L’OPPORTUNISTA

Prezzo di listino 14,45 incl. IVA

Un intrigante romanzo poliziesco, propone un’insolita coppia, un commissario nero e un vice meridionale ma senza famiglia, che indaga, fra Genova e Milano, alla ricerca dei colpevoli dell’attentato a un dirigente di banca, ma…

 

EAN: 9788897382263 COD: 153 Categoria: Tag: ,

Descrizione

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Romanzo poliziesco. La passerella conduceva a un altro edificio, affacciato, dalla parte opposta, al fianco della collina, abbarbicato al declivio d’ulivi che scendeva verso altre case e si interrompeva in corrispondenza della ferita grigia dell’Aurelia, per poi proseguire, fino al mare. Quella casetta era un autentico archetipo ligure: nascosta, complicata da raggiungere e preziosa in maniera inimmaginabile, come una perla nell’ostrica.

Sembra che un vecchio fantasma sia riapparso, a Genova, in una scura mattina di Novembre. Un duplice omicidio, rivendicato da una cellula anarchica, risveglia bruscamente tragici ricordi. Una banca tedesca è presa di mira quale simbolica responsabile di un’Italia in crisi. Renzo Parodi e Salvatore Marotta cominciano subito un’indagine che li condurrà, su una pista tortuosa e piena di insidie, fino a Milano. Mentre le vittime aumentano, in un crescendo imprevedibile e cruento, i due amici si ritrovano sempre più soli a cercare la verità contro le apparenze e i loro stessi colleghi. Ma Renzo Parodi ha la testa dura, nera e dura e, da poliziotto genovese di colore, adopera un accesso privilegiato e una sensibilità particolare verso ciò che è diverso dalla norma. Riuscirà così a farsi indicare una strada, che nessuno avrebbe pensato di cercare, verso una rivelazione impensabile, ma dovrà pagare un prezzo alla propria coscienza. Giovanni Barlocco in questo noir/thriller alterna sapientemente momenti di vita lavorativa e famigliare capaci di regalare al lettore emozioni intense e intime, nella migliore tradizione del giallo italiano.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 17,00

In copertina

La città navigante, opera fotografica di Giovanni Barlocco, collezione privata.

Pagine

342

Lingua

Italiano

Genere letterario

giallo, poliziesco, noir

Ambientazione

Genova, Chiavari, Milano

Anteprima

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Ma fia breve

lo spero, il suo gioir, ché negra al fianco

già l’incalza la Parca…

Iliade, Omero

 

Spalancò gli occhi.

Si abituò all’oscurità della stanza e guardò fuori attraverso i vetri.

Un pennello intinto nell’inchiostro aveva cancellato tutte le stelle dal cielo; solo il chiarore diffuso del lampione sottraeva spazio alle tenebre che pressavano il mondo da vicino.

L’alba era ancora lontana.

Pensò che quel giorno sarebbe dovuto incominciare in qualche modo speciale, magari con un auspicio in grado di fare la fortuna degli antichi sacerdoti, una cosa sul genere di un volo di corvi, o forse del sorgere di un sole rosso.

Considerò che i corvi sarebbero stati una pretesa eccessiva, mai visti volatili della specie in quel cielo periferico; per il sole rosso, invece, l’inquinamento atmosferico lasciava qualche speranza.

Rifiutò di accettare la propria agitazione, non era la prima volta che gli capitava di svegliarsi prima del tempo.

Ripassò mentalmente la lezione e si tranquillizzò.

Ce l’avrebbe fatta, non poteva fallire.

Respirò profondo un paio di volte, valutò se fosse il caso di andare a orinare e farsi un caffè, per aspettare con calma l’ora giusta, magari davanti al televisore che trasmetteva notizie fresche.

Ma a letto stava bene.

E, del resto, anche se si era svegliato in anticipo, non gli sembrava serio modificare la sua pianificazione per così poco.

Così poco… si fa per dire, ma lui era un duro, e quel giorno che stava per nascere avrebbe visto di che pasta era fatto.

Peccato che nessuno lo dovesse sapere.

Quel giorno così uguale a tutti gli altri sarebbe stato davvero diverso solo per lui e per le sue vittime.

Si acciambellò sotto le coperte e sorrise.

L’idea di diventare finalmente un assassino fu l’ultimo, confortante pensiero che lo accompagnò in un residuo di sonno.

 

1

 

Aveva dovuto cambiare abitudini, da quando Arianna viveva con lui.

Se voleva arrivare in ufficio presto, adesso gli toccava alzarsi prima che lei monopolizzasse il bagno per un tempo che sembrava misurabile in ere geologiche.

Alla seccatura di dover abbandonare il tepore notturno anzitempo, rispetto alla sua vita passata, si aggiungeva quella di alzarsi da letto quasi al buio, ma, da quel punto di vista, era meglio mettersi l’anima in pace, dato che l’inverno era alle porte e il peggio doveva ancora venire.

Interrompendo i suoi tristi ragionamenti, il vecchio iPhone 4 squillò alle sei e mezza. Brutto segno.

Lo sapeva già che la giornata cominciava male, mentre faceva scorrere l’indice sul display.

― Renzo, accendi il televisore: il regionale.

― Intanto: buongiorno, la mattina.

― Ti piacerebbe! È una giornata di merda, invece. L’hanno fatto, hanno alzato il tiro. Vieni di corsa, io sono già qui.

― Ma qui dove? Chi ha alzato il tiro? ― ringhiò lui, con la voce ancora arrochita di sonno.

Niente da fare. Marotta aveva già interrotto la comunicazione.

L’ispettore capo Parodi, con un gesto di stizza, puntò il telecomando, e le immagini del Samsung da 19 pollici, gli restituirono uno scorcio insolitamente affollato di piazza Leopardi, con un’ambulanza sullo sfondo, che si catapultava oltre il segnale di stop, a sirene spiegate.

La giornalista stava intervistando un ragazzino dagli occhi un po’ stralunati; lui diceva di aver visto un tizio in scooter fermarsi accanto all’auto che stava uscendo dal box, gli era sembrato addirittura un gesto di cortesia per dare una precedenza non dovuta; un secondo dopo c’erano stati i colpi e il rumore del finestrino che si rompeva.

L’uomo al volante si era messo a gridare, il motore dell’auto era salito di giri all’improvviso, e la vettura aveva tentato una fuga in avanti, poi si era fermata sobbalzando.

Quello sullo scooter si era messo la pistola in tasca del giaccone e se l’era filata, giù per via Oderico.

Quanto era durato? Di preciso non lo sapeva, ma poco, pochissimo; il ragazzino stralunato pensava che dal momento degli spari alla fuga dello scooter non fosse passata più di una manciata di secondi.

Quanti colpi? Poteva descrivere lo sparatore? Qualche segno particolare? Il tipo di casco indossato? Il colore? Gli abiti?

A un tratto la faccia nota di Bertini entrò in campo e, per fortuna, pose fine alle domande; il poliziotto, con inconsueta cortesia, data la situazione, prese il ragazzo sottobraccio e lo accompagnò rapidamente verso la vettura di servizio.

Per seguirlo, il cameraman allargò l’inquadratura, e l’inconfondibile, grande sagoma di Marotta svettò di una testa abbondante sul gruppo dei curiosi che si andava infoltendo.

Alcuni colleghi stavano già effettuando i rilevamenti mentre altri cercavano di spingere la gente più distante dalla berlina scura, messa di traverso, dai segni tracciati col gesso sull’asfalto, e dai frammenti di vetro sparsi al suolo.

