci soffiò sopra, mise un po’ di foglie secche e qualche frasca presa dalle fascine nella stalla preparate per l’inverno. E il fuoco prese a “zampillare” con allegre vampate colorate. Il suo umore si ravvivò. Mangiò un pezzo di pane nero e formaggio e andò nella stalla. Si vestì, prese il bestiame e partì per i pascoli alti del Vallestrina. Era già Settembre, lui sapeva che ormai, lentamente ma inesorabilmente, il freddo e la stagione difficile sarebbero arrivati. La stalla era piena di legna e di fieno e di cibo un po’ ne aveva. Le cose non andavano poi così male. Ma ora che era nato Severino, come avrebbe fatto a partire, i primi di novembre, per la transumanza? Era un lungo viaggio verso le zone più calde della Garfagnana, la vallata che si estende dietro al monte Cusna. Assunta l’aveva sempre seguito ma adesso non poteva farlo.
Celio non avrebbe mai messo in pericolo la loro vita. Mentre camminava lungo il sentiero e i boschi di faggi, pensava ai bei momenti passati insieme, al loro matrimonio. E adesso aveva paura di non riuscire a sostenere le cose per cui loro avevano dato la vita; preso dallo sconforto, si mise a piangere. Quella mattina Celio camminò molto e, passo dopo passo, cercò di trovare una soluzione. Ma ne vedeva una sola: costruire una piccola casa e andare avanti solo con le sue pecore. Così decise, infine, di seguire l’istinto e portare avanti la sua idea. Poco prima di mezzogiorno, dopo avere girato insieme al bestiame le praterie del monte Vallestrina e i pascoli del Passone, si mise a sedere ai piedi di un grande faggio, al limite del bosco.

Di tanto in tanto si sentivano le voci della gente portate del vento d’autunno e le urla dei contadini che lavoravano in paese o dispersi nei vari campi e pascoli montani; c’era chi tagliava l’ultima erba fresca, “la Settembrina”, o chi tagliava legna e qualche albero a colpi d’ascia o con i segoni.

Tutto questo brusio lontano di parole mi rilassa, pensò Celio, stanco. Dentro la sua anima cercava di trovare la serenità e la calma che gli aveva insegnato il suo vecchio padre prima di morire: così riflettendo, si addormentò.

Celio, non preoccuparti, ricorda quello che ti ho insegnato. Ci vuole calma e determinazione: non puoi fare altro che costruirti una casa; è giusto quello che tu e Assunta volete fare, avete Severino, crescerà e diventerà un bravo ragazzo, vedrai. Ma stai attento a Merigo; cercherà di ostacolarti. Ascoltami, Celio, per governare le poche pecore che hai, se abbandoni il lavoro e la casa di Merigo, ti serve un cane pastore che ho deciso di donarti io: svegliati, Celio, è qui davanti a te, non fartelo scappare.

Celio si svegliò agitatissimo. Si guardò intorno, si alzò incredulo, e da un piccolo cespuglio spuntò un cucciolo di cane pastore. Si avvicinò e gli si fermò di fianco, leccandogli una mano in segno di amicizia. Celio, ancora frastornato dall’accaduto, non gli diede molto credito. Dopo poco, però, sentì una forza nel cuore che lo spingeva verso il cucciolo e l’abbracciò. Il tenero animale gli leccò il viso e gli saltò in grembo. Così Celio radunò il gregge, era già tardi. Ormai era metà pomeriggio e insieme al cane corse più giù in paese, più veloce che poteva, mise le pecore nella stalla, le chiuse per bene, uscì, e a gran voce chiamò Assunta. Gli mancava il respiro.

Assunta era in casa ad accudire Severino, mise il piccolo nella culla di legno di faggio, costruita da Felice il falegname, e si precipitò fuori dalla porta, preoccupata. Severino iniziò a piangere. Appena la vide sulla porta, Celio le disse: «Rientra, ti devo parlare.»

«Ma, Celio, calmati. Cosa sarà mai successo?»

Scostò una sedia del tavolo e lo fece sedere. Poi continuò: «Allora, dimmi, cosa succede di così tanto importante?»

