IO NON SONO DI QUI

Prezzo di listino 12,75 incl. IVA

Romanzo lgbt. Una testimonianza drammatica. Amore, diversità e malattia mentale sono realtà difficili da conciliare. Passione, solitudine e dolore danno vita a un racconto di straordinaria intensità lirica.

 

Descrizione

Romanzo lgbt.

Attimi che scivolano via. Attimi della mia vita che sono un fuoco che consuma i respiri e i sogni, che brucia lacrime asciugate agli occhi insonni.

La sua pelle vibra nelle mie vene disseccate come uno schiocco di vento arido che scandisce un tempo allungato di agonie. Vivo di grida acute e silenziose che graffiano l’oceano fino alle fosse.
 

Arianna Amaducci ci conduce in un labirinto di emozioni spesso contrastanti, lungo i percorsi aspri della solitudine e del dolore, ma sa donarci anche i fremiti della tenerezza e della passione, cristallizzandoli dentro le gocce d’ambra dei ricordi che non si estinguono mai. Il suo è un incessante nomadismo interiore: inseguire la felicità e sfiorarla senza mai raggiungerla, come una libellula impazzita che ti vola via dalle dita. Aggrapparsi alla vita con i denti, anche quando uno spaventoso vuoto mentale si riempie unicamente della voglia di farla finita, e domare la bestia invisibile che tenta di divorarti dall’interno. E cercare le radici passate di un disagio profondo nella ferita mai rimarginata della morte prematura del padre, nello stillicidio quotidiano di umiliazioni inflitte a una bambina ipersensibile da una madre oppressiva, nell’innocenza profanata da carezze lascive scaturite dalla penombra satura d’incenso di un confessionale… Sentire di non appartenere a un mondo arido e ostile contaminato dall’impossibilità di amare, e nonostante questo continuare a sognare di riprendere il volo, come una rondine ferita che dispiega nuovamente le ali.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,00

In copertina

particolare di Leggerezza, olio su tela di Arianna Amaducci, collezione privata

Pagine

268

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo introspettivo, romanzo psicologico, romanzo di genere

Ambientazione

Romagna

Anteprima

 

Lo specchio opaco

 

 

Solo attraversando il più intenso dei dolori, la peggiore delle paure, il più profondo sconcerto, la più acuta disillusione, si arriva veramente al fondo di sé, ci si spoglia di tutte le maschere, e si resta nudi come bambini, puliti come coloro che non esistono e che non possiedono niente, puri come chi non ambisce a nulla, nuovi come chi non sente il desiderio di ricominciare, tranquilli come chi non deve aspettare.

Molte volte ho ripreso da capo la mia vita senza accorgermi che, in effetti, il mutamento che apportavo era solo un cambiarsi d’abito, e mi sono accostata alle mie speranze e ai miei sogni con la certezza che li avrei raggiunti, che ce l’avrei fatta, che sarebbe stata la volta buona.

E regolarmente ogni volta mi sono infranta su completi disastri e fallimenti.

Io non so capire gli altri e non so farmi capire dagli altri. Ho sempre avuto un forte bisogno di conferme dalle persone che mi sono state intorno, necessità di apprezzamenti, di riconoscimenti, come se tutte le mie azioni non avessero valore in quanto tali, ma solo agli occhi degli altri. Sono sempre andata incontro alle persone che via via ho conosciuto, sempre affamata del consenso altrui, sempre condizionata dall’attenzione che gli altri erano disposti a concedermi. Per questo motivo mi sono trasformata in una persona dal carattere accondiscendente, tranquillo e refrattario ai litigi, ma la mia tensione interiore, la mia profonda insicurezza, il non vedermi e il non conoscermi se non riflessa negli occhi di qualcun altro, ha finito per rendermi troppo esigente.

La mia totale disponibilità, la mia totale abnegazione in tutto quello che ho affrontato – lavoro, relazioni interpersonali, amicizie, legami sentimentali e sessuali – diventava così difficile da contraccambiare che, dopo un certo lasso di tempo, ognuno si è allontanato da me, in apparenza non per colpa mia, sempre senza accuse precise, senza litigi: così, solo per il fatto che ero insostenibile.

Io non so camminare sulle mie gambe, non so stare da sola. Se non ho una persona alla quale pensare, se non ho qualcuno a cui scrivere poesie, se non ho qualcuno da aspettare, io non mi sento viva.

Oggi io ho rotto i rapporti con il genere umano. Non chiederò più amore a nessuno. Non mi aspetterò più di essere cercata, compresa, capita, apprezzata, amata, perché io non rappresento nulla di tutto ciò.

Questo è il mio karma. Oggi lo vedo chiaramente e lo accetto. Non desidero più morire. Desidero vivere così, da sola come in effetti sono, facendomi compagnia, senza aspettare niente, senza dare niente. Così non mi sentirò più incompresa e rifiutata.

Non coinvolgerò più nessuno nella mia vita, non deluderò e non asfissierò più nessuno. Scruterò nella mia mente, scoprirò quello che c’è dentro. Capirò quello che sono, quello che faccio e cosa devo aspettarmi dai miei comportamenti.