All’ingresso della piazza si stava formando una fila di veicoli che tentavano faticosamente di tornare indietro o districarsi in percorsi alternativi, suggeriti da un vigile urbano.

La giornalista, adesso, con voce piuttosto concitata, stava riassumendo gli eventi. Nell’attentato, avvenuto alle cinque e mezza di quella mattina, erano stati colpiti il direttore locale della Kaufmann Bank e la sua giovane moglie.

L’operatore televisivo doveva essere bravo, riuscì a zoomare per qualche istante attraverso i bordi frastagliati del finestrino spaccato, consegnando impietosamente al pubblico alcuni particolari dei sedili anteriori e del cruscotto, spruzzati di sangue, prima che una mano aperta impedisse la visuale al suo occhio ad alta definizione.

Quello che Renzo aveva potuto notare, tuttavia, gli fu sufficiente.

Riconobbe, tra sé, l’esattezza dell’osservazione di Marotta. Avevano davvero alzato il tiro.

― Che succede? ― La voce deformata dallo sbadiglio lo fece voltare.

Arianna era sulla soglia della cucina, con una mano si stropicciava gli occhi e un braccio alzato, appoggiato allo stipite, le forniva il punto d’appoggio adatto a mantenere l’equilibrio mentre, all’interno dell’ampia t-shirt che indossava come camicia da notte, inarcava il corpo in una posizione improbabile, per stiracchiarsi. Il seno premeva proprio sulla scritta rosa e cubitale “kiss me” che attraversava l’indumento di cotone, rendendola un invito a cui era difficile resistere.

Quella visione curvilinea, morbidamente flessa, gli rammentò istantaneamente tutti i buoni motivi per cui conveniva accettare con gioia la sua pena mattutina e quelli migliori per cui, a volte, dormiva poco la notte.

― Un attentato. In piazza Leopardi. Mezz’ora fa.

Il movimento languido di lei si interruppe bruscamente e anche la voce assunse un tono immediatamente diverso.

― Cazzo. Chi hanno gambizzato?

― Magari, gambizzato. Questa volta hanno sparato per uccidere. Il direttore della Kaufmann e la moglie. Marotta è già sul posto. Devo andare.

― Preparo il caffè.

― Non c’è tempo.

Gli portò la tazzina in camera, pochi minuti dopo, già zuccherata come piaceva a lui. Trangugiò in piedi, in due sorsi, come non si dovrebbe fare, con una punta di nostalgia per il rito lento del caffè speziato assaporato a Istanbul l’estate precedente; una bevanda che quell’assalto alla diligenza della caffeina lo avrebbe punito con una dose abbondante di bratta tra i denti.

Le fu comunque grato, posò la tazza sul piattino, la baciò e finì di vestirsi, indossando i jeans, un maglione blu a collo alto e il suo vecchio giubbotto di pelle imbottito.

― Ti chiamo appena posso.

― D’accordo.

Fuori stava iniziando a scendere una pioggia sottile, Renzo imprecò, alzò il bavero e si incamminò. Se voleva arrivare in fretta doveva prendere la vespa, accettando di bagnarsi.

Nel piccolo magazzino che condivideva con altri due motociclisti indossò la cerata nera che teneva sotto la sella, poi uscì, sperando che il tempo, almeno, non peggiorasse.

Un quarto d’ora dopo entrava nella zona interdetta al traffico e al passaggio che i suoi colleghi avevano delimitato intorno alla scena del crimine, con nastro adesivo e transenne.

Marotta gli si fece incontro, infagottato nel suo giaccone di cordura, una smorfia sul volto, parente di un sorriso.

― Io sono in piedi dal canto del gallo, ma ho aspettato un po’ prima di disturbarti. Dormito bene, ometto nero?

― Anche se fosse, è la tua sgradevole voce bianca che ho sentito per prima, stamattina. E questo basta a rovinare la giornata di chiunque.

L’omone sorrise.

― Mi fa piacere che tu sia di buon umore, ti servirà per le ultime notizie.

― A proposito di notizie. Dammene una. Come hai fatto a essere sul posto praticamente in coincidenza con l’attentato. Sei stato tu?

Il sorriso si spense sul viso del collega.

― No… è che… ero da amici, qui vicino.

― Amici? Vuoi dire che hai dormito da un’amica?

Marotta si portò l’indice alle labbra e si rabbuiò ancora di più.

―Ah, un’amica sposata! E bravo sovrintendente!

― Senti, vogliamo parlare del duplice omicidio o della mia vita sentimentale?

Sibilò il bianco con impazienza. Il nero si fece subito serio.

― Omicidio.

― Tutti e due ― annuì Marotta. ― Praticamente sul colpo. Vieni a vedere.

Renzo lo seguì verso l’Audi piantata in mezzo alla strada con le portiere aperte.

― E come mai l’ambulanza era ancora qui, quando sono arrivati i giornalisti?

― Quell’ambulanza era vuota, forse l’hanno chiamata per sbaglio. Le altre due erano già andate via. Tornando ai minuti immediatamente successivi all’omicidio, io ho sceso le scale di corsa, ma, quando sono arrivato, l’assassino era già fuggito. La scena era questa che vedi, con in più i due morti; lei riversa sul sedile anteriore, lui accasciato sul volante, e un vivo seminascosto dall’albero laggiù: il ragazzino che ha visto tutto. I colleghi hanno già raccolto i bossoli ed estratto un paio di proiettili dal montante. Sembrano dei ventidue, tra un paio di giorni avremo i risultati precisi degli esami. A prima vista, parrebbe il lavoro di un sicario che sa il fatto suo.

Che non avessero sparato alle gambe non era una novità per l’ispettore capo, se ne era già accorto dalla profusione e dalla posizione degli schizzi di sangue, nei pochi secondi in cui la telecamera li aveva inquadrati; Marotta gli aveva tolto i dubbi e le speranze residue sulla sorte delle vittime e gli aveva confermato che la linea di confine dell’atto dimostrativo era stata varcata.

Renzo avvertì un fremito alla bocca dello stomaco. L’evento non era inaspettato, purtroppo. Tante volte si era chiesto se, quaranta anni prima, quando lui non era ancora nato, le condizioni del paese fossero così disastrate, economicamente ed eticamente, da giustificare il terrorismo più di ora.

Tante volte, davanti al telegiornale, si era sorpreso che qualcosa del genere, negli ultimi anni, non fosse ancora accaduto a Genova.

Se i terroristi erano il frutto di una follia sociale, il terreno, oggi, era fertile e ben concimato: nella società che gli stava intorno di follia ce n’era a vagonate.

E così, la prima azione, il ferimento di un dirigente della Internucleo, rivendicato da un sedicente gruppo anarchico, gli era arrivata come un macigno franato su una strada costellata di cartelli che avvertivano della caduta massi.

Dopo quella prima gambizzazione, avvenuta nella sua città, su cui stava ancora indagando l’antiterrorismo, all’interno delle forze dell’ordine si erano formate due correnti di pensiero; quella che lui chiamava degli ottimisti sosteneva, in forza di alcuni indizi e testimonianze, che il fatto di sangue fosse stato progettato e condotto a termine da un piccolo gruppo di balordi senza una vera organizzazione alle spalle, quattro o cinque estremisti antinucleari disperati che, dopo l’ennesimo incidente in Giappone, avevano dato sfogo alla loro incazzatura come quegli automobilisti che al semaforo scendono con il cric in mano.

