RICOMINCIO A VIVERE

Prezzo di listino 7,50 incl. IVA

Romanzo lgbt. Racconta il percorso verso la coscienza di sé e l’amore di un giovane come tanti giovani uomini, quando esistevano ancora molti tabù, in una società italiana ostile, allora come oggi.

Descrizione

Romanzo lgbt. All’età di ventinove anni, durante una vacanza al mare, Ivan riscopre la sua realtà omosessuale a lungo nascosta in un angolo del suo inconscio. Incontrando il giovane Marco si apre per Ivan una nuova vita, quella che aveva negato a se stesso nella paura di guardarsi dentro.
Ivan comincia un nuovo percorso di conoscenza di sé e degli altri, di crescita personale, dove viene folgorato all’improvviso dal sorriso di Stefano, del quale si innamora perdutamente.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,00

Pagine

150

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo di formazione, romanzo d'amore, romanzo di genere

Autore

Walter Manzoni

Con Ricomincio a vivere (WLM 2006) si apre per Walter Manzoni un percorso difficile ma affascinante nel mondo della scrittura, dei libri e dell’editoria. Questa crescita personale si fa con gli sbagli, ma si arricchisce con l’incontro di nuovi autori, esordienti e non, e di figure professionali. Ricomincio a vivere nasce come scommessa in un momento in cui il romanzo di genere e certi argomenti tabù sono ancora ricercati. Nei suoi limiti di prova d’esordio, piena di difetti, il romanzo è stato apprezzato da centinaia di lettori. Non sentendosi pronto, Walter Manzoni ha abbandonato l’idea di pubblicare nuovamente qualcosa di suo, per dedicarsi piuttosto alla lettura e alla promozione di testi altrui, nuovi autrici e autori, ricevendo nel tempo apprezzamento per il suo lavoro di editore e ottenendo piccoli risultati.

Anteprima

1

QUELLA PRIMA VACANZA DA SOLO

 

(1) Erano alcuni anni che non faceva più una vera vacanza, da quando sua madre aveva smesso di condurre la famiglia all’annuale appuntamento settembrino con il mare adriatico.

Al contrario dei suoi fratelli e di sua sorella, Ivan non sentiva così impellente l’esigenza di conoscere il mondo. Quell’istinto, chiamato anche umana curiosità, che caratterizza tutti gli esseri umani sin dalla nascita, era in lui come assopito. Mentre sorella e fratelli scorrazzavano tutti i giorni per le strade della città e si concedevano viaggi avventurosi, lui conosceva il mondo attraverso le immagini di film e documentari. Era un modo diverso di appagare la propria curiosità, un modo che lo proteggeva dall’esperienza diretta delle brutture del mondo.

Anche lui sognava di raggiungere quei posti meravigliosi che vedeva in tv.

Ma nel momento in cui doveva decidere dove trascorrere le proprie vacanze si poneva mille ostacoli, che lo convincevano a preferire l’oziare in casa.

Abituato alle comodità non si adattava ad accettare proposte di viaggio, offerte da famigliari ed amici, che comportassero condizioni di vita meno agevoli come, ad esempio, spericolate avventure in tenda. Altri due erano i motivi per cui non era più andato in vacanza. Il primo era che non se l’era mai sentito di andarci da solo. Non gli era mai riuscito, neanche quell’anno, di fare coincidere le sue ferie con quelle dei suoi fratelli o dei suoi amici. Il secondo era di natura economica: i soldi messi via dovevano servire a realizzare il sogno di un posto tutto suo per vivere.

Fratelli e amici sostenevano: “Ogni tanto bisogna cambiare aria! Non basta stare a casa per riprendersi dallo stress del lavoro!”; e ancora: “Cosa metti via tutti quei soldi?! Bisogna anche divertirsi ogni tanto nella vita!”. Pressato dalle critiche, finalmente aveva deciso, prendendo un po’ di coraggio, di andare due settimane al mare. A dire il vero aveva raggiunto un compromesso con se stesso e con sua sorella: una settimana da solo e una con lei. Pur di non rimanere così a lungo solo aveva deciso di farla venire accollandosi lui tutte le spese: sua sorella era già stata in vacanza, una seconda non se la poteva permettere.

Ed ecco, cominciava la prima avventura della sua vita. Partiva con la sua macchina: il primo viaggio lungo alla guida di un’automobile.

Trecentocinquanta chilometri solo d’autostrada lo separavano dall’albergo nel quale aveva scelto di alloggiare. Fino ad ora aveva percorso al massimo quei cinquantacinque chilometri circa che separavano la sua famiglia dai parenti a Milano, per circa cinquanta minuti di viaggio. Il percorso lo aveva già studiato sulla cartina. Tutto, quella mattina, era emozione. Lavato, vestito e nutrito, l’ultimo abbraccio della madre, l’ultima serie di raccomandazioni. Una scenausuale che nelle grandi occasioni si ripeteva tale e quale, ma che quella mattina somigliava per intensità a quando era partito militare. Un’avventura forzata era stata quella volta e sua madre gli era mancata quasi come l’aria.

Il viaggio era lungo come se l’era immaginato. Solo con uno sforzo resisteva dal fermarsi prima della sosta prevista. Con scrupolo, arrivato finalmente nell’area di servizio prescelta, faceva una seconda colazione: un caffè al bar e delle brioche dategli dalla madre. Qualche passo per sgranchirsi le gambe e di nuovo in marcia. Non faceva ancora molto caldo, per fortuna, e tutto sembrava andare secondo i piani: per mezzogiorno sarebbe arrivato a destinazione.

Appena giunto a Bologna si trovava malauguratamente fermo in coda.

Dapprima gli era sembrato che si trattasse solo di un ingorgo nello snodo principale delle arterie autostradali. Ma poi la radio aveva annunciato un incidente proprio sulla direttrice che lui doveva percorrere. Rimasto fermo, o quasi, per un’ora, ripartiva a singhiozzo. A quel punto, stremato anche dalla calura del sole, si fermava per una seconda volta. Ormai rischiava di non arrivare in tempo per il pranzo e ciò lo preoccupava. Dopo un’altra ora e mezza il viaggio era terminato.

L’albergo, in una località pochi chilometri più a sud di Rimini, era elegante ma non eccessivamente costoso, forse grazie al fatto che non stava di fronte alla spiaggia. Era tutto nuovo per Ivan: nuovo l’albergo, nuova la cittadina, nuova la spiaggia. Qualche somiglianza con Rimini e Riccione, dove aveva trascorso la maggior parte delle vacanze nella sua giovinezza, vi era ugualmente e ciò lo rincuorava.

Il primo pomeriggio, dopo il pranzo tardivo, lo trascorse in camera cercando di dormire un poco. La sera, dopo cena, vestito elegantemente, fece la prima esplorazione. I due viali principali, quello su cui si affacciavano i negozi e quello che dava sul mare, erano affollati. Ivan era arrivato in un giorno speciale. Da come sentiva dire dai passanti, ci sarebbero stati i fuochi d’artificio. Era un giorno di festa: quella sera ci sarebbe stata la processione.

Nonostante il mal di testa non fosse ancora scomparso, Ivan decideva di rimanere fra la gente chiassosa ed assistere al festoso avvenimento. Il lancio dei fuochi tardava, cosicché Ivan, incuriosito, si era incamminato verso il porto. In quella direzione la folla era sempre più densa. C’era chi si accontentava di vederli, se pur lontani, appoggiato al muretto che separava il lungomare dalla spiaggia. Altri si avventuravano faticosamente attraverso gli ingorghi causati da coloro che avevano deciso di non proseguire o di rimanere vicino al proprio albergo. In ogni locale, in direzione del porto e del centro

della cittadina, suonavano della musica.

Giunto sul molo del porto canale, Ivan guardava contento la partenza della processione che accompagnava la statua della Madonna in mare, dove i pescatori e i rappresentanti della cittadina la ringraziavano per la sua protezione.

Dopo che tutte le barche e le piccole navi colme di turisti avevano raggiunto il largo cominciavano a zampillare i fuochi pirotecnici, con i loro colori e i loro botti. Seppur frastornato, Ivan era felice per questa sorpresa, che il suo animo interpretava come un fantastico benvenuto.

 

(2) Il giorno dopo cominciò con un’abbuffata al ricco banco della colazione.

Finalmente Ivan raggiunse il sole e la spiaggia. Pagata la sedia a sdraio per la giornata, si svestì e si accomodò. La maggior parte delle sdraio e degli ombrelloni erano già riservati, soprattutto quelli vicino al mare dove non vi era più posto. Ivan non era poi così dispiaciuto perché in cambio aveva ottenuto un posto tranquillo: senza chiassosi bambini nelle vicinanze.

Messa la crema protettiva per il sole, tirato fuori un piccolo libro dalla sacca, acquistato per l’occasione, cominciava a leggere.

Dopo le undici di mattina, stanco della lettura e accaldato, Ivan decideva che era giunto il momento adatto per fare visita al mare e rinfrescarsi. Percorso il camminamento che attraversava lo stabilimento balneare fino al limite delle sdraio, ecco il mare nel suo splendore. Ancora una decina di metri di sabbia lo separavano dall’acqua. Il mare era una distesa calma e piatta anche al di là degli scogli artificiali, posti forse come rimedio all’invasione delle alghe che si era verificata alcuni anni prima. Lo spazio tra gli scogli e la spiaggia brulicava di bagnanti di tutte le età tra i quali, i più divertiti, erano i numerosi

bambini. Ivan entrava in acqua bagnandosi dapprima solo i piedi. L’acqua non era molto limpida come in certi altri luoghi di cui si affermava che vi fosse il più bel mare. Ma ciò era anche dovuto al fatto che lì la sabbia era di un tipo finissimo e si mischiava facilmente all’acqua, quando camminando si smuoveva il fondale. Nel contempo osservava l’ambiente tutto in torno: il mare, alcune barche ormeggiate poco lontano per le gite dei turisti, la lunga

spiaggia che da quel punto sembrava, da entrambi i lati, non avere più fine.

Dietro la spiaggia, in opposizione al mare, vi erano in evidenza gli alberghi e pareva non avessero quasi termine. Preso nota del numero del suo stabilimento, come riferimento per poter tornare dalle sue cose, Ivan si voltava verso il mare. Camminava piano in direzione di un punto dove c’era posto e profondità per nuotare. Quando l’acqua gli arrivò alla vita, vi si gettò scomparendo in essa. Riemerso e ripresa la stazione eretta, la sensazione di freddo che prima lo aveva accompagnato era scomparsa.

Ivan purtroppo non era mai stato un grande amico dell’acqua. Non sapeva rimanere a galla: un terrore inconscio non glielo permetteva. Nonostante ciò, si era sforzato di imparare a nuotare frequentando un corso presso la palestra dove andava, che aveva anche la piscina. Non erano stati grandi i risultati

raggiunti, ma ora Ivan si divertiva ad applicarli in mare, a dieci metri dagli scogli dove l’acqua gli arrivava al massimo al mento. Era un piacevole gioco nuotare nell’acqua del mare. Ivan era sereno e rassicurato dal fatto che gli scogli segnassero un limite più preciso e costante tra la parte dove si toccava e quella dove il fondale cominciava ad inabissarsi.

Ad Ivan era capitato, una decina d’anni prima, nuotando, di trovarsi improvvisamente sopra ad un punto nel quale il fondale scompariva in un blu intenso. La burrasca del giorno prima aveva avvicinato questo luogo alla costa. Anche la maggior vicinanza dei pescherecci, pur lontani da lui, aveva fatto comprendere ad Ivan l’elevata profondità dell’acqua dove, già poco prima, gli era sembrato che non potesse più toccare il fondo. Era scappato affannosamente verso la riva, spaventato come non mai, mettendo pure in allerta un bagnino che lo stava osservando un po’ di lontano.

La nuotata era stata piacevole e rinfrescante. Era rimasto in acqua quasi mezz’ora, adesso sentiva il bisogno di farsi scaldare di nuovo dal sole. Uscito dall’acqua, ripreso l’orientamento, era tornato lentamente verso la sua sdraio.

Dopo che i raggi solari lo avevano un poco asciugato, il fastidio del sale gli aveva suggerito di fare una doccia, di quelle che lo stabilimento offriva ai suoi clienti. Poi, messa la crema, decideva di riposare un poco prima del pranzo.

Durante tutti questi momenti si era accorto di essere oggetto di strani sguardi.

Molti dei vicini si erano soffermati a guardarlo per un tempo breve ma stranamente lungo. Non poteva più essere la curiosità per il nuovo arrivato, visto che ormai era lì da tutta la mattina. Ivan inizialmente si era sentito in imbarazzo: non aveva capito il perché di queste attenzioni. Non gli era mai accaduto prima di riceverne, ma poi ne era rimasto lusingato: aveva compreso che i suoi sforzi per migliorarsi stavano dando dei buoni frutti. Ormai non era più così terribilmente magro come fino ad alcuni anni prima. Ma non era più neanche un ragazzino e gli sguardi della gente erano ormai privi dell’innocenza riservata ai minorenni.

Il pomeriggio lo trascorse di nuovo a prendere il sole ed anche passeggiando lungo la spiaggia in esplorazione. Ricordava ancora le camminate fatte con il padre e i fratelli, lungo la riva in cerca di conchiglie, mentre la madre li aspettava sotto l’ombrellone, quand’era piccino piccino. Gli veniva spontaneo anche ora gettare un’occhiata sul bagnasciuga in loro ricerca. Che avventura quando, alzatisi all’alba, col papà avevano assistito con meraviglia al fenomeno della bassa marea!

 

(3) Purtroppo il periodo scelto per la vacanza non era il più adatto per trovare la compagnia di persone giovani: infatti era il momento delle famiglie e degli anziani. Nonostante sia gli alberghi sia le spiagge e le strade fossero ancora abbastanza affollati, la popolazione di giovani, tra la quale trovare dei nuovi

amici o una ragazza per una tanto sospirata avventura, era di una percentuale bassissima. Aveva camminato a lungo sulla spiaggia o la sera lungo i viali ma, in quei primi giorni, non aveva trovato nessuno con cui comunicare e soprattutto, tra i pochi giovani, nessuno interessato a comunicare con lui.

Erano dei bei giorni di sole e lui faceva tutto il possibile per sfruttare al meglio il suo investimento su se stesso: tintarella, bagni nel mare e in piscina, body building nella piccola palestra dell’albergo, per non perdere i risultati ottenuti con tanto impegno nella palestra vicino casa sua, sauna e bagno turco

offerti dall’albergo senza sovrapprezzo. Aveva tentato anche di divertirsi in qualcuna delle numerose discoteche della zona, ma erano quasi deserte. I pochi frequentatori erano prevalentemente minorenni e, poiché lui aveva passato i 29 anni, li sentiva inadatti a qualsiasi tipo di contatto.

