UNA CARTOLINA DALLA LUNA

Prezzo di listino 12,75 incl. IVA

Un romanzo noir, la storia di due amori e un mistero racchiuso in una cartolina, realtà e delirio, un finale che sorprende.

 

EAN: 9788897382393 COD: 474 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Romanzo noir.

Il perdono è un sentimento fasullo. In amore esistono solo l’assoluzione o la condanna.

Rimini. Una cartolina vecchia di quarant’anni, indirizzata a una donna, accende la curiosità di Franco. Poche parole che avvisano di una presumibile minaccia e la firma, nascosta sotto una macchia scura, sono gli elementi iniziali di un lungo e complesso percorso di ricerca.La fine del suo rapporto con Luciana, la donna che ama da dieci anni, lo indurrà a buttarsi su questa indagine nella speranza che sia una distrazione sufficiente ad allontanare la sofferenza per quel distacco. La cartolina diventerà l’unico filo che lo terrà attaccato alla speranza illusoria di ritrovarsi. La realtà si confonderà col delirio. Seguirà così indizi veri o fittizi tra isole come Stromboli e Pantelleria, e città come Parigi, mete della sua ricerca, ma anche della sua fuga. I viaggi si intrecceranno a ricordi di luoghi visitati con Luciana. Quando avrà la certezza di aver raggiunto la soluzione, sarà il momento in cui ci sarà più lontano.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 10,00

In copertina

Albero cuore luminoso, opera su tavola di Alberto Cottignoli, collezione privata.

Pagine

172

Lingua

Italiano

Genere letterario

giallo, noir

Ambientazione

Rimini, Stromboli, Pantelleria, Parigi

Anteprima

Un uomo labirintico non cerca mai la verità,

ma sempre e soltanto Arianna.

Albert Camus

 

I

 

Settembre sta consumando gli ultimi giorni di sole. Sulla spiaggia di Rimini, ombrelloni e lettini sono nascosti nelle cabine sigillate. La sabbia è nuda come un campo arato. Franco ama passeggiare scalzo, ma non è più il tempo. La solitudine sospesa tra spiaggia e mare, trasporta la mente verso viaggi che gli hanno tatuato l’anima, ma il cuore non ha più spazio per nuovi itinerari. In giro per il mondo ha imparato ad allargare le narici, spalancare gli occhi e gustare le delizie a chilometro zero. Viaggi che lasciano il sapore del cibo, mentre tingono gli occhi di colori mai visti. Luoghi dove i profumi sono così intensi da avvolgerti come fossero nebbia. Alchimie di coppia tutt’altro che ingannevoli, sostituite da un rimpianto tossico che si nutre di assenze.

 

Luciana era stata l’artefice della sua trasformazione. Lui, per anni, aveva consumato le ferie in un paesino di montagna di cui conosceva ogni angolo, tutti i sentieri e i boschi. Lei lo convinse che trascorrere le vacanze nella medesima località è come rileggere la prima pagina dello stesso libro. Franco mise da parte la pigrizia, l’abitudine a ritrovarsi in posti familiari e la tranquillità che ne derivava. Lei faceva ricerche, leggeva recensioni. La sera, appena terminata la cena, si sedeva nello studio popolato da libri, guide e album fotografici. Davanti al Mac, sistemato a fianco di una finestra che si affaccia sul parco, faceva partire la voce di Norah Jones, mentre il mondo di Google Maps la inghiottiva.

Franco, sprofondato in salotto sul divano di pelle bianca, era costretto ad alzarsi ogni volta che lei trovava un sito interessante. Nuovi itinerari si incrociavano con passate emozioni, quando il mouse puntava un ricordo. La foresta di Coco de Mer, da cui avevano riportato uno di quei frutti dalla forma simile ai fianchi di una donna, o gli scogli di Anse Marron, seguendo Julius, abile guida e cuoco di talento. Il ragazzo, dopo averli condotti dentro suggestioni di granito, tra onde apparentemente placide che si infrangono in rabbiosa spuma, li aveva fatti accomodare nel suo privatissimo ristorante dal pavimento di sabbia e le pareti di vento. Scogli per sedie e piatti fatti con foglie di palma, si dimostrarono ideali per gustare un pesce pappagallo, insaporito con erbe strappate da terra e cotto su un fuoco di boscaglia.

Luoghi selvaggi, uniti ad altri sacri, raggiungibili col semplice movimento della mano di Luciana. Appena un attimo per ritrovarsi davanti alle pagode del Myanmar, dove Seimur, l’accompagnatore buddista, si inginocchiava per pregare, prima di attaccare un foglietto d’oro alla gigantesca statua di quel Dio nutrito e ingrassato dai suoi fedeli.

 

Quando a fine novembre, Luciana e Franco, si presentavano al loro agente di viaggio, lei aveva già valutato i costi e deciso l’itinerario della prossima meta. Vacanze spesso costose, rispetto ai loro guadagni, ma Franco aveva una somma ricevuta in eredità dal padre. Quel tesoretto era interamente dedicato ai viaggi.

In giro per il mondo, lei lo costringeva a ragionare su quanto di nuovo vedevano, senza limitarsi al solo guardare, o fotografare. Dedicavano una parte delle loro osservazioni alle persone, cercando di comprenderne la provenienza o qualcosa della loro storia. Così, le spalle nude di un uomo che beve una birra dentro a un bar sulla spiaggia di Ko Lipe, diventavano la storia di un ladro fuggito da Milano dopo una rapina in banca. Se le birre salivano a tre, o magari cinque, la rapina non aveva prodotto l’esito sperato.

In dieci anni di convivenza avevano analizzato tante persone e visitato un numero considerevole di angoli incantevoli del mondo. Luciana gli aveva insegnato proprio questo. Scoprire gli angoli in un pianeta tondo. Ora che lei non c’era più, lui non saprebbe dove andare, ma gli risulta insopportabile abbandonare quel modo di viaggiare che li aveva uniti.

 

Il piano ferie permetterebbe il prossimo decollo in febbraio. Il tempo per decidere non gli manca. Ma deve capire se c’è una meta possibile, se andare lo farà star peggio, se esiste qualcosa che vorrebbe trovare.

La brezza del mattino ha suggerito di indossare qualcosa sopra la T-shirt, il sole leggermente velato, inizierà a scaldare quando l’impatto al suolo sarà meno obliquo. Franco passeggia in compagnia di una pipa curva, fedele compagna dei suoi pensieri investigativi. Essere un investigatore è il sogno nel cassetto che alimenta tutte le sere davanti alla televisione, divorando qualsiasi serie a matrice criminale. Quando il freddo diventerà pungente, sarà il Belstaff Milford a riscaldarlo, il cappotto reso celebre da Sherlock Holmes. L’ultimo regalo di Luciana. Oggi indossa la sahariana verde di cotone grezzo che, assieme al borsone rosso, lo accompagna in tutti i suoi viaggi.

Il vento porta via sbuffi di fumo dalla pipa, ma non ha nessun potere sui capelli folti, dal taglio militare, eccezion fatta per le lunghe basette, che si è fatto crescere in omaggio all’investigatore. Affonda le mani nelle tasche, sicuro di trovare qualche granello di sabbia portato via dal deserto, o forse una scheggia di giada Birmana finita dentro a una conchiglia di Moorea, ma un cartoncino rettangolare si appoggia a sorpresa alle sue dita. Dovrebbe essere un gratta e vinci, li compera ogni volta che entra in autostrada per raggiungere l’aeroporto. Un’improbabile speranza per prolungare avventure che finiscono troppo in fretta. Capita spesso che li dimentichi in tasca, ma i bordi dentati suggeriscono un’origine diversa.

 

La mente torna a Iddu. È così che chiamano il vulcano gli abitanti di Stromboli. Una bocca di fuoco che borbotta tutto il giorno e la notte regala fuochi d’artificio accompagnati da sbuffi di fumo.

È stato l’unico viaggio fatto da solo, sei mesi dopo che Luciana l’aveva lasciato. Franco valutò l’isolamento naturale del luogo e l’indole turbolenta del vulcano, particolarmente in sintonia col suo stato d’animo.

Lì aveva conosciuto Cartolina. Un vecchio con lunghe gambe ricoperte da un paio di pantaloni logori che non arrivavano alle caviglie. Strisce di capelli unti scendevano fino alle guance pallide, toccando i lati della bocca che, quando sorrideva, mostravano denti gialli e storti. Aveva occhi grigi e acquosi che parevano raccolti dal mare scuro dell’isola, dentro ci potevi leggere la sua lontananza dal mondo. Lo sguardo perso in chi sa quali deliranti ricordi, pareva riaccendersi per pochi istanti, quando ti allungava la mano pelosa e ossuta per offrirti una cartolina in cambio di pochi spiccioli. Era la sua attività per raggranellare i soldi di un pasto, da quando, moltissimi anni prima, abbandonò il lavoro alle poste. Quindici anni occupati a riempire scatoloni con ciò che, per svariati motivi, non poteva essere consegnato né restituito al mittente e, di conseguenza, finiva al macero. Si trattava prevalentemente di cartoline arrivate dopo che i destinatari erano già partiti senza lasciare recapiti, o altre, mai spedite perché il mittente aveva dimenticato di scrivere l’indirizzo, o la città, oppure il cognome del destinatario. Lui, a volte ne conservava qualcuna, la sua merce di oggi e pure il soprannome con cui lo chiamavano gli isolani.

Lungo il sentiero privo di illuminazione, che gira attorno all’isola prima di arrampicarsi fino ai crateri del vulcano, era facile incontrarlo nel suo peregrinare continuo. I vacanzieri sapevano che era innocuo, nonostante la mole e quel viso deformato dalla mancanza di sentimenti. Qualcuno gli allungava una moneta, altri gli offrivano una bibita, mentre gli isolani gli regalavano cartoline vecchie piene di saluti, baci e abbracci. Franco gli aveva dato una banconota da cinque euro, facendogli intendere che non voleva nulla in cambio, ma lo sguardo del vecchio, che sembrò ritrovarsi in un frammento di delusione, l’aveva indotto a scegliere una cartolina. “Saluti da Rimini” recitava l’immagine che raffigurava il grattacielo, il porto canale e, sullo sfondo, l’immensa spiaggia abbracciata dal mare.

 

Era sbarcato ai piedi del vulcano la sera prima, il giornalaio gli aveva consegnato un biglietto da visita assieme alla Gazzetta dello Sport. C’era il disegno di una barca, un nome e un numero di telefono.

«Antonio è mio zio, il migliore, se vuole fare il giro dell’isola» aveva detto mentre gli dava il resto. Franco pensò che era una buona idea. Telefonò, chiese quanto gli sarebbe costato per una giornata, se era necessario un abbigliamento particolare e se il pranzo era compreso nel prezzo. L’uomo disse che era sufficiente un asciugamano, perché al resto pensava lui. Specificò che oltre al cibo e le bevande, sulla barca aveva pinne e maschere per tutti.

 

Tre giorni dopo salì sulla piccola imbarcazione, accolto dalla scritta rassicurante “MARINAIO PER AMORE” della maglietta, ancora vagamente blu di Antonio. Franco rifiutò, infastidito, la mano del pescatore che voleva aiutarlo a superare la stretta passerella azzurra, sospesa tra la banchina e la poppa.

«Sono di Rimini» aveva detto, sottintendendo che conosceva il mare. Il vecchio lo guardò con occhi diversi.

Si sedette, stretto tra due uomini che avevano all’incirca la sua età. Fisicamente rivelavano la medesima passione per la cucina. Lui si sentì come un pezzo di carne dentro al pane degli hamburger. Sulla panca di fronte, le rispettive signore conversavano animatamente, scambiandosi sorrisi e battute amichevoli come se si frequentassero da sempre. Scoprì poi, che si erano conosciute sul pontile. A completare il gruppetto di passeggeri, una giovane coppia da subito impegnata a scattare selfie col telefonino applicato a una prolunga, che, a causa delle onde, sbatteva continuamente contro gli altri passeggeri. Franco pensava che si sarebbero dovuti scusare e decidersi ad ascoltare il marinaio, già attivo nel raccontare i segreti del vulcano, invece quelli continuavano a sbaciucchiarsi senza pudore, tra una foto e l’altra.

Quella promiscuità forzata lo infastidì, come sempre gli accadeva quando era costretto a condividere le sue emozioni con degli sconosciuti.

Gli mancava Luciana, la sua capacità di osservazione, l’abilità nel catturare dettagli che agli altri sfuggivano.

Invidiava quella complicità così esplicita nei due ragazzi, ma non meno evidente nelle altre coppie, che avendo scelto di sedersi una di fronte all’altro, compensavano la mancanza del contatto, con sorrisi di intima soddisfazione. Franco pensò che non avrebbe più viaggiato.

 

L’indicazione dell’edicolante si dimostrò preziosa. Antonio era un’enciclopedia vivente.

Il caldo suggerì ben presto di liberarsi degli abiti. Gli uomini si sfilarono le magliette, mentre le donne mantennero il pareo in vita e si spalmarono, sulle spalle nude, una dose abbondante di crema protettiva. Franco notò che una delle due aveva esagerato anche col burro cacao, accentuando così l’effetto canotto della bocca, gonfia di silicone. Non gli piacevano i “ritocchi estetici” per lui servivano solo a deturpare i sorrisi.

 

Girarono attorno all’isola fino ad arrivare davanti alla sciarra di fuoco. Il marinaio indicò le venature gialle di zolfo, quelle rosse ricche di ferro e i riflessi accecanti dell’ossidiana che si specchiano nel mare. Acque che sembrano nere per via della sabbia vulcanica, ma in realtà non hanno nulla da invidiare a quelle delle Maldive.

Il vecchio descriveva la sua isola con la passione che si dedica a un amore, parole sfamate dal mare, come fosse una madre a cui devi la vita, in cui ti rifugi perché ti protegga. Eppure quei fondali lo avevano punito duramente. Trascinava una gamba e un braccio non rispondeva ai suoi comandi. Fu colpito da un embolo durante un’immersione, mentre cercava di catturare un polpo, spiegò. La voce tradiva una sofferenza radicata nella carne. Disse che se a volte sembrava triste, non era per quella menomazione. Dettagli intimi e non richiesti. Almeno non in maniera esplicita.

Nel frattempo erano arrivati davanti a Ginostra, un agglomerato di case bianche raggiungibili unicamente via mare. Quel francobollo colonizzato, è collegato al molo da una mulattiera percorribile a piedi. Il punto di attracco si chiama il Pertuso. Sopra le case parte una macchia incerta di verde, perennemente in lotta col magma che rivendica l’esclusiva proprietà di quel costone.

Fecero la prima sosta di fronte a quell’insenatura naturale. L’acqua cristallina invita all’immersione, ma Antonio li informò che avrebbero fatto il bagno in un luogo riparato dalle correnti.

 

Dopo aver appagato il senso di pace, il guscio di legno bianco e azzurro riprese a circumnavigare il cono e il suo pennacchio di fumo.

«La bocca di Iddu, ricorda a noi isolani che il destino è nella sua gola» disse il marinaio mentre manovrava il timone.

Si avvicinarono a Strombolicchio per fermarsi e consumare il pranzo, oltre a consentire di esplorare il ricco fondale. Franco fu l’unico a non tuffarsi, nonostante il beneficio che ne avrebbe tratto la sua pelle arrossata e non protetta. Aveva risposto virilmente di no alla proposta della donna con le labbra rifatte, di usare la sua crema a protezione trenta. Un rifiuto dettato dalla timidezza, di cui si pentì.

Rimase a bordo, preferendo la conversazione di Antonio, finalmente rivolta a lui solo. Fu allora che si accorse della fotografia inserita in una busta di plastica e fissata alla base del piccolo albero. Luciana l’avrebbe notata subito. La ragazza ritratta sembrava carina e molto giovane, i lunghi capelli chiari incorniciavano un volto magro, grandi occhi intensi tradivano il disagio di essere stata fotografata. Pensò fosse sua figlia, ma quando stava per chiederlo, il marinaio si accorse che la guardava e non ne parve contento. Immaginò che forse non c’era più, tradita dalla stessa passione che aveva tolto ad Antonio metà di se stesso.

Franco conosceva la Secca di scirocco a Punta Lena e altre zone attorno all’isola, dove i sub fanno le immersioni. Sapeva quali pesci abitano quel mare, aveva studiato i vari tipi di alghe che crescono in quei fondali. In treno, durante il trasferimento per arrivare a Milazzo, si era letto la guida di Lonely Planet dedicata alle isole Lipari.

 

Girò le spalle al marinaio fingendo di guardare i suoi compagni che azzardavano apnee, in realtà temeva che il vecchio potesse leggere i suoi pensieri. Lo stava immaginando con le bombole e una fiocina, mentre cercava tra le fenditure di roccia lavica, quella abitata dal polpo. Lo pensò felice, perfettamente a suo agio tra quei fondali che conosce a memoria. Lo vedeva nuotare tra i prati verdi di poseidonia e le macchie bordeaux di altre alghe pelagiche. C’era un cavalluccio marino attaccato per la coda a una foglia filiforme, unico appiglio per contrastare la corrente. Il pescatore raccoglieva sassi bianchi di pomice, tondi e leggeri come la carta, in attesa che il polpo facesse la sua mossa. Immaginò anche la figlia che lo osservava, nuotando qualche metro sopra la sua sagoma. Una specie di danza sincronizzata armonizzava i loro movimenti. Lei imparava così le tecniche di appostamento e quanto sia difficile superare in astuzia quel mostro tentacolare. Occorre essere nel punto giusto quando sbuca fuori all’improvviso, solo per inghiottire, in un lampo, il pesce sfortunato che nuota davanti al suo nascondiglio. Pazienza è la virtù indispensabile per vincere la diffidenza del polpo. Antonio ne aveva in abbondanza. Nuotava in tondo attorno a quella spaccatura, continuando a osservare la natura silenziosa che sembrava giocare con le bolle d’aria della sua riserva di vita racchiusa nelle bombole. Quando passava davanti alla tana, tratteneva il respiro perché il rumore che provoca avrebbe allertato l’animale. Le immersioni profonde non sono esenti da pericoli.

L’orgoglio del doppio ruolo di cacciatore e maestro, probabilmente gli fece perdere la nozione del tempo. Forse non si è reso conto di essere a corto di ossigeno, oppure un guasto all’erogatore, lo devono aver costretto a una risalita troppo veloce.

La ragazza capì subito, lo affiancò per offrirgli il suo boccaglio d’emergenza, ma i polmoni di Antonio cercavano disperatamente l’aria in superficie, trascinando con sé anche la disperazione della figlia. Appena la testa fu fuori, sputò il boccaglio e si riempì i polmoni che gli sembrava stessero per esplodere. Era confuso, ma si rese immediatamente conto che la ragazza aveva perso i sensi, sapeva che doveva chiedere aiuto al più presto. La barca non era vicina come aveva immaginato. Si sentiva strano, gli girava la testa e la vista iniziò a confondere le immagini, i colori dei pesci si spensero. Saraghi, naselli, seppie e cernie, divennero macchie offuscate che lo invitavano a seguirle sul fondo. Non ebbe paura, non poteva averne, ma doveva resistere alla tentazione di lasciarsi andare. Il mare era la sua vita. Da se stesso dipendeva quella della figlia. Non riusciva a respirare, un braccio e una gamba non gli appartenevano più. Temeva di non farcela, era come avere un sacco pieno di ferro sulle spalle. Il polpo avrebbe ripreso la caccia indisturbato. Nuotare con un braccio e una sola gamba lo facevano muovere quasi in cerchio, la macchia che indicava la posizione della barca sembrava sempre alla stessa distanza. La muta lo manteneva a galla, ma lo sforzo divenne insopportabile. Parlava alla ragazza, pregandola di rispondergli, lei non lo accontentava, allora lui la tranquillizzava. Tutto quel parlare faceva sì che l’acqua salata gli finisse in gola, sputava maledicendo la sua imprudenza mentre chiedeva al braccio buono di portarli in salvo, scalciando via, con l’unica gamba, la paura di andare a fondo.

Deve essere riuscito in qualche modo a raggiungere l’imbarcazione, a issarsi su assieme alla figlia. La radio trasmise il suo disperato messaggio. Gli aiuti arrivarono in tempo per salvargli la vita. Troppo tardi per quella della giovane.

 

Le tre coppie risalirono a bordo strappando Franco dalla sua fantasia. La quiete fu uccisa dai racconti entusiasti di quello che avevano visto. Naturalmente i pesci crescevano nelle dimensioni passando di bocca in bocca, mentre gli schizzi d’acqua, che accompagnavano il loro chiassoso asciugarsi, non risparmiarono Franco, che ricambiava con occhiate di fuoco.

L’insalata di polpo e patate lessate, fu particolarmente gradita a tutti. Consumato il pranzo, ripresero il mare.

Quell’occhiata furtiva alla foto aveva cambiato l’umore del pescatore, ora pareva avesse fretta di liberarsi dei passeggeri. Franco non sapeva come comportarsi, ma quell’ostilità improvvisa lo incuriosì più che infastidirlo. Non era certo che il marinaio preferisse il silenzio, perché quel mutismo forzato era accompagnato da gesti inutili. Antonio pareva non riuscisse a stare fermo, come se la barca fosse diventata improvvisamente troppo piccola. Si alzava per andare chissà dove, poi si risedeva senza aver fatto nulla, cercava con gli occhi in alto, dietro e poi sotto ai piedi. Lunghi sospiri accompagnavano quei gesti.

Arrivati vicino alla costa, Franco fu sconfitto dalla curiosità.

«Era tua figlia?» sussurrò, approfittando di alcuni pesci volanti che catturarono l’attenzione dei suoi compagni di viaggio. Era sicuro che si trattasse di una persona scomparsa.

Antonio pareva non aver sentito, continuava a girare gli occhi in ogni direzione come se dovesse bucare il cielo o penetrare il mare per estrarre qualcosa ormai sepolto. Ma la sua tenacia, come la gamba inerte, non potevano riportarlo alla pagina che precede il dolore.

 

Lo sguardo divenne più cupo man mano che passavano i minuti. Una nuvola grigia comparsa all’improvviso da dietro il vulcano, coprì il sole, quasi volesse nascondere la pena disegnata sul viso del vecchio. Poi, un colpo di vento deciso, spazzò via quell’ombra e l’espressione di Antonio si rasserenò assieme al cielo.

