NON SI PERDONA

Prezzo di listino 11,05 incl.VAT

Un romanzo noir elegante e brillante, un viaggio profondamente emotivo attraverso la traboccante umanità di Milano: spacciatori di periferia, divi della televisione, avvocati sarcastici, vedove altolocate, albergatrici invadenti e saggi Maestri di Kung Fu.

 

EAN: 9788897382262 COD: 169 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Romanzo noir.

Era la prima volta che si qualificava come investigatore, e non suonava per niente male.

Marco Ferrari, rimasto d’improvviso senza lavoro, viene frettolosamente assunto da un’agenzia investigativa per un compito in apparenza impossibile. In questo modo inusuale fa il suo ingresso nel mondo del giallo italiano un investigatore “per caso” che il lettore non dimenticherà più. Marco non ha la minima idea di come si debba compiere un’indagine, non ha esperienze né competenze, anzi a volte è ingenuo, insicuro e maldestro. Ma ha una grande ostinazione. Si immerge quindi in un viaggio profondamente emotivo attraverso la traboccante umanità di Milano: spacciatori di periferia, divi della televisione, avvocati sarcastici, vedove altolocate, albergatrici invadenti e saggi Maestri di Kung Fu. Nonostante i suoi metodi bizzarri e improvvisati, scopre una pista che non avrebbe dovuto scoprire. La sua prima indagine diventa quindi una corsa contro il tempo su e giù per i viali milanesi, perché ormai risolvere il caso vuol dire soprattutto salvare se stesso.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 13,00

In copertina

Milano primaverile, opera grafica di Andrea Gatti, collezione privata.

Pagine

134

Lingua

Italiano

Genere letterario

giallo, noir

Ambientazione

Milano, Rho

Anteprima

Sabato 28 febbraio 2015

― Allora? È dei nostri? ― chiese l’ingegnere sporgendo lentamente oltre la scrivania il collo rugoso, senza muovere il resto del corpo dalla sedia.

“Una tartaruga gigante” pensò Marco Ferrari fissandolo.

“Una tartaruga gigante che potrebbe avere centoventi, centocinquant’anni.”

Poi distolse lo sguardo dall’ingegnere-tartaruga e lo sollevò verso il soffitto della stanza. Era affrescato con una riproduzione della Cappella Sistina.

Ripensò a come si erano svolti i fatti: la mattina di quel sabato, come faceva ogni giorno da due settimane ormai, si era dedicato a uno dei suoi consueti giri per le vie centrali di Milano, in cerca di aziende cui lasciare il suo curriculum. Era passato per caso davanti alla sede dell’Agenzia Investigativa – Il Velo di Maya, e aveva pensato: “Perché no? In fondo un lavoro vale un altro, se permette di arrivare a fine mese nella città più costosa d’Italia.” O almeno, così aveva letto su una rivista.

Non aveva la minima esperienza nel settore investigazioni ma tanto, perché non permettere anche a loro di cestinare il riassunto della sua vita lavorativa? Quello stesso sabato mattina, invece, il suo curriculum era finito dalla scrivania della signorina Carlotta, la segretaria dell’agenzia, a quella dell’ingegnere, il suo fondatore, in poco meno di quattro minuti. O almeno, così gli avevano riferito. Nel pomeriggio quindi, Marco era stato contattato e convocato per un appuntamento urgente, ma davvero urgente, con l’ingegnere.

“Ma perché un ingegnere?” aveva pensato mentre riagganciava il telefono. “È un’agenzia investigativa, mica una scuola guida!”

L’ingegnere gli aveva quindi stretto la mano, lo aveva fatto accomodare sotto il Giudizio Universale e gli aveva spiegato senza mezzi termini che, per una serie di coincidenze, gli serviva proprio qualcuno che non avesse mai fatto quel lavoro, che nessuno avesse potuto ricondurre alla loro agenzia e che avesse anche un’aria decisamente insospettabile.

Uno dei più fulminei ingressi nel mondo delle investigazioni. Alle spalle dell’ingegnere campeggiava una libreria enorme, in ferro leggero, stracolma di libri, faldoni, plichi, scatole, scatolette e statuette di ogni forma e dimensione.

― Lei ha mai fatto arti marziali? ― chiese ancora l’ingegnere, abbassando il tono della voce e ritraendo il collo nel guscio del suo maglione dolcevita.

― No, io… faccio un po’ di palestra ogni tanto, ma me la cavo meglio con i computer, avrà visto dal mio curriculum che… ― balbettò Marco, frugando inutilmente con lo sguardo la grande scrivania. Il suo curriculum non c’era, c’erano solo un’agenda chiusa e una cartelletta gialla.

― Perfetto! Lei è perfetto. Allora, è dei nostri?

Marco oscillò sulla sua sedia in legno, fino a farla scricchiolare. Sembrava dire che no, non era dei loro.

― Ma lei sta cercando lavoro?!

― Certo! Certo. Ma…

L’ingegnere per la prima volta sorrise, e allungò le braccia accarezzando i braccioli della poltrona.

― Vedo che capisce quanta fiducia le stiamo dando! Caro Marco, ora che sei dei nostri ti do del tu naturalmente, caro Marco… ti ho già detto che inizi a lavorare lunedì? Sotto copertura. Qui non ti farai più vedere, ci sentiamo per telefono.

― Ehm… e quando posso incontrare il… cliente?

Aveva capito subito quali erano le domande giuste. Forse era tagliato per il lavoro di investigatore.

― No. Ti ho già detto che ora devi agire sotto copertura. E poi non è la nostra politica far incontrare investigatori e clienti: si creano soltanto equivoci. Per adesso tutto quello che ti serve sapere è qui dentro. ― L’ingegnere puntò un dito severo contro la cartelletta gialla.

Chissà se il tono misterioso dell’ingegnere era proprio necessario, se era il suo modo di parlare abituale o se voleva solo impressionarlo.

― Certo, lunedì… e cosa devo fare?

L’ingegnere allungò il collo, si inumidì le labbra, si schiarì la voce e disse lentamente: ― Lunedì ti iscrivi in palestra. Imparerai il Kung Fu a spese nostre, sei contento?

Marco sentì l’urlo di Bruce Lee risuonargli tra le orecchie e un brivido di paura scivolargli tra le scapole: del Kung Fu non sapeva altro. Sferrare calci volanti, e magari prenderne in faccia? Lui? Marco Ferrari?

― Senta, ingegnere, io mi occupavo di sicurezza informatica… poi l’azienda è fallita da un giorno all’altro e mi sono ritrovato…

L’ingegnere sorrise ancora.

― Certo, vedrai che ti torneranno utili tutte queste cose. Il nostro potrebbe essere un matrimonio, non una scappatella!

― In che senso… scusi? ― Marco si accarezzò il pizzetto.

― Un lavoro continuativo! Ecco cosa ti sto prospettando. Ora, se non hai altre domande, io ho da fare, vai pure di là dalla signorina Carlotta a concludere le faccende burocratiche.

Detto questo, l’ingegnere sporse la cartelletta gialla verso Marco, come per invitarlo a prenderla, e aprì l’agenda, come per dimostrare che davvero stava per mettersi a lavorare. Marco fece ancora scricchiolare la sua sedia: perché solo la sua scricchiolava? Ah già, l’ingegnere-tartaruga era immobile, incastonato da tempo immemore nel suo scranno silenzioso. Altre domande? Non sapeva praticamente nulla di quello che avrebbe dovuto fare. Guardò fuori dalla finestra: le guglie del Duomo scintillavano forsennatamente, come se il sole fosse in cielo solo per loro.

― Quindi, ingegnere… io lunedì entro in palestra e…?

― Certo! Entri in palestra, dici che muori dalla voglia di imparare quello che insegnano lì e ti iscrivi. Filmi le lezioni, mi porti il materiale video e, da quel momento, la tua carriera di investigatore è tutta in discesa! Ecco. ― L’ingegnere aprì con cura la cartelletta gialla, ne estrasse un volantino e lo appoggiò sulla scrivania. ― Devi filmare le lezioni di questo Maestro! ― concluse battendo l’unghia dell’indice contro il viso che campeggiava accanto agli orari dei corsi.

Visto che Marco taceva l’ingegnere proseguì: ― E se riesci a far stare nelle riprese anche la sua vice, ― e tirò fuori dalla cartelletta la fotografia di una ragazza, ― tanto meglio! Eccola qui: Nicoletta Cantani.

― Tutto qui? Non devo fare altro?

― Questo è tutto. E se riesci a filmare anche un altro allievo… tanto meglio! ― Ed estrasse un’altra fotografia, questa volta di un ragazzo. ― Ecco: Giovanni Binda.

Dal momento che il neo-investigatore aveva l’espressione di chi vuole chiedere mille cose senza trovare il coraggio di farlo, l’ingegnere gli parlò con tono rassicurante.

― Caro Marco, in questo lavoro, contrariamente a quanto si possa pensare, meno domande ci facciamo, meglio stiamo! Il nostro cliente dice che vuole controllare se gli hanno rubato delle tecniche marziali? Bene: noi lo facciamo.

Si udì bussare discretamente alla porta, dalla quale si affacciò la signorina Carlotta che raggiunse la scrivania con un plico di fogli in mano. Marco l’aveva vista poco prima, quando lo aveva fatto entrare e gli aveva indicato l’ufficio dell’ingegnere, e ora poteva vederla camminare attraverso la stanza. Ma perché in quell’ufficio avevano tutti colli lunghi, come protesi verso qualcosa? Certo, ognuno a suo modo. L’ingegnere aveva un collo lento, antico e forse anche saggio. Il collo della signorina Carlotta era scattante, veloce, agile! Felice di potersi muovere nel mondo. La signorina Carlotta era una giraffa, o forse una zebra. Che probabilmente sognava la savana sterminata, più che il corridoio senza finestre di un ufficio nel centro di Milano. Sembrava avere una quarantina d’anni, compressi in un tailleur nero, un paio di occhiali dalla montatura nerissima e una crocchia di capelli ancor più neri.

― Ehm… ingegnere, scusi se la disturbo, ma ci sarebbero da firmare i documenti di… ehm… ― La signorina Carlotta sembrava recitare la parte di chi finge di non voler disturbare ma in realtà sa benissimo che senza di lei lì dentro non funzionerebbe nulla.

― Certo, signorina Carlotta, me li lasci pure qui, grazie. Ora il nostro Marco viene con lei e facciamo un bel contrattino, eh? ― L’ingegnere ammiccò a entrambi porgendo la mano a Marco Ferrari, che questa volta non aveva più scuse: doveva andarsene. Strinse la mano, raccolse foto, volantino e cartelletta e uscì seguendo il leggero galoppo della segretaria.

La sede dell’agenzia consisteva nell’ufficio dell’ingegnere e in un corridoio arredato con la scrivania della segretaria e con una fotocopiatrice appoggiata su un tavolo. Accanto alla fotocopiatrice un uomo, che al suo arrivo non c’era, stava curvando il suo lungo collo su un plico di fogli. Da quei due indizi dedusse che lavorava lì: conosceva dunque un collega. La piccola gobba sopra le scapole, dalla quale partiva il collo, e il naso adunco non lasciavano dubbi: era un avvoltoio. Marco gli sorrise scandendo un confidenziale: ― Ciao.

Il collega non rispose.

La segretaria gli porse il contratto, Marco si accarezzò il pizzetto e lo firmò senza neanche leggerlo, sorvegliato da una telecamera posizionata sul soffitto e respirando il fumo di un bastoncino di incenso alla lavanda che si innalzava dalla scrivania. Era un investigatore.

 

Lunedì 2 marzo 2015

Lunedì alle 17:30 Marco Ferrari, borsa a tracolla, si specchiava sui vetri della porta d’ingresso della palestra del Liceo Classico che ospitava i corsi dell’Associazione Kung Fu Interno.