Se poi qualcuno richiederà qualche cosa da me, se riuscirò, gliela darò: qualche pensiero, qualche illuminazione, affetto e amore fisico per Dana. Ma non c’è null’altro dentro di me se non la certezza che comunque questo mio essere ha un senso, anche se non lo vedo e non lo capisco, e che la mia preghiera di protezione per le persone che mi stanno accanto ha un valore, ha un’effettiva necessità, perché io ho la capacità di assorbire il dolore degli altri, ho la capacità di trasmettere energia positiva.

Questo farò, ma null’altro, per il momento, finché la luce non avrà scostato le cortine del buio che mi avvolge, buio nel quale cerco una certezza.

Avendo elargito tutto sempre a tutti senza ricavarne mai niente di positivo, avendo cercato e offerto tantissimo amore senza mai essere ricambiata e senza che nessuno si sia sentito amato da me, senza che nessuno sia stato felice grazie a me, ora vedo: quello che devo fare è stare con me, non dare nulla, non chiedere nulla, non aspettarmi nulla da

nessuno, vivere del sole che splende, della pioggia che cade, della terra che produce i suoi frutti, delle parole che mi sgorgano da dentro, del senso di appartenenza a un genere che non capisco ma del quale occasionalmente faccio parte, aspettando senza desiderarlo l’ultimo giorno della mia vita.

Non devo desiderare più nulla, non devo avere più bisogno di nulla e, come sono veramente riuscita a fare, non devo avere più nulla e più nessuno, affermando comunque che la mia vita ha un valore.

Sono l’espressione di una legge infinitamente saggia che in me trova un senso e una necessità: semplicemente vivrò, come specchio di una mente sconvolta che afferma la sua unica verità…

Comincio oggi questo mio racconto, nella Chiocciolina, la mia roulotte.

Il 17 aprile ero qui, a Gabicce Monte, in campeggio, lontana dai miei figli e dalla mia casa.

L’avevo incontrata su un forum telematico. Anzi, lei aveva cercato me. C’eravamo annusate da lontano.

Era il 19 marzo.

Il giorno dopo, c’era stato il nostro primo colloquio telefonico.

— Siamo sulla stessa barca, facciamo un tratto di

mare insieme?

Al telefono la sua voce era un cono: penetrava a fondo nelle mie diramazioni nervose e di lì percorreva tutto il mio corpo, tutto il mio essere. Devo vederla, avevo pensato.

Più di cento chilometri ci separano: prendo un autobus per la stazione, e appena arrivata salto sul treno in partenza sui binari. Un viaggio frenetico verso un incontro già scritto nel nostro futuro. Io dietro la locomotiva che spingo: corri, trenino scalcinato, corri, verso un amore che mi sta già trafiggendo le vene con mille invisibili aghi

Un presentimento di vita.

Arrivo, finalmente, e scendo dal treno mentre parlo al cellulare con lei, per incontrarci e riconoscerci. Non ci eravamo scambiate neppure una foto:

un incontro completamente al buio.

Ma lei chi è? Eccola! No… Non è lei, non è lei. Sì, bella donna, ma non è lei.

Dana mi guarda un attimo, poi distoglie lo sguardo da me.

Ecco, penso, le faccio schifo

Un sorriso di circostanza:

— Avrai bisogno di qualcosa…

— Sì, del bagno, e ho sete.

Al bar le apro la porta, galante: sono o non sono un gentiluomo? E la faccio passare davanti a me. Il suo sedere mi cattura lo sguardo.

Penso: beh, almeno ha un sedere bellissimo

Poi in macchina. Lei guida e parla, non mi guarda mai, ma ogni tanto colgo un guizzo dei suoi occhi che indugiano su di me e poi immediatamente scivolano via.

Il suo odore mi avvolge. Dolce e naturale, aspro e selvaggio. Penetrante come una lama. Sento un flusso di vitalità concentrarsi nella mia mano che si posa senza che io lo decida sulla sua, intenta a manovrare il cambio. Un brivido la percorre tutta, la scuote.

Ecco, mi innamoro. Lei si innamora. Tra le nostre dita il nostro cuore fa le capriole.

Dopo neppure un mese sono già vicino a lei, per vivere una storia che la distanza sembrava rendere impossibile. Una decisione immediata che si è fatta strada nella mia mente.

Neppure un dubbio: andare, partire. Dana ha una vita piena, da donna sposata che lavora. Il tempo riservato a me sono solo i ritagli tra un impegno e l’altro.

Poi c’è Elisa, l’amica intima, l’innamorata di Dana che le ha detto che vuole essere solamente un’amica. Per questo motivo Dana ha cercato e trovato me. Per questo mi ha amato, perché era orfana del suo amore più grande.

Dopo sei anni Elisa ha preso le distanze da lei, e questo l’ha ferita profondamente, come una lama affilata immersa nella sua carne.

La mia presenza nella sua vita, però, ha cambiato Dana. L’ha liberata in parte dalla catena psicologica che Elisa le stringeva fortemente al collo. Elisa, di conseguenza, si è sentita sbilanciata, e si è sporta per afferrare di nuovo quella sicurezza che aveva scansato, perché soffocata dai sensi di colpa e dalle incerte valutazioni sulla propria vita.