 

Giunsero all’attracco, il marinaio spense il motore e, aiutato da un rampino, agganciò la passerella che li ricongiunse alla terraferma.

La vestizione fu chiassosa, accompagnata da ringraziamenti, scambi di numeri telefonici e promesse di tenersi in contatto.

Franco si infilò la T-shirt bianca con la scritta “STO BENE GRAZIE”, ma rimase seduto fino a quando fu solo con Antonio, poi si alzò guardando ancora una volta la fotografia.

Il vecchio gli fece segno di aspettare e si sedette assieme a lui.

«Luna non è mia figlia,» disse dopo un momento che a Franco parve carico di emozioni, «ma avrei voluto che fosse la madre dei miei bambini.»

La voce uscì strozzata come il fischio di quella pentola a pressione che conteneva la sua sofferenza. Uno sconosciuto stava per diventare il depositario delle pene di un pescatore la cui rete non serviva a catturare pesci, ma a proteggere la luna quando decideva di specchiarsi nel mare fino a cascarci dentro.

«Aveva diciannove anni quando arrivò sull’isola. Veniva da Rimini, come te. Era fuggita da un amore pericoloso. Lui era sposato. Uno che viveva di espedienti.»

Antonio parlava guardando il mare. La mano buona sorreggeva la fronte, pensieri troppo pesanti per sostenersi da soli, cercavano finalmente la libertà. Colpi di vento improvvisi dettero vita ai suoi capelli brizzolati, movimenti veloci verso il cielo, come banchi di sardine che salgono in superficie ad ammirare un mondo che non gli appartiene.

«Luna è il suo vero nome?» chiede Franco per incoraggiare il vecchio a riprendere il discorso.

«No, si chiama, Claudia. Luna è il soprannome che le ho dato io. Se ne stava tutto il giorno in mezzo agli scogli, oppure in alto, sul sentiero che porta fino alle bocche di Iddu, nascosta tra le piante, in compagnia dei suoi attrezzi. Aveva una sacca piena di palline, clavette e anelli. Era un’artista di strada. Non era difficile scoprire dove fosse, quando le palline volteggiavano sbattendo a volte sulle canne, o si facevano strada in mezzo alle rocce prima di finire in acqua. Passeggiava per il paese solo dopo il tramonto, cercando il posto dove esibirsi. Il suo sorriso illuminava la via. Come la luna piena.»

«Vi siete innamorati subito?» domandò Franco.

«Io sì,» sussurrò il vecchio, «come la maggior parte dei giovani isolani. Compreso Cartolina. Maledetto!» Una smorfia amara tagliò il viso di Antonio, una ferita che continua a buttar veleno misto a sangue.

«Lei era gentile con tutti, ma diceva che la Luna è condannata a vivere sola, che non può fare preferenze, che se si appartasse col suo innamorato i marinai perderebbero la rotta. Ma io sapevo che era per via dell’uomo da cui era fuggita, che non voleva legami. Un giorno mi confidò che lui le aveva giurato di uccidere chiunque avesse cercato di averla. Non mi faceva paura quella minaccia, ma lei continuava a dire che teneva troppo a me e non voleva farmi correre rischi.»

Franco trattenne a fatica un sorriso. Era una scusa puerile, usata per respingere con garbo un corteggiatore. Quell’uomo aveva il corpo intrappolato in una bolla d’aria e la mente prigioniera di un’illusione. Due gabbie dentro cui la memoria ingigantisce le suggestioni, alimentando il rimpianto.

«Cosa c’entra Cartolina in questa vicenda?» chiese Franco quando il marinaio tacque.

«Era ossessionato da Luna. La seguiva ovunque. La sua follia divenne morbosa. Lui è l’unico che sa dov’è finita. Il giorno seguente alla sua sparizione, Cartolina ha smesso di lavorare e ha iniziato la sua vita di vagabondo. È il rimorso per quello che ha fatto che non gli dà pace. Per quello cammina giorno e notte. Dice che la cerca, ma lui sa bene dov’è finita.»

Una bella storia di paese. Uomini che si trascinano in un mondo appena sollevato da terra, vittime delle fantasie che la loro mente incompleta li obbliga a sopportare. A Rimini c’erano Paolino delle medaglie, Giovannino della Madonna sul ponte e tanti altri, come Scolabotti che aveva la mente immersa nel bicchiere del vino. In ogni paese c’è il matto del quartiere che ripete la sua ossessione ai ragazzini, mentre quelli si divertono a tormentarlo. Cartolina era il sempliciotto di Stromboli, Franco credeva, come tutti sull’isola, che fosse innocuo. Ma Antonio ne aveva fatto il colpevole del suo amore perduto.

 

Scese dalla barca dopo aver sostituito una stretta di mano con un timido abbraccio. Si avviò verso la strada che portava al dammuso affittato per una settimana. Un monolocale a ridosso della spiaggia, arredato con pochi mobili verniciati di giallo e molte fotografie dell’isola, appese ovunque. Riconobbe in lontananza il passo sbilenco di Cartolina e ripensò alle parole di Antonio. Lo incontrò ancora quasi ogni giorno. Una volta gli offrì una gazzosa e dovette accettare un’altra cartolina. Provò a chiedergli di Luna.

Lui alzò gli occhi verso il sole. «Viene più tardi» biascicò prima di andarsene. Franco sorrise e non pensò più a quella storia.

Non rivide Antonio fino al giorno della partenza per tornare a casa, gli passò vicino mentre si dirigeva verso l’aliscafo per Milazzo.

«Aveva un’amica a Rimini» sussurrò il marinaio.

«Cos’hai detto?» chiese Franco, disturbato dal vento che aveva disperso le parole del vecchio, ma lui si era già girato di spalle per trascinare la sua gamba verso la barca.

 

Quando la mente si ricongiunge alla spiaggia dove sta passeggiando, Franco mette a fuoco la cartolina che si è ritrovato tra le mani e osserva i segni sbiaditi sul retro. Non ci aveva fatto caso quando l’aveva scelta, convinto che non ci fosse scritto nulla. “Claudia Paolazzi (Luna) Stromboli” indicava il destinatario. “Sa dove sei, sta arrivando”. La firma, sotto quel testo ambiguo era nascosta da una grossa macchia scura.

 

Luciana gli aveva insegnato a non sottovalutare i segni, indicazioni apparentemente casuali, a volte svelano che c’è qualcosa da scoprire e quale strada prendere. Nel suo lavoro di perito assicurativo, ha raggiunto ottimi risultati affidandosi al fiuto. Le truffe sono all’ordine del giorno, lui è convinto di avere la fama di quello da evitare, per chi ci prova. Ma l’investigatore che è in lui resterà un sogno che non ha mai confidato a nessuno, solo Luciana lo aveva capito.

Era una donna sensibile, dotata di un’ironia sottile. Gli regalò quel cappotto inventando che era stata un’occasione, mentre lui sapeva che aveva dovuto fare una difficile ricerca per acquistarlo.

«Spero che tenga caldi i tuoi sogni» aveva detto. Lui arrossì, sentendosi scoperto.

Ancora una volta avverte il rossore avvampare sulle guance, ripensando a quel momento, ma non può evitare di lasciare che la mente giochi a fare il poliziotto.

La missiva nasconde molto di più rispetto a quello che mostra. Un mistero che parte da Rimini. Quale altro motivo avrebbe avuto il vecchio per confidarsi proprio con lui?

 

Un’onda più lunga delle altre lo costringe a deviare, se fosse scalzo non dovrebbe seguire il disegno della risacca. Anche i suoi pensieri vanno e vengono come quella bava di mare. Ragionamenti e congetture che, per un attimo, lo hanno riportato dove non può più essere. Mette in tasca la cartolina e le sue inutili tentazioni, riprende a camminare cercando, nella sabbia, altre suggestioni.

Probabilmente fare resistenza non serve. In fondo è un hobby come ce ne sono tanti, serve a passare il tempo e tenere lontana la malinconia. Inverte il percorso e si dirige al parcheggio.

Un quarto d’ora ed è a casa, si toglie le scarpe vicino alla porta d’ingresso per non perdere tempo andando in camera a cercare le ciabatte.

Accende il computer e apre la pagina di Facebook. Claudia Paolazzi non c’è, neppure Luna Paolazzi e nemmeno Claudia Luna. Prova con Google, ma il risultato è il medesimo. Deluso, ricomincia a osservare la cartolina. La macchia che nasconde la firma cattura la sua attenzione. Un particolare all’apparenza insignificante. È quello su cui si concentrerebbe Sherlock, un dettaglio che tutti trascurano, può essere la chiave del giallo. Forse copre un’informazione importante. Potrebbe essere stata fatta di proposito. Già, perché se così non fosse, non gli sarebbe tornata in mente la conversazione col marinaio.

Dietro alle parole di Antonio ci deve essere qualcosa di più che un semplice rimpianto del cuore. Non gli aveva dato alcun peso, ma il fastidio che prova ora, gli suggerisce che probabilmente ha commesso un errore. Deve concentrarsi su quel segreto oscurato.

La macchia ha la dimensione di un polpastrello, giusto lo spazio per un nome. Franco prova a metterla sotto una luce, ma è scurissima oltre che leggermente spessa. Non lascia trasparire nulla. Peccato, quel nome potrebbe farlo muovere in qualche direzione. Anche se Paola, piuttosto che Riccardo, non aggiungerebbero molto alla sua inchiesta.

Gira la cartolina sopra e sotto per guardarla da tutte le angolazioni possibili, ma non c’è nulla di più di quanto si vede.

Va in cucina e mette sul fuoco un pentolino d’acqua, appena questa inizia a fumare, ci passa sopra la parte dove c’è appiccicato un francobollo da cento lire. Sotto non c’è scritto nulla. Gli resta solo di provare a grattare la macchia. Apre un cassetto per prendere un coltello. Inizia a raschiare, ma la suoneria del telefonino lo interrompe. Ha un moto di stizza per quel disturbo, ma poi vede sul display il nome del suo collega e sorride perché gli viene in mente quello che è successo.

«Ciao Andrea, cosa mi racconti? Mi ha detto Barbara che hai litigato con tua moglie per colpa sua, ma il capo l’ha chiamata prima che mi spiegasse il motivo.»

«Quella cretina mi ha mandato un messaggio destinato ad Angelo, quel cornuto del suo fidanzato. Capirai, c’era scritto “ti aspetto amore”… Ho fatto chiamare Carla da Barbara per chiarire l’equivoco, ma lei si è incazzata ancora di più. Dice che oltre a trombare in ufficio la vogliamo pure prendere per il culo. Una tragedia.»

A Franco viene da ridere.

«Non credo sia stata una buona idea, tua moglie e Barbara non si sopportano. A volte, sai come si dice, la pezza fa più danni del buco» risponde evitando di confidare quello che pensa.

Barbara e Andrea, al massimo potrebbero sembrare padre e figlia, non certo una coppia. Probabile che Andrea sia lusingato dalla gelosia della moglie. «Prova con le rose e una cena romantica, vedrai che si calma» aggiunge.

«Speriamo, perché da una settimana in casa non si vive più. Domani ti dirò se ha funzionato» commenta Andrea.

«Non ti ho chiesto perché mi hai chiamato» dice Franco, ricordandosi di non avergli dato il tempo per farlo.

«Era proprio questo l’argomento, volevo sfogarmi con un amico» risponde Andrea chiudendo la telefonata.

Barbara e Andrea lavorano con lui, lei in amministrazione, mentre Andrea è al commerciale. La ragazza è entrata in azienda da un paio d’anni. È carina e spiritosa. Ha capelli neri e corti, comodi da gestire. Salta il pranzo quattro giorni su sei, preferendo trascorrere le due ore di pausa in palestra. Indossa gonne attillate e scarpe coi tacchi. Camicette generosamente slacciate evidenziano il seno esuberante. Franco la rivede accanto alla moglie di Andrea, lei ha nel giro vita l’unica curva visibile. Le due donne si sono incontrate una sola volta per gli auguri di Natale. Odio a prima vista.

 

Franco posa il telefono e riprende a raschiare. “La pezza fa più danni…” Si blocca e appoggia il coltello, mentre un’ipotesi prende forma nella sua mente. Se quella macchia fosse sangue aprirebbe uno scenario drammatico.

Probabilmente il tipo l’ha raggiunta e hanno litigato. Arrivato sull’isola avrà chiesto a chiunque sue notizie. Il clima vacanziero, donne coperte al massimo da un pareo, ragazzi che le corteggiano e il senso di un diffuso divertimento, devono averlo fatto infuriare.

Sarà stato facile trovarla, magari tra gli scogli, non lontano dal molo. Lei indossava un paio di shorts sfrangiati e sopra solo il reggiseno del bikini.

Giocava felice con i suoi birilli. Aveva la cartolina in tasca.

Gliela mette davanti al naso per dimostrargli che sapeva del suo arrivo, gli dice che è felice di vederlo e lo bacia. Se non lo avesse voluto incontrare sarebbe andata via.

Lui sembra calmarsi, lei non abita lontano, dieci minuti a piedi.

Si chiudono in casa.

Lei si copre con una camicetta color del mare.

La discussione diventa una lite. L’uomo non crede a una parola di quello che lei racconta, fruga in tutte le stanze alla ricerca di un tradimento. Spalanca sportelli, ribalta cassetti come un ladro sicuro di trovare valori nascosti.

Un fiume di domande e accuse su cosa ha fatto in questi mesi, chi frequenta, perché proprio a Stromboli.

Lei potrebbe rispondere che non sono affari suoi, è sposato e non sembra avere nessuna intenzione di lasciare la moglie. Vorrebbe dirgli che se n’è andata per colpa sua, perché era stanca di essere il suo giocattolo, che lui è solo un egoista.

Ma lì non c’è nessuno che la possa proteggere. È un uomo violento e lei ha paura. Così cerca di mostrarsi tranquilla.

Sognava di vedere quell’isola. Sta sempre sola, si unisce ai turisti solo quando lavora. Quei panorami sono incantevoli, il vulcano regala fuochi e colate che sembrano fatte apposta per volteggiare in aria assieme ai suoi attrezzi. Quella lava è sangue che esce dalla terra, per mostrare agli uomini che al mondo non ci sono solo loro.

«Occorre avere rispetto per la natura» aggiunge con animo fiero.

Ora Franco li ha proprio davanti agli occhi, anche se conosce solo il volto della ragazza, non fatica a immaginare quello dell’uomo. Un’espressione mista di odio e desiderio.

La bacia con passione cattiva, è violento, la spinge sul letto. Lei sa che si calmerà. Lascia che le strappi la camicetta, che le tolga le mutandine senza curarsi di farle male. Lei gli accarezza i capelli, poi lo guida dentro di sé. Lui sembra navigare un mare in tempesta, il respiro si affanna, infine si placa. Il piacere lo fa sentire padrone del mondo. Il mondo di Claudia gli appartiene.

Lei si alza dal letto e va in cucina a preparargli le penne all’arrabbiata. Le fa molto piccanti, come piacciono a lui.

Mangiano, parlano, si raccontano, lui fuma un mezzo sigaro, mentre beve una grappa scura.

Osserva la stanza, i piatti, i bicchieri, le stampe alle pareti. Tutto richiama i colori dell’isola. Radio 101 si sente anche qui. Un brano di Sade suggerisce piaceri carnali non ancora placati. È la casa di una perfettamente a suo agio, che se la spassa senza avvertire nessuna mancanza.

L’uomo sembra calmo, ma Claudia conosce quel silenzio, sa che preannuncia tempesta.

Sono mesi che è partita da Rimini, quella non è una vacanza. Una ragazza sola, così bella, chissà quanti amanti ha fatto felici.

Franco non fatica a immaginare il seguito.

“Sei solo una grandissima puttana” le avrà urlato in faccia.

Franco abbassa gli occhi sul tavolo. Erano in cucina, dove c’è sempre un coltello a portata di mano.

Lei vede una rabbia insensata negli occhi dell’uomo a cui ha appena dato piacere. Una violenza a cui non può opporsi. Il terrore le impedisce di muoversi, la gola si chiude, Luna non riesce a parlare. Lui accoglie quel silenzio come un’ammissione di colpa.

Un pianto disperato non accende nessuna pietà.

Si deve essere coperta il viso con quel cartoncino. Una cartolina può trasportare un amore, ma non può bloccare la lama della follia. Far sparire un corpo in mezzo al mare non sarà stato complicato.

 

Il libro che ha sul comodino è il compagno fisso delle sue notti tormentate. È circa a metà del romanzo, Dostoevskij non gli ha ancora svelato come si distingue l’ingenuità dall’idiozia. Lui crede di esserne portatore, coi suoi dubbi e le insicurezze. Sa di essere un uomo gentile, ma proprio come il principe Miskin, forse è anche idiota. Aveva chiesto alla vita un buon lavoro e un amore che durasse per sempre, forse era stata una pretesa assurda.

Dalla camera si vede la finestra della veranda, la notte nuvolosa gli mette malinconia. Se ci fosse ancora Luciana avrebbero discusso fino a quando il sonno non iniziava a impastare le parole. Ma Luciana l’ha lasciato da due anni, trasformando le festività di Natale in un incubo di solitudine.

La mattina, ha mal di testa, il caffè della moka non produce il solito effetto. Rimane intorpidito, attratto da quel giallo che la sua mente sta confezionando, giallo come la luna e come il colore del bikini che indossava Luciana quando si sono conosciuti.

Dentro allo specchio del bagno, accanto al suo volto imbiancato dalla schiuma da barba, vede anche quello di Claudia, trasfigurato dal dolore. Un rivolo di sangue esce dalla sua bocca carnosa. Gli occhi gli chiedono aiuto.

Si sbarba veloce, un taglio sul mento aggiunge una goccia di sangue vero. Si tampona con un pezzo di carta igienica, poi si veste ed esce di casa. Chiuso dentro l’ascensore che unisce i quattro piani che separano l’attico dal garage, continua a rivedere la faccia dolce e impaurita di Luna.

 

Come tutti i giorni, prima di andare in ufficio, passa dal grattacielo. C’è un bar dove prende il secondo caffè in compagnia di Andrea, che abita al decimo piano. La mole del collega si nota da lontano. I pantaloni del vestito marrone tirano da tutte le parti, la giacca stazzonata, dimostra più anni di chi la indossa.

Il barista gli serve l’espresso accompagnato dal piccolo bricco che contiene il latte freddo.

Andrea gli rivolge uno sguardo preoccupato, il riporto dei capelli metà biondo e in parte bianco, non nasconde i suoi pensieri cupi.

In auto parlano del casino che ha combinato la loro collega, Andrea gli dice che la moglie è sempre più infuriata. Non c’è spazio per nessun altro argomento, Andrea continua il suo monologo, poi chiede a Franco cos’altro può fare, ma senza attendere che l’amico gli risponda, riprende il suo lamento, fino a quando arrivano davanti alla palazzina di viale Valturio, dove lavorano.

In ufficio, Andrea si fionda nella stanza di Barbara, mentre Franco si siede sulla sua poltrona nera foderata in similpelle.

Di recente il capo, cedendo alle loro richieste di tutela della privacy, ha trasformato l’open space dove lavoravano, in tre ambienti fatti interamente di vetro. Franco osserva per un po’ i colleghi che discutono fitto, non sente quel che dicono, ma Andrea gesticola sempre più aggressivo, mentre Barbara, ormai quasi schiacciata contro al muro di fianco alla scrivania, sembra non riesca a calmarlo.

Il battibecco non interessa Franco che preferisce riportare l’attenzione al mistero che vorrebbe risolvere. Un’impresa, considerando che non può contare su nessun aiuto. La pila di documenti che ricoprono la scrivania, suggerisce che dovrebbe lavorare, ma sono momenti difficili per lui, la mancanza di Luciana sta diventando sempre più pesante, giocare all’investigatore lo fa sentire meglio.

 

Nei giorni che seguono, approfitta di ogni momento libero per fare lunghe passeggiate in riva al mare. Claudia ormai è un chiodo fisso. Certo Luciana saprebbe cosa fare, chi cercare, dove indagare, mentre a lui non viene in mente nulla, ma c’è come un filo che sembra legare le due donne, forse qualcosa che entrambe gli vogliono svelare.

Oggi la giornata è più autunnale di ieri, il vento e l’umidità rendono la passeggiata poco gradevole. Decide di modificare il tragitto per cercare riparo in mezzo alle case. Parte come sempre dal porto, dove lascia l’auto, cammina sul marciapiede fino al Grand Hotel, prosegue costeggiando le belle ville di viale Principe Amedeo che uniscono il lungomare alla ferrovia. Appoggiato alle rotaie c’è il grattacielo, solitaria sentinella che controlla il mare e la città vecchia. La bora trasporta la sabbia fino alla strada, Franco accelera il passo.

Entra nel bar per bere un tè caldo, prima di ripercorrere lo stesso percorso a ritroso.

Dentro al locale c’è un vecchio conoscente. Gli anni non sono stati clementi con lui, ma il viso è ancora quello di quando erano ragazzi. Indossa pantaloni stretti da una cintura nera, appena visibile sotto a una camicia azzurra che non riesce a contenere il ventre gonfio. Ha capelli lunghi, in parte grigi, Franco pensa che quell’uomo non ami l’attività fisica e neppure il bagnoschiuma. Non erano mai stati amici, ma bevendo gomito a gomito, iniziano a conversare. Quello gli dice che lavora alle poste, che non ne può più, che non vede l’ora di andare in pensione, ma la maledetta legge Fornero, “anzi quella maledetta Fornero” puntualizza, gli ha fottuto cinque anni.

Franco non aveva bisogno che gli svelasse il suo mestiere, il berretto da postino è in bellavista sul bancone, comunque si sforza di mostrarsi interessato, ma dopo aver ascoltato le prime parole, perde il filo del discorso.

Vorrebbe parlargli della cartolina, ma quello non intende cambiare argomento, e gli rifila dieci minuti serrati di problemi sindacali e mal funzionamento delle poste. Quando finalmente esaurisce le sue esternazioni lavorative, sposta la conversazione sul campionato di calcio. Franco finge di essere un tifoso. Lo invita a sedersi con lui e ascolta paziente storie di errori arbitrali e possibili formazioni della Nazionale. Deve attendere che il postino termini anche questo argomento, prima di riuscire a cambiare discorso.

