IL DESTINO DEL SALMONE

Prezzo di listino 13,51 incl. IVA

Un bel romanzo noir, giocato fra i pensieri del protagonista e gli eventi che gli accadono intorno, spesso a sua insaputa; una trama imprevedibile che si tesse poco a poco, pagina dopo pagina, come una rete dove il salmone incontra il suo destino.

 

EAN: 9788897382317 COD: 156 Categoria: Tag: ,

Descrizione

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Romanzo noir. La scomparsa di Lorenzo segnerà la sorte di Marco. Sul sentiero che porta in cima a una montagna del Cadore, i due cammineranno vicinissimi senza mai vedersi. È la via dove Marco, dopo il tragico trasferimento dalle notti di festa a Rimini alle grigie giornate di lavoro nel milanese, incontrerà Marzia. Assieme proveranno a ricucire trame interrotte da comportamenti che non avrebbero immaginato potessero appartenergli. Lui per recuperare il rapporto con il figlio, spazzato via da fiumi di alcol e violenza. Lei per ritrovare la logica che ha sempre guidato le sue scelte di ingegnere.

Frammenti di vite passate finiranno per intrecciarsi, tingendosi di giallo, prima di far precipitare in un torbido nero, la vicenda. Un prete pugile ci metterà anima e cazzotti. Un carabiniere e un investigatore privato cercheranno risposte differenti dallo stesso mistero. Storie ordinarie di paese accompagneranno la ricerca di Marco che si sente come un salmone quando risale il fiume per dare un senso alla propria esistenza. Forse un orso interromperà quel tragitto, proprio quando pensava di avercela fatta.

Ascolta anche l’intervista presso RTV San Marino

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,90

In copertina

Blob, opera digitale, di Roberta Piscaglia, collezione privata.

Pagine

178

Lingua

Italiano

Genere letterario

giallo, noir, thriller, poliziesco

Ambientazione

Rimini, Belluno, Pieve di Cadore, Cortina d'Ampezzo, Monte Tudaio, Milano, Assago, Binasco.

Anteprima

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Tanto più allegramente vivo,

tanto più cupi riescono i miei racconti.

Anton Cechov

 

I

 

Ciao,

non leggerai questa lettera, non so neppure cosa scrivere. Dicono che mi farà bene, comunque. È un mese che non tocco un goccio d’alcol. Non ho altri che te a cui dire qualcosa. Non so chi mi ha portato qui, non ricordo dove mi hanno raccolto. Sono circondato da gente che fa schifo, tossici, zingare, vecchie puttane alcolizzate, barboni senza un filo di speranza. Gente come me.

C’è un prete grande come una montagna che mi dice cosa devo fare, quando mangiare, quando passeggiare, prendere medicine, pisciare. I primi giorni non capivo nulla, dormivo e vomitavo. Credo. Mi hanno fatto bere un fiume d’acqua. Pensavo di essere allergico, all’acqua. Quando ho iniziato a sentirmi meglio ho provato a reagire, a ribellarmi. Il prete mena forte.

Per fare quello che vuoi, devi stendermi ha detto la prima volta che mi ha mollato un cazzotto.

Dicono che devo scrivere quello che non ho avuto il coraggio di dirti. Non credo servirà a qualcosa. Non a te. Non so neppure come sei, ora. Dicono che non è tardi per riprendere in mano la vita.

Che me ne faccio? La mia vita fa schifo. Ho reso impossibile anche la tua. Quando tua madre se n’è andata, mi è sembrato di non avere più la pelle. Carne marcia abbandonata al suo destino. Senza voi due sono rimasto l’unico imputato, colpevole di non accettare la follia dei miei atti, ma condannato a farlo. Non so trovare una via d’uscita dalla merda che ho in testa. Il prete mi ha detto che questa lettera non verrà spedita, che serve per affrontare i miei fantasmi. Ti uso ancora e tu, neppure lo sai.

 

M

 

Il sentiero inizia ai piedi di una cascatella d’acqua fresca che, più avanti, diventa un ruscello prima di finire nel Piave. Riempio la borraccia e mi infilo nel bosco. Cammino lentamente lungo questo primo tratto. La pendenza è lieve, il terreno è ricoperto di muschio. Un contatto vivo con la terra in cui affonda il mio piede. Un tappeto profumato che riempie i polmoni.

Scoiattoli e corvi sono l’unica compagnia. Non cerco altro. In cima, dopo tre ore di tornanti, mi riposerò tra le macerie di una caserma. L’hanno costruita gli alpini, portando su, con i muli, mattoni e cannoni. Uomini tenaci come i loro animali.

Quando il sentiero si fa più ripido, il bosco si dirada e inizia la roccia. Pietre prendono il posto del muschio e mi costringono a camminare con attenzione. Ora il percorso è duro, pieno di ostacoli. Una lunga salita, poi raggiungo una curva, giro su me stesso per riprendere un altro tratto diritto che mi porta al prossimo tornante. Sembra di ripercorrere lo stesso tragitto, avanti e indietro. Solo alzando gli occhi fino a dove il sentiero pare finire, vedo che da una parte mi affaccio su una valle e dall’altra su un lago.

Lunedì, mercoledì e sabato. Giorni fissi della mia scarpinata. Partenza alle otto, dai novecento metri di fondo valle fino a superare i duemila in vetta al Tudaio. Non importa se c’è il sole, piove o nevica. Un esercizio per la mia mente. Cerco percorsi fidati e routine senza sorprese.

Nascondermi tra i monti, dove il sapore dello sballo non arriva, è l’unico modo che ho trovato per ricominciare, ma non so bene cosa. Ora tutto ciò che mi occorre lo metto in uno zainetto. Prima lo cercavo in un bicchiere. In tanti bicchieri.

Allora mi sentivo padrone del mondo. Credevo che tutto mi fosse consentito, tra profumi eccitanti, notti che non finivano mai, nomi di corpi senza importanza. Oggi provo a salire lungo la traccia di un raggio di sole. Seguo la fragranza del bosco invece del sudore di carni già usate che mi trascinavano giù, fino a perdermi tra volti mescolati come in un quadro di Picasso. Scivolavo allora, molto più che su queste pietre, senza rendermi conto che quei sentieri avevano un unico senso di marcia. Ero un bravo ragazzo e non prendevo altro che quello che mi era dovuto. Sarei diventato un commercialista circondato da belle segretarie. Una prospettiva di buoni guadagni. Ero indietro di qualche esame, non per pigrizia credo, probabilmente per prolungare quel tempo perfetto che non sarebbe durato a lungo. Immaginavo il mio mondo futuro incastrato tra orari d’ufficio e serate in famiglia, così cercavo di accumulare godimenti, giorni allegri e notti esagerate. Sarebbero diventati i miei ricordi. Quelli da raccontare alle facce invidiose degli amici.

Ora queste curve più ripide, fuori dalla protezione del bosco, mi mostrano come sia evidente la distanza minima che c’è tra il margine e il precipizio, così come la caserma, rifugio sicuro per quelli che l’avevano costruita, mi accoglie tra le macerie. Sassi che non possono ricomporre un muro, inutili come riparo, specchio fedele del disastro che ho fatto.

 

I giorni in cui non salgo sul Tudaio me ne sto chiuso in casa a lavorare. Nella baita ho tutto ciò che occorre. Non avevo idea di saper intagliare il legno. Ci ho provato per noia.

Ero arrivato a Piniè da pochi giorni. Il prete mi aveva assicurato che ero pronto a ricominciare.

― Non posso tornare a Rimini, ― gli avevo detto, ― non voglio vedere nessuno che mi conosce. Ricomincerei a frequentare i locali, con la stessa gente.

― Un taglio netto con la tua vecchia vita, mi sembra un buon compromesso ― aveva risposto Don Carnera. ― Ho una baita vicino al paese dove sono nato. Se vuoi te l’affitto.