Nel frattempo aveva preso in braccio Severino e cercava di calmarne il pianto. Assunta ascoltò ciò che Celio aveva da dirle, accomodò il piccolo nuovamente nella culla, poi, con occhi sgranati, gli disse di calmarsi e di fargli vedere il cane, come se volesse sincerarsi della sanità del marito. Celio lo chiamò con un breve fischio e il cane si presentò davanti alla piccola porta di legno, poi entrò nella stanza e si accucciò vicino a Severino: il piccolo iniziò a ridere divertito. Assunta tirò un sospiro di sollievo e ancora incredula, si mise a pregare e a ringraziare il Signore per quel prezioso dono che avrebbe aiutato Celio nella vita da pastore e che in quel momento faceva felice anche il piccolo Severino, il quale mostrava già di avere una grande capacità di comunicare con gli animali. Lo chiamarono Argo come il vecchio cane del padre di Celio. Il cane e il bambino stabilirono presto una grande intesa. Ogni volta che tornava a casa, il cucciolo entrava in cucina e si stendeva vicino a Severino per proteggerlo. I due erano diventati inseparabili: quando un paesano o un foresto entrava in casa, Argo ringhiava per non farli avvicinare al piccolo. Così era stata portata un po’ di felicità in quella piccola casa affacciata sulla via centrale del paese.

 

 

 

 

 

 

La notte e nelle case si accendevano le lampade a petrolio e si sfruttava il bagliore del fuoco nel camino. Celio e Assunta quella sera mangiarono come nei giorni di festa, polenta e formaggio. Severino dormiva sorridendo nella culla di legno di faggio accanto al fuoco e Argo osservava tutto, silenzioso, accanto a lui. Dopo avere mangiato e bevuto, Celio si alzò e uscì da casa, pensando di fare qualche passo a piedi o di andare all’osteria di Rocco, poco più avanti. Si sentiva felice, Celio. L’indomani, dopo il lavoro, sarebbe andato a cercare il muratore sapiente di Case Stantini. Arrivando vicino all’osteria da Rocco, gestita dall’oste Marino, si udiva da fuori il vociare dei paesani e di qualche foresto venuto in cerca di chissà che cosa.

Era un’osteria piccola e fumosa, davanti alla porta d’entrata c’era un’insegna di legno che era stata costruita dal gestore. C’era scritto: “Osteria di Rocco” con a fianco un fiasco di vino toscano. Le scritte le aveva fatte Marino con un piccolo pennello, della vernice bianca e una grafia storta e primitiva; aveva disegnato il fiasco di vino toscano perché in montagna, e soprattutto in quella parte di Appennino, si beveva solo quello, bianco o rosso, un vino aspro, non raffinato. Marino aveva messo due grandi tini in una stanza fredda dietro alla sala, dove la gente entrava, e li aveva riempiti uno di vino rosso, il più richiesto, e l’altro di vino bianco. Quando i tini erano pieni, sopra al vino veniva versata un’abbondante quantità di olio di modo che si formasse una protezione e si mantenesse buono anche per un anno intero. All’esterno dei tini, c’era un piccolo rubinetto da cui Marino faceva scorrere il vino per i clienti: ne potevi comprare un bicchiere o più bottiglie. Chi lo voleva in bottiglia, se la portava da casa lavata, a volte nemmeno lavata: lo si poteva notare dall’alone violaceo sul vetro. Un bicchiere costava poche lire, il costo di una bottiglia veniva invece calcolato da Marino in base al numero di bicchieri che la bottiglia conteneva. Marino però era astuto e calcolava sempre qualche bicchiere in più. A volte si creavano discussioni e baruffe, e si arrivava alle mani, con la complicità del vino bevuto in precedenza. Per chi non poteva pagare, l’oste segnava i bicchieri bevuti o il cibo consumato su un piccolo quaderno che teneva sotto al bancone di legno. Quando il cliente aveva raggiunto una certa cifra, o pagava con i soldi, ma raramente c’erano, o Marino accettava, non di buon grado, merce in cambio: uova, lana, un po’ di ortaggi. Così, dopo i litigi, ci si accordava sempre.