Osservava il suo viso rinnovato: pizzetto e baffi erano scivolati, pelo dopo pelo, nel gorgo del lavandino poche ore prima. Un investigatore deve saper essere mutevole e camaleontico. Gli occhiali però erano rimasti: le lenti a contatto gli davano troppo fastidio. I capelli pure, erano rimasti, lunghi fino alle orecchie e neri, perché i parrucchieri sono chiusi sia di domenica sia di lunedì. Quando decise che si era osservato abbastanza e aveva preso abbastanza pioggia sulle scarpe, respirò profondamente, chiuse l’ombrello e aprì la porta a vetri.

Si trovò dentro un atrio enorme, dal quale si dipartivano più corridoi, e in fondo c’era una scalinata in marmo. Al centro dell’atrio, controluce, una donna avvolta in un camice azzurro, di qualche taglia più grande del necessario, stava lavando il pavimento. Lo guardò con aria interrogativa, lasciando gocciolare lo straccio nel secchio per qualche istante.

― Salve, sono qui per il corso… ― disse Marco mentre pensava: “Salve, mi trema la voce perché sono sotto copertura, la mia borsa ha un doppiofondo, sto filmando tutto e credo sia illegale.”

― Quale corso?

― Ehm… quello di Kung Fu…

― Eh?!

― Sa, il combattimento…

― No, qui non c’è nessun corso!

La donna aveva degli enormi occhi neri dilatati dietro enormi occhiali dalle lenti spesse come cubetti di ghiaccio. Sembrava un insetto, indaffarato dalla imminente primavera. Marco estrasse dalla tasca il volantino che gli aveva fornito l’ingegnere e glielo porse. Proprio mentre la sua indagine sembrava iniziare all’insegna del mistero, la donna sembrò lieta di riconoscere il viso del Maestro.

― No, non è più qui.

― Come non è più qui?! Da quando scusi? ― riprese il volantino.

― Eh… saranno cinque o sei mesi, sa, dopo il fattaccio… ― concluse con aria grave, facendo un cenno alle sue spalle con la testa.

― Quale fattaccio?

Era un investigatore ormai, non poteva ignorare nessun dettaglio.

― Che brutta storia… io lo conoscevo sa? Aveva fatto il liceo proprio qui… io lavoro in questa palestra da vent’anni!

― Mi scusi, ma non so di cosa sta parlando…

― È morto un ragazzo. ― Indicò con la mano ossuta la scalinata in marmo alle sue spalle. ― Faceva anche lui quella roba del combattimento… ma era tanto gentile…

― Mi spiace… com’è successo?

― È caduto… un incidente… ― Indicò ancora la scalinata.

― Lei non sa dove sono adesso i corsi di… combattimento?

― No… ― scosse la testa dispiaciuta, ma probabilmente stava ancora pensando al ragazzo.

Marco salì con lo sguardo i gradini alle spalle della donna, poi la salutò e tornò in macchina correndo senza aprire l’ombrello e saltando le pozzanghere.

Milano se ne stava lì, sdraiata e immobile a bersi tutta la pioggia che il primo lunedì di marzo era capace di dispensare.

Dal telefonino si connesse al sito internet dell’Associazione Kung Fu interno, per scoprire che i corsi erano dall’altra parte della città, in zona San Siro: anche correndo sarebbe arrivato a lezione finita. Perfetto, bel modo di iniziare la sua prima indagine.

 

Dopo una doccia al profumo di bagnoschiuma ai fiori di pesco, Marco si sdraiò sul letto e accese il computer. Non voleva ancora cercare nessuna informazione sull’Associazione Kung fu Interno, voleva scoprire tutto sul momento, come un vero allievo, voleva essere convincente. Aveva una dannata paura di tradirsi. Ok, la lezione era persa, ma poteva comunque iniziare la sua indagine dall’unico elemento che possedeva: un quotidiano on line dedicato alla cronaca milanese mostrava la foto di un ragazzo dai lineamenti delicati, con i capelli corti neri e un sorriso smagliante. Roberto Cavelli, 20 anni, studente di Ingegneria col massimo dei voti è morto cadendo dalle scale il 18 settembre 2014, mentre era da solo in palestra, dopo una lezione di arti marziali. La suoneria del cellulare interruppe la ricerca.

― Buona sera ingegnere!

― Buona sera Marco, allora ti sei bruciato? Ahahah!

― In che senso bruciato? Ah no! Io… c’è stato un contrattempo…

― In che senso un contrattempo? ― L’ingegnere si fece serio.

― Vede, il volantino che mi ha dato probabilmente è vecchio… sono finito in un’altra palestra, dall’altra parte di Milano, e ho perso la lezione…

L’ingegnere tacque. Passarono forse dieci o quindici secondi, che al telefono sono tantissimi. Poi l’ingegnere parlò, lento come il suo collo: ― Deve esserci stato un errore. Quand’è la prossima lezione?

― Mercoledì: ho verificato sul sito. Le lezioni ci sono il lunedì, mercoledì e venerdì!

― Bene. Verificare sempre!

― Certo, ingegnere.

― Buona notte, Marco.

― Buona notte, ingegnere.

Marco guardò l’orologio e spense il computer, proprio mentre suonava il citofono. Era Chiara, puntualissima. Entrò ondeggiando i suoi capelli riccissimi, nerissimi e profumatissimi, e si chiuse la porta alle spalle. Indossava un lungo impermeabile. Che si sfilò e lasciò cadere a terra. Era nuda.

Dopo l’amore — contro la porta d’ingresso, poi tra gli stipiti della porta della camera da letto e infine nel letto — si addormentò in pochi istanti. Fece solo in tempo a dire: ― Mi piaci di più senza quei peli sul mento.

Marco seguì le curve delle sue caviglie con lo sguardo, poi con la mano. Raggiunse le ginocchia, il bacino, la schiena, il collo, il mento, il naso. La osservò respirare. Chiara era una puledra, lo era sempre stata, dal primo momento che l’aveva vista: aveva narici ampie e palpitanti, avide di vita, di odori e d’ossigeno.

Chissà se aveva mai fatto qualcosa del genere con suo marito: presentarsi così alla porta. Probabilmente no, queste sono cose riservate agli amanti! “Se mai lascerà suo marito per me,” pensò improvvisamente, “non mi farà più queste sorprese, non giocheremo più a questi giochi.

Si sdraiò sopra di lei. A Chiara piaceva essere “svegliata dall’amore”.

 

Mercoledì 4 marzo 2015

Quando alle 17:45 Marco entrò in palestra, nella palestra giusta, quella in zona San Siro, situata all’interno di un grande complesso sportivo, si trovò di fronte un gruppetto di persone in tuta che stavano parlando in piedi, in semicerchio. Riconobbe subito Nicoletta Cantani tra loro, identica alla foto che gli aveva fornito l’ingegnere: era magra e minuta e aveva dei morbidi capelli castani, lunghissimi, legati in una treccia che le oscillava lungo la schiena. Con le braccia conserte annuiva solennemente. Appena lo vide gli fece cenno di avvicinarsi e tutto il gruppo si fece intorno. Marco sentì un brivido di insicurezza.

― Ciao, piacere, Nicoletta ― disse con un tono lento e gentile, svelta nel porgergli la mano.

Marco aveva pensato a lungo se mantenere il suo nome o, essendo sotto copertura, scegliersi un nome in codice. Ma poi aveva temuto di tradirsi. D’altronde la forza della sua copertura stava proprio nel fatto che nessuno potesse identificarlo come un investigatore privato. Aveva capito l’esperta logica dell’Ingegnere! Peccato, gli sarebbe piaciuto avere un nome in codice e invece si era solo dovuto accontentare di radersi.

― Piacere Marco, volevo provare…

Abbozzò un sorriso imbarazzato. Poi, probabilmente esagerando clamorosamente il tono della voce, disse: ― Pensa che avevo un vecchio volantino e lunedì sono finito nella palestra sbagliata! Un liceo in zona Porta Romana.

Sembrò per un istante che una nuvola fosse passata a oscurare il cielo proprio sopra il viso di Nicoletta.

Marco insistette: ― Per me sarebbe stata più comoda quella: abito lì. Peccato vi siate spostati…

Nicoletta sembrò spazientirsi e cambiò tono: ― Oggi fai una prova gratis poi, se ti piace, ti iscrivi! Il Maestro oggi non c’è, faccio lezione io. Puoi cambiarti nello spogliatoio di là, in fondo al corridoio.

Era pronto a rispondere a una raffica di domande sul perché avesse deciso di provare le arti marziali, perché proprio quella scuola, perché proprio quel giorno, e perfino perché avesse addosso quella marca di scarpe. Era fiero del discorso che si era preparato. Ma nessuno gli chiese niente. Per un attimo detestò l’inclinazione all’indifferenza che spesso si insinua nel genere umano, ma subito ringraziò l’inclinazione alla diffidenza notando che, appoggiate in un angolo c’erano le borse dei partecipanti al corso. Evidentemente non si fidavano a lasciarle negli spogliatoi, facili prede dei mille frequentatori stanchi e sudati del complesso sportivo, e conseguentemente lui avrebbe potuto filmare tutto indisturbato. Quindi si cambiò e raggiunse gli altri, una quindicina di persone tra i venti e i cinquant’anni, di entrambi i sessi, che si presentarono a turno sommergendolo di nomi che dimenticò all’istante. Posizionò la borsa con la cura di un regista al primo ciak e cercò di assumere un’aria indifferente. Ma come non essere nervoso? Era la sua prima indagine ed era pure la sua prima lezione di Kung Fu. Come capire se lì si stava rubando qualche segreto marziale?

Nicoletta raggiunse il centro della palestra e disse con voce ferma: ― Iniziamo! Scaldiamoci un po’.

Cercò di imitare i suoi movimenti, brevi oscillazioni di braccia, gambe, busto e collo ma si sentiva goffo. Lei invece era fluida ed elegante, perfettamente a suo agio col proprio corpo. Decise che Nicoletta era inevitabilmente un felino, e che col tempo avrebbe anche capito esattamente quale.

Scoprì intanto che le sue braccia non erano sotto il suo controllo. Possibile voler fare un movimento, all’apparenza semplice, e non riuscirci? La sua istruttrice gli si avvicinò sorridente.

― Tranquillo, è la tua prima lezione! Fai così: questa è la posizione fondamentale di tutto il Kung Fu. ― E lo invitò a imitarla.

― Piega le gambe, come se fossi seduto su uno sgabello. Le braccia davanti a te, come per abbracciare l’albero. Sei appeso al cielo per la testa. Stai immobile e rilassato. I gomiti e i polsi sono come appoggiati su una mensola. Ma ti ho già detto troppe cose.

A Marco iniziarono a tremare le gambe e le braccia.

― Bene. Rilassato, stai rilassato, abbassa le spalle… ― la ragazza parlava lentamente e con voce calma e rassicurante.

Marco la guardava senza capire, si sentiva scomodissimo e ridicolo: “Ma se uno si rilassa, le braccia gli cadono lungo i fianchi! Che razza di rilassamento è questo?”

― A cosa serve stare in questa posizione? Non capisco…

― A cambiare la forza. A imparare la forza nel rilassamento. A sentire la forza dei tendini, delle ossa, invece che quella dei muscoli. Serve a tante cose, ma non puoi impararle tutte insieme. E poi non devi capire, fa tutto il corpo.

― Quanto tempo devo rimanere in questa posizione?

― Il Maestro dice almeno quaranta minuti al giorno. Ma ci arriverai pian piano, comincia da qualche minuto.

Un minuto dopo essere entrato in casa, Marco si lanciò sul letto stremato. Si sfilò le scarpe lasciandole cadere rumorosamente sul pavimento, accese il computer e decise che era arrivato il momento per documentarsi. Stando al sito ufficiale dell’Associazione Kung Fu Interno, Nicoletta aveva 25 anni e studiava Kung Fu con il Maestro da quando ne aveva 15. In pochi anni è diventata la migliore allieva, poi istruttrice, salendo velocemente i gradi di cintura e vincendo premi nazionali e internazionali.

Con perfetto tempismo squillò il telefono.

― Ingegnere buona sera! ― Marco scoprì di essere di buon umore, mentre rispondeva.