L’arrivo in Cadore rappresentava la fine di un lungo e riuscito periodo di riabilitazione, a detta del prete, ma anche l’inizio di un altro più complicato. Non avrei avuto chi si preoccupava di organizzare il mio tempo. Avevo seguito un percorso ben collaudato nella comunità. Il primo passo, forse il più semplice, fu riconoscere che ero un alcolizzato. La favola che avrei potuto smettere quando mi pareva, non l’avevo mai creduta. Quando cominciai a sentirmi meglio, il prete decise che era giunto il momento di guadagnarmi vitto e alloggio. Disse che lavorare mi avrebbe aiutato a non rimpiangere la bottiglia. A volte avevo crisi violente, avrei ucciso per un bicchiere di qualsiasi porcheria ad alta gradazione alcolica, ma le maglie della comune erano strettissime. Don Carnera sembrava avere un sesto senso per chi cercava vie alternative all’acqua, unica bevanda consentita nella tenuta. Mi nominò responsabile di un vigneto che produceva cartizze.

― Sei precipitato dentro a una bottiglia, ― disse, ― non c’è nulla di meglio che tu possa fare per uscirne.

A volte faticavo a capire se era serio o scherzava, ma la manona che si abbatteva sulla mia schiena quando mi trovava in giro a perdere tempo, chiariva la sua idea di lavoro e redenzione. In realtà di tempo per bighellonare ne avevo con il contagocce. La vigna era solo una parte del mio lavoro, c’erano anche le pulizie della casa, a cui si aggiungevano mansioni da sguattero di cucina. Piatti da lavare, tegami e padelle, prendevano il posto delle patate da sbucciare che a loro volta, mi lasciavano solo per far posto a scopettone e secchio. Così, quando potevo occuparmi del vigneto era una gioia. Essere responsabile della qualità di qualcosa che non avrei mai bevuto, fu il modo con cui don Carnera mi insegnò il valore del dare senza alcuna pretesa. La fatica vera, però, fu accettare la responsabilità di quello che avevo fatto a me stesso e agli altri. Ero un violento vigliacco. Uno che aveva picchiato moglie e figlio. Facevo parte di una categoria che odiavo, a cui avrei augurato ogni male. Me lo ripetevo di continuo. Una medicina amara. Non l’unica, non la peggiore. Mentivo a me stesso per cercare di venirne fuori. Io non ero così, sì c’erano stati degli episodi, delle circostanze particolari, ma ero una brava persona. Non ero un animale.

Don Carnera mi martellava ogni giorno su questo argomento. Mi costringeva a raccontare episodi in cui non avevo trovato altra soluzione alle botte per far tacere Daniela, o zittire il pianto di quel bambino. Il prete non smetteva fino a quando non riconoscevo la banalità delle mie motivazioni. Iniziavo a descrivere un episodio che mi aveva avvelenato la vita, soffocato le aspirazioni e reso il futuro invivibile. Stupidaggini quotidiane che ingigantivo fino a considerarle tragedie. La mia voce, arrogante all’inizio, diventava incerta, quando la meschinità delle parole rendeva evidente l’assurdità dei fatti. Allora mi interrompevo e sottovoce maledicevo me stesso. Il prete mi concedeva una tregua, accennava un sorriso. Non mi ha mai criticato né offeso, non ha fatto sermoni.

― Sono una merda ― dicevo, quando trovavo il coraggio di riprendere a parlare e, lentamente, quello che doveva essere un percorso di guarigione, mi faceva precipitare in un buco nero e profondo. Lui sembrava soddisfatto, io non capivo. Così mi ribellavo e ricominciavo a trovar scuse. Don Carnera non si stancava di ascoltarmi, non vacillava se non facevo progressi. Mi chiedeva altri racconti, altri momenti in cui avevo usato le mani. Io ripartivo in quarta per poi finire a smontare da solo tutta la storia e la considerazione per me stesso. Lui sapeva che dovevo continuare a scendere, che dentro a quel pozzo fetido avrei lasciato la certezza di non avere la possibilità di risalire. Ma io non trovavo un appiglio e neppure una via di fuga. Un percorso nuovo non può nascere dal nulla. Avevo scavato una voragine, e solo lì potevo finire. L’alcolizzato non ammette il suo vizio e si compiace delle storielle insulse con cui si giustifica. Ho sete, non dà l’idea di nascondere un pericolo. Io sapevo che non era sufficiente aver smesso di bere per trovare il coraggio di guardarmi allo specchio.

Don Carnera sembrava fiducioso. Pensavo che prima o poi avrebbe iniziato a parlarmi di religione, di buone azioni da compiere. Credevo aspettasse il momento giusto per propormi la sua ricetta. Ero rassegnato a quell’idea che sapevo non mi avrebbe coinvolto e non sarebbe servita. Ma era giusto così. Avevo distrutto quello che avevo, il massimo che potevo aspettarmi era di restare lì a pulire il vomito degli alcolizzati che continuavano ad arrivare ogni giorno. Una specie di espiazione. L’unica cosa che riusciva a farmi sorridere, erano le fandonie incredibili che inventavano per giustificare il bisogno di bere. Scoprivo che neppure in fatto di scuse ero stato particolarmente originale. Un riso amaro, che si spegneva in fretta.

Il prete non mi parlava di fede. Almeno non nel modo che mi sarei aspettato. Iniziò a descrivermi la montagna dove era nato. La bellezza che nasce dalla fatica, la sintonia con la natura. Le prime volte ci capii poco, mi faceva quasi tenerezza.

La montagna, per me, era sinonimo di neve. Sciate e feste nelle baite non sono divertenti come le nottate in discoteca, ma per sfangare l’inverno, non erano male. L’estate, in montagna ci vanno gli anziani. Passeggiare nel bosco in cerca di funghi, o camminare tre ore per bere un grappino in un rifugio, non era roba per me. Di viverci poi, non mi sarebbe mai passato per la testa.

In quel momento però, avevo bisogno di un luogo lontano dai vizi. Un posto tranquillo dove ricominciare. Ero stanco di nuovi arrivi e vecchie storie. Scuse assurde per giustificare comportamenti ignobili. Non volevo cancellare il ricordo di quello che avevo fatto, ma continuare a condividerlo con persone peggiori di me, non serviva. La vita me la ero fumata. Mi era rimasto un mozzicone da cui aspirare la nicotina dei ricordi. Veleno a cui non potevo rinunciare. Mi serviva tempo per comprendere. Come un bambino che vuol fare i primi passi, ma non sa come muovere i piedi, provai ad aggrapparmi alla mano di quel gigante vestito di nero.

― È vicina al bosco ― disse don Carnera, poi si interruppe e iniziò a girarmi intorno.

― Cosa pensi? ― domandai, preoccupato dalla sua espressione cupa. ― Hai paura che non ti paghi o che te lo distrugga?

― No, ― rispose sorridendo, ― sto pensando che da quelle parti, le bevute in compagnia sono il passatempo principale.

― Non è un problema, ― commentai mentre lui apriva una cartina per indicarmi il posto, ― per me l’alcol non è più una scorciatoia interessante, non ho fretta di arrivare da nessuna parte.

Era una giornata di metà ottobre, l’autunno si era già impegnato a tingere tutto di grigio, ma quella mattina il sole splendeva limpido, come fosse estate. Una bella giornata per partire. Don Carnera mi suggerì di prendere le mie cose e aspettarlo in auto. La sua Panda era sempre aperta.

― Dieci minuti, ― disse, ― poi andiamo.