Celio entrò nell’osteria ove tutti lo conoscevano. C’era Felice il falegname, seduto al tavolo con le squadre dei boscaioli, una delle quali capitanata da Celeste di Monteorsaro chiamato “e’ Gigant”, il Gigante, non per la sua altezza, anzi era piuttosto basso, ma per la sua forza mostruosa. In paese si raccontava che potesse caricarsi in spalla un faggio intero. Quando c’erano problemi con le cataste di legna che crollavano, e crollavano spesso, Celeste se ne accorgeva in tempo, si metteva davanti alla catasta e la reggeva con la schie-na fino a quando un compagno di lavoro non infilava un tronco trasversale per reggerla e il pericolo era scampato. Molti paesani facevano i boscaioli. Era un mestiere importante, come il pastore. Chi era boscaiolo era forte e conosceva il bosco e i legni. Anche Felice, prima di iniziare a fare il falegname, aveva fatto il boscaiolo ed era lì che aveva imparato tutti i segreti del legno e degli alberi. Si tagliavano soprattutto faggi, a volte anche piccole querce nei boschi più bassi o qualche pino. Ogni anno venivano anche persone della Garfagnana, ad aiutare i boscaioli. Felice stava spesso con loro perché nelle osterie si contrattava il legname, così era anche quella sera. E Celio si mise ad ascoltare. Appena Marino si accorse di Celio disse: «Celio, vieni. Cosa ti do da bere? Dai, raccontami un po’ come va, lo hai trovato Marino, il mastro muratore?»

«No, ancora no, penso di andare domani a cercarlo, dopo il lavoro.»

«Inizi anche tu a farti vedere ogni tanto in questa stramaledetta osteria eh! Allora, cosa ti do da bere?»

«Un bicchiere di rosso.»

A quei tempi non potevi entrare nell’osteria senza bere almeno un bicchiere di vino. L’oste continuò:

«E Severino come sta? Sta bene? Cresce? Diventerà un boscaiolo fortissimo!»

«Speriamo! Per ora deve crescere.» Celio fece una smorfia come per dire “è presto ma è già il migliore” e si avvicinò a Felice e ai boscaioli. Anche Felice gli chiese del mastro muratore e della casa, ma Celio non era contento che se ne parlasse troppo in osteria perché chiunque poteva sentire e andare a riferire al cavalier Merigo.

Vicino al tavolo dove erano seduti Celio e i boscaioli, c’era un grande camino sopra il quale Marino aveva messo qualche vecchia arma e alcune immagini delle vallate circostanti scattate in tempo di guerra dai tedeschi. Tutti all’osteria fumavano il sigaro Toscano. Anche Celio, ma la moglie glielo aveva proibito da quando era nato Severino. Le mogli, a quel tempo, venivano ascoltate raramente. Nelle famiglie di montagna erano i maschi e i mariti che decidevano, non sempre con giusta ragione. Durante le serate passate all’osteria si parlava, ci si raccontavano progetti, problemi e ognuno poteva dire la propria. Ma Celio quella sera voleva tenere nascosti i suoi. In quel posto, quando non si parlava, si giocava a carte o si facevano entrambe le cose, tra baruffe e tini di vino rosso svuotati. Quando si beveva troppo, bastava un niente per attaccare liti, ricordare vecchi problemi o rancori apparentemente sopiti. Molto spesso i litiganti venivano buttati fuori dall’osteria a male parole da Marino e fuori erano botte da fare tremare i muri, e bestemmie infinite.

Celio non voleva che succedesse una cosa del genere, così decise di tornare a casa da Assunta e Severino, salutò tutti i compagni di bevute e uscì dall’osteria. Era una serata bellissima, un po’ fredda, con un bel cielo stellato. Celio guardando l’infinito chiarore degli astri, camminando giù per la stretta viuzza che attraversava Febbio, ripensò al padre. L’indomani sarebbe arrivato presto. E dopo il lavoro sarebbe andato a cercare il mastro muratore.

Quando giunse davanti a casa, Assunta era fuori con Severino in braccio e Argo gironzolava nei dintorni. Il piccolo, tutto avvolto nei vestiti di lana, ormai era la fine di settembre e non faceva più molto caldo, osservava le stelle come fossero piccoli fuochi bianchi e dopo poco si addormentò. Celio si sentì più rilassato, le decisioni erano state prese in comune accordo con Assunta. Rientrarono in casa, chiuse la porta di legno e mise la spranga di sicurezza di modo che nessun malintenzionato entrasse. Argo si mise al solito posto, di fianco a Severino. Il focolare era ormai spento, ma faceva caldo ugualmente. Il piccolo si addormentò profondamente. Celio salì le poche scale e si infilò nel letto fatto di vecchie reti cigolanti e da lui appena riverniciato. Erano letti alti che se dormivi solo e stavi di lato le reti si piegavano e rischiavi di cadere, la camera era piccola con due finestre minuscole che davano una sulla strada, l’altra nei prati dietro casa. Un po’ più in là si vedeva la casa di Felice, il falegname, vicino alle rive del fiume Rio Grande. S’intravedeva il camino fumare ancora.