― Buona sera Marco, come andiamo? Ti sei bruciato? Ahahah!

― Direi di no. Sono in incognito. Ho fatto la mia lezione di prova e poi mi sono iscritto, come un normalissimo nuovo allievo.

― Bravo! Hai filmato? ― chiese con un certo allarme.

― Certo, ingegnere, certo! Ho conosciuto solo la ragazza: il Maestro e l’altro allievo non c’erano… ― Istintivamente aprì la cartelletta ed estrasse la foto di Nicoletta.

― Devi documentare! Devi documentare tutto! ― L’Ingegnere stava sicuramente sporgendo il collo verso il telefono mentre parlava scandendo lentamente le sillabe ― Hai imparato qualcosa alla lezione di Kung Fu?

― Certo! ― Marco sentiva ancora la fatica pesargli nelle braccia.

― E cosa hai imparato? ― L’ingegnere non demordeva, anzi, sembrava quasi più interessato al Kung Fu che all’indagine. Ma per telefono bisogna andarci cauti, certo, come non averci pensato!

― Ehm… il rilassamento. Lei lo sa che un pugno sferrato con un braccio rilassato è più forte di un pugno sferrato con un braccio contratto? ― Marco aveva capito il senso del Kung Fu, ne era convinto, ed era pure in grado di trasmetterlo.

― Qualunque cosa facciamo viene meglio, se i muscoli sono rilassati. Anche il sesso.

― Come ha detto, ingegnere?

― Ho detto: vediamoci spesso! Domattina alle dieci con il filmato. C’è un bar alla fine di via Torino. Buona notte Marco.

― Buona notte ingegnere.

 

Giovedì 5 marzo 2015

― Buon giorno ingegnere!

Quando Marco si avvicinò al tavolino, l’ingegnere sollevò gli occhi dal suo telefono, lo invitò con uno sguardo a sedersi in silenzio, poi li riabbassò sul telefono: stava componendo un messaggio, e lo stava facendo con una lentezza certosina.

La signorina Carlotta intanto prese a fissare Marco da dietro i suoi occhiali con l’aria di chi si aspetta qualcosa. Marco le sorrise, non sapendo cosa fare, e lei tossicchiò, acuendo il suo imbarazzo, mentre l’ingegnere continuava a ignorarli.

I tavolini del bar erano separati tra loro da enormi acquari pieni di anfore, pietre, piante ondeggianti e pesci vagolanti. Vedendo la sagoma della segretaria riflessa nel vetro, accanto a un pesce dalle pinne rosse, Marco improvvisamente parlò.

― Signorina Carlotta, ha cambiato pettinatura!

Lei annuì compiaciuta e lui si sentì ancora più compiaciuto. Chiara una volta gli aveva detto, con il tono sospettoso e divertito di chi rivela un segreto: ― Se vuoi conquistare una donna, chiedile se ha cambiato pettinatura la seconda volta che la vedi; anche se non è vero, qualcosa di diverso ai capelli ce l’avrà sicuramente e lei penserà che la prima volta l’avevi osservata con molta attenzione.

Non voleva certo conquistare la segretaria: voleva solo trovare qualcosa da dire! E forse anche provare una certa soddisfazione.

L’ingegnere sollevò per un attimo gli occhi dal telefono: chissà se anche lui era a conoscenza del segreto.

Marco continuò: ― Sta bene, sa?

Lei sembrò arrossire, dietro lo strato di cipria bianca. Chiara gli aveva spiegato che bisognava concludere la manovra dicendo: “stai bene, sai?”. Proprio così, affermazione e domanda nella stessa frase, per agevolare il cortocircuito mentale.

L’ingegnere a quel punto decise di parlare: ― Allora Marco, come vanno le tue lezioni di arti marziali? Sei diventato un’arma da guerra?

― Beh, credo ci vogliano anni prima di….

― Non ti sottovalutare! Tu non sei di Milano, vero?

― No… sono di Roma…

― Non hai un accento molto romano…

― Mio padre è di Bergamo, mia madre è di Nuoro… due montanari, ciascuno a suo modo…

― E come ci sei finito a Milano?

― Lavoro ― tagliò corto.

― Va bene, cosa ci hai portato? ― concluse con tono famelico.

Marco appoggiò sul tavolo una chiavetta usb: ― Qui c’è il filmato della lezione di ieri…

― Bravo! ― L’ingegnere annuì, subito imitato dalla segretaria.

― Ho scoperto una cosa che… non so se può c’entrare con l’indagine…

L’ingegnere si inumidì le labbra, invitandolo a continuare.

― Nella palestra dove sono finito per sbaglio… che poi è la vecchia palestra dell’Associazione… sei mesi fa è morto un ragazzo dopo una lezione… forse è per questo che hanno cambiato palestra…

La signorina Carlotta scosse la testa, con aria grave. L’ingegnere rimase immobile mentre scandì con aria solenne: ― Non c’entra con l’indagine. Lascia perdere questa storia e concentrati sulle lezioni.

― Mi sembrava interessante che…

― Dove sono i nomi delle posizioni?

― In che senso, scusi?

― Ti avevo chiesto di scrivere i nomi delle posizioni di Kung Fu che ti fanno vedere, in cinese e in italiano.

― Ma ingegnere, non mi sembra proprio che mi avesse chiesto di…

― Vedi? Ti sei distratto pensando a una storia passata. Avvenuta per di più nella palestra sbagliata. Devi concentrarti sul presente, per questo ti pago!

― Ma è la stessa Associazione, lo stesso Maestro, io…

― Pensi di essere la persona adatta per questa indagine? Puoi fare quello che ti ho chiesto? Io ricevo molti curriculum al giorno.

― Certo ingegnere. ― Milano era la città più costosa d’Italia, se ne ricordò all’improvviso.

― Allora aspetto i nomi delle posizioni.

― Certo. In italiano e in cinese.

 

C’era solo una cosa che Marco Ferrari odiava più di sentirsi dire cosa doveva fare, ed era sentirsi dire cosa non doveva fare. Si era fatto dare ordini per una vita, ora basta. Quindi quella sera tornò a casa, si sdraiò sul letto, accese il computer e cercò il nome di Roberto Cavelli in più motori di ricerca, in aggregatori di notizie e tramite programmi specializzati nella ricerca di informazioni personali. Scoprì che c’era stata un’indagine sulla sua morte e che il magistrato procedeva verso l’archiviazione come incidente, visto che il ragazzo era da solo in palestra, quella domenica pomeriggio. Ma scoprì anche che la mamma di Roberto sosteneva che non si era trattato di un incidente. C’era solo qualche virgolettato, qualche mezza frase, ma sembrava chiarissima: Rossana Cavelli diceva che sarebbe ricorsa a qualunque mezzo pur di dare giustizia a suo figlio.

Si alzò, piegò le gambe, sollevò le braccia e prese ad abbracciare l’albero. Dopo un paio di minuti le braccia e le gambe iniziarono a formicolare e tremare in maniera incontrollata. Nicoletta aveva detto che bisognava riuscire a cambiare la forza, ma cosa significa cambiare la forza? E poi, quaranta minuti al giorno?

Abbassò le braccia e andò a dormire.

 

Venerdì 6 marzo 2015

Gocce di pioggia fitte e violente rimbalzavano rumorosamente sul tetto della palestra, mentre Marco entrava nello spogliatoio maschile per la sua seconda lezione. Si trovò di fronte un orso, con i capelli ricci e una corta e fitta barba rossiccia. Un orso gigantesco, che sembrava pronto a scoprire i denti e a dare zampate con braccia enormi. E gli veniva incontro con aria minacciosa. Un misto di grasso e muscoli, equamente divisi in altezza e larghezza, che in tre passi veloci gli fu quasi addosso. Come aveva detto l’ingegnere? Bruciato. Si preparò al peggio. Cosa gli avrebbero fatto se avessero trovato la telecamera nascosta?

― Piacere, Giovanni ― disse l’orso allungando una mano. ― Benvenuto a bordo! ― E rise tra sé. Sembrava contento di essere stato ospitale e mostrava una dolcezza inaspettata.

Marco si sentì subito a suo agio. Il cuore iniziò a battere più lentamente. L’aveva vista solo lui l’aria minacciosa? Era così insicuro da vedere aggressioni dove non ce ne erano? Avrebbe voluto dire qualcosa di spiritoso, di interessante, di brillante… ma non gli venne niente. Aprì la bocca un’istante, poi la chiuse in un sorriso incerto. Stava andando malissimo.

― Sei quello nuovo, no?

― Sì. Piacere, Marco.

L’orso estrasse dalla tasca una tesserina plastificata e gliela consegnò: era un socio dell’Associazione Kung Fu Interno. C’era scritto proprio così. Marco conosceva quindi Giovanni Binda, la seconda persona che avrebbe dovuto filmare.

― Pensa che lunedì ho fatto casino e sono finito nella palestra dove eravate prima…

Ma cosa stava facendo? Si era fissato con questa cosa della vecchia sede e dell’incidente. Dava ascolto al suo intuito, lui.

― Succede: abbiamo ancora in giro molti volantini vecchi. Lì lo sanno dove siamo ora? ― rispose con naturalezza, a differenza di Nicoletta.

― No! C’era una bidella…

Giovanni annuì, probabilmente sapeva chi era.

― Mi ha raccontato ehm… dell’incidente…

Adesso stava esagerando. Si stava montando la testa? Non era un investigatore, e si vedeva.

Giovanni fece una smorfia con le labbra, poi si accarezzò la barba: ― Sì. Sta iniziando la lezione, andiamo.

Marco lo seguì, pentito delle sue domande, sfiorandosi il mento cercando invano il pizzetto da accarezzare.

Dopo il consueto riscaldamento, Nicoletta disse seria: ― Oggi facciamo un po’ di tuei shou!

Marco si guardò intorno per capire cosa avrebbe dovuto fare e quasi si scontrò con Giovanni che gli stava andando incontro, con quella sua aria aggressiva ma al tempo stesso innocua e sorridente. Con naturalezza gli spiegò che nel Kung Fu c’è una radicata tradizione di generosità: gli allievi più esperti si mettono a disposizione di quelli meno bravi, vincendo la tentazione di cercare qualcuno del proprio livello con cui misurarsi. Bisogna imparare a imparare anche da chi è meno esperto di noi. Marco annuì, chiedendosi cosa significasse imparare a imparare, ma domandò solo: ― Cosa vuol dire tuei shou?

― Letteralmente vuol dire spinta con le mani. Serve soprattutto a sviluppare la capacità di ascoltare la forza dell’avversario… e di aderire al suo corpo.

― In che senso?

Giovanni appoggiò le braccia su quelle di Marco e iniziò a ruotarle. Erano pesantissime, sembrava di dover sostenere dei sacchi pieni di sabbia. Spingere e intanto eludere le spinte dell’avversario, questo sembrava essere il senso dell’esercizio.

― Devi stare rilassato, abbandonare il tuo corpo alla mia forza, aderire, ascoltare… ― sussurrava Giovanni, mentre, con gli occhi semichiusi, guidava le braccia di Marco a compiere movimenti circolari.

L’investigatore sotto copertura aggiunse un nuovo tassello al suo percorso marziale: devi stare rilassato non solo quando stai immobile in piedi immaginando di abbracciare un albero, ma anche quando qualcun altro ti spinge. Ma come fare a rilassarsi se l’uomo-orso ti spinge addosso una montagna di forza pesantissima? Non seppe rispondere e non si rilassò. Anzi, si scoprì a contrarre le mandibole fino a farsi male.

 

Alla fine della lezione chiese a Giovanni i nomi delle posizioni viste e li trascrisse pazientemente su un taccuino, in italiano e in cinese. Ma perché l’ingegnere gli aveva dato quella specie di punizione? Era sembrato arrabbiarsi quando aveva parlato del ragazzo morto.