I fautori dell’altra ipotesi paventavano un ritorno all’oscuro passato delle uccisioni e delle leggi speciali, temevano il formarsi di nuove metastasi organizzate nei tessuti molli della nazione.

Poi c’era stato il secondo masso.

A Roma avevano sparato nelle ginocchia a un assessore coinvolto in affari talmente lerci che l’opinione pubblica non se n’era dispiaciuta più di tanto.

Gli ottimisti, a quel punto un po’ meno sicuri, avevano parlato di spirito di emulazione. Renzo, indipendentemente dalla bontà di quella teoria, si era convinto che il pericolo si fosse aggravato di parecchio, perché la gente odiava la vittima molto più dei suoi aggressori.

C’era stato, un mese dopo, quell’episodio oscuro dell’attentato sventato a Milano.

Il direttore di una clinica convenzionata con le strutture pubbliche, inquisito per corruzione e sottrazione di fondi pubblici, per un importo vicino al PIL di un piccolo stato africano, aveva avuto la fortuna di imbattersi in una pistola inceppata.

L’attentatore, invece, aveva avuto la sfortuna di imbattersi in una pattuglia della stradale.

Era fuggito a piedi, aveva svoltato un angolo ed era sparito.

Tra gli inquirenti girava l’ipotesi che qualcuno, vista la scena dalle finestre di un palazzo, l’avesse aiutato, nascondendolo in casa per i minuti sufficienti a evitare la cattura.

In ogni modo, fino a quella mattina, non era morto nessuno.

Adesso invece il bersaglio, un funzionario minore di una delle più importanti banche tedesche, era stato liquidato, e con lui aveva perso la vita la moglie.

Nessuno poteva equivocare il significato di quegli omicidi.

Le banche erano istituzioni finanziarie che, a torto o a ragione, non avevano mai goduto di buona fama; e comunque, se nei film e nei romanzi, vecchi e nuovi, il personaggio del banchiere è solitamente negativo, una ragione deve pur esserci.

Di recente la loro cattiva reputazione si era caricata di nuove responsabilità.

Una banca tedesca, poi, anzi “la” banca tedesca, era un obiettivo ideale, data la politica e l’atteggiamento del paese d’origine nei confronti dei suoi partner europei.

O forse, data l’invidia suscitata nell’immaginario collettivo di alcuni popoli nei confronti del suo meritato benessere.

In Germania, per esempio, mafia, corruzione, evasione fiscale, drenavano di sicuro meno risorse ai cittadini che in Italia.

Non era difficile, per una mente esaltata, in un paese popolato da troppe persone abituate a evidenziare le colpe altrui più delle proprie, individuare un capro espiatorio per la propria rabbia in una istituzione finanziaria tedesca.

Sempre ammesso che i responsabili degli attentati fossero balordi dotati di una sorta di deviata buona fede, comunque evidentemente pericolosi.

Se, invece, dietro alle azioni terroristiche c’era un disegno pianificato che confidava in risultati ancora più eclatanti a scadenza più o meno breve, allora bisognava davvero aspettarsi di tutto, perfino seri rischi per la democrazia e le relazioni internazionali.

Renzo respirò profondamente e si impose di concentrarsi su quanto aveva intorno. In ogni modo, quello con cui avevano a che fare in quel momento era un doppio omicidio, eseguito con premeditazione e freddezza spietata, e il compito suo e dei suoi colleghi era, prima di tutto, quello di dare la caccia ai colpevoli.

L’ispettore capo si accucciò dal lato del passeggero per osservare da vicino. L’aggressione sembrava cominciata da quella parte.

Lo sparatore doveva trovarsi in prossimità dello sbocco di via Parini, una stradina alla fine della piazza, che sbucava vicino alla palazzina ottocentesca in cui abitava Mario Dirupo, la sua vittima predestinata.

Lo scooter forse era arrivato da lì, più probabilmente era parcheggiato, in attesa, a pochi metri di distanza. Sullo stesso lato della casa c’erano un piccolo slargo e un posteggio per moto; inoltre, in quel punto, lo spazio per la circolazione si restringeva anche per effetto di uno spiazzo pedonale delimitato da alcune panchine. Una vettura, per potente che fosse, doveva necessariamente muoversi piano.

Piazza Leopardi ha una geometria più o meno rettangolare e il direttore della Kaufmann stava iniziando la manovra di svolta a sinistra, verso il lato corto più lontano che gli avrebbe consentito l’accesso a via Albaro, quando i primi proiettili erano passati dal finestrino laterale del passeggero, colpendo, presumibilmente, sua moglie; almeno un paio di pallottole, tuttavia, avevano seguito una traiettoria obliqua, conficcandosi nella parte interna del montante anteriore sinistro, sul lato del guidatore.

Quindi lo sparatore doveva essere un po’ arretrato, quando aveva esploso quei colpi; probabilmente erano tra gli ultimi, usciti dalla canna dell’arma quando l’auto, come aveva detto il testimone, si era spostata in avanti.

Sulla volontà omicida, nessun dubbio. Non una traiettoria puntava in basso, come attestavano i fori nella carrozzeria e i vetri rotti, oltre alle abbondanti tracce di sangue che Renzo aveva già visto nelle immagini trasmesse.

― Altri testimoni, oltre al ragazzo intervistato?

― Almeno uno. Io.

Belìn, Marotto, l’uomo giusto al posto giusto ― disse Renzo, alzandosi. ― Che cosa hai visto?

― Visto, poco, per la verità. Le finestre dell’appartamento all’ultimo piano, dove stavo, non affacciano su questa parte di piazza. Ho sentito. Almeno otto colpi; tre in successione rapida e, nel mezzo, il rumore del motore imballato e le grida, poi gli altri colpi… Quando sono sceso era già tutto finito. Quei due poveretti erano morti. Ho chiamato l’ambulanza e la questura.

― Quindi, secondo te, il racconto del ragazzo è attendibile.

― Sì, direi di sì.

― La signora con te?

― Non ha sentito nulla, era sotto la doccia.

Renzo soppesò per un istante la risposta. Di sicuro a Marotta non avrebbe fatto piacere che la sua conquista fosse chiamata a deporre; d’altra parte, la giustificazione era credibile e sostenibile, forse anche autentica. E lui era certo che il suo amico non avrebbe fatto nulla che mettesse in pericolo le indagini.

Qualcuno avrebbe comunque ascoltato tutti gli abitanti dei palazzi intorno.

― Che idea ti sei fatto?

― L’idea che tra poco arriverà il solito comunicato di rivendicazione, ma noi sarà tanto se lo leggeremo. Questa roba sembra destinata ai cervelli fini dell’antiterrorismo, e anche se quei due tizi che stanno arrivando mi sono meno simpatici delle emorroidi per un ciclista, temo che si prenderanno il caso.

Renzo guardò nella direzione indicata dal cenno del capo di Marotta.

Soriano e Castrogiovanni si stavano avvicinando a passo sincronizzato.

Avvolti nei loro cappotti scuri, la mascella serrata e il piglio deciso, era tanto se salutavano gli agenti già al lavoro.

Belìn, hanno mandato i Men in Black!

Marotta non riuscì a trattenere un sorriso che, associato alla battuta pronunciata a voce non sufficientemente bassa da Renzo, non riuscì graditissimo ai nuovi arrivati, i quali si fermarono rigidi davanti a loro quasi all’unisono.