Celio aveva negli occhi il fuoco della passione. Chissà se quella sera, dopo tanto tempo, Assunta si sarebbe concessa per la prima volta dopo la nascita di Severino. I dubbi furono spezzati presto, fecero l’amore come mai avevano fatto. Erano poveri ma felici. Sapevano tutti e due che sarebbe stata dura andare avanti, ma la guerra era finita ed era più facile vivere senza la paura della morte portata dai tedeschi. Era più facile amare.

 

 

La mattina seguente Celio si svegliò più tardi del solito. Pioveva forte e faceva un po’ freddo, era una giornata poco propizia per andare ai pascoli alti, quindi decise di andare nella stalla e dare alle pecore la razione di erba giornaliera falciata nei campi vicini. Quando entrò, trovò Merigo ad aspettarlo.

«Oggi non vado al pascolo» gli disse con sufficienza.

«Tu ci devi andare, qui comando io!» rispose quello, arrabbiato.

«No, oggi non è una buona giornata per uscire, quindi la razione di cibo l’avranno qua!»

Merigo prese la falce e corse verso Celio: «Guarda che se non vai, ti taglio il collo o ti prendo a bastonate. Da quando è nato Severino non ne combini una giusta!»

Celio si avvicinò al perfido padrone e gli sferrò un pugno in pieno volto. Merigo finì a terra, non si aspettava una reazione così.

«Non toccare il piccolo Severino, brutto farabutto schifoso!»

«Non è finita qui, la pagherai. Appena troverò una persona per sostituirti, tu te ne andrai e morirai di fame. Stai attento, nessuno si mette contro di me!»

Merigo uscì sbattendo il portone della stalla. Un rigagnolo di sangue gli scendeva dal labbro gonfio come un pallone, le poche persone sveglie a quell’ora in paese che videro Merigo sanguinante, gli chiesero cosa fosse successo ma lui non rispose. Quasi tutti provarono piacere nel vedere Merigo ridotto a quel modo. Nessuno lo sopportava, era padrone di tutto: campi, case, bestiame, boschi, era un uomo che aveva tantissime conoscenze. I paesani dicevano che avesse collaborato con i tedeschi. Attraverso le sue proprietà aveva fatto arrivare loro cibo, acqua, medicine e tutto quello che occorreva in tempo di guerra. In cambio lo avevano lasciato in pace. E così era diventato sempre più ricco. Durante la guerra gli abitanti di tutta la vallata gli si rivolsero, chiedendogli ogni sorta di favore: primi tra tutti i molti genitori che imploravano di non mandare il proprio figlio al fronte a combattere. Merigo trasse profitto dalla disperazione altrui. Seppur molto giovane, aveva molte conoscenze di famiglia nel mondo politico e nella Chiesa, e le giocò a proprio vantaggio.

«Il modo c’è per non combattere o perché io vi nasconda quando arrivano i tedeschi, però voi cosa mi date in cambio?» Era la frase di rito.

Quei poveretti erano disposti a pagare qualsiasi cosa per amore dei propri figli, ma di soldi ne avevano pochissimi, allora ci si accordava alla meglio: c’era chi gli regalava quattro pecore, chi cinque capre o pezzi di terreno, addirittura case e boschi. Anche Fernando, il padre di Celio, a suo tempo aveva chiesto aiuto a Merigo per fare in modo che il suo adorato figlio non partisse per la guerra.

«Fernando, io faccio in modo che Celio e tu non partiate per il fronte, però tu mi devi dare tutto ciò che possiedi: terreno, boschi, case, tutto» gli aveva detto. Così non aveva avuto scelta. Aveva provato a protestare timidamente, ma senza troppa convinzione: «Ma come farò a vivere senza i miei animali e la mia terra?»

«Lavorerai per me, andando al pascolo con il mio bestiame. Io ti darò un posto dove stare, cibo e qualche soldo. Anche Celio, quando sarà più grande lavorerà per me. Questa è l’unica possibilità che hai» aveva rimarcato Merigo.