Elisa è una donna complicata e involuta.

Dana così è tornata da lei, docilmente, precipitosamente.

Spaventata ma felice.

— Non ti amo —, mi aveva detto. — Amo lei.

Starei con te solo per il sesso.

Ma io ero già là, con la mia vita tra le mani per lei, con l’offerta più dolce e più forte, più completa, più inutile.

E le ho detto ancora un sì.

Buddha malato. Oggi la parola tristezza io la cambio in gratitudine.

Non voglio più essere triste pensando a quello che ho perso, a quello che non ho avuto, a quello che vorrei ma non possiedo più. Sono pensieri che non portano a niente, che non servono a niente, che non producono niente.

Io non voglio desiderare più nulla, e vivere di ciò che mi appartiene in questo momento.

Oggi possiedo un vento caldo che muove le fronde degli alberi creando un suono mistico e intenso.

Oggi sono mie le nuvole che si rincorrono nel cielo e lo rendono suggestivo e cangiante.

Oggi ho il profumo della siepe che dolcemente si insinua nelle mie narici, il ronzare delle api intente alla raccolta e il correre indaffarato delle formiche per i loro sentieri segreti, il piacere di immergermi in mare abbandonandomi alla frescura sferzante delle onde che mi accoglieranno senza pormi domande.

Oggi ho il cibo e l’acqua per la mia sopravvivenza; ho la mia piccola casa, la mia roulotte Chiocciolina, il mio minuscolo guscio senza pretese; ho la musica che mi infonde pensieri altrimenti per me sconosciuti.

Oggi non ho nessun dovere, nessun impegno, libera di essere niente e nessuno, di arrendermi all’impermanenza e di sentirne in pieno la dolcezza: perché tutto finisce, e tutto è eterno nel suo mutevole fluire.

Ho la donna che amo: lei mi parlerà al telefono e forse verrà a trovarmi.

Ho qualche amica che mi vuole bene e forse mi penserà.

Ho la voce per pregare, gli occhi per vedere, le orecchie per sentire, le gambe per camminare, le braccia e le mani per afferrare le cose.

Ho il tempo, lo spazio, il nulla, il mio pensiero, le mie parole, un libro da leggere, un nuovo gioco da scoprire, un aquilone da far volare nel cielo sopra di me.

Ora la mia esistenza così insignificante non deve più rincorrere nulla. Pulsa nelle mie vene e a qualcosa serve: a cosa non so, ma serve.

Sono come un Buddha malato, disperato, rifiutato, sconvolto, anomalo, che afferma con questa vita che a nessuno può essere negato il diritto di esistere.

 

 

Magna Mater

 

 

Il delirio della mia mente volta e rivolta la mia realtà, le mie possibilità, i miei punti di vista, le mie decisioni, le mie speranze, i miei desideri.

Vorrei pace. È una parola della quale non conosco più il significato. Non un attimo di silenzio, non un momento di quiete.

Sempre un ricordo molesto, sempre un vecchio o nuovo dolore a risorgere e a sanguinare, sempre un gettare ponti verso un futuro che alla fine si rivela diverso da quello che io avrei desiderato. Un incessante rivoltarmi dentro me stessa, sopra me stessa, attorno a me stessa.

Il presente non esiste, tradito dal passato, ammaliato e terrorizzato dal futuro.

Ma questa particella di realtà che io impersono, che io sento tanto pesante, cos’è, nel fluire degli eventi cosmici? A volte mi sento sollevata nel pensare che non è nulla: solo un infinitesimale bagliore nell’immensa tempesta universale. A volte sento fortemente la predestinazione di un’orma profonda che questa mia essenza infinita imprime nel volgere delle cose.

Il desiderio di morire è un enorme buco nero che sembra risucchiare interamente la mia energia. Tutti si oppongono a questo mio impulso, ma non capisco: la morte non è pace? La morte non è quiete?

La morte non è ricostituire le energie e poi risorgere con nuove possibilità? Io morirei affermando ciò in cui credo, morirei nella certezza di ritornare. Morirei per sciogliere questo rovello che mi corrode e mi obnubila.

Sono malata di mente.

Reggo la mia vita con i denti, digrignandoli sino allo spasimo, attaccata a un esile rametto sul bordo di un baratro oscuro che mi chiama e mi capisce, che non mi trova diversa, che mi accoglierebbe con quell’abbraccio, quello di mia madre e quello di mio padre, quello della donna che amo e che non mi ama, che non riesce ad accettarmi.

In questa vita ho concentrato tutto quello che non è accettato: disagio mentale, diversità sessuale, ipersensibilità, obesità, stravaganza, instabilità, autolesionismo, come a voler sfidare tutto e tutti, ma soprattutto me stessa.

Accettare l’inaccettabile, anche il desiderio della morte?

Tutti ne hanno paura, io la chiamo Madre.

Ed è tra quelle braccia che desidero addormentarmi, dato che quelle umane del mio desiderio non sono abbastanza forti per sopportare il mio adagiarmi.

