IL POSTULANTE

11,90

Romanzo lgbt. Romanzo d’introspezione che affronta, nell’intimo di un giovane postulante, il tema dell’amore all’interno del clero cattolico durante gli anni ’60 nella provincia italiana.

 

3 disponibili

Descrizione

Romanzo lgbt.

<<Luca si chinò su di lui e gli diede un bacio sulle labbra, poi si sdraiò al suo fianco. Fabio sentì sul suo il calore del corpo nudo dell’altro. Ora non erano più nel letto della stanza di Fabio, nella foresteria, ma abbracciati su un tappeto d’erba nel bosco in penombra.>>

Il giovane Fabio entra in convento percorrendo una strada in cerca di Dio. Prima di accedere al noviziato gli viene concesso del tempo per riflettere su questa importante decisione. Il giovane postulante si trova di conseguenza immerso in un mondo tutto maschile che suscita in lui emozioni che in passato aveva tentato di respingere a causa delle conseguenze negative di alcune esperienze adolescenziali. 

Il postulante è un romanzo in cui Antonio Selmi, con una sensibilità nostalgica e fortemente evocativa, lascia riecheggiare fra le righe suggestioni di alto profilo letterario nella tradizione del «romanzo di formazione» europeo del secolo scorso, in particolare del Bildungsroman di lingua tedesca (da Hesse a Musil), e, nelle dispute filosofiche e teologiche fra i seminaristi, ci riporta all’atmosfera densa di tensione conflittuale che pervadeva il capolavoro cinematografico degli anni ’70 di Marco Bellocchio, Nel nome del padre. Un romanzo intimista e profondo, quindi, in cui nulla risulta banale, e tantomeno scontato. L’«educazione sentimentale» del protagonista Fabio si snoda attraverso una tecnica narrativa che intriga e coinvolge, arieggiata da dialoghi che mettono in luce il travaglio interiore dei personaggi senza mai snaturarne la spontanea quotidianità. Un racconto capace di suscitare grandi emozioni.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 14,00

In copertina

particolare del Patrocle di Jaques-Louis David, 1780.

Pagine

158

Edizione

2^

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo lgbt, romanzo d'amore, romanzo introspettivo, romanzo psicologico, romanzo di formazione, romanzo di genere

Ambientazione

Provincia di Modena

Anteprima

I

VILLA F.

 

Dopo essere sceso da uno sbuffante treno a carbone nella piccola stazione di L., Fabio si sgranchì le gambe e si massaggiò i glutei. Il viaggio era durato poche ore, ma i duri sedili di legno della terza classe si erano ben presto rivelati una tortura.

Si guardò intorno e rimase stupito di trovarsi in aperta campagna. Scorse in lontananza l’agile campanile della chiesa del paese, che svettava nel cielo limpido di quella luminosa mattinata di settembre a guardia delle case ai piedi della collina, raggruppate attorno a esso come pecore intorno al pastore.

Il ragazzo fu attratto dalla bellezza del paesaggio.

Sullo sfondo i profili irregolari delle alte montagne ricoperte di boschi di conifere, il cui verde scurissimo si stemperava, procedendo con lo sguardo verso l’orizzonte, nel grigio-azzurro della lontananza; sulle colline, morbidamente degradanti verso la pianura, boschi di latifoglie, campi coltivati e prati, piccoli borghi lontani, come armenti addormentati al sole sul prato; sui colli, poco al di sopra del paese, alcune costruzioni isolate al centro di vasti parchi, in cui gli spazi erbosi si alternavano a folte macchie di vegetazione. Forse anche Villa F., la meta di Fabio, era una di quelle, ma bisognava arrivarci.

Chiese informazioni a un ferroviere, che incrociò mentre raggiungeva l’uscita. L’uomo gli disse che c’era una corriera, in sosta sul piazzale antistante alla stazione, che lo avrebbe portato in paese. Però doveva sbrigarsi, se voleva prenderla, dato che la prossima sarebbe passata di lì a un’ora.

— Il servizio è compreso nel prezzo del biglietto ferroviario! — gridò poi, mentre il ragazzo, dopo averlo ringraziato in gran fretta ed essersi sistemato il pesante zaino sulle spalle, stava già correndo verso l’uscita. La corriera era in partenza, ma l’autista lo vide e si fermò. Fabio salì e lo ringraziò con voce trafelata, mostrandogli il biglietto ferroviario.

Sentì subito il naso e la gola riempirsi dell’odore sgradevole dei sedili in materiale sintetico, mescolato a quello dei gas di scarico del tubo di scappamento. Un cocktail micidiale per il suo olfatto, che tante volte lo aveva fatto vomitare da bambino, quando andava in montagna con la mamma, e che anche adesso riusciva a malapena a sopportare. Il ragazzo si liberò dello zaino e si sedette esausto accanto a un’anziana signora, che lo guardò e gli sorrise.

— Lei sta andando a Villa F., vero? — gli chiese la donna dopo qualche minuto.