L’alternativa per Fernando erano la morte e la disgrazia della sua famiglia, così, sconsolato, accettò. All’età di undici anni, Merigo avrebbe obbligato Celio a lavorare senza paga e a spaccarsi la schiena zappando la terra, preparando gli orti o portando a pascolare il “suo” bestiame. Ma tant’è. Merigo soddisfatto aveva sogghignato: «Bene, verrò qua oggi stesso con il notaio di Villaminozzo, Amedeo Rodolfo Parenti, e procederemo alle scritture.»

«Ma io non so scrivere» aveva detto timidamente Fernando.

«Ah, non badare a queste inutili piccolezze. Una croce andrà bene, oppure ti terrò io la mano e ti farò scrivere il tuo nome sul contratto!»

Non disattese l’appuntamento e arrivò con una carrozza trainata da cavalli, tutto ben vestito. Era alto, Merigo, e aveva una pancia grande come una carriola e folti capelli neri nascosti da un cappello a cilindro signorile.

«Allora mio lavorante, procediamo agli atti. Ti presento Amedeo Rodolfo Parenti, il signor notaio di Villaminozzo.»

«Oh, vogliate scusare la mia ignoranza ma come faccio a essere sicuro che lui è un notaio?» aveva detto Fernando, come se in cuor suo non riuscisse a rassegnarsi a tale birbone.

«Non mettere in dubbio la mia parola, sporco servitore!» Aveva tagliato corto Merigo.

Fernando, impaurito, non poté far altro che tacere e si mise a sedere al tavolo della sua ex casa.

«Io, Amedeo Rodolfo Paranti, in qualità di unico notaio di Villaminozzo nel giorno di oggi, trenta luglio, con qui davanti a me il signor Merigo Zamboni, compratore, e il signor Fernando Zamboni, venditore, dichiaro che da questo momento tutte le proprietà di Fernando diventeranno di Merigo.»

Fernando, aiutato da Merigo, mestamente firmò.

Ormai a Febbio Merigo aveva potere su tutto e su tutti. Non passavano più di due giorni senza vedere passare per la piccola e contorta viuzza di Febbio la carrozza con Merigo e il notaio. E ormai tutti pensavano che il cigolare delle ruote e il ghigno maligno di Merigo avessero cambiato per sempre la semplice vita di quel paesino di montagna.

Celio finì di dare da mangiare alle pecore, mise a posto gli attrezzi: falci, zappe, aratri di legno e poi chiuse tutto per bene, impaurito per quel che avrebbe potuto fare Merigo, ma felice per il pugno per il quale aveva atteso l’occasione da quando aveva undici anni. Ad Assunta raccontò parzialmente l’accaduto perché non voleva che si spaventasse; Severino gattonava sul pavimento controllato fedelmente da Argo.

«Assunta, vado a cercare il Mastro muratore a Case Stantini» le disse.

Fuori pioveva molto forte e non accennava a smettere. Il cielo era nero-violaceo, si era levato anche un forte vento freddo, il primo dell’autunno. Si alzavano nei campi turbinii di foglie rosse e gialle, i rami dei faggi si muovevano impauriti e il vento fischiava portando messaggi agli alberi e agli animali del bosco. Il fiume Rio Grande manifestava la sua rabbia impetuosa. Celio chiamò Argo che era sdraiato di fianco a Severino, e il piccolo cominciò a piangere come un fiume in piena. Così Argo si fermò, tornò in dietro e gli diede una leccata affettuosa sul viso come a dirgli: “Stai tranquillo ché torno presto” e Severino smise di piangere, si ammutolì e fissò il cane con i suoi occhi rotondi. Poi rise. Argo si avviò verso la porta e, insieme a Celio, uscì dalla piccola casa di sasso che dava sulla strada. Celio decise di passare prima dall’osteria di Rocco, voleva richiedere all’oste Marino come si chiamasse il mastro muratore, perché non ricordava bene tutto della sera precedente, e perché voleva esser certo di non fare un buco nell’acqua.

Entrò nella locanda; erano quasi le sette ed era ancora vuota. Marino, un po’ assonnato dietro al bancone, osservò Celio e gli disse:

«Buongiorno, Celio, che ci fai qui a quest’ora della mattina?»

«Volevo che mi rispiegassi dove abita il muratore di cui mi dicevi ieri sera, e come si chiama, perché non mi ricordo.»