― Se avete voglia di fare i pagliacci ― esordì Soriano ― c’è il circo Togni alla foce, a Natale, può darsi che vi prendano. Adesso però andate a giocare da un’altra parte che noi dobbiamo lavorare.

Marotta si rivolse al suo superiore. ― Che cosa ti avevo detto? Emorroidi parlanti. Un prurito terribile.

― Attento, Marotto, ― intervenne Castrogiovanni ― che certi pruriti al culo sono incurabili.

― Chi ha parlato del culo? A me prudono le mani.

Renzo sospirò, alzando gli occhi al cielo. ― Sentite, non mi pare il caso di dare spettacolo. Prendiamola bassa. Siamo qui tutti per lavorare, no?

― No. Noi siamo qui per lavorare. Voi adesso ve ne tornate a cuccia a timbrare passaporti e arrestare i tossici dei vicoli. Non c’è più bisogno delle vostre competenze, grazie. Se volete entrare nell’antiterrorismo, fate domanda e ci metteremo una buona parola.

― La buona parola ce la metto io per tua mamma, brutto figlio di…

― Marotta! Il dottor Soriano ha ragione. Il caso è di loro competenza, andiamo a fare rapporto e lasciamoli in pace. Se i colleghi avranno bisogno di noi ce lo faranno sapere.

― Grazie, Parodi, a guardarti in faccia non si direbbe che, dei due, tu sia quello di buon senso.

I MIB voltarono loro le spalle e cominciarono a esaminare la scena.

Marotta sbuffò, Renzo lo prese per un braccio, costringendolo ad allontanarsi.

― Smettila, Marotto.

― Smettila? Minchia, Renzo, ti fai prendere per il culo da quel becchino razzista? Perché credi che abbia parlato della tua faccia?

― Perché è nera. Come la scalogna che gli pioverebbe addosso se proprio noi risolvessimo il caso.

Le labbra del sovrintendente si torsero in un ghigno.

― Non ci credo. Tu hai già in mente qualcosa.

― No, no, fermo. Non montarti la testa. Che questo sia un atto terroristico mi pare evidente, e, nel merito, i due soldatini di piombo hanno ragione. Però tu sei coinvolto, almeno come testimone, e, tra un interrogatorio e l’altro, potresti farti un’idea su possibili piste, dopo di che, nessuno ci vieta di indagare un po’ sulla faccenda. Se poi ci capitasse una botta di fortuna, pensa che bello! Potremmo farli perfino più neri di me.

― Mi piace. Adesso che si fa?

Fugassa. Che si bagnino i geni.

― La cerchi qui, nel quartiere dei signori? Dovremmo optare per bignè e mousse al cacao.

Ti m’ou pâgi, pin de musse. A Genova, la focaccia non è solo cibo, ma un’istituzione, la più trasversale che ci sia. Coraggio, offrimi la colazione!

― Perché io?

― Perché mi hai impedito di farla a casa e perché eri a letto con una donna sposata e non vuoi che si sappia in giro.

― Sporco ricattatore.

― Non sono sporco. È il mio bel colorito naturale.

Nel chiosco che aveva aperto da poco le serrande, a metà della piazza, Renzo prese il secondo caffè della giornata, macchiato, accompagnato da una striscia di focaccia tiepida.

Marotta optò per un cappuccino, dopo aver divorato il suo rettangolo fragrante in pochi morsi.

Il locale aveva le pareti rivestite di listelli di legno che lo facevano assomigliare a un’incongrua e minuscola baita di montagna, in cui trovavano posto un piccolo banco con il ripiano zincato che sosteneva una macchina per il caffè espresso, un espositore di caramelle e un contenitore in vetro, riscaldato, a due piani, per le brioches e la focaccia. Un metro e mezzo dietro al bancone su tre mensole a parete, erano esposte poche bottiglie di liquori assortiti. L’arredatore era riuscito a piazzare “in sala” perfino due tavolini e quattro sedie nell’angolo più lontano dalla porta. A parte il ragazzo al banco, intento a scrutare fuori attraverso l’anta vetrata, e loro due, dentro non c’era nessun altro in quel momento; i possibili avventori stavano tutti all’aperto, nonostante la pioggia, per cercare di carpire qualche notizia di prima mano da commentare in ufficio.

― Secondo te ricomincerà tutto come negli anni settanta? ― chiese il sovrintendente, terminato il secondo sorso di caffelatte.

Renzo sembrò riflettere. ― Non so. Forse, paradossalmente, quello che ci può salvare è la mancanza di ideali. Siamo diventati così gretti e meschini che non ce la vedo a prosperare un’organizzazione rivoluzionaria. Non sarebbero in molti, oggi, a rischiare la galera o il conflitto a fuoco per far trionfare il proletariato o per combattere i comunisti.

Marotta prosciugò la tazza prima di rispondere.

― È vero. Ma di matti c’è pieno. E anche di soldi di provenienza incerta. E c’è un sacco di gente disposta a fare cose inimmaginabili per i soldi. Più di allora.

― Già, potresti avere ragione. Cambiano le motivazioni, ma i risultati non è detto che non si assomiglino. Pochi individui senza scrupoli, avidi del potere, potrebbero manovrare un esercito d’imbecilli adoperando il denaro.

Marotta sorrise. ― È una teoria investigativa o un’analisi politica? Ci abbiamo passato gli ultimi vent’anni in queste condizioni.

Renzo rispose con altrettanta ironia: ― Ma poi, la Capitaneria del Santo Ordine dei Tecnici Illuminati, guidata dal Paladino Mario del Sacro Spread, ci ha salvato dal baratro, prendendoci per i capelli. Ora il peggio è passato, no?

― Sei sicuro che fossero i capelli? A me brucia da un’altra parte.

L’amico gli batté la mano sulla spalla. ― Coraggio, Marotto, ricreazione finita. Adesso si torna a produrre, per la gioia di Elsa e Mario.

― E sai perché mi brucia? Dev’essere proprio il tuo paladino Mario, protettore del libero mercato, che mi ha conficcato qualcosa dietro, giusto fino all’Elsa.

― Ehilà! Che sottile calembour. Ad Albaro ti ghe pâgi proprio nasciûo. Manco il cardinale Spinola avrebbe saputo fare di meglio. Però, cao scignoro, non ti va mai bene niente. Sei proprio un menabelini. Berlusconi, Bossi, Brambilla, Brunetta, Calderoli, Fitto, Gelmini, La Russa, Sacconi.

― E adesso cosa sarebbe questa litania? Ti sei convertito a qualche culto satanico?

― Ti rinfresco la memoria, illustrandoti, in ordine alfabetico, alcune buone ragioni per sentirti un po’ più leggero nonostante l’attuale governo. Vado avanti?

― Così, però, è troppo facile, non vale.

― Forse. Però questo è il rosario che mi aiuta a resistere meglio, ogni volta che i tecnici aggiustano il paese con i miei soldi. Dovresti provare.

A proposito di soldi, Marotta pagò il conto e i due colleghi si avviarono verso l’uscita.

La pioggia aveva smesso di cadere e i lampi che baluginavano nell’aria umida erano quelli delle macchine fotografiche, professionali e non.

Il gruppo assiepato oltre la linea di sicurezza era diventato una folla e nessun veicolo tentava più di svoltare nella piazza.

Tre ragazzotti, in piedi su una panchina, telefonini alla mano, schieravano tutti i fantastilioni di mega, giga, e tera a disposizione della loro dovizia di pixel, per catturare una scena più definita possibile.

