L’OMICIDIO BAUER

Prezzo di listino 13,51 incl. IVA

Un romanzo poliziesco dalla trama appetibile già alle prime righe. Quando si pensa di avere ormai compreso perfettamente la situazione nuovi colpi di scena irrompono a complicare ulteriormente la storia.

 

EAN: 9788897382248 COD: 177 Categoria: Tag: , ,

Descrizione

Romanzo poliziesco.

«Sembrava calmo, tranquillo. Ma nei suoi occhi bruciava l’inferno.»

Bauer è un fotografo di 94 anni che, durante la seconda guerra mondiale, ha seguito l’avanzata delle truppe tedesche in Unione Sovietica. Di quella tragedia conserva un archivio, che adesso vuole rendere pubblico. La scomparsa di Raisa, una badante ucraina unita a Bauer da una relazione non bene definita, è un caso affidato all’ispettore Ferrari della Squadra Mobile della Questura di Bologna. Viene rinvenuto il corpo di un uomo. A sovrintendere alle indagini, quale PM, un’affascinante giovane donna. Il mistero s’infittisce quando nel quadro delle indagini appaiono elementi di servizi segreti stranieri. Ferrari attraverserà l’Italia per recarsi in Sicilia dove il supporto del RIS dei Carabinieri lo aiuterà a districare la matassa attorno a morti assurde. In questo giallo-poliziesco dai tratti noir, Daniele Torquati ci immerge in una lettura dalla quale è difficile staccare gli occhi. Una giuria di qualità e una giuria popolare lo hanno voluto vincitore al Premio Giallo Indipendente 2017, sezione inediti.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,90

In copertina

La ricerca della soluzione, opera fotografica di Daniele Torquati, collezione privata.

Pagine

172

Lingua

Italiano

Genere letterario

giallo, noir, poliziesco

Ambientazione

Bologna, Granarolo, Kiev, Nordhausen, Messina, Palermo, Pisa, Grosseto

Anteprima

1

 

La sua Luger Parabellum non sparava a un uomo dal 1945. Una delle poche volte in cui Bauer aveva premuto il grilletto. La guerra gli aveva dato più di un’occasione, nonostante che la sua arma preferita fosse una Tenax, la macchina fotografica con cui aveva tentato di testimoniare il delirio e la decadenza del terzo Reich.

Aveva rispolverato la pistola pochi anni prima, smontandola e rimontandola con abilità. Le troppe, violente, aggressioni agli anziani, lo avevano terrorizzato.

L’aveva testata illecitamente, sparando pochi colpi tra vallate isolate dell’Appennino bolognese. Quelle vecchie munizioni erano ancora perfette. Avrebbe voluto avere la stessa tempra, ma i suoi 94 anni lo stavano mettendo all’angolo.

 

La telefonata di Sonia, giunse al centralino della questura alle otto del mattino. L’agente in servizio raccolse la preoccupazione della donna ucraina, che non poteva muoversi a causa di un piede rotto. Da due giorni non aveva contatti con l’amica Raisa, con cui condivideva l’appartamento e il lavoro di badante. Voleva denunciarne la scomparsa, perché era convinta che le fosse accaduto qualcosa.

Il commissario Colonna passò l’incarico all’ispettore Luca Ferrari e al sovrintendente Esposito, fresco arrivo.

A Ferrari non interessavano i casi di persone scomparse.

A dire la verità non apprezzava più il proprio lavoro. Sperava di passare nell’anonimato i troppi anni che mancavano alla pensione. Un’infinità. Forse, la passione era finita con l’arrivo di un proiettile sparato da un pregiudicato, che l’aveva costretto a letto per un anno intero. Considerato un tempo poliziotto modello, non era più l’eroe stimato dai colleghi e venerato dai giornalisti di cronaca nera. Non che a Ferrari dispiacesse. Non amava le elucubrazioni giornalistiche, che troppo spesso profilavano strani e complicati intrecci. La realtà era quasi sempre molto più banale. I suoi 45 anni pesavano infinitamente sulla sua psiche. Da giovane avrebbe voluto vedere il mondo, ma non aveva mai avuto abbastanza soldi per allontanarsi troppo. Avrebbe voluto una storia d’amore romantica. Ne aveva avuta una breve, importante e le altre burrascose. L’ultima, finita in un divorzio, dopo un matrimonio splendido solo nei primi mesi. No, Luca Ferrari non amava la propria vita e neppure i casi che gli venivano affidati.

Il cappotto scuro, che portava incessantemente nei mesi invernali, rappresentava adeguatamente il suo umore. In verità si trattava di una condizione psicologica a cui l’aveva condotto la vita e della quale avrebbe fatto volentieri a meno. Non che fosse particolarmente bello e appariscente, ma in genere a quelli come lui, alti almeno un metro e settanta e con i capelli corvini, che adesso iniziavano a mostrare sfumature grigie, la vita riservava meno sfortuna. Ma soffermandosi a riflettere su questo, scuoteva la testa, scoprendosi caduto nella trappola degli stereotipi. Allo stesso tempo, era convinto che non fosse vera la convinzione, diffusa, che ognuno determini le condizioni della propria esistenza. Proprio come riteneva inesistenti fortuna e sfortuna, così pensava che fosse stupido pensare alla propria vita come guidata da un destino. Si trattava piuttosto di fare delle scelte, che nei condizionamenti della nostra società, portavano a strade diverse e potenzialmente negative.

 

Nonostante la sua presenza a Bologna, da poco tempo il sovrintendente Esposito aveva il compito di condurre l’auto di servizio. Inevitabilmente, si trovava a percorrere quelle strade come i turisti senza mappa, con l’aria smarrita di chi non ha idea di dove andare. Aveva un gps personale, ma lo usava raramente, per non irritare il superiore.

Gli occhi, leggermente prominenti, non rappresentavano un suo eventuale sbigottimento, ma erano solo un difetto naturale del bulbo oculare, che aveva deciso di starsene in posizione sporgente. L’oculista aveva escluso la gravità del problema, suggerendo l’uso di un collirio e visite annuali. La prossima era prevista tra sei mesi, quando avrebbe compiuto 27 anni.

Da quando era stato assegnato all’ufficio del commissario Colonna e affiancato all’ispettore Ferrari, la sua divisa era rimasta nell’armadio di casa, sostituita da abiti casual, più consoni al servizio da svolgere, con disappunto della madre, tanto fiera del figlio in polizia.

Per l’ennesima volta, l’ispettore Ferrari, seduto al posto passeggero a fianco di Esposito, guardò stancamente i palazzi che sfilavano fuori dal finestrino dell’auto.

Destinazione, via Zanardi, nella zona di città a nord-ovest, a ridosso dei viali che chiudono la parte più antica di Bologna.

Si trattava di un condominio ben tenuto, non di lusso, con appartamenti di proprietà e molti affittuari stranieri, che si potevano permettere una quota mensile solo se in partecipazione con altri.

L’alloggio, di dimensioni ridotte, ma luminoso, al terzo piano, si presentava dignitoso, organizzato, pulito, senza eccessi.

Sonia, l’amica della badante scomparsa, si presentò in una comoda tuta da ginnastica, aiutata nei movimenti da una stampella a cui era costretta per l’ingessatura al piede.

Fece subito il nome di un fotografo tedesco in pensione, Frerich Bauer. Pronunciato il nome, scosse i capelli scuri, lunghi fino alle spalle, con un breve sorriso di simpatia, che esplose dalle sue guance in carne.

― Mi parli ancora di questo Bauer.

― Raisa fa delle grandi risate insieme a lui. Frerich inventa sempre delle storie buffe.

