ALTER EGO. PULISCI IL FANGO DALLE ALI

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Romanzo noir. Due destini uniti da una realtà inquietante. Cosa nascondono i loro occhi? Fino a che punto queste due donne sono disposte a essere libere? Un enigma, un’amicizia, amori controversi e molti colpi di scena in questo romanzo misterioso.

EAN: 9788890259623 COD: 637 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Romanzo noir. Due destini uniti da una realtà inquietante. Cosa nascondono i loro occhi? Fino a che punto queste due donne sono disposte a essere libere? Un enigma, un’amicizia, amori controversi e molti colpi di scena in questo romanzo misterioso.

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€ 9,00

Anteprima

La macchina, color blu metallizzato, di Francesco, attraversava la città e questa giornata di sole. Si fermò all’inizio di una strada permettendo ai due occupanti di leggere sull’abitazione ad angolo la targa grigia, ormai consumata, con il nome della via: “Leonardo da Vinci”.

Era una via a senso unico, con macchine parcheggiate su entrambi i lati. Una fila ordinata d’alberi faceva da cornice al passaggio delle auto e da compagnia ai negozi multietnici e artigianali che completavano la sua elegante semplicità.

L’auto proseguì lenta e con andatura indisciplinata, rallentò davanti a un negozio con ampie vetrate ma sembrò non convincerla quindi riaccellerò, mantenendo un ritmo lento e insicuro, probabilmente stava cercando un numero civico, una scritta o un particolare che dava conferma alle ricerche. Rallentò di nuovo.

“Ventidue! Eccolo!” urlò entusiasta Mario dalla sua scomoda postazione di navigatore inesperto.

Si trovava a una distanza troppo ravvicinata per le tenere orecchie di Francesco e con il braccio, con il quale teneva puntato il bersaglio raggiunto, gli offuscava la visuale di guida.

Francesco cercò, con movimenti impacciati della testa, di trovare uno spiraglio che gli permettesse di poter vedere oltre a quel pezzo di camicia che si era improvvisamente inserito fra lui e la strada.

Rassegnato, spostò maldestramente il braccio e frenò bruscamente, provocando un bizzarro movimento dell’autovettura non molto apprezzato dalle macchine a tergo, ormai spazientite dai continui cambi d’umore del veicolo.

“Stai calmo al tuo posto!” il timbro di Francesco era pacato. Difficilmente trovava situazioni in grado di far emergere un lato aggressivo… tra l’altro inesistente.

“Vuoi farmi litigare con tutte le macchine del circondario?! … poi l’ho visto il posto…”

Incredulo anch’egli sulle parole appena pronunciate, cercò con totale indifferenza la targhetta con scritto il numero ventidue ma senza apparente risultato.

Costeggiò lentamente al bordo destro della strada, permettendo alla piccola colonna di macchine, creatasi a causa sua, di poter superare.

“…dove stai guardando?! L’hai già superato!” il tono ironico di Mario sfotteva la fierezza di Francesco. “Cerca un parcheggio invece!”

Il giovane autista, ignorando totalmente le allusioni sarcastiche dell’amico, ripartì con la sua vettura, pronto ad affrontare la seconda insormontabile avventura della giornata …cercare un parcheggio!

La macchina rasentò lentamente le auto parcheggiate, attenta a ogni spazio libero e a tutti gli spostamenti dei veicoli presenti nella via. Da non ignorare il pedinamento delle persone a piedi che potevano avvicinarsi alla propria auto in sosta per spostarla, lasciando uno spazio vuoto e immediatamente rimpiazzabile.

“Guarda là! Sta uscendo una macchina!” il solito entusiasmo di Mario, nel comunicare le conquiste, era intrattenibile.

“Dove?” chiese incredulo Francesco, annaspando con lo sguardo ogni possibile area parcheggiabile, legale o no.

“Là davanti! Dietro al furgoncino! …sta uscendo la macchina blu! …muoviti, se no ce lo rubano!”

“Ce lo rubano?! Mica è nostro …poi non riesci a raggiungere un livello comunicativo adeguato al concepimento umano senza creare disturbi uditivi e psico-convulsivi in chi ti ascolta?”

Francesco si divertiva a canzonare gli impeti di Mario, troppo eccessivi per un carattere razionale come il suo.

Mario assunse un’espressione esterrefatta e snobista nel voltarsi a guardare l’amico.

“Non ho capito niente di quello che hai detto …basta che ti sbrighi a parcheggiare!”

Francesco sorrise divertito all’amico, avvicinò garbato la sua auto alla macchina che stava liberando il parcheggio e aspettò con pazienza di poterne rimpiazzare il posto.

I due amici raggiunsero il numero ventidue, si trovarono di fronte una grande vetrina con un’illuminazione poco invadente. Un faretto, appoggiato a terra nascosto dal bordo della vetrina, illuminava il dipinto astratto, dalle tonalità gialle e arancioni, privo di un apparente significato, appoggiato su un vecchio cavalletto dall’aspetto vissuto. Riempivano gli occhi di colori tutti quegli oggetti, copiati dalla realtà in forma distorta, uniti l’uno all’altro creando un impercettibile filo di continuità.

Un altro faretto, posto nella parte superiore sinistra, dava importanza alla scritta, semplice e curata, sovrastante il quadro: “Mostra dei Talenti”.

“Carino il gioco di parole usato” Francesco si riferiva al titolo della mostra in assonanza al cognome dell’artista che era, per l’appunto, Talenti.