Gli deve sottoporre una domanda che riguarda le poste. Gli serve il parere di un esperto. Quello raddrizza il collo e sorride compiaciuto. Così Franco gli racconta di Cartolina e delle cartoline, non sa bene cosa chiedergli, ma ha bisogno di parlarne, perché “discuterne con uno estraneo ai fatti, può fornire un punto di vista differente e farti trovare una soluzione a cui da solo non saresti arrivato” diceva Luciana.

Il portalettere però, come sente parlare di cartoline inevase, sembra morso da una tarantola e comincia un panegirico sulle implicazioni di legge per quello che potrebbe essere un reato, perché ci sono normative e procedure ben precise per smaltire la posta, quando non la si può consegnare. Sono previste sanzioni e comunque non si può farne un uso personale. Insomma una marea di chiacchiere inutili per Franco, pentito di avergli dato corda.

Ora vuole solo liberarsi di lui, così, all’improvviso, gli dice che sta leggendo L’Idiota. Non sa come gli sia venuto in mente, è una frase senza senso in quel momento. Il suo interlocutore sembra stia valutando se, per caso, ha appena ricevuto un’offesa. Franco, imbarazzato, aggiunge il nome dello scrittore, ma quello pare considerare un insulto anche “Dostoevskij”.

Comunque ha ottenuto lo scopo, il portalettere si alza scocciato e finalmente se ne va.

 

Franco è deluso, sperava di ottenere qualche informazione interessante. Ancora una volta si rende conto che, senza Luciana, non è in grado di prendere la direzione giusta. Lei era la sua parte logica, ora che non c’è più, si sente come il pescatore intrappolato dentro a un embolo.

Esce dal bar, fuori l’attende un vento contrario carico di sabbia che lo costringe a camminare con la testa bassa fino al parcheggio. Mette in moto la Fiat Punto, dalla radio esce la voce dei Beatles. All you need is love non lo aiuta a riordinare i pensieri. È sicuro di aver bisogno di amore, ma crede di non averne più diritto. Sa anche che qualcosa unisce quel bar alla sua cartolina.

 

I giorni seguenti, quando raggiunge il collega al grattacielo, inizia a guardarsi attorno.

Il locale è triste e spoglio, i muri hanno qualche crepa, c’è solo un poster appeso. È il manifesto del film Easy Rider, il cult degli anni settanta, probabilmente lasciato appeso dal gestore precedente. I tavolini neri sono di plastica, i posacenere di vetro trasparente. L’arredamento è anonimo, una slot machine ripete il suono monotono della sconfitta, a chi la sfida.

Non c’è nulla che possa dare un suggerimento utile. Commenti a voce alta che Andrea non capisce. L’improvviso interessamento all’arredamento del bar, lo inducono a chiedergli se ha in mente di cambiare lavoro. Se vuole aprire un’attività commerciale. Franco non sa se parlargli di ciò che ha in testa.

«É da un po’ che ci penso» risponde. «Potrei aprire un caffè letterario, organizzare serate gialle» aggiunge distogliendo lo sguardo da quello stupito di Andrea. «Sarebbe divertente» conclude. Gli vorrebbe parlare di Luna, ma non ha ancora deciso cosa dirgli.

 

L’immagine del grattacielo nel mezzo della cartolina, forse non è casuale. Potrebbe essere un’indicazione che ha voluto dare chi l’ha scritta. Un dettaglio esplicito per Claudia.

In quel bar qualcuno potrebbe sapere che fine ha fatto la ragazza, o conoscere il misterioso fidanzato. Non certo i baristi, una coppia troppo giovane che, come la maggior parte degli avventori, forse non conosce neppure il film del manifesto, ma qualche signore dell’età giusta c’è. Andrea potrebbe aiutarlo, ma prima di coinvolgerlo prova a scoprire qualcosa da solo.

Franco aumenta le visite al bar, offre caffè agli over cinquanta, ma nessuno pare avere risposte alle sue domande. Quel mistero è troppo vecchio, “una pista fredda” avrebbe detto Luciana, ci vorrebbe proprio il suo aiuto, ma non può chiederlo.

La sera riprende la lettura del libro, sperando di trovare spunti utili alla sua indagine. O almeno distrarsi, staccare il cervello dal mistero che avvolge Luna. Se pensa continuamente alle stesse cose, non farà alcun passo. Gli servono altri punti di vista, ma il principe del romanzo, simile a lui per le incertezze che lo guidano, si muove in un ambiente pieno di vita e pettegolezzi, ben diverso dal freddo autunno nel quale lui si deve destreggiare.

 

In ufficio le giornate sono sempre uguali, la montagna di pratiche da evadere aumenta, durante le riunioni il capo si lamenta un po’ per tutto. La grana che coinvolge Andrea e Barbara, ancora indaffarati nel cercare di risolverla, è l’unico fatto di rilievo. Franco non ha altri che il collega, con cui parlare di Claudia, ma deve trovare il modo per farlo senza dimostrare troppo interesse. Non vuole certo mettere a nudo la sua indole di bambino che sogna ancora un futuro da super eroe, diventerebbe lo zimbello dell’ufficio. Ma non può continuare a parlarne solo di notte con Luciana.

Alle undici entra nel salottino che ospita il distributore di snack e bibite varie, i suoi colleghi sono lì da alcuni minuti. Discutono animatamente. Barbara dice che è ora di schiantarla, andrà a casa di Andrea col fidanzato, parleranno con Carla. L’altro è titubante, teme che le cose possano peggiorare. Ci deve pensare, poi le farà sapere. Franco attende che si accorgano di lui, poi butta sul tavolo di formica verde, la cartolina. Barbara lo guarda curiosa, gli chiede, con malizia, se gliel’ha scritta una ragazza.

Franco trattiene a stento una risposta velenosa, è di Andrea che ha bisogno.

«Guarda cosa mi sono ritrovato in tasca» dice cercando di usare un tono divertito. «Questa contiene un mistero.»

«Scusa Franco,» risponde Andrea, «ma col casino che mi ha combinato Barbara, l’unico mistero che mi interessa è scoprire come la sfango con mia moglie.»

Franco raccoglie, con indifferenza, il suo reperto dal tavolo e torna in ufficio. Pensa che quella situazione è ridicola, Andrea non avrebbe nessuna possibilità con Barbara, solo Carla può credere il contrario, ma probabilmente recita la parte di consorte ferita, per ottenere più attenzioni e qualche regalo extra.

 

Un’ora dopo, Andrea siede davanti a Franco. La sedia scricchiola, lui ha un gesto di stizza.

«Lunedì mi metto a dieta» dice.

«Sei ancora in alto mare?» chiede Franco.

«Ieri pomeriggio le ho mandato un messaggio per avvisarla di non preparare la cena perché avevo prenotato da “Todro”, sai che adora come cucinano il pesce in quel ristorante. Alle otto sono arrivato a casa con un mazzo di rose.»

«Bravo, hai seguito il mio consiglio, quindi? Tutto a posto?»

«Ha buttato i fiori nella pattumiera e mi ha detto di portarci la troia da Todro.»

«Azz… mi dispiace, speriamo che le passi. Almeno te la fossi fatta veramente» aggiunge Franco.

«Scherza pure, ma intanto in casa c’è un’aria che puzza come la merda» dice scollandosi dalla sedia. «Ho fotografato il messaggio che Barbara ha mandato al suo fidanzato per raccontargli il casino che ha combinato e l’ho girato a Carla. Stasera vedrò se si è convinta che è tutto un equivoco.»

«Speriamo» commenta Franco, giocherellando con la cartolina. Andrea finalmente appoggia gli occhi su quello che l’amico considera un reperto da tribunale.

«Quale mistero nasconderebbe quella, Perry Mason?» domanda Andrea sorridendo mentre raccoglie la cartolina dalla scrivania.

Franco arrossisce, ma tace, mentre l’amico la osserva con più attenzione. Dopo qualche istante, Andrea fa le prime valutazioni.

«È stata scattata con un grandangolo» sentenzia, se ne intende di fotografie e gli piace farsene vanto. «Il grattacielo è schiacciato, sembra che sia costruito sopra alla rotonda. Tra la spiaggia e il mare non c’è profondità. I colori sono innaturali, l’azzurro del cielo è troppo perfetto, l’auto che passa potrebbe essere nera, ma anche blu.»

Per Franco quei dettagli sono insignificanti, ma attende che l’amico esaurisca la lezione, prima di farlo entrare nella sua storia. Quando finalmente ha piena attenzione, gli spiega cosa c’è in quel cartoncino oltre a un’inquadratura sbilenca.

«Nulla di veramente importante» dice. «Non ricordavo neppure di averla conservata, era nella tasca di una giacca. Guardandola ho notato qualcosa di strano e mi sono tornati in mente i discorsi fatti con un barcaiolo a Stromboli» continua, cercando di minimizzare. «L’immagine di Rimini, persone che potremmo conoscere, poi quella frase. Non sembra anche a te una minaccia?»

Andrea è più divertito che curioso, conosce la passione segreta dell’amico, ma non vuole esagerare nello sfottò. Se serve a farlo stare meglio, lo aiuterà volentieri. Da quando Luciana lo ha lasciato, Franco ha grossi sbalzi di umore, spesso sembra assente e giù di morale. Si rimette seduto ad ascoltare la teoria di un enigma inesistente.

«È una bella storia, ma non so proprio come ne verrai a capo» commenta quando finalmente Franco ha terminato la sua accurata disamina di fatti veri o presunti. «Sono passati quarant’anni, non hai elementi e nessuno a cui chiedere informazioni.»

«Forse quella panoramica potrebbe dirci qualcosa di più» ribatte Franco, sperando di coinvolgerlo. «Perché gli hanno spedito proprio quell’immagine? Rimini la conosceva benissimo… Ci ho pensato e credo che la risposta sia nel grattacielo. Forse quell’uomo abitava lì, è il motivo che mi ha convinto a parlarne con te» dice col tono di uno che gli ha appena concesso un privilegio.

Il collega riflette un attimo prima di esprimere un parere.

«Io ci vivo da dieci anni, non ho mai sentito nulla in proposito» risponde, sperando di liberarsi.

«Lo immaginavo, ma potresti chiedere al portiere, quelli sanno i cazzi di tutti.»

Ora ha capito dove vuole andare a parare Franco, non ama parlare col portiere, quello attacca bottoni giganteschi, ma decide di assecondare l’amico.

«Va bene, questa sera mi informo, ma lo faccio unicamente per te, quello mi attaccherà una mega pezza.»

«Certo, certo, giusto per divertirci un po’» risponde Franco.

«Ora fammi andare, voglio telefonare a casa.»

 

Franco sa che non ha fatto breccia nella curiosità del collega, anche perché è uscito dall’ufficio senza chiedere dettagli.

Avrebbe voluto dargli un promemoria con le domande da fare e come porle. È importate la tecnica in questi frangenti, se vuoi risposte, non devi far sentire minacciato l’interrogato e devi essere abile per riportarlo con la mente a quei tempi. Andrea purtroppo queste cose non le sa. Comunque è sicuro che farà quello che gli ha chiesto. Ci vuole solo un briciolo di fortuna.

Mette in tasca la cartolina e riprende il suo lavoro. Le pratiche si accumulano in fretta, inoltre ci vuole attenzione oltre a parecchio tempo. Gli sembra di sprecare entrambe le cose dentro a quei faldoni da cui deve estrarre dati per fare valutazioni.

 

La mattina seguente sale in auto impaziente di incontrare il collega. Il portiere gli avrà sicuramente dato qualche informazione utile. La voce sensuale di Ersilia che propone da radio San Marino l’ultimo brano di Giorgia, gli tiene compagnia fino all’arrivo. “Chissà se la speaker è bella come la sua voce” pensa, scendendo dall’auto, mentre fa scattare il meccanismo di chiusura centralizzata.

Nel locale Andrea non c’è. Il barista dice che se n’era andato da un po’. No, non gli ha lasciato detto nulla.

Franco beve il caffè in un sorso, è bollente e si ustiona la lingua. Paga, imprecando per il formicolio in bocca, e si fionda in auto.

La giornata è iniziata malissimo, la lingua rimarrà intorpidita tutto il giorno.

Arriva in ufficio, ma Andrea non è neppure lì. Barbara crede che avesse un appuntamento di prima mattina, ma non è sicura. “Dilettanti” pensa Franco, non ci si può fare affidamento. Non l’ha neppure avvisato di non passare a prenderlo.

Apre una cartellina che ha lasciato in evidenza il giorno prima, è una pratica da chiudere, roba da dieci minuti, ma non riesce a concentrarsi neppure su quel lavoro ormai ultimato.

Finge di leggere qualcosa sullo schermo, mentre lo screen server fa girare immagini dei suoi viaggi, tra il deserto e il mare.

Verso le dieci, quando la sua impotenza sembra aver sconfitto la capacità di trovare soluzioni, vede arrivare Andrea.

Il collega si sta avviando lentamente verso il proprio ufficio, cammina immerso in chi sa quali pensieri. Franco attende invano che lo guardi. Lo chiama ad alta voce quando è ormai certo che lo stia ignorando. Andrea si scuote, accende lo sguardo verso il collega mentre si dà un colpo in fronte con la mano aperta. Cambia immediatamente direzione ed entra nell’ufficio dell’amico.

«Scusami per questa mattina, mi ero completamente dimenticato di avere un appuntamento alle otto. Ho dovuto fare tutto di corsa e nella fretta non ho neppure pensato di telefonarti» dice allargando le braccia.

Andrea resta in piedi davanti alla scrivania di Franco, conosce la sua mania della puntualità e sa bene quanto quel disguido l’abbia indispettito.

Lui in effetti lo guarda male, poi dopo un paio di sospiri, lo invita a sedersi. Quello si accomoda e tace.

Franco riprende a soffiare, sembra un toro che scalcia prima di entrare nell’arena. «Quindi?» dice dopo qualche istante, senza nascondere il disappunto.

«Cosa?» risponde Andrea che continua a pensare al proprio lavoro e ha fretta di lasciare il collega.

«Hai parlato col portiere?» replica sempre più scocciato.

Andrea ha un secondo sussulto, il viso si illumina fino ad aprirsi in un sorriso radioso.

«Certo! Giorgio il portiere, scusami sai, ma col casino di questi giorni mi dimentico anche di allacciarmi le scarpe. Comunque ho buone notizie, anzi ottime. Non ci potevo credere, ma pare che tu abbia fatto centro. Si chiama Corrado, il portiere se lo ricorda benissimo. Viveva con la moglie al ventesimo piano. Un vero incubo per i vicini. Era prepotente, sempre in cerca di un pretesto per litigare. La polizia era di casa nel suo appartamento. Era uno spacciatore. Il portiere dice che aveva circa trent’anni… Claudia abitava in una palazzina poco distante, Giorgio non sa nulla del soprannome, crede di ricordare che abitasse in via Doria, insomma non lontano dal lungomare, ma dice che potrebbe confondersi, è passato troppo tempo. Quello che rammenta benissimo è che quell’anno i suoi genitori decisero di lasciare l’Italia per trasferirsi in Costa Rica. Claudia era poco più che maggiorenne, ma non ne volle sapere di seguirli. Iniziò a lavorare da Titta, la gelateria siciliana che avevano appena aperto, a pochi passi da casa sua. Ce l’hai presente vero? Ha ancora lo stesso nome.»

Franco fa cenno di sì con la testa, mentre lo sollecita a proseguire l’esposizione dei fatti. Usa espressamente quei termini.

«Quando la ragazza era libera, si esercitava con qualsiasi oggetto. La giocoleria era la sua grande passione. Palline, mele, arance, faceva girare in aria tutto quello che le capitava tra le mani.»

Franco si agita sulla sedia, il suo istinto investigativo non sbagliava. Luciana ne sarebbe ammirata.

Tempesta l’amico di domande.

Andrea gli racconta che Corrado si appostava davanti alla gelateria, conosceva i turni di lavoro della ragazza e l’aspettava appoggiato alla sua Mercedes coupè. Un corteggiamento serrato, fatto di regali che, presto, fecero presa sulla ragazzina. Cominciarono a uscire assieme. Lui la portava nei ristoranti migliori e la sera, a ballare sulle colline di Riccione. Il tutto senza alcuna prudenza, fregandosene della moglie. Era impazzito per lei e arrivò a mettere in difficoltà anche Titta, perché chiunque si trattenesse a parlare con Claudia, mentre lei riempiva una coppetta, veniva regolarmente preso a male parole e minacciato… Titta fu costretto a licenziarla, prima di perdere tutti i clienti.

«Una storia che in quel periodo fece un certo scalpore… Giorgio dice che è sparita senza dire nulla a nessuno» conclude Andrea.

Franco però non vuole certo troncarla lì. Il suo viso sembra quello di uno a cui offrono una borraccia dopo tre giorni che non beve. Gli chiede dov’è Corrado, se ci sono parenti o amici di Claudia con cui parlare, magari quella che ha scritto la cartolina.

«Ora devo scappare, ho un appuntamento a mezzogiorno da un altro cliente» dice Andrea. «Se ti va possiamo pranzare assieme e riprendere il discorso. Pago io, tanto metto il conto in nota spese. Così mi perdoni per il bidone di questa mattina… Vediamoci all’una, giù al porto, allo Strampalato.»

 

Franco esce dall’ufficio un quarto d’ora prima del solito. Ha fretta di arrivare al ristorante anche se sa che Andrea tarderà almeno mezz’ora. La giornata è nuvolosa, il vento gioca col mare, migliaia di ochette bianche increspano l’acqua. La notte deve aver fatto tempesta perché nel porto non ci sono le solite barchine che vendono il pescato, mentre i grossi pescherecci, affiancati alle vongolare, coi loro spaventosi rastrelli di ferro a turbina, stazionano deserti.

Franco ha dimenticato il soprabito in ufficio.

Entra nel ristorante prima di congelarsi. Informa la cameriera che si siede in attesa di un collega, quella gli indica un tavolo libero e inizia a spiegare come funziona il ristorante. Franco la interrompe, confermandole che conosce il modo particolare con cui nel locale ti avvisano quando la tua ordinazione è pronta.

«Un dischetto vibra e si accende quando devi alzarti per ritirare il tuo vassoio» dice sorridendo.

Il tavolo è appoggiato alla vetrata, da lì vede un rettangolo di porto. Normalmente a quell’ora il mare è coperto dai grossi camion che caricano casse di alici che l’Adriatico continua a offrire generoso, favorendo il successo di uno dei piatti della casa. Insalata, cipolle e sardoncini.

 

Andrea entra dopo venti minuti, lo cerca con gli occhi e appena lo vede si lamenta ad alta voce per il vento freddo. La cameriera guarda la porta per assicurarsi che non sia rimasta aperta.

L’amico ha ancora molto da raccontare perché, la sera precedente, la conversazione col portiere si era prolungata fino a mezzanotte.

Subito dopo cena era sceso le scale fino al piano rialzato, preferendo allontanarsi dall’aria che aleggiava in casa, sicuramente più pesante rispetto a quella della portineria.

Sua moglie gli aveva detto che se era affamato poteva prepararsi un toast, lei era stanca e non intendeva cucinare.

Giorgio, invece, lo aveva accolto con entusiasmo, felice di avere qualcuno con cui conversare.

Gli aveva confidato che Corrado fu coinvolto in truffe e rapine, entrando e uscendo più volte dal carcere. Il racconto era stato lunghissimo, perché il portiere ci infilava una serie infinita di dettagli insignificanti, che riguardavano l’appartamento di quel tipo.

«Il bagno continuamente intasato perché ci buttavano dentro di tutto e lui doveva puntualmente aggiustare. Le tende da smontare e rimontare quando la moglie voleva lavarle senza che Corrado la aiutasse e mille altre facezie» riferisce Andrea, precisando che si era pentito di aver fatto quella visita.

«Comunque, nei periodi in cui era a casa, in libertà vigilata, Corrado non poteva andare dove gli pareva. Per questo motivo non poté mettersi alla ricerca di Claudia. All’improvviso abbandonò Rimini, diventando così un latitante» bofonchia masticando un hamburger di pesce.

Il portiere aveva continuato a raccontargli quello che successe dopo, dato che la moglie di Corrado, rimasta sola, lo utilizzava come fosse un domestico.

«Giorgio aveva avuto notizie di un suo avvistamento in Francia. Pare che fosse finito nei guai pure lì. Sta di fatto, che qua non si è più visto.»

 

«Questo non esclude che sia andato a Stromboli» ribatte Franco quando Andrea ha esaurito le notizie.

«La cartolina parla chiaro. A chi altro poteva riferirsi? Lui avrà saputo in qualche modo dov’era finita, forse ha estorto l’informazione all’amica di Claudia e quella ha cercato di avvisarla.»

«Può essere andata come dici tu,» risponde Andrea, «ma Giorgio non ha idea di chi fosse questa amica. Parenti di Claudia non ce ne sono e Corrado, se è ancora vivo, non si sa dove sia finito. Oltre al fatto che non sarebbe la persona giusta a cui fare domande scomode.

Franco scuote la testa. Il caffè non lo vuole perché ha ancora il fastidio alla lingua, causato dall’ustione mattutina, spiega dopo aver scolato, direttamente dalla bottiglia, l’ultimo sorso di birra.

Il collega gli dice che non ha idea di che testa gli ha fatto Giorgio con le sue storie, comunque gli ha riferito tutto ciò che ha saputo. Ora deve andare e si alza per pagare il conto.

Franco lo ringrazia e si incammina in direzione dell’automobile.

Deve tornare in ufficio. Ha alcune pratiche in sospeso, nulla di urgente, per fortuna, perché i suoi pensieri sono avvolti dal fumo del vulcano.

La fiammella che pareva essersi accesa non è servita a illuminare nessuna traccia evidente. Comunque è un passo avanti, anche se non sa ancora in quale direzione.

Riflette con calma su ciò che ha appena ascoltato.

Luna è fuggita da un fidanzato di cui aveva paura, qualcuno l’ha avvisata che quello era sulle sue tracce.

La sua indagine è ben altro che una fantasia. Fatti drammatici stanno lentamente emergendo dal passato.