Ce ne misi un paio per preparare la valigia e altri cinque per guardarmi attorno. Non ero affezionato a quel posto, non lasciavo amici, ma l’idea di bucare quella bolla protettiva, mi riempì le gambe di acido lattico. I pochi metri che mi separavano dall’auto furono la prima salita che affrontai. Quando Don Carnera entrò nella Panda mi trovai schiacciato contro la portiera. Il suo fisico non era fatto per stare dentro a un’utilitaria, il posto di guida non riusciva a contenerlo. Fece alcuni movimenti laterali, come se si dovesse infilare in una guaina, al quarto tentativo trovò un compromesso accettabile con il sedile, ma la sua spalla destra era rimasta dalla mia parte e mi schiacciava contro al finestrino. Arrivammo a Laggio di Cadore verso mezzogiorno.

― Ti faccio vedere il paese, ― disse il prete, ― poi andiamo a casa.

Laggio è una strada in salita lunga forse duecento metri. Una striscia di asfalto affiancata da case e negozi che finisce su uno spiazzo, ai piedi di una scalinata che conduce alla chiesa. La strada in realtà continua, si inoltra nel bosco per salire fino a Casera Razzo, ma una stretta curva a destra non permette di vedere oltre. Don Carnera fermò l’auto all’inizio della via, non ci impiegai molto a capire il perché. La chiesa di Laggio dà l’idea di essere troppo grande per quel paese, ma soprattutto di esercitare un controllo costante su quello che succede. Quel giorno il campanile era avvolto da un cielo indaco.

― Sembra il mantello della Madonna ― commentò il prete con un sorriso.

Era certo di lasciarmi in buone mani. Dopo pochi minuti ripartimmo in direzione della baita. La strada per Piniè costeggia un grande prato verde, pista di atterraggio per le cornacchie, poi la via diventa tutt’uno con il bosco. A terra c’erano tronchi destinati a cambiare aspetto in falegnameria. A ogni radura corrispondeva un fienile. La maggior parte di quelle casette di legno svolge ancora la funzione per cui è stata costruita, altre sono diventate abitazioni.

La baita del prete è la più vicina al Tudaio. Lontana dalle tentazioni. Don Carnera mi consegnò le chiavi, fece un giro rapido di ispezione, poi se ne andò a piedi.

― Ti lascio l’auto, ― mi disse, ― così non hai problemi per muoverti. Ora me ne devo andare, ho un appuntamento in paese.

Inutile chiedergli spiegazioni su come sarebbe tornato a casa.

La casetta è semplice. I mobili sono in legno chiaro, intarsiato, appoggiati su un parquet scuro. Il camino domina una parete della sala, un grande crocifisso ligneo è appeso in quella di fronte. Mi ci sono dovuto abituare. Se avessi provato a toglierlo avrei fatto i conti con il destro del prete. In camera c’è un letto matrimoniale in ferro battuto. Quando l’ho visto mi sono messo a ridere. Cosa se ne fa un prete di un letto matrimoniale? Poi mi sono sentito un cretino. Don Carnera in un letto singolo non ci sta neppure seduto.

I primi giorni non sapevo cosa fare. Alle spalle della casa c’è una pila ordinata di legna da ardere. Ho iniziato con quella. Scopro il piacere del lavoro fatto con le mani. Colpi leggeri e veloci di mazzetto fanno penetrare la sgorbia, piccole schegge volano assieme ai ricordi. Sento la natura viva del legno capire le mie intenzioni e, colpo dopo colpo, prendere forma seguendo il mio pensiero. L’oggetto che nasce pare avere un’anima. Leggera se la mia mano lo sa modellare a dovere, sofferente se un colpo sbagliato lascia un brutto segno. Penso a Luca, a Daniela.

― Sei troppo bello per me ― aveva detto la prima volta che l’ho baciata.

Ho riso compiaciuto. Facevo quell’effetto, allora. Portavo i capelli lunghi, abbronzatura perenne e un paio di occhiali da vista. Usavo modelli piccoli e tondi per darmi un tono da intellettuale. Funzionava. Lo sapevo e ne approfittavo. Lei mi prendeva in giro.

― Sei peggio delle donne, ― diceva, ― sempre a far lampade e a pettinarti. ― Poi rideva e mi abbracciava.

Ogni colpo di mazzetto è accompagnato da una frase di Daniela, o di Luca, tanto struggenti ora, quanto fastidiose a quel tempo. L’invadenza di quel bambino che non stava mai zitto, che pretendeva di giocare, di essere l’unica occupazione della mia vita, mi angosciavano. La voce acuta mi picchiava in testa come lo scalpello sul legno. Daniela aveva costruito la mia prigione. Una casa a schiera in una zona tranquilla di Assago. Il trasferimento in Lombardia era stato voluto da mio padre, con la scusa che lì c’erano opportunità di carriera. Riuscì a farmi assumere nella filiale milanese della banca dove lavorava. Voleva allontanarmi dalla vita notturna della riviera. Mi regalò la metà dei soldi per acquistare la casa, un mutuo ipotecario copriva il resto. La rata me la trattenevano sulla busta paga. Daniela diceva che avevo avuto una gran fortuna.

― Con questa crisi, un lavoro come il tuo è una benedizione ― diceva.

Entrai in banca pieno di buone intenzioni. Volevo impressionare colleghi e superiori. Avrei fatto carriera in pochi anni, guadagnato bene. Misi in campo le mie armi di seduzione. Ero gentile, allegro, disponibile. Avevo sempre la battuta pronta. Come in discoteca. Imparai in fretta che il mondo del lavoro è differente dagli ambienti che frequentavo la notte. Lì, se hai successo con le donne, ti invidiano tutti, ma ti stanno appiccicati nella speranza che le tue conquiste diventino anche le loro. L’invidia dei colleghi ha effetti differenti.

― Cos’hai da ridere, ― mi dicevano con il tono da manager milanesi che non fa distinguere il direttore dall’usciere, ― qui si lavora, non siamo in vacanza.

Anche le donne mi giravano al largo. Avevo una decina di colleghe. Tutte decisamente bruttine. Sapevano di non piacermi, questo mi rendeva un presuntuoso arrogante, ai loro occhi. Riempivano la mia scrivania con le pratiche meno importanti, mi lasciavano le attività noiose. Sapevo che si lamentavano con il direttore. Dicevano che ero vagabondo e disattento. Misi da parte il buon umore. Lavorai a testa bassa cercando di non dare pretesti per criticarmi. Niente più battute né sorrisi. Ottenni l’effetto contrario. Ero diventato lo stronzo che non si fila nessuno. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, era sempre peggio. Sentivo crescere il disagio per quel posto che non avevo voluto. Tutta colpa di Daniela che mi aveva obbligato a quel supplizio. Lei continuava a dirmi che ero stato fortunato.

Una gran fortuna quel posto in banca. Tutti i giorni in ufficio tra colleghi che mi detestavano, a contare i soldi degli altri, mentre i miei erano impegnati per i prossimi venticinque anni. Finito il lavoro tornavo subito a casa perché, durante la giornata, ricevevo messaggi da mia moglie che mi elencava le cose che avrei dovuto fare al posto suo. Tutte urgenti. Non rimandabili. Non mi riconoscevo più. La lontananza da Rimini diventò insopportabile. Il mare di scaffali dell’ipermercato, dove dovevo correre per acquistare ogni cosa che, inspiegabilmente, spariva da casa con velocità inimmaginabile, aveva sostituito la battigia dove amavo passeggiare con gli amici. Quel bambino era un consumatore seriale di pannoloni e pappine, Daniela ossessionata dalla paura di non avere scorte di ogni cosa da stipare nella dispensa, nel frigo o nel ripostiglio. La sera non si poteva andare da nessuna parte. Il sabato era sacrificato a far la spesa al Carrefour. La domenica, se guardavo il calcio in tv, Luca mi prendeva il telecomando e cambiava canale per vedere quei merdosissimi cartoni animati giapponesi. Quella per loro era una vita piena di soddisfazioni. Io vedevo una scritta accendersi e spegnersi: Fine pena mai. Pensavo queste cose allora, mentre, probabilmente mi stavo cambiando la cravatta su cui Luca aveva appena vomitato. La mia cravatta più bella.