La vetrata, ben pulita, rimandava i riflessi dei due ragazzi. Francesco, l’aspetto esuberante e curato, mai invadente allo sguardo, il viso d’angelo e i corti capelli biondi, gli conferivano quell’aria da bravo e onesto ragazzo …quale in realtà era! Era un trentenne molto gradevole, amava tenersi bene e fare sport, era molto dolce e disponibile. Aveva trascorso gran parte della sua vita ad aiutare gli altri, sia in amicizia sia per lavoro e non si permetteva mai di alzare la voce con nessuno. Mario, d’altro canto, con gli occhiali alla moda posti sul naso, i corti capelli scuri tenuti in piedi da un gran quantitativo di gel e quel suo vestire “esuberante quanto basta per farsi notare”, trasmetteva l’aspetto del ragazzino perenne che non vuole mettere la testa a posto … quale in realtà era! Aveva l’età di Francesco, si erano conosciuti a scuola ed erano rimasti amici per tutti gli anni successivi… a dispetto dell’abissale diversità dei loro caratteri, probabilmente si completavano. Francesco ammirava la spontaneità di Mario (anche se lo derideva per il suo impeto) e a Mario era utile la razionalità di Francesco… che, malgrado la sua apparente serietà, sapeva essere all’occorrenza molto ironico. Mario era molto generoso e un po’ stralunato, a volte timido e in lotta per vincere la sua insicurezza… fortunatamente con buoni risultati che miglioravano col tempo. Se capitava di arrabbiarsi schizzava come un coccodrillo affamato ma poi con la stessa velocità gli passava.

Si soffermarono sulla porta aperta cercando conferma sui biglietti d’invito. Si guardarono titubanti, cercando l’uno l’ennesimo consenso dall’altro, poi si convinsero a entrare.

Si presentò di fronte a loro una piccola sala ben illuminata e decorata saggiamente con semplici manufatti artigianali e mobiletti etnici, disposti con sapiente attenzione in modo da creare complicità con l’arredamento, senza soverchiare l’importanza dei quadri esposti.

Nella parete di fronte una volta di mattoni conduceva alla sala più grande, arredata con la stessa semplicità, nella quale si scorgevano diverse persone in rispettoso silenzio, con un bicchiere o degli stuzzichini in mano.

A destra dell’entrata un gran tavolo antico era utilizzato per appoggiare la cassa, accanto a essa uno stock di libri con copertina gialla che attirarono l’attenzione di Francesco.

Nell’avvicinarsi, per esaminarli meglio, notò una ragazza carina che lo stava osservando. Lunghi e dritti capelli biondi contornavano un viso dolce ma con un profondo sguardo duro. Francesco le sorrise, lei rasserenò lo sguardo come fosse rientrata bruscamente da un sogno, si osservarono un istante poi Francesco proseguì il suo itinerario.

Osservò un libro e ne lesse il titolo: “Le vie dei pensieri”. Lo prese e ne esaminò attentamente la copertina. Era attirato dalle perfette sfumature gialle che confluivano, all’estremo angolo inferiore, in un punto nero, lasciando all’osservatore il privilegio di scegliere se morissero o nascessero da quel punto. Sfiorandola, con le dita, si avvertivano delle sinuose onde in leggero rilievo che davano un senso di gradevole ruvido al tatto.

La sua minuziosa osservazione fu interrotta dall’ingombrante irruenza dell’amico Mario che, tirandolo per un braccio, lo obbligò a seguirlo in direzione di un quadro esposto.

“Guarda qui che spettacolo! Sinceramente non ci capisco niente …ma è stupendo!”

Le osservazioni di Mario erano sempre molto minuziose ed esplicite.

L’amico lo guardò rassegnato, convinto che ormai, per quell’essere cerebroleso, non ci fosse più possibilità di recupero.

“Hai ragione, è molto bello!” l’osservò con più attenzione. “Ma se non ti soffermi all’apparenza delle belle sfumature e osservi i particolari, riesci a coglierne il significato”.

Mario lo guardò allibito. Non riusciva a credere che, dietro a quel groviglio di oggetti e colori, lui riuscisse a trovare un significato logico.

“Non ti metterai a psicanalizzare anche un quadro?” il suo sguardo era pietosamente implorante. “Vero?!”

Il suo tono ironico sembrò svegliare l’amico dal torpore in cui quel quadro l’aveva sommerso.

“Non lo sto psicanalizzando idiota! …voglio solo dire che un artista materializza su tela i suoi pensieri e le sue emozioni… sta poi all’osservatore carpirne il significato”.

Francesco cercò di togliersi dal sentimentalismo nel quale si era messo, troppo profondo per poter interagire con quel materialista con cui stava colloquiando.

“Ma perché parlo con te di queste cose?!”

Francesco era ormai del tutto rassegnato ma l’amico non sembrò cedere.

“Avanti… “mister enigmista dell’anno” dimmi che ci vedi qua dentro!”

Mario sembrò sfidarlo e l’amico non aveva nessuna intenzione di rinunciare alla prova.

Osservò con dovizia ogni particolare e il colore con il quale era marcato. Osservò le nuvole con agglomerati rossi, come se qualcuno avesse macchiato con sofferenza qualcosa ormai irraggiungibile. Osservò i gabbiani, simbolo di libertà ma il colore nero con cui erano state  dipinte le ali ne metteva in risalto l’esatto contrario. Una mano, con il palmo rivolto a chi osserva, era mancante della linea della vita. Il tutto era ben curato e amalgamato in una cornice di petali colorati e tanta luce che sembrava confonderne il vero significato, per mettere in risalto l’apparente bellezza nascondendo la verità.

Mario ascoltava, quasi in preda allo sgomento, i pensieri dell’amico, convinto che dei piccoli marziani si fossero impadroniti della sua mente e abitassero indisturbati in entrambi i lobi del cervello.

“…ma non potrebbe essere … solo un quadro?!”

Francesco, immerso nelle sue estasianti contemplazioni, fu distolto, per l’ennesima volta, dalle obbiezioni troppo materialiste di Mario e si consolarono a vicenda, nel guardarsi con ironica compassione.

C’era una persona che ostentava particolare attenzione ai loro dialoghi, era la ragazza che aveva notato Francesco all’entrata ma nessuno dei due fece caso alla sua leggiadra presenza.

Proseguirono la visione dei quadri. Giunsero alla volta che portava al locale più grande. Al centro, un grande tavolo rotondo, colorava e rallegrala la sala con composizioni di fiori non recisi e frutta. Due portaghiaccio, contenenti spumante, erano in esposizione ai lati opposti del tavolo, circondati da un elegante disegno di bicchieri. Due brocche, con una bevanda colorata, erano poste al centro del tavolo, accompagnate da diversi vassoi di salatini e tartine vegetariane. La musica celtica, molto rilassante, completava perfettamente l’atmosfera.