È eccitato, vorrebbe raccontarlo a Luciana, ma l’euforia dura poco e lascia il posto alla frustrazione. Si domanda che senso abbia quella ricerca, cosa spera di ricavarne. Non ha risposte, capisce solo che questa distrazione lo fa sentire meno solo e comunque non ha nulla di meglio da fare. Non ha nessuno a cui rivolgere nuove domande, ma forse non è del tutto vero. C’è ancora la cartolina. Quella macchia potrebbe dargli una ulteriore risposta.

 

A casa si mette immediatamente al lavoro. Il computer gli fornirà le informazioni che servono. Ha fame, ma non vuole perdere tempo, si toglie giusto le scarpe per non sentire i rimproveri di Luciana.

La ricerca su Internet non è complicata. “Come rilevare le macchie ematiche” è la frase che trova istantanee risposte in rete. Pare che esista un solo modo. Internet fornisce più di un sito dove ordinare un kit completo per l’analisi del sangue. Trova anche le indicazioni necessarie su come utilizzarlo. Già, perché non può certo presentarsi al RIS di Parma.

Ora che è soddisfatto, può spegnere il computer e accendere il fornello. Si merita una gratificazione.

Nel frigo trova salsiccia fresca e una confezione di ricotta, quanto basta per prepararsi un buon primo.

Mangia pensando ancora se ha tralasciato qualcosa, ma è certo di no. Dopo aver cenato, si distrae guardando un po’ di televisione. Lucarelli racconta la storia di Mastorna, il film che Fellini non ha mai girato, avrebbe raccontato il viaggio di un clown nell’aldilà.

Franco ha la sensazione che quel capolavoro mancato nasconda un messaggio per lui, forse è il viaggio, oppure il clown.

Si addormenta stringendo il cuscino di Luciana.

 

I giorni seguenti tutto ritorna alla normalità. Andrea ha ottenuto il perdono, comperando a Carla l’ennesimo vestitino. In ufficio il dramma della gelosia si è spento come un cerino. Barbara ha ripreso a passeggiare per il corridoio col sorriso stampato sopra al reggipetto in bella vista.

Franco, in attesa di ricevere quello che ha ordinato, prova a buttarsi a capofitto sul lavoro. Sforzi di concentrazione spesso disattesi.

Durante le pause caffè, l’errore per l’invio del messaggino ad Andrea, è ancora l’oggetto delle battute di tutti. Almeno quando non c’è il direttore, lui non ha gradito per nulla quella vicenda che ha distratto i suoi collaboratori dalle pratiche urgenti.

 

Dopo quattro giorni, il corriere gli consegna il kit. Franco si è fatto recapitare il pacco in ufficio e attende con impazienza l’ora di andare a casa.

Riesce a uscire prima del solito, ma il tempo guadagnato lo perde perché le strade sono intasate di traffico.

Arriva che è quasi ora di cena.

Apre il pacco, legge con attenzione le istruzioni, prima di stendere un panno bianco sulla tavola.

Non è sicuro di saper interpretare il risultato, per cui decide di aggiungere qualche elemento di confronto, non previsto nel manuale di istruzioni.

Spalma marmellata di ciliege in un angolo del panno, dalla parte opposta versa del vino rosso, poi usa un ago per farsi uscire una goccia di sangue che lascia cadere sullo stesso telo, infine appoggia la cartolina in mezzo a quelle macchie.

Rilegge ancora le istruzioni, in attesa che il sangue si rapprenda.

Ci vuole tempo.

Per ingannare l’attesa cucina una bistecca, condisce qualche foglia di insalata e consuma la cena tenendo gli occhi sul telo bianco.

Quando sparecchia, la goccia di sangue è diventata una macchia scura, non come quella sulla cartolina, ma simile.

Il luminol non lascia dubbi, marmellata e vino non subiscono alcuna variazione, mentre il sangue e la macchia sulla cartolina reagiscono allo stesso modo, illuminandosi sotto lo sguardo degli occhiali arancioni che completano il kit.

 

La notte racconta a Luciana quello che ha scoperto. Lei è ammirata, gli dice che deve insistere, è sulla pista giusta.

Franco si sveglia quando sente la mano di lei sul suo viso. Si alza e va in bagno.

Quando torna a letto, cerca di riprendere il sogno da dove si era interrotto, ma quella notte non ci saranno altre carezze.

 

La mattina seguente aggiorna Andrea. Sa che non ha alcun modo per risalire all’identità di chi ha lasciato quella traccia, ma è chiaro che è successo qualcosa di violento.

«Dovresti riparlare col portiere, sono certo che può farsi tornare in mente qualche altro particolare. Qualcosa che ci indichi chi ha scritto la cartolina» dice Franco mentre cammina avanti e indietro nell’ufficio del collega.

Andrea ha un gesto di disappunto, un’altra visita a Giorgio, ora che si è riappacificato con la moglie, non ha voglia di farla. Cerca di convincere Franco che il portiere gli ha raccontato tutto quanto sa, ma l’altro sembra invasato. I suoi sospetti sono diventati certezze, non può certo fermarsi ora.

Dopo un quarto d’ora di resistenza, Andrea cede.

«Va bene questa sera ci provo, ma tu calmati, è probabile che non ci sia nessun mistero dietro quella macchia.»

«Guarda che le cartoline non sanguinano, qualcosa è successo» lo incalza ancora Franco.

«Sì, tipo che il portalettere si è tagliato mentre infilava la cartolina nella buchetta.»

Franco si blocca, alza gli occhi verso il soffitto, si gratta il mento. Per un attimo le sue certezze vacillano, poi riprende con tono sicuro: «Improbabile, se fosse del postino, la macchia sarebbe più vicina a un bordo» risponde mentre riprende a camminare.

Anche Luciana sarebbe d’accordo con lui, l’ipotesi del postino non regge. Sente di aver ragione. Quella cartolina non è finita nella sua tasca per caso, ma serve qualche altro particolare per far luce sulla vicenda.

Guarda Andrea negli occhi, il collega, da solo, non scoprirà nulla. Non ha metodo e neppure intuito.

«Ti dispiace se questa sera ti accompagno a casa?» dice grattandosi un sopracciglio.

«Non ce la fai a resistere fino a domani o non ti fidi dei miei interrogatori?» chiede Andrea ridendo, felice di non doversi sorbire da solo il portinaio.

Franco piega la testa da un lato.

«No, che c’entra, è solo perché parlando in tre, forse lo aiutiamo a ricordare qualcos’altro. Sai come vanno queste cose, a volte una parola, o un timbro diverso della voce, può riportare la memoria verso un particolare dimenticato… Poi non è che a casa ci sia qualcuno che mi aspetta» aggiunge guardandolo di sottecchi.

Ora che sono d’accordo, Franco può tornare nel proprio ufficio. Alza gli occhi di sbieco mentre attraversa il corridoio per avere conferma di quello che immagina. Dall’ufficio centrale, il direttore vede quello che succede, il suo sguardo di disapprovazione per quel continuo andirivieni, non preannuncia nulla di buono.

 

Quella sera Giorgio, avvisato telefonicamente da Andrea di quella visita supplementare, li accoglie con una bottiglia di prosecco. Non lo disturba la loro incursione, spiega che la giornata del portiere è spesso monotona e solitaria, la moglie lavora in un’impresa di pulizie, i due figli ormai sono indipendenti e vivono per conto proprio.

Franco osserva con attenzione la sala dove li ha accolti, poi guarda Giorgio con la medesima meticolosità. È quello che gli ha insegnato Luciana. “Cerca di farti un’idea della persona che hai di fronte, prima di far domande”.

La stanza è scura nonostante i muri siano tinteggiati di bianco. Mobili di arte povera color noce, divano ricoperto con un lenzuolo a fiori neri e viola, una televisione vecchia, un modello che non fabbricano più da anni. Sulla credenza foto di parenti defunti, come dimostra il mazzetto di fiori finti davanti alle cornici.

Il portinaio è a disagio per quell’ispezione visiva, così inizia a parlare. Ricorda volentieri i tempi passati, aveva trent’anni allora e si era sposato da poco. Quel lavoro era stata una vera fortuna che lui aveva saputo tenersi stretta. È molto apprezzato dai condomini, come può testimoniare Andrea.

Franco continua a osservarlo. Giorgio è un tipo anonimo, indossa un abito grigio che ha la parvenza di una divisa, la camicia è bianca, chiusa al collo da una cravatta scura con disegni geometrici. Ha appena un giro di capelli bianchi che coprono la nuca, sotto alle orecchie. Non è né alto né basso, né grasso né magro.

Quando gli sembra che Franco sia seccato dal dover ascoltare i fatti suoi, cambia discorso e ripete quanto aveva riferito ad Andrea, ma per quanto i due colleghi lo tempestino di domande, non emergono nuovi dettagli.

Appare mortificato, l’espressione di quel tipo con quei basettoni fuori moda, che non nasconde la delusione, lo fa sentire in colpa.

Franco, in effetti, non ha ricavato nessuna indicazione dall’arredamento della casa e nemmeno dall’aspetto del custode. Gli sembra sincero, anche perché non avrebbe motivo per mentire. Non pare il tipo che possa essere stato in combutta con Corrado.

Non resta che congedarsi.

«Grazie comunque e mi scusi per il disturbo» dice mentre in realtà pensa che quello è un vecchio rincoglionito. «Ora la lascio, l’odore di pesce che arriva dalla cucina, suggerisce che la sua cena è pronta. Mi scusi ancora, il prosecco era ottimo» aggiunge avviandosi verso la porta d’ingresso.

Giorgio allunga la mano per salutarlo, ma ha come un sussulto che blocca Franco.

«Non so se potrà esserle d’aiuto, dice il portinaio, ma il pesce mi ha fatto tornare in mente che Claudia era spesso dalle parti della pescheria, mi pare che una volta abbia detto che i genitori della sua amica avevano un banco al mercato ittico.»

Franco si illumina come un lunapark, Giorgio tira un sospiro di sollievo mentre Andrea sorride.

 

II

 

Ancora una notte insonne, l’eccitazione per quello che ha scoperto si mescola al senso di inutilità per quell’indagine che non gli riporterà ciò che ha perduto.

Si alza dal letto, passeggia in giro per la casa. Sta piovendo. Appoggia la fronte alla grande vetrata della veranda, le gocce scivolano sul vetro e innaffiano la sua mente dove germogliano pensieri amari.

É consapevole di essere un uomo infelice e la solitudine pesa fino a togliergli il respiro.

La ricerca di Luna è una buona distrazione e lui si sta muovendo come fosse davvero un investigatore. Luciana ne sarebbe sorpresa, l’ha sempre accusato di non riuscire a vedere sotto la polvere, mentre lui ha appena trovato un varco in un mistero sepolto da quarant’anni.

È quasi certo che la cartolina sia stata spedita dall’amica. Chi altri sennò? Se la troverà, quella donna potrà spiegargli come si sono svolti i fatti.

Le luci dell’alba illumineranno la sua indagine. Domani è sabato, i banchi del pesce saranno tutti aperti. Se un giorno non dovesse bastare, ne chiederà un paio di permesso. Non potrà certo dire che sta indagando su una persona scomparsa, lo sfotterebbero tutti. Il direttore direbbe che di pratiche arretrate sulle quali indagare ne ha anche troppe. Inventerà una scusa plausibile. Ora deve concentrarsi sulle domande da fare al mercato. Non sarà difficile scoprire il volto dell’amica di Claudia.

 

Alle otto del mattino, Franco si avvicina alla porta della pescheria. La cellula fotoelettrica apre due ante che gli scaraventano addosso un odore intenso di pesce, poco compatibile col cappuccino che ha appena bevuto nel bar che c’è all’angolo del mercato.

Il frastuono assordante, in mezzo ai banchi di vendita, lo confonde.

I grandi pannelli di vetro, montati sugli altissimi muri, permettono alla luce di inventare curiosi riflessi sulle squame della merce esposta, mentre il vociare non trova appiglio lungo le pareti lisce, trasformando domande e risposte in rumore.

Scopre in fretta che non sarà semplice come credeva. Il mercato è pieno di gente che si muove senza logica. Non esiste un senso di marcia, né tantomeno un corridoio dove poter camminare, quando gruppetti di persone si fermano improvvisamente, richiamati da qualcosa che lui non comprende.

Quello era un altro regno di Luciana, lui non distingue un branzino da un merluzzo. Lei aveva cercato per anni, inutilmente, di insegnargli come riconoscere un pesce preso all’amo da quelli d’allevamento. Quelle striature così evidenti, la forma più o meno snella, le livree segnate dalla vita avventurosa, per lui rimarranno misteri. A Luciana bastava un’occhiata.

Le trattative raggiungono decibel da discoteca, mentre l’odore del pescato si appiccica agli abiti come fosse resina.

Franco cerca di avanzare tra il bianco delle seppie e il rosso di crostacei in movimento, facendo attenzione a non scivolare sul pavimento bagnato.

Ci vuole tempo, perché il mercato è pieno di gente in fila davanti a ogni bancone. Quando è il suo turno, quelli comprendono in fretta che non è lì per acquistare, rispondono scocciati, facendogli capire che disturba.

È timido e impacciato, vittima di donne che approfittano della sua indecisione per passargli davanti. Capisce che deve fregarsene delle buone maniere e alzare di molti toni la voce.

«Riconosce questa cartolina?» urla alla donna che lo guarda stringendo in mano una rana pescatrice. «Sa nulla di una ragazza di nome Claudia che si è trasferita a Stromboli?»

«Mai vista, guardi che bel pesce fresco, le rane oggi le regalo, solo diciotto euro, preferisce le canocchie? Gliene incarto un chilo? Sono vive. Costano dieci euro.»

«No grazie, è sicura di non ricordare nulla? Ci pensi bene. I suoi genitori sono andati in Costa Rica. Ė successo quarant’anni fa.»

«Io non ricordo neppure cosa ho fatto ieri» risponde quella ridendo, mentre si occupa immediatamente di una signora che attende il turno.

 

La mattina trascorre così. Lunghe attese per ricevere risposte frettolose e identiche. L’unica differenza sta nel pesce che gli vogliono vendere, qualcuno ha le sogliole, altri le orate. “Tutto vivo, appena pescato nel nostro mare”.

All’una ha visitato circa metà dei banchi. Ora è di fronte a quello che vende cozze e vongole. La fila è lunghissima, c’è persino la macchinetta dell’elimina code. Dietro a una montagna di mitili ci sono quattro persone. Tre sembrano troppo giovani, la quarta avrà circa sessant’anni.

Sarà la sua ultima intervista, ma tornerà. Deve parlare con tutti.

Quando finalmente mostra la cartolina, lei gli chiede se vuole le vongole o se preferisce i cannelli, lui fa per andarsene, ma quella gli strappa la cartolina di mano.

«Dove l’ha presa?» chiede con aria minacciosa.

«A Stromboli, me l’ha venduta un mendicante» urla Franco come se avesse trovato i numeri giusti sotto un “Turista per sempre”.

Lei lo osserva mantenendo uno sguardo diffidente, poi si rivolge a un altro cliente. Mentre pesa un chilo di cozze, dice a Franco che il giorno seguente non lavora. Che sarà al bar fuori dal mercato, verso le dieci.

Franco vorrebbe abbracciarla e tempestarla di domande, ma lei è risucchiata dai clienti e non lo ascolta più. Pazienza, avrebbe voluto acquistare una rete di vongole.

 

Torna a casa in preda a un mal di testa tremendo. L’odore intenso di pesce e il rumore assordante, l’hanno distrutto. Comunque ne è valsa la pena. Ha fatto centro, domani ci sarà la svolta.

Ora deve prendere un antidolorifico e cenare. Qualcosa di leggero e veloce, non ha tempo da perdere e la notte deve dormire perché il giorno seguente vuole essere lucido, ma con quel dolore alla testa è impossibile.

Decide per un toast, mangerà anche la zucchina ripiena che ha acquistato nella rosticceria del mercato. La deve solo scaldare nel microonde.

Nella dispensa trova il pane a cassetta, il prosciutto è in confezione sottovuoto senza apertura a strappo. Prende un coltello e lo pianta nella plastica, ma quella è scivolosa e la lama lo ferisce a una mano. Corre in bagno per non sporcare il parquet di rovere sbiancato. Si disinfetta e fascia la ferita.

Torna in cucina. Preparare un toast con una mano, non è difficile. Mentre attende che il timer segnali che la cena è pronta, apparecchia un angolo della tavola di fronte al televisore. Il telegiornale parla di recessione, abbassa il volume, prende foglio e penna per appuntarsi le domande da fare il giorno seguente.

Deve scrivere con la sinistra perché la destra è fasciata, geroglifici che domani forse non riuscirà a decifrare.

Quando il toast è pronto, si alza tenendo la penna in mano. Sfila le pinze dalla tostiera, ma la penna lo rende maldestro, il toast rischia di finire sul pavimento, allora si aiuta con la mano fasciata. Le dita vengono a contatto col ferro bollente aggiungendo una bolla alla mano ferita.

Il calmante ha cancellato il mal di testa, ma ferita e vesciche gli danno fastidio.

Quando si mette a letto, ha un nuovo problema. Normalmente dorme con quella mano sotto al cuscino, questa notte dovrà stare supino, con il braccio fuori dalle coperte.

La sveglia mette fine a otto ore di sofferenza.

 

Hanno scelto il tavolino più appartato, lontano dall’ingresso. La pescivendola ordina cappuccino, spremuta d’arancio e due brioches integrali al miele. Franco un caffè.

La signora consuma la colazione in silenzio, mentre lui la osserva cercando di stabilire un contatto amichevole.

Lo sguardo della donna dice esattamente il contrario.

Finito di mangiare, si alza in piedi come se volesse andarsene, invece, dopo aver fatto scivolare sul pavimento le briciole che le si erano appiccicate alla gonna, si rimette seduta.

Deve essere andata dalla parrucchiera, prima di presentarsi all’appuntamento, i capelli biondo cenere sono freschi di bigodini. Franco ha la barba lunga e gli occhi cerchiati dalla notte insonne, la camicia a righe è la medesima del giorno prima. Per fortuna, il maglioncino blu nasconde una macchia di unto che si era fatto mangiando la zucchina ripiena. Sente disagio per quella sua mancanza di attenzione che contrasta con l’aspetto curato della pescivendola.

Lo sguardo della donna è ancora duro, sembra rimuginare qualcosa, come se stesse pesando le parole che vuole usare.

All’improvviso inizia a tempestarlo di domande. Il timbro della voce chiarisce definitivamente la sua ostilità. Vuol sapere tutto di Franco, dove abita, quanti anni ha, qual è il suo lavoro e come l’ha rintracciata. Poi gli chiede della cartolina, come l’ha avuta e se, chi gliel’ha data, conosceva Claudia.

Lui risponde cercando di fornirle il maggior numero di informazioni in suo possesso. Le racconta della fotografia, dell’amore di Antonio e dell’ossessione di quel mendicante che offriva cartoline. Infine che a Stromboli nessuno sembrava sapere dove fosse finita quella ragazza.

La donna resta abbottonata, non sembra intenzionata a dirgli nulla che già non sappia. Franco capisce che c’è una domanda che lei non ha ancora fatto.

«Signora Lina, come le ho detto, l’ho rintracciata tramite un’informazione che mi ha dato il portiere del grattacielo. Lui mi ha parlato di un’amica che era figlia di qualcuno che vendeva il pesce. Mi ha anche raccontato che Claudia aveva una storia con un certo Corrado.»

Appena pronuncia quel nome si accorge che Lina cambia espressione, sembra preoccupata, anzi, impaurita. «Io non ho la più pallida idea di chi sia questo tipo, né che fine abbia fatto» si affretta a precisare. «L’ho cercata per sapere cosa si nasconde sotto questa macchia e, sopratutto se ha notizie di Claudia» continua Franco allungandole la cartolina.

La donna mantiene il suo sguardo imbronciato, mentre valuta le spiegazioni di quello strano soggetto.

 

«Quel portinaio è sempre stato un gran impiccione!» dice, dopo un po’, aumentando l’intensità ostile dello sguardo.

«Scusi ma a lei perché interessa? Perché la cerca?» aggiunge agitando la mano davanti al naso di Franco.

Lui tira indietro la testa come se temesse di essere colpito.

«Quella macchia è sangue, così ho pensato che dietro si potesse nascondere una storia di violenza… Sa, io ho una specie di sesto senso, nel mio lavoro mi capita spesso di scoprire imbrogli. Indagare e viaggiare sono le mie passioni. Quando ho ritrovato la cartolina che avevo dimenticato nella tasca di una giacca, il fatto che fosse partita da Rimini, i racconti del pescatore e la macchia, mi hanno fatto pensare che non fosse tutto frutto del caso.»

La donna resta ancora qualche istante in silenzio, fissa Franco con ostinazione. Lui sembra un tipo pacifico e neppure troppo sveglio. Mantiene ancora l’espressione severa, ma l’istinto le dice che non c’è nulla di preoccupante dietro a quelle domande.

Si rilassa. In fondo le fa piacere parlare di qualcosa sepolto nella memoria. Anni spensierati che le riportano sulle labbra un sorriso ingenuo che credeva perduto.

Gli chiede cosa ha fatto alla mano, commentando che gli uomini sono tutti imbranati, poi finalmente risponde.

«Non so nulla del sangue, ma sotto c’è solo la mia firma» dice spegnendo finalmente lo sguardo minaccioso. Ora tiene gli occhi bassi sulla cartolina e inizia a raccontare quello che ricorda.

«Claudia era la mia amica del cuore, come si diceva allora. Eravamo sempre assieme, ci chiamavano “le Kessler”» aggiunge con un sorriso nostalgico. «Avevamo i capelli lunghi. Ero bionda e magra» dice stringendo le spalle, quasi volesse scusarsi per non aver rispettato il bell’aspetto che aveva da ragazza.

«Ma sa com’è la vita, ho partorito due figli, e lavoro nel freddo della cella frigo. Occorre mangiare per mantenersi caldi, così il vitino da vespa l’ho lasciato nelle fotografie di quando avevo diciott’anni.»

 

Ora tace, come se ripensasse alle parole che ha appena pronunciato. Ci vuole un po’ prima che quanto detto si materializzi. Lina rientra in punta di piedi nel suo mondo di allora, sembra emozionata, quasi come se quella ragazza non potesse essere stata lei.