Il viso di chi era ancora inesperto della vita, un corpo muscoloso ma ancora magro come se avesse lasciato da poco l’adolescenza: difficilmente qualcuno avrebbe attribuito ad Ivan più di 22 anni. Ma anche a quell’età egli non avrebbe potuto trovarsi perfettamente a suo agio in mezzo a tanti ragazzini.

La musica non era più quella che aveva ballato quando, anni prima, per un periodo aveva frequentato le discoteche lombarde. I ritmi della musica erano più incalzanti, ma lui, deciso a non farsi travolgere dalla delusione, si sforzava di ballare ugualmente e di integrarsi al divertimento generale almeno in questo.

L’unico contatto che aveva con il mondo, in quei primi giorni, erano muti sguardi di simpatia e di apprezzamento per il suo corpo e la sua eleganza nel vestire, che riceveva in spiaggia e in albergo.

Un giorno si accorgeva per caso che nel suo albergo c’erano altri due giovani, due ragazzi che pranzavano ad un tavolo un po’ nascosto alle sue spalle.

Finalmente, forse qualcuno con cui fare amicizia. Ma come avere l’occasione di conoscerli?

All’inizio vi furono solo sguardi di sfuggita da entrambe le parti. E lui, nella sua abituale timidezza, non riuscì a fare il primo passo per avvicinarli, nonostante il desiderio di parlare con qualcuno.

La prima occasione si presentò nella sauna dell’albergo, dove uno dei due lo raggiunse assieme ad altre persone. All’interno si sviluppò subito una conversazione, favorita dalla vicinanza delle persone. Argomenti principali: uno scambio d’opinioni su come va fatta, a cosa serve, la sauna; la provenienza di tutte le persone che vi erano entrate. Per reazione al calore della sauna, essendo la doccia non sufficientemente fredda, a qualcuno venne in mente un tuffo in piscina. Approvato all’unanimità, fu subito divertimento.

Fu così che in maniera indiretta lui riuscì ad ottenere il contatto desiderato e a proporre ai due amici di uscire insieme, quella sera dopo cena.

Ivan sfoggiava i suoi nuovi abiti eleganti; gli altri due vestivano un poco più sportivi. Si presentarono: i due ragazzi si chiamavano Marco e Fabio.

Fu una conversazione di normale banalità, che Ivan sostenne con fatica ed emozione, sempre impacciato nelle situazioni nuove. I tre salirono sull’auto di

Marco e giunsero a Riccione. Cominciata la passeggiata si scambiarono i ricordi che l’atmosfera marittima, allegra, piena di gente, suscitò in ciascuno di loro.

Erano le memorie dell’infanzia al mare: che strano per Ivan rivedere, passando, quei luoghi così uguali al passato ma nel contempo diversi; com’era differente attraversarli senza sua madre! Gioia ma anche un po’ di malinconia, queste le emozioni che lo avevano colpito. Aveva rivisto la strada che veniva su da dove avevano affittato l’appartamento per le vacanze, quella prima volta che erano venuti lì senza ormai più il padre. Aveva riconosciuto i passaggi pedonali che lui, con fratellini e mamma, era solito attraversare per giungere alla spiaggia, il ponte su un piccolo canale, i primi negozi della passeggiata

serale, i posti con le giostre e i videogiochi nei quali qualche sera la madre aveva permesso loro di divertirsi brevemente, le gelaterie dove avevano preso il gelato quelle volte che si erano concessi il lusso di mangiarlo. Era ancora in piedi il vecchio edificio dove, ancor più piccolo, aveva fatto per soli due anni l’esperienza della colonia: si era trovato male e i suoi genitori non l’avevano più mandato.

I negozi erano pieni dello stesso tipo di mercanzia di una volta. Oggetti e vestiari in pelle, nella cui produzione si era specializzata la piccola industria romagnola, si alternavano, nel susseguirsi delle botteghe, a souvenir elaborati dalla composizione di piccole e grandi conchiglie, bigiotteria e piccoli gioielli, articoli da spiaggia, abiti estivi. Mentre i fratelli rimanevano col padre, Ivan aveva accompagnato sua madre per queste strade sin da bambino, in cerca di vestiti o quant’altro avesse potuto servire in casa: settembre era la stagione dei saldi anche al mare. Sua madre preferiva la sua paziente compagnia a quella del marito, spesso un poco burbero quando si trattava di spendere soldi. Tra gli undici e i dodici anni Ivan aveva già raggiunto la statura attuale, sorpassando in altezza la madre e persino il padre, aveva potuto quindi fornirle un valido aiuto nel portare le spese. Ivan aveva trovato questa attività un piacevole e interessante diversivo.

Dopo un poco di su e giù per i viali principali, si fermarono in viale Ceccarini a prendere un drink sulla terrazza di un bar. Cominciò a piovere, ma i tre, per niente scoraggiati, si ripararono un poco, bevvero e parlarono del più e del meno.

Tutto bene: la conversazione era piacevole, Marco e Fabio sembravano dei tranquilli e bravi ragazzi, che lavoravano e si divertivano come tutti gli altri.

Ad un certo punto si aprì un argomento che provocò ad Ivan imbarazzo.

“Come mai sei qui da solo?… La tua ragazza ti ha piantato?” Gli chiese Marco, e Ivan, che non era abituato a raccontar frottole, per la confidenza che si era creata con i due interlocutori, ammise di non avere la ragazza.

“Come mai un ragazzo attraente come te non ha la ragazza?”

“Lavoro molto in questo periodo: non ho molte occasioni di uscire e quando esco non trovo mai una persona che mi piace veramente.”

“Secondo me, se esci di più, la troverai una ragazza che ti vada bene.”

Commentò Fabio.

“Forse…sono troppo esigente: mi piacciono quelle belle, alte e un poco formose. Così non se ne trovano facilmente… quelle che mi presentano i miei amici sono carine, simpatiche ma non mi suscitano alcuna emozione.” “Se le idealizzi così, non ne troverai mai una!”

“Se ti sforzi di conoscerne una, vedrai che poi, col tempo, te la fai andare bene lo stesso.” Aggiunse Marco.

“Non so. Sono molto timido. Ho paura che non combinerei nulla anche se ne trovassi una che mi piace.”

“Non capisco. Ma da quanto tempo é che non hai più la ragazza? C’è di mezzo per caso una storia finita male?” Domandò allora Marco. “Sì e no…Da bambino ho avuto una storiella di uno o due mesi con una bambina che abitava vicino a me e frequentava la mia classe a scuola. Ho avuto una forte

delusione.” Spiegò Ivan. “E poi?”

Incalzò Fabio. “E…..fino ad ora….più niente.” Ammise Ivan imbarazzato.

“Dovresti sforzarti davvero di uscire da quel guscio che ti sei fatto attorno.

Altrimenti ti rovini la vita!” Lo esortò Marco.

“Lo so. Recentemente ci ho pensato. Anche i miei amici cercano di stimolarmi in questo senso. Ma continuo ad avere difficoltà a decidermi ad affrontare la cosa. Penso troppo al lavoro, alla famiglia. Ho fatto già uno sforzo in positivo venendo qua da solo.”

Stanchi di star lì, uscirono dal locale e passeggiarono ancora un poco davanti alle vetrine sfavillanti. Quando ormai la serata volgeva al termine, le strade lentamente si spopolavano e i numerosi negozi a vocazione turistica cominciavano a chiudere, si avviarono a prendere l’automobile.

Fabio non se la sentiva di andare in discoteca con gli altri due, perché diceva di aver sonno, veniva quindi riaccompagnato in albergo.

Successivamente Marco ed Ivan si erano avviati verso la zona che, secondo le informazioni turistiche, conteneva numerosi locali da ballo, per avere più scelta. Questo luogo si trovava sulla collinetta dietro il centro di Riccione, al di là della statale adriatica, vicino al parco di divertimenti acquatico. Le strade

che si arrampicavano e s’intersecavano sulla collina erano poco illuminate. Le indicazioni delle discoteche c’erano, ma quella sera era difficile individuarle perché, come i due giovani avevano capito dopo un po’ d’andirivieni, avendo le luci spente, erano, insomma, tutte chiuse. Entrambi un poco delusi

decidevano di ritornare verso il loro albergo; provare a cercare un posto dove divertirsi in un’altra località avrebbe portato probabilmente allo stesso risultato. In tutti quei momenti passati da soli avevano scambiato ben poche parole.

Nel silenzio e buio di quei luoghi Ivan era tornato con la mente alla conversazione avuta nel bar. Cercava di sforzarsi mentalmente di combattere le sue ritrosie nei confronti delle ragazze; di pensare positivamente ad un rapporto con loro. Era una lotta che volgeva contro di sé, ma c’era ancora qualcosa che non capiva, qualcosa che si ostinava a fargli opposizione.

Sentiva il bisogno di qualche altro aiuto, qualche altro consiglio, sapere ad esempio come accadeva agli altri, quello che sentivano e come si rapportavano alle ragazze.

“Scusami! Volevo chiederti qualche altra cosa. Sai, mi è rimasto impresso quel discorso di prima sulle ragazze. Vorrei farti qualche domanda, se non sono troppo indiscreto.” “Fa’ pure!” Rispose Marco.

“Non riesco a capire che cosa mi ferma. So che tutti quei suggerimenti che mi avete dato sono giusti, ma non riesco a capire come si fa. E’ come se avessi un blocco. Quando incontro delle ragazze…sono lì davanti a me ma, anche se mi piacciono un po’, le sento distanti.”

“Come dicevamo prima, devi sforzarti di vincere questi tuoi complessi, impegnarti ad oltrepassare queste barriere che ti crei.”

“Sì, é vero. Ma non so come mai non ci riesco! E comincio a disperarmi.”

“Non fare così! Si tratta solo di capire un po’ meglio se stessi, i motivi che ti frenano. E poi sei un bel ragazzo. Ti fai troppi problemi. Forse per sbloccarti dovresti provare ad andare con una puttana!”

“Non ci andrei mai! Rispetto troppo le donne per fare una cosa simile. E poi non credo che risolva qualcosa.”

“Neanch’io ci andrei. Scusami se te l’ho detto.”

“Forse la tua esperienza mi può aiutare!”

“Non lo so. Ogni persona è diversa dall’altra. Ognuno deve cercare di capire se stesso e lasciarsi libero di fare quello che sente dentro di sé.” Concluse Marco.

Dopo un po’ di strada, mentre rimuginava sulle cose dette e ridette, che non trovavano ancora uno sbocco, a Ivan venne in mente che non conosceva molto di questi due amici. Egli si era lasciato libero di confidare loro i problemi intimi della sua vita, grazie al clima di simpatia che si era spontaneamente

creato. Ma loro non avevano raccontato che poco o nulla di loro stessi.

Per curiosità e per carpire a Marco altre informazioni utili, gli rivolse una domanda la cui risposta lo sorprese.

“Come mai non sei andato con la tua ragazza al mare?” “Non ce l’ho, la ragazza.” Gli rispose Marco.

“Ah! Da quanto tempo?”

“Tanto.”

“Allora anche tu hai qualche problema?!”

Un turbine di pensieri girava sempre più vorticosamente nella testa di Ivan.

Tutte le sue insormontabili difficoltà con le ragazze, la possibilità che ci fosse qualche motivo importante che gli impedisse di provare qualcosa per loro, i discorsi sul capire sé stessi e vincere le proprie paure e quel ragazzo accanto a lui in macchina che, forse, dei problemi li aveva pure lui: tutto questo insieme di pensieri lo aveva messo in agitazione. E gli riemergevano vecchi dubbi, sospetti mille volte respinti, sogni mille volte cancellati per non essere diverso dagli altri in tante altre cose semplici e quotidiane.

“Sì. Anch’io ho dei problemi.” Confessò Marco.

“Hai avuto un trauma quando hai lasciato la tua ultima ragazza?”

“Non esattamente!”

Passò qualche minuto di silenzio. Ivan cercò il coraggio di domandare a Marco quello che pian piano aveva intuito di lui, durante quei discorsi, per la simpatia che provavano reciprocamente, anche per quello sforzo che cercava di fare in se stesso, di accettare quella realtà che riemergeva ormai chiara.

Tremava. A questo punto aveva un bisogno irrefrenabile di andare sino in fondo.

“Hai dei problemi nel senso che non ti piacciono le donne? ………Insomma! Ti piacciono gli uomini?!”

“Alla fine l’hai capito!”

“Già!”

“Scusami se non te l’ho detto subito. Ma… sai… non volevo rischiare che mi dessi un pugno. Purtroppo c’è ancora molta gente che reagirebbe così incontrando un gay, e tu sei abbastanza muscoloso da sconsigliare un approccio troppo diretto. Poi, non è così evidente che lo possa essere anche tu.

Non sei effeminato.”

“E il tuo amico?”

“Sì, lo è anche lui.”

“State insieme?”

“No. Siamo solo amici.”

Dopo poco erano ormai vicini all’hotel. “A cosa stai pensando?” Gli chiese Marco. “A te e a quello che ci siamo detti. Forse dovrei provare a fare qualcosa con un uomo, se non riesco con le donne……… mi sembra di capire che ti interesso.” “Sì. Tu mi piaci.” Confermò Marco.

“Ti andrebbe di stare con me stanotte? Vorrei provare!”

“Va bene! Se te la senti?!”

In quei minuti Ivan prendeva per mano la sua vita. Mille emozioni si fondevano violentemente nel suo intimo tremore. Mescolata ad esse vi era la paura, non più di quella verità ora ritornata alla luce, ma solo il timore dell’ignoto. Ormai aveva deciso di non tornare più a nascondersi e dirigeva egli stesso i fatti che accadevano.

 

(4) La camera di Ivan era ampia, moderna e abbastanza elegante, con un letto matrimoniale al centro. Ivan era pervaso da un’agitazione interiore che lo costringeva ad andare al bagno, prima di cominciare qualsiasi approccio.

I due si spogliarono separatamente, mantenendo addosso solo gli slip.

Salirono sul letto e si avvicinarono. Ivan fu molto eccitato, ma al tempo stesso impaurito. Marco prese ad abbracciarlo ed accarezzarlo dolcemente, senza né fretta né violenza. Poi lo baciò sulla bocca. E fu questo, che abbatté tutta la paura di Ivan.

Spogliato l’ultimo capo di vestiario che avevano indosso, Ivan indifeso si lasciò carezzare dove non aveva mai concretamente immaginato di essere toccato. Nel contempo scorreva le mani sul corpo dell’amante osservandolo con maraviglia.