― Quindi aveva un rapporto amichevole con questo Bauer? Solo amicizia? ― incalzò Ferrari.

― La conosco bene. Direi che con un tipo così, se fosse stato più giovane, avrebbe iniziato una storia.

― Invece? Niente? Solo un rapporto platonico?

― L’ho appena detto, erano amici. Lei ha 58 anni, lui 94.

― E come si sono conosciuti?

― Raisa l’ha assistito per alcuni mesi dopo che aveva avuto un incidente.

― Che incidente? ― chiese Ferrari sospettoso.

― Si ruppe il femore e quando tornò a casa chiese di essere assistito da qualcuno, perché vive da solo e non ha parenti. Riuscì a guarire, alla sua età. Incredibile!

― E come l’ha contattata?

― Sia io che Raisa lavoriamo per un’associazione.

― Capisco.

― Non credo che siano scappati insieme. Non avrebbe senso. Raisa aveva degli impegni di lavoro…

― Però lei crede che questo Frerich Bauer abbia a che fare con la scomparsa di Raisa, o sbaglio?

― Dovevano incontrarsi a casa di Bauer. Ho provato a telefonargli, ma squilla a vuoto.

― Ha il suo indirizzo?

― Sì, ci sono andata ieri pomeriggio. Ho suonato, ma non ha risposto nessuno.

― È andata a casa di Bauer? Con un piede rotto?

― Sono caduta mentre rientravo.

Ferrari notò un livido dietro l’orecchio, che non aveva molto di contusione da caduta. Non volle approfondire.

― Scriva l’indirizzo di Bauer ― ordinò Ferrari.

― Certo, subito ― disse Sonia prendendo una penna dal comodino del letto, che aveva accanto alla sedia su cui era seduta.

Scrisse sulla propria agenda e strappò la pagina passandola all’ispettore.

― Il cellulare. Ha dimenticato di scrivere il numero di cellulare di Bauer.

― Che sappia, non ne ha.

― E ha detto che non ha notizie di Raisa da…

― Dal 7 marzo. Sono due giorni. Gli abiti sono qui. Anche i soldi. Tutto.

― Ha molti soldi?

― Qui?

― In casa, sì ― incalzò Ferrari.

― Non lo so.

― Me li faccia vedere.

― Che maniere! ― esclamò Sonia offesa per l’arroganza dell’ispettore.

Si alzò con difficoltà, spostandosi di un metro verso l’armadio.

― Posso aiutare? ― chiese Esposito allungando una mano.

― Lascia fare ― lo interruppe Ferrari.

Sonia guardò entrambi, gettando un fulmine d’odio verso l’ispettore e un sorriso al sovrintendente. Poi aprì un cassetto e vi tirò fuori una busta.

― Me la dia.

Sonia passò la busta a Ferrari. Il sovrintendente Esposito, che fino a quel momento era rimasto in disparte, in silenzio, si allungò incuriosito.

Ferrari lo guardò innervosito, fermando l’apertura della busta. Esposito capì e fece un passo indietro.

Sonia guardò entrambi. Per un attimo temette di non avere di fronte due poliziotti, ma due ladri che stavano approfittando delle sue buone intenzioni.

Ferrari contò le numerose banconote.

― Sono quattromila trecento. Sono molti.

Richiuse e passò di nuovo la busta a Sonia, che intimorita, la ripose nello stesso nascondiglio. Richiuse veloce, quasi come a voler proteggere il tesoro dai due, che ormai percepiva come intrusi.

― Ho bisogno di una foto di Raisa.

― Certo.

Sonia tornò a sedere, aprì il comodino e prese un album fotografico. Sfogliò alcune pagine, poi estrasse una foto che le ritraeva insieme.

Ferrari la guardò senza interesse.

― Ha un paio di forbici?

― Perché?

― Perché ho bisogno della foto di Raisa, non della sua.

Sonia ne prese un paio dallo stesso cassetto.

― Prenda queste, tagliano bene.

― Grazie per l’informazione ― rispose Ferrari, ritagliando la parte in cui era ben visibile il viso di Raisa, che appariva felice nei suoi capelli mossi castano scuro, il viso dolce caratterizzato da lineamenti fini, occhi neri e una figura meno in carne di quella che ti aspetti possa avere una donna dell’est che fa un lavoro pesante.

― Di quando è questa foto? ― chiese Ferrari.

― Dello scorso mese. Eravamo…

― Bene ― la interruppe l’ispettore, che lasciò cadere a terra il resto della fotografia ritagliata.

Sonia raccolse la propria foto e la ripose nell’album.

― Il sovrintendente Esposito… ― disse Ferrari ― …si occuperà di redigere il verbale di denuncia della scomparsa di Raisa. Qual è il cognome?

― Symonenko.

― Esposito, tu fa quello che devi. Io scendo, mi trovi al bar. Ho bisogno di un caffè.

― Lo preparo io ― propose Sonia.

Ferrari non ringraziò e non rispose, infilando la porta della camera e uscendo dall’appartamento senza salutare.

 

Il bar aveva la vetrina principale su via Zanardi. Ferrari si era piazzato a ridosso della vetrina, seduto a un tavolino alto, in parte riparato da una pianta di gelsomino che qualcuno aveva disposto strategicamente tra lo spazio riservato ai tavolini e la zona della cassa. Sul tavolo aveva disposto un caffè e un piattino con una brioche, che aveva già consumato per metà. Avrebbe preferito fare colazione in compagnia, ma dopo il divorzio e l’incidente in servizio, aveva iniziato ad allontanare sistematicamente gli amici e i conoscenti. Niente più uscite il sabato sera, niente più cene, tanto che ormai, nessuno lo chiamava più. In verità desiderava risollevarsi da quella condizione psicologica, che era consapevole fosse senza speranza. Ogni giorno, negli eventi e nelle persone che incontrava, ricercava continuamente lo stimolo giusto per ricominciare. Al momento, era come se quella scintilla cercasse di accendersi in un bicchiere d’acqua.

Guardò fuori, verso la strada, e notò un’auto che conosceva. Una vecchia berlina che alcune volte aveva usato per gli appostamenti: un’auto della Questura.

Sorrise. Riconobbe subito Iacobelli, incorniciato dal riporto dei capelli, sempre perfettamente in posizione. Ferrari si chiedeva quale fosse il segreto di quei capelli sempre in ordine, anche quando c’era vento. Probabilmente, tra quattro anni sarebbe andato in pensione senza avere rivelato il trucco ai colleghi.

Iacobelli se ne stava immobile al posto di guida puntando un giovane tra i venti e i trent’anni, appoggiato a un palo, in una posizione seminascosta da una siepe. Improvvisamente il ragazzo si mosse, si avvicinò a un altro che stava camminando in senso opposto. Si incrociarono quasi sotto al naso di Ferrari, si scambiarono una stretta di mano, un saluto veloce e proseguirono ognuno per la propria strada.

Iacobelli aveva ripreso l’incontro con una macchina fotografica. Insomma, c’era stato uno scambio. Droga per soldi. Un classico. Il ragazzo era uno spacciatore. Gli stavano addosso, ma non lo sapeva.

Iacobelli non partì, ma lasciò il pedinamento a un collega, che si sostituì proseguendo l’indagine a piedi. Stavano esaminando modalità e funzionamento del sistema.

L’ispettore finì la brioche e iniziò a sorseggiare il caffè.

Esposito arrivò in strada, segno che aveva già compilato il verbale. Guardò intorno, fissando il bar.

Ferrari finì velocemente e uscì.