— Come avrà fatto a capirlo?— si domandò lui, mentre accennava di sì con la testa. Poi pensò che certamente non dovevano essere molti i ragazzi di fuori che arrivavano fino a quel posto sperduto, la mattina di un giorno feriale, a parte quelli diretti appunto alla villa.

— O forse ho già la faccia da prete? — si chiese, sentendosi un po’ a disagio.

Poco prima del paese la corriera rallentò, fino a fermarsi accanto a una piccola edicola sacra quasi ricoperta di fiori, all’incrocio della strada principale con un viottolo di campagna che conduceva a un casolare isolato. L’anziana signora si avviò verso l’uscita.

— Grazie, Gigi, mi hai risparmiato un bel po’ di strada —, disse all’autista.

Poi, prima di scendere, si voltò verso Fabio e lo salutò con un cenno della mano.

— Che Dio ti benedica! — esclamò.

— Grazie, ne ho proprio bisogno, signora —, pensò Fabio, ricambiando il saluto con la mano. Arrivati a quella che sembrava la piazza centrale (o forse era, più probabilmente, l’unica) del paese, la corriera si fermò e l’autista annunciò, rivolto a Fabio, certamente l’unico interessato tra i pochi passeggeri:

— Fine della corsa…

Fabio scese e si trovò davanti al portone sbarrato di una grande chiesa barocca, ai piedi di quel campanile che aveva visto dalla stazione. Si guardò intorno e non ebbe bisogno di chiedere indicazioni, per sapere dove andare. La strada davanti a lui, l’unica abbastanza larga e con qualche negozio, conduceva dritta alla lunga scalinata d’ingresso al parco della villa, i cui tetti s’intravedevano appena al di sopra degli alberi che nascondevano completamente alla vista il corpo dell’edificio. Padre Martini gliela aveva descritta proprio così, prima della sua partenza.

Fabio si incamminò in quella direzione, per scoprire però, una volta che l’ebbe raggiunta, che la scalinata era in disuso e in uno stato di evidente degrado: molti gradini erano sbeccati, le statue in pietra arenaria delle balaustre a colonne in gran parte monche di teste o braccia, le fontane secche, le aiuole nelle terrazze invase da erbacce gialle.

— La guerra è passata anche di qui —, pensò il ragazzo, ma era evidente che i padri l’avevano dismessa anche prima dell’inizio del conflitto, forse ritenendo quella fastosa struttura, pensata originariamente per l’imponente villa dei prìncipi di G., poco consona al noviziato a cui, da qualche decennio, Villa F. era adibita. Una fitta cortina di edera ricopriva ormai quasi completamente il grande portone d’ingresso.

— Dovete prendere quella stradina e salire per qualche centinaio di metri. Vedrete senz’altro l’ingresso alla villa —, gli disse una passante alla quale Fabio si era rivolto per chiedere informazioni.

Lo zaino diventava sempre più pesante, via via che Fabio saliva sotto il sole la ripida strada che costeggiava il parco, finché finalmente vide l’insegna della villa.

Si sedette su un muretto, prima di percorrere il sentiero a gradini che dalla strada conduceva all’edificio, diversi metri più in alto. Estrasse da una tasca esterna dello zaino un pacchetto di sigarette: ne conteneva ormai una sola, che aveva conservato proprio per quel momento.

— Questa sarà forse l’ultima sigaretta che fumerò in vita mia —, pensò, cercando di farla durare il più a lungo possibile. Infine si alzò e salì i gradini del sentiero che si arrampicava con curve a gomito tra il folto degli alberi.

Si trovò nel mezzo di un piazzale a terrazza, illuminato da una luce quasi abbagliante per i suoi occhi abituati all’ombra fitta del parco.

Fabio si guardò attorno. La terrazza inghiaiata era chiusa dalla parte della strada da una siepe di bosso e abbellita da statue portafiori e da aiuole ben curate. Alla sua sinistra vide la facciata di una piccola chiesa, che forse accoglieva per le funzioni festive anche la gente del paese, almeno quella che aveva voglia di salire fin lassù.

Un lato della chiesa si univa ad angolo a un lungo edificio a un piano con grandi vetrate, intonacato di giallo e spoglio di ogni addobbo: erano il colore caldo della costruzione e i raggi del sole sulle vetrate a intriderlo di quella luce.

Il fabbricato non apparteneva di certo al corpo centrale della villa, di cui Fabio riusciva ora a vedere l’elegante fiancata. Probabilmente faceva parte degli edifici di servizio sul retro dell’antica dimora principesca, quelli che ospitavano gli alloggi per la servitù, le scuderie e il deposito dei carri.

Raggiunse il portone d’ingresso. Sopra il campanello era ben evidente il cartello CLAUSURA.

Fabio sentì per un attimo il desiderio di lasciar perdere tutto e di tornarsene a casa, ma premette invece con decisione il pulsante. Di lì a poco venne ad aprirgli un converso, un uomo di mezza età, di aspetto vigoroso. Guardò Fabio schermandosi la luce con una mano, e per un po’ non disse nulla. Sembrava meravigliato di vederlo. Il ragazzo notò che era molto più alto di lui e aveva folti capelli neri, con solo qualche filo bianco sulle tempie. Indossava una tonaca aperta sul collo e un logoro grembiale in cuoio da giardiniere, dalla cui tasca spuntavano i manici di un paio di cesoie. Finalmente il frate gli rivolse un sorriso aperto, che riempì di rughe il suo viso abbronzato.