Prima di rimanere incinta, Daniela era un’altra donna. Disponibile e allegra. Passavamo le notti al Paradiso. Lei, qualche volta, con la scusa che era stanca, rimaneva a casa. Lo faceva per non farmi pesare troppo il nostro legame. Di giorno frequentavo il bar e con gli amici, appena spuntava un raggio di sole ci incamminavamo verso il porto. Spendevo i soldi che mi passavano i miei genitori per comperarmi maglie, camicie e pantaloni. Tutto rigorosamente griffato. La mia nuova condizione prevedeva due vestiti a giacca, uno grigio e l’altro blu. La camicia azzurra e una cravatta a righe per completare la perfetta divisa del bancario. Bevevo molto anche a Rimini, l’alcol espandeva i miei sensi. Non avvertivo la stanchezza, ero circondato da donne e amici che contavano su di me per divertirsi. Ma tra ballo e notti insonni, smaltivo in fretta. Il giorno dormivo e, a parte il mal di testa, non avevo problemi. Ero sempre allegro e pronto a far cazzate.

Bere la stessa quantità di alcol, restando a casa sul divano, produce effetti differenti. L’adrenalina, che non sfoghi sulla pista da ballo, stimola la violenza. Avrei dovuto capirlo. Ho iniziato a distruggere tutto. Prima i piatti, poi le sedie e, alla fine, la sua faccia.

Ora salgo in cima al Tudaio, è l’unico posto dove i ricordi mi danno tregua. Da lassù mi sembra di vedere Luca e Daniela. Camminano sulla spiaggia, irraggiungibili. Al sicuro. Vivo così da due anni. Quando lavoro ripenso a ogni discussione, a ogni insulto. Mentre il martello incide sul legno, immagini nitide mi restituiscono la sofferenza che ho provocato. È la strada che ho scelto per ricominciare. È il mio curriculum, quello con cui mi devo presentare a me stesso prima ancora che agli altri.

 

II

 

Il senso di solitudine apparente quando mi infilo nel bosco, scompare dopo pochi istanti. Udito e olfatto rivelano quello che si nasconde alla vista. Una sinfonia di rumori unisce versi di animali, rami che si spezzano e ruscelli che diventano fiumi. I profumi dei fiori, dei funghi e delle resine, riempiono i sensi assieme al blu del cielo che si mescola al verde delle foglie in disegni mai uguali. Don Carnera mi direbbe che non ci vuole molto per comprendere il genio di chi ha creato tutto questo. Mi fermo a metà salita per riposare. Le prime volte facevo tre soste prima di arrivare al fortino, ora che sono allenato, me ne basta una. Guardo il lago di Auronzo. Un fuori bordo sembra fare uno slalom tra gli alberi che, incendiati dal sole, riflettono la loro immagine sull’acqua come se cercassero refrigerio. Domenica prossima è prevista una gara. Il rumore, anche da così lontano, è forte, colpi di vento portano, a tratti, l’odore della benzina mista all’olio di ricino. Concentrato sulle evoluzioni di quel ferro da stiro, non l’ho notata subito. È sotto di me, vicinissima allo strapiombo, presa dal suo lavoro.

― E questa? ― dico ad alta voce, senza rendermene conto.

Una vera sorpresa, in due anni non avevo mai visto nessuno accampato lì. In quel punto il sentiero si biforca, quello che gira a sinistra finisce dopo pochi metri in una radura tondeggiante, grande come una stanza. Si affaccia su uno strapiombo non particolarmente ripido, siamo circa a un terzo della salita, sotto ci sono ancora gli alberi di un bosco fitto. È il punto dove facevo la prima sosta quando avevo bisogno di rifiatare.

La ragazza ha piazzato un cavalletto in mezzo allo spiazzo, abbastanza lontano dal bordo. Probabilmente soffre di vertigini. Il rumore del motoscafo ha coperto la mia voce, non si accorge che la sto guardando. Mi appoggio al tronco di un grosso abete per osservare il quadro. Una riproduzione grossolana di un paesaggio che meriterebbe più cura.

Lei sembra carina, i jeans attillati fasciano un paio di gambe magre. Sopra ha un maglioncino dolce vita color polvere. I capelli sono biondi con qualche mèche, lunghi appena fino al mento, il taglio è sfilato. Del viso riesco a distinguere il naso. Sembra piccolo e ben fatto. Leggermente appuntito. La guardo con più attenzione incuriosito dalla postura. Tiene le gambe unite con i piedi incrociati. Sembra una posizione yoga che non riuscirei a mantenere a lungo. La testa è leggermente inclinata da un lato. La mano sostiene il pennello sospeso all’altezza della tela. Pare non guardare nulla. Mi viene in mente un gioco che si faceva da bambini. Uno, due, tre stella e tutti fermi come delle statue. Sembra far parte del panorama, in armonia con i colori e le proporzioni. Il quadro, al contrario, ritrae un paesaggio aspro per nulla simile alla realtà. Un lavoro sciatto che mi crea disagio.

Decido di ripartire. Superati i mille e cinquecento metri l’aria si fa pungente e il mio respiro veloce. Avverto la carenza di ossigeno, il passo diventa pesante, il pensiero ovattato modifica i suoi percorsi. Una sensazione simile a quella che cercavo nell’alcol, ma priva di controindicazioni. Non riesco a togliermi il quadro dalla mente. Da giovane avevo ambizioni d’artista. Ho dipinto per anni, ma sopratutto ho studiato i quadri celebri, cercando di coglierne i segreti. Ero diventato un critico esperto, ma un pittore meno che mediocre. Poi ho scoperto che dentro un bicchiere riuscivo a trovare più immagini che nelle tele che sporcavo. Questa ragazza è un misto di talento e approssimazione.

Cerco di immaginare il suo viso. Di certo più bello del quadro. Pensieri dettati dalla curiosità. Non ho interesse a fare nuove amicizie. Proseguo a testa bassa. Improvvisamente, da dietro a un sasso, si materializza una biscia. Non faccio in tempo a capire se è una vipera o un orbettino che è già scomparsa in mezzo all’erba. Un raggio di sole riscalda la pietra da dove era spuntata. È fuggita talmente in fretta che non ho avuto il tempo di spaventarmi. Forse ha avuto più paura lei. Non ho timore delle vipere, ma vederle mi infastidisce.

Da ragazzo ne avevo uccisa una a colpi di piccozza. Era uscita allo stesso modo, con la medesima velocità. I miei riflessi di tredicenne non le avevano dato scampo. Ero con mio padre. Lui guardò la testa schiacciata di quella povera bestia.

― È un orbettino, ― mi disse, ― e tu sei un cretino. Sono animali innocui anzi, mangiano insetti e piccoli animali che danneggiano le piante.

Ho visto tante altre bisce dopo di allora, quasi sempre erano vipere. Non ho più cercato di colpirle, ma la vista dei rettili continua a non piacermi. Penso che preannuncino guai. Non sono superstizioso, ma le serpi mi innervosiscono. È una sensazione che dura pochi istanti.

Cerco invano di scoprire dove si è nascosta, immagino che mi stia guardando nella speranza che mi allontani alla svelta. Esaudisco il suo desiderio e allungo il passo.

Un disagio confuso accompagna l’idea che ci sia un nesso tra questi due ultimi incontri.

In cima il sentiero ritorna a essere quasi piano, i tornanti più morbidi. Lo strapiombo mi dà una leggera vertigine. Due stelle alpine attaccate a un sasso difficile da raggiungere, dicono che sono arrivato. Vorrei coglierle, ma è proibito. Pericoloso. Non saprei a chi regalarle.