Eppure a loro non torno, eppure ancora lotto e spero che la mia donna mi accoglierà. Io sono convinta che, quando sarà il momento, la Magna Mater.

Morte verrà finalmente da me, e mi troverà felice, soddisfatta e orgogliosa di averla saputa attendere serenamente, capace di debellare l’inferno dell’avidità, della stupidità e della collera, rispettando il Buddha malato che porta il mio nome.

Aliena e straniera

Amore. Potente motore di ricerca, del pensiero e della voce, del linguaggio del corpo. Una sonda che si instaura

nel profondo, giù dove neppure se voglio posso arrivare. Emozione che mi trascina via, che mi esalta, che mi annulla, che mi fa correre o tremare, che mi fa fermare o riprendere.

Mio padrone? Mio destino? Mia maledizione? Mia aspirazione? Mio compito? Mia prigione? Mio desiderio? Mia necessità?

Amare ed essere riamata, come accade quando due corpi lanciati l’uno verso l’altro impattano e la velocità si somma, come succede quando al buio cerchi qualcosa e la trovi subito, perché sai dov’è, come avviene quando il pensiero nasce nella tua mente e termina in quella di lei…

Mi sveglio che è appena l’alba per ricordare al giorno che lei esiste, e che mi aspetta. E il tempo non è più mio, ma suo. Io mi organizzo, mi inanello, mi inserisco. Io fiorisco, mi moltiplico, germoglio, cresco in lei. Penso e so di pensare, perché lei ascolterà i miei pensieri. Mi guardo allo specchio, perché so che lei vedrà il mio viso. Entro in lei per ritrovare me, scopro lei per conoscere me. Abbraccio lei per avvolgere me. Amo lei per amare me.

Perché, quando lei non c’era, io ero un vuoto pneumatico, ero un artificio. Ero una finzione, una ricerca senza esito, un aborto.

Amore. Potente motore di ricerca di me stessa.

Io mi sono trovata ora, che ho trovato te.

Diversità…

Io non sono uguale a niente. Non appartengo a questa terra. Non ho le regole nel mio DNA. Sono cresciuta sentendo solo la distanza, l’incomunicabilità.

Io vengo da un altro pianeta.

Dentro di me l’universo fa risuonare la sua voce, e io la sento. Sono note che vibrano nella mente, musica comprensibile.

Ma vengo da un altro pianeta, e questo mondo mi sta stretto, non lo concepisco.

Non sono nella lista dei viaggiatori, il mio bagaglio è stato smarrito, le mie parole hanno un altro suono, un altro significato. Io allontano gli abitanti di questo pianeta.

La diversità si vede troppo, e fa male.

 

 

Balena Quattrocchi

 

 

Non saper amare, non poter amare, non riuscire ad amare…

Il mio cuore: pensieri chiusi come un guscio, in una nuvola nera, in una nebbia densa che impastoia le parole. I gesti si cristallizzano, la mano non si tende, il sorriso non nasce. La carezza ritorna nella tasca sempre chiusa, e quegli occhi che aspettano sono laghi di attesa, profondi e scuri. Quelle labbra appena sfiorate sono archi tesi senza frecce. Quel riso che non sgorga dalla gola è l’aborto di tutta la musica dell’universo.

Non saper amare è un buco nero.

Risucchia e inaridisce tutto dentro, prosciuga e indurisce tutto fuori.

Mia madre…

Ricordo la casa dove sono nata. Avevo tre anni quando l’hanno demolita per costruirvi sopra, ahimè, e per volontà di mio padre, un orrendo condomino di sette piani, nel quale ancora vivono mia madre e mio fratello con la moglie. Ma allora la speculazione edilizia era appena cominciata e, invece che una terrificante piaga dell’umanità, sembrava, come sempre accade al sorgere delle cose malvagie, una meravigliosa possibilità di migliorare notevolmente il tenore di vita della gente comune.

Era una casa ottocentesca, a due piani, con la facciata di mattoni a vista, che correva con la lunghezza di due comuni caseggiati lungo una via di Imola appena fuori dalle mura del centro storico. Ricordo il portone d’ingresso di legno scuro con la volta e l’inferriata alla sommità, come usava allora.

L’androne era lungo e ombroso. A destra correvano le scale per il piano superiore. In fondo c’era un’ampia cucina non troppo luminosa, con il camino in un angolo e una finestra vicino all’acquaio di granito, il tavolo centrale con le sedie impagliate, e la credenza laccata color crema coi pomelli di vetro, sull’altra parete. Vicino alla porta della cucina c’era quella che scendeva in cantina. Per un scala stretta e ripida si accedeva a uno stanzone di due o tre vani, poco illuminati. Il pavimento era di terra battuta

e le pareti di mattoni ricoperti di un graticcio di piccole e fini canne per mascherare le fioriture del salmastro e dell’umidità.

Nella polvere erano adagiati e abbandonati materiali vari, tra i quali damigiane, bottiglie di vino, cassette da frutta e tutta una popolazione di ombre alle quali io non ho mai attribuito una definitiva appartenenza, ma che erano vive e pulsanti, pur nel sonno della dimenticanza. Erano creature sottilmente minacciose, anche se parzialmente addomesticate dalla protezione famigliare. Erano odori e

suoni attutiti provenienti dal passato.