— Benvenuto —, gli disse, stringendogli la mano.

— Tu sei certamente Fabio. Io sono Ferdinando, o fratel Ferdinando, se preferisci. Padre Martini ci ha avvertito che saresti arrivato oggi. Fatto buon viaggio? E come sta quell’ipocondriaco?

Fabio si meravigliò un poco di sentir parlare in quei termini di padre Martini, il suo ieratico padre spirituale.

— Ha tanti problemi di salute, credo abbastanza seri, ma è sempre molto impegnato, soprattutto con i giovani della parrocchia —, rispose.

— Li ha sempre avuti, i suoi seri problemi di salute, fin da quando era novizio qui. Credo che non stia bene, se non ha qualche acciacco di cui lamentarsi! Ma sto scherzando, sai? Voglio molto bene a Filippo. Siamo entrati in noviziato insieme, un secolo fa, e mi piace prenderlo un po’ in giro, ogni tanto. So che è un bravo padre spirituale e un ottimo confessore. E poi gli dobbiamo essere grati, se ci ha mandato te, no? Bene, adesso ti accompagno nella tua stanza e ti aiuto a sistemarti.

Il frate tolse dalla schiena di Fabio il pesante zaino e – senza ascoltare ragioni – se lo caricò sulle spalle e si avviò, precedendo il ragazzo per fargli strada.

La portineria dava all’interno su un grande cortile pavimentato di ciottoli di fiume, al di là del quale Fabio vide l’altra ala della barchessa, un fabbricato simile e parallelo a quello dal quale provenivano.

Il lato a valle del rettangolo era chiuso dal retro della villa, quello a monte era aperto verso la collina.

Tra una coppia di enormi ippocastani partiva un sentiero che si perdeva in mezzo agli alberi. Fratel Ferdinando notò lo sguardo di Fabio e gli disse:

— Il parco è grande e ancora rigoglioso, anche se non riusciamo più a curarlo come ai tempi del prìncipe. Ma lui aveva tanta servitù e noi invece non siamo in molti. Ti piacerà! C’è anche una casa colonica, sull’altro versante della collina, con una stalla e una bella vigna.

Attraversarono il cortile ed entrarono nell’edificio di fronte.

— Ecco, qui a sinistra c’è l’infermeria. In questo momento non c’è nessuno, ma è spesso affollata.

Qui alla villa non ci sono solo i novizi, ma anche gli anziani, che ci tornano dopo una vita di apostolato in giro per il mondo, per godersi in pace gli ultimi anni di vita. Ciclo completo, come vedi.

Prendendo a destra, percorsero uno stretto corridoio, sul quale si affacciavano alcune porte. Ferdinando ne aprì una:

— C’è solo l’imbarazzo della scelta. Al momento sei l’unico postulante —, disse entrando.

— L’unico? — chiese Fabio.

— Sì, sono arrivati altri cinque ragazzi, prima di te. Tre dal seminario minorile e due dal nostro Liceo di Milano, ma hanno già messo la tonaca e dormono in camerata con gli altri novizi. Tu invece vuoi attendere un po’, mi hanno detto.

— Sì. Preferisco aspettare qualche tempo, prima di chiedere di essere ammesso al noviziato. Padre Martini mi ha detto che è possibile —, rispose Fabio.

— Certo che sì. Nessuno ti metterà fretta. È meglio essere sicuri, prima di fare una scelta così importante —, disse Ferdinando, deponendo a terra lo zaino.

La stanza era grande e luminosa, arredata nel modo più semplice con un letto in ferro battuto, un piccolo scrittoio che fungeva anche da comodino, una sedia, un armadio e l’inginocchiatoio ai piedi di un grande crocefisso di legno.

— Da qui hai una magnifica vista sull’orto. E spesso su fratel Ferdinando in lotta impari contro le erbacce. In teoria dovrei occuparmi dell’infermeria, ma sono anche portinaio, giardiniere, guardarobiere e molto altro ancora. Un tuttofare che fa tutto male, ma tutto ad maiorem Dei gloriam, naturalmente. Dì un po’, non avresti per caso una sigaretta? Le ho finite ieri sera e stamattina non sono ancora sceso in paese per la posta.

— Mi spiace, fratel Ferdinando —, rispose stupito Fabio, — ho fumato l’ultima che avevo prima di entrare. Credevo che qui non fosse consentito.

— In realtà non è ben visto, e in effetti nessuno dei novizi fuma. Ma né tu né io lo siamo, no? In ogni caso, fai bene ad approfittare dell’occasione per smettere. Tutta salute guadagnata. Magari ce ne fumiamo una insieme quando torno, tanto per fe-steggiare il tuo arrivo qui…

Fabio accettò volentieri e lo guardò con simpatia, grato del tono cordiale di quell’accoglienza, ben diversa da quella formale che si era aspettato.