Renzo era sicuro che la loro caccia fosse diretta ai particolari macabri e fu tentato, per un momento, di farli sgomberare in malo modo.

Immaginò che avrebbero tirato fuori quei maledetti aggeggi anche se le vittime fossero state la madre, il padre o la sorella, ma si pentì subito di aver dato retta a stereotipi della stessa razza di quelli che lui, genovese nero, e poliziotto, si trovava a combattere da una vita.

Non poteva escludere a priori la possibilità che quei tre fossero giovani studiosi e pensassero di trovarsi in presenza di un evento storico che, per quanto terribile, andava immortalato: la ripresa del terrorismo organizzato in Italia.

E comunque, se anche li avesse fatti scendere a calci nel culo, tempo dieci minuti, ne sarebbero saliti altri, lì sopra.

 

2

 

― Questo, a ogni buon conto.

Il pacchetto di bionde uscì dalla tasca e planò sulla scrivania, seguito dall’accendino usa e getta.

Marlowe, al secolo il commissario Elpidio Trevisan, li guardò per un istante, con l’espressione di compresa partecipazione che cela il disappunto riservato a un memento mori.

Renzo e Marotta erano basiti.

Mai, nel varcare quella soglia, avevano visto il loro commissario senza una sigaretta accesa tra le dita, o spenta da poco nel posacenere che, anzi, ora sembrava sparito dal ripiano e addirittura del tutto assente dalla stanza.

Mai, prima di quel giorno, erano entrati nell’ufficio di Marlowe, lui presente, senza affrontare con obbligato coraggio le conseguenze del fumo passivo, diffuso come una nebbia costante nel piccolo spazio.

Nel silenzio teso che seguì la frase bofonchiata dal Trevisan, lui estrasse dal taschino della giacca, con la cautela riservata a un oggetto magico, una specie di cilindretto scuro e plastificato, rastremato a un’estremità, che, a un movimento delle sue dita, brillò di una lucina rossa, più piccola delle stelle del presepe.

Si infilò in bocca quella specie di cannuccia con l’imbarazzo del neofita e, dopo averla delicatamente ciucciata, emise una spessa voluta dalle narici, che sembrò dargli soddisfazione nonostante l’assenza apparente di combustione e quella certa di puzza.

― Vapore. Una specie di innocuo aerosol. Sto smettendo di fumare ― disse poi. ― Questo coso funziona. Per ora. Sembra fumo vero. Ci puoi mettere dentro di tutto: cannella, mentolo, forse mucolitico, perfino nicotina. È formidabile.

I due amici colsero l’occhiata sfuggita al commissario in direzione del pacchetto abbandonato.

Adesso sembrava quella di un innamorato che vede la sua fidanzata ballare con un altro, e tenta di convincersi che è brutta e scema.

Renzo pensò quanto sarebbe stato bello lo scherzo se qualcuno avesse caricato la sigaretta elettronica del commissario a marijuana, e gli venne da sorridere; poi pensò che magari qualcuno ci stava già pensando alle potenzialità offerte da quei piccoli narghilè elettronici e gli si spense l’allegria sul nascere.

― Bene, ― disse Marlowe, la faccia circondata da un’altra nube di vapore, ― veniamo al nostro caso.

― Be’… proprio nostro non direi, visto che Soriano e Castrogiovanni ci hanno buttati fuori subito ― esordì Renzo.

― Cioè?

― Ci hanno strapazzati un po’, commissario. ― aggiunse Marotta.

― Sì. Hanno detto che dovevamo toglierci dai piedi e che potevamo tornare a timbrare passaporti e arrestare tossici agli ordini del vecchio tabaccone… Mi scusi, commissario, ma l’hanno detto loro.

Marotta, colto di sorpresa dalla coda apocrifa della frase, si voltò di scatto verso l’ispettore capo, ma riuscì a recuperare.

― Già. Hanno anche detto che se vogliamo possiamo fare domanda nell’antiterrorismo per toglierci di dosso la puzza di fumo, ricordi?

― Sì, ma penso che l’abbiano fatto per prenderci per il culo.

Il vapore acqueo si era ormai così concentrato intorno alla testa di Marlowe che Renzo si domandò se fosse possibile che ci piovesse. Anche perché tuoni e fulmini gli parevano imminenti.

― Così hanno detto, eh?

I due colleghi non ebbero bisogno di confermare. Elpidio Trevisan percosse inutilmente con l’indice il suo cilindretto vaporizzatore, per scrollarne via la cenere inesistente, poi se lo ricacciò in bocca, masticandone l’estremità.

― Facciamo il punto della situazione, poi vi dirò come comportarvi ― disse, biascicando le parole.

Marotta riferì subito della sua condizione di teste, senza nascondere il motivo che l’aveva portato così presto sul luogo del delitto. Marlowe non obiettò alle spiegazioni incentrate sulle abluzioni della misteriosa compagna notturna del sovrintendente, che l’avevano resa sorda ai colpi esplosi in strada, rassicurando, con ciò, l’uomo sulla propria discrezione.

Da quel momento, l’esposizione degli avvenimenti da parte del grosso poliziotto si fece più lucida e professionale.

Quando ebbero terminato di informarlo sui fatti, il commissario cominciò ad analizzarli…

― Quindi dovrebbe trattarsi degli stessi pistoleri che hanno condotto le altre azioni, il Gruppo Anarché. Nell’ultimo comunicato, se non sbaglio, citavano il sistema bancario, non proprio come fulgido esempio di servizio meritevole verso la società. L’avevano detto che non si sarebbero fermati e che avrebbero alzato il livello dello scontro. Hanno evidentemente mantenuto la promessa. Dobbiamo solo aspettarci la rivendicazione.

― Già ― confermò Renzo. ― Certo che quella è un’ora insolita per uscire di casa, anche per un manager ligio al dovere.

― Che cosa vorresti dire?

― Che se fossi io a condurre le indagini partirei dal modo in cui gli attentatori possono aver saputo che Dirupo sarebbe uscito di casa a quell’ora.

― Lo avranno pedinato ― intervenne Marotta.

― Esatto. Più di una volta, probabilmente. E questo ci potrebbe fornire una deduzione interessante tra due alternative: sono abbastanza organizzati e capaci da non farsi mai notare in un quartiere del genere a un’ora così insolita. Oppure non lo sono e, nel caso, qualcuno potrebbe averli visti.

― Vedrò di sapere quali erano gli orari abituali della vittima e voi, intanto, potreste chiedere un po’ in giro.

Marotta e Renzo si mostrarono increduli.

― Vuol dire che indaghiamo sul caso?

― Con passo felpato. Per ora è un omicidio e basta, e abbiamo un po’ di tempo prima di considerarlo ufficialmente un atto di terrorismo, almeno finché non arriverà il maledetto volantino. Per cui: alzate il culo.

Marlowe cercò di dare più forza alle sue ultime parole schiacciando la microvaporiera nella porzione di scrivania solitamente occupata dal posacenere latitante, poi, resosi conto dell’errore, tentò di barare battendola con artefatta disinvoltura sul ripiano.

Renzo e Marotta uscirono rapidamente dalla stanza, fingendo di non accorgersene.

 

3

 

Giampiero Straserra, per gli amici Gipi, versione appena più moderna dell’obsoleto Giampi che faceva troppo snob, aveva diciassette anni compiuti da poco. Era lungo, più che alto. Fisicamente, nel limbo tra un’adolescenza ossuta e il rigoglio della giovinezza.