Poi si cambiò senza guardare in faccia nessuno e uscì dalla palestra. Guidò fino a una via laterale, dalla quale poteva vedere il cancello del complesso sportivo senza dare nell’occhio, spense il motore e finse di fare una telefonata, mentre la pioggia allagava il parabrezza. Si guardò intorno con aria circospetta: bene, nessuno lo stava notando. Nel giro di una decina di minuti vide uscire, uno dopo l’altro, tutti i suoi compagni di corso e infine Giovanni e Nicoletta, che parlavano animatamente sotto la tettoia dell’ingresso. Appena smise di piovere Nicoletta salì a cavalcioni di uno scooter, mise in moto e partì a tutta velocità. Marco, inevitabilmente, decise di seguirla. In un attimo furono sulla circonvallazione, viale Murillo, poi viale Misurata. Come si fa un inseguimento in automobile? Scavò nella memoria, cercò di ripensare a qualche film visto chissà quando, a qualche romanzo letto chissà quando… ecco: ci si alterna in più macchine, in modo da non insospettire il pedinato. Lui però era da solo e non poteva certo stare esattamente dietro allo scooter di Nicoletta. Fu così che, quando le macchine tra di loro furono cinque, compresa una pantera dei carabinieri e un enorme camion che trasportava macerie, fu costretto a fermarsi al semaforo, mentre Nicoletta svoltava in via Solari, sgommando su una pozzanghera, e spariva dalla sua vista.

Marco decise che non avrebbe mai raccontato a nessuno l’esito del suo primo inseguimento. Ma poi vide Giovanni, nello specchietto retrovisore, due macchine dietro di lui. Accostò, si abbassò sul sedile e lo fece passare, poi gli fu dietro, a tre macchine di distanza. Lo seguì su tutta via Solari finché non si fermò improvvisamente accanto al parco. Marco pure frenò all’improvviso e si accucciò di nuovo sul sedile, sporgendo la testa per vedere senza essere visto. Giovanni era sparito ma Nicoletta si stagliava nitida sul marciapiede: guardava verso di lui. Il cuore gli fu subito in gola. Ora Nicoletta sorrideva. Come aveva detto l’ingegnere? “Bruciato”. Si era bruciato? Sentì i muscoli del collo contrarsi. Nicoletta non smetteva di guardare nella sua direzione. Poi comparve Giovanni, di spalle. Camminava verso di lei. Ma cosa ci facevano quei due davanti a una pizzeria da asporto? Ordinavano la pizza, probabilmente. Ma non solo: lo vide, quello sfioramento di mani durato un paio di secondi, intensissimi, pieni di desiderio e clandestinità, prima che Nicoletta si ritraesse. Marco lo vide bene perché lo riconobbe, riconobbe se stesso in quel gesto, riconobbe Chiara. Quante volte lui e Chiara si erano sfiorati in pubblico in quel modo? Chissà se qualcuno aveva mai notato quel gesto su di loro, come stava facendo lui ora. Quando uscirono Giovanni portava due birre in una mano e due pizze nell’altra, Nicoletta invece faceva tintinnare un mazzo di chiavi. Entrarono sorridenti nel portone accanto alla pizzeria che si richiuse con un rimbombo secco. Cosa si fa in questi casi? Si cerca di entrare nel portone? E perché? Non sarà troppo? Non si accese nessuna luce da nessuna finestra che dava sulla strada. L’ingegnere non gli aveva detto nulla di questa storia. Non era importante? Era recente?

Gli venne una voglia improvvisa e dolente di sentire Chiara, ma non poteva chiamarla. Non poteva mica chiamarla quando gli pareva: un amante non ha questa libertà, non ha questi privilegi. Deglutì la voglia della voce di Chiara e tornò a casa.

 

Sabato 7 marzo 2015

― Allora, ingegnere, ecco i nomi delle posizioni viste, in italiano e in cinese, ed ecco il video della seconda lezione, il mio ingresso in palestra e qualche dialogo con Nicoletta Cantani e con Giovanni Binda.

Era una mattina di pioggia. Quella pioggia che trasforma le strade di Milano in un ingorgo di lamiere esauste e gocciolanti, come si vedeva oltre le vetrate del bar. Marco, l’ingegnere e la signorina Carlotta erano seduti allo stesso tavolino dell’altra volta e intorno a loro nuotavano intenti gli stessi pesci negli stessi acquari illuminati da una luce soffusa. La signorina Carlotta, però, era più curata dell’altra volta e sporgeva ancora di più il collo selvaggio verso Marco.

― Bene. Come va con il Kung Fu? ― domandò l’ingegnere sfilando il collo dal suo dolcevita e infilando in tasca la chiavetta usb.

― È difficile. Comunque ho scoperto delle cose. Riguardo all’indagine, intendo!

― Cosa vuol dire scoperto delle cose?!

L’ingegnere e la signorina Carlotta si lanciarono uno sguardo di intesa. Lei tossicchiò forzatamente.

― Ehm… ho scoperto che tra Nicoletta e Giovanni c’è qualcosa, non so da quanto, ma c’è qualcosa… una relazione, intendo. Clandestina.

― Senti Marco, non c’è bisogno che esageri con le indagini, va bene? Ci interessano gli allenamenti non gli accoppiamenti, va bene? ― l’ingegnere abbassò il tono della voce, come per non farsi sentire neanche dai pesci degli acquari.

― In che senso non devo esagerare? Sto cercando di capire se hanno rubato dei segreti marziali… non è questo che devo fare?

― Ti sei reso riconducibile a noi, con questa tua iniziativa?

― Ma no! Scherza? ― Marco incrociò lo sguardo di un pesce giallo che si appoggiava al vetro. I pesci non hanno palpebre: non possono sospendere lo sguardo sul mondo, non possono sospendere il giudizio, non possono fingere di non vedere.

― Senti, Marco… quello che hai fatto va bene. Dico solo che non devi dare nell’occhio, ok? ― concluse con un sorriso, muovendo il collo lentamente. ― Ed ora raccontami qualcosa di te: sei fidanzato? Sposato?

La signorina Carlotta abbassò pudicamente lo sguardo.

― Io? No, direi di no… ― Stava quasi per chiedere: “E lei, ingegnere?” Ma si fermò in tempo. Comunque né l’ingegnere né la signorina Carlotta portavano la fede al dito.

― Bravo! Spassatela, tu che puoi!

La signorina Carlotta annuì, non troppo pudicamente.

Questi convenevoli sembrarono bastare all’ingegnere che si alzò lentamente, salutò il suo investigatore con una stretta di mano, pagò il conto dei tre cappuccini e delle rispettive brioches e uscì lentamente, seguito dalla sua segretaria, leggera e scalpitante.

 

Considerando che era il secondo sabato sera di seguito che Chiara veniva a casa sua, Marco decise che la passione di suo marito per il calcetto era un’ottima cosa, ma lo era ancora di più la sua bravura come portiere, che permetteva alla sua squadra di non essere eliminata dal torneo. Gli augurava con tutto il cuore di superare meritatamente ogni girone, assentarsi gloriosamente tutti i sabati, per giungere regalmente in finale, magari in trasferta.

― Non ho fatto i compiti, professore… ― ammise Chiara appena entrata, mordicchiandosi maliziosamente il labbro inferiore. Voleva giocare.

― Non hai fatto i compiti? Allora sarò costretto a punirti…

― Certo professore, me lo merito…

Dopo l’amore la guardò dormire. Sapeva che avrebbe dovuto svegliarla, che sarebbe successo un disastro se non fosse tornata a casa quella notte. Ma quanto gli sarebbe piaciuto accoccolarsi accanto a lei e addormentarsi fino alla mattina! Si alzò dal letto, prese il telefono e ordinò due pizze. Ormai si vedevano solo a casa sua: non una cena fuori, una passeggiata, un cinema. All’inizio era diverso: si dice sempre così. Chissà da chi era andata, per suo marito, quella sera: da un’amica? Dalla sorella? Al cinema? Su Marte?

― Ho trovato un lavoro… ― le disse davanti alle pizze fumanti.

― Sono contenta! A Milano?

― Sì.

― Ti trovi bene?

― Credo di sì… ― Chiara stava sicuramente pensando al solito noiosissimo impiego davanti a un computer e non gli venne voglia di smentirla. Non solo era sotto copertura, ma si sentiva lontanissimo da lei, improvvisamente e inaspettatamente.

― Hai poi parlato con tuo marito? ― disse ruvido, sapendo di innescare una discussione.

― Uffa, Marco! Te l’ho già detto in mille modi. Già è in crisi con il lavoro, in questo periodo, se poi mi ci metto anche io…

― Sì, sì.

Questa volta era il lavoro. Un’altra volta era la salute e un’altra ancora la salute della madre.

Chiara lo guardò qualche istante in viso, poi si alzò.

― È meglio se me ne vado. Ci sentiamo, buona notte.

― Buona notte, Chiara. ― La seguì con lo sguardo mentre usciva dall’appartamento, chiudendosi delicatamente la porta alle spalle. Non voleva sbatterla neanche per sbaglio. Voleva uscire con stile sempre e comunque, ondeggiando i suoi profumati capelli nerissimi e riccissimi.

Rovesciò nel cestino le mezze pizze: gli era passata la fame. Chiara era così: sembrava sicurissima di sé eppure bastavano una parola, un tono, uno sguardo a scalfirla. Viveva ogni cosa all’eccesso, come se volesse esaurirla, consumarla, per poi passare ad altro. Gli aveva raccontato più volte la sua inquietudine durata una vita, gli aveva fatto vedere le foto: il periodo punk, il periodo tailleur e tacchi, il periodo casual. Il periodo bionda, rossa, mora, fluo. Capelli lisci, capelli mossi, capelli ricci. Capelli lunghi, medi, corti, lunghi, corti, medi. Rasati. E poi i piercing, tolti e messi dappertutto, testimoniati da piccoli buchi alle narici, all’attaccatura del naso, sulla lingua, sull’ombelico. E poi quel tatuaggio sulla scapola: non mi pento, scritto in caratteri gotici. Di quella scritta poi si era pentita e meditava di cancellarla, o di camuffarla sotto un altro tatuaggio, come le avevano consigliato. Ma il periodo dei tatuaggi ormai era passato. Tutti i periodi erano passati da quando, sempre stando ai suoi racconti, aveva conosciuto il suo attuale marito: la stabilità fatta persona. Una solidissima azienda di famiglia dedita alla vendita e alla manutenzione di estintori, un solidissimo appartamento con tre stanze da letto e due bagni in centro a Milano, un ancor più solido appartamento sotto le piste da sci a Cortina. Amici rassicuranti con mogli rassicuranti, torneo di calcetto rassicurante, sorriso rassicurante, voce rassicurante, perfino la sua guida era rassicurante. Chiara aveva bisogno come dell’aria di quel tipo di sicurezze, ma la sua parte inquieta emergeva continuamente, a stento tenuta a bada.

Decise di smettere di pensare a Chiara e a suo marito, si buttò sotto la doccia scegliendo un bagnoschiuma al muschio bianco poi andò a dormire.

Sognò confusamente che Chiara e l’ingegnere erano i suoi istruttori di Kung Fu e la lezione si teneva per strada, sotto casa sua.

 

Lunedì 9 marzo 2015

Alle 18 Marco Ferrari conosceva finalmente il Maestro Wang, che lo accolse come si conviene a un nuovo allievo.

― Tu lento, io più lento! Tu veloce, io più veloce! ― roteando due pupille nerissime e furbissime sintetizzò così il suo modo di combattere.

Il Maestro era un serpente, indubitabilmente. Aveva cinquantacinque anni, un viso affilato e un corpo che guizzava, cambiando elasticamente direzione all’improvviso.

― Se muove capello, muove tutto, capito? Solo blaccia sbagliato, solo gambe sbagliato: muove tutto insieme!