— Ora ti lascio sistemare le tue cose. Ci vediamo nel refettorio a mezzogiorno. Non so se padre Martini te lo ha detto: c’è la regola del silenzio anche durante i pasti.

Fabio lo sapeva già, chiese invece se doveva presentarsi subito al padre rettore.

— Qui lo chiamiamo padre maestro —, rispose il converso. — Adesso sta facendo lezione ai novizi sulla spiritualità dell’Ordine. Immagino che ti dirà lui stesso quando potrete parlare. È sempre molto occupato, ma vedrai che ti manderà a chiamare, appena possibile.

— Grazie, fratel Ferdinando. Posso chiederle un’ultima cosa? È una sciocchezza, ma non riesco davvero a capire perché la stazione si trovi così lontana dal paese. Non ci sono ostacoli naturali, che giustifichino questa scelta.

— Infatti, non si è trattato di ostacoli naturali. Devi sapere che questa villa apparteneva ai prìncipi di G., e fu il principe Ottaviano, agli inizi del secolo, a chiedere e ottenere che questo tratto ferroviario passasse lontano dal paese, così che i treni non disturbassero la sua pace, anche se questo avrebbe causato non pochi disagi alla gente. Erano molto potenti, come vedi. E prepotenti.

Il viso di fratel Ferdinando si era improvvisamente incupito.

— Ma ormai non lo sono più. E la villa adesso appartiene a noi. Alla Chiesa, volevo dire. Sic transit gloria mundi. Amen.

Il frate uscì, dopo aver spiegato al ragazzo dove si trovava il refettorio, informandolo che si pranzava alle 12.10 precise con la raccomandazione di essere sempre puntuale.

Bussarono alla porta dopo pochi secondi. Era di nuovo fratel Ferdinando:

— Scusa, Fabio, mi sono dimenticato di dirti una cosa importante. I servizi sono in fondo al corridoio.

Puoi farti una doccia, se vuoi. Ti ho portato gli asciugamani.

Tossicchiò imbarazzato.

— Noi qui facciamo la doccia con le mutande… ma tu non sei ancora novizio. E poi, omnia munda mundis. Insomma, vedi un po’ tu.

Fabio lo ringraziò, senza far commenti.

— Dovrò adattarmi a molte cose nuove. Tanto vale incominciare subito. E poi così lavo anche le mutande, mentre faccio la doccia —, pensò mentre incominciava a estrarre dallo zaino le sue cose.

Si trovò subito tra le mani il piccolo crocefisso d’argento che gli aveva regalato Francesco, il suo compagno di banco al liceo. Durante il viaggio lo zaino gli era caduto a terra e Fabio constatò con disappunto che uno dei bracci della croce si era incurvato, ma solo un poco. Cercò di raddrizzarlo, senza riuscirci.

Fu subito curioso di vedere se la caduta avesse danneggiato anche il mastodontico e costosissimo rasoio elettrico che, inaspettatamente, padre Martini gli aveva consigliato di farsi regalare dai genitori prima della partenza, perché in noviziato i tempi per ogni cosa sono ristrettissimi e bisogna fare tutto in fretta. Evidentemente non si era accorto che Fabio aveva appena un leggero accenno di barba. Il ragazzo inserì la spina nella presa accanto al letto e il rasoio incominciò a ronzare rumorosamente. Fun-zionava, meno male… Solo in quel momento si rese conto per contrasto del silenzio totale del posto. In pochi minuti sistemò i suoi pochi abiti e i suoi tanti libri, poi si inginocchiò ai piedi del crocefisso.

— Grazie, Signore, per avermi portato fin qui. Fa che io possa restare per sempre nella Tua casa.

Poi si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto. Pensò ai suoi genitori, rivide le loro facce quando quella mattina lo avevano accompagnato in stazione.

Suo padre cercava di darsi un contegno, parlava come se lo stesse accompagnando a prendere il treno per una breve vacanza. Chissà quanta fatica gli costava, poveretto.

Sua madre invece non riusciva a nascondere la disperazione per quella che lei percepiva come la perdita dell’unico figlio. Fabio aveva finto per un po’ di non vedere le sue lacrime, poi non ce l’aveva fatta più e, abbracciandola, si era messo a piangere con lei, mentre cercava di consolarla, dicendole che sarebbero rimasti sempre in contatto, che sarebbe stato comunque con loro, anche se in modo diverso da prima:

— Dai, mamma, qua stiamo a disperarci, che forse neanche mi prendono.

Sembrava una battuta, ma Fabio qualche dubbio lo aveva davvero. Sua madre aveva risposto di sì con la testa, aveva anche cercato di abbozzare un sorriso, ma continuava a piangere.

Fabio si era sentito sollevato, quando l’altoparlante aveva annunciato l’arrivo del suo treno. Provò un senso di gratitudine e di ammirazione per i suoi genitori, che avevano accettato quella sua scelta, che non capivano, solo per amor suo.