Jeans e maglietta oversize, stava seduto sul divano damascato, di fronte a loro, tenendo distrattamente tra le dita il suo iPhone ultimo modello.

Vicino, il padre ingegnere; a lato, sulla poltroncina elegante, la madre, di mestiere bella donna.

Marotta se la sentiva colare che quella famiglia non sarebbe stata la sua passione.

Gli era capitato, ogni tanto, di trattare con professionisti di successo. Avevano spesso una specie di marchio di fabbrica, gli ingegneri in particolare. Forse il fatto che gli studi sostenuti fossero considerati culturalmente d’elite e non adatti a tutti, produceva in loro una sorta di presunzione di sapienza applicabile a qualsiasi materia, che li rendeva sovente arroganti. E questa arroganza era di solito direttamente proporzionale alla posizione sociale raggiunta.

Da quel punto di vista, la famiglia Straserra sembrava molto ben piazzata.

Renzo capì al volo l’occhiata circolare del collega, che terminò incrociando il suo sguardo, le sopracciglia lievemente inarcate.

Per quanto vittime predestinate di una serie di pregiudizi, anche i due poliziotti non riuscivano sempre a evitare di averne qualcuno, a volte inconsapevole, a volte inconfessato.

Renzo, per esempio, sopportava male l’idea che un diciassettenne rientrasse in casa alle cinque e mezza del mattino.

― Tornavo da una festa. Un mio amico mi ha lasciato all’incrocio ― aveva risposto, a precisa domanda, Gipi.

Sua madre era subito intervenuta, mettendo in mostra il prezioso lavoro del suo dentista: ― Sa, una di quelle feste tra ragazzi. Ci andavamo anche noi, alla loro età, ma uscivamo di casa alle nove e rientravamo all’una. Loro invece escono a mezzanotte. Hanno spostato il fuso orario.

“E, nella migliore delle ipotesi, la gradazione alcolica” pensò Renzo, senza dirlo.

― Betta, ai signori non glie ne può fregare di meno della festa di tuo figlio. Sono altre le cose che vogliono sapere ― tagliò corto e brusco l’ing. Straserra, seduto sul bracciolo del divano antico, con le gambe accavallate.

Renzo e Marotta ebbero pensieri analoghi, molto simili alla chiosa: “Come volevasi dimostrare.

― Ecco, ― disse l’ispettore capo Parodi ― a noi, soprattutto, sarebbe utile che fosse Giampiero a parlare, liberamente.

― E quindi, possiamo assistere all’interrogatorio o preferite che ci chiudiamo in cucina per non intralciare le indagini? ― fu la domanda aggressiva di Straserra padre, rivolta con un prevedibile sorriso strafottente.

― Magari, papà. A quel punto potremmo anche buttare la chiave.

L’ingegnere fulminò il figlio con lo sguardo. ― Non fare lo spiritoso.

Non fosse che erano lì per altri motivi, ben più importanti, Renzo pensò che gli sarebbe piaciuto assistere alla conclusione del match.

Per ora, i genitori gli sembravano molto peggio del figlio, che forse era stronzo come il padre, ma almeno aveva la giustificazione della giovane età.

Sorrise.

― Ci mancherebbe altro che vi dessimo ulteriore disturbo, visto che siete stati così gentili d’accoglierci in casa vostra invece di costringerci a convocare Giampiero in commissariato. Il fatto è che, se non riuscissimo a chiarire bene alcuni punti, saremmo costretti comunque a ricorrere alla convocazione con tanto di provvedimento del magistrato… Capite bene che, trattandosi di minore, questa eventualità vi potrebbe creare ulteriori disagi, in qualità di genitori, e sarebbe meglio evitarla ― bluffò Parodi, fissando il maschio adulto negli occhi, senza più sorridere, ben consapevole dell’impossibilità di esaurire in quella chiacchierata informale le esigenze degli inquirenti e l’incomodo della famiglia Straserra.

― Prego ― concesse quest’ultimo, dopo una breve riflessione, facendo un gesto con la mano che voleva essere principesco.

La signora Straserra annuì, con la bocca a turgido culo di gallina.

A Gipi ridevano gli occhi. Era sveglio davvero. Forse perfino un talento sprecato.

― Bene, Giampiero, ― riprese Renzo ― il portone di casa tua si apre su una specie di piccolo controviale, separato dal resto della piazza da una fila di alberi, e il fatto è avvenuto a una cinquantina di metri, ed è durato, come hai detto tu stesso, una manciata di secondi. In più era ancora buio.

― In più lei pensa che fossi bevuto o fatto o tutte e due le cose.

Renzo gli assegnò mentalmente un punto per l’uso del congiuntivo e gliene tolse mezzo per la spavalderia. Quel ragazzino cominciava a piacergli. Decise di trattarlo con serietà.

― Quello che pensiamo è che sei stato piuttosto preciso in una situazione in cui un testimone avrebbe molte giustificazioni per non ricordare con altrettanta lucidità, per un insieme di fattori aggiunti a quelli ambientali che ti ho citato. Dobbiamo capire bene quanto tu sia attendibile se vogliamo che tu ci sia utile. Ti dispiace raccontarci, da capo, quel che è successo, senza tralasciare particolari?

Gipi lo fissò attentamente negli occhi; quello che vide non dovette dispiacergli, perché annuì e mormorò: ― Certo. È logico. ― poi prese un profondo respiro e riprese. ― Io stavo aprendo il portone, davo le spalle alla piazza. C’era molto silenzio a quell’ora, e quindi, quando ho sentito il rumore dell’auto che usciva dal cancello, mi sono voltato. La scena era bene illuminata dal lampione che sta quasi davanti alla casa di quel signore, Dirupo. Ho visto lo scooter fermo come se arrivasse da via Parini e aspettasse che la macchina finisse la manovra di svolta a sinistra, per accodarsi.

― Quindi hai sentito il rumore della macchina, per primo.

― Sì.

― Questo dovrebbe significare che il veicolo a due ruote si è messo in moto dopo. Probabilmente l’assassino era fermo in un punto da cui poteva sorvegliare il cancello delle vittime ― ragionò Renzo, rivolto a Marotta. Poi tornò al ragazzo. ― Potresti identificare il tipo di scooter?

Gipi esitò solo un momento. ― Era un modello a ruota alta, mi pare grigio metallizzato; poteva essere un SH o un People, ma anche un altro. Si assomigliano un po’ tutti.

L’ispettore prese mentalmente nota.

― Ruota alta. D’accordo. Vai avanti.

― Poi quello ha tirato fuori la pistola. Che fosse una pistola me ne sono accorto quando ho sentito i primi colpi.

― Aspetta ― interloquì nuovamente Parodi. ― Ha cominciato a sparare dalla parte del guidatore o del passeggero?

― Passeggero. Poi ho sentito gridare.

― Chi gridava? Lo sparatore? ― intervenne Marotta.

― No… non mi pare. Doveva essere quello dentro alla macchina che chiamava qualcuno…

― Biancaluisa? Sua moglie?

― Può essere… poi ha gridato: “Aiutatemi!” Credo, ma non sono sicuro, perché a quel punto il motore è salito di giri e ha tentato di scappare. Lo scooter è rimasto mezzo coperto dalla macchina, che ha fatto un salto in avanti, mentre i colpi continuavano, poi quello ha colpito il parabrezza che è sbiancato e la macchina si è fermata.