Non fatica a ricordarsi magra con la pelle fresca, ma i sentimenti di allora sono più lontani di quell’aspetto perduto e deve sforzarsi per ricordare.

«Quando Claudia ha iniziato a frequentare Corrado, abbiamo litigato. Io insistevo a dirle che era un delinquente, ma lei se ne fregava. Non aveva paura, ma, dopo qualche mese si rese conto che avevo ragione, lui l’avrebbe tenuta in gabbia, mentre lei sognava di andare in giro per il mondo… Cercò di lasciarlo. Gli diceva che un’artista deve potersi riempire gli occhi di immagini differenti, che se stava troppo tempo a guardare lo stesso panorama e vedere le medesime facce, perdeva la coordinazione che rende i movimenti arte… Aveva bisogno che le sue mani lanciassero gli attrezzi dentro suggestioni sconosciute. Così le chiamava, suggestioni… Corrado si infuriò. La minacciava e diventava sempre più assillante. Le diceva che avrebbe deciso lui cosa poteva fare e dove andare. Claudia cominciò a pensare come sparire.»

«Avrebbe potuto seguire i genitori in Costa Rica,» suggerisce Franco, «un mondo completamente differente da questo, dove non le sarebbero mancate nuove suggestioni.»

Lina scuote la testa mentre ribatte: «A diciott’anni i genitori ti spingono a fare le scelte che secondo loro vanno bene per te, difficile che tengano conto delle tue aspirazioni artistiche e delle tue pulsioni. Claudia diceva che con loro, vedeva solo confini e nessun orizzonte… Quando decisero di partire, lei pensava che anche il nostro quartiere sarebbe diventato uno spazio nuovo da scoprire, ma si stancò in fretta. Fino a quando arrivò Corrado… All’inizio era al settimo cielo, tutto quello che combinava quel pazzo le sembrava bellissimo. Lui le fece vedere come era facile uscire da qualsiasi recinto. Ma, come le ho detto, capì in fretta che, prima o poi, sarebbe stato proprio quell’uomo a cancellarle i sogni… Un pomeriggio la pioggia ci costrinse in casa. Claudia era nervosa, la sera precedente aveva avuto l’ennesima discussione con Corrado. L’aveva vista parlare con un ragazzo e aveva fatto una scenata… Credo che l’abbia picchiata, ma lei negò… Sedute sul divano, fumando una sigaretta davanti alla tv, discutevamo su cosa potesse fare per liberarsi da quel prepotente… Stromboli, il film di Rossellini, ipnotizzò Claudia. Due giorni dopo partì. Non seppi nulla di lei per quasi un mese. Poi mi arrivò una lettera. Stava bene, era felice. Sull’isola la chiamavano Luna.»

Si interrompe per richiamare l’attenzione del barista. Vuole un caffè e un bicchiere d’acqua.

«Corrado venne da me. Io provai a negare di sapere dove fosse, ma quello era pazzo, mi riempì di botte fino a che non glielo dissi. Era un marcantonio con una forza che pareva un animale… Mio padre mi trovò a letto con un occhio nero e si precipitò in caserma per denunciare il fatto… Corrado era in libertà vigilata e finì di nuovo in carcere… Questo, però, successe dopo un paio di mesi, comunque la denuncia bloccò la sua partenza, perché doveva andare tutti i giorni in questura per firmare… La cartolina l’ho spedita il giorno stesso in cui mi ha picchiata. Le ho scritto tante altre volte… Ci siamo mantenute in contatto per più di un anno, poi, pian piano, abbiamo diradato la corrispondenza… Corrado era in galera e io mi ero fidanzata. Sa come vanno queste cose, eravamo giovani, lei non intendeva tornare a Rimini e ci siamo perse… Lo imparo oggi che è sparita. L’ho sempre immaginata su quell’isola con le sue palline colorate che incantano gli occhi dei bambini.»

Franco non le ha specificato che si tratti di una vera sparizione, ma se l’amica lo crede, sarà più disposta a raccontare tutto ciò che ricorda.

«Come le ho detto ci siamo sentite per molti mesi, mi spediva lettere, perché detestava telefonare. Mi raccontava le sue giornate tra gli scogli e la lava, al posto della firma disegnava il vulcano e la luna. Diceva che stava benissimo, che aveva trovato il suo posto… Però una volta, dopo circa sei mesi, mi scrisse che si sentiva un’isola intrappolata in mezzo al mare… Pensai che si fosse stancata, che sarebbe tornata a Rimini, ma in cuor mio, sentivo che non l’avrei più vista. Era nella sua natura passare dalla certezza di aver trovato ciò che cercava a cambiare idea in pochissimo tempo. Una ragazza inquieta pronta a buttarsi in ogni impresa che la facesse sentire speciale… Corrado le piaceva perché era uno che infrangeva le regole, non per i regali che le comperava.»

Franco, le chiede se è certa che lui non l’abbia raggiunta, o se ha mai saputo di altri con cui Claudia era in contatto. Gli piacerebbe leggere le lettere che ha ricevuto, se le ha conservate, pensa che tra quelle righe potrebbe scovare nuovi indizi.

Lina non ha idea di dove siano finite, le ha perse quando è andata ad abitare col marito.

Franco cerca di ripercorrere la loro amicizia, possibile che non le abbia detto nulla dei suoi spostamenti? Magari solo un’idea, la voglia di vedere un nuovo posto, o il nome di qualcuno che frequentava.

Ma la donna non ha altre informazioni, non c’è più nulla che gli possa svelare. Gli rende la cartolina, si alza dicendo che deve andare a preparare il pranzo.

«Non credo scoprirà qualcosa,» aggiunge, «ma, nel caso, sa dove trovarmi. Mi raccomando, ci terrei tanto a ritrovare la mia amica.»

 

Ci sono elementi nuovi tra cui cercare, dopo le rivelazioni della pescivendola?

Questa è la parte più complicata per Franco, proprio quella in cui Luciana era maestra.

Certo, ha fatto un passo avanti notevole, le sue intuizioni stanno trovando riscontri, ora una parte del puzzle è completo, ma Claudia è ancora lontana.

Le giornate continuano avvolte nella nebbia, lavora svogliatamente perché Corrado e Claudia girano, sfuocati, attorno ai suoi pensieri. Franco intensifica le passeggiate al mare e le visite al bar del grattacielo. Cammina senza raggiungere i suoi fuggitivi, intervista sconosciuti eccedendo con i caffè senza ricavarne alcun aiuto.

 

I giorni passano, l’eccitazione per l’incontro con Lina, si trasforma in frustrazione. Ripensa di continuo alla loro conversazione, ma anche a quello che gli aveva raccontato Antonio.

Forse è stato davvero Cartolina a farla sparire, perché Corrado sembra non averci nulla a che fare, anche se manca la certezza che non sia andato a Stromboli.

Si convince, ogni giorno di più, che le risposte devono essere tra i sentieri che portano al vulcano.

Se Corrado fosse sbarcato sull’isola, il marinaio l’avrebbe saputo, praticamente vive nel porticciolo, vede tutti quelli che passano di lì. Gliene avrebbe parlato, invece non aveva detto nulla in proposito.

 

Forse è stato veramente Cartolina. A volte basta poco per perdere il controllo.

Lui si era innamorato, credeva che lei lo ricambiasse. Si incontravano tutti i giorni lungo il sentiero, anche la sera, col buio, probabilmente in quella occasione erano in un posto dove non c’era anima viva.

Era una notte nuvolosa, nel cielo non c’erano stelle a far compagnia a Luna. Un vento fresco stava gonfiando il mare e le fantasie di quel pazzo.

Il sorriso spontaneo della ragazza, per Cartolina poteva essere un invito, un modo per digli che anche lei lo amava.

Ci avrà pensato per mesi, poi si sarà deciso. Ha provato a baciarla, lei l’ha respinto, ha cercato un aiuto che non c’era sulla via deserta, allora ha cercato di fuggire.

Lui si è infuriato, gli sono bastati alcuni passi per raggiungerla. L’ha spinta contro il muretto che costeggia lo stradello. È grande e grosso, con due mani enormi.

Il vento fischiava tra le fronde degli alberi, un rumore più forte delle grida di Claudia.

Lui si deve essere spaventato, voleva solo farla tacere.

Forse lei aveva in mano quella cartolina e gliel’avrà offerta, un ultimo disperato tentativo per compiacerlo, ma lui voleva altro, e lei continuava a strillare.

L’avrà presa per il collo, lei avrà provato a graffiarlo, ma quelle mani sono due morse. Ci vuole poco.

Poi chissà dove l’avrà portata. Quello è un camminatore, potrebbe essere salito fino alle bocche del vulcano e di lei è rimasta solo la cartolina.

 

È una notte lunga, popolata da pensieri contrastanti.

Luciana non risponde alle sue domande, Franco ha capito che dovrebbe interrogare Iddu, ma a che scopo?

Fino che gioca all’investigatore vicino a casa, non ha problemi, ma ora dovrebbe partire e questo non gli sembra avere senso.

La voglia di dimenticare fa a pugni con la necessità di vivere. Luna gli sta sbattendo in faccia tutto quello che non voleva affrontare. Tra rinunciare e partire ci sono chilometri di sofferenza. Nessuno dei due percorsi ne sarà esente.

 

Non sarà semplice farsi concedere una settimana di ferie. È questo il pensiero che gli viene a metà mattina e che lo porta inconsapevolmente davanti all’ufficio del capo.

Bussa, entra e fa la sua richiesta.

Il direttore si infuria. C’è del lavoro arretrato, la fine dell’anno si avvicina e occorre chiudere le pratiche. L’azienda è in difficoltà. Si parla di una cessione.

Comprende bene che da quando Luciana non c’è più, lui è depresso, ma se ne deve fare una ragione e, probabilmente, lavorare lo aiuta più che starsene a casa.

Franco sembra ridestarsi quando viene investito dalle parole del capo, ora è come spaesato, non sa che dire, ma ormai ha fatto quella richiesta assurda e non può fare marcia indietro. Evita anche di smentire che in qualche modo la sua richiesta riguardi Luciana. Sembra che tutti conoscano quello che ha in testa, piacerebbe anche a lui. Comunque preferisce che il direttore immagini quel che vuole e la smetta di far domande. Quello è fatto così, urla e sbraita, poi alla fine cede.

 

L’accordo è che se nelle prossime due settimane Franco avrà chiuso tutte le pratiche urgenti, potrà prendersi quella benedetta settimana, anche se non gli ha voluto dire a cosa gli serve.

Esce dall’ufficio senza sapere se ha ottenuto qualcosa di buono, non sa bene cosa farà, comunque si getta a capofitto sul lavoro, senza però trascurare le incursioni al grattacielo.

Chiude pratiche e offre caffè, compila relazioni e chiede informazioni a tutti gli over cinquanta che incontra nel bar.

Sul lavoro i risultati si vedono in fretta, le cartellette impilate sulla scrivania si assottigliano fino quasi a scomparire.

 

Il bar, al contrario, sembra non dare nessun risultato apprezzabile.

A volte qualcuno gli dice che si ricorda di Corrado, lui entra immediatamente in uno stato di ipertensione che tutta quella caffeina non aiuta a far diminuire, ma regolarmente il ricordo finisce lì.

“No, non ho idea di dove sia e non so nulla di questa Claudia” sono le risposte che spengono sul nascere ogni speranza.

Scopre che il dipendente delle poste passa più ore davanti alla slot machine che in giro a consegnare lettere, ma quello, ipnotizzato dal suono della macchina che divora le sue monete, lo ignora.

Meglio, parlare ancora con lui non servirebbe a nulla.

 

Sono le sette e mezza, Franco sorseggia uno spritz, prima di rientrare a casa per la cena.

Tiene gli occhi bassi, guarda la fetta di arancio piantata nel bicchiere. Ci si rivede, anche lui ai bordi di una storia dove ci si è bagnato un po’ senza riuscire a immergersi.

Pensa a come una stupida cartolina sia riuscita a condizionare i suoi giorni. Prima affidava molte decisioni alla sua donna, ora è una suggestione a decidere per lui.

È decisamente una cosa stupida. Deve darci un taglio, domani andrà dal direttore per dirgli che rinuncia alle ferie.

Quello sarà contento, lui butterà la cartolina con tanti saluti a Luna.

 

Un uomo che crede di conoscere entra nel bar.

All’inizio è solo una sensazione, poi osservandolo meglio, capisce chi è, anche se invecchiato terribilmente.

Un delinquente di mezza tacca, spesso assente da Rimini, probabilmente a causa di soggiorni più o meno lunghi in galera.

Gli sembra che si chiami Ivo, dovrebbe avere dieci anni più di lui. L’aspetto trasandato, gli abiti logori e le scarpe deformate, inducono Franco a pensare che il crimine non paga.

Il passo è deciso verso il bancone, si toglie la berretta da pescatore, lasciando scoperta una pelata impietosa.

Lo ricordava con lunghissimi capelli neri di cui andava fiero.

 

Quando aveva vent’anni lo incontrava spesso, Rimini non è così grande da creare quartieri a compartimenti stagni.

Il locale alla moda del momento è frequentato un po’ da tutti, senza distinzioni politiche né sociali. Destra e sinistra finiscono per bere gomito a gomito nella stessa discoteca, così come i figli dei notabili e quelli degli operai.

I delinquenti sono trasversali, ansiosi di mettersi in mostra, marcano il territorio con ambizioni da capobranco.

Ivo era uno di quelli, probabilmente invece, Corrado riteneva di essere di un livello superiore e non trovava utile ostentare il suo rango. Almeno è quello che immagina Franco, dato che non l’aveva conosciuto.

 

Continua a osservare il nuovo avventore, indeciso su come comportarsi.

Il barista gli serve un bicchiere di sangiovese senza che gli venga chiesto, un gesto che svela un’abitudine, quasi come gli occhi velati e la pelle delle guance rigate di vene.

Ivo era un violento, Franco si è sempre tenuto alla larga dai tipi come lui, ma ora sembra un vecchio innocuo, capace solo di accanirsi sul bicchiere. Ne beve due filati poi estrae cinque euro dai jeans, ma il barista si accorge di un gesto di Franco e lo informa che sono già pagati, indicandogli il tavolino di chi offre.

Ivo si gira, per un attimo il suo sguardo pare ritrovare la grinta di un tempo.

Mentre si muove verso di lui, Franco sente un crampo allo stomaco, probabilmente è stata una pessima idea, ma ormai ce l’ha davanti. Capisce che sta cercando nella memoria una faccia che non riconosce. Sa che deve dire qualcosa, ma l’alito dell’altro, che nel frattempo gli si è piazzato di fronte, lo intimorisce quasi più dell’espressione torva, però è lì per quello e si fa coraggio.

«Ha voglia di sedersi? Ha tempo per un altro bicchiere?»

«Il tempo è l’unica cosa che ho,» risponde quello, «e un bicchiere non lo rifiuto mai. Ma tu chi cazzo sei? Un poliziotto no di certo, li conosco tutti.»

«No, mi chiamo Franco e lavoro per un’assicurazione. Si accomodi. Sto cercando una persona che ci risulta proprietaria di un veicolo coinvolto in un sinistro. Sa l’auto era parcheggiata e il mio cliente l’ha danneggiata durante una manovra. Noi dobbiamo liquidare il danno, capire dove mandare i soldi.»

«Un parcheggio?» chiede sorpreso Ivo, mentre infila una mano dentro i pantaloni per calmare un prurito improvviso.

«Sarà stata sicuramente una donna,» aggiunge sarcastico, «e vuole pagare anche se nell’auto non c’era nessuno? A me questi culi non capitano mai… In effetti sarebbe impossibile, l’Alfa me l’hanno pignorata quattro anni fa… Comunque non ho ancora capito cosa vuole da me» dice vuotando il bicchiere che il barista gli ha lasciato sul tavolino.

Franco osserva le dita, sono piene di tagli, le unghie nere rilasciano un puzzo di pesce fradicio che chiarisce definitivamente come Ivo sbarca il lunario. Se lavora sui pescherecci avrà abbandonato le ambizioni da gangster.

«Il proprietario si chiama Corrado,» dice rinfrancato dalle sue deduzioni, «e pare abitasse proprio qui al grattacielo. Un personaggio conosciuto, di un certo spicco nel suo… giro» aggiunge con un sorriso complice.

Ivo resta un attimo in silenzio, guarda Franco con più attenzione mentre si gira la berretta tra le mani.

«Ora mi ricordo di te, eri uno di quei ragazzini fighetti che venivano a ballare allo JèJè. Mi stavate tutti sulle palle con quell’aria da bravi ragazzi.»

Franco sente tornare quel crampo allo stomaco, mentre quello fa segno al barista che vuole ancora vino.

«Beh erano altri tempi, se non ti ho picchiato allora… non l’ho fatto vero? Sai, davanti alla discoteca bastava un’occhiata per finire stesi a terra col naso rotto e io, modestamente, ne ho spaccati molti di bei musi come il tuo.»

Franco vorrebbe scappare, ma è paralizzato. Ora è certo di avere fatto una grandissima stupidata.

Ma Ivo, dopo aver scolato il quarto bicchiere, sembra divertito.

«Senti amico, se Corrado è quello che dico io, credo proprio che avete preso una cantonata. Comunque se non sapete chi liquidare, io accetto volentieri i soldi e ti firmo tutti i moduli che vuoi con la firma di Corrado. Tanto quello non lo trovi di sicuro.»

La risata di Ivo riporta ossigeno nei polmoni di Franco e anche una fiammata di speranza.

«Quindi lo conosci! Sai dirmi dove lo posso incontrare?»

«Lo conosco? Era il mio migliore amico. Hai la più pallida idea di cosa abbiamo combinato assieme?… Lui è il numero uno. Un mito. Faceva quello che voleva e se ne fregava di cosa gli sarebbe capitato. Anche in galera sai? Lo rispettavano tutti. Eh… Corrado… un grande.»

«Certo me lo immagino, ma dov’è ora?» insiste Franco.

«Cosa cazzo ti vuoi immaginare tu, non hai proprio idea di quello che abbiamo combinato… Una volta a Rovigo abbiamo fatto la posta a una gioielleria. Un vecchio rincoglionito pieno di soldi. Faceva sempre le stesse cose. Stessi orari e abitudini, insomma: un pollo. Abbiamo scoperto che abitava sopra al negozio.»

«Cosa ci facevate a Rovigo?» lo interrompe imprudentemente Franco.

Ivo non è tipo che ama le domande, Franco vede il volto di Luciana che gli dice di rimanere concentrato e limitarsi a chiedere solo quello che gli interessa.

Fortunatamente sembra che pavoneggiarsi, raccontando i suoi trascorsi criminali, renda Ivo orgoglioso e loquace.

«Nel nostro mestiere, spesso era opportuno sparire» riprende quello. «Chi vuoi che ti cerchi a Rovigo? Lì ci trovi solo la nebbia… Una sera, appena il gioielliere è salito in casa, abbiamo suonato. Corrado gli ha detto che era arrivato tardi, che sapeva che il negozio era chiuso, ma lui doveva solo lasciargli il rolex della moglie che si era rotto… Quello non ne voleva sapere, ma Corrado è troppo forte, gliel’ha menata per dieci minuti, sempre attaccato al citofono, a raccontargli che se tornava a casa con l’orologio, sua moglie gli faceva una scenata. Un attore Corrado, un attore da Oscar…! Insomma, alla fine quello ci è cascato con tutte le scarpe e ci ha fatto entrare… Naturalmente sapevamo che se avesse riaperto la gioielleria sarebbero scattati chissà quanti allarmi, ma eravamo sicuri che in casa avesse soldi e qualche bel gioiello… Ah, quanto ci siamo divertiti! Li abbiamo legati quei due vecchi stronzi, la moglie l’abbiamo dovuta anche imbavagliare, urlava più di un maiale quando lo scanni… Che risate ci siamo fatti! Lui piangeva come un bambino, diceva di prendere tutto, ma di non fargli male… Non è che avesse tanto, giusto qualche banconota nel portafoglio e un cronografo Omega… In camera, sul comodino di sua moglie, orecchini, collana e un braccialetto. Gioielli con brillanti, ma piccoli… Speravamo di trovare più roba. Comunque è stato uno spasso. Ci hanno dato due anni» aggiunge poi a voce bassa.

«Claudia te la ricordi?» chiede Franco, quando è sicuro che il racconto sia terminato, sperando che il suo ospite non cambi di nuovo umore. In effetti quello lo guarda con un’espressione strana, ma questa volta non sembra minaccioso, è come se pensasse di aver capito male.

«Maria!» risponde Ivo, dopo aver pensato qualche istante, «sua moglie si chiamava Maria, anzi si chiama ancora, se non è morta, quella strega, non mi risulta che abbiano divorziato, anche se non vivono più assieme da una vita.»

«Allora lo sai dove vive Corrado!»

«Più o meno, ma chi è questa Claudia?»

«Nessuna di importante, non c’entra nulla con l’incidente» si affretta a precisare Franco. «Era una ragazza che lavorava da Titta, mi hanno suggerito che potrebbero essere assieme.»

«Sì, ora ricordo, la gelataia» commenta Ivo mentre fa ampi gesti di consenso. «Corrado aveva preso una bella cotta. In effetti quella ragazza aveva due occhi bellissimi e un fisico notevole. La Maria era andata giù di testa perché lui se la voleva portare a casa. Che mito Corrado! Comunque a quella ragazzina è andata bene, se non fosse sparita, Corrado avrebbe fatto come con le altre.»

Franco fa un salto sulla sedia. Ci siamo, ora scoprirà la verità.

«Perché, cosa ha fatto alle altre?» chiede allarmato.

«Certo che tu sei proprio un bamboccio, ma in che mondo vivi? Cosa vuoi che facesse? Quando si stancava di sbattersele, le metteva in strada… Come pensi che portasse a casa i soldi alla Maria? Quella era sempre dentro ai negozi del centro. Abiti, scarpe, profumi e gioielli. Non si stancava mai di comperare. A Corrado gli toccava lavorare duro!»