— Se solo avessero un po’ di fede anche loro…, sospirò.

Quando gliene aveva parlato, subito dopo la maturità, erano rimasti senza parole per lo stupore, ma non avevano cercato in alcun modo di fargli cambiare idea. Suo padre gli aveva solo chiesto di rifletterci bene, di familiarizzare un po’ con l’ambiente, prima di prendere una decisione definitiva. In fondo Fabio si era accostato alla religione da poco tempo, gli chiedeva solo prudenza.

Tra i parenti, invece, c’era stata una specie di sollevazione: suo zio Alfonso, lo zio ricco, aveva tuonato che lui non avrebbe mai consentito che suo figlio si facesse prete (per suo cruccio aveva una sola figlia, la cugina Anna Maria, che fortunatamente non ambiva certo a farsi suora) e che Fabio aveva anche dei doveri verso la famiglia, perché era l’unico discendente maschio, destinato, secondo lui, a tramandare ai posteri l’augusto nome dei de Biasi.

Quello delle nobili origini della famiglia era il pallino dello zio Alfonso, che aveva anche commissionato delle costose ricerche araldiche, ma senza grandi risultati. La zia Iolanda, invece, aveva consigliato a suo padre di sottoporre il ragazzo a una visita psichiatrica, perché forse c’era qualcosa che non andava.

Al che la madre di Fabio, infuriata, aveva replicato chiedendo alla cognata perché lei non avesse fatto la stessa cosa con il figlio, il cugino Paolo, che a sedici anni aveva usato violenza a una domestica, mettendola incinta, e che, dopo i suoi trascorsi nelle squadracce fasciste, nel dopoguerra aveva preferito cambiare aria emigrando in Brasile.

La reazione degli zii paterni avrebbe avuto il solo effetto di rafforzare Fabio nella sua decisione, se ce ne fosse stato bisogno; il dolore dei genitori invece gli causava un profondo malessere, che egli cercava di offrire a Dio nelle sue preghiere, chiedendogli di concedere loro un po’ di consolazione.

Sentì l’impulso di chiamarli al telefono, ma non sapeva se fosse consentito farlo. Scrisse allora una breve lettera, nella quale li rassicurava che il viaggio era andato bene, che il posto era incantevole, che avrebbe fatto sapere loro appena possibile quando sarebbero potuti venire a trovarlo. Affrancò la busta e se la infilò in tasca, ripromettendosi di consegnarla a fratel Ferdinando non appena lo avesse visto, poi uscì dalla stanza per raggiungere il refettorio.

Dall’atrio vide un gruppo di una ventina di giovani in tonaca attraversare il cortile. Camminavano accoppiati, senza però parlare tra di loro. Fabio capì che erano i novizi, che, finita la lezione con il padre maestro, si stavano recando alla mensa.

Uscì anch’egli sul cortile, chiuse alle sue spalle il portone dell’infermeria e li seguì.

 

II

PORCA EVA

 

Il refettorio, una grande sala rettangolare spoglia e luminosa, era situato nell’ala della corte da cui Fabio era entrato al mattino, e vi si accedeva direttamente dal cortile attraverso una grande porta a vetri. Appeso alla parete di fondo, un enorme dipinto dell’ultima cena; a un angolo un ambone, a cui si saliva tramite una scaletta di legno accostata al muro.

I tavoli erano disposti a U, in fila lungo le pareti.

Molti monaci erano già seduti. Quelli che un po’ alla volta arrivavano, dopo aver preso piatti, posate e bicchiere da una grande credenza vicino all’ingresso, si recavano in silenzio al loro posto. Erano tutti seduti con le spalle rivolte al muro, e Fabio cercò tra quei visi quello di fratel Ferdinando, senza vederlo. Il frate uscì in quel momento dalla porta della cucina e gli venne incontro; con un gesto lo invitò a prendere anch’egli il coperto dalla credenza, cosa che il ragazzo fece con enorme precauzione, terrorizzato alla sola idea che qualcosa gli cadesse e che tutti si voltassero a guardarlo. Poi il frate lo accompagnò al posto che gli era stato assegnato e si sedette sulla panca di fianco a lui.

Quando tutti si furono sistemati, uno dei padri seduti al centro della tavolata contro la parete di fondo si alzò in piedi, seguito da tutti gli altri, e recitò una preghiera di ringraziamento, che i monaci ascoltarono a capo chino. Poi si sedettero di nuovo.

Uscirono a quel punto dalla porta della cucina alcuni novizi con grandi vassoi e presero a servire il cibo. Fabio guardò di sottecchi fratel Ferdinando e incominciò a mangiare solo dopo aver visto che l’altro stava già masticando.

Un giovane monaco, anch’egli di certo un novizio, annunciò dall’ambone:

— Dal martirologio del 15 settembre.

Seguì la lettura di un elenco di nomi di santi, martiri, beati e vergini, con brevi informazioni sulla loro vita e sulle circostanze della loro morte. Il lettore aveva una bella voce, con un leggero accento toscano, ma Fabio era troppo nervoso per prestare attenzione a quello che leggeva.