I due ragazzi continuarono con calma la visione dei quadri, accompagnati dall’interminabile lotta di diversità dei pensieri.

Erano immersi nell’ennesimo scontro di interpretazione quando furono interrotti da una voce amichevole.

“Buongiorno dottor Angeli”.

Francesco, distolto dalle sue ammalianti esposizioni, si voltò a osservare la provenienza del saluto, trovandosi di fronte il sorriso scanzonato di un collega.

“Ciao Claudio” ricambiò il sorriso. “Che ci fai qui?” il tono sorpreso si modificò repentinamente in ironico stupore. “…e da quando t’interessi d’arte?”

L’espressione, di totale meraviglia, era da attribuirsi alla sua consapevolezza di avere di fronte un interlocutore seriamente ignorante in ogni genere di forma artistica.

“Infatti, non m’interessa!” confermò la certezza di Francesco. “Ma ha trovato gli inviti mia moglie prima che io riuscissi a farli sparire e mi ha obbligato a venirci”.

Ne seguirono i sorrisi rassegnati e divertiti dei tre ragazzi.

“Conosci Mario?” si affrettò premuroso Francesco a presentare l’amico.

“Piacere Claudio” prestò attenzione al ragazzo con un sorriso, porgendogli la mano.

Mario ricambiò il sorriso, rispondendo educatamente al saluto.

“Piacere Mario” poi si affrettò a mantenere la parola conquistata. “Anch’io non impazzisco per l’arte ma devo ammettere che questi quadri non sono male… anche se preferirei avere un compagno di commenti meno frivolo!” aggiunse sarcastico, guardando con superba ironia l’amico Francesco che contraccambiò la battuta con una smorfia di disappunto.

“In effetti, devo darti ragione!” confermò Claudio. “Devo ammettere che alcuni sono veramente belli …alcuni sono anche simpatici, guarda quello…”

L’indicazione di Claudio obbligò l’attenzione dei ragazzi verso un quadro appeso sulla parete di fronte, all’esatto opposto della loro posizione, ma non fece in tempo a dare una spiegazione, che il suo interesse fu attratto da un uomo al centro della sala, impegnato nella delicata scelta di uno stuzzichino.

“Oh guarda, il dottor Landi. Lo conosci?”

Francesco osservò attentamente l’uomo indicato da Claudio ma, sfogliando nella memoria delle sue conoscenze lavorative, non ottenne nessun risultato positivo.

“Il nome non mi è nuovo ma mi sembra di non averlo mai conosciuto”.

“Se non vi spiace vado a salutarlo” chiese gentilmente ai due interlocutori, dimenticandosi del tutto della discussione interrotta in precedenza.

Mario e Francesco, non sentendosi minimamente offesi dal gesto e dalla fugace apparizione del nuovo arrivato, lo salutarono con una vigorosa stretta di mano.

Lo sguardo di Francesco rimase intrappolato sul quadro che aveva indicato Claudio. Un dipinto con ricchi giochi di colori e gradazioni vivaci quasi infantili, sembrava un cartone animato. Un fantasioso cagnolino, immerso nella schiuma, era completamente terrorizzato da un buffo ragnetto che faceva il bagno nella sua tinozza e un simpatico e ozioso pappagallino colorato, appollaiato su un sasso, osservava divertito la scena, tutto questo al bordo di una buffa partita di calcio tra tartarughe, dove il portiere osservava immobile l’attaccante avversario tirare il pallone contro il palo e rimbalzargli in testa.

Fece un paio di passi in direzione del nuovo oggetto d’osservazione poi si fermò assorto nei suoi pensieri.

“Ecco ci risiamo!” Mario riusciva sempre a interrompere le sue riflessioni.

“Guarda quello” indicando il quadro che stava attirando la sua attenzione.

“È un fumetto” sminuì Mario.

“Appunto” confermò meravigliato Francesco. “Ti sembra coerente col resto della mostra?”

Interruppe improvvisamente ogni ragionamento. Il suo nuovo punto d’osservazione, al centro della sala, era ottimale per esaminare la globalità dei quadri appesi. Scivolò velocemente lo sguardo da un quadro all’altro, cercando conferma alla sua impressione.

Generalmente un artista impone uno stile personale alle sue creature e inconsciamente continua a mantenerlo ma qui non c’è nessuna logica o affinità tra un quadro e l’altro. A volte cupi, a volte allegri, a volte così complicati da interpretare e a volte così espliciti nella loro semplicità. Un’armonia di differenze.

Francesco fu colpito da un dubbio che tempestivamente comunicò all’amico.

“Ma è lo stesso artista?”

Mario, stranamente, comprese la perplessità di Francesco. Si chinò verso l’angolo inferiore destro di un dipinto per studiarne la firma, di seguito effettuò l’identico procedimento per altri quattro quadri, confermando l’unicità dell’autore.

“È sempre lei” confermò incredulo Mario ma doveva inevitabilmente dare sfogo alla sua vena ironica. “Mi sa che, invece dei suoi quadri, ha bisogno lei di essere psicanalizzata!”

Alla scena, poco distante, assistette la solita misteriosa ragazza apparsa all’ingresso. Le sue braccia conserte delineavano un atteggiamento di chiusura verso tutto ciò che le stava attorno, lo sguardo duro scolpito nel volto impenetrabile, scrutava indisturbato ogni atteggiamento dei ragazzi, che di fatti ignorarono nuovamente la sua vigile presenza.

Mario fu attirato da un volto ritratto in una fotografia posta al centro di un asimmetrico pezzo di legno, dove una sorta di materiale organico, quale foglie secche e frammenti di corteccia sapientemente distribuiti, le facevano da cornice.

Mario si avvicinò a osservare il volto.

“Vuoi dire che la pazza è anche gnocca?”

Si voltò per chiedere conferma all’amico notando, con suo immenso disappunto, che la ragazza della foto era di fianco a Francesco.

I capelli ben pettinati, il vestire grintosamente moderno e deliziosamente provocante, completato da uno sguardo sicuro e misterioso, plasmarono in Mario una sorta di irrefrenabile desiderio di poter sparire da quel posto.