 

L’ipotesi che Claudia fosse finita in un giro di prostituzione, Franco non l’aveva contemplata, ma in fondo non si poteva escludere. Lui arriva a Stromboli, litigano, la picchia e la costringe a prostituirsi. Vive di quello, cosa si credeva quella stupida? Che avrebbe lasciato la moglie?

Claudia sarà stata disperata, ma cosa poteva fare, sola tra le grinfie di quel maledetto pappone.

Ma le cose non vanno bene, l’isola è piccola, quello è un mestiere mal sopportato in quel tranquillo luogo di vacanze.

Lì non ci sono strade né automobili.

Probabilmente se sei del posto e hai una casa isolata…

Corrado è sempre più arrabbiato, la picchia, le dice che è colpa sua se non guadagna abbastanza perché fa la schizzinosa. I clienti se ne accorgono che a lei fanno schifo.

Alla fine si stanca, gli servono più soldi, ma non era il tipo da arrendersi senza guadagnarci nulla.

L’avrà venduta a un altro pappone. Uno che l’ha fatta sparire.

 

«Ti sei addormentato?» chiede Ivo dopo il prolungato silenzio di Franco.

Lui si scuote, lo guarda per cercare nell’espressione di quel balordo una conferma alla sua ipotesi.

«No, ho capito benissimo quello che hai detto» risponde Franco. «Quindi puoi escludere che ci sia andato a Stromboli?»

«Senti amico, com’è che ti chiami?»

«Franco. Allora? Corrado è andato a Stromboli? Abita ancora lì?»

«Ascolta Franco, ora devo andare alla Conad, ho il frigo vuoto e stasera sono a casa da solo. Tu lo sai quanto è diventato caro fare la spesa? Anche al supermercato, sembra che risparmi, poi finisce che comperi più roba di quella che ti serve e spendi il doppio» dice Ivo mostrando la banconota da cinque euro con cui avrebbe pagato il vino. Franco estrae dieci euro dal portafogli e glieli allunga.

Quello li fa immediatamente sparire nella tasca dei jeans assieme ai cinque che aveva in mano.

«Sai, in questo periodo ho dovuto sostenere delle spese perché ho un affare in ballo… ma tu non puoi capire, comunque ho giusto i soldi per mangiare e ho finito anche le sigarette.»

«Insomma me lo dici dov’è finito il tuo amico?» dice Franco allungandogli altri dieci euro.

«Vive in Madagascar… Corrado sa come godersi la vita! Appena metto assieme i soldi di questo affare lo raggiungo.»

Franco si gratta il mento. «Madagascar? Non ci sono mai stato, ma è nella lista dei viaggi che avremmo voluto fare» risponde con un filo di voce, ritrovando il volto di Luciana.

«Ma a Stromboli c’è andato? Ha incontrato Claudia?»

«A casa non ho neppure un goccio di vino, ma quello che vendono alla Conad non mi piace. Preferisco questo» dice Ivo agitando il bicchiere.

Franco chiede al barista se gli può vendere una bottiglia del suo vino rosso e appena quello lo porta al tavolo, Ivo si alza, prende la bottiglia e si avvia verso l’uscita.

Franco cerca di trattenerlo, ma lo sguardo torvo di Ivo, lo fa desistere.

«A Stromboli ci sarebbe andato anche a nuoto, ma l’hanno arrestato quando stava per partire» dice Ivo prima di uscire dal bar.

 

Quanto c’è di vero nei racconti di quell’ubriacone?

È questa la prima domanda che Franco si pone uscendo dal bar. Immagina che per racimolare qualche soldo e una bottiglia di vino, Ivo avrebbe inventato qualsiasi fandonia, ma che motivo avrebbe avuto di mentire?

Forse il Madagascar è il primo posto che gli è venuto in mente, però riguardo a Stromboli gli è sembrato sincero.

 

Franco entra in casa affamato.

Questa indagine gli fa bruciare più energie di quando va in bicicletta. La domenica percorre regolarmente una cinquantina di chilometri sulle colline. A volte si dirige verso Borghi, altre punta in direzione di Verucchio o, se si sente la gamba tonica, azzarda San Marino.

Pedala in solitudine perché ha scoperto che mentre girano le gambe anche il cervello va più veloce.

Il giorno dopo aver conosciuto Luciana, furono i sampietrini del pavè a fargli capire che ciò che appare come singolo ostacolo, nell’insieme diventa la via per arrivare alla meta.

Un sasso spigoloso dopo l’altro, dove i delicati tubolari della sua Colnago gialla rischiavano di lacerarsi, lo costringevano a tenere gli occhi incollati a terra, senza vedere la bellezza che lo circondava, ma con la consapevolezza di farne parte.

In cima alla salita, il castello di Marino da conquistare, come l’intimità di quella donna.

Si prepara una frittata con le verdure, finendo come sempre per chiedersi come mai, quando gliela cucinava Luciana, era più buona. Questo accavallarsi di suggestioni che mescolano la frittata con Stromboli, è il segno che si sta infilando lungo strade ormai chiuse. Dovrebbe lasciar perdere, anche se Luna è una luce lontana che vuole indicargli la presenza di un accesso ancora possibile. Ma continua a non capire per quale luogo.

 

Consuma velocemente il pasto e poi si butta sul divano.

Gli tiene compagnia un episodio di Poirot, l’investigatore belga con i baffi impomatati.

Franco non capisce perché in questa serie televisiva lo fanno camminare come fosse in preda a un attacco di emorroidi, nei racconti di Agatha Christie era solo un uomo molto raffinato dotato di un’intelligenza che gli consente sempre di risolvere un caso.

Franco, invece, si sente come quando cerca di far girare i pedali sul pavè. I pensieri devono seguire molti tornanti senza rivelare se quello che troverà in vetta gli piacerà.

 

Settembre ha lasciato il posto all’autunno, il vento trasporta l’odore delle foglie marce, l’aria pungente fa lacrimare gli occhi e gocciolare il naso.

Sul porto, gli ambulanti hanno sostituito i lupini con le caldarroste. Ancora qualche giorno prima di partire. Ha deciso di fare quella vacanza anche se non troverà nulla se non un po’ di tranquillità. Ne ha bisogno.

Sull’isola non ci saranno turisti, anche se il clima dovrebbe essere differente da quello di Rimini. A Stromboli l’estate non termina mai completamente.

In ufficio, Andrea cerca di dissuaderlo. Non capisce il senso di quel viaggio, gli sembra stupido bruciare una settimana di ferie in un periodo morto.

«Troverai tutto chiuso» gli dice. «Probabilmente l’acqua sarà troppo fredda per immergersi. Claudia ha ormai più di sessant’anni, chissà dov’è finita. Che senso ha intestardirsi per una cartolina sporca?» aggiunge anche che potrebbe tenere quei giorni per dicembre, periodo in cui il capo concede le ferie. Potrebbero farsi una settimana di sci a Plan de Corones.

Franco nega che il suo scopo sia quello di indagare, ha solo bisogno di stare dove non lo conosce nessuno, non ha lo spirito giusto per condividere una vacanza con sciatori chiassosi.

Andrea non crede a una parola, ma sa che l’amico non l’ascolterà.

 

Quel pomeriggio è previsto un incontro col direttore per la verifica del lavoro.

Le pratiche sono a posto. Quelle urgenti sono state completate, le poche rimaste possono attendere. Ha mantenuto i patti, il capo dovrà confermargli le ferie.

Quella riunione lo mette di cattivo umore, ha cose più importanti a cui pensare. Apre il cassetto della scrivania, dove tiene matite, graffette, elastici e penne, tutto ben allineato e diviso nei singoli scomparti, vede un lembo della cartolina spuntare sotto a una foto di Luciana.

 

Non entra volentieri nella stanza del capo, c’è puzza di sigaro, nonostante quello fumi con la finestra spalancata e la testa fuori. Non potrebbe, ma è il direttore.

La temperatura nel suo ufficio è molto più bassa rispetto alle altre stanze, segno che ha chiuso la finestra da poco. Quando fuma, oscura le veneziane montate sulle pareti di vetro. È l’unico ad averle, per la funzione che ricopre, la privacy è indispensabile.

Inizia a sfogliare le carpette che Franco gli ha appoggiato sulla scrivania di vetro satinato, scuote la testa, borbotta. Dà chiari segni di insoddisfazione, mentre gli fa le pulci su ogni pagina.

Franco è in piedi davanti a lui, non è stato invitato a sedersi, altro messaggio poco subliminale.

Si guarda attorno mentre attende il responso.

Appeso alla parete dietro alla scrivania, c’è un quadretto che contiene il diploma di papà più bravo del mondo, gliel’ha regalato la figlia di otto anni.

Per il resto l’ufficio è anonimo. Contenitori di alluminio grigio, un armadio dello stesso materiale, come pure la scrivania.

L’unico tocco che ne evidenzia il ruolo è la poltrona di pelle blu, con schienale e poggia testa esageratamente alti.

Franco sa di aver fatto tutto bene, ma il direttore non è soddisfatto.

Il lavoro è completo, però quelli sono giorni difficili, le sue ferie potrebbero creare problemi.

Franco risponde che non ne vede la ragione, ha ultimato i dossier delle denunce sulle quali i colleghi devono lavorare, le altre sono recenti, i tempi medi che normalmente servono, saranno perfettamente rispettati.

Una settimana passa in fretta.

Il direttore cambia argomento. Sono giorni delicati, verranno prese decisioni cruciali per l’intera struttura.

Franco risponde che lui non sa che cosa potrebbe fare, se la proprietà opererà dei cambiamenti, non chiederanno certamente la sua opinione. La sua presenza in ufficio sarebbe ininfluente.

Si salutano freddamente, il capo continua a scuotere la testa.

Lo accompagna alla porta, ma l’apparente gesto di cortesia è unicamente perché vuole chiudere le veneziane.

Franco esce, ma rimane qualche istante fermo, fingendo di controllare i fogli dentro a una cartelletta. È convinto che il capo aprirà la finestra per concedersi un’altra fumata. Lo fa sempre quando qualcosa non va come vorrebbe.

Non arriva aria fresca da sotto la porta, ma la voce del capo al telefono.

Franco si allontana. Passa davanti all’ufficio di Andrea e quello lo invita a entrare. Vuole sapere com’è andata, poi fa l’ultimo tentativo per convincerlo a rinunciare al viaggio.

Franco lo liquida dicendo che è tutto a posto.

Sono già le sei, vuole prendere le sue cose e andare a casa.

 

Gli ultimi due giorni di lavoro, resta chiuso in ufficio, fingendo di sistemare altre pratiche, in realtà fa ricerche su Internet oppure gioca a sudoku.

Non vuole incrociare il direttore.

 

III

 

L’arrivo sull’isola non è come se l’aspettava. La mancanza di turisti sembra aver spento anche il vulcano, che pur mantenendo l’ostinata abitudine a lanciare fumo nero, appare più quieto, quasi come dormisse, disturbato solo da un leggero russare.

Sulla banchina, le persone sbarcate assieme a Franco si dirigono frettolosamente verso mete conosciute. I bagagli che trascinano, non hanno nulla di vacanziero. Zaini e valige piene di adesivi, hanno lasciato il posto a borsoni scuri, cartoni chiusi col nastro adesivo e altri involucri improvvisati.

Le poche persone presenti prendono, in fretta, il posto di quelli che assieme a lui sono scesi dall’aliscafo.

Neppure Antonio è lì, la sua barca beccheggia mollemente, sollecitata da piccole onde.

Franco ha un senso di smarrimento, la mancanza di turisti rende quel posto decisamente diverso da come lo ricordava, il chiasso che lo animava in estate è sostituito da un’atmosfera malinconica che non è sicuro di voler sommare alla sua.

Ha prenotato il medesimo dammuso e si incammina, facendo sparire dal porticciolo la sua sacca rossa, solitario segno di turismo fuori stagione.

 

Trascorre in casa giusto il tempo per spalancare l’unica finestra e stendere sul letto il contenuto del bagaglio.

Ormai è lì, tanto vale impiegare il tempo a disposizione per divertirsi un po’ con la sua indagine assurda.

Il primo tentativo lo riporta sul molo. Si ferma di fronte alla barca di Antonio, la osserva con attenzione, dentro e fuori. Si chiama “Ancora”. Non ricordava di aver letto il nome, quando c’era salito, o forse non ci aveva fatto caso. La scritta sbiadita non chiarisce se la mancanza di accento che specifichi se si tratta di un oggetto o di un avverbio, sia un effetto del tempo o una scelta del marinaio. Glielo chiederà appena arriva.

L’aria è calda, un sole estivo rende piacevole l’attesa.

Franco indossa pantaloncini corti e una T-shirt blu, calza un paio di infradito, capi a cui a Rimini aveva dovuto rinunciare da oltre un mese.

Ha mantenuto una discreta abbronzatura, che lo protegge, a cui aggiungerà qualche tono in breve tempo.

Andrea proverà invidia al suo ritorno, a dispetto di quell’ostinato tentativo per non farlo partire.

Pensieri sparsi che attraversano la sua mente, in attesa di vedere il marinaio.

 

È trascorsa un’ora quando si accorge di essersi appisolato, ascoltando lo sciabordio dell’acqua come fosse una voce ipnotica.

La banchina è deserta, Franco estrae dal portafoglio il biglietto da visita di Antonio e prova a telefonare.

“L’utente non è raggiungibile”, dice una voce registrata.

Pensa di entrare nel bar che c’è di fronte al molo, ma decide di incamminarsi verso l’edicola. Vuole acquistare un paio di quotidiani, inoltre il giornalaio è la persona più indicata a cui chiedere notizie.

 

Lungo la via incrocia qualche isolano. Incontri rarefatti, ma ravvicinati, sulla strada stretta, suggeriscono un gesto di saluto. Costeggia il muro bianco senza soluzione di continuità, che separa la via dalle case, tutte con giardino e piante d’alto fusto.

Qua e là, poderosi cespugli di buganvillee, perfetti come fossero dipinti, rendono la salita profumata.

Entra nel piccolo negozio rivolgendo un ampio sorriso al ragazzo, chiede la Gazzetta dello Sport assieme al Corriere della Sera.

Quello è seduto, con la testa immersa nel display del cellulare da cui esce la musichetta di un gioco in cui si devono fare scoppiare palloncini. Indossa un maglioncino di cotone blu, segno della voglia di dare un senso alle stagioni, più che una necessità.

Allunga pigramente la mano verso i quotidiani, prima ancora di aver alzato gli occhi per guardare il cliente.

Quando lo fa, si rende conto che non si tratta di uno stromboliano e si scusa.

Il sorriso di Franco si spegne, deluso, perché capisce che non l’ha riconosciuto.

Gli mostra il biglietto da visita, dicendogli che lo aveva avuto da lui. L’edicolante si alza in piedi, prova a ricordare, poi si scusa per la seconda volta, in estate entrano tantissimi turisti e lui dà biglietti a tutti. Comunque se pensa di fare un giro attorno all’isola dovrà rivolgersi a qualcun altro. La voce tradisce un disagio, come se la frase appena pronunciata gli avesse procurato malumore.

Franco gli dice che in realtà vorrebbe solo parlare con zio Antonio.

Il giovane lo guarda con una espressione triste.

«Temo che non sia possibile,» risponde, «lo zio è morto il dieci agosto.»

 

La notizia rimbalza impazzita tra i neuroni di Franco, non sa che dire, oltre a uno storpiato condoglianze, mentre la necessità di confortare il ragazzo, si mescola col disappunto per la scomparsa dell’unica persona che l’avrebbe potuto aiutare.

Domande alla rinfusa escono dalla sua bocca, con l’unico scopo di guadagnare il tempo necessario per capire come comportarsi.

Ancora una volta rimpiange Luciana, lei sarebbe stata capace di adoperare le parole giuste. Lui in questi casi è impacciato, non sa esprimere quello che pensa e teme che la sua delusione traspaia più evidente del dispiacere che dovrebbe provare.

Come è successo, dove, ha sofferto? Domande banali e forse inopportune.

Il ragazzo però sembra apprezzare l’interessamento di quel turista sconosciuto, così si siede e inizia a parlare. Il negozio in questo periodo lavora pochissimo e hanno tutto il tempo per ricordare il povero zio Antonio.

«Erano anni che gli consigliavamo di vendere la barca. Un lavoro troppo faticoso per uno nelle sue condizioni. Ma era come parlare al muro: lo zio diceva che se avesse smesso di andare per mare, sarebbe morto di crepacuore… Era ostinato, non andava neppure a fare i controlli medici, perché sapeva cosa gli avrebbero detto… Il suo maledetto orgoglio gli ha impedito persino di chiedere aiuto. Non voleva disturbare… Quel pomeriggio ha finito il giro e fatto scendere i clienti, come sempre, eppure l’aveva capito che stava morendo, perché si è steso con la testa appoggiata all’albero della barca, si è coperto con un telo e ha lasciato che il mare lo cullasse… Se n’è andato così… L’ho trovato dopo il tramonto. Non era rientrato, come faceva di solito all’ora di cena, così la zia mi ha chiesto di andare a cercarlo. Pensavo che si fosse attardato sulla barca per fare qualche piccola riparazione, invece… Aveva un’espressione rilassata, sembrava sereno, come uno che ha trovato la pace che cercava da anni.»

Franco tace, contento che il ragazzo parli senza bisogno che lui dica nulla. Ascoltando quel monologo, prova un leggero senso di invidia. Quante persone vorrebbero morire così, col sorriso e senza soffrire troppo, accanto a ciò che amano?

Quando si rende conto che il giovane ha esaurito le parole, capisce che deve dire qualcosa. Ora stranamente ha le idee chiare e due domande da fare. Ricorda che Luciana gli ha insegnato a non partire in quarta. “Meglio che l’interrogato si rilassi, prima di chiedere quello che ti interessa, fai una domanda senza importanza” diceva.

«La barca si chiama Àncora o Ancòra?» chiede dopo aver lasciato depositare il silenzio.

Il giovane risponde con una smorfia. È probabile che non sia esperto di pratiche investigative, pensa Franco.

«Lo zio intendeva quella che si getta in mare, ma non sapeva che ci volesse l’accento, aveva fatto solo le elementari. Quando iniziarono a fargli questa domanda, trovò la cosa divertente. “Dipende dai giorni” rispondeva sorridendo.»

Franco cerca nello sguardo del suo interlocutore segni di distensione. Non è sicuro che la sua tattica abbia funzionato. Non è bravo in questo, ma la domanda che ha in mente non è di quelle che possono mettere sospetti.

«Non credevo che Antonio fosse sposato» dice dopo aver fatto un lungo sospiro, cercando di usare un tono di casualità.

«Zia Concetta era un’infermiera dell’ospedale» risponde quello senza mostrare alcun disagio. «Si sono conosciuti quando lui fu ricoverato per l’embolo, una degenza lunga, durante tutto quel tempo l’ha assistito senza abbandonarlo mai… Quando, un anno dopo, le ha chiesto di sposarlo, lei non ne voleva sapere… Penserà che fosse a causa della sua menomazione, invece, al contrario, fu la zia a innamorarsi per prima, ma continuava a dire che lui la voleva in moglie solo per gratitudine. Che era normale, che anche durante la guerra i militari feriti si innamoravano delle crocerossine. Zio Antonio la prendeva in giro, le diceva che durante il ricovero lei gli aveva messo le mani ovunque ed era giunto il momento che potesse farlo anche lui… Quando ci raccontava queste cose intime, davanti alla zia, lei diventava rossa e scappava in cucina… No, non hanno avuto figli. Un grande dispiacere per entrambi. Io ho cercato di compensare questa loro mancanza, vivevo più in casa di zio Antonio, che nella mia… Sono figlio di Assuntina, la sorella minore di zia Concetta.»

«Avrei ancora una domanda, ma non so se farla» dice Franco, «non vorrei sembrarle impertinente.»

«Può chiedermi quello che vuole, non c’è nulla, riguardo allo zio, che possa mettermi in imbarazzo. È stato un uomo onesto, gran lavoratore e amorevole con tutti i suoi cari» risponde il ragazzo alzando lo sguardo e gonfiando il petto.

Franco coglie quell’invito fin con troppo compiacimento.

«Le ho detto che non credevo fosse sposato per via della foto di Claudia» dice fissando il suo interlocutore per cogliere qualsiasi messaggio non verbale che possa dimostrare imbarazzo.

«Scusi ma chi è Claudia?» chiede sorpreso il ragazzo.

Ecco, ci siamo, pensa Franco, ora cominciano le bugie, qui c’è qualcosa di marcio. In fondo non si può escludere che il povero Antonio sia implicato nella sparizione di Claudia, men che meno la zia Concetta. Le donne, si sa, per gelosia possono diventare più crudeli degli uomini.

Potrebbe essere stata lei. Ha visto la foto, ha capito che il suo fidanzato è innamorato di un’altra e ha risolto la questione come sono abituati qua al Sud.

La sarà andata a cercare in mezzo agli scogli, le avrà detto di tornarsene a casa sua, in continente. Luna le avrà risposto che era pazza, che per lei Antonio era come un fratello maggiore.

Si saranno accapigliate, forse una spinta di troppo, senza volerlo. Litigare sugli scogli è pericoloso, è facile scivolare e battere la testa…

«Allora me lo vuole dire chi sarebbe questa… come si chiama… signora?» ripete il ragazzo con un tono leggermente più alto di prima.

«Sì, mi scusi, mi era venuta in mente una cosa che devo fare, comunque Claudia è… quella della foto, se ho capito bene, zio Antonio si è steso accanto a quell’immagine» dice tradendo una notevole curiosità.

Il giornalaio ride. «Luna!» esclama. «Quella è stata la prima causa dei problemi di cuore dello zio, il secondo motivo per cui zia Concetta non intendeva sposarlo… Lui aveva una vera fissazione per quella ragazza e non c’è mai stato modo di convincerlo che non avesse fatto una brutta fine… Arrivò ad accusare Cartolina di averla uccisa. Lo conosce vero quel mendicante?»

«Sì, certo. Ma se lui non c’entra, dove pensa che sia finita?» lo incalza Franco.

«Io non ne ho la minima idea,» risponde quello, «a quei tempi non ero ancora nato, ma sull’isola, la sparizione di Luna è una storiella che tutti conoscono… In paese sostenevano che era fuggita con un cameriere… Ma lei come fa a sapere di questa scomparsa? Zio Antonio non ne parlava volentieri.»