― Tu, allora che cosa hai fatto? ― chiese Renzo.

― Ho cercato di nascondermi al riparo di un albero. ― Gipi abbassò lo sguardo. ― Ho avuto paura. Ho visto lo scooter sbucare fuori dietro l’auto e fiondarsi in via Oderico. Poi è arrivato il suo collega, si sono affacciate altre persone dalle finestre. Il resto lo sapete.

― Hai avuto l’impressione che ci fosse qualcun altro, in piazza, che l’uomo sullo scooter avesse dei complici?

Il ragazzo ci pensò solo un attimo. ― No. Mi è sembrato da solo.

― Grazie, Gipi. Ci sei stato utilissimo. Sei stato bravo a non perdere la testa; ognuno di noi, senza una pistola in pugno, e forse anche con quella, avrebbe faticato per riuscire a comportarsi come te. Non c’era altro che tu potessi fare per quei po-veretti, tranne mantenerti attento e in vita per aiutarci a prendere il loro assassino.

I due poliziotti si alzarono. ― Signori Straserra, vostro figlio è in gamba. ― Se fosse stato sincero fino in fondo, Renzo avrebbe aggiunto: “nonostante voi.”Speriamo di non dovervi più importunare, a meno che il magistrato non voglia sentirlo personalmente.

L’ingegnere si alzò in piedi a sua volta e strinse loro la mano, e Betta Straserra, dopo essersi ravviata l’impeccabile acconciatura che non ne aveva bisogno, accompagnò, insieme al figlio, i due colleghi alla porta.

Quando il quartetto fu schierato nella prestigiosa sala d’ingresso di casa Straserra: ― Bel telefono ― disse Renzo al ra-gazzo, che lo stringeva ancora in pugno. ― È nuovo?

Gipi infilò rapidamente l’apparecchio in tasca e lanciò un’occhiata furtiva a sua madre prima di rispondere.

― No… no è il modello dell’anno scorso…

― Ne avrà uno nuovo solo se saprà meritarselo. I ragazzi, oggi, hanno spesso vita troppo facile, ma noi siamo un po’ diversi. ― sentenziò, con profonda saggezza, sua madre, attenta a non adoperare un cipiglio eccessivo che favorisse il formarsi di rughe d’espressione.

Renzo avrebbe voluto dirle che era colpito da tutta quella severità, perfino eccessiva, dato che, per avere imposto alla prole una contropartita di merito, in cambio dell’acquisto di un telefono da seicento euro all’anno, alcuni genitori avevano rischiato una denuncia per maltrattamenti; ma decise di soprassedere, per non rischiare di essere preso sul serio. Si rivolse ancora al ragazzo.

― Allora ciao, Gipi. A proposito, come è stata la festa?

― Una ciofeca.

― Be’, se è vero, vista l’ora a cui sei rientrato, ci hai messo un po’ ad accorgertene. ― Le orecchie di Gipi si arrossarono un poco. ― In ogni caso, mettiamola così: festa o ciofeca che fosse, forse permetterà anche a noi di festeggiare qualcosa, grazie a te.

 

― Apprezzo molto il tuo tentativo di rincuorare la gioventù in boccio, anche perché, con due genitori così, anche Attila mi farebbe pena, ma non è che Gipi ci abbia detto molto ― esordì Marotta, appena i due poliziotti furono in strada.

― Il solito superficiale. Che cosa pretendevi, nome cognome e indirizzo dell’assassino? Invece qualcosa è venuto fuori.

― E sarebbe?

― La via di fuga, per esempio. Via Oderico, via Zara, poi c’è un primo incrocio con via Rosselli, se vuoi svoltare; se continui dritto, invece, arrivi in corso Italia. Magari qualcun altro l’ha visto passare. A quell’ora non c’è molto traffico in giro.

― Fermo, fermo. Il ragazzo ha parlato solo di via Oderico, da lì potrebbe aver proseguito fino all’incrocio successivo con via San Nazaro.

― Credo di no. Via San Nazaro è stretta, una specie di caroggio elegante. È vero che, svoltando a destra all’intersezione, percorsi pochi metri, arrivi in via Albaro che ti porta dovunque, ma quei metri avrebbe dovuto percorrerli in senso vietato. Un rischio troppo alto anche a quell’ora, di essere notato, o di andare a sbattere, non ti pare? Invece, prendendo a sinistra, ti vai a infilare in una serie di raffinati budelli silenziosi dove magari la vecchietta insonne di turno sente il rumore dello scooter a un’ora insolita e telefona al centotredici. No. Io ci scommetterei che se ne è andato svoltando prima e scendendo per via Zara.

― Be’, messa così, devo ammettere che ha una sua logica ― bofonchiò Marotta. ― Che altro ti suggerisce il tuo protetto?

― Che l’attentatore era solitario, mentre nella gambizzazione del dirigente Internucleo erano almeno in due, così come in quella dell’assessore Belfiore.

― A Milano, però, hanno inseguito un terrorista solo.

― Già, ma l’episodio, lì, è confuso. La pattuglia è andata dietro a un tizio che aveva la pistola, ma l’attentatore è sparito così rapidamente che potrebbero averlo aiutato dei complici rimasti defilati.

― Quindi tu pensi che in questo attentato ci siano altre differenze rispetto agli altri, oltre al fatto che le vittime sono morte?

― Non lo so. Certo, solo il fatto di aver commesso un duplice omicidio non è differenza da poco, ma questo non significa che Anarché non sia responsabile delle due uccisioni, oltre che degli attentati precedenti.

Marotta sbuffò, come faceva spesso, mal sopportando le complicazioni. Renzo non perse l’occasione di stuzzicarlo.

T’æ finìo de sciûsciâ comme ûn pertûzo in te ‘n ballon?

― Ti dispiace parlare un linguaggio comprensibile?

― E belìn! Sei qui da cent’anni. Possibile che tu sia sempre il più africano dei due?

― Sì, perché, anche con la faccia nera, tu resti un genovese stronzo, mentre io ho passato l’infanzia nelle assolate contrade del sud.

― Ti immagino: un bambinone abbronzato che frigna seduto sui fichi d’india. Ho chiesto se hai finito di sfiatare come un buco in un pallone. E ti è andata già bene che ho parlato di pallone.

Marotta fece un gesto di resa.

― Lasciamo stare. Vuoi saperlo perché sbuffo? Perché, per affrontare la questione seriamente, dovremmo avere i fascicoli degli attentati precedenti.

― Quella è roba delicata, ma forse Marlowe qualcosa riesce a ottenere. Nel frattempo noi dobbiamo concentrarci sui dettagli di questo caso. Presto e bene.

Marotta sbuffò di nuovo.

― Vuoi che ti dica a quale pertûzo assomigli, stavolta?

― Non ce n’è bisogno, leggo nella tua mente bacata come in un libro aperto e pieno di errori.

Renzo tornò serio.

― Facciamo due passi verso corso Italia, così, per schiarirci le idee ― disse, prima di cambiare repentinamente discorso. ― Hai visto che bel telefono che aveva Gipi?

Marotta lo guardò sbigottito.

― Da quando in qua ti interessi ai cellulari dei bambini?

― Da quando un testimone mente, spacciando per un modello dell’anno scorso, un iPhone 5 nuovo di pacca.

― E tu com’è che sei un intenditore? E che cosa te ne frega del modello di stracciaballe elettronico che usa Gipi?