Seduto in mezzo alle macerie mangio un panino e finalmente trovo la pace.

Immagino i soldati, con i loro vestiti di stoffa ruvida e gli anfibi deformati nei piedi. Volti arrossati dal freddo e dalla fatica, barbe lunghe, elmetti appoggiati dove capita. Ridono, fanno battute sulle fidanzate che li aspettano a casa. Su chi dovrà fare il prossimo turno al cannone. Avverto la paura che hanno del freddo che presto arriverà, un nemico invincibile, peggiore dei bombardamenti degli austriaci.

 

Attendo il giorno delle mie passeggiate con ansia crescente. Sono passate due settimane da quel primo avvistamento. Ho anticipato di mezz’ora la partenza e percorro il primo pezzo con passo veloce. Arrivato al tornante dove so che ha allestito il suo studio, cammino sul bordo del sentiero cercando di evitare i sassi per non far rumore poi, man mano che mi allontano accelero. Devo percorrere due rettilinei prima di trovarmi sopra alla sua postazione. Mi siedo su un ceppo ed estraggo la borraccia dallo zaino. Sono convinto che anche lei sia fuggita da qualcosa, o da qualcuno. Lo avverto dalla postura rigida, da come tiene il pennello, troppo stretto nella mano nervosa, dai movimenti rapidi e dal continuo guardarsi intorno. Il nostro è ormai un appuntamento fisso. Anche se lei non lo sa. Spiarla mi mette a disagio, mi sembra di essere un ladro, ma avverto anche un senso di responsabilità, come se avessi degli obblighi nei suoi confronti. Forse è quello che spero, una possibilità partorita dalla montagna. Ma anche quello che temo. Maddalena continua a dipingere come se non ci fossi. Ho deciso che si chiama così. Ha un viso da Maddalena. Anche se non sono ancora riuscito a vederlo.

 

In silenzio la osservo e guardo il suo lavoro. È vestita come la prima volta, il quadro invece è cambiato. Non riesco a distinguere tutti i dettagli, ci sono dei rami che in parte lo nascondono. Il disegno sembra finito, credo manchino pochi tratti. È diverso da quello che ritrae. Rami contorti e aggrovigliati da confondere la vista. Sembrano serpenti. Un contrasto forte con la montagna di fronte, dove il sole batte su un manto di neve intonso. In realtà, i lunghi abeti che si vedono, sono come una macchia unica di verde, mentre sulla montagna di fronte non c’è un filo di neve. Lei, assorta nel lavoro, sposta lo sguardo dal panorama alla tela, aggiunge colpi di pennello con movimenti precisi. All’improvviso si ferma e si guarda attorno. Mi rendo conto di aver fatto rumore muovendo lo zaino. Mi ha sentito. Ora che faccio? Nascosto dietro a un abete resto immobile e maledico la mia curiosità. Lei continua a girare la testa in ogni direzione, sembra furiosa. Però è carina.

Devo fare qualcosa, ormai sa che sono qui, che c’è un pazzo ex alcolizzato che la sta spiando. Penso alle parole che userò per scusarmi. Già, ancora scuse, non so fare altro. Sto per aprire la bocca, ma esito. Sembra essersi calmata. Riprende la posizione a piedi incrociati. È di nuovo concentrata sul quadro. Avrà pensato che è stato un animale a far rumore. Colpisce la tela come se volesse frustarla. Sembra trasferire sul quadro il suo tormento. Come me che cerco di farlo uscire, assieme alla fatica, dalle gambe. Il disagio che provo nell’osservarla cresce. Se fosse un uomo mi sarei avvicinato il primo giorno. Giusto per scambiare due chiacchiere. O forse no. Comunque ormai è tardi, capirebbe che quei rumori li avevo provocati io. Che la spiavo. Il modo peggiore per fare conoscenza. Eppure avrei voglia di parlarle. Ormai la considero un’amica. Mi muovo lentamente per riprendere la salita. Solo quando sono lontano mi fermo un attimo per sistemarmi. Oggi è caldo, sono sudato, forse anche per la tensione accumulata. Mi tolgo il maglione e lo metto nello zaino. Bevo un sorso d’acqua e riparto.

 

 

Ieri è piovuto tutto il giorno. Maddalena non c’era. Quando sono nervoso lavoro con accanimento. Meglio così, devo finire questo scoiattolo prima di sabato. Giovanni verrà venerdì sera, gli ho promesso almeno dieci pezzi per il negozio della cooperativa di Cortina.

Giovanni è il mio unico amico. Vende pezzi di artigianato a negozi di souvenir. Devo a lui se sbarco il lunario con decenza. Anche se spesso, quella mania di considerarsi un imprenditore play boy, faccio fatica a sopportarla. Due forestieri trasferiti in Cadore. Credevo fossimo gli unici.

I primi tempi i paesani mi guardavano con diffidenza. Giovanni mi ha raccontato che anche per lui è stato così. Nelle piccole comunità è impossibile passare inosservati. Avevo cambiato abbigliamento per sembrare uno del posto. Le camicie fantasia dai colori vivaci erano finite in un cassonetto della croce rossa, assieme ai pantaloni a vita bassa, sostituiti da modelli di velluto color sabbia e camicie di flanella a quadri. Ma era come se non mi appartenessero. Almeno era quello che leggevo negli occhi di chi incontravo. Quando entravo nel bar del paese per un caffè, le persone appoggiate al bancone si spostavano, un gesto di cortesia, in apparenza, in realtà era solo per guardarmi.

― Ho qualcosa che non va? ― chiesi una mattina alla barista.

― Si vede che sei di città, ― mi ha risposto ridendo, ― cammini a passettini come le donne, e hai la pelle delicata. Ti guardano perché sei famoso, ― aggiunse poi a bassa voce, ― in paese non succede mai nulla, tu sei l’argomento del giorno.

Conoscevano la mia storia. Era una seccatura. Anche io sapevo qualche pettegolezzo che riguardava quella donna e i suoi clienti. Il postino che passa ogni giorno davanti casa mia, si ferma anche se non ha nulla da consegnarmi. Io gli offro un bicchiere d’acqua e lui mi ripaga raccontandomi gli ultimi fatti successi in paese.

Provai a pareggiare i conti cercando di scoprire il segreto che li riguardava. Quel giorno andai a sedermi nel tavolino più appartato. Mi feci servire una brioche assieme al caffè, mentre fingevo di leggere il giornale. Qualcuno giocava a carte, altri bevevano vino bianco facendo discussioni come si fanno in qualsiasi bar. Quello che accomunava tutti è che non perdevano un movimento della barista. Quando usciva da dietro al banco per portare una consumazione a un tavolino, decine di occhi accompagnavano i suoi passi, seguivano i suoi capelli quando si chinava per appoggiare il vassoio, restavano incollati al suo fondo schiena mentre rientrava dietro al bancone. In quei momenti il tono delle discussioni perdeva l’aggressività che distingueva ogni battuta, le parole scandite e accompagnate con colpi sul tavolo e imprecazioni in dialetto, si trasformavano in sussurri e mormorii di approvazione. Lei vedeva e sentiva tutto. Li controllava dal grande specchio appeso dietro alla macchina del caffè, senza che se ne accorgessero. In quei momenti sparivo dall’attenzione dei presenti, così avevo modo di studiarli. Volevo capire chi avesse avuto una possibilità con la barista ma, a parte le battute, non vidi mosse imprudenti. Imparai che il marito della signora, nonostante si alternassero sul lavoro, entrava spesso al bar durante i turni della moglie.

 

Giovanni si era presentato a casa un paio di mesi dopo il mio arrivo.