«Si chiama come me, Marino, ma l’altro giorno ne parlavo con il Gigante e mi ha detto che tutti lo chiamano Giacca. Ogni tanto il Gigante lo aiuta a fare alcuni lavori, insomma si conoscono. Ah! Si chiama Pensieri di cognome, ma tu chiedi di Giacca e vedrai che non ti sbagli.»

«E dove abita di preciso?»

«Abita dopo lo spiazzo di Case Stantini, appena sotto c’è una carraia che va giù a destra, vai in fondo e lo trovi. Abita sotto alla Gilda.»

«La Gilda? Io non ci vado vicino a quella casa! Non la voglio vedere quella donnaccia, poi, se per caso la incontro, mi manda una qualche maledizione. Si dice che se la guardi negli occhi diventi cieco.»

«Vai, fregatene di quella puzzona!»

Celio uscì. Argo lo aspettava fedelmente di fianco alla porta. Si incamminarono. Case Stantini dista da Febbio circa due chilometri. Sarebbe arrivato in venti minuti o poco più, perché era tutta discesa, si disse. Attraversando il piccolo borgo, incontrò la squadra dei boscaioli, li salutò. Uno di loro, Ernestino della Governara, un piccolo borgo molto più in giù di Febbio, gli disse:

«Oh, Celio! Ben gli sta a Merigo, gran destro gli hai tirato! Aveva un labbro che sembrava una mela. Era furibondo, urlava come un matto!»

«E tu come fai a saperlo?»

«Ho incontrato Merigo mentre tornava a casa, urlava dal dolore.»

Dalle case e dalle stalle udendo quel gran vociare e sentendo parlare di Merigo, la gente si affacciò ad ascoltare meglio. La voce si sparse molto in fretta in tutto il paese e nelle borgate vicine. Molti furono contenti. A nessuno piaceva Merigo e tutti lo evitavano, tranne i suoi fedelissimi. Celio continuò il suo cammino con Argo. Era preoccupato perché aveva notato i molti curiosi affacciarsi per ascoltare e aveva già paura di ritorsioni. Sapeva benissimo che il perfido Merigo non lo avrebbe mai perdonato. Dopo quasi mezz’ora, arrivò a Case Stantini. Nel frattempo, a casa, Assunta aveva appreso la notizia dai paesani. Si era messa a piangere perché sapeva che i problemi sarebbero arrivati presto e aveva paura anche per Severino. Lo avrebbe potuto anche rapire quell’animale senza cuore, sarebbe arrivato a tanto senza problemi. Le amiche di Assunta, Rosa, Alba e Serafina, si erano precipitate a casa di Celio armate di badili e forche per evitare il peggio. Nel caso che Merigo o i suoi seguaci si fossero presentati, li avrebbero accolti a badilate o quantomeno avrebbero fatto sentire al sicuro Assunta almeno finché Celio non fosse tornato. Erano ben visti da tutti Assunta e Celio, perché aiutavano col cuore e si facevano gli affari loro.

Celio, ormai arrivato a Case Stantini, pensò di an-dare all’osteria da Medeo, a chiedere dove abitasse tal Marino detto Giacca. Non conosceva molta gente, però all’osteria c’era stato una volta con Felice, per aggiustare la porta d’ingresso. L’osteria da Medeo si trovava su per la salita stretta a lato della piazzetta. Era piccolissima e fumosa. Al suo interno si sentivano le voci dei contadini che, dopo avere svolto i lavori di stalla, andavano a bere un bicchiere di vino. Entrò. Tutti i paesani lo osservarono con sospetto: era un foresto. Celio, senza paura, chiese ai presenti dove abitasse Giacca e quelli gli diedero indicazioni.

In particolare un vecchio, con la voce stridula, gli disse: «Vai da Marino, però stai sulla carraia, non entrare o avvicinarti alla casa della Gilda, non porta bene, quella è una stregaccia maledetta.»

Celio ringraziò, uscì, attraversò la piazzetta e scese per la carraia. Alla sua destra c’era una casa di sassi, vecchia, con vestiti tutti strappati appesi fuori ad asciugare, anche se ormai pioveva forte e nessuno aveva pensato a ritirarli. Dalla porta aperta entravano e uscivano galline, fumo di stufa e una puzza di muffa impressionante. Celio pensò che lì doveva abitare la stregaccia e si guardò bene dall’avvicinarsi. Argo ringhiò come se percepisse una malvagia presenza o forse solo perché aveva avvertito la preoccupazione del suo padrone. Alla fine, Celio, a passo veloce e richiamando più volte il cane, arrivò davanti a casa di Marino. Era una casa non molto grande, tutta in sasso, posato in modo perfetto. Aveva a fianco un fienile e una stalla con cinque mucche. L’entrata era sul retro rispetto alla strada. Argo prese a gironzolare in lungo e in largo, felice e spensierato. Subito dalla stalla uscì una signora, giovane e bella. Si fermò, osservò Celio e gli si rivolse:

«Bon uomo, ha bisogno di qualcosa?»