Corpi nudi maschili li aveva già veduti nelle docce delle palestre che aveva frequentato a casa. Era stato imbarazzante le prime volte, non perché avesse avuto qualche pensiero strano nei confronti di ciò che normalmente rimaneva celato, ma per il pudore sortogli durante la pubertà e irrigidito dall’educazione impartita dalla madre. In seguito si era abituato al fatto che tra maschi non ci si dovesse nascondere, il pudore non era virile: doveva sorgere solo come forma di rispetto nei confronti della donna. Trovava ridicoli quei giovani che, dopo aver mostrato il loro fisico svestito sotto la doccia, negli spogliatoi si mettevano le mutande nascondendolo sotto l’accappatoio. Non si era mai soffermato ad osservare la virilità di quelle figure se non brevemente, nel fare un confronto fra i suoi muscoli e quelli di chi aveva cominciato a fare pesistica, da più anni di lui. Qualsiasi altra impressione suscitata, dal trovarsi immerso in quel mondo maschile, era rimasta severamente chiusa nel suo subconscio: non aveva voluto ammettere a se stesso che, per il corpo maschile, aveva un interesse particolare.

Un uomo, un ragazzo fra le sue braccia. Cominciò il sesso, un rapporto fatto di dolcezza e di piacere, ma anche di momenti di conversazione. “Sei proprio un bel ragazzo.” Disse Marco. “Davvero?” Chiese Ivan incredulo e sorpreso per il complimento ricevuto. “Si! E hai un bel fisico.”

“Non è che esageri? Nessuno o diciamo nessuna mi ha fatto mai un

complimento del genere.”

“No! Se te lo dico è perché lo penso veramente. Se nessun altro te l’ha detto

finora è perché non gli hai dato la possibilità di farlo.”

“Allora, grazie!…Anche tu mi piaci.”

“Fabio ed Io ti ammiravamo in spiaggia.” “Dove eravate, che in spiaggia non vi ho mai visti?” Domandò Ivan stupito. “Non ci hai visti, perché eravamo in una posizione tale da poterti guardare senza dare alcun sospetto né a te né agli altri.” Spiegò Marco. “Ah!” Esclamò Ivan meravigliato.

“Poi, quando ho visto che andavi in sauna, ho colto l’occasione per avvicinarti. Normalmente non mi piace molto fare la sauna. Ma tu, non ti sei accorto di niente?”

“Assolutamente no! …Non avrei mai pensato che qualcuno avrebbe potuto interessarsi a me.”

“Devi smettere di sottovalutarti! Non è giusto.”

“Credo che tu abbia ragione. Ma per me è ancora un po’ difficile. E’ già troppo bello quello che sta accadendo adesso. Mi sento euforico e liberato!”

“Lo vedo da come sei disinibito: hai fatto spontaneamente quello che io mi sono sentito di fare solo dopo alcuni anni.”

“Non ho pensato neanche per un secondo che ci fosse qualcosa di male.”

“Meglio per te. Ci sono già tanti altri problemi nella vita di un gay. Solo dovresti stare un po’ più attento! Certe cose te le ho lasciate fare solo perché sono sicuro di non avere l’AIDS.”

“Effettivamente, in questi momenti non ci ho proprio pensato all’AIDS.”

“Mi raccomando! Per il futuro tieni ben presente che c’è.”

Quando la notte si fece più intima, Ivan chiese: “Da quanto tempo sei gay?”

“Da qualche anno.” Rispose Marco.

Si sentiva ormai solo lo scrosciare, in lontananza, delle onde del mare che s’infrangevano sulla riva sabbiosa. Erano distesi sul letto, mano nella mano, ma ancora svegli. “I tuoi genitori lo sanno?” Domandò Ivan.

“Si, sono stato io stesso a dirglielo.”

“E come l’hanno presa?”

“Male, non riescono ad accettarlo. Mi hanno mandato dallo psicologo: pensano che sia malato. Ne ho cambiato più d’uno, finché non ho trovato quello che non mi tratta come un malato di mente.”

Non pensavo che al giorno d’oggi la pensassero ancora così, i medici!”

“Se avessi saputo che l’avrebbero presa così, ai miei non l’avrei detto. Ho dovuto litigare persino per farmi passare le telefonate dei miei amici: ogni voce maschile era, per loro, sospetta.”

“Mi dispiace!… Forse non conviene neanche a me dirglielo.”

“Non è detto che per tutti sia così.”

Ivan non perse la sua eccitazione fisica nella quiete della conversazione.

Ripreso il rapporto sessuale, avrebbe voluto d’istinto arrivare al suo culmine.

Ivan aveva una smania incontrollabile di recuperare tutto quello che aveva perso in tutti quei 15 o forse vent’anni in cui era rimasto privo d’amore. Avere qualcuno tra le sue braccia e stare tra le braccia di qualcuno gli dava delle sensazioni incredibili. Una gioia inebriante gli prendeva la testa. Aveva una

voglia continua di giocare e, mentre si avvinghiava all’amante, era travolto dal desiderio di unire completamente i loro corpi.

“Scusami ma preferisco non farlo, anche se hai il preservativo. Normalmente preferisco farlo con una persona che conosco meglio.” Disse Marco. “Del tipo?” Chiese Ivan perplesso.

“Mi è capitato soltanto un paio di volte. La prima volta non fu piacevole. Non ero pronto. Quel ragazzo con cui lo feci se ne infischiò del mio dolore, non volle fermarsi. Fu terribile. La seconda, invece, l’ho fatto con uno di cui ero innamorato. Rimanemmo insieme quattro mesi. Fu tutt’altro.”

“Capisco.”

“Ora sarà meglio che io vada a dormire in camera mia. Sono stanco morto.

Non mi era mai capitato di farlo tutta la notte. Eri proprio affamato!”

“Perché non dormi qua?”

“No, no! Non credo proprio che mi faresti dormire.”

“Forse hai ragione. Allora ciao! Ma, ci vediamo domani?”

“Vorrai dire oggi?!… Va bene: ci vediamo a pranzo.”

“Ok. Ciao!”

Ivan era un po’ deluso per non aver potuto portare il rapporto al culmine. Per nessuna delle due possibilità Marco si era reso disponibile. Ivan capiva le motivazioni psicologiche che spingevano Marco a non avere quel tipo di rapporto e le rispettava. Era stata comunque una notte magnifica.

 

(5) Ivan tentò di dormire, ma sia nel letto, che sulla sdraio in spiaggia sotto il sole, non gli riuscì molto.

Frequentò Marco e Fabio fino alla fine della settimana. Fra i tre si formò un’amicizia, cosicché condivisero tutti i momenti della giornata e della sera, argomentando sul lavoro, sulla famiglia, sugli hobby.

Fabio e Marco descrissero le loro esperienze e quelle dei loro amici ad Ivan, che rimase spesso sbalordito, fattispecie per cose semplici, ovvie. Perché certe situazioni che prima apparivano diverse o inimmaginabili, erano del tutto simili a quelle che accadevano nel mondo eterosessuale.

Una cosa che lo aveva particolarmente colpito e sconcertato era la naturalezza con cui i suoi due compagni di vacanza, facevano apprezzamenti su tutti i ragazzi che incontravano per la strada in ogni occasione. Specialmente durante le passeggiate serali nei viali pieni di negozi, oppure quelle diurne

sulla spiaggia, Marco e Fabio si lasciarono andare, se pur con discrezione, in un diluvio d’osservazioni.

“Hai visto quanto è bello questo! Peccato, ha la ragazza!”, “Guarda quello che begli occhi azzurri”, “E quest’altro! Che bel culo!”, “Che bei pettorali! Avete visto?”, “Carino il ragazzo seduto sul muretto, tutto solo!”, “Quello che ci sta venendo incontro non è di mio gusto! E’ un po’ troppo effemminato.”,

“L’altro, sulla tua destra, ha uno sguardo che non mi attira, ma, col fisico che ha, me lo farei lo stesso.”, “Ragazzi, che ‘pacco’ nasconde sotto i pantaloni.”, e via di seguito a catena. Tutto, ma al maschile, quello che i vecchi amici di Ivan, ed Ivan con loro, avevano pensato e detto delle ragazze: a volte

commento gentile, a volte spinto.

Per il momento veniva difficile ad Ivan avere le stesse emozioni visive che mostravano Marco e Fabio e farne dei commenti da sussurrare agli amici. Le uniche che provava erano per il suo primo ragazzo, la prima persona in assoluto con cui aveva avuto un rapporto sessuale. Ogni sguardo, che proveniva da Marco, suscitava in lui desiderio di un bacio, di una carezza, di una unione.

Non destarono in Ivan grande impressione o paura, i racconti fattigli degli aspetti disinibiti del mondo omosessuale, anche un po’ perversi, tipo i luoghi d’incontro bui all’aperto, o nei night-club gay. Questi ultimi erano locali attrezzati con aree per incontri sessuali liberi, avventurosi, quanto pericolosi, come in quella discoteca che visitarono nel Riminese, un po’ per ballare e un po’ per curiosità. Marco, nonostante vivesse la propria omosessualità da alcuni anni, non era ancora entrato in un posto del genere e ne era rimasto spiacevolmente turbato.

Questo club discoteca anziché stare nelle vicinanze del mare, come i locali turistici, era nascosto nella campagna ed era stato avventuroso trovarlo. Ivan aveva seguito i due amici nell’esplorazione dell’ampio locale notturno. Oltre ad una grande sala da ballo ed alcuni vani minori adibiti allo stesso scopo, forniti di bar, vi era un’area buia che si sviluppava in corridoi e stanze in cui i tre avevano preferito non addentrarsi. Il tutto era immerso in colori cupi e disegnato come per propagandare il sesso e l’omosessualità in forma di trasgressione. Al di fuori vi era un ampio parco con piscina. Mentre Ivan e Fabio ballavano, Marco si era allontanato ed uscendo all’aria fresca si era ritrovato in una specie di girone infernale a cielo aperto. Aveva veduto e intraveduto nel buio comportamenti sessuali di una libertà bieca ai suoi occhi.

Nauseato dalle scene di cui era stato testimone, era poi rientrato e ne aveva fatto, schifato, lo sconcertato racconto.

Tutto ciò cozzava con il clima della vacanza marittima, dove la libertà era nell’allegria: nel sole sulla spiaggia, nel bagno nel mare, nel passeggiare la sera, nel chiasso delle strade affollate di turisti, mangiando un gelato e sognando l’amore romantico.

Al contrario di Marco, Ivan aveva vissuto questa serata senza particolari emozioni negative. Quello che agiva su di lui, proveniva direttamente da Marco. Il mondo esterno scorreva davanti ai suoi occhi senza quasi ch’egli lo vedesse. La sola lettura che ne faceva avveniva attraverso le sue parole.

La seconda notte insieme cominciò ad evidenziarsi un distacco da parte di Marco. Egli evitò i baci calorosi di Ivan. Il pomeriggio successivo decisero insieme a Fabio di visitare una famosa grotta nell’entroterra marchigiano.

Marco e Fabio scherzarono in continuazione fra loro e tentarono di coinvolgere anche Ivan.

Ma Ivan stava male, aveva una strana nausea. Non era un problema dovuto al cibo.

“Hai ancora la nausea come ieri sera?” Chiese Marco irritato. “Sì.” Confermò

Ivan. “Stai rigettando tutto quello che è successo tra noi, vero?!” Lo aggredì ora Marco. “No! Te lo assicuro!” Si difese Ivan.

“No! Lo stai proprio facendo.”

“Non insistere! Non è come pensi tu.”

Non era così che stavano le cose. Ivan non riusciva pienamente a spiegarsi quello che accadeva. Sì, uno sconvolgimento interno dilaniava le sue viscere.

Ma non era il ricordo del sesso che c’era stato fra loro a produrre quest’effetto: non era l’essere stato con un uomo invece che con una donna, anzi tutto ciò era stato piacevole e liberatorio. Non respingeva più l’idea, la realtà, dell’essere omosessuale. Questa accettazione, che era ancora una cosa nuova, gli poneva però innanzi una domanda: come sarebbe stata la sua vita d’ora in poi? La vita di un eterosessuale era disegnata sin dalla nascita: trovata prima o poi la donna giusta, ne sarebbero derivati un matrimonio, dei figli, dei nipoti. Ma lo scenario che lui aveva davanti era oscuro, difficile da immaginare con concretezza.

Questa preoccupazione era il meno. Quello che più violentemente e ignoto sorgeva in lui era un sentimento. Per la prima volta provava qualcosa per qualcuno. Era l’alba dell’amore che metteva in moto in lui insolite, impetuose, ancora incomprensibili emozioni. Ivan, spinto dal sentimento crescente,

sperava che il loro rapporto non si sarebbe concluso come una semplice avventura vacanziera.

La settimana era passata velocemente e per Fabio e Marco era giunta l’ora di partire: la loro vacanza era terminata mentre quella di Ivan proseguiva per un’altra settimana. Salutato Fabio, Marco e Ivan si appartarono per spiegarsi e congedarsi. “Perché non mi hai più voluto baciare?” Domandò Ivan. “Perché la cosa stava diventando troppo seria, e non volevo farti del male.” Chiarì Marco.

“Me ne stai già facendo… credo di essermi innamorato di te.”

“Me ne sono accorto. Per questo mi comporto così. Viviamo troppo lontani l’uno dall’altro. La nostra storia non ha speranze.”

“Io sono disposto a fare lo sforzo di venire da te.”

“Ti capisco. Ma non funzionerebbe. E’ meglio che ci lasciamo qui, adesso, prima che i nostri sentimenti diventino troppo importanti.”

“Credo che tu abbia ragione. Ma non è così facile…”

“Fabio mi sta aspettando. E’ meglio che vada. Stammi bene!” “Ciao.” Lo salutò Ivan.

Tutto era ineluttabilmente finito. Una parte di Ivan lo accettava razionalmente,

ma l’altra era convulsa di emozioni che non volevano avere termine. Quel sentimento nascente e subito troncato, doleva nel suo petto.

Gli occhi trattenevano a stento la voglia di piangere. Ora era nuovamente solo.

 

(6) Il mattino dopo verso mezzogiorno arrivò la sorella; il dolore per il distacco da Marco venne temporaneamente messo da parte. Ivan l’andò a prendere alla stazione. Era partita la mattina presto con il treno turistico che portava i lombardi in villeggiatura in Romagna o più giù nelle Marche. Il treno giunto in riviera fermava in tutte le stazioni, e lì ogni paesino ne aveva una; Rimini, antica città romana divenuta l’odierna capitale italiana del turismo balneare, era attrezzata di una stazione per ognuno dei suoi quartieri che guardavano il mare. Era stato un viaggio lungo ed estenuante per lei: era felice di essere arrivata.

In albergo e in spiaggia qualcuno aveva scambiato la piccola bella sorella per la sua ragazza, perché la loro somiglianza si notava solo con uno sguardo più attento. Che strano essere preso per quello che avrebbe voluto essere, mentre rinnegava ancora se stesso. Ora, quel vestito che aveva tentato di cucirsi

addosso, non lo voleva più, ma pur portandolo male non si sentiva ancora di smetterlo ufficialmente.

Con lei trascorse una settimana spensierata di vacanza, tra bagni di sole, tuffi in piscina, nuotate nel mare. Era stranamente malinconico e taciturno alle volte, ma a sua sorella non ne dava spiegazione: diceva solo di essere un po’ stanco. Lei non insisteva per averne, perché a casa capitava che lo fosse

ugualmente: faceva parte del suo carattere, del suo essere timido e schivo.