L’espressione impacciata nel fissarla fu così loquace che non lasciò alternativa di pensiero a Francesco, il quale, accorgendosi della palese figura, cercò di togliere l’amico dall’evidente imbarazzo.

“Così è tua la mente che ha creato questi quadri!” sbottonò la prima frase stupida che gli passò per la testa.

“No” ribatté prontamente la ragazza con tono fermo. “La mente malata è mia sorella”.

Francesco, ancora sbilanciato dalla prima figuraccia, preferì evitare la seconda, porgendo la palese domanda di rito, che sicuramente anche la ragazza era stanca di sentire: “ma siete gemelle?!” quindi, cercò velocemente, nella poca razionalità disponibile, una frase abbastanza idonea alla situazione.

“…io la trovo geniale!”

“Per uno psichiatra tutto ciò che è pazzo è geniale”.

La sua prontezza nel rispondere era disarmante, sembrava leggere le battute da un copione che teneva fra le mani.

Francesco sembrò sconcertato da quell’affermazione e la sua espressione lo confermò.

“Come fa a sapere che sono uno psichiatra?”

“Ho fatto io gli inviti” rispose pronta senza scomporsi.

Quello sguardo, fisso su di lui, riuscì a metterlo in visibile imbarazzo. La sua resistenza a guardarlo negli occhi, lo obbligava a cercare altre parole per spezzare quell’impaccio che l’aveva avvolto.

Si voltò verso Mario che, da vero amico, aveva già preso le dovute distanze e ora era impegnato a far finta di guardare un quadro.

Eseguì con rapidità una panoramica della sala, portando particolare attenzione ai visitatori e finalmente trovò qualcosa da dire.

“Sembra che abbia invitato solo dottori!”

“A lei affascinano i pazzi, a me chi li cura”.

Sembrò che nessuna frase o contesto potesse scomporre la sua immagine.

Mario si limitò a osservarli da lontano evidenziando, con latenti e sarcastici sorrisi, la situazione già delicata di Francesco.

“C’è anche tua sorella? …mi piacerebbe conoscerla”.

Sembrò essersi attenuata la tensione iniziale.

“Non è mai presente alle sue mostre”.

“E perché?”

“Non gliene frega assolutamente niente!”

Sembrò quasi infastidita nel parlare della sorella ma la sua immagine non le permetteva di lasciarlo trasparire, almeno più di quanto lei lo autorizzasse.

“Disegna e scrive e non gliene importa assolutamente niente del resto del mondo. Ora scusami ma devo tornare al lavoro” fece una brevissima pausa che non diede spazio a niente. “Arrivederci dottor Angeli” concluse educatamente, concentrando lo sguardo verso gli occhi di Francesco che, ormai assuefatto da quell’espressione dolcemente invadente, non si meravigliò del perché lei sapesse il suo nome ma volle ugualmente indagare.

“Vedo che sai tante cose di me… ma io non so nulla di te”.

“Lo so!”

La sua intrigante sfrontataggine era affascinante.

Non diede spazio ad altri chiarimenti e gli voltò le spalle allontanandosi.

Francesco rimase perplesso e incuriosito nell’osservarla finché la vide scomparire dietro la volta di mattoni.

Mario, in vergognosa umiliazione per la sua vigliaccheria, si riavvicinò a Francesco, il quale si voltò a guardarlo con spregevole ma ironico disappunto, che l’amico, si apprestò velocemente a snobbare con un’irriverente alzata di spalle.

“Non potevo interrompere quest’idillio!”

Francesco rafforzò con lo sguardo il suo disappunto ma non s’impegnò nel rispondergli. Trovava inutile perdere tempo nell’inviare dati positivi all’etereo cervello di Mario.

Continuarono, con rigorosi battibecchi, la visione dei quadri.

“Ne voglio uno da mettere in studio”.

Francesco era estasiato dall’energia che emanavano quei dipinti.

“Bravo, almeno i tuoi pazienti si sentiranno sollevati nel sapere che c’è qualcuno più pazzo di loro”.

Francesco non riuscì a trattenere un sorriso, aveva appena avuto la conferma che la demenza di Mario non aveva confini.

Si diressero nella saletta piccola. Francesco si fermò nuovamente di fronte al primo quadro “analizzato” e si compiacque nel pensarlo di sua proprietà.

Si accostò al tavolo dell’ingresso ma vicino alla cassa non c’era nessuno. Notò la ragazza voltata di schiena impegnata nel sistemare alcuni fogli e non volle disturbarla.

Continuò l’esame del libro che aveva dovuto interrompere a causa dell’intemperanza di Mario. Lo riprese fra le mani, rafforzò nella memoria il titolo rileggendolo poi lo voltò per leggerne il retro. Osservò la foto e i suoi pensieri viaggiarono sui complicati misteri della scienza, riflettendo sulla possibilità che al mondo potessero circolare due persone perfettamente identiche.

Sfogliò il libro e si fermò su una pagina aperta a caso ma non fece in tempo a leggere nemmeno la prima parola.

“Glielo regalo!” la voce della ragazza interruppe bruscamente i suoi viaggi astrali.

Francesco la guardò con curiosità.

“Magari riuscirai a capirla”.

Francesco sembrò aver perso la padronanza della parola. Si accorse che quella ragazza aveva un potere assolutistico e magnetico sulla sua razionalità. Sembrò defraudarlo del coraggio di essere se stesso.

“Ti ringrazio”.

Delle semplici parole …solo per essere educato.

La ragazza prese il libro facendolo scivolare, quasi come una carezza, sulla mano di Francesco. Lo mise in un sacchettino e glielo porse lentamente, fissandolo in modo imperscrutabile.

Francesco respirò profondamente, quasi per voler assimilare una maggiore quantità d’ossigeno che gli permettesse di avere la forza di continuare a stare lì.

Prese il sacchetto, obbligandosi a sostenere lo sguardo, accompagnandolo con un sorriso.

“Vorrei acquistare anche quel quadro” gli comunicò, indicando con la testa il dipinto che lo aveva affascinato.

La ragazza si voltò a scegliere una cartella della misura idonea poi si avvicinò al quadro, lo tolse dalla parete e lo inserì nella custodia.