Esposito si aspettava il ritorno in questura e un immediato distacco dall’indagine di Ferrari. Ma le cose andarono diversamente. Appena entrati in auto, l’ispettore allungò il foglio scritto da Sonia con l’indirizzo di Bauer.

― Vai qui.

Esposito lo guardò, sorridendo. Accese il gps.

― Spegni quell’arnese.

― Ispettore, io non conosco Bologna.

― Io sì, va’ a sinistra. E per domani devi avere imparato tutti i nomi delle strade della città.

Esposito non rispose all’ordine surreale e partì verso via delle Fonti, a nord, oltre la tangenziale, in direzione Villa Salina e Castel Maggiore.

Raggiunsero la casa di Bauer in una ventina di minuti. Trovarono una coda proprio sulla via delle Fonti, che si era formata a causa della pulizia straordinaria della fognatura municipale.

― Parcheggia qui ― ordinò Ferrari.

La casa che corrispondeva all’indirizzo fornito da Sonia, era una villetta singola, composta da un piano terra e un primo piano, circondata da un terreno in parte coltivato a orto e in parte a giardino. Il cancello pedonale posto di fronte all’ingresso principale era chiuso. Quello grande era spalancato.

Esposito provò a suonare almeno tre volte. Nessuno venne ad aprire. Le imposte erano aperte e sembrava quindi che qualcuno fosse in casa. Ferrari non aspettò, ed entrò nel giardino passando dal cancello aperto.

Esposito avrebbe voluto fermare il superiore, ma sapeva che le sue parole non avrebbero avuto alcun effetto. Rimase al cancello. Ferrari lo guardò da lontano sorridendo. Si avvicinò alla finestra più vicina, che aveva le imposte di legno aperte. Non si poteva guardare all’interno, sia a causa della troppa luce esterna riflessa dai vetri sia per le tende accostate, e non vide movimenti nel controluce delle finestre, di quella che sembrava la sala.

Si allontanò, tornando verso il vialino da cui era arrivato.

In fondo alla strada sterrata che costeggiava la casa, vide che la saracinesca del garage era aperta per metà. Nessuno dietro casa e nessuno nel garage, che appariva ingombro di vecchi mobili. Fuori, sull’erba, nessun segno di ruote, mentre ne vide tornando verso la strada. Segni di un’auto, che non parcheggiava frequentemente in quel posto.

Di lato, gettato a terra senza una logica apparente, un piccone, che aveva lasciato un segno lungo almeno venti centimetri nella terra bagnata, a indicare un lancio fatto dalla zona del cancello verso la terra del giardino.

― Qui era parcheggiata un’auto ― disse Ferrari tornando da Esposito.

― Cercherò di capire se ne ha una.

― Non credo, ma vedi che cosa trovi.

― Che facciamo ispettore?

― Per adesso torniamo in questura, ma prima voglio fare un paio di domande alla signora.

Esposito vide una signora anziana che li stava spiando, nascosta da una siepe del giardino accanto.

La raggiunsero tornando verso l’auto. La signora, imbarazzata per essersi fatta scoprire, prese una scopa e iniziò a spazzare il vialino di casa.

― Buon giorno ― disse Ferrari.

― Non compro niente.

― Non vendo niente. Conosce il signor Bauer?

― No, io non conosco nessuno e non firmo niente.

Ferrari prese il tesserino e lo mostrò alla signora incuriosita.

― Che cos’è? Acqua? Gas? Che volete?

― Questura, polizia, sbirri. Conosce?

― E che vendete?

― Niente signora. Stiamo cercando Bauer.

― Io non ho visto niente.

― Da quanto non lo vede?

― Da un paio di giorni.

― Lo conosce bene?

― No, io non conosco nessuno. Nemmeno il tipo che guidava la macchina.

― Quale macchina?

― Bauer cura le rose e non vuole che qualcuno entri nel giardino. Voi perché siete entrati?

― Mi parli dell’auto che ha visto. Chi la guidava?

― Non lo so. Era lontano, era buio. E io avevo fame.

Esposito li guardò meravigliato per quella strana sintonia. Non capiva come Ferrari potesse sostenere quel dialogo. Era incuriosito come non mai.

― Quanti erano? ― continuò l’ispettore.

― Uno.

― Un uomo?

― E che ne so. Oggi si confondono tutti. Un uomo. Era un uomo.

― Lo conosceva?

― Non lo so. Era lontano, era buio, era freddo. E io avevo fretta di fare pipì.

― Quindi non lo aveva mai visto?

― No.

― Lo saprebbe riconoscere?

― No.

― E Bauer ha un’auto?

― No, va a piedi o con con l’autobus. È vecchio.

― Ha la patente?

― Io?

― Bauer.

― No. E poi non è mai uscito di notte.

― Notte? A che ora ha visto Bauer?

― Non era Bauer. Un tipo tutto nero.

― Era di colore?

― Ma quale colore? Era nero perché era notte. Io avevo fame, ma non c’era traffico, perché alle quattro di notte non passa nessuno.

― Quindi, mi sta dicendo che un uomo che non conosce è venuto da Bauer con un’auto alle quattro di notte.

― Vuole che confermi? Perché io non confermo, ma affermo. L’auto era già nel vialino all’ora di cena.

― Quindi, forse era qualcuno a cena da Bauer?

― E che ne so? Però all’ora di cena era già notte e da Bauer era tutto spento.

― Di quante sere fa stiamo parlando? Ieri?

― No, ieri notte era tutto aperto, ma tutto spento.

― La casa di Bauer aveva le imposte aperte, ma era tutto buio. Sta dicendo questo?

― Senta ragazzo, o le cose le prende alla prima, o ci salutiamo, perché ho fame e devo spazzare.

― Due notti fa?

― Sì, sì. Due notti fa.

― Saprebbe riconoscere l’auto?

― Aveva quattro ruote e un motore, perché faceva rumore. Ma non mi chieda il colore. Mi sono svegliata per andare in bagno e dalla finestra ho visto quel tipo buttare qualcosa sul prato, poi è salito e se ne è andato.

― L’auto era nel vialino?

― Sì, sì. Una pala o un piccone.

― E come fa a dire che non fosse Bauer?

― Troppo veloce.

― Invece, la badante? L’ha mai vista?

― Raisa? Brava, buona, simpatica. Però Bauer era guarito. Una sera li ho invitati a cena.

― Una sera, quando?

― Mesi fa.

― E che successe quella sera?

― Mangiammo. Conosce, cenare? Mangiare? Quello.

― Certo. Bauer e Raisa avevano una relazione?

― Erano amici.

― Sicura?

― No.

― L’ha vista in questi giorni?

― Raisa?

― Esatto Raisa ― replicò Ferrari paziente.

― Sì, due giorni fa.

― Il giorno prima della notte in cui ha visto l’auto?

― Lei parla strano signor sbirro. Il giorno viene prima e dopo la notte.

― Certo.

― Ma sì, era mattina ― confermò confusa la signora. ― No, forse pomeriggio, perché mi ero preparata una fetta di pane con acciughe. E la mangio solo alle sei.

― Quindi, il pomeriggio. E poi?

E poi che? Non posso vedere tutto. Arrivederci ― rispose allontanandosi.

 

2

 

L’ispettore Ferrari si era appena accostato alla finestra, a osservare il traffico e i passanti di piazza Galileo. Distolse lo sguardo dalla scenetta di una mamma, intenta a raccogliere l’orsacchiotto che il figlio si divertiva a lasciare cadere ripetutamente. Stava ripensando a ciò che aveva detto la vicina di Bauer. Sicuramente un colloquio bizzarro, ma sapeva che nelle frasi di chiunque e negli avvenimenti raccontati, si possono cogliere sempre delle notizie utili. Non che la donna incontrata quella mattina fosse una pazza. Forse un po’ eccentrica, magari in cerca di attenzione per la solitudine prolungata. Ma aveva fornito delle informazioni da tenere in considerazione.