La notte era il momento in cui ripensava più spesso alle mani che lo avevano accarezzato, le labbra che lo avevano baciato. E nessuno poteva confortarlo per la perdita di tutto ciò. Era già stata una gran battaglia affrontare se stesso, avrebbe avuto le energie per combattere la sua famiglia se fosse stato

necessario? Non si sentiva pronto a vedere una reazione negativa nel farla partecipe della sua realtà. Anche se di primo istinto avrebbe voluto confidarsi con sua sorella, la persona che per età e vicinanza era la più adatta, vi aveva rinunciato.

Per non pensare troppo, per dare sfogo alla propria nascosta inquietudine ed anche un poco perché era già abbastanza abbronzato e prendere il sole cominciava a dargli noia, aveva organizzato gite pomeridiane o mattutine nell’entroterra. Era stato molto bello visitare il castello e il borgo di Gradara

oppure andare in gita a San Marino ed Urbino, spendendo il tempo a fotografare, scegliere cartoline e acquistare souvenir.

Un altro piacevole diversivo, ma che non comportava una rinuncia al sole e all’acqua, era stato l’andare al parco di divertimenti acquatici a Riccione.

Com’era stato diverso salire di giorno la collina dei divertimenti, così buia e silenziosa quando c’era salito con Marco cercando una discoteca.

L’attrattiva principale era costituita da alti scivoli dove, accompagnata dall’acqua, la gente si lasciava precipitare all’interno di una piscina. Ivan avrebbe volentieri rinunciato a sperimentare questo divertimento: già l’idea di salire le scale, per arrivare sulla piattaforma di lancio, lo aveva impressionato.

Ma la sorella aveva insistito.

Avevano poi scattato delle foto qua e là per ricordare i momenti più buffi di quella giornata.

 

(7) Il sabato sera scelsero di andare a ballare: in quella serata ci sarebbe stato sicuramente qualche locale aperto. Ivan e sua sorella avevano sentito parlare di una discoteca particolarmente bella, grande, speciale e avrebbero voluto svagarsi lì. Questo posto si trovava sulla stessa collina dov’era stato con

Marco ma, al contrario di quella sera trascorsa con lui, la collina era un poco più illuminata. Quando vi giunsero Ivan rimase deluso: tutta quella magnificenza, che le aveva attribuito per la fama che possedeva, dall’esterno del locale non appariva proprio esserci. Ivan aveva riscontrato anche a Rimini,

oltre che lì a Riccione, che i locali famosi in quei giorni di settembre, non erano poi così speciali come gli erano stati descritti. Non capiva perché molti giovani percorressero centinaia di chilometri per venire a divertirsi nei locali romagnoli, anche d’inverno. Non si potevano accontentare delle discoteche

site nella loro provincia, nella loro regione? Forse ci andavano perché era di moda, forse per incontrare gente nuova.

Ivan e la sorella avevano fatto fatica a trovare un posteggio nel già affollato parcheggio sterrato antistante la discoteca. Molte erano le persone in coda all’entrata. Avevano sentito accennare dagli altri ragazzi il costo d’ingresso.

Spaventati l’avevano poi accertato chiedendolo ad uno dei buttafuori. Quel prezzo, esorbitante, lo avrebbe anche pagato, Ivan, per fare piacere alla sorella come già aveva fatto per Marco per entrare nella discoteca gay di Rimini. Ma lei, rimasta scandalizzata, aveva deciso di rinunciare a ballare in un posto così caro.

Presero l’auto e cercarono un altro locale. Ne trovarono uno, esternamente un poco anonimo, scendendo la collina. Ma, decidendo di accontentarsi, avevano fatto inversione di marcia e avevano parcheggiato in salita dove c’era ancora posto, non molto distante dall’ingresso. Entrare lì era costato meno della metà, forse un poco più caro che nelle discoteche frequentate di recente dalla sorella

in Lombardia.

Il locale era piccolo ma piacevolmente affollato: al centro aveva una pista da ballo rettangolare, chiusa da una ringhiera aperta in alcuni punti e da un muretto alto e largo sul quale qualcuno ballava. Ai quattro lati della pista vi erano delle colonne che sostenevano il soffitto e tutt’intorno un corridoio dal

quale si accedeva alle zone con i divani e al bar. L’ambiente aveva quindi un aspetto ricercato; i ragazzi e le ragazze indossavano un casual elegante. Sua sorella non si trovava del tutto a suo agio: la musica non le piaceva molto e l’atmosfera del luogo era un po’ troppo sofisticata, per i suoi gusti di giovane

sportiva, ma tutto sommato era meglio che niente.

Fu lì che per la prima volta Ivan ebbe coscienza di osservare più i ragazzi che le ragazze. Nel suo guardarli notava il loro aspetto generale, il loro sguardo, i loro occhi. Non riusciva ancora a scomporre quelle figure in pettorali, bicipiti, glutei e quant’altro si potesse vedere fuori dei vestiti o intravedere sotto di questi, come facevano regolarmente Marco e Fabio. Non si soffermava a fissare quei giovani uomini non solo per non farsi notare nel farlo, ma anche perché non capiva ancora bene cosa potessero offrirgli, cosa potessero significare nel suo futuro. Poi, il fatto che facilmente si trattasse di giovani

maschi eterosessuali, non lo poteva attrarre particolarmente verso di loro, perché probabilmente intuiva il loro disinteresse nei suoi confronti.

Prima di allora non si era reso conto di avere un interesse maggiore verso i suoi amici e compagni di classe, i coetanei in generale e i ragazzi più vecchi di lui, piuttosto che verso le ragazze del quartiere dove aveva abitato fino a diciotto anni e quelle di dove viveva ora.

Nella sua vita c’erano stati degli amici dei quali aveva idealizzato la figura nella sua memoria. Che questo non era stato motivato solo dal carisma che loro possedevano, all’interno delle varie comunità di cui Ivan con loro aveva fatto parte, la strada e la scuola, ma anche dal fatto che erano belli, non ne aveva avuto chiara coscienza. Non si era reso conto di essere infatuato di loro.

Anche se lo avesse percepito in qualche istante della sua giovinezza, tutto era stato rimosso, nascosto. Per il momento, non gli riaffioravano nitidi ricordi di quello che era accaduto. Che la propria omosessualità fosse stata l’insormontabile ostacolo a provare qualcosa di vero e irrinunciabile verso una donna, lo aveva accettato e capito solo da pochi giorni.

Dopo aver ballato un paio d’ore, stanchi, erano tornati in albergo. Ivan si era rifugiato nel letto fra le uniche immagini vere che gli rimanevano ancora nel cuore, gli occhi caldi d’interesse di Marco, che tutto gli dicevano di più di quelli dei ragazzi nella discoteca. Contemplando quasi incredulo questo

ricordo, sfinito si addormentò.

Ormai la vacanza era terminata. La domenica pomeriggio, dopo aver salutato un’ultima volta velocemente il mare, tornarono a casa . Tutto sommato la villeggiatura era stata piacevole e ricca d’emozioni. Avrebbe voluto che non fosse terminata mai.

(8) All’arrivo si trovò di fronte la realtà semplice e sconsolante del grigiore dei problemi di sempre.

A parte la gioia nel riabbracciare la madre e il piacere nel rientrare in possesso delle proprie cose, della propria stanza, tutto era uguale a prima ch’egli era partito. Solo lui ormai era diverso.

Il lavoro non gli aveva mai dato soddisfazione, ma guadagnava abbastanza da non essere di peso alla famiglia. Alla madre dava quello che bastava per contribuire all’affitto e coprire tutte le altre spese. Il resto dello stipendio serviva a pagare le rate della macchina nuova, la benzina, le uscite non molto

frequenti con gli amici. Qualcosa rimaneva per poter essere messo via.

Dopo poco che fu tornato, provò a telefonare a Marco, ma Marco si fece negare il più delle volte: Ivan ne rimase sconvolto. Questa reazione di Marco non se l’aspettava. Gli sarebbe bastata la sua amicizia, se non poteva avere altro, qualcuno che gli fosse vicino e con cui potesse parlare dei suoi problemi, quelli di cui non poteva parlare con altri. L’unico contatto rimaneva Fabio, ma era poco raggiungibile per telefono.

Era lì, a casa, in famiglia. Ma era, per certi versi, come se fosse solo.

Fu un mese di pianti nascosti, solo con i suoi pensieri. Anche le più flebili speranze, di essere accompagnato nella vita da quella dolce voce che in quel letto lo fece rinascere, scomparvero.

Il ricordo di quei momenti gli bruciava dentro quando, solo nella sua camera, aveva tempo per pensare. Quando invece era in compagnia dei famigliari, dei vecchi amici, o lavorava, tutto sembrava dimenticato. La ragione aveva ripreso possesso di lui; il dolore era svanito. Ma dentro di lui era comunque tutto in movimento. Forze interiori lavoravano alla sua liberazione da quel guscio, ormai spezzato, nel quale si era rinchiuso, finché non aveva conosciuto Marco. Tutte le attività di routine erano permeate di uno strano vigore.

La vita era lì, aperta davanti a lui. Ora sentiva il bisogno irrefrenabile di esprimere quello che dentro di lui poteva offrire a quel qualcuno, indefinito uomo, con cui là fuori, da qualche parte, avrebbe voluto scambiare emozioni d’amore.

 

 

2

UN SIMPATICO ABBORDATORE

 

 

(1) Ivan viveva un momento d’agitazione interiore, che mostrava ovunque, a casa e sul lavoro. Era irrequieto, ma non poteva spiegarne il motivo a nessuno.

Dove trovare qualcuno che fosse come lui e potesse perciò capirlo? Qualche posto in città lo conosceva, ma di quei luoghi si diceva che erano malfamati.

C’era passato già con i suoi amici in macchina, per curiosità e per scherzo, come quando si passava per quelle strade dove c’erano le puttane o i travestiti.

Anche i due ragazzi gay che aveva conosciuto in vacanza al mare, gli avevano sconsigliato di frequentare, specialmente da solo, quei luoghi. Per lui non si trattava più di posti malfamati, per il solo fatto che lì s’incontravano gli omosessuali. Ma erano comunque luoghi alquanto bui, dove non si potevano incontrare le persone a viso aperto, anche perché semi nascoste all’interno delle proprie autovetture. Dove conoscere altri giovani come lui? I posti più frequentati dai giovani in generale erano le discoteche. Cominciò quindi ad andare in discoteca da solo, senza nemmeno i suoi soliti amici. Ne visitò diverse. Ma nei locali da ballo per etero, risultava alla fine evidente che trovare dei gay era alquanto difficile.

Lui, inoltre, non era allenato a riconoscerli. Gli poteva venire il dubbio che qualcuno lo fosse, solo se si mostrava un po’ effeminato. Come gli avevano raccontato i suoi compagni di vacanza, i gay si potevano suddividere in più gruppi.

La categoria degli effeminati, ovvero delle “checche” è solo una parte del mondo omosessuale maschile, la parte più evidente e che viene spesso confusa con la totalità. Il mondo dei ‘diversi’ è in realtà più complesso: si va da quelli più virili di un maschio eterosessuale, a quelli che hanno in loro aspetti femminili, sia fisici che mentali, contrastanti con il loro sesso.

Di locali frequentati da omosessuali, in città, lui non ne conosceva e non immaginava neppure che una città così cattolica e perbenista ne potesse avere.

Le sue solitarie ricerche erano state fino ad ora infruttuose. Ma in che altro modo mettersi in contatto con il mondo a cui ormai sentiva inevitabilmente di appartenere?

Ivan era quasi disperato, i suoi amici gay erano lontani, non lo potevano aiutare. Non lo potevano accompagnare per quella strada che gli appariva oscura e buia, ma che sentiva il bisogno di percorrere, per ritrovare l’amore e la felicità che per brevi attimi aveva conosciuto in vacanza.

Fu così che gli venne l’idea di cercare un giornaletto di annunci in edicola.

Dell’esistenza di una pubblicazione del genere ne sentì parlare brevemente dai suoi due amici. Nonostante ciò si sorprese, quando scoprì nelle edicole, accanto alle tradizionali riviste pornografiche, un settore, più o meno ampio, dedicato alle riviste omosessuali, naturalmente porno pure quelle. Tra esse ne adocchiò una con annunci all’interno. In quel momento essa sembrava rappresentare l’unico punto di contatto con il suo mondo. Dopo aver rimuginato qualche minuto, si era deciso: l’aveva acquistata. Poi l’aveva nascosta. Aveva provato non poco imbarazzo davanti all’edicolante, il quale

invece si era comportato come se si trattasse di una pubblicazione qualsiasi.

L’imbarazzo sarebbe forse stato minore se avesse comprato una rivista porno tradizionale, eterosessuale, sebbene sarebbe stata la prima volta anche in quel caso.

Gli era capitato di sfogliare delle pubblicazioni porno eterosessuali quando era stato militare. I suoi commilitoni gliele avevano sottoposte e lui, per curiosità, non aveva rifiutato di guardarle. Aveva scoperto interessanti le posizioni in cui si poteva svolgere il sesso. Si era trovato però in imbarazzo accorgendosi che, nonostante disapprovasse quelle immagini, non era riuscito a sottrarsi all’eccitazione. Quello che gli dispiaceva era come le donne vi risultavano sfruttate.

Durante il turno di riposo del servizio di guardia, che era chiamato a svolgere di tanto in tanto, spesso verso la fine dell’anno di leva, aveva trovato, assieme alle tradizionali riviste pornografiche, dei giornaletti che riportavano fumetti gay. La presenza e circolazione della pornografia nella palazzina del corpo di guardia era tutto sommato tollerata dagli ufficiali responsabili del servizio; unico obbligo era che il tutto fosse riposto e nascosto dopo il consumo e non apparisse durante le eventuali ispezioni.

Delle immagini omosessuali di quei fumetti porno, Ivan non era rimasto colpito. Si era eccitato un poco, ma quelle raffigurazioni non erano così dirette, non erano foto, non potevano fare riemergere in lui il dubbio sulla sua eventuale omosessualità. Quei disegni erano grotteschi e le storie orripilanti,

perciò lui li rifiutava. Durante il servizio militare gli era capitato di essere preso in giro per la sua timidezza e quando, specialmente all’interno della squadra di lavoro cui apparteneva, lo avevano additato come ‘culattone’ non era mai stato sul serio. Era solo un canzonare l’un l’altro, una specie di gioco a cui lui partecipava facendo la stessa cosa verso gli altri. Nessuno aveva mai inteso dire che lui lo fosse veramente: se anche qualcuno lo avesse pensato non lo aveva espresso, nessuno aveva mai voluto offenderlo, nessuno aveva mai realmente messo in discussione la sua eterosessualità.