Francesco non fece nemmeno in tempo a pensare di aiutarla, lei era troppo abituata a quei movimenti per avere incertezze. La osservò appoggiare il dipinto di fianco a lui, tornare alla cassa e far passare nel pos la carta di credito, tutto nella medesima affascinante serietà.

Mario osservò il tutto da opportuna lontananza e con meticolosa discrezione, attento a non farsi notare ma la ragazza, non facendosi cogliere impreparata, lo bruciò con un gesto di saluto e un disarmante sguardo, troppo lungo per l’imbarazzo di Mario che si limitò a farle un ridicolo cenno con la mano.

Francesco la salutò educatamente con una vigorosa stretta di mano che fu contraccambiata con altrettanta energia.

“Come posso conoscere tua sorella?”

Lei si stava già allontanando ma si voltò per rispondergli.

“Se il destino vorrà!”

Per poi continuare impassibile la sua strada.

I due rimasero immobili, inebetiti più che mai, a osservarla allontanarsi. Si guardano, cercando una conferma ai loro pensieri che per una volta erano unisoni poi ancora perplessi uscirono dal locale.

Mario non riuscì a trattenere tutte le valutazioni che la sua mente era in grado di sfornare e cominciò a far girare parole.

Francesco accennò un sorriso facendo finta di ascoltarlo e, soddisfatto del suo acquisto, s’avviò alla macchina.

 

 

Francesco era seduto alla scrivania del suo ufficio in ossessionante contemplazione del quadro appeso di fronte a lui.

Sembrò non stancarsi di scoprire ogni nuovo piccolo particolare raffigurato nel dipinto, concedendosi la presunzione di essere capace di dargli la giusta interpretazione.

Si obbligò a distogliere lo sguardo ma cambiando soggetto e non protagonista. Gli occhi caddero magnetici sul libro di poesie appoggiato, a dispetto della sua attenzione, proprio vicino alla tastiera del computer di fronte a lui. Non poté fare a meno di averlo fra le mani.

Osservò con attenzione la copertina poi aprì il libro. Nella prima pagina, oltre la casa editrice e l’anno di pubblicazione, notò una dicitura che aumentò la sua ammirazione nei confronti della scrittrice “Pubblicato su carta riciclata”. Nacque un lieve sorriso di meraviglia e di approvazione.

Arrivò alla pagina dei ringraziamenti ma la trovò molto vaga e inconcludente “Grazie a chi lo capirà e mi porterà fuori da qui!”

La lesse velocemente senza dargli relativa importanza o, probabilmente, la ignorò non riuscendo a capirla. Giunse alla prima poesia ma chiuse il libro sbuffando il suo malcontento. Si guardò attorno e si rese conto che non aveva voglia di immergersi in frasi, sicuramente eccentriche e confuse, chiuso in quello studio angosciante dove la gente depositava i propri problemi.

Si alzò inebriato, alla decisione di recarsi nel parco a leggere in totale relax. Uscì dall’ufficio, si fermò davanti alla segretaria e chiese conferma sugli orari dei prossimi appuntamenti.

Simona, giovane ragazza solare, dopo aver controllato sul computer, si permise di dare simpaticamente il suo benestare a quell’uscita fuori programma.

“Ok, ti lascio andare. Ma devi promettermi che per le tre ammezza sei di ritorno. …non vorrai perderti l’incontro… volevo dire, l’appuntamento con la signora Greggi?!”

Francesco, orgoglioso dell’efficacia e della simpatia della sua segretaria, glielo dimostrò con un sorriso.

“Ti assicuro che per nulla al mondo perderei un appuntamento con l’incommensurabile signora Greggi”.

Confortato dalla conferma di avere del tempo libero, si diresse verso il parco a pochi minuti dall’ufficio.

Passeggiò tranquillamente tra gli alberi, sui sentieri formatesi dal perseverante passare delle persone, prima di impegnarsi a cercare un posto che ispirasse la sua lettura.

Vide da lontano una panchina, di fianco a un salice piangente, e la puntò tipo cane da caccia, sperando che nessuno, in quei pochi passi che lo dividevano da essa, potesse occupargliela.

Giunse soddisfatto al traguardo, contento di averla fatta in barba a tre bambini che la ammiravano da lontano come futura base giochi. S’accomodò beato su di essa, assaporando la vittoria.

Dopo aver perso qualche secondo in contemplazione del parco, decise che poteva avere inizio la sua bramata lettura. Prese il libro e cominciò a sfogliarlo a random, fermandosi su una pagina a caso.

Lesse col pensiero la prima frase ma confuso dalle parole le ripeté lentamente ad alta voce.

“Aiutami a portare questo dolore, sulla mia vita ci sono i graffi di chi ha paura, nei miei occhi ci sono gli occhi di chi non può urlare”.

Si soffermò a riflettere su ciò che aveva appena letto poi fu distratto da una figura che avanzava verso di lui. Riprese padronanza del suo sguardo, che si era momentaneamente perso nelle sfumature di quelle frasi, dirigendolo verso la persona che gli passava davanti.

Fissò qualche secondo quell’eterea figura, senza riuscire a dire assolutamente nulla, sorpreso da ciò che poteva essere un’apparizione.

Era la ragazza conosciuta alla mostra e rimase positivamente colpito nel rivederla, distruggendo la sua convinzione che non avrebbe più avuto occasione di incontrarla.

“Ciao!” un precipitoso saluto per attirare la sua attenzione e impedirle di sparire nuovamente.

Si accorse che emanava un’energia diversa dall’ultima volta, pensò potesse avere bisogno di aiuto ma non riuscì a chiederle nulla, a parte riemettere un misero “ciao” quando lei si voltò incuriosita. Francesco si rese conto che il silenzio, sceso tra loro, era troppo imbarazzante per entrambi e cercò di riparare il possibile.

“Ci siamo conosciuti alla mostra…”

Lei sorrise timidamente mostrando più l’intenzione di andarsene che di rimanere.

“Vedi…” insistette Francesco mostrando ciò che aveva in mano. “Ho comprato anche il libro di tua sorella” Fu allora che capì. Come un lampo negli occhi gli fu tutto chiaro.

“Ciao” rispose lei timidamente.