Il commissario Enrico Colonna si affacciò all’ufficio di Ferrari ed Esposito. Li aveva visti rientrare.

― Luca, che dici della scomparsa della badante?

Ferrari si voltò verso il superiore. Tra loro c’era un rapporto amichevole, da sempre. ― Enrico ― rispose in segno di saluto. ― Siamo solo agli inizi. Sembra che ci sia un legame con un tedesco anziano che abita in via delle Fonti.

― Tutto qui?

― No, siamo andati a casa di questo tizio.

― Frerich Bauer ― intervenne Esposito.

― Infatti ― tornò a parlare Ferrari. ― A casa non c’era nessuno. Abbiamo suonato tre volte e curiosato un po’. Comunque una vicina ha raccontato qualcosa di curioso.

― La pazza ― sbottò Esposito.

― Perché pazza? ― domandò Colonna allarmato.

― Un po’ strana, tutto qui.

― Luca, per favore, non perdere tempo dietro a indizi inutili.

― Forse Esposito dovrebbe correggere il vocabolario che usa, quando si parla di potenziali testimoni.

― Insomma… ― intervenne ancora Colonna. ― È attendibile o no?

― Non la porterei mai in tribunale a testimoniare, ma sì, è attendibile.

― Vai avanti.

― Tra i due sembra che ci fosse solo amicizia. Dico, tra Bauer e Symonenko.

― Symonenko è la badante? ― domandò il commissario.

― Sì, Raisa Symonenko. C’è una differenza d’età di trentasei anni. Però…

― Però? Devo cavarti le informazioni di bocca?

― Però c’è una storia strana su un’auto che è partita alle quattro di notte da casa Bauer, e un periodo di due giorni che ricorre. La cosa mi preoccupa un po’.

― Vai avanti…

― Raisa, la badante, è scomparsa da due giorni. Due giorni fa è stata vista a casa di Bauer. Lui sembra che non abbia la patente e l’auto, ma due sere fa un’auto era parcheggiata nel vialino e le luci della casa sono rimaste spente. Alle quattro della stessa notte l’auto è partita. E sono due notti che la casa di Bauer è aperta, ma al buio.

― In effetti è sospetto.

― Il portone è chiuso, le persiane sono aperte, cancello e serranda del garage aperti. Il garage è solo un deposito.

Colonna si rivolse a Esposito.

― Hai già fatto ricerche su questo Bauer?

― No, siamo appena rientrati.

― Allora, fa’ tutto quello che devi per la Symomenko. Visto che l’indagine è aperta, possiamo chiedere al PM i mandati che ci servono. Invece, per questo Bauer, vedi che trovi senza dover scomodare il magistrato.

― Entriamo a casa di Bauer? ― domandò, sornione, Ferrari senza credere a quello che stava proponendo.

― Senza un mandato? Non se ne parla.

― Immagino che sia impensabile chiederlo, vero?

― Esatto ― rispose scocciato il commissario. ― Sai bene che il PM non ci autorizzerà finché non avremo qualcosa di concreto. Non farmi domande idiote.

― Quindi, è tutto nelle mani di Esposito ― replicò ironicamente Ferrari.

― Per il momento ― concluse Colonna. ― Ma non fermatevi.

Il commissario si allontanò lungo il corridoio, tornando nel proprio ufficio.

― Hai il nome dell’associazione per cui lavora Raisa?

― Certo, ― rispose Esposito, ― me lo ha dato Sonia.

― Bene, contattali, chiedi chi fossero i clienti per cui lavorava.

― In genere è uno solo.

― Ma che ne sai Esposito? Chiedi! E poi fai una ricerca sul cliente. Ti piace di più il singolare?

― Perfetto.

― Cerca eventuali precedenti. Ci vediamo dopo.

Ferrari uscì senza aggiungere altro.

Esposito pensò che volesse chiudersi nel solito ufficio d’angolo a leggere. Invece lo vide infilare le scale e scendere al piano terra. Il sovrintendente si alzò incuriosito raggiungendo la balaustra. Vide l’ombra di Ferrari che, finite le scale, si dirigeva verso l’uscita. Tornò indietro e si affacciò alla finestra. L’ispettore uscì in piazza e l’attraversò, perdendosi nelle strade laterali in direzione del centro.

 

Minuti dopo raggiunse la Strada Maggiore, a poche centinaia di metri dalla questura, percorrendo, con passo non particolarmente veloce, i bellissimi portici.

Raggiunta l’altezza di via dei Leprosetti, si fermò guardandosi intorno. Non aveva nomi o riferimenti, ma si aspettava di scovare un bar o qualunque altro locale analogo in cui trovare riuniti cittadini ucraini. Questo perché da tempo, la Chiesa greco-cattolica aveva in uso la chiesa di San Michele dei Leprosetti, lì vicino.

Vide una signora sui quaranta, che con passo spedito stava procedendo a piedi sotto ai loggiati, dalla parte opposta della strada, trasportando un paio di borse di una certa dimensione, contenenti, forse, abbigliamento. Ferrari si fermò a osservare una vetrina, da cui poteva seguire di riflesso, grazie al vetro, un buon tratto dei portici. La donna, probabilmente originaria di qualche Paese dell’Europa orientale, entrò in un negozio, privo di insegne, ma che a uno sguardo meno frettoloso si rivelava essere un luogo di aggregazione. Un bar, che si nascondeva dietro a una vetrina anonima, popolata da piante da appartamento che lo facevano somigliare a un fioraio. Ferrari attraversò, soffermandosi nei pressi dell’ingresso. Il locale non aveva nulla da invidiare ai migliori bar. Entrò, intercettato subito dallo sguardo attento dei numerosi frequentatori, che lo vedevano per la prima volta. Si avvicinò al bancone, in quel momento libero, dietro cui stava in piedi un ragazzo giovane, di bella presenza, che sorrise.

― Parla italiano? ― domandò l’ispettore.

― Certo. Desidera?

Ferrari prese il tesserino e lo mostrò. Il ragazzo spense il sorriso, sostituito da un’espressione di sorpresa che divenne subito preoccupata. Guardò per un attimo una giacca appesa di fianco al bancone, poi di nuovo l’ispettore.

― Mi dica, come posso essere utile?

― La sua giacca non m’interessa ― rispose con un sorriso.

― Come?

― In questo locale si riuniscono cittadini ucraini?

― Ne vengono molti.

La donna che aveva portato i borsoni, in piedi, stava mostrando un paio di giacche alle amiche.

Ferrari prese la foto di Raisa e la mostrò al ragazzo.

― La conosce?

La prese e la squadrò bene.

― Mi sembra di averla vista alcune volte.

― Che lei sappia, ci sono persone qua dentro che la conoscono?

― Le tre signore al tavolo, credo di sì.

Ferrari riprese la foto, si spostò al centro della sala e la mostrò alle tre donne, tutte di mezza età.

― La conoscete?

La donna in piedi la prese, la guardò sorpresa, poi la passò alle altre due, senza fiatare.

― Quindi?

― Lei chi è? ― domandò quella in piedi.

― Polizia.

― Che cosa ha fatto Raisa?

La seconda donna seduta, dopo avere osservato la foto, la poggiò sul tavolo. Un uomo, sui cinquanta, si avvicinò ad ascoltare, poi un altro ancora, ma nessuno si mostrava minaccioso.