Si annunciò battendo la porta con la mano aperta. Tre colpi forti accompagnati da una voce autoritaria.

― C’è nessuno in casa?

Lo stavo aspettando. Il prete mi aveva avvertito il giorno prima.

Andai ad aprire immaginando di vedere un montanaro grande e grosso. Trovai la sua faccia venti centimetri più in basso di dove l’avevo cercata. Indossava un paio di jeans blu scuro, una camicia a righe bianche e azzurre e un pullover di colore simile ai pantaloni, con due bandierine sul petto. Sembrava appena sbarcato da uno yacht.

― Mi manda don Carnera ― mi disse. ― Sono un grossista, vendo ricordi. Come te la cavi con il legno?

Senza aspettare la mia risposta e neppure il permesso, entrò e prese in mano uno scoiattolo.

― Sei portato ― aggiunse, dopo averlo girato sotto e sopra. ― Davvero non l’avevi mai fatto? Ho dei fornitori che intagliano da dieci anni, ma sono più scarsi di te. Questo scoiattolo, oltre che ben riprodotto, ha uno sguardo furbo. Le espressioni sono la cosa più complicata.

Disse tutto come se non ci fossi. Gli strappai lo scoiattolo dalle mani e lo rimisi al suo posto. Avevo voglia di dagli un cazzotto, invece iniziai a ridere. Allora mi guardò scocciato.

― Cosa ridi? ― mugugnò.

― Scusa, è che non sei vestito come uno di montagna.

― Alle donne di qua piace vedere qualcuno che non indossa quelle orribili camicie di flanella ― precisò guardandomi con un sorriso storto. ― Comunque sono un professionista, se ti prendo qualcosa, stai certo che è come se fosse già venduta.

Continuava a non mostrare interesse per la mia opinione. Era il mio benefattore, la speranza di trasformare il mio hobby in fonte di guadagno. Mi aveva detto tutto in dieci minuti, senza interrompersi. Un torrente in piena. Non era preoccupato di apparire presuntuoso, invadente e maleducato. Al contrario, pretendeva la mia riconoscenza incondizionata. Mi spiegò, senza che glielo chiedessi, le sue regole, il valore del mio lavoro, il suo guadagno, i mercati che copriva.

Giovanni non aveva bisogno di far domande. I primi tempi veniva a trovarmi quasi ogni giorno.

― Devi produrre un bel campionario, poi ci concentriamo sui pezzi che vanno di più. Sai, io sono ligure. Noi sappiamo come si fanno i soldi. Cosa ci fa un ligure da queste parti, ti chiederai. Sono nato a Torriglia, un paesino di montagna. Tutti pensano alla Liguria come a un posto di mare. Portofino, Varazze, San Remo. Io sono uno scalatore. Mi sono trasferito a Lorenzago così lavoro vicino a dove posso fare arrampicate. Non ho famiglia. Posso andare dove mi pare. Le donne ci sono anche qui. Anzi, le ragazze di paese sembrano più difficili, ma non è vero. Sono abituate ai tipi con modi da montanari. Per uno come me, occhi azzurri e raffinato, diventano matte. Anche tu sei un bel soggetto. Farai sfracelli. Ma butta quella camicia.

Era insopportabile, ma faceva ridere. Sputava sentenze senza alcuna malizia, ma anche senza ritegno. All’inizio lo ascoltavo perché mi faceva comodo, poi, giorno dopo giorno, cominciai ad apprezzare la sua franchezza. Ora che siamo amici, lo sopporto anche per un’ora prima di inventarmi qualcosa per mandarlo via.

 

III

 

Il clacson dello scooter, mi annuncia che è mezzogiorno e che il postino ha qualcosa che devo firmare.

― Sempre al lavoro? ― chiede.

― Ciao vecio, hai posta per me o ti sei perso?

Bepi ha una cinquantina d’anni, è altissimo e magro. Cammina lento, con la schiena curva. Una postura che deve aver preso a forza di stare piegato sul motorino. Un tentativo inutile per ripararsi dietro a un parabrezza troppo basso. Ha la barba lunga e grigia, ingiallita dalla nicotina. In testa, al posto del casco, ha il cappello con la penna nera.

― Ho fatto la naia tra questi monti, non mi perdo neppure se mi bendi ― risponde allungandomi un foglio. ― Firma e data ― mi dice, mentre mi dà una busta verde.

Lui sa chi sono, io so che le buste verdi contengono brutte notizie. Prendo la lettera e rientro in casa senza salutarlo.

Il timbro è dei carabinieri di Belluno. Giro e rigiro la busta senza decidermi ad aprirla. Un mondo che credevo sparito riappare all’improvviso.

Anni addietro ne ricevevo spesso, qualcuna conteneva una multa, altre avvisi di comparizione. Rileggo il mittente, poi il destinatario. Nessun errore. Sono io.

Strappo la busta e leggo.

Il sig. Federici è convocato presso la nostra stazione di Belluno per notizie che lo riguardano.

Qualche vecchio fantasma. Crollo sulla poltrona davanti al caminetto, mi tiro un plaid sulle gambe perché non ho la forza di alzarmi per ravvivare il fuoco. Me ne sto lì, immobile fino a notte. Cerco di ricordare qualunque cosa possa giustificare la raccomandata. Nulla. Sono le dieci di sera. Tiro fuori il cellulare dalla tasca e premo il tasto della memoria uno.

― Ciao Don.

― Marco! È successo qualcosa?

― No, niente, non lo so. Mi ha cercato qualcuno lì da te?

― Perché me lo chiedi?

― Mi è arrivata una richiesta di comparizione dai carabinieri. Sai che qui non frequento nessuno e mi chiedevo…

― No, comunque stai tranquillo, se non hai fatto casini, e so che non li hai fatti, sarà una stupidaggine. Forse qualcuno ti ha indicato come testimone.

― Ma di cosa?

― Non lo so, un incidente in auto, non ricordi nulla?

― No… no.

― Quando devi andarci?

― Martedì prossimo.

― Vuoi che ti raggiunga a Belluno?

― No, grazie.

― Allora fammi sapere. Ora devo lasciarti, è arrivato uno che ha più buchi che pelle.

― Gli farai la cura Carnera?

― Non dire così, a te ho dato un paio di cazzotti quando me li hai tolti dalle mani. Ti saluto. Tienimi aggiornato. E stai tranquillo!

 

Faccio tre giri dell’isolato prima di decidermi a parcheggiare. C’è un posto libero davanti alla palazzina gialla dove, l’insegna dei carabinieri, mi entra direttamente nello stomaco come se l’avessi inghiottita. Scendo dall’auto, cerco di dominare gli sforzi di vomito che mi assalgono e suono il campanello.

― Buon giorno, desidera?

― Ho ricevuto una raccomandata. Una convocazione.

La tensione fa ricomparire la mia leggera balbuzie. Quando ero un ragazzino mi faceva vergognare e gli amici non aspettavano altro per farmi il verso. Poi ho scoperto che alle ragazze faceva tenerezza e ho imparato a servirmene. Oggi però, mi sembra di essere tornato bambino.

Il giovane carabiniere che ha aperto la porta cambia espressione, il sorriso sparisce e lascia posto a uno sguardo inquisitore.

― Si accomodi in sala d’aspetto, ― dice con tono severo, ― la chiamiamo noi.

Mi siedo. Il mal di testa mi uccide. C’è un portariviste vicino alla poltroncina. Come nella sala d’aspetto di un medico. Sfoglio un Quattro-ruote vecchio di due anni. Ci sono presentazioni di auto già superate. Promettono emozioni che non si avvereranno. Leggere mi fa aumentare il cerchio alla testa. Rimetto la rivista al suo posto. Dopo mezz’ora ricompare il carabiniere.