La rivista l’aveva portata in casa e nascosta dietro i suoi vecchi libri di studio.

Era un posto tutto suo, sopra al letto, ove teneva tutto lui in ordine e la madre non metteva mai mano. Dopo essere tornato dal lavoro, prima di andare a dormire, quando era più probabile che nessuno lo disturbasse, aveva aperto la rivista.

Aperto il giornaletto per leggere le inserzioni pubblicate in ampie pagine all’interno, non riusciva a sottrarsi dal vedere le immagini di sesso. La curiosità per tutte le posizioni e gli atteggiamenti sessuali mostrati in esso da ragazzi e uomini più o meno ‘palestrati’, spesso anche belli in viso, nasceva così spontanea e naturale da non permettere che qualsiasi ragionamento la inibisse. Mentre sfogliava la rivista, trovava ulteriore spunto per rivivere, anche se solo sognando ad occhi aperti, quei fantastici momenti di sesso che aveva conosciuto in prima persona. Non tutte le fotografie gli piacevano,

specie quelle che mostravano particolarismi, manie, sesso forzato. Quello che lui aveva vissuto era un sesso semplice, ove il suo corpo e quello del suo amante godevano, nell’essere completamente nudi, della massima libertà.

Arrivato verso il fondo della pubblicazione vi erano finalmente gli annunci, che leggeva e rileggeva più volte. Molti erano scabrosi; la maggior parte invitavano ad un rapporto sessuale e a null’altro. Ce n’erano alcuni che parlavano anche d’amicizia ed eventuale relazione. Uno di questi, di un ragazzo che abitava nella stessa provincia e aveva suppergiù la sua stessa età, gli appariva il più simpatico.

A parte le immagini pornografiche, gli annunci, la pubblicità dei sexy shops, non vi era nient’altro nella rivista che parlava del mondo gay. Ivan, dopo qualche giorno, smise di guardare quelle immagini. Lo avevano annoiato e scontentato. Le emozioni fisiche che gli provocavano gli si erano rivelavate, sempre più, artificiali. Ad esse aveva sostituito quelle emozioni che spontanee gli risorgevano dal ricordo dell’avventura vacanziera, molto più dense di significato.

Le inserzioni, tutte prive del cognome e dell’indirizzo di chi le scriveva, si chiudevano con l’indicazione del fermo posta a cui indirizzare la lettera.

Alcune, più selettive, richiedevano l’invio di una fotografia. Quando si trattava di un invito ad un incontro di tipo solo sessuale, il trafiletto era corredato a volte anche di un numero di telefono cellulare.

Ivan era tentato da questo tipo di messaggio, perché il telefono rappresentava il modo più veloce per incontrare presto qualcuno, ma un discorso solo sessuale non gli interessava.

Dopo un po’ di titubanza si decideva a spedire una lettera al fermo posta di quel ragazzo che appariva gentile e gli aveva fatto simpatia.

 

(2) Ivan ripose molte speranze in quella lettera. Passate un paio di settimane arrivò la risposta corredata da un numero di telefono da usare con discrezione.

L’incontro venne fissato. La voce di Enrico, al telefono, era molto simpatica.

Ivan immaginava che alla voce corrispondesse un bel ragazzo.

In centro città, la sera prefissata, Ivan posteggiò l’auto nelle vicinanze del luogo dell’appuntamento e, rimanendovi dentro, aspettò che Enrico arrivasse.

L’attesa, come tutte le attese, fu snervante. Nessuno si arrestò nel punto indicato. Dopo cinque interminabili minuti finalmente arrivò una macchina che si fermò lì, accanto al luogo d’incontro concordato. Qualcuno vi scese ed indugiò sul marciapiede. Era proprio lui? Sembrava di sì. Ivan era subito deluso: Enrico, già da lontano, non risultava essere per niente un ragazzo attraente.

Decise ugualmente di fare uno sforzo per mantenere l’impegno preso, scese dall’auto, si avvicinò. Dopo tutto nella lettera si parlava di amicizia, non era detto che ci dovesse essere per forza qualcosa d’altro.

Si presentarono. Poi Ivan lo accompagnò in un bar dove poter parlare tranquilli, in semi periferia. Scelto un tavolino isolato, dopo aver ordinato cominciarono a raccontarsi le proprie esperienze. Enrico era una persona apparentemente socievole, sportivo, ma la sua vita omosessuale si svolgeva unicamente tramite gli annunci. Non frequentava locali né altri tipi di luoghi gay. Oltre agli incontri furtivi, sembrava non avesse alcun tipo di vita sociale con persone dai suoi stessi interessi sessuali. Le sue serate le passava spesso a guardare, inebetito, i film porno che si era procurato. Questo fu quello che Ivan scoprì andando una sera a casa sua. Quella sera era uscito di casa con spirito d’avventura. Aveva percorso i chilometri che li separavano sotto un terribile acquazzone autunnale. Enrico era venuto a prenderlo al casello autostradale, perché Ivan aveva preferito, per non farlo attendere troppo, non percorrere la strada provinciale. La villetta non era ancora completamente arredata e forse per questo aveva un aspetto poco accogliente. Si erano seduti quasi sdraiati sul lettone in camera, solo per poter stare più comodi davanti al televisore. Enrico aveva mostrato fiero la sua collezione di filmini, parte a tema omosessuale e parte no, perché i primi non erano sempre facili da trovare, e ne aveva caricato una serie nel videoregistratore. Ivan non sapeva cosa dovesse aspettarsi da una serata in compagnia di Enrico. Fuori la pioggia battente e il buio, una strada in collina frequentata da ormai rare autovetture fiancheggiava la casa distante dal paese. Sembrava non rimanesse altro da fare che rimanere lì davanti al video. Ivan curioso aveva accettato di assistere a questa rassegna. Per lui era la prima volta.

In quella stanza regnava il silenzio: i filmati erano senza audio o si poteva ascoltare solo un brusio di frasi pronunciate in inglese; Enrico non diceva una parola. A parte appagare la curiosità di Ivan per come si svolgesse il sesso non sembrava esservi un granché d’intrigante. I protagonisti si spogliavano quasi da subito e senza un perché. Non vi era nulla da interpretare o nessuno che interpretasse un qualcosa, mostrasse una qualche emozione: solo gesti meccanici che filmato dopo filmato non potevano che apparire scontati. Ivan aveva finito per annoiarsi anche perché Enrico non sembrava interessato a commentare ciò che vedevano e neppure a parlare di qualcosa d’altro. Ma ciò che lo stupì fu il fatto che vedere per tutto quel lungo tempo quel genere di cose non avesse stimolato Enrico neppure a tentare con lui un approccio diverso da quello dell’amicizia.

Questa conoscenza fu per Ivan deludente: nulla a che vedere con la vitalità di quei ragazzi più giovani di lui conosciuti al mare.

Una sera, dopo un po’ di tempo che non si vedevano né sentivano, Enrico lo invitò a uscire con lui ed un altro ragazzo, una conoscenza acquisita tramite un precedente annuncio. Ivan era piacevolmente sorpreso. Forse avrebbe conosciuto qualcuno più interessante.

Il luogo dell’appuntamento era in centro città. I due arrivarono a bordo dell’auto di Enrico. Ivan fu invitato a salire e prese posto davanti. Giacomo, l’amico di Enrico, era un ragazzo di soli vent’anni, aveva la testa rasata, non era molto carino con i capelli così corti, ma era molto divertente. Tutto il

tragitto per raggiungere il bar prescelto per trascorrervi la serata, Ivan lo passò ascoltando le storie che Giacomo propinò loro a catena, monopolizzando la conversazione. Era contento e ascoltava con attenzione questo ragazzo così simpatico, anche interessato ad apprendere da lui qualcosa di nuovo su questo mondo da poco scoperto. Arrivati al bar presero posto ad un tavolo al centro della saletta. Ivan cominciò a curiosare nella vita di Giacomo.

I tre si scambiarono qualche confidenza. Solo Enrico non partecipò attivamente agli argomenti riguardanti il mondo gay. Si proseguì passeggiando su e giù per il centro storico della città. Ivan non ricordava di aver trascorso mai un’ora così fredda ed umida in quei luoghi che quasi, per il buio, non riconosceva. Enrico ad un certo punto si dichiarò stanco. La serata sembrava terminata. I tre risalirono sulla macchina e riaccompagnarono Ivan alla sua. Prima di giungere all’auto di Ivan, Giacomo gli strizzò l’occhio. Ivan interpretò questo gesto come un atto di simpatia, ma intuì, non del tutto consciamente, che dietro ad esso c’era qualcosa di più. Poco dopo Giacomo si dichiarò insoddisfatto della conclusione della serata. “Enrico! Sei sicuro di voler andare a casa? Sono solo le undici! Perché non andiamo da qualche altra parte?” “Anch’io non ho una gran voglia di tornare di già a casa!” Dichiarò Ivan.

“No, non me la sento! Sono molto stanco. Domani mi aspetta una giornata faticosa. Non insistete per favore!” Escluse Enrico. “Giacomo! Se vuoi, possiamo andare con la mia auto? Ti riaccompagno io a casa. Tanto abiti anche tu in città. Non è distante da casa mia. Con la circonvallazione ci metto

poco.” Propose Ivan.

“Fantastico! Grazie. E tu Enrico, va pure a casa”.

Dopo che Enrico era stato salutato e ringraziato per la serata e si era allontanato, Giacomo salì sull’auto di Ivan.

“Cosa vogliamo fare?!” Domandò Ivan. “Non lo so!” Rispose Giacomo.

“Quell’occhiolino che mi hai fatto prima, significa quello che io immagino?”

Chiese Ivan incuriosito.

“Sì. Mi piaci.”

“Davvero?”

“Sì! Davvero.”

“Dove andiamo?”

“Conosci qualche posto dove stare da soli?” Domandò Giacomo. “Non ne conosco nessuno, dove appartarci in macchina. So, solo per sentito dire, di alcuni posti vicino alle fabbriche o qualche strada che va in campagna, dove ci vanno le coppie etero. Ma non me la sento molto di andarci.”

“Neanch’io ci sono mai andato fino ad ora.”

“A me è capitato solo in una camera d’albergo.”

“Mi è venuta un’idea! Possiamo andare in un appartamento sotto casa mia.

Mia madre lo sta facendo sistemare per darlo in affitto.”

“Sì, potrebbe andare bene… ma i tuoi non si potrebbero accorgere della nostra presenza?”

“No! Faremo piano. E poi è proprio un posto dove non ci darà fastidio nessuno.”

“Va bene! Allora andiamo.”

I due si avviarono dunque verso la casa di Giacomo.

 

(3) L’abitazione di Giacomo si trovava in una viuzza laterale rispetto ad una delle arterie principali della città. Ivan era passato da quelle parti solo ogni tanto in pullman e più tardi in auto per raggiungere dei negozi, ma non aveva mai notato l’esistenza di quella stradina. Si trattava di un piccolo palazzo in un quartiere di semi periferia dove vecchie fabbriche e piccole case lasciavano man mano posto a nuovi complessi di condomini in un progetto confuso di riqualificazione del territorio cittadino.

Era una situazione nuova e sconvolgente: loro due insieme a pochi metri dai suoi genitori. Il buio e il freddo all’esterno di quella casa, ma anche dentro quell’appartamento al momento sprovvisto di riscaldamento, il silenzio e la paura di far rumore, aumentavano l’eccitazione di quei momenti.

“Aspettami un attimo qui; cerco una coperta o qualcos’altro su cui sdraiarci.” Gli disse Giacomo sottovoce.

La stanza era vuota, dalla finestra entrava uno spiffero d’aria gelida. Ivan era rimasto in attesa, un poco intimorito da quell’ambiente quasi spettrale, di quel giovane che, tutto sommato, si dimostrava premuroso nei suoi confronti.

Portata una specie di coperta, un poco leggera per poterli scaldare, i due cominciarono a spogliarsi aiutandosi fra loro. I brividi del freddo si mescolarono a quelli dell’eccitazione. Finalmente sotto la coperta, baci, abbracci e carezze. Scaldarsi l’un l’altro, scoprire il corpo altrui, con dolcezza.

Come un gioco tra bambini. Ogni tanto qualche rumore esterno, li interrompeva. Un attimo di paura, il timore d’essere scoperti, raggelava Ivan,

ma Giacomo, esperto dei rumori di quella casa, lo rassicurava: nessuno stava scendendo od entrando nell’appartamento.

“L’hai mai preso?” Domandò Giacomo. “Come?” Chiese Ivan non capendo cosa intendesse l’altro. “Voglio dire se hai mai avuto un rapporto completo?”

“No!” Ammise Ivan. “Davvero?” Domandò Giacomo sorpreso, sempre sottovoce. “Sì! Te l’avevo raccontato che è da poco che sono gay?!”

“E’ vero! Adesso ricordo. …Avresti voglia di provare? Anch’io non l’ho mai fatto finora. Ma tu mi piaci molto.”

“Va anche a me di provare.”

“Aspetta, prendo un preservativo… Ti va bene se lo faccio prima io a te e poi lo fai tu a me?”

“Sì! Ok!” Accettò Ivan. Ma il rapporto fu per Ivan molto doloroso e si preferì interromperlo.

“Mi dispiace di averti fatto male; proseguiremo la prossima volta.”

“Va bene. Mi passerà. La prima volta penso che sia sempre così.”

“Adesso tocca a te. Non vedo l’ora.”

Ma Ivan era troppo sconvolto per quello che gli stava accadendo: una serie di fattori gli impedivano di mantenere l’erezione e di svolgere il suo compito.

“Non preoccuparti! Non fa niente. La prossima volta ci riuscirai! Vedrai! …Sta calmo!” Giacomo strinse Ivan fra le braccia e rimasero così finché lui non fu quieto.

Il freddo lì era stato spaventoso. La coperta li aveva protetti a stento dal gelido pavimento. Ogni gesto, ogni movimento aveva creato degli spifferi nella coperta che li avvolgeva. L’aria pungente era entrata e aveva toccato i loro corpi, che non si erano scaldati abbastanza. Ivan era frastornato da tutte quelle

sensazioni spiacevoli che provava: il freddo, il dolore nella zona del rapporto, la paura del ripetersi la perdita della potenza sessuale. Ma Giacomo era stato dolce e comprensivo. I suoi incoraggiamenti gli avevano ridato fiducia in se stesso.

Fu quasi mattina. Il rischio di essere trovati lì e in quelle condizioni si ripresentò nella mente di Giacomo. Sua madre, non trovandolo a letto, avrebbe potuto chiedersi dove fosse. Si rivestirono in un gelo ancor più intenso di quando si spogliarono. Si scambiarono i numeri telefonici e si diedero appuntamento per uno dei giorni successivi, il tutto bisbigliando.

Ivan aveva preso come naturale il fatto che si sarebbero rivisti. Aveva inconsciamente accettato che Giacomo lo conducesse in questa relazione.