Una sola sillaba di quattro misere lettere per capire che non era la stessa persona. Il tono più dolce, i capelli mossi, il vestire più sobrio, lo sguardo più incerto, i movimenti più insicuri… non era lei!

Rimase con la curiosità in gola, nel voler approfondire i suoi sospetti, senza osare chiedere niente. Preferì aspettare un altro movimento o una sua iniziativa per dare una certezza ai suoi dubbi ma quel tempo d’attesa, troppo lungo, diventò insostenibile per la ragazza che indietreggiò dando l’impressione di volersene andare.

“No, aspetta!” si precipitò a fermarla Francesco. “Scusami… è che non pensavo di trovarti qui. È una piacevole sorpresa. Ti prego fermati!”

Il suo tono così dolcemente suadente non poteva passare inosservato.

Lei tornò sui suoi passi e si riavvicinò a lui. Si fermò esattamente tra lui ed il sole, proiettando l’ombra sul suo volto.

Francesco faceva fatica a vederla, contornata da quell’aura lucente che il sole le regalava.

“Francesco” le disse, porgendogli la mano e alzandosi in piedi, sia per educazione, sia perché infastidito da quella luce negli occhi che non gli permetteva di vederle il viso.

“Lidia” rispose lei con un timido sorriso.

Francesco percepiva un’armonia piacevole alla sua presenza. L’ingenuità che emanava era disarmante, l’opposto della sorella.

“È un piacere conoscerti”.

Francesco sapeva che lei non avrebbe preso nessun’iniziativa per instaurare un dialogo, quindi stava a lui l’onere e il piacere di togliere entrambi da quell’increscioso silenzio e inventare qualcosa da dire… e che non fosse eccessivamente fuori luogo.

“Ho un tuo quadro nel mio ufficio” si apprestò a dire.

“Mi fa piacere!”

“È veramente toccante ciò che emana”.

“Ti ringrazio… Spero possa donare a te ciò che ha donato a me nel crearlo”.

La sua voce suonava come una poesia. L’incertezza nello sguardo, così gradevolmente infantile, la presentava platealmente indifesa.

Francesco pensò fosse una creatura adorabile. Al contrario della sorella che si presentava, con la sua arrogante sicurezza, come in cima a una piramide alla quale era vietato avvicinarsi.

“Vuoi sederti?”

La richiesta di Francesco le arrivò come una minaccia, alla quale rispose con un’espressione di timore.

Lui, pur non comprendendone il motivo, avvertì la sua ostilità e cercò di rassicurarla accompagnato da un confortante sorriso.

“Solo per parlare un po’… magari del tuo libro”.

Vedendola ancora un po’ titubante continuò l’opera di convincimento.

“Potresti spiegarmi le cose che non capisco…”

Sembrava essersi tranquillizzata. L’espressione di timore timbrata sul suo viso si trasformò in fiducia e accettò l’invito, probabilmente ammettendo a se stessa che, quella sua esagerata emozione, era stato un falso allarme.

Si sedettero sulla panchina e invece di aprire il libro e leggerne il contenuto, si misero a osservare il parco col suo perpetuo movimento di bimbi e persone che lo animavano.

Commentarono ironicamente una mamma che correva disperata dietro al figlio che si era appena fatto male ma come tutti i bambini, quando c’è da giocare, non sentono nessun dolore. Notarono un vecchietto su una panchina addormentato sul suo bastone e un buffo cane che si divertiva, col suo piccolo padrone, a salire sullo scivolo.

Commentarono la bellezza di quel parco e la serenità che regalava loro.

Pur calando, di tanto in tanto, il silenzio non si avvertiva più la sensazione d’imbarazzo. Erano due amici che guardavano insieme la stessa cosa.

“Ora devo andare” disse con rammarico Lidia, dopo essersi accorta che era trascorsa, senza alcun peso, una quantità di tempo maggiore del previsto.

Francesco rimase palesemente contrariato da quell’affermazione. Era stato bene con lei ed era dispiaciuto di non poter avere altro tempo a disposizione.

Le chiese di fermarsi ancora qualche minuto ma lei insistette nella sua convinzione di andare a casa.

Francesco si offrì gentilmente per accompagnarla ma calò nuovamente, sul volto di Lidia, l’inspiegabile espressione di diffidenza che questa volta Francesco non nascose di osservare.

“Di cosa hai paura?” osò chiederle con tono rassicurante.

Lei ancora più intimorita e infastidita, cercò di ignorare la domanda scappando da lui con lo sguardo, cercò attorno a sé qualcosa che probabilmente non esisteva, sperando che quel suo comportamento desse diritto di retrocessione alla domanda posta.

Il silenzio non convinse Francesco che si fece più sicuro e si propose con intraprendenza ma sempre con la delicatezza dovuta a un elemento fragile.

“Dai… ti accompagno fino alla fine del parco”.

L’affermazione guidata dall’entusiasmo e da un simpatico movimento del corpo, non potevano dare alternativa di scelta alla decisione di Lidia che rasserenò lo sguardo e lo seguì. Si accorse, in quel momento, della sensazione di pace e serenità che le dava la presenza di Francesco, voleva fidarsi di lui ma si obbligò a non crederci troppo.

S’incamminarono nel parco, l’uno accanto all’altra, ognuno con i propri pensieri nella mente.

“Dove abiti?” Francesco si fece sempre più intraprendente.

“Via Fossano” non esitò a rispondere.

“Bellissima zona! È quasi campagna” una brevissima pausa poi continuò il discorso. “Sei qui in macchina?”

“No” scosse la testa. “Non ho la patente.”

“Se non ti spiace ti accompagno io”.

Francesco era in attesa del solito sguardo terrorizzato ma, con sua felice delusione, non arrivò e al suo posto fece capolino un sorriso rassegnato ma non seguito da una conferma verbale.

“Non ero pronto a un sorriso” la derise simpaticamente. “Cos’è? Un sì?”

Scrollò timidamente la testa e lo contrariò.

“Preferisco andare a piedi. Ti ringrazio”.

Francesco cercò nell’aria le parole giuste.

“Ti metto a disagio?”

“Tutto il mondo mi mette a disagio”.