Facile a dirsi, pensava Marco, mentre cercava di imitare i suoi movimenti. Sembrava così sicuro di sé… perché avrebbe dovuto rubare chissà quali segreti a qualcun altro? E se era invece l’altro maestro, il committente misterioso, a voler rubare i segreti del Maestro Wang? Marco aveva trovato su Internet interviste, video, fotografie, biografie sul suo maestro. In Cina era una celebrità: dopo aver vinto i più importanti titoli nazionali, aveva allenato i più famosi campioni di arti marziali. Poi aveva deciso di portare il “vero Kung Fu” anche fuori dalla Cina. Questa la versione ufficiale, ma secondo qualche fonte ha avuto dei dissidi con il governo che, non potendo arrestare una simile celebrità, lo ha condannato all’esilio. Si è quindi trasferito a Milano dove ha fondato l’Associazione Kung Fu Interno.

Il suo istinto diceva che non era possibile che un Maestro con quel carisma e con quella storia andasse in giro a rubare tecniche segrete, ma lui che ne sapeva, che istinto poteva avere, se neanche era un investigatore?

Cercò di seguire la lezione imitandolo. Osservata dall’esterno, la pratica di dare lenti pugni all’aria alternando il peso sulle gambe sembrava una cosa semplice, ma dopo un paio di minuti riconobbe quel formicolio e quel tremore in ogni parte del corpo che aveva già sperimentato.

Alla fine dell’ora il Maestro Wang gli si avvicinò, probabilmente notando la sua espressione scoraggiata: ― Cambia folza! No muscoli: intenzione! Lento, bello, comodo, sì…

― Non è facile, Maestro.

― Kung Fu: tempo e sudole! ― Poi sorrise e se ne andò.

Marco raggiunse Giovanni nello spogliatoio e, mezzo svestito, con l’aria casuale e noncurante che solo un investigatore sotto copertura può sfoggiare gli chiese: ― Ma è vero che nelle arti marziali ci sono delle tecniche segrete che vengono insegnate dal maestro solo a un allievo prescelto? ― Lo aveva letto da qualche parte, vagabondando nel web.

Giovanni sembrò contento della domanda, si accarezzò la barba e rispose docilmente: ― Magari una volta… quando in Cina gli stili marziali si tramandavano solo di padre in figlio, o comunque in famiglia… ma ora non credo…

― Sono curioso: per me qui è tutto nuovo!

Giovanni annuì e Marco continuò.

― Quindi il Maestro non ha segreti?

Giovanni rifletté qualche istante prima di rispondere.

― Secondo me ce li ha. Combatte da quando era un bambino, avrà sicuramente scoperto delle cose… ma non ce le dice: se ci arriviamo da soli bene, se no vuol dire che non sono alla nostra portata… Lui ci dà solo… gli strumenti per arrivarci. Ecco, deve essere così! ― concluse come se ci avesse pensato in quel momento per la prima volta e avesse faticato a trovare le parole giuste.

― Ma secondo te a Milano ci sono altri maestri al livello del maestro Wang?

― Direi proprio di no! Ho girato tutte le palestre prima di fermarmi qui. Quando ho sentito la sua forza ho pensato: voglio diventare anche io così! Perché me lo chiedi?

Stava sbagliando. Troppe domande. Era un infiltrato, doveva ricordarselo.

― Ho visto un po’ su Internet… ha un curriculum pauroso…

Giovanni annuì compiaciuto, come a dire: è il mio maestro. Poi aggiunse: ― Ne ho visti di arroganti. Andavano a dirgli che secondo la tradizione il braccio destro va un po’ più indietro, il piede sinistro un po’ più a destra e cose del genere. Il Maestro non ha mai discusso, ha sempre detto sorridendo: “Plovale, plovale”… e chi provava finiva scaraventato a qualche metro di distanza. La cosa che più mi piace del Maestro è quello che lui chiama pragmatismo taoista: una cosa o funziona o non funziona, il resto non ha importanza.

Pragmatismo taoista?

― Avrei voluto esserci! E chi erano questi?

― Mah… l’ultima volta credo fosse un maestro di una palestra di piazzale Loreto: l’ha fatto volare davanti ai suoi studenti! Per una cosa del genere, secondo la tradizione, si sarebbe dovuto inginocchiare davanti a tutti, supplicandolo di prenderlo come allievo… e invece…

― Invece?

― Niente. Evidentemente non vuole imparare da chi ne sa più di lui. Per esempio, prendi Nicoletta… lei è un fenomeno, hai visto…

― Certo! È bravissima.

“La tua fidanzata segreta” avrebbe voluto dirgli. “Stravedi per lei, eh? È lei che ti tiene costretto alla clandestinità, vero?”

― Qualche volta lei, secondo me, potrebbe anche farcela: il Maestro ormai ha una certa età… ma non può e non vuole batterlo, neanche nel più stupido degli allenamenti… lo rispetta troppo… e c’è anche una certa soggezione…

― Ma il maestro non dovrebbe essere felice di essere superato dall’allievo?

― Certo che è felice… ma non davanti a tutti! È Cinese.

Marco immaginò il Maestro sorridere segretamente, come un serpente buono, paziente e quasi invincibile.

― Tu non sei di Milano, vero? ― domandò sorridendo Giovanni.

― Sono di Roma.

― Hai un accento strano…

― Lo so!

― E cosa facevi a Roma?

Che strana domanda. Tutti gli hanno sempre chiesto perché è venuto a Milano, nessuno si è mai interessato a cosa facesse prima, nell’altra vita.

― Lavoravo in un ristorante. Il ristorante dei miei genitori.

― Ti piaceva?

Corri dai clienti, non contraddirli; il vino è troppo caldo, il piatto è troppo freddo; prendi questo, non prendere quello; prepara la sala, non perdere tempo sul computer; vai qui, non andare lì; porta un piatto su, non prendere le ordinazioni giù.

― No. Non mi piaceva. Me ne sono andato.

La copertura era perfetta: per essere credibile doveva solo essere se stesso, raccontare davvero la sua vita, condividere la sua vera storia.

― Hai fatto bene.

― E tu che fai nella vita?

― Quello che riesco… sono giardiniere, eh! Ma faccio di tutto: tetti, pavimenti, traslochi… quando mi chiamano vado su turni in fabbrica. Hai un giardino tu? Devo mantenere mia madre, sai…

― No, mi spiace, non ho un giardino…

C’è chi scappa dai suoi genitori, magari litigando e sbattendo la porta, perché non vuole fare un lavoro ben pagato e con un futuro garantito, e c’è chi accetterebbe qualsiasi lavoro per mantenere i suoi, pensava Marco guidando verso casa. Ma forse non era la prospettiva giusta per mettere a fuoco la situazione. C’è chi vuole scegliere cosa fare della propria vita e deve difendersi da chi vuole decidere per lui, ecco la prospettiva giusta.

Poi ripensò a quella frase: pragmatismo taoista.

Ancora più strana se pronunciata da un ragazzo di periferia, che sembrava cercare il suo riscatto nella pratica marziale. Forse anche Marco aveva quel tipo di pragmatismo, anche se non lo chiamava in quel modo, e forse era per questo che gli piacevano i computer: acceso o spento. Uno o zero. Funziona o non funziona. A differenza delle persone, piene di sfumature indecifrabili e mutevoli.

 

Martedì 10 marzo 2015

Marco si alzò presto, fece una doccia cospargendosi con un denso bagnoschiuma al gusto di mango e papaya, poi accese il computer e iniziò a frugare Internet in cerca di notizie. Più immaginava l’ingegnere allarmato all’idea di parlare dell’incidente nella vecchia palestra, più si ostinava a pensarci. Cercò ancora le frasi di Rossana Cavelli: suo figlio non poteva essere morto per un incidente. E come poteva essere morto? Visto che non trovava la risposta da nessuna parte. Cercò qualcosa di più facile da trovare: l’indirizzo di casa della donna.

Senza neanche domandarsi perché lo stesse facendo, o forse adducendo come scusa un sano pragmatismo taoista, uscì di casa, salì in macchina e attraversò una Milano che si godeva un sole caldo e sembrava sentirsi bella come si addice alla primavera.

Casa Cavelli si trovava nel quartiere di Brera, a quell’ora frequentato per lo più da studenti con grosse cartellette o lunghi tubi di plastica. I cartomanti sarebbero arrivati di sera, con tavolini e sedie pieghevoli. Accanto all’antico portone in legno, i campanelli indicavano solo numeri o iniziali puntate, a testimoniare l’eloquenza economica e quindi la necessità di privacy degli inquilini. Davvero voleva suonare a quel campanello? E per dire cosa? Suonò R.C.. Dopo qualche istante rispose una voce femminile.

― Buon giorno, vorrei parlare con la signora Cavelli, per favore.

Non fece in tempo a finire la frase che il portone si aprì.

Salì una rampa di scale e trovò una porta semiaperta. Una donna sulla cinquantina con piccoli occhi neri e un caschetto biondo lo guardava con aria interrogativa. Sembrava un canarino troppo triste per cantare.

― Buon giorno, signora. Sono Marco Ferrari, della Velo di Maya Investigazioni. ― Si ascoltò incredulo di se stesso mentre parlava. Che diavolo ci faceva lì? Davvero andava a presentarsi in giro come un investigatore? Che poi, se la donna avesse telefonato in agenzia per verificare, sai le risate!

La signora, però, invece di prendere un telefono e chiamare l’ingegnere o la polizia lo guardò qualche secondo. Sembrò trattenere una lacrima, poi disse con voce atona e flebile: ― Entri!

Il soggiorno era grande almeno tre volte tutto l’appartamento di Marco: lungo le pareti erano disposti fittamente quadri di ogni genere e sul pavimento altrettanti tappeti. Una ragazza con dei lunghi capelli biondi legati in una coda alta e strettissima attraversò velocemente la stanza trasportando una pigna di lenzuola piegate e, senza guardare nessuno, sparì dietro una tenda.

La donna che lo aveva accolto, la signora Cavelli a questo punto, si sedette su un divano di pelle nera, lo invitò ad accomodarsi su una poltrona della stessa pelle, accavallò le gambe, lo guardò per un istante, poi nascose il viso tra le mani e scoppiò in un pianto disperato. Marco non parlò: sapeva che non sarebbe riuscito a farlo senza piangere a sua volta; la sofferenza altrui esibita senza remore lo contagiava sempre in maniera irrimediabile. I due stettero così per alcuni minuti, in silenzio, seduti uno di fronte all’altra, senza guardarsi. Marco si limitò ad accarezzarsi il mento glabro e a sistemarsi gli occhiali sul naso.

La donna-canarino probabilmente apprezzò la gentilezza e il tatto di un investigatore che sicuramente ne aveva viste decine, di clienti in lacrime, eppure la trattava come se fosse unica.

― Ci sono novità? ― chiese infine Rossana Cavelli dischiudendo la sua minuscola bocca e soffiandosi il naso con garbo.

Novità? Proprio mentre stava per formulare un discorso quasi vero e quasi convincente: sono un investigatore, sto indagando sull’Associazione Kung Fu Interno per motivi che non posso naturalmente svelare… ho letto le sue dichiarazioni sui giornali, mi spiace tantissimo, ma… novità?!

― Beh, stiamo seguendo delle piste, ma è prematuro parlarne… ― Non aveva neanche dovuto mentire: stava certamente seguendo delle piste e sicuramente qualunque cosa avesse detto sarebbe stata prematura. Per un attimo desiderò essere ovunque tranne lì: cosa stava succedendo?

La donna continuò a parlare, senza un tono particolare: ― Ho visto i video delle lezioni.

Questo era davvero troppo.

― Ehm… cosa ne pensa, signora? ― disse la prima cosa che gli venne in mente, fissando un quadro a caso, che ritraeva una spiaggia deserta e un mare invernale: non riusciva proprio a guardare la donna.

― Penso che… ma un attimo! Lei è nei video! Ecco dove l’ho già vista. ― La donna parve rassicurata, appoggiò la schiena e rilassò le gambe.

― Beh certo: li ho girati io… ― Marco fu per la prima volta orgoglioso del suo lavoro, anche se in un modo e in un contesto indefiniti.

― Roberto sarebbe dovuto essere lì con loro… ― E prese ancora a piangere.

Marco ricacciò dentro una lacrima e la donna continuò, tirando su col naso: ― Lei che li ha conosciuti, cosa ne pensa?