― È scomparsa. La stiamo cercando.

― È scappata? ― domandò uno dei due in piedi.

― Perché scappata? ― incalzò Ferrari.

― Perché quel tipo…

― Zitto ― comandò la donna in piedi.

― Non deve dire zitto a nessuno, mi ha capito? ― impose l’ispettore con aria minacciosa. ― Adesso voglio sapere di chi parlate.

― Non dico niente ― replicò l’uomo.

― Signori, forse non avete capito. Raisa è scomparsa. C’è una denuncia. Se qualcuno di voi è a conoscenza di qualcosa in merito alle indagini, deve parlare adesso. O qui, o in questura. E vediamo anche i vostri permessi.

― No ― lo fermò la donna in piedi, abbassando lo sguardo, prendendo una delle giacche, stringendola a sé.

Ferrari capì che probabilmente aveva un permesso di soggiorno scaduto e un’eventuale verifica l’avrebbe costretta a tornare a casa. L’uomo non oppose altra resistenza. Rivelò il nome.

― Si chiama Nazar Klyčko. Però non frequenta la nostra comunità.

― E perché pensa proprio a lui?

― Perché ce ne ha parlato Raisa. Una volta fu arrestato a Kiev, anni fa.

― E questo Nazar Klyčko si trova qui a Bologna?

― Sì, Raisa disse che lo aveva visto per strada. L’aveva rincorsa e lei era scappata con l’autobus.

― Si può sapere perché? Che cosa è successo tra loro?

― A Kiev, da piccoli, andavano a scuola insieme. Ma era violento. Aveva paura di lui.

― L’avete mai visto qua dentro?

No. I cenni della testa erano eloquenti.

― Bene, vi ringrazio ― concluse Ferrari, notando poi una ragazza sui trent’anni, rimasta in disparte a bere un tè, ascoltando la conversazione senza intervenire.

Ferrari intercettò uno sguardo interessato. La ragazza tornò a bere guardando fuori, verso i loggiati, protetta da un maglione a collo alto beige, forse una delle ultime volte in cui lo avrebbe indossato, vista la bella stagione in arrivo. Aveva un libro aperto sul tavolino. Luca si avvicinò.

― Salve ― disse senza avvicinarsi troppo, per non intimidirla con la sua altezza e senza chiedere di sedersi.

Vide i caratteri cirillici del testo, segno che, quasi certamente, si trattasse di una della comunità.

La ragazza si voltò, guardandolo attraverso alcuni ciuffi dei capelli lunghi e castani, che le cadevano graziosamente sul viso dolce, appena toccato da piccole rughe intorno agli occhi. Mostrò la foto di Raisa.

― La conosce?

La ragazza, la guardò con attenzione.

― Di vista.

― L’ha notata in questo bar, o altrove?

― No, sempre in questo bar.

― Lei parla un italiano perfetto. Da dove viene?

― Sono di Bologna. Sono nata qui.

Ferrari divenne rosso. Erano almeno vent’anni che non arrossiva. La cosa lo sorprese.

― Mi scusi, allora. Il libro in cirillico, il bar frequentato da ucraini. Ci sono cascato.

La ragazza rise. Un sorriso luminoso. Ferrari si scoprì emozionato.

― Mia madre è russa, mio padre di Modena. Io lavoro qui a Bologna. Eccole raccontata la mia vita.

― Una vita interessante.

― La ringrazio.

Ferrari rimase in piedi in silenzio, come un ebete. Riprese la foto con delicatezza. La ragazza continuò.

― Non so dirle altro. A parte il fatto che mi chiamo Valentina.

― Io sono Luca. Ferrari.

― È un poliziotto?

― Sì, ispettore di polizia.

― In quale commissariato?

― Questura.

Valentina avrebbe voluto approfondire, ma per il momento preferì tornare alla foto.

― E che ha fatto questa signora?

― È scomparsa.

― Oddio, spero nulla di grave.

― Lo spero anch’io. Stiamo cercando di capire perché.

Valentina tornò a bere il tè.

― Grazie per la collaborazione, arrivederci.

― A lei, buona giornata ― rispose gentilmente.

Ferrari tornò sotto i loggiati, camminando frettolosamente per rientrare. La giornata aveva preso velocità. Si accorse, per la prima volta da quando si era fatto giorno, che il sole splendeva in un cielo completamente sgombro da nubi e, improvvisamente, si ritrovò a sorridere.

Telefonò immediatamente a Esposito.

― Ispettore, pochi secondi fa, l’ha cercata il commissario Colonna.

― Sono vicino, sto rientrando.

― Sembra urgente.

― Va bene… ― Il cellulare di Ferrari ricevette un messaggio, che indicava il tentativo di Colonna di contattarlo. ― Fa’ subito una ricerca su un certo Nazar Klyčko. Vedi se ha un permesso di soggiorno, un lavoro, precedenti, fogli di via. E contatta il consolato dell’Ucraina a Milano. Sia per questo Klyčko che per la Symonenko. Vedi se ha parenti da avvertire o se ne ha in Italia.

― Va bene ispettore. Un attimo.

Ferrari sentì uno scambio di battute con qualcuno presente in ufficio. Le parole erano incomprensibili per il rumore del traffico.

― Le passo il commissario.

― Bene.

― Luca, ma dove sei?

― Sono a pochi passi dalla questura. Che succede?

― Un probabile omicidio. Ti voglio con me.

― Va bene, sto arrivando. Lascia Esposito sul caso Symonenko. Sta uscendo qualcosa d’interessante. Ti spiego dopo.

― Va bene. Tra quanto sei qui?

― Vedo piazza Galileo ― disse Ferrari con il tipico parlare mozzato dal sussulto dei passi.

― Allora esco con l’auto. Dobbiamo andare subito.

 

Bologna aveva un’aria diversa. Stessa mattina, ma umore decisamente mutato. Per Ferrari sembrava che le strade avessero cambiato ritmo, colore, vita. Effetto Valentina?

La cosa aveva sorpreso anche lui. E persino il proprio lavoro sembrava tornato ad avere un senso.

Possibile che un semplice incontro avesse avuto quell’effetto dirompente? Possibile. Soprattutto perché da molto tempo era alla ricerca di qualcosa di stimolante. La famosa scintilla, adesso sembrava essersi accesa in un prato di erba secca. Luca aveva paura. Solo una volta, nella propria vita, aveva provato una sensazione così intensa. Roma, estate 1988. Una storia durata tre giorni insieme a una ragazza irlandese di un anno più giovane. Tre giorni chiusi in casa di un amico e i carabinieri in allarme a cercarla per tutta Roma insieme ai genitori. Che follia! Li avevano rintracciati in piazza del Popolo, seduti sotto l’obelisco a mangiare un gelato. Nessuna conseguenza, per fortuna. Solo la fuga di due minorenni. Poi, più nulla. La ragazza scomparve dalla faccia della Terra. Un bel ricordo. Un amore intenso finito all’improvviso.

― Sei distratto ― disse Colonna, alla guida dell’auto di servizio.

― Sì.

― Novità su Symonenko?

― Sì, è saltato fuori il nome di una sua vecchia conoscenza di Kiev. Ho passato il nome a Esposito. Sembra che si tratti di un tipo violento, che l’avrebbe riconosciuta qui a Bologna.

― Ma questa Raisa, non ha un cellulare?

― No, usava sempre quello dell’amica e solo per lavoro. Non hanno un telefono fisso.

― Capito.

― L’amica ha un piede rotto.

― Bella notizia. E che vorresti dire? È il motivo per cui non è potuta venire in questura? ― indagò ancora il commissario.