Io scendevo di nascosto, col cuore in gola, per prendere bottiglie nelle quali stipare petali di rosa da far macerare nell’acqua con l’aiuto di un ago da calza rubato alla mamma, e creare così la mia personale e originalissima «acqua di rose». Oppure staccavo dalle pareti qualche pezzetto di quel canniccio per poi salire alla finestra del bagno e creare bolle di sapone, diafane e coloratissime, fragili e piene di fantasie, attingendo acqua e detersivo per

i piatti da un bicchiere che mamma mi aveva finalmente preparato, cedendo alle mie estenuanti insistenze.

L’odore della cantina mi avvolgeva come un mantello, quando aprivo la porta, ed era come se mi attirasse e mi respingesse insieme. Era un odore vinoso e polveroso, acre di muffe e di salnitro, di terra umida e di ferraglia in disfacimento. Era l’odore di qualche topo e del nostro gatto, Giacomino.

Era qualcosa nel quale immergersi un attimo per poi scappare via, con la sensazione di aver vinto una sfida, assaporando nuovamente il profumo dell’aria fresca. Una sfida che mi affascinava nonostante la paura provata nel lanciarla.

Io avevo un sacro terrore del buio, e ho continuato a soffrirne fino all’età di ventitre o ventiquattro anni. Ma la voce del buio mi chiamava, e io mi avvicinavo a lei come attratta dal canto della mia sirena interiore. Una volta ottenuto quello che cercavo, chiudevo trionfante e ancora allarmata la porta dietro di me, e tornavo nella mia casa, quella che non aveva sottofondi oscuri e retroscena paurosi.

Correvo allora con la canna e il bicchiere di saponata alla finestra del bagno, che si trovava nel pianerottolo, tra le due rampe di scale. Il bagno era stato costruito in un secondo tempo, ed era esterno alla casa, adiacente solo con la parete sulla quale era stato ricavato l’ingresso. C’era un piccolo sgabello tra il lavabo e la tazza del water, e io lo spostavo sotto l’orlo della finestra usandolo come piedistallo, per poter far scendere le bolle e poi guardarle

volteggiare lentamente e voluttuosamente verso il basso. Qualcuna si accendeva di un ultimo sfavillio e poi, come gonfiata dall’espansione interna del suo essere, scoppiava in uno spruzzo di goccioline.

Altre, invece, mollemente adagiate nell’aria che le corteggiava, rubavano dolci e cangianti ricordi di un arcobaleno visto chissà dove e chissà quando, e si posavano sulle superfici che al piano sottostante le accoglievano: il terreno, le foglie di una rosa, la ghiaia della corte, il ramo di un arbusto o il fiore dell’aiuola di trifoglio lilla che correva per tutto il giardino. E dove si posava, esitava un attimo più o meno lungo, decorando l’oggetto che l’aveva accolta della sua lucida meraviglia, e poi scoppiava, lasciando l’impronta di sé, che lo rendeva ancora per qualche tempo più vivo e colorato, come se la sua essenza durasse ancora un po’ dopo la sua dissoluzione.

La mia camera da letto era invece al piano superiore, vicina a quella dei miei e di mio fratello.

Quelle stanze io non le ricordo, ma sento ancora la voce dei miei che a letto parlavano tra loro prima di dormire, mentre io ancora non cedevo al sonno, e come un fantasma riecheggia il colore rosa antico di una coperta matrimoniale e il bagliore un poco polveroso di un lampadario di vetro soffiato color giallo scuro e rosa, con foglioline e arzigogoli di metallo.

Nella mia camera c’era un’étagère di legno scuro.

Mi ha accompagnato nei miei spostamenti fino a non so più quale trasloco, per essere poi alla fine sacrificata all’immondizia quando ormai l’età era così avanzata che non era più proponibile alcun tentativo di restauro. Il nome le dava una pompa che non aveva, dato che era una piccola mensola a tre ripiani, con ciascuna delle spalliere formata da tre listarelle di legno in scala triangolare, ma raccoglieva i miei pochi giocattoli e alcune cianfrusaglie,

i miei tesori. Così, nella mia accesa fantasia infantile, la étagère appariva un mobile da re.

Sul lettino a una piazza c’era la cosa che mi piaceva di più della mia camera: la sopracoperta di cotone grosso e un po’ ruvido, con stampati tutti i personaggi della fiaba Bambi di Walt Disney. Assieme all’allegro cerbiatto, con le belle macchie bianche sul dorso fulvo acceso, c’erano la madre non ancora morta, il coniglietto e le farfalle, nascosti nella vegetazione di un bosco luminoso e fiorito,

del quale io percorrevo col dito i sentieri segreti e rubavo suoni e odori, così che i miei viaggi immaginari trovavano sempre nuovi itinerari fino a che il sonno non mi vinceva e non mi rapiva per i corridoi dei miei sogni.

Una mattina mi svegliai e chiamai la mamma, ma la casa era silenziosa e nessuno mi rispondeva.