Conosciuti chi? Di chi stava parlando? Di cosa stava parlando?

― Stiamo verificando ogni dettaglio… dopo sole tre lezioni è prematuro esprimere un parere…

Rossana Cavelli modellò sul viso una smorfia alquanto seccata, che svanì subito, appena Marco iniziò a parlare con voce piana.

― Vede signora, non è la politica della Velo di Maya far incontrare investigatori e clienti… ― E segretamente si compiacque di quella uscita.

― Lo so, lo so! L’ingegnere me lo ha detto. ― Annuì seria.

Ok, almeno una cosa gli sembrava di averla capita: i video commissionati dall’ingegnere erano per lei. Ma perché?

― Però in questo caso… contando sulla sua discrezione… ― Marco ora riusciva a guardarla, ma non negli occhi: vagava dai capelli alle mani.

― Non riesco a credere che debba finire così questa storia…

― Lo so signora, neanche io…

― Cosa ne pensa del… dell’autopsia? ― finì la frase tutto d’un fiato, come per non ascoltarsi mentre diceva l’ultima parola.

Autopsia? Marco si schiarì la voce per prendere tempo. ― Come le dicevo non posso sbilanciarmi, per ora…

― È stato il mio avvocato a notare quella stranezza… ormai è l’unico che mi aiuta… mio marito è morto tre anni fa…

E doveva averle lasciato una bella fortuna. Ma di quale stranezza stava parlando? Non poteva rischiare di perdere la fiducia della donna, non poteva tradirsi in nessun modo. Quindi tacque.

― A lei sembra possibile? ― continuò. ― Si allena con quei tre, poi loro se ne vanno e lui… lui…

Quei tre? Marco era sempre più confuso.

― Come mi descriverebbe Roberto? La sua vita? ― Quando disse la parola Roberto sentì un brivido. Gli sembrava strano nominarlo e forse lo diede a vedere.

― Ma lei non ha letto il dossier che ho dato all’ingegnere? ― La donna sembrò spazientita.

Dossier? No.

― Dossier? Naturalmente! Ma parlare con lei è molto importante… ― cercò di usare un tono rassicurante e funzionò.

― Beh… era un ragazzo d’oro… ma era molto chiuso… poi da quando è morto mio marito… sa, era malato. Roberto non usciva mai… solo per dare gli esami all’Università… e per andare ad allenarsi in palestra… voleva diventare istruttore di arti marziali… ma questo lo sa già…

Marco non sapeva più niente: aveva solo paura che da un momento all’altro la donna gli chiedesse cosa ci facesse in casa sua.

― Ma è venuto per chiedermi qualcosa in particolare?

No: voleva solo andarsene.

― No: volevo solo conoscerla. E farmi conoscere… tornerò a trovarla, quando sarò più avanti con le indagini, se non la disturbo…

― Magari prima mi telefoni.

 

Quando uscì dal portone si rese conto di essere in apnea. Riprese fiato e iniziò a guidare vagando per le strade sulle quali si schiantava obliquamente il sole, senza sapere cosa fare, dove andare, cosa pensare. Preso per il culo, ecco come si sentiva. Preso per il culo da un uomo-tartaruga.

Gli ci vollero un paio d’ore per schiarirsi le idee e decidere di fare le uniche cose ragionevoli in quella situazione: smettere di percorrere ossessivamente la circonvallazione come un criceto dentro una ruota e ridipingere le pareti del suo bilocale. Era il momento, era pronto a fare qualcosa che rimandava da troppo tempo e c’era proprio un colorificio dall’altra parte della strada.

Afferrato da un furore inatteso trascorse l’intera serata e l’intera nottata con un rullo in mano, perlopiù in equilibrio su una scala. Le pareti della camera da letto da blu diventarono verdi, dal cielo al prato, secondo i rilassanti consigli della cromoterapia, della quale Chiara era un’esperta. Il bagno assunse nuove tinte arancioni, accanto a quelle rosse: i colori energizzanti del risveglio e della doccia; rosse le pareti, rossi i tappetini, rossi gli asciugamani. Il soggiorno rimase bianco, ma un bianco pulito, finalmente.

Ripensava continuamente al primo assurdo incontro con l’ingegnere, alle lezioni in palestra, all’ancora più assurdo incontro con Rossana Cavelli, e all’alba decise fermamente che avrebbe mollato il lavoro da investigatore. Non gli piaceva essere trattato in quel modo e non gli piaceva trovarsi in una situazione incomprensibile. Meglio ancora: avrebbe mandato al diavolo l’Ingegnere e la Velo di Maya, ma il lavoro di investigatore non gli dispiaceva, e Milano era piena di Agenzie Investigative! Però avrebbe lasciato perdere il Kung Fu. Non era così portato. Anzi no. Aveva manovrato rullo e pennelli con le spalle e le braccia rilassate, come se stesse eseguendo dei movimenti marziali, e aveva ridotto la fatica, lo sentiva. Quindi avrebbe continuato il suo allenamento, ma in un’altra palestra. Anzi no. Avrebbe lavorato ancora per l’agenzia, finché non avesse trovato di meglio: in fondo nessuno lo aveva ancora chiamato per qualche altro lavoro, nonostante il centinaio di curriculum sparpagliati in giro per la città più costosa d’Italia. E avrebbe continuato a studiare in quella palestra: in realtà gli piaceva quello che stava imparando. Anzi no. Avrebbe mollato ingegnere e Maestro Wang e avrebbe aperto un ristorante italiano su un’isola tropicale.

Verso le otto del mattino, troppo stremato sia per continuare a cambiare idea sia per continuare a lavorare, decise di andare a dormire.

Squillò il cellulare, con il consueto tempismo: era l’ingegnere. La tartaruga mentitrice, la testuggine ingannatrice. Non rispose. Pochi secondi dopo arrivò un messaggio sul telefono. “Ci vediamo a mezzogiorno al solito bar”. Mentre decideva cosa rispondere e se rispondere, si materializzò sul display un altro messaggio: questo era di Chiara. “Sei libero sabato sera? Baci”. Certo che era libero! Ma no che non voleva vederla! Come poteva vederla dopo una notte come quella appena trascorsa? Aveva capito tante cose. Aveva un lavoro diversissimo da tutti i suoi lavori di sempre, un mestiere avventuroso. Stava imparando il Kung Fu, il controllo estremo del suo corpo e della sua intenzione. Aveva appena fatto un colpo di testa che non sapeva spiegarsi: presentarsi a casa di Rossana Cavelli. Aveva pure ritinteggiato pareti e soffitti di casa! Forse quel momento pieno di novità era proprio l’occasione per rompere uno schema. Gli ultimi mesi erano passati velocissimi e le promesse di Chiara si erano amplificate, moltiplicate, avviluppate. Ed erano sempre rimaste promesse. Era ora di cambiare, o almeno di non accettare più situazioni che lo facevano soffrire. Credeva sarebbe stato più difficile, invece era facilissimo: non le avrebbe neanche risposto, inutile fare altre mille volte gli stessi logori discorsi. Lei avrebbe capito. Non l’avrebbe più chiamata, non l’avrebbe più vista, si sarebbe ripreso la sua vita. Si sentì d’un tratto leggero, era un investigatore ormai, poteva fare a meno di una donna che lo trattava come una seconda scelta. Non l’avrebbe mai più rivista, davvero. Quindi rispose al messaggio: “Ti aspetto per cena, ok? Bacio”. Poi si sdraiò sul letto e rispose all’ingegnere: “Va bene, a dopo”. Chiuse gli occhi e si addormentò come un sasso.

 

Mercoledì 11 marzo 2015

Come se avesse ricevuto una sassata in testa, ecco come si svegliò. Si mise a sedere sul letto di scatto e ricostruì il suo malessere. Le poche ore di sonno erano state piene di incubi: dall’ingegnere che lo colpiva con pugni velocissimi e imparabili a Rossana Cavelli che cadeva dalle scale, fino al Maestro Wang che in realtà era il marito di Chiara e voleva vendicarsi del tradimento. Si vestì e uscì di casa.

Ma non andò all’appuntamento con l’ingegnere e la signorina Carlotta. Andò in un’altra direzione, più precisamente: Agenzia Investigativa – Il Velo di Maya. Parcheggiò poco distante dalla sede ed entrò nel portone mentre componeva il numero del cellulare dell’ingegnere.

― Mi scusi ingegnere, ho avuto un contrattempo, ero arrivato quasi al bar quando mi sono accorto di aver dimenticato a casa la chiavetta…

Davanti alla porta d’ingresso provò a girare la maniglia, sperando assurdamente di trovarla aperta o almeno di trovare il collega.

― Pronto? Ingegnere, la sento male… ingegnere… ingegnere! ― Marco urlava soprattutto la parola ingegnere, davanti alla porta, insistendo rumorosamente con la maniglia. Che ad un certo punto iniziò davvero a girare, manovrata dall’interno. La porta si aprì e comparve davvero l’uomo-avvoltoio che lo guardò stranito. Marco finse di cercare qualcosa frugandosi nelle tasche, e scandì subito al telefono un solenne: ― Ingegnere, recupero tutto e sono da lei in dieci minuti. ― Poi lanciò all’uomo uno sguardo che voleva contenere tutto il suo assurdo piano: ciao collega, non trovo le chiavi, mi manda l’ingegnere, ho fretta, fammi entrare. Mise la telefonata in viva voce, pur vicino all’orecchio, in maniera che la voce dell’ingegnere risuonasse forte e chiara.

― Fai in fretta Marco, sono già in ritardo per un altro appuntamento! ― E Marco guardò l’avvoltoio curvo sotto il suo collo come per dire: “Mi puoi capire caro collega.”

Entrò con lo sguardo di chi è costretto a fare qualcosa che non vorrebbe fare e si incamminò veloce lungo il corridoio, sfilando sotto la telecamera, accanto alla scrivania della segretaria, verso la porta dell’ufficio dell’ingegnere. Gli sembrava incredibile, ma stava funzionando. Non doveva girarsi, non doveva assolutamente girarsi, anche se sentiva gli occhi dell’uomo conficcarsi nella sua schiena. Lasciò la porta aperta e, nonostante la chiamata fosse terminata continuò a parlare ad alta voce: ― Certo ingegnere, ora lo cerco, se mi dice esattamente dove… ― Intanto iniziò a frugare nell’enorme libreria in ferro. Un minuto, due minuti. La fotocopiatrice nel corridoio prese a sputare fogli rumorosamente. Tre minuti, quattro minuti. Dove cavolo è il maledetto dossier? Sentì i pesanti passi dell’avvoltoio avvicinarsi all’ufficio dell’ingegnere, poi tornare alla fotocopiatrice. Troppi fogli, troppi faldoni, troppi raccoglitori, dov’è il dossier?! Cinque minuti, sei lunghissimi minuti. Eccolo, il dossier! C’è pure scritto sopra: Rossana Cavelli. Un faldone blu, pieno di fogli e foto, ricco e ingombrante. Ora sì che si può condurre un’indagine seria!

Naturalmente il collega lo attendeva sospettoso sulla porta d’ingresso, indugiando esageratamente sui tasti della fotocopiatrice. Marco, con il suo dossier sotto il braccio, sorrise il sorriso da investigatore che stava ormai imparando fin troppo bene e disse semplicemente: ― Se si viene a sapere che ha fatto maneggiare a me ‘sta roba perché l’ha dimenticata qui, l’ingegnere non se la passerebbe bene! ― Non gli diede il tempo di rispondere, infilò la porta e uscì.