Giacomo era diventato il suo ragazzo, il suo primo ‘fidanzato’.

 

(4) Dopo qualche giorno si rividero. Ivan venne a prenderlo sotto casa sua.

Non suonò alla porta, ma aspettò che Giacomo scendesse. Queste furono le istruzioni. Poi andarono in un bar.

Era un locale di cui anche Ivan aveva sentito dire che fosse frequentato da gente come loro. Glielo aveva riferito un suo amico. Questi, una sera molti mesi prima, voleva portarcelo per fare poi assieme un’allegra risata su quello che avrebbero visto, ma l’avevano trovato chiuso. Nessun divertimento. Di quell’episodio Ivan se n’era completamente dimenticato, dell’esistenza di quel posto pure.

Il bar era lungo e stretto, ma nel complesso molto piccolo. I due gestori formavano una coppia gay. C’era una serie di tavolini che arrivava fino in fondo al locale. Si trattava di un luogo a frequentazione mista: così glielo aveva descritto Giacomo. La gente seduta quella sera era però formata prevalentemente da coppie eterosessuali che facevano sembrare il posto un qualunque piccolo bar rionale.

Lì Giacomo fece un gesto sorprendente: con una mano prese una mano di Ivan e la strinse affettuosamente, con l’altra la accarezzò sul dorso. Ivan ne fu inizialmente imbarazzato, ma il fatto che si sapesse che quel luogo fosse frequentato da omosessuali lo tranquillizzò. Del resto fu un qualcosa del tutto normale tra due persone che si vogliono bene: così lasciò fare. Divenne un accarezzarsi vicendevolmente. Dopo un’ora circa tornarono sotto casa di Giacomo, fermandosi una ventina di metri dall’abitazione.

“Non ti posso portare dentro oggi. Hanno quasi finito di mettere in ordine l’appartamento e la ditta di cui ti ho parlato vi traslocherà a giorni. Sto pensando ad un posto alternativo ma per oggi è molto meglio non entrare in casa, c’è in giro mia madre a sistemare le ultime cose.” Spiegò Giacomo, ma non volendo rinunciare a mettergli le mani addosso, prese a baciarlo e a svestirlo parzialmente in macchina.

“Non mi sembra proprio il caso di farlo qui. Ci possono vedere!” Protestò Ivan.

“Non preoccuparti! A quest’ora non c’è in giro nessuno e in questo punto non c’è neanche il lampione. Sta’ calmo!”

Ivan non fu totalmente persuaso. Ma fare qualcosa di proibito fu così eccitante che si arrese alle mani dell’amante. Abbassarono i sedili, per quanto gli schienali fossero reclinabili. I vetri dell’auto si appannarono e divennero complici di quello che accadde. Non successe molto, vista la scomodità

dell’auto, ma la relazione tra i due si consolidò.

 

(5) Il fine settimana successivo Giacomo invitò Ivan a trascorrere la serata nel “nido” che aveva preparato per loro due a casa sua, in soffitta; un vecchio divano provvisto di letto ad una piazza voltato contro il muro, delle lenzuola ed un piumone, niente riscaldamento. I due avevano salito le scale

furtivamente. Per Ivan era sempre una forte emozione, piena d’incognite, entrare in quella casa. Ma Giacomo, più disinvolto, lo rassicurava passo dopo passo.

Si spogliarono in fretta per prendere il meno freddo possibile. E via sotto il piumone avvinghiati l’uno sopra l’altro e viceversa, con l’intenzione prima di tutto di scaldarsi a vicenda. Stettero abbracciati a lungo semplicemente parlando. Poi, passati al sesso, toccò ad Ivan soddisfare le richieste di Giacomo.

Anche Giacomo voleva provare quelle sensazioni date dal ricevere dentro di sé il corpo di un altro. Per Ivan quell’atto rappresentava una prova da superare: la dimostrazione a sé stesso d’essere maschio. Forse era la prova più importante della sua vita. Un velato timore di perdere la propria identità sessuale, in caso di un secondo fallimento, lo affliggeva.

Non era stato così immediato e facile. La paura non lo aveva aiutato a mantenere una rigidità completa, ma dopo le esortazioni calme e incoraggianti del compagno aveva raggiunto lo scopo. Il rapporto dunque era cominciato.

Ivan si sentiva inesperto, ma comunque soddisfatto. Tutti i dubbi e le paure erano passati e il sesso era divenuto un gioco. Non durò a lungo, anche Giacomo accusò dei disturbi da prima volta.

Avevano continuato a stare insieme per qualche altra ora, abbracciati sotto il piumone, quando entrambi si erano resi conto che il mattino era poco lontano.

Era inopportuno tardare ancora il distacco. Si diedero un appuntamento telefonico e Giacomo riaccompagnò Ivan alla porta.

La volta successiva, Giacomo portò Ivan in un altro posto vicino al centro.

L’ambiente era una via di mezzo tra quello di una birreria e un fast food americano. Era un posto che gli era piaciuto e lo voleva far conoscere anche ad Ivan.

Giacomo preso dall’euforia amorosa si era lasciato andare a qualche smanceria: aveva ripetuto anche lì qualche dolce gesto d’amore. Nulla di clamoroso: avevano congiunto le mani e si erano scambiati ogni tanto qualche timida carezza. Ivan si era reso conto che quello poteva non essere il luogo più adatto per simili pubblici gesti, ma non aveva detto nulla.

Ad un certo punto, Giacomo aveva notato che uno dei camerieri li stava guardando male. Irritato, lo aveva riferito ad Ivan il quale, spaventato e imbarazzato per la situazione creatasi, aveva ritratto subito le mani, si era ricomposto, dando involontariamente ragione a chi si era mostrato intollerante nei loro confronti.

Giacomo si era fortunatamente limitato ad indirizzare, al pari di quelli ricevuti, silenziosi e cupi messaggi a quell’individuo. Ivan non si era accorto che qualcuno si fosse indisposto nel vedere le loro mani unite sul tavolo, tanto era stato concentrato nel capire quali emozioni le dolci attenzioni di Giacomo gli suscitassero. Per qualche minuto aveva temuto che Giacomo avrebbe aggredito verbalmente o addirittura fisicamente quel cameriere, tanto erano violente le sue aperte intenzioni.

Erano rimasti nel locale ancora una mezz’ora ed Ivan aveva concesso nuovamente a Giacomo di stringere e accarezzare, se pur per brevi momenti, le sue mani. Giacomo si era calmato, almeno un poco.

Quanto era stato spiacevole e triste imbattersi in un gesto d’intolleranza nei loro confronti!

Che strana sensazione il vedere in Giacomo un atteggiamento protettivo nei suoi confronti! Ivan si sentiva meno solo: c’era qualcuno che si occupava di lui.

 

(6) Per Ivan, avere un ragazzo, era qualcosa d’insolito e piacevole. Lui una ragazza non l’aveva mai avuta, se non quella fidanzatina alle scuole elementari con cui, oltre a fare i compiti insieme, ogni tanto aveva giocato per la strada. Da lei aveva ricevuto il primo bacetto sulla bocca, ma anche la prima delusione d’amore. Questo era ormai un vago ricordo.

Negli anni della pubertà, si era chiuso in se stesso, si era concentrato nello studio, facendo contenti i suoi genitori per la sua diligenza. Prima i compiti, poi il divertimento. I suoi amici gli erano apparsi diversi. Le amiche avevano smesso di giocare con lui, se ne stavano fra loro. Comunicare con il mondo

esterno gli era sembrato sempre più difficile. C’era qualcosa d’indefinito che accadeva dentro di lui, qualcosa che lo faceva sentire differente dagli altri. La sua solitudine aveva aumentato di giorno in giorno le distanze fra lui e il resto del mondo adolescente, privandolo di tutte le esperienze appartenenti a quell’età. Ivan, pur avendo delle amiche in ambito scolastico, non aveva cercato spontaneamente di avere dei rapporti diversi dall’amicizia con il mondo femminile, come avevano fatto i ragazzini che una volta erano stati i suoi compagni di gioco per le strade del quartiere.

La morte del padre, avvenuta poco dopo il suo tredicesimo compleanno, aveva causato la perdita di un importante punto di riferimento nei riguardi del mondo esterno. Anche se il padre non avrebbe potuto forse capire ed accettare quello che stava accadendo ad Ivan, sarebbe stato in ogni caso qualcuno con

cui potersi confrontare durante la crescita, qualcuno che lo avrebbe seguito durante gli studi, come già aveva fatto, qualcuno che lo avrebbe accompagnato nel mondo del lavoro. Se prima la sua era stata una famiglia con dei problemi, come tante altre, quanto patimento aveva dovuto affrontare dopo quella perdita!

Con le scuole superiori fece delle nuove amicizie maschili, dei ragazzi che lo accettarono fra loro nonostante il suo modo d’essere, le sue difficoltà di comunicazione. Ivan ricominciò lentamente a riavvicinarsi al mondo, ad uscire e a parlare. Cominciò a scherzare sulle ragazze con i suoi amici. Non

gli riuscì però di colmare il distacco con il mondo femminile, dal quale non si sentì particolarmente attratto.

Adesso nella sua vita c’era Giacomo. Era contento di questo fatto, ma gli mancava qualcosa. Esprimere tenerezza nei confronti di Giacomo a volte non gli veniva spontaneo, si sforzava di farlo perché pensava giusto ricambiare le sue attenzioni. Ivan non era mai stato innamorato se non forse quei pochi

giorni al mare. L’amore poi non sapeva cosa fosse: era solo un sogno che si avverava nei film o nelle vicende dei suoi amici che si fidanzavano e sposavano. Che cosa si provasse continuava ad essere per lui un mistero.

Una sera, a casa, Ivan subì un vero e proprio interrogatorio da parte della madre e della sorella. Giacomo lo aveva cercato più volte, ma al telefono avevano risposto le due donne, perché lui era fuori casa.

“Chi è questo Giacomo?” Chiese sua madre. “E’ un mio nuovo amico!” Rispose Ivan sorpreso.

“E’ un tuo collega di lavoro?”

“No! E’ un amico di Enrico.”

“Ha la voce di un ragazzino.” Intervenne la sorella di Ivan. “Anche a me ha dato questa impressione!” Confermò sua madre.

“Per forza! Ha vent’anni!” Spiegò loro Ivan.

“Mi sembra un po’ giovane!” Commentò sua sorella.

“Non capisco cosa abbiate in comune tu e un ragazzo così giovane?! Che cosa avrà nella testa uno così?” Domandò sua madre ad Ivan. “E’ solo molto simpatico e divertente.” Giustificò Ivan il fatto che lo frequentasse.

“Faresti meglio a trovarti degli amici della tua età!” Disse infine sua madre prima di tornare in cucina.

Anche Ivan cominciava a pensarla allo stesso modo. Cominciava a credere che questa situazione non potesse andare avanti e non soltanto a causa della giovane età di Giacomo: le differenze fra loro erano anche di tipo culturale.

Ma forse questo era il problema minore. Ciò che li allontanava, in realtà, era molto semplice e più importante di tutto il resto: Ivan si stava rendendo conto di non provare nulla di così profondo per lui e cominciava a giudicare negativamente la prosecuzione della loro relazione. Come poteva avere un futuro una storia senza amore? Come capire quello che fosse giusto fare?

Quale giustificazione addurre per una separazione? E cosa fare senza di lui, che tutto sommato gli riempiva in parte quel vuoto affettivo di lunghi anni?

Tutto era ancora confuso nella mente di Ivan. Non voleva fare del male a quel ragazzo che quasi lo adorava, per questo cercava di nascondergli il disagio che lo angustiava. Ma aveva un bisogno cieco di riprendere la ricerca dell’amore. Doveva andare avanti: la sua vita non doveva fermarsi tra le braccia di Giacomo. Questo era il suo inconscio comandamento.

Un modo per sbloccare la situazione fu l’andare insieme in un posto nuovo.

“Ti ricordi di quel locale, in città, che mi avevi detto di conoscere, quella discoteca gay? Sono molto curioso di vederla!” Propose Ivan.

“Io non ci vado molto spesso. Però, se vuoi, ti ci porto.” Accettò Giacomo.

“Ti va di portarmici sabato? E’ un po’ che non vado più a ballare!”

“Va bene! Andiamo. Io preferirei il venerdì: c’è meno gente.”

“Ma io non posso il venerdì. Lo sai che il sabato mattina lavoro e mi devo alzare molto presto.”

“Va bene. Sabato, allora.”

 

 

 

Prima parte

1

LA DISCOTECA

 

 

(1) Era un po’ di tempo che Ivan pensava di farsi accompagnare in quel locale. Anche se n’avesse conosciuto l’indirizzo non si sarebbe sentito di entrarci da solo: per il fatto d’essere esclusivamente frequentato da uomini, gli appariva ancora misterioso. In un posto simile c’era già stato qualche mese

prima assieme a Marco e Fabio, ma ciò non era sufficiente a farlo sentire tranquillo.

Quel sabato Ivan, come d’abitudine, passò a prendere Giacomo con l’auto.

Quando, con le indicazioni di Giacomo, giunsero nei pressi del locale e posteggiò l’auto, Ivan rimase stupefatto del fatto che quel posto si trovava in semicentro nella sua cattolicissima città. Lì in città si diceva che tutto quello che avveniva era stato da sempre regolato dai preti: il fatto che in città non vi

fossero discoteche o altri locali pubblici del genere che rimane aperto fino a tarda notte, era attribuito alle pressioni del vescovado sull’amministrazione pubblica.

Tutti i luoghi di divertimento erano sorti in provincia, svariati chilometri lontano dalla città. Solo da pochi anni se ne potevano trovare di più vicini; locali notturni a luci rosse, uno forse due verso il limite della provincia, in una zona a vocazione turistica. Era dunque sorprendente trovare un luogo, di quelli che il clero cattolico avrebbe definito come il più peccaminoso di tutti, all’interno della città e addirittura poco lontano dal centro.

Ma la cosa ancor più incredibile fu la scoperta che la discoteca si trovasse così vicino a casa sua: soli tre minuti d’automobile in assenza di traffico.

“Ce l’hai la tessera?” Domandò Giacomo. “Anche qui si entra solo con la tessera?!… Io l’ho fatta in quel locale giù in riviera adriatica, speriamo che sia valida.” Rispose Ivan. “Se é dello stesso tipo della mia, penso di sì.”

“Guarda!”

“Sì! Cambia solo il timbro del locale… Dovrebbe andar bene lo stesso.”

I due suonarono il campanello all’entrata. Subito aprirono. Era un club, come diceva l’insegna sopra il citofono. Nell’atrio un buttafuori visionava le tessere e se tutto era in regola distribuiva ad ognuno una card dove, durante la serata, venivano registrate le consumazioni dei clienti. Si pagava all’uscita.