La luce filtrava già dalle finestre, il giorno era sorto da un pezzo, ma nessuno rispondeva al mio richiamo, che diventò un pianto e poi un singhiozzo che mi stringeva così forte la gola e il petto da impedirmi di respirare. Un senso di abbandono, gelido e spaventoso, invase ogni cellula del mio piccolo corpo.

Avevo due anni circa, come poi confermò mia madre nel risalire a questo ricordo. Il tempo che trascorse finché lei non giunse al mio richiamo mi sembrò e mi sembra ancora, rammentandolo, così vivido e presente, come se lo stessi vivendo in questo momento, infinito e intollerabile. Poi risuonò la sua voce che mi ammoniva dalle scale di smettere di piangere, e la sua presenza austera, della quale

sentivo un assoluto bisogno, finalmente mi sottrasse alla morsa della mia infinita paura.

Piangevo molto da piccola. I seri problemi di salute dei primissimi mesi, protratti fin quasi al primo anno di età, la penosa incertezza sulla mia sopravvivenza, la gastroenterite che mi minava la salute e mi provocava acute sofferenze. Nelle foto di quando avevo sei mesi, si vede una piccola ranocchia – e pensare che appena nata pesavo quattro chili e duecentocinquanta grammi! – con i capelli rasati a zero, un odioso vestitino di trine bianco e un’aria triste e sofferente, contrastante con il sorriso smagliante ma freddo di mio fratello, di cinque anni più grande di me, e l’aria da azdora affaccendata ed efficiente di mia madre. L’azdora era nelle campagne romagnole la moglie del fattore o del mezzadro, che gestiva il pollaio e l’orto, custodiva la chiave della dispensa ed esercitava il comando sui figli, e spesso anche sul marito. Era l’anima rustica e affaccendata delle nostre campagne, dove non si buttava via niente, dove la terra era generosa e l’estro del contadino molto scaltro nel ricavarne il massimo profitto. Erano donne piuttosto in carne, tornite ma non grasse, dal sorriso fiero e orgoglioso, indurite e rese asciutte dall’ambiente aspro in cui vivevano, e che prosperava grazie alla loro ingegnosa operosità.

Tale sembrava mia madre a trent’anni, quando mi mise al mondo. Rischiò di morire e fu sottoposta a un cesareo, che a quei tempi era un pratica inusuale e pericolosa. Si salvò, ma per tre giorni mi allattò una balia, la moglie di un carabiniere che aveva partorito un maschietto con qualche giorno di anticipo rispetto a lei. Quando mia madre si fu ripresa, mi attaccarono al suo seno, ma il suo latte, date le sue pessime condizioni fisiche, risultò dannoso per la mia salute, e solo l’intervento provvidenziale e ormai insperato del farmacista con un rimedio antiquato come l’acqua seconda di calce, mi salvò la vita.

Mio padre sacramentava che avevano speso inutilmente un sacco di soldi per farmi visitare da tutti i dottori e i luminari di Imola: come poteva un rimedio così semplice e poco costoso rivelarsi efficace?

Ma mia madre insistette, tanto le avevano ormai provate tutte, e la rovina ai rovinati non fa paura.

Infatti il farmacista mise in acqua della calce viva, poi la scolò e la rimise di nuovo in acqua: dopo un certo tempo di posa me la diedero da bere, disinfettando così il mio intestino malato. Da allora ripresi a crescere di peso, ed ebbi salva la vita, ma ormai il danno nel mio piccolo cuore era fatto. Continuavo a piangere, dato che il meccanismo per attirare l’attenzione di mia madre e ottenere le sue cure, era quello. Il mio pianto continuo aveva stancato incredibilmente i miei poveri genitori, che non potevano neppure dormire. Infatti mio padre, che essendo ragioniere doveva recarsi in ufficio e stare attento a quello che faceva, finì per trasferirsi a dormire in un’altra stanza.

Mia madre si ritrovò ad affrontare la sua debolezza fisica e la mia, un altro bimbo, che pur essendo molto tranquillo, comunque era pur sempre un impegno notevole, e tutta la casa da mandare avanti. Mio padre per aiutarla le comprò la prima lavatrice, semiautomatica, che però risolveva solo in parte i problemi da affrontare. Avolte mia zia Teresina

si prendeva cura di me, anzi spesso, dato che abitava col marito nella «casina», una dependance che sorgeva nel nostro vasto cortile. Ma era in attesa del suo primo figlio, che sarebbe nato dieci mesi dopo di me, quindi più di tanto non poteva fare. Mi cantava le canzoncine. Mi piaceva quella della Bella Fantina, e gliela chiedevo continuamente. Lei mi stringeva al seno prosperoso e me la cantava con la sua voce viva e un poco stonata. Mi appoggiavo al suo respiro caldo e mi sentivo felice… Ma non era mia madre.