Dichiarò rassegnata a quel ragazzo che sicuramente avrebbe insistito fino a quando lei non avesse ammesso la sua intolleranza alla vita sociale.

Lui continuò a osservarla sperando che quel silenzio l’avrebbe obbligata a continuare il discorso… e così avvenne.

“Preferisco stare da sola! …non ho delusioni e nessuno può farmi del male”.

Era teneramente bambina mentre ammetteva i suoi limiti.

“Non è tutto brutto il mondo”.

Francesco cercò di persuaderla, cosciente che il tentativo sarebbe stato, per il momento, vano.

“Il mondo no… le persone sì!” specificò lei.

Francesco si accorse che lei credeva in ciò che aveva appena detto e non sarebbe stato facile, in quei pochi minuti che li separavano dal commiato, convincerla del contrario.

Cercò di buttarla sull’ironico sperando di riuscire a prendere tempo e magari anche la sua fiducia.

“Io ti sembro brutto?! Non sarò bellissimo ma non sono cattivo! …dai che ti accompagno a casa”.

Espose i fatti con un sorriso così coinvolgente che anche le paure di Lidia non riuscirono a porre resistenza.

Camminarono nel parco diretti verso la macchina continuando le loro osservazioni mistiche sul mondo e i suoi abitanti.

Si trovarono davanti all’auto. Era una macchina elegante e sportiva ma non esageratamente vistosa. Francesco aprì la portiera del lato passeggero invogliando Lidia, con un buffo e antico inchino, ad accomodarsi al suo interno.

Lei osservò la scena divertita e si convinse che quel ragazzo non poteva far parte della schiera di, quelli che lei definiva per semplicità, “cattivi”.

Gli sorrise con ammirazione, guardò il sedile che l’attendeva e si accomodò.

Francesco chiuse con delicatezza la portiera, attento a non spaventarla e correre il rischio di un suo ripensamento. Si accomodò di fianco a lei e partirono.

Arrivarono a destinazione. Era l’ultima casa della via dopo c’era solo il bosco e sembrava che la casa ne fosse inglobata.

Francesco, sceso dal veicolo, si avviò verso gli alberi ad ammirare lo stupendo panorama che gli si presentò.

L’intreccio fiabesco di betulle e i massicci tronchi di castagno interrompevano la loro maestosità, solo per dare rispettosamente spazio allo scivolare lento del piccolo torrente.

I due ragazzi s’inoltrarono tra gli alberi e a ogni passo sentivano sempre più presente lo scorrere dell’acqua.

Francesco chiuse gli occhi per assaporare appieno quell’attimo di sensazioni e di emozioni. L’aria fresca sulla pelle, il rumore dei rami al vento, i suoi passi sulle foglie, l’acqua che sgorgava. Era così palese che in quel posto Lidia avesse l’ispirazione per i suoi quadri.

“È qui che disegni?” glielo chiese talmente convinto che sembrò più una conferma che una domanda.

“No! Disegno in casa”.

Il tono schiettamente ingenuo fece comparire la scritta “The end” ai suoi pensieri riportandolo bruscamente alla realtà e si trovò immerso negli occhi di Lidia, così puri e azzurri.

“Ti ringrazio per avermi accompagnato”.

La guardò rassegnato, pensando che quello era un modo carino per dirgli che era stato gentile ma era giunto il momento di andarsene fuori dalle scatole.

“Posso venire a trovarti?” osò chiedere, consapevole di correre il rischio di superare il confine delle richieste da fare.

“Non so…” esitò lei. “Magari vengo io al parco”.

Non eccessivamente deluso, annuì sollevato dalla sua risposta.

“Ti aspetterò lì”.

Tornarono di nuovo davanti alla macchina.

“Ci vediamo allora” confermò l’arrivederci Francesco, aprendo la portiera.

Lei annuì con un sorriso poi gli interruppe l’entrata in macchina. “Leggerai il mio libro?”

Il tono speranzoso sembrava pretendere più delle parole pronunciate, i suoi occhi parevano chiedere aiuto.

Francesco non riuscì a decifrare quell’insieme di impulsi che Lidia cercava di comunicargli e le rispose senza dare eccessiva importanza.

“Certo”.

Lidia, non convinta della sua reazione, cercò un’attenzione più intensa, evidenziando con lo sguardo e con le parole l’importanza di ciò che gli aveva appena chiesto.

“C’è tutta me stessa lì dentro”.

Lui si voltò a guardarla, questa volta con la responsabilità di aver recepito il messaggio.

“Lo leggerò con attenzione!”

“Ti ringrazio” gli sorrise soddisfatta.

Francesco salì in macchina e guardò l’orologio, le tre e un quarto, era perfettamente in orario per “l’incontro” con la signora Greggi.

Mandò un ultimo sorriso a Lidia, ancora ferma davanti alla macchina, e si allontanò.

Lei rimase a osservare l’auto qualche istante poi si diresse verso la porta di casa.

Prefazione

Vita o Esistenza.

Vivere o esistere.

In questo scritto, dalla forma apparente di un giallo, si cela il confronto fra vita ed esistenza.

La vita, nella sua dimensione di bios, di natura tout-court, è ben rappresentata da Mario, incatenato nella sua orizzontalità e drammaticamente incapace di oltrepassarla.

L’esistenza è l’oltre ricercato, desiderato, bramato da Giulia per Lidia ma fondamentalmente per se stessa.

Il desiderio di esistere e la sua ricerca, da parte di Lidia e di Giulia, già emerge nelle riflessioni di Francesco a riguardo dell’allestimento del vernissage della donna: “Generalmente un artista impone uno stile personale alle sue creature e inconsciamente continua a mantenerlo ma qui non c’è nessuna logica o affinità tra un quadro e l’altro. A volte cupi, a volte allegri, a volte così complicati da interpretare e a volte così espliciti nella loro semplicità. Un’armonia di differenze”.

E l’esistenza, non è un’armonia di differenze?

Quanti sentimenti vibrano in noi se ricerchiamo la verticalità nella nostra vita e con ciò esistiamo?

Quante sfumature possiamo cogliere nei volti di chi è di fronte a noi, se abbiamo il coraggio di guardare oltre noi stessi? E quale tavolozza di colori siamo noi, a noi stessi?