Si stupì solo che l’elenco fosse così lungo. Non lo sapeva proprio che fossero così tanti, i santi del giorno.

Si era già pentito di aver alzato istintivamente la testa – unico tra tutti – per guardare verso l’ambone, quando il novizio aveva incominciato a leggere.

Sperò che il suo gesto fosse passato inosservato. Di certo nessuno tra i presenti era interessato a guardare il nuovo postulante, ma lui si sentiva come sotto una lente d’ingrandimento. A quella del martirologio seguì la lettura di brani di un testo devozionale, che accompagnò il pranzo per tutta la sua durata.

Fabio sobbalzò quasi sulla panca quando una voce tuonò improvvisamente nel silenzio:

— Descènditedescèndite, non descendìte.

Un anziano monaco aveva corretto la pronuncia del lettore in una citazione in latino. Fabio si voltò di scatto verso l’ambone. Gli sembrò che il ragazzo fosse arrossito, anche se riformulò senza scomporsi la citazione, questa volta con la pronuncia corretta.

Nessuno sembrava aver prestato la minima attenzione al piccolo incidente, tuttavia Fabio si augurò di non essere mai chiamato a salire su quell’ambone.

Poi il religioso che aveva recitato la preghiera di ringraziamento si alzò, seguito da tutti gli altri. Fabio fu sicuro a quel punto che si trattava del padre maestro. Era un uomo di circa cinquant’anni, non molto alto, con due grandi occhi scuri su un viso dalla carnagione olivastra. Aveva l’aria mite e affabile, ma il piglio deciso. Passando accanto al ragazzo gli fece un cenno di saluto con il capo e proseguì verso l’uscita, poi si fermò, ritornò sui suoi passi e gli rivolse la parola:

— Benvenuto tra noi, Fabio. Ho pensato che potremmo parlare un po’ nel pomeriggio, se vuoi. Vediamo… adesso potresti già unirti agli altri per un piccolo servizio alla comunità. Qui siamo abituati ad aiutare i confratelli che sono di corvée in cucina: asciughiamo le stoviglie e le posate, man mano che ce le portano. Ecco – vedi? – lo stanno già facendo.

Dopo puoi andare a conoscere i tuoi nuovi compagni, durante la ricreazione. D’estate si riuniscono in fondo al cortile, sotto gli ippocastani. Se non sei troppo stanco, potresti venire da me durante la mezz’ora in cui gli altri vanno a riposare. Sai, qui ci alziamo presto, alle 5.10… ma di sicuro ti sei alzato molto presto anche tu, stamane. Se vuoi dormire un poco, potremmo incontrarci domani.

— Non sono stanco, padre, posso venire quando le fa più comodo —, rispose Fabio.

— Va bene, allora vieni alle 15. Fatti spiegare da fratel Ferdinando dov’è la mia stanza —, disse a mo’ di congedo il padre maestro, affrettandosi verso l’uscita.

Dopo aver asciugato insieme agli altri posate e stoviglie, riuscendo a non far cadere nulla, Fabio si avvicinò a Ferdinando. Voleva dargli la lettera che aveva scritto per i suoi genitori. Il frate lo invitò a seguirlo. Fuori in cortile gli disse:

— Vieni, adesso ti presento ai tuoi compagni.

— Posso dare a lei questa lettera, fratel Ferdinando? È per i miei.

Ferdinando prese la busta.

— D’ora in poi non c’è più bisogno che tu affranchi le lettere, ci penso io —, disse il frate guardandola —, ma sappi che quando sarai novizio non dovrai più chiuderle. Sia la posta in partenza che quella in arrivo deve poter essere letta dal padre maestro, se lo ritiene opportuno. In realtà lui non la legge quasi mai, perché ha sempre un sacco di altre cose da fare.

Attraversarono affiancati il lungo cortile in direzione dei grandi ippocastani, sotto i quali, seduti su panchine o in piedi a piccoli gruppi, si trovavano già i novizi. Si sentiva anche a distanza il suono delle loro voci e, soprattutto, delle loro risate.

— State prendendo in giro Franco, malelingue? —, chiese Ferdinando quando li ebbero raggiunti. — Allora dovete prendete in giro anche me, perché nemmeno io so il latino.

— Ma dai, Ferdinando, se non fai altro che citare dal latino! — replicò un ragazzo con gli occhiali, alto e ben piantato, che a Fabio sembrò di qualche anno più vecchio degli altri.

— È perché sono un giovine molto portato per le lingue straniere, ma non l’ho mai studiato, caro il mio Roberto —, rispose Ferdinando ridendo.

Anche Roberto rise.

— Comunque non stanno prendendo in giro Franco per il suo latino, ma piuttosto me, che dovrei insegnarglielo, come suo angelo custode —, spiegò Roberto. — E c’è stata anche qualche battuta su padre Severissimo Balestri, a dire il vero, — soggiunse poi.