«Io cercavo il signor Marino, il muratore.»

«Mio marito! Dovrebbe essere qui in giro. Ora proviamo a chiamarlo. Con questa pioggia, non sarà andato molto lontano. Marinoooo! Marinooo!» urlò a gran voce.

Dopo poco si sentì una voce rispondere: «Sono in casa!»

La donna si avvicinò a Celio e gli porse la mano appena pulita sul grembiule bianco: «Beh, piacere, mi chiamo Rosa.»

«Piacere di conoscerla, sono Celio e vengo da Febbio» le rispose meccanicamente.

«Venga in casa.» E dirigendosi verso la sua umile ma perfetta dimora, chiamò il marito: «Marino, ti cercano.»

«E chi?»

«Un giovane, si chiama Celio.»

Marino aprì la porta e uscì. Celio si presentò come aveva fatto con la donna, un po’ imbarazzato.

«Entri, si sieda, a cosa devo questa visita?»

Celio, ancora un po’ impaurito, iniziò a spiegare il motivo di quella visita improvvisa.

«Io vengo da Febbio. Mi hanno detto che lei è un bravo muratore.» Esordì.

«Ma che bravo muratore! Io faccio quello che posso, a volte anche robe buone. Cosa devi fare?» disse con umiltà.

«Io e mia moglie Assunta da qualche mese abbiamo avuto un bambino, si chiama Severino, e allora abbiamo deciso di costruire una piccola casa tutta nostra. Ora abitiamo in affitto da Merigo, perché io lavoro per lui…»

«Merigo, per mille faggi! Quel farabutto! Non c’è niente di buono in quell’uomo. Non ho avuto molto a che fare con lui, ma è cattivo e perfido. Da me non ha preso niente. Io aiuto tutti e non faccio del male a nessuno, ma lui non merita niente!» Lo interruppe subito il Giacca.

«Sì, lui, e stamattina, prima di venire qua, abbiamo avuto una lite» Continuò sconsolato Celio.

«Brutto affare litigare con quell’uomo! Allora vuoi costruire una piccola casa?»

«Sì, ma non so quanto costa e non ho molti soldi o possedimenti, ho qualche capra e quattro pecore: non so se ti posso pagare.»

«Lascia stare, non pensare ai soldi, vedrai che ci mettiamo d’accordo. Dove la vuoi fare?» Sorrise il Giacca.

«A Febbio mia moglie possiede un piccolo pezzo di terra vicino al Rio Grande, dove abita Felice, il falegname. La vorremmo costruire lì.»

Alla faccia perplessa del Giacca, Celio precisò: «In realtà non è proprio vicino a casa di Felice, è più su, dalla parte destra del torrente, appena di là dal ponte di legno che c’è alla fine del paese.»

«Ma è un terreno ripido?»

«Un po’ ma possiamo risolvere con badili e picconi e un carro di legno per portare via la terra. Ce l’ho io, era di mio padre Fernando.»

«Chi? Fernando Zamboni, il pastore?»

«Sì, proprio lui.» Celio si mise la mano sul cuore.

«Ah, lo conoscevo, gli ho parlato molte volte quando, con mia moglie Rosa, andavamo in transumanza con le pecore in Garfagnana. Ci mettevamo tre-quattro giorni a piedi. Durante il viaggio conoscevamo tanta gente: boscaioli, pastori, e si andava anche nelle case a vendere un po’ di formaggio o un qualche sasso che scolpivo a mano. Andavamo a dormire dalla gente dei paesi che incontravamo perché tutti ci davano il permesso di dormire nelle stalle e noi, in cambio, gli davamo formaggio e quello che avevamo.»

«Mio padre mi raccontava sempre queste storie! Mi piaceva molto ascoltarlo.»