Mia madre era una donna severa e poco incline ai gesti d’affetto. Nata dopo troppi fratelli e con troppi di loro piccoli ai quali badare, aveva lavorato duramente fin dalla più tenera età per aiutare la famiglia e la nonna, che di figli ne mise la mondo una dozzina. Il nonno faceva il barelliere all’ospedale di Imola. Non patirono mai la fame, tranne che in tempo di guerra, ma il clima in casa era duro. Tenere in riga tutti quei figlioli era una gran fatica per il nonno, che solo con i nipoti si mostrava dolce e affettuoso: con i figli, urla e cinghiate. La nonna poi era una querula rompiscatole, sempre incinta e sempre a lagnarsi di tutto, poveretta. I fratelli di mia madre volevano fare le veci del padre nei suoi confronti, e quindi lei crebbe vessata su tutti i fronti.

Ma era una persona orgogliosa e molto vitale.

Mise su una corazza di tutto rispetto, e proseguì la sua vita a onta di coloro che la osteggiavano.

Mi narra sempre che, quando lei venne al mondo, prima femmina dopo cinque maschi, mia nonna voleva buttarla dalla finestra, perché diceva che era nata per soffrire. Quando lei combinava qualche marachella o si ribellava alla ferrea disciplina impostale, sua madre si lamentava aspramente, e le augurava di ritrovarsi poi in età adulta con una figlia ribelle come lei, che le avrebbe fatto provare quello che lei stava provando in quel momento.

La «maledizione» di nonna si era avverata puntualmente.

Io ero la spina nel fianco di mia madre, che pur aveva voluto farmi nascere a tutti i costi. Mio padre non voleva un altro figlio, dato che si sentiva destinato a morire giovane come i suoi genitori, scomparsi entrambi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altra, di tumore, non ancora cinquantenni, quando lui aveva diciotto anni. Purtroppo l’infausta previsione si è poi avverata, perché è spirato a causa di un’improvvisa insufficienza renale, all’età di quarantanove anni.

Mio padre era un uomo apprensivo e troppo attaccato alla famiglia. Tutto il suo tempo libero lo passava in casa e, sicuramente per effetto del trauma provocato dalla scomparsa così precoce dei suoi genitori, prediligeva in modo assoluto il suo primogenito, mio fratello. Mia madre lo vedeva soffocare di eccessive premure quel ragazzino taciturno e troppo tranquillo per la sua età: così si convinse che un altro figlio avrebbe portato aria nuova in casa, e avrebbe allentato la pressione sul primo.

In effetti non aveva torto, dato che io arrivai come un ciclone a sconvolgere la loro metodica e serena, o quasi, esistenza.

Così, io venni procreata come un intervento curativo.

E quando mia madre si lagnava di me con mio padre, cioè sempre, lui le rispondeva: «L’hai voluta? Adesso goditela!». E lo diceva nel nostro bel dialetto colorito, lui che era figlio di maestri e parlava solo l’italiano, proprio per sottolineare la nemesi della realtà oggettiva. Una nemesi che si era materializzata in una testa di capelli rosso rame, colore che mia madre odiava, fino al punto di tenermi rasata a zero per diverso tempo, nella speranza che scurissero. Cosa che si avverò solo in età adulta, quando, se avessi avuto il mio gradevole colore originale, mi sarei risparmiata tempo e denaro dalla parrucchiera.

Il mio pianto era continuo, e una volta mia madre mi prese sulle ginocchia e mi sculacciò di santa ragione. Io avevo all’incirca un anno, e non lo ricordo sicuramente, ma questo racconto è fiorito più volte sulle labbra di lei con una specie di trionfo, come a sancire una vittoria e non invece una sua sconfitta, dato che io non avevo nessuna colpa del fatto di piangere e di stare male, ed ero troppo piccola per essere educata a sculaccioni, soprattutto per superare un problema del genere.

Ma allora la pedagogia era quella, e l’indole di mia madre l’assecondava. Quando fui un po’ cresciuta (avevo ormai tre o quattro anni), poiché la mia abitudine di piangere persisteva, lei inventò un ottimo sistema per farmi smettere. Facendo leva sul mio spiccato orgoglio e sulla mia permalosità molto accentuata, quando per strada qualche conoscente, incontrandoci, mi rivolgeva dei complimenti, sottolineando quanto fossi bella – cosa che forse era vera o forse no, dato che per lei bella non ero di

sicuro – lei rispondeva sempre:

— Sarà pure una bella bambina, ma piange

sempre!

Fu così che io smisi di piangere. Anche se sicuramente significava fare del male a me stessa. Cominciai a irrobustirmi, e così presero il via le torture.

Avevo appetito, ma mi si centellinavano le razioni di cibo. Mio fratello mangiava come un cavallo, ma era magro, e stava crescendo. Quindi il suo piatto era sempre colmo. Io guardavo la mia piccola porzione e soppesavo tutto nel mio cuore. Meno cibo mi veniva concesso, meno amore ricevevo.

Per me era così. Stavo per morire per il cibo, e questo il mio corpo non l’aveva dimenticato. Cibo uguale vita uguale amore.

Mi alzavo la notte spinta dalla voglia di mangiare, ma il frigo era tenuto appositamente vuoto. Io divoravo qualsiasi cosa, anche la crosta avanzata del parmigiano. Non potevo dormire con quel vuoto dentro. Ero molto miope, dalla nascita, e, non vedendoci bene, incespicavo spesso, cadevo e mi facevo male. Ma non venivo consolata da mia madre: anzi, mi sgridava perché non avevo fatto attenzione.