Stavolta fu Renzo a sbuffare. ― Arianna ne ha appena comprato uno uguale, con quelle offerte che fanno agli utenti compulsivi, e l’è trei giorni che a me fa ‘na testa coscì.

Marotta analizzò per qualche istante l’informazione e optò per l’ironia.

― Bah, non capisco l’importanza del particolare. Capirei se ti avesse detto che indossa mutande di Cavalli e invece fossero di Dolce & Gabbana, quello sì, sarebbe un indizio, ma così… Forse il ragazzo ha trafficato con qualche amico, ha venduto il vecchio modello e ha comprato il nuovo con i soldi della paghetta, di sicuro cospicua; magari l’ha acquistato anche lui a rate, e non vuole che mamma e papà lo sappiano. Magari l’operazione l’ha fatta solo da qualche giorno e nessuno se n’è ancora accorto.

― Sì. Sembra la spiegazione più probabile. Però, ad accettarla, rimane il dubbio circa il mancato utilizzo, nell’occasione, di uno strumento così sofisticato.

Mente i due percorrevano in discesa via Zara, diretti verso il mare grigio, Marotta si fece più attento.

Renzo continuò: ― Gipi è sveglio. Ha mantenuto sufficiente freddezza per descriverci la scena. Ha un cellulare evoluto e, come tutti i ragazzi della sua età, è abituato a usarlo non solo come un telefono. È ragionevole ipotizzare che abbia colto qualche immagine degli omicidi. E invece sembrerebbe di no. Il punto è: quello che aveva in mano oggi è il suo cellulare vecchio di un anno? Niente affatto. Noi abbiamo visto un esemplare dell’ultimo modello, che sembra appena uscito dal negozio. Se l’avesse avuto anche questa mattina, è ragionevole pensare che avrebbe esplorato ampiamente le facoltà del suo pollice opponibile, ma, nel caso, perché non ce ne ha parlato?

― Quindi, o non aveva cellulari con sé, o, se l’aveva, non ha registrato nulla.

― C’è un’altra ipotesi che mi frulla per la testa e metterebbe le cose a posto. Prova a pensarci: il telefono di oggi non è solo nuovo, è pulito, e non è quello di stamattina, che potrebbe contenere foto o forse perfino il filmato dell’attentato. Il punto quindi diventa: se oggi Gipi ha un cellulare nuovo, diverso da quello di stamattina, chi ha in mano, adesso, il vecchio iPhone?

Marotta si arrestò bruscamente, dandosi una gran manata sulla fronte.

― Minchia! Le emorroidi! Si sono fatti dare il vecchio cellulare e gli hanno fatto promettere di tacere con tutti in cambio del cellulare nuovo!

― Lo vedi? Hai un cervello terrone che funziona come un orologio svizzero.

― Se hai ragione, dobbiamo spremere un po’ di più il ragazzino, anzi, mi domando perché tu non l’abbia fatto.

― Se ho ragione, il prezzo della conferma ottenuta come suggerisci, sarebbe una guerra dichiarata tra noi e l’antiterrorismo e non mi sembra il caso di farla scoppiare proprio in casa Straserra. Dobbiamo volare bassi, Marotto, volo radente per non essere intercettati dai radar.

La delusione dipinse sul volto del sovrintendente un’espressione di sofferenza che poteva sembrare davvero quella di un malato, come suggeriva il soprannome marotto, affibbiatogli per assonanza col suo cognome e in buffo contrasto con il suo fisico imponente.

La repentina evidenza del disappunto marottiano fu addirittura comica e suscitò in Renzo un moto di ilarità. ― Belìn, sembri un bambino che ha appena visto scciappâse pe tæra la fetta imburrata dalla parte della marmellata. Tranquillo, Marotto, che quel film lì, se c’è, lo voglio vedere anch’io. Solo che non mi va di pagare il biglietto.

Scesero per la strada diritta e arrivarono al primo incrocio, regolato da un semaforo. Marotta obiettò che quello poteva essere un punto di svolta e Renzo ne convenne, poi vide quello che cercava e indicò, in alto, un palo di sostegno dell’illuminazione pubblica, dove erano posizionate telecamere di sorveglianza del traffico.

― Se siamo fortunati, ce lo diranno loro dove ha svoltato. Arriviamo in fondo, Marotto, magari su corso Italia ce ne sono altre.

Pochi minuti dopo, i due poliziotti raggiunsero il secondo incrocio, quello finale con corso Italia, la via ampia che corre lungo il mare imprigionato dagli stabilimenti balneari, su cui si affacciano abitazioni eleganti.

La pioggia non cadeva da un pezzo sull’asfalto ancora bagnato, ma rimaneva nell’aria, mischiata all’odore dell’umidità salina a cui contribuivano le piccole onde color ardesia che correvano a infrangersi sulle spiagge cintate, pochi metri più in basso.

Renzo si fermò e chiuse fino al collo la cerniera del giubbotto.

― Eccola lì!

Quello di Marotta fu quasi un urrà. La telecamera c’era, fissata all’angolo di un palazzo signorile dava l’idea di inquadrare perfettamente la confluenza delle due strade.

Autore

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Giovanni Barlocco

Giovanni Barlocco è nato a Genova il 13 febbraio 1955. Liceo Classico e una carriera agonistica nella pallanuoto sono la sua giovinezza. Esordisce come attore nella compagnia del Teatro della Tosse. Del teatro diviene poi autore e regista: Naufraghi, Affari De Famigge sono alcune delle sue opere in dialetto genovese; Angelo Mio, Bomba, Giallazzando, Zavist e Cavallo Pazzo, una leggenda vera  alcune di quelle in italiano. Esordisce nella narrativa col romanzo I delitti di Borgoglio (Liberodiscrivere 2008), seguono poi Di solito i pesci non muoiono annegati (Liberodiscrivere 2009), Illegittimo sospetto (Liberodiscrivere 2010), L’innocenza è la virtù dei morti (Liberodiscrivere 2012). L’opportunista (WLM 2015) è il suo quinto romanzo noir. Sempre nel 2015 è fra i vincitori del concorso letterario Ag Noir di Andora con i racconti Bambi e Un colpo facile.

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1 recensione per L’OPPORTUNISTA

  1. wlmedizioni

    Recensione del giornalista Gianlorenzo Barollo del romanzo L’OPPORTUNISTA di Giovanni Barlocco su L’Eco di Bergamo.it del 05/09/2015

    […] Dal punto di vista narrativo l’indagine parte con l’omicidio di un direttore di banca e della moglie che si collega ad altri attentati siglati da un gruppo eversivo, che pare rubare il nome ad un profumo da stilista di grido: Anarchè. In realtà più che la pista del mistero, ad intrigare sono le vicissitudini della strana coppia dei poliziotti indagatori: l’ispettore Renzo Parodi, il nero brillante e sensibile (mi veniva in mente Sidney Poiters nell’ispettore Tibbs), e l’agente Salvatore Marotta, terrone progressista e curiosamente senza famiglia a carico. Come si vede un abbinamento atipico, ma specchio di un Italia che cambia, dove le eccezioni iniziano a moltiplicarsi come le istantanee di un Paese in fase di transizione. […] Quella di Barlocco è una scrittura solida, piacevole e ben equilibrata, abituata ad illustrare le scene e a misurare le parole. Nei dialoghi forse appare un po’ troppo «scritta», forse più adatta ad una rappresentazione teatrale, ma è lo stesso autore a rendersene conto e ripara costruendo dei modi espressivi che servono ad approfondire il carattere del personaggio. […]

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