Salendo una scala giungevano ad un pianerottolo dal quale si poteva scegliere una delle direzioni da prendere per arrivare a due sale differenti. Durante il percorso Ivan notò come tutti coloro che erano fermi sulla scala a chiacchierare si volgevano verso di lui a guardarlo, a scrutarlo. Che fosse perché lui era carino, o bello come gli avevano detto Marco e Giacomo nelle effusioni d’amore? Forse no, forse era solo l’interesse per l’ultimo arrivato.

Prima di giungere alla pista da ballo passarono davanti al bar. Il corridoio che si formava tra il bancone e la parete opposta non era molto largo: da un lato e dall’altro c’erano ragazzi seduti o in piedi. Mentre lui passava, anche lì, lo guardavano. Chi parlava con i propri amici s’interrompeva, fissava gli occhi

su di lui, poi nel gruppo commentavano le impressioni che aveva suscitato in ciascuno di loro. Per attraversare quello spazio, quando il locale era pieno, era quasi inevitabile strusciarsi con qualcuno.

Ivan quasi tremava. Essere guardato da tutti e da così vicino da notare l’espressione d’interesse, o addirittura di compiacimento nel guardarlo, stampata nei loro volti, gli provocava un brivido interiore. Non si sentiva certo come in una fossa di leoni! Il suo raziocinio gli impediva di pensare che tutte quelle persone gli volessero fare del male: in fondo erano persone come lui.

Ma certo, alcuni di quegli sguardi erano inquietanti per chi li affrontava la prima volta. Sembravano famelici e, quando si trattava d’uomini brutti e non più giovani avevano prodotto in Ivan dispiacere ed inquietudine. Ogni tanto si era voltato verso Giacomo con lo scopo di essere rassicurato.

Giunti alla pista si erano inseriti fra quelli che ballavano presso il suo limite.

Ivan si sentiva un po’ bloccato. Le gambe sembravano rigide e le braccia pendevano immote: non riusciva a ballare.

I due si strinsero abbracciandosi. Ad un certo punto ad Ivan sembrò del tutto naturale, in un ambiente di gente tutta come loro, baciare il proprio ragazzo sulla bocca. Ivan si sentì felice. Rassicurato, la tensione svanì e cominciò a lasciarsi andare dietro alla musica. Giacomo, che nei locali eterosessuali aveva sempre preso per primo l’iniziativa, si era stupito per quel bacio. Sul suo viso si notava un leggero imbarazzo.

Giacomo non si rivelò un gran ballerino: preferì rimanere un po’ in disparte.

Quando Ivan accaldato tolse degli indumenti, egli se ne prese cura.

Ad Ivan piaceva molto ballare e mentre lo faceva sentiva il bisogno di mettersi al centro dell’attenzione. I suoi vecchi amici e lui avevano sempre scelto un punto centrale della pista per dare sfogo al loro bisogno di svago.

Dopo un’ora, quando un ragazzo-immagine lasciò libero un cubo, Ivan prese il suo posto. Gli piacque l’idea di essere ammirato dal basso. Inoltre, stare lì sopra, significò anche avere un migliore punto d’osservazione su tutta la sala.

Anche altri avevano approfittato dei momenti in cui questi ballerini, o sedicenti tali, abbandonavano il cubo. I cubisti danzavano a petto nudo: con l’incalzare della musica si svestivano, rimanendo infine coperti solo da intimo, rigorosamente sexy, e anfibi.

Ivan provò più volte, durante la serata, a coinvolgere Giacomo nel ballo, ma lui preferì stare lì sotto, fermo, a guardarlo. In seguito Ivan si spostò a ballare su di un piccolo palco accanto ad altri ragazzi. Faceva molto caldo ed egli indossava a fatica persino la maglietta. Giacomo, accortosi, lo esortò a

togliersela: l’avrebbe tenuta lui assieme alla camicia e alla maglia. Così Ivan più disinibito che mai ballò freneticamente a torso nudo.

Non aveva un corpo così muscoloso come quello dei ragazzi immagine, ma tutto sommato era ugualmente apprezzabile, stando ai complimenti già ricevuti. Ogni tanto dalla sala si levava qualche sguardo compiaciuto verso di lui.

Dopo un po’, Ivan notava fra i suoi nuovi ammiratori un giovane che gli sorrideva in maniera molto aperta.

Era un ragazzo molto carino e affascinante, con la camicia di un azzurro molto intenso. Dopo qualche minuto quel giovane se ne andò. Tornò ancora una volta a guardarlo e poi non si vide più. Ivan di ciò fu quasi dispiaciuto.

Dopo un poco tornò giù da Giacomo per non lasciarlo troppo solo. Quasi subito Giacomo gli chiese di lasciare il locale. Mancava ancora del tempo alla chiusura e la serata non poteva ritenersi ancora conclusa, anche se molti erano già andati via. Ivan, accortosi della stanchezza nelle sue gambe, accettò ben volentieri.

Si rivestì, andarono a pagare alla cassa e uscirono.

Tornando verso la macchina, Giacomo propose di andare a casa sua e di stare di nuovo insieme su in soffitta, ma Ivan accettò solo dopo che Giacomo insistette. Arrivati, si misero subito sotto al piumone, per non prendere freddo.

Stettero abbracciati e fecero qualche giochetto d’amore. Ivan non appariva molto entusiasta dello stare insieme a Giacomo e questi si accorgeva che c’era qualcosa che non andava. Portare Ivan in quel locale aveva significato allargargli gli orizzonti su quel loro mondo! Ora, il mondo di Ivan non si fermava più intorno a Giacomo.

“C’è qualcosa che non va?” Gli chiese Giacomo. “No, perché?” Rispose Ivan.

“Non so: sembri distante…. Forse non ti piace fare l’amore con me?”

“Non lo so; non ho molta esperienza. Come faccio a saperlo?”

“Forse non mi vuoi più bene?”

“Ma sì che te ne voglio!”

“Non so! Non mi convinci… Forse dovremmo conoscere entrambi qualcun altro per poter capire che cosa ci manca.” “Forse.” Confermò Ivan. “Possiamo fare la coppia aperta, che ne pensi?” Propose Giacomo.

“Proviamo…”

Ivan accettò questa soluzione pur di chiudere l’argomento che lo aveva turbato.

Chiarire a se stesso e a Giacomo quello che provava non era semplice. Non voleva fargli del male rivelandogli quello che non andava, ovvero quel poco che aveva fino a quel momento chiaro in se stesso.

Dopo neanche una mezzora si lasciarono e Ivan tornò a casa sua.

L’idea di Giacomo era un po’ strampalata: poteva apparire moderna, ma come conciliarla con l’amore, sentimento naturalmente legato alla fedeltà?! Ivan aveva preferito in qualche modo fuggire. Attraverso un finto consenso si era preso del tempo per ragionarci su.

Durante la settimana successiva Ivan ripensò varie volte alla serata in discoteca. Spesso gli tornò alla mente l’emozione per quel ragazzo dalla camicia azzurra.

Era entrato in un mondo nuovo, fatto di tante persone da conoscere. Ma lì, in quel mondo appena aperto davanti a lui, era stato subito colpito: un sorriso lo aveva rapito. Non c’era stato il tempo di fare semplicemente amicizia con qualcuno, né il tempo di scegliere con calma una persona con cui scoprire che cosa significasse amare. Se lo ricordava molto giovane e carino, quasi bellissimo quel misterioso ragazzo. Era un’immagine sfuocata che gli appariva senza preannunciarsi, un sogno. Una emozione sconosciuta lo pervadeva. Piano piano il desiderio incomprensibile di rivedere quel ragazzo prendeva possesso di lui. Non si aspettava niente da questo incontro, non vendo ancora conosciuto il vero amore. Il rivedere il ragazzo dalla camicia azzurra era ormai divenuta una necessità.

Fu così che Ivan convinse Giacomo a riportarlo, il week-end successivo, in quella discoteca. Sperava di incontrare quel giovane. Tutto questo era un desiderio inconfessabile.

 

(2) L’appuntamento era per dopo cena, verso le dieci. Quella sera Giacomo scelse un bar situato a pochi passi dalla discoteca; non sarebbe stato necessario, come la volta prima, attraversare tutta la città per raggiungerla.

Trovandosi già in zona prima dell’apertura del club avrebbero trovato più facilmente un posto per parcheggiare. Là rimasero fino circa mezzanotte, ora più adatta per trasferirsi nel locale notturno.

Entrare in quel luogo gli fece ancora lo stesso effetto della volta prima, solo di poco attenuato. Su di lui gli stessi sguardi di quegli uomini, giovani e meno giovani. Lo stesso tremore e batticuore lo accompagnarono, mentre con Giacomo si diresse verso la pista da ballo.

Giacomo vide dei suoi amici e glieli presentò, un saluto veloce e poi subito in pista a ballare. Per Ivan danzare significò lasciarsi andare, rilassarsi, far passare quell’agitazione che lo prese quando entrò lì. Ballarono assieme per qualche minuto, dopo di che Giacomo, ancora una volta, preferì rimanere un

po’ in disparte sul bordo della pista.

Di quel ragazzo che era piaciuto ad Ivan non c’era traccia. Nella discoteca c’erano alcune facce già viste il sabato precedente, ma anche tante nuove. Ivan si allontanò da Giacomo, cercando una posizione più centrale per ballare.

Dopo poco salì sul palco. La camicia sbottonata e aperta sul petto nudo, gli occhi scrutavano tutta la pista, per cercare quel ragazzo dalla camicia azzurra.

Il tempo passava, ma nulla. Era l’una e mezzo. Ormai nella discoteca non affluiva più nessuno. Ivan era deluso. La possibilità di incontrare quella immagine fissa nella sua mente gli sembrò perduta.

Resosi conto di aver un po’ abbandonato Giacomo, scese dal palco e lo raggiunse. Per farlo contento andarono a bere qualcosa insieme. Più tardi Giacomo, rivedendo i suoi amici, si fermò a parlare con loro e lasciò che Ivan tornasse da solo a ballare.

Ivan, quasi subito, risalì sul palco. Ogni tanto si guardava in giro, nella ormai vana speranza di incontrare quel volto sbiadito nella sua memoria. Quasi un gesto automatico, indipendente dal suo controllo. Gli occhi disillusi, stanchi, smisero ad un certo punto di cercare. La mente si concentrò sulla danza e la musica, un modo per affogare la delusione.

Una immagine scorse improvvisa sotto i suoi occhi disattenti. Un giovane attraversava la pista da ballo. Qualcosa suscitò l’attenzione di Ivan. Pian piano i suoi occhi si spostarono verso quell’immagine in movimento. Il ragazzo aveva quasi raggiunto il limite opposto della pista, rispetto a quello in cui

aveva cominciato il suo zigzagare tra la gente che danzava freneticamente.

Ormai gli dava le spalle. Non indossava una camicia azzurra, ma una di un rosso intenso. Qualcosa aveva fatto supporre ad Ivan che fosse lui il ragazzo che aveva desiderato incontrare. Forse i capelli bruni, forse la forma delle spalle o il modo elegante con cui la camicia vestiva il suo dorso. Un’emozione insolita s’irradiò nel suo corpo; la speranza si riaccese. Mentre Ivan continuò a ballare, quel giovane si portò sul limite della pista quasi uscendovi e, poco dopo, si voltò! Ivan lo guardò e riguardò, finché si convinse che appartenesse a costui l’immagine apparsa nei suoi sogni.

Giacomo sembrava scomparso: probabilmente stava parlando ancora con i suoi amici. Ivan, continuando a ballare, osservava di tanto in tanto quel ragazzo misterioso. Gli pareva molto bello. Aspettò che i loro sguardi s’incrociassero, che un nuovo sorriso gli venisse rivolto, ma ciò non accadde.

Ivan era ansioso di ricevere un qualche segnale. E se fosse andato via un’altra volta all’improvviso? Questa possibilità si fece strada nella mente di Ivan, minacciosamente. D’un tratto Ivan scese dal palco e, con un coraggio mai avuto prima, si avvicinò al ragazzo dalla camicia rossa. Dopo averlo raggiunto, si guardò intorno simulando indifferenza. Non sapeva cosa dirgli.

Per qualche minuto finsero entrambi di interessarsi al movimento nella pista da ballo; nel mentre si guardarono di sfuggita. Dopo che i loro occhi si furono finalmente incontrati un paio di volte, scambiarono un primo timido sorriso.

Ivan si fece forza. “Ciao!” “Ciao!” Rispose il ragazzo e dopo pochi secondi continuò chiedendogli come si chiamasse. “Io Ivan, e tu?”

“Stefano.”

“Sei un bel ragazzo.” Gli disse Ivan.

“Anche tu!”

“Grazie!”

“Di niente, é la verità.”

Ivan sorrideva, arrossendo un poco. Il cuore gli batteva forte nel petto e le parole gli uscivano a fatica.

“Ti avevo già notato sabato scorso. Mi sembra che indossavi una camicia azzurra.”

“Si, è vero! …..Anch’io ti avevo notato. Ti scatenavi ballando la sopra.”

“Quanti anni hai?”

“Trentatré, e tu?”

“Ventinove.”

“Ti dispiace se andiamo più in là, così potremo parlare meglio?”

“E’ una buona idea.”

Ivan era rimasto sconcertato da due cose che aveva scoperto in quei primi attimi: Stefano era più alto di lui di circa dieci centimetri e invece d’essere molto più giovane di lui, al massimo venticinquenne, come aveva creduto vedendolo dall’alto e non da vicino, aveva quattro anni di più. Ma queste piccole delusioni non avevano mutato assolutamente lo stato psicologico in cui si trovava davanti a Stefano: un misto d’incontrollabile paura e d’irrefrenabile interesse. Era in attesa di qualcosa che doveva accadere ma di cui non conosceva nulla.

Anche allontanandosi dalla pista la musica rimaneva troppo alta per consentire un’agevole conversazione.

“Andiamo su di sopra? Così staremo più tranquilli!” Propose Stefano. “Ok!”

Accordò Ivan.

Ivan diventava sempre più agitato, tremolante; cercare di non farlo notare esteriormente consumava le sue residue energie. Dopo che erano saliti si erano fermati in un angolo a conversare. La stanza, in realtà più un largo corridoio, era arredata con delle sedie, già occupate, ed aveva i muri coperti da alcune locandine e poster di giovani uomini seminudi o nudi. Ivan, curioso, gli aveva chiesto com’era stata per lui la prima volta e da quello aveva cominciato a indagare nella vita di quel misterioso giovane uomo. Stefano gli parlava guardandolo fisso negli occhi. Era gentile e premuroso. Aveva un sorriso simpatico e intelligente. Durante la conversazione emanava un fascino dal quale Ivan si sentiva travolto. Stefano aveva viaggiato molto per lavoro e vissuto anche all’estero. Aveva una buona posizione lavorativa, raggiunta grazie agli studi universitari. Era una persona per la quale Ivan non poteva che provare ammirazione; una persona che aveva una certa cultura e con la quale egli sentiva di poter trattare molti più argomenti di quelli che affrontava con

Giacomo: una persona che poteva, con la sua cultura e la sua esperienza di vita, insegnargli qualcosa.