Fu la mia maestra delle elementari che si accorse che non vedevo bene. Così l’oculista mi prescrisse gli occhiali. Occhiali pesanti, dalla montatura scura, con la lente che faceva cerchi e rimpiccioliva i miei occhi verdazzurro. I compagni di gioco mi chiamavano «Balena Quattrocchi». Io li picchiavo forte, e loro mi prendevano in giro sempre di più.

Così correvo in camera mia a leggere. Non piangevo, no, non piangevo quasi più. Fuggivo con la fantasia. Robinson Crusoe, Tom Sawyer, Spinarella, Zanna Bianca, Piccole donne, Pattini d’argento, Il corsaro nero, I viaggi di Gulliver, Moby Dick, Senza famiglia, Oliver Twist, Il piccolo principe, Il giardino segreto, erano la mia vendetta, erano la mia pelle, erano il mio orizzonte, e alle tre di notte ancora la luce sul comodino brillava nel silenzio della casa.

Io, la mano premuta sull’occhio troppo stanco, leggevo con l’altro, che ancora mi seguiva, e vagavo lontano dalla prigione del mio cuore solitario.

Prefazione

Il tempo, il luogo, la sostanza perdevano gli attributi che

costituiscono per noi le loro frontiere;

la forma non era più che la scorza

in brandelli della sostanza;

la sostanza fluiva via goccia a goccia in un vuoto

che non era il suo contrario;

il tempo e l’eternità erano la stessa cosa, come un’acqua nera che

fluisce in una falda d’acqua nera immutevole.

 

Marguerite Yourcenar, L’Opera al Nero

 

L’approccio con questa opera prima di Arianna Amaducci, poetessa e pittrice di raffinata sensibilità sia figurativa che letteraria, ha suscitato in me una ridda di emozioni contrastanti: devo confessare che, sin dalle prime pagine, la freddezza professionale solitamente imposta all’editor si è subito liquefatta in un coinvolgimento emotivo che mi ha scosso e turbato profondamente.

Gli sprazzi di lirismo struggente che illuminano soprattutto la prima parte, dove Arianna si addentra nella dolorosa rievocazione della sua infanzia tormentata, trafiggono come spine, specie quando l’autrice tratteggia il suo «gruppo di famiglia in un interno»: un sordido microcosmo piccolo borghese, in cui il perbenismo ipocrita è talmente radicato da stendere una cortina di omertà sulle molestie sessuali subite da Arianna in oratorio, colpevolizzando la vittima e non il carnefice.

«Oggi io sono l’amore che divora. La calura che toglie le forze. Il miasma asfissiante da cui corre lontano chi ho amato e chi amo»: è quasi una sentenza di condanna contro un innocente che Arianna pronuncia contro se stessa, dopo aver ripercorso con impietosa lucidità i sentieri del disagio mentale, sfociati in un paio di occasioni in agghiaccianti episodi di autolesionismo.

Emarginata dalla famiglia, divisa fra due amori che incarnano per lei una lacerazione insanabile, capace di slanci passionali incandescenti seguiti da cadute verticali nella più cupa e devastante depressione, Arianna si interroga continuamente sulle radici del proprio malessere. Ma le risposte si contorcono in nuove domande, in altri angosciosi interrogativi irrisolti che continuano a riecheggiarle nella mente.

Il senso di estraneità che pervade il titolo stesso del romanzo è frutto di un’afasia comunicativa, di un grido strozzato che nessuno raccoglie: Arianna non capisce il mondo in cui vive, come un’aliena precipitata sulla terra da un altro pianeta, e il mondo non capisce lei. «Oggi penso che mi manca qualcosa, una connessione, un meccanismo, un enzima, o non so che altro, e questo mi impedisce di capire la realtà, interpretarla e adattarmi a essa».

Eppure la vitalità di Arianna è inesauribile, rigenera se stessa nella contemplazione della natura, si sublima in piccoli gesti d’amore verso le creature più fragili e indifese, apparentemente insignificanti, ma che invece racchiudono un inestimabile valore: il massaggio amorevole che ridona il respiro a un pesce agonizzante, una tenera carezza che infonde calore alla pelle di una bambina cerebrolesa…

La rondine, anche se con un’ala spezzata, ama troppo la vita per lasciarsi morire, e una volta guarita torna a librarsi nell’aria. Arianna Amaducci ha spiccato il volo come scrittrice, e io sono fiero di aver offerto il mio piccolo contributo allo schiudersi di questo prodigio.

 

Guglielmo Colombero

 

Autrice

Arianna Amaducci

Arianna Amaducci è un’artista polivalente: si dedica alla pittura, alla poesia e alla narrativa. Ha debuttato con il romanzo autobiografico Io non sono di qui (WLM 2009). Con Kaiki (WLM 2010) prosegue il suo percorso letterario attingendo nuovi spunti dalle proprie vicende personali, evocate con la consueta struggente intensità emotiva, ma si proietta anche in suggestive escursioni nel passato e in visioni del futuro.

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