“Ora mi insegue. Ora mi insegue. Ora mi insegue.” No, non lo inseguì. Raggiunse l’angolo della strada, si voltò per un istante, poi si mise a correre fino alla macchina. Si buttò sul sedile in un modo così scomposto che rovesciò maldestramente il faldone: decine di foto e di documenti si sparpagliarono nell’abitacolo come coriandoli, o forse come foglie morte. Ma cosa stava facendo? Così in mezzo alla strada, in centro a Milano? Raccolse in fretta tutto. Sotto il sedile era scivolata una foto di Roberto Cavelli, la raccolse con lentezza: probabilmente era stata scattata dalla polizia. Il ragazzo era per terra, riverso sul fianco sinistro, ai piedi della rampa di scale della palestra del Liceo Classico. Aveva i capelli neri, corti, come nelle foto che aveva trovato su internet; un rivolo di sangue gli colava dall’orecchio destro e il braccio sinistro era come accartocciato su se stesso. Per qualche attimo il tempo sembrò dilatarsi e scorrere lentissimo, incurante di tutte le persone che freneticamente percorrevano il marciapiede. Poi all’improvviso riprese a scorrere alla consueta velocità: rimise la foto al suo posto e guidò nel traffico milanese fino a raggiungere il bar.

 

L’ingegnere e la signorina Carlotta erano nervosi e spazientiti, seduti dietro a un tavolino nuovo. Alle loro spalle, nell’acquario, spadroneggiava un enorme pesce a strisce gialle e nere, altrettanto nervoso.

― Scusatemi tanto, davvero, non so come sia stato possibile…

La segretaria sembrava scalpitare, con le gambe sotto il tavolo, come una zebra incastrata in un trappola. L’ingegnere invece non turbò la sua immobilità e protese il collo verso Marco.

― Allora, Marco, come va con le arti marziali?

Certo, come no, arti marziali. Probabilmente all’ingegnere delle arti marziali interessava quanto dell’indagine su Roberto Cavelli, ma Marco non si scompose. Anzi, immaginò per un attimo di avere un guscio anche lui, impenetrabile e corazzato, nel quale muoversi con lentezza.

― È difficile… mi alleno, ma ci vuole tempo… ― Alla solita domanda, la solita risposta.

― Mi piacerebbe molto stare qui a parlare dei tuoi progressi, ma purtroppo siamo in ritardo… ― L’ingegnere agguantò la chiavetta usb appoggiata sul tavolo e si alzò, prontamente imitato dalla segretaria.

― Lo so, lo so, è colpa mia… non succederà più.

Non succederà più, certo. E succederà ancora che l’Agenzia Investigativa Il Velo di Maya prenda per il culo Marco Ferrari?

 

Prima del dossier, aveva rubato una sola volta in vita sua: da un banchetto di libri usati affacciato sul Tevere. Ma solo perché si vergognava di comprare un libretto di Barzellette erotiche, come annunciava il titolo e come prometteva il disegno in copertina di un’infermiera tanto procace quanto improbabile. Aveva tredici anni, l’età della curiosità e della vergogna. Aveva approfittato di un momento di distrazione del venditore e si era infilato in tasca quel libretto che costava come un pacchetto di caramelle. Poi si era allontanato con gli occhi bassi per raggiungere i genitori e pranzare in un fast-food. Qualche minuto dopo, nel tavolo di fronte a loro si era seduto l’uomo al quale aveva rubato il libro e vederlo mangiare da solo, con addosso vestiti vecchi, logori e sconsolati come la sua espressione, lo fece sentire così in colpa che non riuscì a rubare mai più niente in vita sua.

Quel mercoledì pomeriggio, sdraiato sul letto di casa sua, si sentiva come quella volta. Con la differenza che questa volta considerava il faldone un prestito, che in un momento e in un modo ancora indefinito avrebbe assolto e soprattutto un gesto di riscatto: poteva riuscire a superare i suoi principi morali. Poteva evitare di sentirsi troppo in colpa. Sì, a volte si può rubare.

Il dossier era composto da quattro fascicoli. Su ciascuno c’era un nome scritto a penna: Roberto Cavelli, Maestro Wang, Giovanni Binda e Nicoletta Cantani.

Per la prima volta gli sembrava di capirci qualcosa: Rossana Cavelli, convinta che la morte del figlio non sia stata un incidente, si rivolge all’ingegnere, e gli consegna la documentazione. L’ingegnere quindi cosa fa? Assume un novellino, lo manda a svolgere un’indagine che non esiste, gli fa filmare le lezioni e rifila i filmati alla sua cliente. Perché?

Iniziò a sfogliare i documenti: non sarebbe bastata una notte intera. C’era una specie di memoriale, che riassumeva il senso delle carte: secondo la ricostruzione sulla quale concordavano magistrato e investigatori di polizia, alle 13:00 del 18 settembre 2014, i quattro si incontrano nella palestra del Liceo Classico per una lezione del Maestro dedicata ai tre futuri istruttori. Le ore di confronto fisico spiegano le impronte digitali e le tracce organiche degli altri, come i capelli, trovate sul corpo di Roberto. Alle 15:15 la lezione finisce. Alle 15:30 il Maestro, Nicoletta e Giovanni lasciano la palestra. Roberto rimane da solo per allenarsi ancora. Tra le 16 e le 17, secondo il medico legale, il ragazzo cade dalle scale, batte la testa sul terzo gradino e muore per emorragia cerebrale. Probabilmente cade di schiena, vista la posizione della ferita sulla scatola cranica. Il corpo viene ritrovato la mattina dopo, da una scolaresca. Gli investigatori hanno verificato alibi e moventi delle ultime tre persone che lo hanno visto vivo, di Giovanni, Nicoletta e il Maestro, e non hanno trovato nulla, quindi non sono mai state indagate. Sono solo state sentite come persone informate dei fatti, insieme a tante altre persone, dalla madre ad alcuni colleghi di corso all’Università.

Marco aprì la finestra e osservò Milano, impegnata a vendere e comprare dentro i negozi che riempivano il marciapiede di fronte casa sua, poi sollevò le braccia, piegò le gambe e iniziò ad allenarsi, guardando l’orologio. Aveva intenzione di stare almeno dieci minuti immobile ad abbracciare l’albero, poi avrebbe dedicato almeno dieci minuti ad allenare i pugni, cercando la forza nel rilassamento. Dopo due minuti e quaranta secondi, gli venne in mente che Rossana Cavelli aveva parlato di una stranezza nell’autopsia.

Abbassò le braccia e frugò nel fascicolo dedicato alla vittima, leggendo il primo referto autoptico della sua vita. Era sicuro di non avere capito tutto, ma era quasi sicuro di avere capito le cose fondamentali: il corpo di Roberto Cavelli, prima della morte in perfetto stato di salute, presentava una frattura scomposta all’omero sinistro, compatibile con la caduta dalle scale, e una frattura della scatola cranica, la causa della morte, sicuramente dovuta alla caduta viste le tracce di sangue sulle scale e la forma della ferita. Presentava inoltre una frattura dello sterno, difficilmente compatibile con la dinamica della caduta, ma che, come evidenziava il medico legale, a differenza delle altre ferite, non presentava abrasioni o ematomi sulla pelle.

Le foto di alcuni particolari delle ferite sul corpo nudo gli diedero un accenno di nausea. Chissà se la stranezza a cui si riferiva Rossana riguardava lo sterno fratturato senza segni visibili sulla pelle: non riusciva a trovare altro.

 

Nello spogliatoio maschile c’era Giovanni, che si stava cambiando velocemente. L’istinto gli diceva che no, non poteva essere coinvolto nella morte di Roberto, ma in fondo, lui mica ce l’aveva un istinto da investigatore.

― Ciao, Marco, come va? ― L’orso sorrise, a torso nudo, una scarpa sì e una no. Senza maglietta si potevano vedere i pettorali che emergevano potentemente da sotto lo strato di grasso.

― Chi c’ha voglia oggi di fare ‘sta lezione? ― disse Marco seccamente, ed era vero: pensava a Chiara, all’ingegnere, a Rossana Cavelli, a Roberto Cavelli e alla sua autopsia. Aveva mal di testa, non aveva dormito e aveva parlato senza pensare. Si preparò al peggio, ma Giovanni lo guardò per qualche istante poi scoppiò a ridere, grattandosi la barba rossiccia sotto il mento.

― Non dirlo a me! Stasera avrei dato qualunque cosa pur di starmene a casa a vedere la partita!

Secondo le dichiarazioni rilasciate alla polizia, al momento della caduta di Roberto, Giovanni era impegnato in un torneo di playstation con altri sei amici a casa di uno di loro. Hanno tutti confermato, descrivendo il pomeriggio in maniera identica. E poi: foto su Facebook, telefonini agganciati alla cella giusta, partita a sette giocatori salvata sul dispositivo di gioco.

― Ahahah! Dai, la prossima ce la vediamo insieme. Oppure ci facciamo un torneo di playstation. Che dici? ― Marco spiò l’espressione di Giovanni ma non captò nulla.

― Sì, perché no? Ora andiamo che siamo in ritardissimo! ― concluse uscendo di corsa dallo spogliatoio. Marco si infilò una tuta e si unì agli altri. Erano tutti in piedi, immobili, che abbracciavano l’albero.

― Come va? ― gli chiese Nicoletta, mentre il Maestro sorrideva dietro di lei. E ora, cosa diceva il suo proverbiale istinto, a cui nessuno si poteva sottrarre, bugiardo, ladro o assassino che fosse? Niente, gli diceva. Solo, si stupì di aver pensato quella parola: assassino.

― Non riesco a rilassarmi, mi alleno a casa, mi sforzo, mi concentro tantissimo, ma niente!

― Fammi capire: tu ti sforzi di rilassarti?

― Beh, sì…

― E non ti sembra un po’ contraddittorio? Non devi sforzarti, devi abbandonarti… ti è chiaro?

― No.

― Meno male, altrimenti non avresti bisogno di venire qui! Sai quanto ci ho messo io a trovare il rilassamento? E ancora mi sembra di essere lontanissima… ― Nicoletta spiò di sottecchi il Maestro che continuava a sorridere e annuire.

― Io non ho capito alcune cose su questo rilassamento… ― ammise Marco.

― Mi sembri me: hai appena iniziato e vuoi sapere tutto, capire tutto! Ma non funziona così: non sono cose da capire, sono sensazioni da provare col corpo, non c’è bisogno della mente. Anzi, la mente a volte dà solo fastidio.

― Non capisco… ― Marco si sentiva ridicolo a conversare in quella posizione, con le ginocchia piegate e le braccia tremanti sospese davanti a sé, ma a quanto pareva lì era una cosa normalissima.

― Nicoletta plovale! ― disse il Maestro, indicandole Marco, poi si allontanò dai due.

Nicoletta sorrise scuotendo la testa, poi invitò Marco, con un cenno, a seguirla. Raggiunsero un angolo della palestra dove c’erano alcuni grossi materassi verdi appoggiati al muro, lei ne prese uno e lo sistemò per terra, alle spalle di Marco. Poi gli si mise di fronte, e senza smettere di sorridere gli disse semplicemente: ― Spingimi! Togliti gli occhiali e spingimi.

Spingere una ragazza? Così esile? Marco non sapeva da che parte cominciare. Spingerla sulle braccia? Sulle spalle? Con quanta forza? Cosa sarebbe successo? Decise che erano domande inutili, quindi appoggiò gli occhiali sul pavimento e azzardò una spinta contro Nicoletta.

― No! Non così. Una spinta sincera, se no non serve a niente!

Una spinta sincera? In effetti non era stato sincero: non avrebbe voluto con sincerità spingerla fino a farla cadere. Il materasso era dietro di lui non dietro di lei: sarebbe stato pericoloso spingerla troppo forte. Eppure lei voleva una spinta sincera. “E spinta sincera sia!” Fece un passo indietro, contrasse le braccia e le spalle e spinse i palmi delle mani contro le braccia di Nicoletta, protese leggere verso di lui. Ma non fece in tempo a chiedersi se avesse usato troppa forza o se la sua spinta fosse sincera. Non fece in tempo a chiedersi nulla. Nel momento in cui le sue mani sfiorarono le braccia di Nicoletta, si trovò un paio di metri distante, scaraventato sul materasso, come uno scarafaggio bloccato sulla propria schiena, che agita inutili zampe. Possibile? Cosa era successo?

― Cosa è successo, Nicoletta? ― Si alzò incredulo.

― Cosa è successo? Niente. Ho solo assorbito la tua forza e l’ho usata contro di te. Ti sei spinto via da solo.