― Prego signor Federici, nel corridoio la seconda porta a destra, il maresciallo la sta aspettando.

Una voce risponde al mio leggero colpo alla porta.

― Avanti.

― È permesso?

― Avanti!

― Buon giorno maresciallo, cosa è successo? ― balbetto.

Le gambe quasi mi cedono. Il carabiniere che mi ha sbattuto più di una volta in cella a Milano, è seduto davanti a me. Ha in mano una cartelletta rossa, la apre e legge per qualche secondo prima di alzare gli occhi e guardarmi. Lo guardo anch’io. Non è lui. Anche se gli assomiglia. Osservo la stanza perché non riesco a sostenere il suo sguardo cattivo. Non hanno molta fantasia i carabinieri. L’ufficio è praticamente uguale a quello della stazione di Milano. Il calendario è appeso a destra della bandiera italiana, a sinistra c’è la foto di Napolitano. Il Crocifisso è dietro alla testa del mio inquisitore. Un po’ più in basso c’è una piccola targhetta con la scritta vietato fumare. A Milano non c’era. Un odore acre di nicotina, ne certifica l’inutilità. Sulla scrivania ci sono tre cornici d’argento. Ritratti di famiglia. A Milano ce n’erano solo due. Riguardo il maresciallo che nel frattempo ha ricominciato a leggere. A parte i baffi, sottili e curati, è quasi identico all’altro. I capelli sono neri, tirati indietro con la brillantina. Tinti. Non sapevo che esistesse ancora la brillantina. Che tipo squallido, penso, mentre aspetto che inizi a maltrattarmi, anche se non immagino il motivo. Il maresciallo continua a leggere in silenzio, come se volesse ripassare una lezione, poi si alza. Gira attorno alla scrivania con passo lungo da montanaro. Guardo le sue scarpe, forse un quarantasette.

― Si sieda ― mi dice mentre mi si piazza dietro.

E più alto di me di tutta la testa, le sue mani, forti, si stringono sulle mie spalle e mi spingono sulla sedia. Rimane un po’ lì, fermo con le mani strette che mi bloccano. Sa che sto friggendo e se la gode, poi finalmente lascia la presa e torna al suo posto. Lo fa lentamente, molleggiando sulle ginocchia come per sgranchirsi le gambe.

― Sono il maresciallo Da Rin, dobbiamo fare una chiacchierata ― dice mentre si piazza sulla poltrona con le mani spalancate sulla scrivania. ― Appuntato per il momento non verbalizzi.

Giro leggermente la testa fino a che, con la coda dell’occhio, riesco a vedere dietro di me. Solo allora mi accorgo che dalla parte opposta della stanza, nascosto dietro a una vecchissima Olivetti, c’è un ragazzo. Il cappello con la fiamma è appoggiato di fianco alla macchina da scrivere.

― Dunque… ― dice il mio aguzzino, il tono è duro, il suo sguardo minaccioso.

Riporto di scatto gli occhi su di lui.

― So tutto di lei ― continua con un’espressione del viso che mi certifica il suo disprezzo. ― Il collega di Milano mi ha passato il dossier ― aggiunge sventolando i fogli che stava leggendo, come se fosse certo della mia colpa. ― Lei dovrebbe essere qui per terminare un percorso di riabilitazione.

Poi, dopo una pausa teatrale, che immagino serva per farmi sentire maggiormente in colpa, prosegue.

― Ma le mele marce non si curano. Bisogna darle ai porci.

― Non ho fatto niente ― provo a rispondere cercando di usare un tono sicuro. ― Perché mi ha cercato?

In realtà, le parole di Da Rin, mi hanno gettato nel panico, inizio a sudare, stringo le mani in mezzo alle ginocchia.

― Qui le domande le facciamo noi! ― dice alzando la voce. ― Da quanto tempo abita nella baita di Don Stefanin?

― Don chi?

― Don Stefanin. Lei non abita nella baita giù a Piniè, sotto Laggio di Cadore?

― A sì, mi scusi, io lo conosco per Don Carnera. Comunque sono due anni.

― Già, quello picchia duro, da giovane è stato un mediomassimo. Era una promessa nei dilettanti, poi, sa, la vocazione ― commenta finendo lì la frase. Ora parla con gentilezza, permettendo alla salivazione di ridare vita alla mia lingua.

― Non lo sapevo, ― dico, ― comunque la castagna gli è rimasta.

― Non siamo qui per parlare di sport, ― mi abbaia in faccia alzandosi di scatto e sbattendo i pugni sulla scrivania, ― ma per parlare di quello che fa lei e, sopratutto, di quello che non deve fare.

Se fossimo seduti al bar scoppierei a ridere. Il maresciallo parla con un forte accento veneto che trovo buffo, come se togliesse autorità alle sue parole.

― Non so come siete abituati giù in pianura, ma qui non tolleriamo quelli che non rispettano la… privacy.

Ha sillabato l’ultima parola con un leggero ritardo, come se non fosse certo della pronuncia. Mi fissa in attesa di una risposta. Io continuo a navigare al buio.

― Non bevo da più di cinque anni, ― dico dopo un po’, ― da quando mi sono trasferito non ho preso neppure una multa.

― Lei è diventato un artigiano del legno. Un artista?

Il tono è più morbido, ma ironico. Conosco il metodo, probabilmente fanno a tutti lo stesso corso di formazione. Frasi dure seguite da altre amichevoli. Si sentono grandi investigatori e alternano il ruolo del poliziotto buono a quello del cattivo. Roba da telefilm americano. Cerco di rimanere calmo, penso che fa solo il suo mestiere. Ma non è facile, per me, dominare l’ansia.

― Artista proprio non direi, ― balbetto, ― faccio delle statuette. Qualcuno si è lamentato?

― No, non è per quello. Fa molte passeggiate?

― Cerco di mantenermi attivo, mi piace camminare nel bosco, quando non lavoro vado fino in cima al Tudaio.

― Una bella sfacchinata, ci vogliono tre ore solo per salire. Tre volte alla settimana, mi risulta.

― Sì, mi controllate? Non si può?

― Non faccia lo spiritoso. Certo che si può, ma una persona con il suo passato, deve fare attenzione.

― Mi può di dire cosa avrei fatto? — chiedo.

― Abbiamo ricevuto una segnalazione da Carlini Marzia.

― Non so chi sia.

― Non credo.

― No, guardi, io non ne ho idea.

― Magari non la conosce per nome, ma le assicuro che la conosce benissimo. La signorina Carlini è una persona schiva, non ha nessuna voglia di essere importunata da uno come lei. Mi capisce vero? Che intenzioni ha? Vuole beccarsi una denuncia per molestie? Con i suoi precedenti, si prende cinque anni.

― Maresciallo, le giuro…

― Senta Federici, la faccia finita, ― urla mentre torna a sedersi, ― lei può salire su quel monte quante volte le pare, ma non per importunare chi va lì per stare tranquilla e dipingere.

― Allora si chiama Marzia, deve avere dei problemi. Cosa le è successo? È ammalata?

― Questi non sono affari suoi. Lei la deve solo lasciare in pace.

― Maresciallo le giuro che mi sono fermato per guardare il suo quadro, è così strano, non la volevo impaurire.

― A me delle sue spiegazioni non mi frega nulla ― risponde spazientito. ― Non provi a inventare scuse! Cosa crede, che qui in montagna siamo venuti giù con la piena?

― Come scusi? Non capisco.

― L’importante è che abbia recepito quello che non deve fare. Spero di non doverla più cercare, perché la prossima volta non mi limiterò a parlare ― dice sventolandomi in faccia un paio di manette mentre con l’altra mano mi fa segno che me ne posso andare. ― Buon giorno ― aggiunge cattivo.

― Buon giorno ― biascico mentre fuggo da quell’ufficio.