― Sì. Però credo che nasconda qualcosa. Ho notato un livido dietro l’orecchio.

― Un livido?

― Non vorrei che questo Nazar Klyčko l’avesse aggredita per sapere dove si trovasse Raisa. O che sia lui il responsabile della sparizione.

― Allora devi tornare dall’amica e metterla sotto pressione. Potrebbe sapere più di quello che dice.

Mezzogiorno. Il traffico si era fatto più intenso.

― Ho fatto questa strada stamani insieme a Esposito.

― Stiamo andando verso via delle Fonti.

― È dove abita Bauer ― rispose guardando Colonna, per sottolineare la coincidenza.

― Non mi avevi ancora chiesto nulla.

― Ero distratto.

― Pensieri?

Ferrari sorrise. Anche Colonna sorrise.

Era da tempo che non vedeva un po’ di luce emergere dal grigiore del viso mono-espressivo dell’amico. Un cambiamento che non poteva che dargli grande gioia. Non volle esplorarne le ragioni. Sapeva che prima o poi Luca si sarebbe confidato.

― Al telefono hai parlato di probabile omicidio. Che vuol dire? ― domandò infastidito Ferrari. ― Insomma, il morto c’è o no?

― Sì, ma è presto per dire come è morto. Non so ancora se si tratti di un uomo o una donna.

― Addirittura?

Arrivarono all’incrocio tra via di Corticella e via delle Fonti. Il traffico era fermo. Colonna accese il lampeggiante e proseguì sorpassando la fila, passando davanti alla casa di Bauer.

― Da Bauer non è cambiato nulla.

― È quella? ― domandò il commissario guardando la villetta.

― Sì.

Raggiunsero il camion di servizio degli operai addetti alla fognatura, che nel frattempo si era spostato in avanti di altri cento metri, rispetto a due ore prima.

Scesero.

― Buon giorno. Avete chiamato voi? ― esordì Colonna.

Ferrari rimase in silenzio.

― Sì, io. È qui sotto ― disse un operaio indicando un tombino aperto.

La tubazione di servizio del camion era stata ritratta e se ne stava appesa sulla parte posteriore della cisterna.

L’operaio accese una torcia e la passò al commissario, che la puntò in basso, affacciandosi.

Il corpo di qualcuno era sul fondo della fogna, in quel punto profonda circa tre metri, sommerso in parte dai liquami, che ne rendevano impossibile il riconoscimento.

― Come lo avete trovato? ― domandò il commissario.

― Stavamo aspirando per rimuovere un blocco.

― Sarebbe a dire?

― Siamo stati chiamati per un intasamento nelle fognature. Negli ultimi tempi ci hanno chiamati più volte.

― Per quale motivo?

― Perché queste fogne avrebbero bisogno di una pulizia approfondita. Noi interveniamo quando si forma un tappo di sporco e saponi. Aspiriamo nel tratto che si è intasato e la fognatura riparte.

― E stavolta si è intasata per il cadavere?

― Sì. Ma non solo. Sul fondo c’è uno strato di quasi mezzo metro di saponi e residui e ogni tanto si staccano e insieme agli altri formano dei blocchi e un tappo. Noi arriviamo, aspiriamo, sblocchiamo. E avanti così fino alla prossima chiamata. Stavolta il corpo ha favorito il blocco.

― Quindi, se la fogna fosse stata pulita, non vi avrebbero chiamato.

― No, non ci saremmo accorti. Non saremmo stati qui.

― Fa vedere ― si intromise Ferrari.

Il commissario passò la torcia. Luca si affacciò, analizzando anche i residui che stavano intorno al cadavere.

― Va bene, grazie ― concluse restituendo la torcia.

Colonna, si allontanò di alcuni passi.

― Non si riconosce se si tratta di un uomo o una donna.

― Dal colletto della camicia, direi un uomo ― affermò Ferrari.

― Giusto. Il colletto. Io telefono in procura. Tu intanto prova a suonare a Bauer.

L’ispettore si incamminò verso la villetta. Vide un operaio che stava sistemando un tombino, chiudendolo con un lungo piede di porco. Si avvicinò.

― Usate sempre il piede di porco per i tombini?

L’operaio riconobbe l’ispettore, per averlo visto scendere dall’auto con il lampeggiante.

― Buon giorno. Sì, oggi abbiamo questo.

― Anche un piccone è buono?

― Certo, serve a far leva. Sono tombini di ferro.

Ferrari indicò il giardino di Bauer.

― Siete stati voi a usare quel piccone?

― No, usiamo sempre i nostri attrezzi.

― Va bene, grazie. Però quello sarebbe buono per questo lavoro?

― Certo, sì, sì, ma noi non lo abbiamo usato ― rispose un po’ risentito.

Ferrari si avvicinò al campanello di Bauer e suonò.

Il risultato fu identico a quello di poche ore prima. Nessuna risposta. Lo raggiunse il commissario Colonna.

― Allora? ― domandò arrivando con passo veloce.

― Niente.

― Strana coincidenza, come dici tu.

― Bauer non risponde e il cadavere di un uomo vicino a casa sua? Sì. Buona coincidenza. Entriamo?

Colonna lo guardò senza rispondere subito. Notò un arricciamento del labbro che voleva sottolineare la provocazione di Ferrari.

― È quello il piccone?

― Sì ― rispose l’ispettore spostandosi verso il cancello più grande. ― Qui ci sono tracce dell’auto e quello è il garage pieno di mobili.

― Bene. Per adesso non possiamo fare nulla.

― Un po’ di elasticità?

― Meglio evitare. La casa della vicina impicciona è quella? ― domandò Colonna indicando.

― Sì, ci sta guardando dalla finestra del bagno.

― Davvero?

― La tenda si è mossa quando sono arrivato.

― Una che vede tutto.

― Sì, ma per la notte in cui ha visto l’auto parcheggiata qui, dice che fosse tutto buio.

― Vedremo se sarà il caso di approfondire. È molto presto.

― Che dicono al comando? ― domandò Ferrari ironizzando sul ruolo primario che avrebbe assunto il sostituto procuratore a cui sarebbe stato assegnato il caso.

― Sta per arrivare un procuratore nuovo. Costantini.

― Mai sentito. Tu? Lo hai già conosciuto?

― No.

― È un pivello che ci farà perdere tempo?

― Sembra che arrivi direttamente dalla Procura di Roma. C’è rimasto cinque anni.

― E perché è venuto a Bologna?

― Che vuoi che ne sappia.

― Per il resto?

― La scientifica arriverà, ma credo che ci sia poco da repertare. Là sotto c’è di tutto.

― Ho visto. Credo che anche il medico legale vorrà rimandare qualunque esame.

― Sarebbe già molto se dicesse da quanto è la dentro.

 

L’auto della Procura arrivò una mezz’ora dopo. Ferrari ebbe un sussulto. Ne scesero l’autista e Valentina, che si avvicinò. Portava una borsa in pelle per documenti e indossava la stessa maglia del primo incontro al bar, la giacca antracite che aveva visto appoggiata allo schienale della sedia e pantaloni dello stesso colore, abbinati a scarpe nere di cuoio con tacco basso. Luca Ferrari sentì il cuore battere forte. Valentina era ancora più bella di quello che ricordava.

― Valentina ― sospirò Luca, sorpreso.

Il commissario intercettò le sue parole sussurrate. Strinse la mano alla dottoressa, tenendo d’occhio, allo stesso tempo, il viso sbalordito di Luca .

― Commissario Colonna.

― Valentina Costantini.

Il commissario introdusse il collega.