«È una storia bizzarra, sa io sono di Rimini, proprio come Luna, è per questo che suo zio, quando gli ho chiesto chi fosse la ragazza della foto, si è confidato… Anche a me ha rivelato i suoi sospetti su Cartolina» aggiunge, senza raccontare altri dettagli. Non vuole scoprire le sue carte e prima di parlare del sangue, spera che il ragazzo continui a dirgli quello che sa. Se la zia è implicata in questa storia, è meglio che quello non capisca i suoi sospetti.

«La sua era una vera fissazione, ma per quello che ho saputo io, era una ragazza sempre in cerca di esperienze nuove, una che non avrebbe mai accettato di rimanere su un’isola per sposare un marinaio» precisa l’edicolante.

Ora è il momento per affondare il colpo, Franco pensa che deve fare attenzione a come porre la domanda, deve farla cadere lì come per caso, come avrebbe fatto Luciana.

«Immagino che gli incontri di sua zia con Luna siano stati piuttosto burrascosi» dice cercando di sfoderare un sorriso di complicità tutta maschile.

«Lo sarebbero stati senza alcun dubbio, se solo si fossero conosciute» risponde il ragazzo contraccambiando il sorriso, poi vedendo l’espressione inebetita di Franco, aggiunge: «lo zio si è ammalato cinque anni dopo che Luna era sparita.»

Franco ha una specie di crollo emotivo, la mandibola si contrae in uno spasmo, la delusione gli toglie le forze, gli sembra di annaspare come uno che non riesce a stare a galla.

«Allora l’ipotesi della responsabilità di Cartolina non è così campata in aria» dice cercando uno scoglio a cui aggrapparsi.

«Non credo proprio, come le ho detto, dicono che se n’è andata con un certo Corrado, ma non so dove. Uno che era arrivato da poco sull’isola… È quello che sostenevano gli amici con mio zio quando parlava dei suoi sospetti.»

Franco prende una lunga boccata d’aria, è scampato a quell’affogamento.

Quale Corrado? Che aspetto aveva? Da dove veniva? Cosa faceva? Sono le domande che spara a raffica, ma il ragazzo non ne sa nulla, a parte che Corrado era un cameriere. Non sa dirgli neppure da chi potrà avere altre informazioni.

Franco comunque è euforico, quest’ultima notizia rimette tutto in gioco. Gli resta solo un’ultima richiesta prima di andarsene.

«Posso chiederle che fine ha fatto la foto?» domanda incrociando le braccia per camuffare i suoi pensieri «come le ho detto sono di Rimini e conosco un’amica di Luna a cui farebbe piacere avere quell’istantanea.»

«Immagino sia ancora sulla barca» risponde il ragazzo «alla zia non interessa certo tenerla, può andare a prenderla, se vuole, dica pure che l’ho autorizzato io, nel caso qualcuno la vedesse armeggiare a bordo.»

Franco esce dal negozio, ma il giornalaio lo richiama indietro.

Avrà capito che non mi sono bevuto tutte le sue storielle, pensa compiaciuto, mentre rimette un piede nel negozio, sorridendo.

«Si era dimenticato qualcosa che ora mi vuole dire?» chiede accentuando il tono malizioso della voce.

Il ragazzo risponde che è lui a essersi scordato di pagare i giornali. Franco, rosso in volto, farfuglia delle scuse mentre estrae il portafoglio, salda il debito e si allontana quasi correndo.

Rallenta solo quando è fuori dalla vista del negoziante. Come sempre deve riordinare le idee, lo fa camminando verso il dammuso. Passettini corti e veloci cercando di imitare Poirot, quell’incedere bislacco dovrebbe provocare anche in lui un’accelerazione delle celluline grigie.

L’informazione che ha ricevuto è clamorosa per la sua indagine. Corrado non solo è arrivato sull’isola, ma probabilmente ha portato via la ragazza.

Calma Franco, Luciana ti direbbe di non arrivare a conclusioni affrettate. Scava Franco, non prendere tutto per oro colato.

Il ragazzo ha riferito voci, non ha detto di aver visto.

Certo esiste anche la possibilità che dietro a questo fantomatico cameriere si nasconda il tentativo di un depistaggio. Potrebbero essere stati i parenti di Cartolina.

Se fosse lui il colpevole, loro potrebbero aver provato a spostare l’attenzione su qualcun altro, inventandosi l’arrivo di un fidanzato. Franco è sorpreso dalla facilità con cui la sua mente elabora ipotesi e la coerenza di quei ragionamenti. Sente di avere l’approvazione di Luciana.

Soddisfatto, allunga nuovamente il passo, fischiettando lungo la discesa.

 

Arrivato in casa, trasferisce nei cassetti di una credenza tutto quanto aveva sparso sul letto, poi si stende per un meritato riposo.

Deve ricaricare le pile, penserà domani al nuovo piano di azione. Ora si dedicherà alla lettura dei giornali. Un bravo investigatore non perde mai di vista la cronaca italiana e internazionale, senza dimenticare l’andamento della borsa. Tutti fattori che potrebbero incidere in qualche modo nell’indagine.

Dà un’occhiata anche all’oroscopo. A Rimini lo legge solo quando è sicuro che nessuno lo stia osservando.

La giornata, che sembrava essere iniziata nel peggiore dei modi, in realtà lo ha portato a identificare due ipotesi. Cartolina e Corrado sono le tracce da seguire.

Inizierà dal mendicante, anche se si rende conto che non otterrà risposte.

 

Dopo cena esce di casa per fare quattro passi in riva al mare. La sabbia vulcanica lo fa sentire il naufrago di un pianeta inesplorato. Annusa l’aria come farebbe un animale catapultato in un luogo sconosciuto.

Il mare è uno specchio nero che riflette la luna.

Non c’è anima viva oltre a lui, nessun segno a indicargli che direzione seguire. Una guerra chimica ha ridotto ogni cosa in cenere.

Stringe gli occhi per vedere più lontano. Il nulla lo schiaccia contro il silenzio cosmico. Eppure non si sente solo. Il cielo indossa il suo vestito migliore, una miriade di stelle suggerisce altre forme di vita, la luna ha la faccia di Luciana.

 

 

Il giorno seguente si mette sulle tracce della sua prima pista.

Non impiega molto a incrociare Cartolina, l’isola ha due stradelli, uno che gira tra le case e l’altro che porta verso la bocca del vulcano. Osserva l’uomo entrare in un bar.

Indossa i soliti pantaloni neri e una camicia bianca, il colore del colletto fa pendant coi calzoni. Gli indumenti sono, probabilmente, quel che resta della divisa da postino.

Gli offrono un caffè, in assenza di turisti sono gli isolani a farsi carico delle sue esigenze.

Franco deve scoprire dove vive e con chi, perché qualcuno che lo conosce da tanto tempo, magari un parente, può dargli le risposte che cerca. Luciana sorride, compiaciuta dalla tenacia con cui segue l’indagine.

 

Camminare dietro a quel gigante non è semplice come immaginava, con quelle gambe lunghe, costringe Franco a continue rincorse per non perderlo. Un passo del vecchio corrisponde a tre dei suoi. Inoltre sembra non avvertire la stanchezza.

Cerca di capire se l’uomo ha una destinazione e un senso logico per determinare il tragitto, ma il continuo cambiare itinerario, sembra frutto del caso o di chi sa quali stranezze che gli girano per la mente.

 

L’isola è ricca di scorci mozzafiato. Gli occhi si inebriano di immagini uniche. Piante rigogliose, squarci di mare che si confondono col cielo, sbuffi del vulcano e fiori.

Gli odori dell’isola sono fragranze che passano dalle narici al cuore, prima di tuffarsi nello stomaco.

Da un bar sente uscire le note di “Un uomo in frac”, la voce di Modugno trasuda malinconia e ricordi di sconfitte.

 

Alle tredici è stremato, la fame si è già fatta sentire, un deciso calo di zuccheri lo costringe a fermarsi, mentre il gigante scompare dietro all’ennesima curva.

Franco entra nel primo bar che incontra, si siede a un tavolino da dove può osservare la strada.

Il locale è deserto, le pareti azzurre sono colme di fotografie del vulcano e dei fondali marini. Una radio trasmette musica new age.

La donna che esce dal bancone del bar assomiglia alla signora Lina. Un sorriso gentile distoglie lo sguardo di Franco dai capelli neri che hanno, nella radice, una vistosa ricrescita bianca. La donna gli fa un paio di domande per inquadrarlo, poi appena saputo che lui è lì solo per qualche giorno di riposo, gli chiede cosa desidera.

Indugia ancora nella conversazione prima di decidersi a preparare quanto gli ha chiesto. Parlano del clima, della pace che regna sull’isola, dell’incredibile attività di Iddu.

Quando finalmente ritiene di aver fatto a sufficienza gli onori di casa, sparisce dentro a un cucinotto dietro al bancone.

 

Dopo dieci minuti, finalmente torna col suo pranzo.

Franco valuta che è insufficiente per sfamarlo.

Divora il toast farcito, accompagnato da un bicchiere di vino bianco della casa, poi ne ordina un secondo uguale, interrompendo le domande della barista, ora interessata al clima di Rimini.

Il caffè lo gradisce corretto sambuca.

Approfitta della voglia di conversare della barista e resta ancora seduto per oltre un’ora.

«Quindi lei è un assicuratore! Ramo automobili o anche casa e polizze vita? Io ne ho stipulata una l’anno scorso, ma non sono sicura che non mi abbiano fregata, sono vedova, noi donne non ci intendiamo di queste cose… No, purtroppo non ce l’ho con me, la tengo a casa, ma domani, se pensa di ripassare la porto qui, se non è un disturbo… mi farebbe una grande cortesia, se volesse darci un’occhiata.»

Franco le risponde che passerà per bere un caffè, mentre continua a non perdere di vista la strada in attesa che ricompaia Cartolina, ma quello pare essersi dissolto.

Sicuramente ha un posto dove vive, ma non ha il coraggio di fare domande, non sapendo che giustificazione dare a quella curiosità.

 

Quando riprende il cammino, il sole sta già iniziando la sua discesa sul mare.

Franco decide di puntare verso il vulcano, perché in circa quaranta minuti si può raggiungere una pizzeria osservatorio, dove il vecchio potrebbe essere abituato a pranzare.

L’intuizione questa volta non era azzeccata, il locale è chiuso e le sue gambe gli consigliano di tornare al dammuso per fare un meritato pediluvio.

Prima di riprendere il sentiero in senso inverso, si siede su una pietra per godersi la vista.

Guarda la bocca del vulcano, la luce ha perso intensità, in mezzo alle nuvole di fumo nero, che offuscano per qualche istante la luna già alta, si cominciano a distinguere gli schizzi di fuoco, mentre dietro di lui, guardando in basso, il sole sta quasi per tuffarsi nel mare.

Il giorno e la notte si contendono il tramonto. Un’immagine ingannevole, perché la luna trae la sua visibilità unicamente dal sole, che dovrebbe starle dietro e non di fronte.

Franco non capisce come sia possibile, ma ne è rapito.

Guarda con più attenzione verso il cielo, dentro la luna c’è ancora un volto di donna.

 

Quando arriva in paese la notte ha vinto la sua battaglia.

Nuovi colori hanno invaso l’isola, offrendo suggestioni differenti e una potente dose di rimpianto.

Deve fermarsi in un negozio per acquistare cibo e un bagno schiuma. Il bottegaio sta portando dentro la merce esposta. Sì, sta chiudendo, ma se si sbriga può fare la spesa.

Esce dieci minuti dopo, con due borse di plastica gonfie e pesanti di arance e bottiglie d’acqua, oltre ad altri alimenti.

Lungo la discesa che lo riporta verso il mare, si ferma più volte per far riposare le mani indolenzite.

La strada è quasi completamente al buio, l’assenza di turisti che con le loro torce illuminano la via, costringe Franco a fare attenzione a dove mette i piedi, perché la mattina, nella fretta di uscire, si era dimenticato che, sull’isola, la corrente elettrica è solo dentro alle case. Arrivato all’ultimo bivio prima che finisca la discesa, nota una figura che va velocemente nella direzione opposta. Gli sembra Cartolina, ma non è in condizione di seguirlo.

 

Qualche fetta di prosciutto, una mozzarella di bufala e insalata per finire. Una cena leggera che non necessita di cottura.

Una telefonata ad Andrea per dirgli che il viaggio è andato bene, il mare era piatto e il tempo è ottimo. Non sta svolgendo nessuna indagine, ma parlando con gli isolani qualche notizia di Luna l’ha appresa. Nulla di importante.

Dopo quella breve conversazione si infila tra le lenzuola. La giornata è stata lunga e stancante. Deve recuperare energie. Purtroppo, come spesso gli accade, non riesce a dormire un sonno profondo.

Pensieri mescolati a brevi sogni, si sovrappongono, finendo per fondersi in fotogrammi senza senso. Si gira e rigira nel letto, allungando la gamba verso destra, la parte di Luciana, fredda e vuota. Si alza per bere dell’acqua perché il prosciutto era eccessivamente saporito.

Il mare sbatte pigramente contro la battigia prima di ritirarsi e lasciare spazio a nuove onde. Il rumore gradevole lo fa sentire meno solo. L’alba sembra non arrivare mai.

 

Si sveglia quando il sole è già alto. Eppure è convinto di non aver dormito. Con Luciana succedeva spesso che si alzasse lamentandosi per una notte insonne. Lei puntualmente gli rispondeva che un quarto d’ora dopo essersi messi a letto, russava come un trattore.

Sono le nove, è tardi. Poi ricorda che non deve andare in ufficio. Sorride per quello smarrimento, mentre pensa a come organizzarsi.

Oggi non si metterà subito all’inseguimento di Cartolina. Lo farà più tardi, sperando di aver maggior fortuna di ieri. La doccia la deve fare solo con l’acqua. Si è dimenticato di acquistare il bagnoschiuma.

 

Esce dopo aver fatto colazione. Si incammina lungo la stradina che finisce dove inizia la spiaggia nera. Incrocia poche persone, mentre si gode la totale mancanza di traffico, privilegio di quell’isola e ormai di pochi altri posti al mondo.

Il cielo sembra una tavola azzurra dove è dipinto il vulcano come fosse una ballerina in posa, col suo collo nero allungato, il corpo avvolto in un ampio abito verde e i piedi nascosti nell’acqua.

Sul molo ci sono due pescatori che riparano le maglie di una rete. Franco immagina che siano padre e figlio, perché il più anziano non si stanca di mostrare all’altro come deve fare, mentre il giovane non nasconde il fastidio che prova per quelle spiegazioni che evidentemente considera superflue. Il vecchio indossa una canottiera blu, il ragazzo una T-shirt con una scritta in inglese. Hanno entrambi un tatuaggio sul braccio. Una vela il vecchio, ideogrammi giapponesi il ragazzo.

Lo guardano sospettosi, quando si avvicina alla barca di Antonio. Seguono i suoi gesti mentre alza da terra la passerella per appoggiarla alla poppa, ma non sono abbastanza curiosi per fargli domande.

«Devo prendere una cosa, mi ha autorizzato il giornalaio» dice comunque, a voce alta per superare il rumore delle onde.

Quelli fanno un cenno di approvazione e ricominciano il loro lavoro.

 

La foto è lì. Franco immagina la testa di Antonio appoggiata accanto, sente una stretta al cuore appena inizia a sciogliere il nodo della corda che la blocca.

Forse non dovrebbe. Non è certo che il marinaio sia disposto a privarsene. Ha scelto di morire accanto a lei. Le avrà parlato fino che il cuore ha smesso di battere. Le avrà detto di quanto l’amava, che in fondo non gli dispiaceva andarsene, perché forse avrebbe potuto rivederla, proteggerla. Potrà finalmente scoprire il suo lato nascosto, offrirle un po’ d’acqua se ha sete, ripararla dal sole. Sarà bello. Saranno felici.

Franco tentenna, ma sa che deve agire come un investigatore. Il vecchio sarà contento se lui scopre che fine ha fatto la ragazza.

Resta un po’ seduto sopra al mare, accarezza quel viso con le mani di zio Antonio, ripensa alle sue parole.

Prova a guardare il vulcano con gli occhi del marinaio, dando così più vita ai colori di quella bocca catramosa. Iddu, ricambia la cortesia sparando un pennacchio più alto e potente.

«Grazie per l’approvazione», mormora Franco mentre riattraversa la passerella.

Fa un cenno di saluto ai pescatori, prima di allontanarsi, ma quelli sono ancora impegnati a discutere e non ricambiano.

 

Entra nel locale di fronte, per un caffè.

«Stamattina non si è ancora visto Cartolina» dice al barista come fossero vecchi amici.

Quello gli risponde che di lì ci passa solo in estate, ora non rimedierebbe un euro. Poi esce dal banco per servire una coppia che ha ordinato un cappuccino e una spremuta di limone.

Franco si sente stupido, poteva arrivarci da solo. Lui la mattina è lento a carburare. Deve attendere che la caffeina entri in circolo, assieme al calore di quel caffè leggermente bruciato, prima di sentirsi meglio.

 

È quasi mezzogiorno quando decide di iniziare la ricerca. Oggi sarà fortunato. Dalla foto, Claudia lo guarda con occhi tristi, lui vede un suggerimento in quello sguardo, ma non riesce a capire quale sia.

La ripone in tasca e accelera il passo.

 

È l’ora di pranzo quando finalmente scorge Cartolina nei pressi della chiesa, si dirige verso un portone spalancato.

Di fianco c’è una targa con scritto Caritas.

Franco si avvicina. Mensa, è la seconda parola che da lontano non era riuscito a distinguere. Si siede su una panchina lontana non più di dieci metri, sotto la provvidenziale ombra di un grande leccio. Da lì potrà vederlo uscire.

Anche oggi un bel sole smentisce il calendario, Franco teme di appisolarsi e perdere il suo obiettivo, ma l’orario si fa sentire anche nello stomaco. Un alito di vento che gioca con le foglie dell’albero, gli regala un gradito ristoro.

Il tempo trascorre senza fretta, come quel sonnolento autunno ancora vestito d’agosto.

Dopo circa un’ora, Cartolina riprende il suo cammino. Franco lo osserva andarsene, non si muove fino a quando quello scompare dietro alla prima curva. Attende ancora, osservando gli avventori che lasciano la mensa, poi entra.

Dentro non c’è più nessuno, fatta eccezione per due ragazzi che puliscono i lunghi tavoli di formica bianca e le sedie di colori differenti. Un vetro separa il refettorio dalla cucina.

Una donna armeggia attorno ai fornelli. L’età è quella giusta, inutile perdere tempo per fare domande ai ragazzi che, peraltro, non sembrano neppure averlo visto.

Resta davanti alla vetrata, fino a quando la signora si gira. Lui fa segno che le deve parlare, gesticola nella speranza che quella capisca.

«Aspetta dieci minuti, prima devo passare lo straccio sul pavimento.» La conferma vocale dimostra che il vetro non è a isolamento acustico. La signora non ha neppure dovuto alzare la voce.

Franco si sente più stupido del solito, quella lo avrà scambiato per un cliente, un poveraccio muto o poco normale. Deve essere abituata a comprendere quelli che si esprimono solo a gesti.

Si siede in un angolo e attende.

Dopo alcuni minuti i due ragazzi se ne vanno, uscendo gli fanno un cenno di saluto con la mano.

La signora non è più alta di un metro e mezzo, indossa una parannanza allacciata con due nodi lenti al limite delle fettucce, che faticano a cingerle la vita. Ha un fazzoletto rosso a fiori, in testa, da cui esce una folta chioma bianca, gli occhiali da vista hanno lenti spesse, sotto la gonna ha calze contenitive più coprenti di un paio di pantaloni. Indossa un paio di scarpe da tennis rosa, col fondo a molle, probabilmente prese in prestito dalla scarpiera della nipote.

«La cucina è chiusa, devi avere pazienza fino a sera» dice facendosi incontro.

Franco le spiega che non è lì per mangiare, che non crede di avere l’aspetto da barbone. Lei gli risponde che lui non ha idea di chi va a chiedere un pasto gratis, che non tutti i morti di fame si riconoscono dai vestiti e comunque lei deve andare a casa.

Si è fatto tardi, ha giusto tre ore prima di riprendere servizio. Lo dice mentre con una mano cerca di spostarlo, intenzionata a liberare la via d’uscita. Franco resiste e le mette la foto di Luna davanti agli occhiali.

Quella lo guarda sorpresa. Valuta cosa dire, prima di parlare.

«Era sulla barca di Antonio, perché ce l’hai tu?» la voce è minacciosa, lo sguardo anche peggio.

Lui racconta la sua storia. Mantiene la tesi dell’amica di Rimini che vorrebbe sapere che fine ha fatto Luna.

Ci vogliono dieci minuti prima che la cuoca perda la diffidenza. Alla fine sospira, prende una sedia e fa segno a Franco di fare la stessa cosa.

Gli dice che lei e quella ragazza erano spesso assieme.

«Praticamente ero la sua unica amica» precisa, «le altre ragazze del posto la detestavano. Io ero già fidanzata con mio marito. Ugo, a quei tempi, aveva occhi solo per me. Claudia era molto bella e i ragazzi le correvano dietro, ma lei era bravissima a scansarli senza che si offendessero… Sì certo, anche Antonio. Era il più ostinato.»

«E Cartolina?» chiede Franco, quando quella tace intanto che gira la foto tra le mani.

«Pure lui, ma quello era già scemo come lo vedi ora» risponde.

La conversazione va avanti per oltre un’ora, la donna sembra non avere più fretta. Franco è pieno di domande. Pezzo dopo pezzo le piste si smontano. Non c’è nessun mistero, Cartolina non farebbe male a una mosca.

No, lei non ha litigato con nessuno, anche se le sue compaesane erano felici di sapere che se n’era andata.

«Un po’ come le comari in Bocca di Rosa» aggiunge la donna parafrasando De André. No, non è arrivato nessun fidanzato geloso, almeno non che lei avesse saputo. Certo non può esserne sicura, ma Luna le raccontava tutto di sé. «Come si fa da ragazzi, due amiche non hanno segreti» conclude.