— Non voglio starvi ad ascoltare, gioventù bruciata. Vorrei vedere come sarete voi a 76 anni suonati come padre Severino Balestri. Adesso venite tutti qui, per piacere: vi presento Fabio de Biasi, che è arrivato stamattina. Si fermerà qualche tempo con noi e, se non lo avrete scandalizzato troppo, forse deciderà di entrare in noviziato.

Fabio si ritrovò al centro del gruppo, strinse mani, sentì parole di benvenuto da una ventina di bocche sorridenti, man mano che i novizi si presentavano.

— Mancano i cinque novizi che oggi sono di servizio in cucina —, lo informò Roberto.

— Mi ci vorrà un po’ di tempo per imparare il nome di tutti —, suppose Fabio.

— Oh, no, farai in fretta, vedrai. Ci si vede tutti, tutti i giorni, qui in noviziato —, lo rassicurò l’altro.

— Padre Balestri è quello che ha corretto la pronuncia del lettore? — chiese Fabio, non sapendo cos’altro dire.

— Sì —, rispose Roberto. — Non devi far troppo caso a padre Balestri. È un tipo un po’ particolare. Prima stavamo ridendo per l’episodio del «porca Eva» che è entrato ormai nella leggenda.

— Del «porca Eva»? — chiese Fabio di rimando.

— Ma sì. Una volta uno dei novizi, mentre stavamo chiacchierando, ci ha infilato un «porca Eva». Eravamo proprio qui, durante la ricreazione. Padre Balestri stava passeggiando poco lontano e l’ha sentito. Si è precipitato verso di noi a una velocità impressionante – mi sembra ancora di vederlo! – e poi ha esclamato, guardando fisso il poveretto: — Che io non senta mai più questa orrenda imprecazione. Perché – ricordatelo bene – Eva con ogni probabilità adesso è santa! Noi siamo rimasti per un po’ a bocca aperta, ma facevamo una gran fatica a trattenere le risate. Da allora, come intercalare, qui si sente solo «santa Eva» o «santissima Eva».

Fabio rise. L’altro continuò:

— A volte padre Balestri rimbrotta anche aspramente qualcuno dei conversi anziani. Sai, alcuni di loro sono persone molto semplici, sono rimasti i contadini che erano prima di entrare in convento, anche nel linguaggio. Qualcuno non è neanche particolarmente pio, almeno non come il padre vorrebbe. Beh, per dirla tutta, su di un paio di loro corre voce che si siano fatti monaci solo per evitare la guerra del 15-18 e che poi siano rimasti per via del vitto e dell’alloggio gratis. Ma magari la vocazione gli è venuta dopo…

Fabio lo guardò stupito.

— Ops! Ecco, sono stato io il primo a dare scandalo. D’altra parte, se vuoi entrare nella Chiesa, non è male che tu sappia subito che dentro c’è di tutto…

In quel momento arrivò Franco: la ricreazione stava finendo e lui adesso aveva lezione di latino con Roberto.

— È un pessimo insegnante —, disse rivolto a Fabio, indicando con un dito accusatore il maestro —, e mi fa fare queste figuracce. Dai, Roberto, andiamo a soffrire un po’ sui verbi irregolari.

Poi, squadrando Fabio da capo a piedi:

— Scommetti che domani ti fanno servire messa con me? Siamo alti uguali, stessa corporatura, purtroppo stesse facce da angioletti, ma tu biondo e io moro, tu occhi azzurri e io neri. Sono simmetrie che piacciono, qui dentro, soprattutto ai confratelli anziani.

Si incamminarono verso la villa e Fabio si unì a loro.

— Domani nel pomeriggio si va ad aiutare il fittavolo per la vendemmia. La vigna è dall’altra parte della collina, a un paio di chilometri da qui. C’è da fare una bella camminata attraverso il bosco, per arrivarci —, lo informò Roberto.

Fabio fu contento della notizia. I suoi primi anni d’infanzia li aveva trascorsi in un paesino di montagna sperduto tra i castagneti, dove lui e la madre erano sfollati durante la guerra, mentre il padre, medico, era sotto le armi, a curare malati e feriti, prima in Albania e poi in Grecia. La guerra non era arrivata fin lassù, o almeno lui non se ne era accorto, perché aveva solo quattro anni quando vi giunsero. I suoi primi ricordi erano legati a quel posto: l’odore intenso del pollaio, l’uovo caldo appena deposto, che lui aveva raccolto scacciando la gallina, la fronte ruvida del vitello nella stalla, il sapore del latte appena munto che la tata gli portava.

In rare occasioni vide degli uomini lassù. Fabio ne ricordava uno in particolare, alto, magro e con una barba ispida che, mentre discorreva con sua madre, vedendolo arrivare curioso, lo aveva sollevato da terra e baciato, con suo grande disappunto, dicendo:

— Questo qui vivrà in un mondo libero.

Lui aveva protestato scalciando e aveva detto di non voler più essere preso in braccio, perché aveva già cinque anni.

Dopo quelle visite sua madre spariva per un paio di giorni e tornava dicendo di essere andata in città per delle compere. In realtà portava messaggi dei partigiani, come Fabio apprese solo molto tempo dopo.