― L’ispettore Ferrari.

― Ciao! ― disse Luca sorpreso.

― Ispettore, piacere di rivederla.

Si strinsero la mano. Colonna era estremamente incuriosito. Intuiva che quella donna e il cambiamento d’umore fossero in relazione.

― Vi siete già conosciuti?

― Stamani ― confermò Valentina. ― In Strada Maggiore.

― E tu che ci facevi in Strada Maggiore? ― domandò Colonna a Luca, cercando di capire.

― Indagini.

― Strigliava un gruppo di ucraini ― affermò la ragazza.

― Che facevi? ― domandò ancora quasi ridendo.

Finalmente Ferrari distolse lo sguardo.

― Domande alla comunità ucraina sulla Symonenko. È da lì che è venuto fuori il nome di Klyčko.

Arrivò l’auto con il medico legale. Seguì un veloce resoconto sui fatti delle ultime ore, e, in particolare a Valentina, sulla coincidenza delle indagini su Raisa e Bauer, la prossimità del cadavere all’abitazione di Bauer e la testimonianza della vicina di casa.

Una pattuglia di vigili urbani aveva iniziato a far defluire il traffico in una direzione, deviando l’altro senso di marcia sulla strada parallela.

Venne chiamato il nucleo SAF (speleo alpino fluviale) dei vigili del fuoco, che, insieme alla scientifica, ebbe il compito di recuperare il corpo.

Il medico legale chiese ai tecnici un aiuto, per misurare la temperatura interna dell’aria della fognatura e della melma. Proseguì con la misurazione di quella esterna.

Il cadavere venne adagiato sull’asfalto, nei pressi del tombino, dove il medico legale, con una certa difficoltà, riuscì a misurare la temperatura corporea, lasciando qualunque approfondimento al tavolo autoptico, dopo adeguata e attenta pulizia. Decise di non esporsi con una valutazione del momento della morte, per le troppe variabili nelle condizioni di conservazione del corpo. Per la causa, era probabile un colpo alla testa sulla zona occipitale, perché era visibile una ferita lacero contusa.

Il magistrato impose il sequestro anche di tutto il contenuto dell’autocisterna, provocando la collera degli operai e in particolare del proprietario della ditta appaltatrice, che non avrebbe mai recuperato il costo di quel fermo lavori.

― Prima di tutto dobbiamo chiarire le cause del decesso. ― dichiarò il PM a Colonna e Ferrari. ― In qualunque caso, la scientifica dovrà analizzare i fanghi raccolti dalla cisterna. Il corpo là dentro non è entrato da solo e qualcuno ha richiuso il tombino. Quindi, al momento procediamo per omicidio, poi vedremo.

― Certo, capisco ― rispose Colonna.

― Chi è il PM che si occupa del caso della badante ucraina?

― Grassi.

― L’ho conosciuto ― rispose convinta il magistrato. ― Dobbiamo stabilire con certezza l’identità del cadavere ritrovato oggi. Se dovesse trattarsi di questo Bauer, chiederò che le due inchieste vengano unificate. Deciderà il procuratore capo a chi affidarle.

 

3

 

Il giorno successivo, Esposito esplose con un “eccolo!” che fece sobbalzare Ferrari e Colonna, in piedi sulla soglia dell’ufficio.

― Che ti succede Esposito? ― domandò Luca.

― Trovato Klyčko! Forse…

― Non hai detto che ha un permesso di soggiorno scaduto?

― Sì, permesso di soggiorno rilasciato dalla nostra Questura e scaduto un anno fa. Fu arrestato quattro mesi fa da Venanzio della narcotici, ma aveva solo una dose di cocaina e fu rilasciato con foglio di via.

― E quindi non avrebbe mai lasciato Bologna. Perché hai detto forse? Che hai trovato?

Esposito non fece in tempo a rispondere. Colonna si affacciò nel grande corridoio e chiamò ad alta voce.

― Venanzio!

Spuntò Iacobelli, che da lontano rispose che Venanzio era dal questore, ma che sarebbe tornato in pochi minuti. Anzi, aveva già sentito la porta sbattere.

― Appena torna, mandalo da me ― impose Colonna.

― Lì da Ferrari?

― Sì.

― Qual è la novità di oggi? ― domandò ancora Ferrari a Esposito.

― Ho trovato un appartamento preso in affitto da una certa Crista Mallovegni, che fu arrestata l’anno passato insieme a lui. Sembra che avessero una relazione.

Venanzio arrivò trafelato. Il lavoro prevalentemente alla scrivania lo aveva appesantito, nonostante i suoi 50 e un fisico da falso magro.

― Colonna! Iacobelli ha detto che è urgente. Che c’è?

Colonna lo guardò sorridendo.

― Eri dietro l’angolo? Iacobelli ti ha messo fretta?

― Dimmi, Enrico.

― Vieni dentro.

Colonna invitò Venanzio a entrare nell’ufficio di Ferrari, che sedette facendo spazio.

― Crista Mallovegni, ti dice qualcosa?

― È la donna di un ucraino che non siamo ancora riusciti a beccare.

― Noi stiamo cercando Nazar Klyčko.

― Davvero? Anche noi. E perché t’interessa?

― Pensiamo che abbia a che fare con la scomparsa di una donna ucraina.

― Come si chiama la donna?

― Raisa Symonenko.

― Non mi dice niente.

― Va bene, non importa. Dimmi della Mallovegni. Pensi che Klyčko si trovi da lei?

― No.

― E perché ne sei sicuro?

― Perché sorvegliamo l’appartamento.

― Capito. Quindi?

― Quindi, Iacobelli sta cercando di ricostruire la rete dei suoi spacciatori. Sembra che abbia contatti tra Padova e Venezia.

― Ha un cellulare?

― Se ne ha uno, noi non lo conosciamo ancora, altrimenti lo avremmo già preso.

― Certo ― commentò Colonna, che continuò: ― Hai nulla in contrario se mando Esposito o Ferrari a parlare con la ragazza?

― Sì, tutto. Mi faresti saltare la sorveglianza. Non devono sospettare nulla.

― Bene, allora, appena lo fermi, devo interrogarlo.

― Potrebbe volerci del tempo.

― Allora inventati qualcosa, perché Klyčko potrebbe tenere la Symonenko in ostaggio.

― Ostaggio per cosa?

― Ostaggio, rapita. Non lo so. È scomparsa e potrebbe entrarci qualcosa.

Si lasciarono con la promessa di non calpestarsi i piedi a vicenda. Squillò il telefono e rispose Esposito.

Finita la telefonata, riferì.

― Era il procuratore Costantini…

― E che dice? ― domandò Ferrari interrompendo per un attimo il sovrintendente.

― Che il cadavere ritrovato nella fognatura sarà pronto per il riconoscimento questo pomeriggio. Alle sedici.

― E a chi lo facciamo vedere? ― domandò Colonna.

― Ieri, in via delle Fonti, il dottor Fasulo ipotizzò che l’aspetto fosse quello di un anziano approssimativamente di ottanta-novanta anni. Bauer rientra.

― Bauer non ha parenti. A chi lo facciamo riconoscere? Ha degli amici da qualche parte? Chiamiamo la vicina?

― No, la vicina di casa la escluderei. Visto che Raisa non si trova, l’unica affidabile che potrebbe riconoscerlo è Sonia.

― La coinquilina della Symonenko?

― Sì.

― Ma quella ha un piede rotto. Dovremo fargli da tassisti. ― commentò Colonna. Poi rivolgendosi a Esposito: ― Avvertila. Qualunque impegno abbia, dille di liberarsi e che dovrà venire in obitorio. L’andrai a prendere tu.