«E non sono solo storie. È la realtà.» Lo guardò fisso negli occhi, poi continuò: “Allora, quando andiamo a vedere il terreno dove edificheremo la casa?»

Celio si fece improvvisamente serio: «Mi deve dire prima quanto spendo o cosa vuole in cambio.»

«Allora facciamo così, ragazzo mio, tu quando hai tempo mi aiuti nel lavoro e ogni giorno mi dai un po’ di latte o di formaggio, quello che puoi. Mi sembri un ragazzo serio, Celio, e ti voglio aiutare.»

«Beh, grazie, si può fare. Allora affare fatto!»

Si rasserenò.

«Fermo lì! Un contratto non è valido se prima non si beve un bicchiere di vino rosso assieme!» Sorrise il Giacca, poi si rivolse alla moglie che fino ad allora aveva ascoltato con fare distratto la conversazione.

«Rosa, porta due bicchieri che beviamo qualcosa, poi si parte e si va a vedere il terreno.»

«Subito?» chiese Celio, sorpreso.

«Certo, con cosa torni a casa, a piedi? È già pomeriggio, fa presto ad arrivare sera! Ti accompagno io, con il mio carretto, così stasera potrai stare con tua moglie e Severino.

Prefazione

L’identità di una valle e di una comunità di Appennino in mutamento durante i decenni. Un bambino, figlio di un mondo antico e povero di tutto, vive questo mondo dalla nascita, vi cresce e vuole cambiarlo tra la generosità e le invidie dei paesani. I tempi passano, le idee nascono e muoiono in uno spazio circoscritto, ma sempre segnato dalle ondate della storia più vasta, che si determinano altrove.Ci sono tre presenze positive che attraversano – senza soluzione di continuità – il tempo e lo spazio del racconto: sono il monte Cusna, il senso di comunità e solidarietà della Val d’Asta, la voglia di cambiare, cambiare visione, cambiare in meglio vita, lavoro e condizione sociale. E a ben vedere queste tre positività sono una cosa sola nell’animo dell’autore.La valle ha alle spalle una storia difficile: per molto tempo ha guardato a se stessa, dentro di sé, forse troppo. Poi la crisi della sua economia agro-silvo-pastorale l’ha spinta a guardare in basso verso la città, verso il distretto ceramico e in alto verso le piste da sci, versione turistica del modello industriale. Anche questa fase è giunta ormai al suo culmine e l’intera valle vive oggi una nuova solitudine. Ora la Val d’Asta deve ricominciare a guardare dentro di sé e nelle sue immediate vicinanze, nelle pieghe del suo paesaggio e nella geografia più larga dell’Appennino. Un ritorno a casa, che sappia vedere con occhi nuovi i monti e le acque di sempre, i frutti della terra e delle stagioni, la forza antica delle sue comunità. Che significa una prospettiva diversa e una nuova modernità. Allora Il Sentiero verso l’oblio potrà diventare un sentiero verso il futuro. 

 

Sen. Fausto Giovanelli

Presidente dell’Ente Parco Nazionale dell’Appennino tosco-emiliano

 

 

Autore

Paolo Medici

Paolo Medici è nato il 24 settembre 1984 a Scandiano e vive a Febbio di Villa Minozzo. Fin da bambino viene portato in montagna dal padre, che gli trasmette l’amore e il rispetto per i luoghi. E dalla montagna nasce anche la passione per le storie popolari. Ha esordito con Il sentiero verso l’oblio (WLM 2013) accolto positivamente dalla Gazzetta di Reggio. Io non me ne vado è la sua seconda prova letteraria, fra i vincitori del Premio Cinque Terre – Golfo dei Poeti indetto nel 2014 dal Cenacolo Artistico Letterario di Aulla nella categoria inediti.

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1 recensione per IL SENTIERO VERSO L’OBLIO

  1. wlmedizioni

    Recensione del romanzo IL SENTIERO VERSO L’OBLIO di Paolo Medici sunta dal quotidiano Gazzetta di Reggio del 19 Agosto 2013

    […] Una piacevole altalena tra fatti storici a rilievo nazionale e mondiale e la storia dei personaggi, alcuni liberamente ispirati a persone reali e altri completamente inventati. Questo procedimento letterario permette di ritrovare, nel particolare, concetti universali quali l’amore per la famiglia, la voglia di costruirsi un futuro dignitoso, l’attenzione al progresso e pure concetti legati alla quotidianità montanara più ordinaria. […]

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