Franco sente ancora una volta la terra franargli sotto i piedi, quella donna comincia a scocciarlo, ha troppe risposte per una vicenda di cui nessun altro sembra sapere nulla, forse anche lei è implicata. Probabilmente era proprio la comare gelosa che non vedeva l’ora di farla sparire. In Sicilia si sa come vanno le cose.

 

«Ti sei addormentato?» gli dice in faccia alzando la voce.

Franco si scuote, la guarda, cerca qualcosa da dire senza tradire il suo sospetto.

«E allora Corrado?»

Quella non si scompone, anzi sorride. «Corrado era un cameriere, lavorava al Punta Lena. Era di Pantelleria, veniva a Stromboli per la stagione, perché da loro ci sono pochi locali ed è più difficile trovare lavoro. In mezzo a tutti i galletti locali, alla fine l’ha spuntata lui… Sai come ha fatto? Aveva un cane, un boxer bianco con un nome buffo. Si chiamava Ace, come un detersivo, e tutti lo prendevano in giro, dicevano che era bianco perché lo lavava troppo. Quel cane impazziva quando vedeva Luna esercitarsi. Aspettava che le cadesse una pallina per correre a prenderla. Toglierla di bocca era un’impresa. Lei e Corrado diventarono amici. Luna diceva che Ace sarebbe stato il suo assistente… Iniziarono a fare progetti. Volevano girare il mondo facendo gli artisti. Beata gioventù… Un giorno sono spariti e buonanotte ai suonatori.»

«Se ne sono andati assieme?» chiede Franco in un ultimo disperato tentativo per mantenere viva una traccia.

La donna gli risponde che in realtà lei se n’è andata prima, perché lui doveva terminare la stagione al ristorante. Ma era evidente che fossero d’accordo.

Lei andò via il nove settembre del settantasei, mentre lui dovette attendere che finisse il mese.

Franco ha un sussulto, non c’è alcuna certezza che sia andata via con quel cameriere, e poi come fa a ricordarsi con tanta precisione quella data?

La cuoca salta sulla sedia, lo guarda male mentre lo apostrofa con solennità.

«Come potrei dimenticarlo, quel giorno il mio cuore grondava sangue, il mio cuore rosso era listato a lutto.»

«Abbandonata da un fidanzato?» chiede Franco restando a fatica serio, dopo aver ascoltato quella frase tanto retorica quanto esagerata.

La donna ha uno scatto d’ira, muove un braccio quasi volesse dargli un manrovescio. Lui tira indietro la testa, mentre lei abbassa la mano e cambia espressione.

Una evidente delusione lascia il posto a quella furia improvvisa. «Ma tu in che mondo vivi? Quel giorno è morto Mao Tze Thung!»

È la seconda volta, in un breve lasso di tempo, che qualcuno gli chiede in che mondo vive, prima un pregiudicato, poi una cuoca, sono riusciti a farlo sentire profondamente stupido. Anche se a lui di Mao non è mai fregato nulla. La passione per la politica non lo ha coinvolto da giovane e neppure adesso.

La verità è che non ha avuto passioni travolgenti per nulla, a parte Luciana.

Resta in silenzio, cercando una frase adatta per commentare la citazione della cuoca Maoista, ma non gli viene in mente nulla di intelligente.

Nel frattempo lei si alza. La conversazione è finita, si è fatto tardi, se ne deve andare.

Escono assieme dalla mensa, Franco le chiede se vuole essere accompagnata, se ha bisogno di aiuto per portare la spesa fino a casa. Lui non ha fretta, gli farebbe piacere.

Lei lo guarda altezzosa, non è ancora decrepita al punto da non riuscire a trasportare due buste di plastica. Lo squadra ancora una volta prima di precisare che è sposata e che da quelle parti non si usa farsi accompagnare da un forestiero.

Franco non capisce se lo sta prendendo in giro, comunque attende di vedere la direzione che sceglie la cuoca, prima di incamminarsi dalla parte opposta.

 

Girovaga ancora qualche ora in paese, il sole si è abbassato, la strada è totalmente in ombra. Ripensa alle parole della donna, per essere certo di non scordare nulla. Da una casa esce il profumo di un dolce appena sfornato. Da un’altra la voce di Pino Daniele.

Incrocia due volte Cartolina, ma non lo segue. Non c’è motivo. Il vecchio ormai è fuori dall’indagine.

Rientra al dammuso chiedendosi se ha fatto ulteriori progressi. La pista del mendicante non porta da nessuna parte. Ci sono due Corrado che lui non sa come rintracciare.

Si butta sul letto pensando che ha ancora cinque giorni di ferie da trascorrere su quel vulcano. Non sa bene cosa farà.

Forse dovrebbe anticipare il rientro. Il capo lo apprezzerebbe, non era per nulla contento di quelle ferie che era stato costretto ad accordargli. Gli ultimi mesi dell’anno sono i più caotici, le festività natalizie arrivano in fretta e bloccano le attività.

Era successo solo un’altra volta che avesse chiesto un permesso nel mese di ottobre. L’anno in cui aveva conosciuto Luciana.

 

Era in fila alla cassa del bar in spiaggia. All’ora di pranzo, la domenica, i turisti si ammassano per conquistare un tavolo dove poter mangiare una piadina squacquerone e rucola, o semplicemente per ordinare un caffè.

Quando arrivò a pagare una bottiglia d’acqua, che nel frattempo era diventata calda, si accorse che la donna davanti a lui aveva dimenticato gli occhiali. Una distrazione poco comprensibile con il sole accecante di luglio.

In coda, l’aveva osservata per dieci minuti, un tatuaggio sopra la linea del ridottissimo bikini giallo, aveva calamitato non solo i suoi occhi. Franco non ama i tatuaggi, ma apprezzò tutto quanto c’era attorno.

La rincorse sulla passerella. Quando le sfiorò un braccio per farla fermare, vide il suo sguardo carico d’odio. Si addolcì pochissimo dopo che comprese il motivo per cui l’aveva avvicinata. Prese gli occhiali come se li raccogliesse da un tavolino e se ne andò senza ringraziarlo. Franco rimase immobile a fantasticare su quegli occhi dal taglio leggermente allungato, trasparenti come il mare. I capelli biondi, raccolti in una treccia, nascondevano un altro piccolo tatuaggio a forma di cuore, alla base del collo, che si mostrava e scompariva, ad ogni passo. L’evidente ostilità, spense sul nascere il sorriso ammiccante di Franco. Gli consigliò anche di non guardarla come avrebbe voluto.

Le perdonò la scortesia. L’avrebbe fatto per i prossimi dieci anni.

 

La rivide, qualche ora dopo, passeggiare sul bagnasciuga in compagnia di un’altra bionda cicciottella, che camminava a fatica su un paio di zoccoli a zeppa, insufficienti a farle raggiungere l’amica in altezza. Indossava un paio di occhiali di plastica nera, modello anni cinquanta, dotati di punte girate verso l’alto, esageratamente lunghe. Mentre quella cercava continuamente di sistemare il bikini nero, due taglie inferiori al necessario, l’altra parlava animatamente, tormentando con le mani gli occhiali che lui le aveva riportato.

Alzò gli occhi incrociando quelli di Franco quando erano a circa tre metri di distanza, fu evidente che cercava di capire chi fosse. Lui sorrise e le indicò gli occhiali.

Lei si fermò, spiegando all’amica quello che era successo, poi tese la mano e ringraziò, scusandosi per non averlo fatto prima. Pronunciò il suo nome facendolo uscire da una fila di denti bianchi e ben allineati tra le labbra carnose.

Luciana entrò negli occhi di Franco per mordergli lo stomaco.

Lei e Giorgia gli chiesero di unirsi alla passeggiata, poi ripresero a parlare tra loro come se non ci fosse.

Luciana aveva una storia con uno sposato che Giorgia chiamava il Bastardo, quando voleva usare un termine delicato.

Franco scoprì che quello era in vacanza con la famiglia e non aveva ancora fatto nulla di quanto promesso alla sua nuova amica. Ne fu felice.

 

Dopo una mezz’ora arrivarono dove le due ragazze avevano i lettini. Si stesero continuando a parlare, mentre Franco rimase in piedi come fosse un ombrellone. Attese immobile per alcuni minuti.

Non lo invitarono a sedersi, così disse che se ne doveva andare. Solo allora quegli occhi color del mare parvero ricordarsi di lui. Era una brutta giornata, si scusò ancora, comunque quella era la loro postazione fissa della domenica, se aveva voglia di ripassare, per lei andava bene.

Franco evitò qualsiasi commento, sorrise e se ne andò.

 

La domenica successiva girovagò in quella zona fino alle quattro del pomeriggio. Quando finalmente le vide arrivare, si allontanò prima che si accorgessero della sua ronda.

Andò in direzione del porto, facendo attenzione a schivare le palline da tennis, impazzite, che partivano come proiettili dai patiti dei racchettoni. Guardava distrattamente anche i bikini che incrociava, ma non trovò nulla che potesse competere.

Tornò dopo una ventina di minuti.

L’umore di Luciana era diverso dalla volta precedente e il pomeriggio volò.

Franco ricorda tutto di quel giorno. Il bikini bianco che si macchiò di granita verde, mentre lei elencava le numerose doti, non comuni, che rendevano il Bastardo irresistibile. Tutti i motivi, più che giustificabili, per cui non aveva ancora potuto liberarsi della moglie. Le sue abilità erotiche e umanitarie.

Un connubio che Franco trovò complicato.

La mancanza di un aspetto fisico gradevole, causato dall’amore per la buona cucina che si evidenziava non poco, come aveva specificato Luciana, lo rendevano, ai suoi occhi, ancora più desiderabile, gratificata dal fatto che non era vittima di un semplice bell’uomo. Franco immaginò questo filantropo grasso, dotato di una virilità esuberante, col cervello superiore alla media. Una caricatura fatta da Picasso, prendendo pezzi alla rinfusa da vari soggetti.

I tantissimi pregi e l’unico difetto, quello di essere sposato, furono il monotono argomento delle loro lunghissime discussioni, quando iniziarono a frequentarsi.

Sarebbe più corretto dire che non erano vere e proprie conversazioni, ma monologhi di Luciana. Discorsi che non ha voglia di ricordare, perché in quel periodo non c’era nulla per lui oltre al ruolo di confidente.

Le suggestioni cominciano a confondersi, il volto di Luna compare sulla spiaggia di Rimini. Il sonno sta prendendo il sopravvento, Franco spegne la luce. Deciderà domani cosa fare.

 

La notte c’è una discreta escursione termica. Il lenzuolo non è sufficiente. Il freddo lo sveglia, si siede sul letto per stendere la coperta che gli copriva solo i piedi.

Ormai il sonno se n’è andato, l’orologio del telefonino lo informa che sono le tre, deve dormire.

Luna e Corrado sono pensieri inquietanti. Luciana ha il potere di calmarlo. Se potesse abbracciarla si riaddormenterebbe in un attimo.

Per lui era quasi un rito. Lei permetteva a Franco di avvolgerla, assieme al sonno. Lui ricambiava quella invasione con un massaggio. Le grattava la schiena, vertebra dopo vertebra, dalla prima del collo, dove c’era il cuoricino rosso, scendendo fino all’osso sacro, lì sostava più a lungo. Lei adorava quel leggero massaggio, cercava di respingere i primi smarrimenti che produce la mente nel dormiveglia, per godere più a lungo di quelle mani sapienti, ma si addormentava in fretta.

Quando il cambio del respiro tradiva il suo cedimento, lui restava immobile a guardarla, poi chiudeva gli occhi sperando di incontrarla in un sogno.

Un sorriso segna il suo viso quando riaffiora il ricordo dei loro primi appuntamenti, momenti dove coccole o effusioni non erano ammesse. Passarono quattro mesi prima che potesse trascorrere una notte con lei. L’inizio di una relazione così come l’aveva immaginata, in realtà prese una piega ambigua.

 

Lunghe telefonate durante la settimana, cena il sabato sera e domeniche in giro senza meta, era quanto riuscì a ottenere.

Il fine settimana, l’altro aveva impegni familiari e lasciava campo libero a Franco.

Luciana apprezzava la sua compagnia, ma finivano spesso per litigare. Bastava una parola fuori posto per elettrizzare i suoi nervi, Franco sapeva che quando si accaniva contro di lui, non era per quello che aveva detto. Non potendo sfogarsi col signor Bastardo, se la prendeva con chi aveva vicino. Allora la riaccompagnava a casa.

Lei taceva per tutto il viaggio, prima di scendere si scusava per il nervosismo e lo invitava a non perdere altro tempo per una storia che non sarebbe mai iniziata. La loro era una relazione impossibile.

Era questa l’immancabile frase che usava per giustificare i suoi modi. Diceva che ognuno ha dentro di sé due anime, una bianca e una nera. Lei aveva scoperto di appartenere alla tenebra. Il Bastardo le aveva fatto conoscere quella parte oscura da cui non poteva più separarsi.

Lui obiettava che i continui mal di testa, le giornate di solitudine e il costante malumore che mostrava, non sembravano dare ragione a quella tesi, ma erano parole buttate nel vuoto.

 

Quando si rivedevano, Luciana ripartiva da lì. Se lui si ostinava a volerla incontrare, lei non poteva sentirsi in colpa.

Franco imparò in fretta a convivere con gli sbalzi di umore della donna e l’abitudine di aggredirlo per sfogare la frustrazione di una storia che si trascinava senza approdare a nulla di definitivo.

La notte mandava interminabili resoconti dei loro litigi. Sfoghi pieni di rabbia, che però finivano con giustificazioni per quel tipo così speciale.

Per Franco era solo uno che si inventa mille scuse pur di non perdere l’amante, senza aver nessuna intenzione di mollare la moglie. Certo non poteva dirlo esplicitamente a Luciana, per non farla andare su tutte le furie e diventare il colpevole delle sue sfortune.

 

Imparò ad apprezzare l’abilità strategica del Bastardo. Sapeva tirare la corda fino al limite. Quando la situazione diventava insostenibile, programmava una trasferta di lavoro. Due o tre giorni al massimo, naturalmente senza moglie appresso. Luciana prendeva il treno per raggiungerlo a Milano, oppure a Parigi o Roma. Viaggi pieni di certezze. Ritorni carichi di risentimento.

Pian piano, Franco trovò argomentazioni, anche se prudenti, che iniziarono ad aprire un varco nella mente di Luciana. Anche il suo cuore sembrava aver trovato un piccolo spazio dove ospitarlo.

 

La svolta ci fu in ottobre, quando lei accettò di accompagnarlo per qualche giorno di vacanza. Non doveva prendere il treno da sola. Viaggiarono in auto, fermandosi senza il timore che qualcuno potesse riconoscerli. La meta era un centro benessere sul Garda, dove ti scaricano le tensioni con massaggi hawaiani Lomi Lomi.

Franco chiude gli occhi per riportare sulla pelle quelle sensazioni. Gli oli essenziali e le mani senza volto della massaggiatrice, lo addormentano dolcemente.

 

I giorni successivi trascorrono lenti, il sole ha lasciato il posto a una debole perturbazione. Sotto un cielo autunnale scendono poche gocce di pioggia, sufficienti a far germogliare la noia.

Franco non sa più che fare a Stromboli. Si mette ancora sulle tracce del mendicante, solo per far passare il tempo.

Non è un problema incontrarlo. Infatti dopo una mezz’ora sente il suo inconfondibile passo dietro di sé.

Appena quello lo affianca, lui accelera per non restare indietro. Gli tiene compagnia per un giorno intero, offrendogli bibite, pranzo e cena.

Il gigante si dimostra docile come tutti lo descrivono. Sembra contento di quella compagnia e di tutto ciò che può bere e mangiare. Quando gli indica un tavolo appartato del Punta Lena, Cartolina si apre in un sorriso come non ne aveva mai fatti. Il cibo della mensa non deve essere gran cosa.

Franco gli parla continuamente. Antonio, il vulcano, Luna, i giochi con i birilli, il mare e Corrado. Tutto invano.

Quello lo guarda, a volte con espressione curiosa, altre di totale smarrimento, senza avere mai un sussulto o una reazione che possa indicare a Franco di essere stato effettivamente compreso.

Cartolina lo ascolta in silenzio, il medesimo mutismo che utilizza come risposta alle continue domande che il suo nuovo amico gli fa.

In effetti, “amico, ho sete e mangiare”, sono le uniche parole che escono sputacchiate da quella bocca mezzo sdentata.

Prima di uscire dal ristorante, Franco chiede al proprietario se ricorda un cameriere di nome Corrado che aveva lavorato lì molti anni prima, ma conosce già la risposta, considerando che il suo interlocutore dimostra sì e no trent’anni.

Appena fuori, accende la piccola torcia che ha in tasca e si incammina verso casa, incurante della direzione che ha preso Cartolina.

I suoi pensieri saltano sempre più spesso da Claudia a Luciana, da Corrado a Luciana, da Luciana a Luciana.

L’indagine è ferma, forse finita. Che altro può fare?

Resta la macchia di sangue, unico indizio certo di un misfatto.

Forse sarebbe dovuto andare a Pantelleria, ma quell’isola è troppo distante dalle Lipari. Non esistono collegamenti diretti.

Il nuovo Corrado è l’unica esile traccia che non ha ancora esplorato. Purtroppo deve rientrare al lavoro, con questo viaggio fuori programma si è giocato le ferie di Natale.

 

Se Corrado è tornato a casa sua, se Luna è con lui, se le ha fatto del male; quanti se, ci sarebbero ancora da scoprire.

Trascorre quelle ultime ore di vacanza cercando di comprendere se è valsa la pena fare quel viaggio.

Vive come un amputato che continua a sentire prurito nell’arto che non ha più.

Antonio era stato capace di affrontare la vita come se non gli fosse accaduto nulla. Lui non crede di poterlo fare.

Autore

Stefano Baldazzi

Stefano Baldazzi vive a Rimini dove è nato il 21 marzo 1952. Ha lavorato 35 anni nel settore agro alimentare come dirigente. Ha ricoperto il ruolo di Direttore Vendite prima in Granarolo Bologna e successivamente in Parmalat. Nel 2011 ha frequentato il corso di scrittura creativa Rablè, per poi continuare nel medesimo gruppo frequentando un laboratorio permanente di letteratura e poesia. Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti e poesie La Rosina del Ponte. Il suo racconto Controcorrente è stato pubblicato nella collana Racconti di nuovi autori contemporanei volume 10 (Pagine 2013). Dopo il successo de Il destino del salmone (WLM 2016) ci propone il nuovo giallo Una cartolina dalla Luna (WLM 2018).

 

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3 recensioni per UNA CARTOLINA DALLA LUNA

  1. wlmedizioni

    Recensione del romanzo UNA CARTOLINA DALLA LUNA di Stefano Baldazzi 22 Maggio 2018 sunta dal blog Leggo Quando Voglio

    Anche questa nuova opera appartiene al genere giallo ma non si attiene strettamente ai suoi canoni, lasciando molto spazio ad elementi che arricchiscono il libro con nuove sfumature.

    La caratteristica che mi ha colpita maggiormente è stata la sua atmosfera. Si percepisce, principalmente grazie allo stile dell’autore, una forte melanconia che, personalmente, associo al periodo autunnale. Indifferentemente dal procedimento delle indagini, che possono dare sia gioie che dolori, percepiamo ad ogni riga il sottofondo amarognolo sprigionato dalla personalità del protagonista. Quest’ultimo è approfondito ma non ci viene svelato totalmente. L’autore ce lo racconta velo dopo velo, mostrandoci solo la parte di lui che abbiamo meritato di vedere e che, in quel preciso momento, possiamo riuscire a capire. Questa scelta è fondamentale per la storia e, perciò, anche se nasconde parte dell’introspezione psicologica, può essere grandemente gradita alla conclusione del romanzo. […] L’incipit del libro mostra buona parte degli elementi caratterizzanti della storia. Si percepisce, da subito, l’atmosfera autunnale del racconto e viene citata una delle località di riferimento per l’ambientazione: Rimini. […]

    Il finale sorprende: difficilmente il lettore si potrà aspettare anticipatamente questa conclusione, ma dovrà ammettere persino con sé stesso che non ve ne sarebbe potuta essere una migliore e maggiormente coerente con quanto letto in precedenza. Terminare una storia è sempre difficile e Baldazzi lo riesce a fare con un colpo da maestro.

  2. wlmedizioni

    Recensione del romanzo UNA CARTOLINA DALLA LUNA di Stefano Baldazzi sunta dal quotidiano online Chiamamicittà.it del 24 Maggio 2018

    Un giallo dai risvolti inaspettati che si sviluppa tra le strade di Rimini. Una cartolina vecchia di quarant’anni, indirizzata a una donna, accende la curiosità di Franco. Poche parole che avvisano di una presumibile minaccia e la firma, nascosta sotto una macchia scura, sono gli elementi iniziali di un lungo e complesso percorso di ricerca. La fine del suo rapporto con Luciana, la donna che ama da dieci anni, lo indurrà a buttarsi su questa indagine […]. La cartolina diventerà l’unico filo che lo terrà attaccato alla speranza illusoria di ritrovarsi. La realtà si confonderà col delirio. Quando avrà la certezza di aver raggiunto la soluzione, sarà il momento in cui ci sarà più lontano.

  3. wlmedizioni

    Recensione del romanzo UNA CARTOLINA DALLA LUNA di Stefano Baldazzi sunta dal quotidiano online Riminitoday.it del 22 Giugno 2018

    L’autore in questo suo nuovo lavoro abbandona le tinte fosche del noir che avevano caratterizzato la trama del precedente, senza però uscire completamente da quel filone.

    Franco, il protagonista del romanzo, cercherà di scoprire il presunto segreto che si nasconde dentro a una vecchia cartolina ricevuta da un mendicante in cambio di qualche moneta. E’ indirizzata a una donna e il testo sembra indicare una minaccia, la firma è nascosta da una macchia, probabilmente di sangue. Lui non è un investigatore, almeno non nella vita reale, è invece un “non eroe” convinto che un buon lavoro e un amore che duri per sempre siano tutto ciò che occorre per essere felice. […] Una cartolina dalla Luna è la storia di due amori su cui rifletterà viaggiando per il mondo, ma anche dentro la sua anima intrappolata in uno spazio angusto, fino a faticare a distinguere la realtà dal delirio.

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