 

All’Istituto di Medicina Legale erano presenti il commissario Colonna, l’ispettore Ferrari, il PM Costantini e il sovrintendente Esposito che aveva accompagnato Sonia.

Solo Ferrari e Sonia entrarono in sala autoptica. Ad attenderli trovarono il medico legale che non aveva ancora effettuato l’autopsia, il dottor Fasulo, che in un attimo scoprì il cadavere. Sonia non ebbe dubbi.

― Sì, è Bauer.

― Ne è sicura? ― domandò Ferrari, nonostante avesse rilevato sicurezza nelle parole di Sonia.

― È lui, è Bauer. Fatemi uscire per favore ― disse oppressa dal grande disagio di trovarsi in quell’ambiente.

― Va bene, andiamo ― concluse Luca, facendo un cenno con la testa a Fasulo, che coprì di nuovo il corpo.

Uscendo, trovarono Esposito che stava iniziando a riferire una novità a Valentina e al commissario.

― Ho scoperto che Fyodor Symonenko, il fratello di Raisa, aveva un permesso di soggiorno emesso dalla Questura di Genova, scaduto sei mesi fa.

― Ha precedenti? ― domandò Valentina.

― No, nessuno. E nessun foglio di via per alcun motivo. Ho parlato con il consolato di Milano e cercheranno di avere notizie da Kiev.

― Fyodor è in Ucraina ― disse Sonia.

― Lei lo conosce? ― chiese Colonna.

― Sì, è venuto a casa nostra a trovare Raisa molti mesi fa, ma è tornato a Kiev, perché suo cugino ha aperto un’officina meccanica e l’ha voluto con sé.

― E lei sa come rintracciarlo?

― No, non ho il suo numero.

― E Raisa, come lo chiamava? Con il suo cellulare, giusto? ― continuò Colonna, indicandola.

― Il mio, sì, sì, vero. Ma non ho il suo numero in rubrica. Raisa, aveva un’agenda, ma non so dove sia — confermò Sonia.

― Deve farmi un favore ― continuò Colonna. ― Cerchi il numero di Fyodor su quelli chiamati dal suo cellulare o sull’agenda di Raisa, se la trova, o nei suoi appunti a casa. Appena scopre qualcosa, mi chiami.

― Sì, sì, certo. Va bene.

Colonna si rivolse a Esposito.

― Accompagnala e poi torna in questura. Ci vediamo lì.

Esposito e Sonia si allontanarono.

Il dottor Fasulo si affacciò e chiamò i tre con il cenno di un dito. Valentina sorrise, divertita per il modo bislacco in cui si era rivolto a loro e si avvicinò seguita dai due.

― Dottor Fasulo, ha novità?

― Dottoressa Costantini, è un piacere guardare un viso così splendido ― esclamò il medico legale.

― Adulatore ― giocò Valentina.

― Comunque a mio sfavore ci sono due elementi. Il primo, l’età. Potrei essere suo padre, anche se dimentico continuamente di essere un po’ su con gli anni. Sarà che amo la vita e divertirmi.

― È un punto a suo favore.

― Ah, bene! ― commentò ridendo. ― La seconda ragione, è che qualcuno le ha già messo gli occhi addosso ― concluse gettando uno sguardo veloce a Ferrari.

Valentina sorrise ancora abbassando lo sguardo per un attimo, prima di tornare nel suo ruolo di magistrato.

― Novità sul cadavere?

Il medico legale capì che non fosse il caso di continuare a scherzare e iniziò la breve esposizione, che al momento si fermava alla valutazione esterna.

― Intanto, la morte dovrebbe essere avvenuta tra lunedì e martedì, approssimativamente tra le 20 e le 04.

― Un intervallo di tempo così ampio? ― domandò stupito Colonna.

― Purtroppo la condizione ambientale in cui è rimasto il cadavere, ha troppe variabili. Mi avete parlato di un probabile percorso di cento metri dentro la fognatura, per cui si è trovato ripetutamente sommerso dai fanghi o scoperto, in tutto o in parte. Non posso fare di più al momento. Sarebbe molto d’aiuto capire quanto effettivamente abbia navigato nella melma. L’uscita la conosciamo, ma l’entrata?

― Faremo cercare tracce di sangue alla scientifica. Vedremo di individuare il tombino d’ingresso.

― E per quanto riguarda la causa della morte? ― domandò Valentina.

― Dovrebbe essere stata causata da un solo colpo alla testa che ha spezzato l’osso occipitale, con abbondante fuoriuscita di sangue. Dico dovrebbe, perché l’autopsia potrebbe rivelare qualcosa di diverso. Però non credo che sia morto annegato tra i liquami. Verificherò anche questo.

― Con che cosa potrebbe essere stato colpito?

― Il segno lasciato, fa presumere l’uso di un oggetto con angoli vivi, poco smussati, pesante abbastanza da rendere letale il colpo.

― Come ad esempio la base di un trofeo ― commentò Ferrari.

― In effetti ho pensato a qualcosa del genere. Ma non posso affermarlo con certezza.

― Ci sono segni di difesa, o di colluttazione? ― chiese Colonna.

― Sì, una contusione su entrambe le braccia, ma senza lacerazione della pelle e un’altra sul petto. Un colpo che deve averlo spostato all’indietro. Tutte le contusioni sembrano state provocate poco prima della morte.

― Ha notato altro? ― domandò ancora Valentina.

― Dovrete aspettare l’autopsia.

― Per quando è prevista? ― chiese Ferrari.

― Domani mattina.

Il dottor Fasulo salutò, lasciando i tre nel corridoio.

― Dottoressa, quando può farci avere il mandato per entrare in casa di Bauer?

― Commissario, non mi conosce ancora ― commentò Valentina, che aprì la propria borsa estraendo un documento.

Ferrari sorrise. Valentina lo firmò e lo consegnò a Colonna.

― Soddisfatto?

― Che rapidità.

― Anche io mi aspettavo che fosse Bauer. Non c’è tempo da perdere. Avverta la scientifica e andate appena possibile. Il riconoscimento di Sonia è sufficiente per entrare, ma quando sarete dentro, avrò bisogno di foto, dna, radiografie. Ho assolutamente bisogno di un’identificazione indiscutibile del cadavere.

― Va bene ― obbedì Colonna.

― Io intanto vado a parlare con il Procuratore capo per come procedere con le due inchieste.

Librerie

  • Lo trovi anche da Amazon.it e Libroco.it
  • Lo puoi ordinare in tutte le librerie Mondadori e Feltrinelli grazie a una convenzione con Libroco, in tutte le librerie IBS-Libraccio, Ubik e in tutte le librerie indipendenti grazie a una convenzione con Fastbook, in tutte le cartolibrerie grazie a una convenzione con Centro Libri Brescia.

E-Book Kindle

Lo trovi anche nella versione E-Book Kindle

1 recensione per L’OMICIDIO BAUER

  1. wlmedizioni

    Recensione del romanzo L’OMICIDIO BAUER di Daniele Torquati sunta dal blog Leggo Quando Voglio 02 Novembre 2017

    […] la trama è appetibile sin dalle prime righe e, anche quando si avrà un quadro più completo del caso da risolvere, rimarrà intrigante e foriera di molti dubbi.
    È con lo svolgimento, però, che l’autore ci fa capire la complessità della sua storia; ci sono molti personaggi coinvolti, diversi luoghi di indagine e differenti piste da seguire. Quando si pensa di avere ormai compreso perfettamente la situazione nuovi colpi di scena irrompono a complicare ulteriormente la storia.

Aggiungi una recensione