 

 

― Devo verbalizzare? ― domanda l’appuntato.

― Lascia perdere ― risponde Da Rin.

― Cosa ha combinato, me lo può dire?

― Nel dossier c’è scritto che è un alcolizzato, anche se, da quello che ci ha detto, lui si considera un ex… Aveva una moglie e un figlio. Li riempiva di botte. A Milano l’hanno sbattuto dentro dieci volte. La moglie era sempre al pronto soccorso, fino a quando ha deciso di scappare.

― E la denuncia? ― chiede l’appuntato.

― La Carlini si è trasferita a Laggio dopo un aborto causato dal fidanzato. Da Milano mi hanno mandato un dossier dove mancano troppe informazioni. Ci snobbano a noi montanari… La signorina sostiene che Federici la spia e lei ha una gran fifa… Mi sembra comprensibile. Anche se penso che abbia esagerato. Comunque è un bene che stia lontana da quello squilibrato. Non si sa mai. Manda un’informativa alla stazione di Pieve. Chiedi ai colleghi di controllare la baita di Piniè. Solo qualche passaggio un paio di volte alla settimana, così loro fanno qualcosa e lui capisce che lo teniamo d’occhio.

L’appuntato sorride.

― Quelli di Pieve non sanno come far notte ― risponde il maresciallo a quello sguardo ironico. ― Il massimo che gli succede è di arrestare un ubriaco.

 

Salgo in auto in preda a un tremore che non mi consente di infilare la chiave per accendere il motore. Ho male allo stomaco come fossi in mezzo al mare in tempesta. Dopo dieci minuti ritrovo il controllo. Metto in moto e parto sgommando. Sorpassi azzardati, colpi di clacson e accidenti a tutti quelli che incontro. Ho un disperato bisogno di arrivare. Respirare l’aria del bosco, guardare il Tudaio, chiudermi in camera con i miei scoiattoli. Parlo da solo, anzi urlo.

― Marzia. L’iniziale l’avevo indovinata. Che stronza.

Continuo con maledizioni a lei e al maresciallo, fino a quando, alle porte di Calalzo, subito dopo una curva a gomito, sono costretto a una brusca frenata. I lavori per asfaltare la strada hanno creato una fila. Quando c’ero passato, tre ore prima, non c’era nulla. Le auto si muovono lentamente, lascio che si crei un po’ di spazio davanti, prima di ripartire, così posso accelerare al massimo per inchiodare dopo pochi metri. Continuo in quel modo fino a quando la coda si dissolve. Ricomincio i sorpassi e le bestemmie fino a Piniè. A casa, in piedi davanti alla porta, mi aspetta don Carnera. La vista del prete come sempre, mi calma.

― Ti faccio un caffè?

― Sì, grazie, ma dimmi tutto che poi devo scappare.

― Una stupidata, una stronza che si è lamentata perché la guardavo dipingere. Mi ero fermato su un costone sopra di lei. Non credevo se ne fosse accorta.

― Chi ti ha interrogato?

― Un certo maresciallo Da Rin. Quello mi odia. Lo conosci?

― È nato a Laggio, qua lo conosciamo tutti. Comunque fa solo il suo lavoro. Chi è la ragazza?

― Si chiama Marzia.

― Capisco.

― Cosa capisci? ― balbetto. ― Non c’è niente da capire.

― Ha avuto dei problemi, ha perso un figlio. Lasciala perdere.

― Non le ho fatto nulla, che bisogno aveva di chiamare i carabinieri, non poteva dirmi che le davo fastidio?

― È una donna piena di paure. Tu sai che non è facile liberarsi delle proprie ombre. Buono il caffè… Ora devo andare. Ciao Marco.

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Stefano Baldazzi

Stefano Baldazzi vive a Rimini dove è nato il 21 marzo 1952. Ha lavorato 35 anni nel settore agro alimentare come dirigente. Ha ricoperto il ruolo di Direttore Vendite prima in Granarolo Bologna e successivamente in Parmalat. Nel 2011 ha frequentato il corso di scrittura creativa Rablè, per poi continuare nel medesimo gruppo frequentando un laboratorio permanente di letteratura e poesia. Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti e poesie La Rosina del Ponte. Il suo racconto Controcorrente è stato pubblicato nella collana Racconti di nuovi autori contemporanei volume 10 (Pagine 2013). Dopo il successo de Il destino del salmone (WLM 2016) ci propone il nuovo giallo Una cartolina dalla luna (WLM 2018).

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3 recensioni per IL DESTINO DEL SALMONE

  1. wlmedizioni

    Recensione del romanzo IL DESTINO DEL SALMONE di Stefano Baldazzi sunto dal blog Leggo Quando Voglio

    Il destino del salmone è il primo libro pubblicato dell’autore Stefano Baldazzi. Io cerco sempre di non soffermarmi sulla prima impressione che mi dà il libro ma, inevitabilmente, ci sono libri che mi ispirano sin dalla prima riga ed altri che, dalla prima riga, non ho voglia di leggere.

    Questo libro inizia con una lettera (strumento che amo molto se ben inserito nel romanzo come in questo caso), e grazie a lei capiamo diverse cose sul libro; argomento principale, personalità del protagonista e prima impressione riguardo allo stile dell’autore. Questo incipit mi è piaciuto molto, è forte, ti fa entrare subito nella storia, attira la curiosità del lettore che vuole proprio vedere come va avanti.

    Il romanzo, però, sorprende. L’idea iniziale che ci si fa al riguardo è giusta, ma nasconde nuovi elementi che si acquisiscono avanzando con la lettura. Prima su tutte l’atmosfera noir che non si percepisce immediatamente ma cresce di pagina in pagina giungendo ad inserire tutti gli elementi canonici del genere solamente in uno stadio avanzato della lettura. Un noir atipico, insomma, che anche per questo mi è piaciuto molto, essendo fresco e non dandoti la sensazione del “già visto, già letto”.

    Lo stile dell’autore mi è piaciuto molto; è scorrevole ed adatto al genere. Ci fa entrare nel mondo descritto da subito; non siamo spaesati, tutto ci è chiaro.

    La struttura della narrazione è quella che, generalmente, preferisco. Sebbene si comprenda chi è il vero e proprio protagonista della storia, sono presenti capitoli che seguono il punto di vista di diversi personaggi. Mi piace anche che gli eventi passati siano ben raccontati e circoscritti, dando la possibilità al lettore di comprendere bene ciò che è accaduto prima e ciò che, invece, sta succedendo adesso.

    I personaggi sono ben costruiti; ognuno ha la sua personalità ben comprensibile. […]

  2. wlmedizioni

    Recensione di Roberto Bonfanti del romanzo IL DESTINO DEL SALMONE di Stefano Baldazzi sunto dal blog Chiacchiere e distintivo 27 Giugno 2017

    […] Un bel noir, giocato fra i pensieri del protagonista e gli eventi che gli accadono intorno, spesso a sua insaputa; i fili di una trama che si tesse poco a poco, come una rete dove il salmone incontra il suo destino.

  3. wlmedizioni

    Recensione di Sara Bonoldi del romanzo IL DESTINO DEL SALMONE di Stefano Baldazzi sunto dalla rivista culturale Excursus 25 Febbraio 2018

    […] Nel corso della storia però, l’autore non si limita a delineare il costruirsi della relazione tra i due. L’intervento di Don Carnera, l’arroganza del maresciallo, la curiosità di un detective privato, il coinvolgimento di Luca, contribuiranno a rendere imprevedibile la trama ogni volta che si gira la pagina per proseguire con la seguente. Entreranno in gioco gite scolastiche, feste di compleanno, ladri e un omicidio, ingredienti sapientemente mescolati attorno ai quali il protagonista Marco farà proprio come il salmone, risalendo il fiume, seguendo il suo destino.

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