Va bene. Era stato colto di sorpresa. Non era certo un esperto di combattimento ma era più alto, più pesante e più muscoloso di quella ragazzetta! Non era possibile che una donna lo facesse volare via! Si stupì di pensare così. Non aveva mai preso in considerazione l’idea di essere sconfitto così da una donna, e ora che gli era successo si sentiva quasi menomato, colpito nell’orgoglio.

― Possiamo riprovare? ― La seconda volta non si sarebbe fatto fregare. Se avesse saputo non ci sarebbe cascato neanche la prima, ecco com’era andata. Ma ora che sapeva, sarebbe stato pronto. Nicoletta protese le braccia in una guardia difensiva, morbida e rilassata, e attese la spinta. Questa volta la spinta fu più decisa e molto più forte. Anche più veloce. Una spinta vera. Marco era consapevole e attento, quindi si accorse che Nicoletta sorrideva e non sembrava fare la minima fatica mentre lo spazzava letteralmente via. Riuscì anche ad accorgersi dell’attimo in cui spiccò il volo, un volo scomposto e incontrollabile. Aveva spinto con molta più forza di prima, ecco perché era stato scagliato ancora più lontano. Nicoletta gli porse una mano per aiutarlo a rialzarsi: l’umiliazione non aveva fine. Eppure lei non aveva un’aria vittoriosa, aveva lo sguardo semplice di chi ha appena mostrato una tecnica come un’altra.

Gli sembrò un ottimo momento per portare avanti la sua indagine: ― Ho letto su una rivista che il Maestro sta allenando Andrea Speretti.

Non l’aveva letto su una rivista, l’aveva letto sui verbali della polizia. Il Maestro e Nicoletta avevano dichiarato che il 18 settembre erano usciti dalla palestra alle 15:30, lasciando Roberto da solo, ed erano andati a casa dell’attore Andrea Speretti, dove erano rimasti tutto il pomeriggio. Il Maestro era infatti il consulente per le coreografie marziali della serie tv Non si perdona, nella quale Speretti interpretava il protagonista, un esperto di arti marziali. Che i due fossero lì all’ora della morte di Roberto Cavelli lo confermava anche Andrea Speretti.

― Sì, andiamo dopo la lezione ― rispose Nicoletta con aria interrogativa.

― Non è che potrei venire anche io? Sono un giornalista e vorrei scrivere un articolo su come si creano delle coreografie marziali per un film: è una cosa che mi ha sempre affascinato…

― Un giornalista? ― Sembrò compiaciuta. ― E per che giornale scrivi?

― Scrivo per diverse redazioni… tipo quelle che fanno i giornali che trovi sui treni, o i diari scolastici, le agende… Il mio nome non compare quasi mai!

Sembrò soddisfatta. Anche Marco si sentì soddisfatto: stava diventando un infiltrato impeccabile.

― Te l’ho già detto che mi ricordi me? ― Nicoletta sorrise e Marco ricambiò. ― Senti, vado a chiedere al Maestro… se vieni mi fa piacere!

Era partito male, con Nicoletta, anzi malissimo, insistendo sulla storia della vecchia palestra, ma in qualche modo stava riuscendo a guadagnarsi la sua simpatia e la sua complicità.

 

Mezz’ora dopo Marco stava attraversando Milano, in auto con Nicoletta, che guidava, e il Maestro che le sedeva accanto fumando una sigaretta dietro l’altra, scrutando le vie di Milano con il suo sguardo impenetrabile.

Il Maestro descriveva l’autodifesa come la salvaguardia della propria salute: non farsi mai male, non assumere mai una postura scorretta, non fare sforzi, eppure fumava incessantemente prima e dopo le lezioni. Marco fu tentato di chiedere spiegazioni ma decise di tacere, come facevano gli altri due.

Visto che l’ascensore era rotto — sembrava incredibile in un palazzo che profumava di lusso in quel modo — i tre salirono le scale: il Maestro in testa, a passo veloce, poi Nicoletta e infine l’investigatore sotto copertura. Chissà se Roberto aveva mai salito quelle scale tirate a lucido, lungo le quali erano disposte piante tropicali ben pasciute e fotografie d’epoca, quando il traffico milanese era composto da carri e tutti gli uomini indossavano un cappello.

L’attore li accolse in tuta. Era con un altro uomo, anch’egli in tuta, che si tenne in disparte. Salutò con devozione il Maestro e si presentò educatamente a Marco. Era la prima volta che conosceva un attore famoso e si sentì quasi in imbarazzo. Poi si sentì improvvisamente stupido e provinciale: non era forse un uomo come lui, per quanto ricco e famoso? Il superattico, pieno di piante e di specchi, si affacciava con ampie finestre e terrazze sul Naviglio Pavese. Nelle giornate di sole doveva essere meraviglioso sporgersi dal settimo piano sul fiume scintillante, ma quel giorno pioveva a dirotto: il cielo di Milano era buio come lo sguardo di Rossana Cavelli il giorno prima. Andrea li guidò attraverso un corridoio pieno di porte bianche che sembrava non finire mai e che invece finiva in una stanza attrezzata a palestra. Era enorme e ovunque c’erano macchinari, attrezzi e pesi di ogni genere; c’era anche della musica jazz in sottofondo, come negli studi dentistici. Una porta con un oblò sembrava condurre dentro una sauna.

Nicoletta indicò Marco e disse con voce sicura ad Andrea: ― Oltre a essere un allievo del Maestro Wang, è un giornalista e vuole scrivere un articolo su come prepari le coreografie! Scrive su quelle riviste che danno sui treni…

Andrea Speretti annuì indirizzandole un sorriso che sembrava dire: “Tutto quello che vuoi, baby”. Lei sbuffò spazientita. Poi fece un leggero inchino verso il Maestro, come ad accogliere la sua volontà, quindi Nicoletta e Marco si sedettero in silenzio su una panca.

Il Maestro iniziò a eseguire lentamente una serie di pugni imitato dall’attore e dall’altro uomo, evidentemente la sua spalla anche nella scena da preparare.

Quindi mentre Roberto cadeva dalle scale il Maestro e la sua allieva preferita erano qui, dentro queste pareti colorate di azzurro. Le ginocchia di Nicoletta e Marco si sfiorarono qualche istante, i loro sguardi si incrociarono. Marco capì: Nicoletta era una pantera, fortissima e leggerissima e sensualissima.

― Le provate sempre qui queste cose? ― Le sussurrò, con un’occhiata che intendeva alludere al lusso della palestra, non certo alla sua indagine sotto tripla copertura: un tecnico informatico, convinto di essere un investigatore, che conduce un’indagine non autorizzata, fingendo di essere un allievo che finge di essere un giornalista.

― Di solito sì… a volte sul set per scene particolari… a volte c’è anche il regista… ― Nicoletta abbassò ancora la voce: ― Ma questa tecnica la sta provando duecento volte… non gli viene proprio! ― E sorrise cercando complicità.

Marco sorrise a sua volta e osservò l’attore. Era un leone forte e vanitoso che agitava la criniera come se fosse perennemente davanti a un obiettivo. Doveva parare un pugno con il braccio sinistro e sferrare un calcio con la gamba destra, tutto in un gesto sincrono, fluido e preciso, ma dimenticava sempre qualcosa: o non parava o non colpiva. A Marco sembrò di captare, nel tono di Nicoletta e nel guizzo negli occhi del Maestro una sorta di fastidio per quella situazione. Ma probabilmente anche loro avevano letto quell’articolo in cui si diceva che Milano è la città più costosa d’Italia e quindi non potevano certo rifiutare un lavoro continuativo e probabilmente anche ben pagato.

Certamente Monica Novelli, la fidanzata di Andrea Speretti, non aveva letto quell’articolo, o se lo aveva fatto non se ne preoccupava. Irruppe improvvisamente nella palestra, con le mani ingombre di sacchetti firmati delle marche più costose. Aveva quella frenesia tipica di chi sta riemergendo da un intero e scellerato pomeriggio di shopping compulsivo.

― Ciao a tutti! Andre amore, guarda che abbiamo un invito a cena! Hihihi! Quando hai finito qui, avvisami. A proposito ho comprato due cosine carinissime. Hihihi!

Prima che qualcuno potesse rispondere chiuse la porta e se ne andò. L’attore non guardò nessuno negli occhi, probabilmente imbarazzato dall’interruzione, e riprese a tentare il movimento. Un’oca era troppo facile: Monica Novelli non poteva essere un’oca. Doveva pur esserci un altro animale! Certo, quelle labbra così gonfie e sporgenti da sembrare un becco… quello starnazzare stridulo… e poi quella camminata ondeggiante su tacchi esageratamente alti.

― Vuoi fare qualche domanda ad Andrea, dopo? Un’intervista? ― sussurrò Nicoletta, interrompendo l’assegnazione dell’animale.

― Certo! Ma magari la prossima volta, se fosse possibile tornare… vorrei fare un bel reportage, su due, tre quattro lezioni…

Sentiva che voleva tornare lì: come si fa a capire se davvero mentre Roberto precipitava dalle scale Nicoletta e il Maestro erano con Andrea Speretti? Era questo che voleva Rossana Cavelli? Era questo che non voleva l’ingegnere? Perché l’attore avrebbe dovuto coprirli?

Con queste domande in testa seguì silenziosamente il resto della lezione e poi si fece silenziosamente riaccompagnare alla macchina.

Autore

Giuseppe Della Misericordia

Giuseppe Della Misericordia è nato nel 1975 a Varese, dove risiede. Laureato in Filosofia, ha lavorato come Ricercatore Universitario per alcuni anni. Dal 2008 collabora ai testi di numerosi comici. Tra i programmi televisivi: Zelig, Colorado, Natural Born Comedians. Tra gli spettacoli: One Me Show (2012) e Non solo Pigro (2017) con Giovanni d’Angella; Sono una bionda non sono una santa (2014) e Per puro Caos (2017) con Laura Formenti.Scrive drammi e commedie. Tra le sue opere, portate in scena da numerose compagnie teatrali in tutta Italia, annoveriamo: Questo trenino a molla chiamato cuore (2013), Volevo solo cambiare il mondo (2016), Ho solo fatto uno scherzo (2016), Scambio di persona all’italiana (2017). Ti presento papà (PremioUna commedia in cerca d’autori, 2014) è il suo copione più rappresentato. Ha pubblicato le raccolte di poesie È solo un canto (1999) e I tuoi occhi tutti d’un fiato (2017). Non si perdona (WLM 2017) è il suo primo romanzo. Con il racconto Uomini all’asta vince il Premio Inedito di Torino e si classifica terzo al Premio Città di Villaricca.

www.giuseppedellamisericordia.com

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2 recensioni per NON SI PERDONA

  1. wlmedizioni

    Recensione sul blog Leggo Quando Voglio del romanzo NON SI PERDONA di Giuseppe della Misericordia 27 Ottobre 2017

    […] La trama del romanzo è adeguatamente complicata, alcuni elementi sono più semplici da comprendere e, soprattutto, da indovinare, mentre altri rimangono misteriosi fino alla fine. […] penso che Non si perdona sia un ottimo romanzo, scritto da un autore con uno stile ritmato e con buone idee da realizzare, specie per quanto riguarda la personalità dei suoi protagonisti. Lo consiglio sia ai lettori esperti del genere, perché può piacere la sua capacità di rispettare i canoni classici ma con un tocco personale, e anche a quelli che sono più restii, perché nonostante la trama noir lo sviluppo è, in realtà, adatto ad ogni tipo di lettore, data la mancanza di scene veramente forti che potrebbero non piacere ai più suggestionabili.

  2. wlmedizioni

    Recensione della giornalista Anna De Petri del romanzo NON SI PERDONA di Giuseppe della Misericordia sul quotidiano Prealpina 21 Marzo 2018

    Non poteva che essere spiazzante, elegante e brillante il primo giallo di Giuseppe Della Misericordia: autore, drammaturgo e poeta varesino, capace di nuotare con stile fra le sfumature di un’umanità varia e reale […].

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