“Sembrava incredibile anche a lei, ma Lidia […] stava bene in compagnia di Francesco, riusciva a esprimere il meglio e il peggio di sé. A volte gentile e fin troppo sensibile e a volte suscettibile e imprevedibilmente isterica. Riusciva a cambiare umore nell’arco di un sorriso e trasformarlo in pianto […]”.

Il desiderio di trascendenza percorre le pagine di questo scritto.

Trascendere è l’andare oltre.

Oltrepassare il velo del non-senso, di una quotidianità ormai priva di pathos e ridotta al mero binomio massificante Produci&Consuma.

Leggiamo ad esempio in una poesia di Lidia: “Tu che leggi, quando mi guardi cosa vedi? Osserva le ombre e dimmelo….pulisci le ali dal fango rimasto e aiutami a volare”.

Fango-Ali/Terra-Cielo, dunque.

 

Il bisogno di sentirsi esistere è fortissimo in Lidia/Giulia, la furia cieca e distruttiva che si impadronisce della donna può essere interpretata come via per affermare la propria esistenza.

Quando manca l’ossigeno il corpo si ribella e la ragione sofferente depone le armi.

Lidia è una presenza, è un pensiero, chissà forse uno spirito, che vive nella mente, nel cuore e nell’anima di Giulia.

La violenza è una strada per affermare la propria presenza nel mondo, strada sicuramente sbagliata, anzi sempre destinata al fallimento, ma percorsa da tanti e non solo da Lidia/Giulia. La cronaca si commenta da sé.

Di violenza si parla dunque, ma di una violenza non solo rivolta all’altro, ma anche indirizzata a sé stessi.

L’autrice infatti insinua in noi il sospetto di un atteggiamento autolesionistico di Lidia/Giulia; facciamo memoria di un pensiero di Francesco: “ […] prevaricò l’immagine di lei, con un taglierino in mano, che si lesionava volontariamente il braccio”.

Anche questo riteniamo possa essere interpretato come segno della volontà di sentirsi esistere e di affermare la propria esistenza.

Giulia questo lo deve a Lidia.

Nella sua mente, nel suo cuore sente di dover ridare esistenza alla sorella scomparsa.

O forse è Lidia che chiede alla sorella l’esistenza. Lidia, presenza viva in Giulia, come pensiero o come spirito; chiusa ma anche protetta in un mondo definito e costruito dalle proprie paure, un mondo in fondo infantile, e proprio per questo bisognoso di esprimersi anche attraverso l’irrazionalità della rabbia.

 

Una sorella che chiede ad un’altra sorella la libertà dai fantasmi del passato.

Ecco il senso di questo libro.

Mi torna alla mente Voci, una poesia di Costantinos Kavafis:

Voci sublimi e benamate

di quelli che sono morti, o di quelli che sono perduti per noi come se fossero morti.

A volte, loro ci parlano in sogno;

a volte, nel pensiero, la mente le sente.

E con loro risuonano, per un momento, gli accenti della prima poesia della nostra vita come una musica che si ode, da lontano, nella notte.

 

Tutta la violenza che trasuda la nostra società è il prezzo da pagare quando si abbandona la via dell’esistenza per il più comodo vivere.

Ora, questo libro non parla di violenza in senso generale ma bensì di quella tensione spasmodica che dilania l’uomo nel tentativo di conoscersi, e in particolare si mette in luce la furia che scaturisce quando il tentativo di conoscersi è frenato da un’imposizione esterna, che al pari di una cappa di piombo cerca di sedare le nostre coscienze.

Lidia è scomparsa, ma è presente nella mente e nel cuore di donna della sorella e cerca l’esistenza, anche attraverso le sue contraddizioni.

Esistenza che è libertà.

Giulia e Lidia si influenzano vicendevolmente, si amalgamano: l’una sfida il mondo con la sua sicurezza e l’altra è fondamentalmente incapace di rapportarsi con l’altro.

In fondo sono la stessa persona.

Infatti Francesco osserva di Giulia: “Aveva il volto corrugato ma non finto aggressivo come Lidia, era lo sguardo sicuro di chi sa cosa vuole da se stessa e dalla vita […] Anche lo stile della camminata era differente. Figura eretta e mento alto di chi sa dove vuole andare e cosa ha lasciato alle spalle”; ma alla fine constata che: “ […] [Giulia] era solo una bimba troppo ingenua per questo mondo, ma ora stava nascendo con tutta la forza che solo un grande dolore può dare”.

Il dolore: tributo da versare per crescere, per conquistare la nostra libertà e con ciò esistere.

Credo che nessuno che desideri ardentemente, come solamente si può desiderare, trascendere l’orizzontalità per volare alto possa pensare di sfuggire al dolore.

Si mette al mondo un figlio con dolore e giungere all’esistenza non può che essere una strada maieutica, come insegna Socrate.

Svolgendosi dà vita ad esistenza noi “partoriamo” un nuovo IO, che nasce anche dal dolore provocato in noi dalle invidie, dalle gelosie, dalla stupidità di coloro che sono privi del coraggio necessario per sfidare un mondo che ci vuole produttori&consumatori ma non liberi pensatori artefici responsabilmente della propria esistenza.

L’energia necessaria a questo “travaglio” è in noi, basta porsi in ascolto della propria interiorità e, parafrasando Aristotele, la potenza si farà atto.

 

Questa tendenza attualizzante può ovviamente essere ostacolata e, come abbiamo più volte ricordato in queste pagine, in Alter-Ego ne possiamo leggere l’esasperazione.

Ricordiamoci però che questo processo può essere completamente eliminato solo a patto di annullare la persona stessa.

La vita non si arrende mai, anche se non può sempre farsi fiore e frutta.

Anche nelle situazioni più estreme, gli uomini conservano l’energia attualizzante in loro e cercano di diventare sé stessi.

Certamente spesso noi uomini sbagliamo, in modo più o meno cosciente, esiste pur sempre il libero arbitrio! L’uomo ha sempre la possibilità di scegliere, ed è sempre degno di fiducia.

È la colomba che finalmente spezza la gabbia dell’orizzontalità e si libra in cielo.

 

Simone De Andreis

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