“Vieni spesso qua?” Chiese Ivan.

“Spesso no, però mi piace molto venirci: c’è della bella gente.”

“Per me è la seconda volta.” Spiegò Ivan.

“Allora è per questo che non ti avevo notato prima d’ora. Un ragazzo bello come te non mi sarebbe sfuggito.”

“Bello forse è un po’ esagerato, anche se non sei il primo che me lo dice.”

“Non ti devi sottovalutare. Se te lo dico è perché lo penso veramente.”

“Grazie. Forse è che mi ci devo abituare, non è da molto che ricevo questo genere di complimenti.”

“Strano! Come mai?”

“Forse è perché non ho dato a molti la possibilità di dirmi queste cose. Ho fatto una vita un po’ ritirata. E poi non è da molto che ho scelto di essere gay, di essere me stesso. E tu da quanto lo sei?”

“Da circa otto anni.”

“Ti va di fare qualcosa insieme?” Chiese Stefano. “Ah! …Eh …Si.” Rispose

Ivan sorpreso. “Andiamo di là, va bene?” Propose Stefano, indicando con un cenno della testa un’apertura in fondo alla stanza chiusa da una tenda.

“Là dietro dove ci sono le cabine?”

“Si! Vediamo se ne troviamo una libera.”

Ivan aveva accettato quella proposta con spontaneità; in quel momento non si ricordava più che era già impegnato, che aveva già un ragazzo, che si chiamava Giacomo. Aveva sempre pensato che le persone che tradivano il proprio partner fossero in torto, che vedere qualcun altro prima di aver chiuso la precedente relazione non fosse giusto. Si era sentito libero di cercare il ragazzo dalla camicia azzurra, a causa del discorso di coppia aperta cominciato da Giacomo, ma al quale non credeva. Ora, contro tutti i suoi principi, si lasciava trascinare, stregato, verso un luogo ignoto.

Dietro la tenda scura c’era un corridoio intricato illuminato da poche minuscole luci. C’erano alcune persone nascoste nel buio ma di cui si notavano in parte le sagome. A causa dell’andirivieni d’uomini, nei punti più stretti del percorso, si era costretti a fermarsi un attimo per lasciare il passaggio al flusso opposto. Nel tragitto Stefano si assicurò, voltandosi indietro di tanto in tanto, che Ivan lo seguisse, non si perdesse e non fosse infastidito da nessuno. Per Ivan la scelta, da parte di Stefano, di una direzione

che portava ad un luogo più illuminato, era di conforto. Ivan si sentì fortunato nell’essere riuscito a non avere contatti fisici con quegli sconosciuti. Arrivati nella zona cabine non riuscì a non portare gli occhi su quelle immagini di sesso che venivano proiettate nella saletta e nelle singole cabine.

C’erano svariati spettatori che si distraevano da quelle immagini per guardare tutti coloro che passavano, in cerca di nuove prede, in cerca di sesso facile.

Stefano guidò Ivan verso una delle cabine con la porta aperta. Questa era illuminata con una piccola lampada e dalla luce del video. I due entrarono e chiusero la porta. Le immagini del video, pur essendo cruente, non aggiunsero molto all’eccitazione del momento, mista a paura e curiosità.

Stefano prese a baciarlo intensamente e ad abbracciarlo e nelle pause si aiutarono a vicenda a spogliarsi.

Nessuno aveva mai baciato Ivan in quel modo, fin quasi a togliergli il respiro.

Nessuno lo aveva abbracciato così intensamente. Nessuno lo aveva eccitato in maniera così violenta; nessuno lo aveva mai toccato in quel modo così passionale. La paura aveva lasciato posto al piacere.

Scelsero di non avere un rapporto completo, ma di limitarsi ai giochi preliminari. Dopo aver raggiunto entrambi un veloce orgasmo si rivestirono e scesero giù.

Ivan in quell’ora trascorsa con Stefano si era del tutto scordato di Giacomo.

“Sei qui con qualcuno?” Gli chiese Stefano. “Sì! Ma chissà dove si sarà cacciato! E’ andato a parlare con dei suoi amici.” Ammise Ivan ridestato dal sogno in cui si era perduto poco prima. “Ti va di bere qualcosa?” Propose Stefano.

“Sì, è una buona idea.” Accettò Ivan volentieri.

Dopo aver ordinato i drink ed essere stati serviti, si sedettero ad un tavolino di fronte al bar. Ivan gli raccontò di Giacomo e dei problemi fra loro. Stefano si mostrò imparziale. Non sembrò dare importanza ai momenti passati insieme: non convinse Ivan a lasciare Giacomo per lui. Solo un timido segnale della possibilità di un loro futuro insieme gli lasciò: un numero di telefono, un invito a chiamarlo.

Ma ormai non c’era nulla da fare: Ivan era calmo, ma portava dentro di sé i segni di quella tempesta che si era, poco prima, abbattuta su di lui. Nulla più poteva essere come prima, la strada intrapresa con Giacomo era stata cancellata da quel mare di emozioni vissute con Stefano.

Giacomo li sorprese insieme. Ivan presentò l’uno all’altro e poi uscirono tutti e tre insieme dal locale. Stefano salutò e se ne andò. Ivan riaccompagnò quindi Giacomo a casa. Durante il percorso Giacomo accusò Ivan di essersi appartato con quello Stefano per fare del sesso. Ivan sorpreso per l’aggressione non riuscì a negarlo, per difendersi usò come scusa il famoso accordo della coppia aperta e, ripresosi, lo accusò di aver fatto altrettanto con qualcun altro: in fondo anche Giacomo si era reso irreperibile ad un certo punto della serata; dov’era andato con i suoi amici?

Dopo che Ivan aveva incontrato Stefano, avevano attraversato tutto il locale da cima a fondo, ma non si erano mai imbattuti in Giacomo. Era quindi probabile che anche lui fosse nascosto in una di quelle stanze buie per provare qualche nuova emozione. La gelosia dimostrata da Giacomo era un segno dell’assurdità della formula ‘coppia aperta’. Calmatisi, Giacomo tentò di riprendere confidenza con Ivan attraverso i loro corpi, ma Ivan rimase impassibile. Stava succedendo qualcosa: Giacomo lo capiva, ma non lo voleva accettare. Fingendo che il motivo del loro separarsi, in quella fredda notte di dicembre, fosse solo l’ora tarda, si erano salutati, scambiandosi un veloce bacio della buona notte e dandosi appuntamento come al solito.

 

(3) Ivan tornò a casa stanco e un po’ confuso per gli avvenimenti di quella notte.

A casa la madre gli aprì la porta. Ormai si era abituata all’idea che i figli di sabato sera facessero le ore piccole. Quando loro tornavano li accoglieva generalmente con uno sguardo di rimprovero, guardava l’orologio e: “Sempre più tardi, eh?!”. E si lamentava per il sonno interrotto, per il lavoro di portinaia notturna che diceva di essere costretta a fare. Ripeteva che la casa sembrava diventata un albergo. Dopo aver sbuffato un poco e sommerso il figlio rientrato con le sue preoccupazioni per i figli che mancavano ancora all’appello, si era tranquillizzata un poco e lo aveva invitato ad uno spuntino: ne approfittava per farsi raccontare com’era andata la serata, tra una normale curiosità e un’indagine materna.

Con Ivan aveva un rapporto più confidenziale che con gli altri. A lui veniva quindi spontaneo informare sua madre. Ma ormai, pur continuando a raccontare ciò che faceva, egli ometteva sempre più particolari: rimanendo un po’ sul vago e tagliando decisamente dal racconto tutte quelle parti che

riguardavano direttamente e non la sua vita sessuale e i sentimenti che provava.

Nei giorni successivi il ricordo del ragazzo dalla camicia azzurra, poi rossa, di tanto in tanto lo rapiva. Capitava all’improvviso, in qualsiasi momento della giornata, a casa o al lavoro che Ivan cadeva in estasi davanti alle immagini dei momenti passati insieme. Riviveva imbarazzato alcune scene di sesso, ma risentiva soprattutto quei baci che lo costringevano ad abbandonarsi fra le braccia di Stefano.

Ormai Ivan desiderava interrompere per sempre quel rapporto con Giacomo, durato poco più di un mese. Ma non sapeva come trovare le parole per spiegargli le sue intenzioni. Sarebbe stato abbastanza forte da rompere quel legame che, se pur flebile, esisteva fra loro?

Ora sentiva finalmente qualcosa per qualcuno, qualche cosa di ancora indefinito. Somigliava a quello che aveva cominciato a nutrire per quel giovane che gli aveva aperto gli occhi, ridandogli vita, ma poi era scomparso.

Questo era un sentimento più forte ma anche più oscuro e a volte spaventoso.

Stare assieme a Giacomo diventava, nella sua mente, sempre più un disagio, mentre il desiderio di incontrare nuovamente Stefano era un’esigenza da soddisfare assolutamente, forse promessa di una felicità, ancora incerta, ma alla quale non poteva e non voleva rinunciare.

Il martedì era uscito con lui per bere qualcosa, il solito appuntamento infrasettimanale. Avevano discusso di un argomento sul quale avevano opinioni differenti. Ivan si era insolitamente irritato per le affermazioni di Giacomo: le trovava infantili e inutilmente violente. Mentre normalmente lasciava correre, sorridendo dell’immaturità di quelle parole, questa volta aveva reagito rimproverandolo. Giacomo era rimasto sorpreso. Non si erano più detti molto da quel momento. Ivan lo aveva poi riaccompagnato a casa.

Mercoledì Ivan fece la sua prima telefonata a Stefano. Furono minuti emozionanti. Si diedero appuntamento per venerdì.

Ora il futuro era più certo. All’appuntamento Ivan voleva però arrivarci libero.

Per fare questo aveva chiamato Giacomo e gli aveva fissato un incontro il giorno prima. “Ho bisogno di parlarti” gli aveva detto.

Giovedì sera Ivan arrivò nel luogo abituale dell’appuntamento. Giacomo era già lì ad aspettarlo. Ivan era, come già capitato qualche altra volta, di qualche minuto in ritardo. “Ancora in ritardo!” Commentò Giacomo.

“Mi dispiace. Ma… sai com’è?!”

“Non fa niente, non preoccuparti!”

Giacomo ironizzò ancora un poco sulla questione del ritardo. I due parlarono del più e del meno, fingendo per qualche minuto entrambi che non stesse per accadere nulla d’importante.

Ivan aveva un atteggiamento freddo, distaccato e paziente. Lasciava che la conversazione proseguisse con normalità. Non voleva aggredirlo con quello che pensava di dirgli, aspettava il momento giusto. Giacomo invece fingeva allegria, cercava di risultare simpatico e di animare Ivan, che diventava però

sempre più serio e cupo in volto. La conversazione era divenuta sempre più artificiosa.

Ivan smise di parlare. Giacomo, vedendo i suoi sforzi cadere nel vuoto, si dovette fermare. Fu lui a questo punto ad affrontare la situazione. “Che cosa sta succedendo?… Perché non dici più niente?”

“Mi dispiace, penso che sia meglio che ci lasciamo.”

“Ma perché?!”

“Per un sacco di motivi.”

“E quali sarebbero questi motivi?”

“Non mi piace il tuo modo di comportarti, ad esempio.”

“Mi dispiace!… Sono fatto così… Ma posso fare qualche sforzo per

migliorare, se tu lo vuoi?

“Non servirebbe a molto… In questi giorni ho riflettuto. Penso che non siamo fatti l’uno per l’altro. C’è troppa differenza tra di noi. Tu sei troppo giovane e…”

“Non c’entra quel tipo che hai conosciuto sabato?”

“No!… in parte sì.”

“Perché? Credi che a lui importi qualcosa di te?”

“Non lo so.”

“Allora perché mi vuoi lasciare?”

“Perché ho capito che non ti amo.”

Gli occhi di Giacomo avevano perso man mano quell’espressione allegra e un po’ arrogante tipica della sua giovinezza ed erano degradati in quella dolce da ragazzo innamorato, che avevano convinto Ivan ad accettare di unirsi a lui.

Ivan cercava di non lasciare trasparire alcuna emozione, di apparire freddo e irremovibile, fingendo che quegli occhi dolci e tristi non lo stessero commuovendo. “Mi dispiace.” Aggiunse poi.

“Ti ho scritto una lettera. Per favore, leggila solo quando sarai tornato a casa.” Disse Giacomo.

“Va bene.”

“Ci vedremo ancora, qualche volta?”

“Certo! E ci sentiremo per telefono.” “Adesso devo andare!” Concluse Ivan.

Giacomo scese da quell’auto per l’ultima volta. Ivan ripartì.

Voleva correre via, lasciarsi tutto alle spalle. Era contento di essere riuscito a rimanere fermo nella sua decisione di lasciare Giacomo: si sentiva libero da quella situazione spiacevole, quella relazione che gli era sembrata senza amore. Ma quella lettera, adagiata sul sedile accanto, spingeva fuori di lui quell’emozione faticosamente soffocata più volte prima: ad Ivan dispiaceva per quel ragazzo con gli occhi mesti che pareva gli volesse bene. Le serate al bar con le loro mani unite sopra al tavolo, nella soffitta abbracciati strettamente l’un l’altro, erano piacevoli ricordi.

Arrivato a casa, affrontato il malumore di sua madre per l’insolita ora tarda infrasettimanale, si coricò sotto le coperte. Ma prima di dormire aprì la lettera di Giacomo che aveva nascosta nella giacca prima di salire in casa. Assieme alla lettera c’erano due fotografie: una ritraeva Giacomo, l’altra descriveva la sua camera da letto, il suo piccolo mondo. La lettura lo sorprese: Giacomo aveva previsto già prima quello che sarebbe accaduto nel loro incontro.

Sapeva che Ivan quella sera l’avrebbe lasciato. Nel leggere quelle scarne, amare, semplici parole, percepiva il dolore che in esse era celato. Ne era dispiaciuto: si era commosso.

Ivan riguardò la lettera e le foto alcune volte ancora. Poi richiuse tutto nella busta e la nascose tra i libri, tra gli altri segreti della sua precedente solitudine, in un angolo della memoria assieme ad altri ricordi. Appoggiò la testa sul cuscino e la sua mente si lasciò trasportare verso quel nuovo orizzonte, che ancora incerto si riaprì davanti a lui. Stremato, si addormentò.

Un futuro di nuova luce sembrava aspettarlo dietro quell’orizzonte. Un principe dalla camicia azzurra lo attendeva la sera successiva. Sarebbe venuto a prenderlo per portarlo, attraverso il buio di quell’incerto futuro, verso la luce che le forti emozioni da lui provate lasciavano presagire. L’amore, l’avrebbe finalmente conosciuto anche lui. I suoi sarebbero stati occhi lucidi di gioia.

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