Da uno di quei viaggi tornò con una bambina, più o meno sua coetanea, che gli presentò come Maria, figlia di una sua amica. Disse che sarebbe rimasta con loro per qualche tempo, perché aveva bisogno di aria buona. Maria era diventata subito la sua inseparabile compagna di giochi. Era una bambina piena di fantasia. Da lei Fabio aveva imparato a cucire delle vesti per i loro giochi, unendo grandi foglie di castagno una a una con stecchi di paglia. Per lui erano scudi da guerriero, per lei abiti da principessa, ma poi finivano sempre per inventare una storia in cui potessero coesistere guerrieri e principesse.

Un pomeriggio la bambina gli aveva raccontato di non chiamarsi Maria, bensì Sara, Sara Modena.

Era un segreto che doveva restare tra di loro. Fabio non capì perché la sua amica, che in città si chiamava Sara, dovesse chiamarsi Maria, lì tra i monti.

Giurò che non lo avrebbe mai detto a nessuno, neanche alla mamma, e mantenne la promessa.

Tornarono in città quando Fabio aveva quasi sette anni, e fu iscritto direttamente in seconda, perché sua madre gli aveva già insegnato a leggere e a scrivere.

— Così ti sei risparmiato un sacco di aste —, gli aveva detto lei.

In città non si mangiava bene come in montagna e d’inverno in casa faceva anche più freddo che nella casetta tra i castagni, dove c’era sempre legna per il grande camino, ma Fabio era contento, perché anche il babbo era ritornato. La sua nave era stata affondata prima di raggiungere le coste dell’Africa, ma per fortuna lui sapeva nuotare bene, gli aveva raccontato.

Maria-Sara invece, dopo qualche settimana, era andata a stare dai suoi zii, vicino a Roma. I suoi genitori stavano facendo un lungo viaggio, gli spiegò la mamma.

A Fabio dispiacque molto separarsi dall’amica, ma la scuola lo distrasse presto da quella separazione e si fece nuovi amici. Solo dopo qualche anno seppe che i genitori e i nonni di Sara non erano più ritornati dal loro viaggio ad Auschwitz.

 

III

IL SEGRETO

 

Fabio uscì con molto anticipo dalla sua camera per andare al colloquio con il padre maestro. Si era fatto spiegare bene da Roberto dov’era la stanza del rettore, ma aveva paura di non trovarla, in quel labirinto di sale e corridoi che era l’interno della villa, e di arrivare in ritardo. Si sentiva nervoso, mentre cercava di immaginare le domande che il sacerdote gli avrebbe rivolto. Che cosa avrebbe potuto chiedergli? Forse avrebbe voluto sapere della sua recente conversione, delle origini della sua vocazione…

Cosa sennò?

Seguendo le indicazioni di Roberto, scorse subito la stanza del rettore. Fermo davanti alla porta chiusa, vide che mancavano ancora più di 25 minuti all’ora fissata per l’incontro. Non sapendo come impiegare il tempo, attratto dalla novità di quel luogo, si incamminò per un lungo corridoio, fino a giungere nel salone d’ingresso della villa, dall’alto soffitto a cupola.

Quell’ambiente gli sembrò enorme, forse anche perché completamente vuoto di mobilio, a parte un paio di gigantesche consolle dorate alle pareti e alcune colonne di legno intagliato e laccato, che un tempo avevano certamente retto delle statue. Uno scalone di marmo saliva a un ballatoio, su cui si affacciavano numerose porte. Fabio suppose che al piano superiore ci fosse la cappella della Beata Vergine, che i padri avevano ricavato dalla sala di rappresentanza dei prìncipi.

Assorto nei suoi pensieri, guardò distrattamente gli affreschi con motivi mitologici e scene di caccia alle pareti laterali e gli stucchi della volta, poi si accostò a una delle vetrate aperte sulla grande terrazza antistante alla facciata della villa, da cui partiva la lunga scalinata barocca che scendeva attraverso il parco fino al paese. L’aveva vista arrivando solo poche ore prima, quella scalinata, ma gli sembrò che fossero già passati giorni.

Dalla vetrata si scorgevano il campanile e i tetti delle case e, al di là, la pianura illuminata dal sole che si estendeva a perdita d’occhio fino all’orizzonte, e ancora oltre fino alla sua città, alla sua casa, ai suoi genitori, ai suoi amici. Gli si strinse il cuore e pensò di salire in cappella per una preghiera alla Madonna, ma si stava facendo tardi.

Mentre ritornava verso la stanza del rettore, gli venne in mente l’episodio di padre Balestri e del «porca Eva». Lo aveva ascoltato come un aneddoto divertente, ma adesso, ripensandoci, c’era qualcosa che lo preoccupava. Possibile che, santa o porca, i monaci credessero che fosse esistita sul serio, una Eva, con tanto di giardino dell’Eden, Adamo e serpente tentatore? Aveva letto tutta la Bibbia, a casa, ma non gli era neanche passato per la testa che quell’episodio della Genesi, come tanti altri del Vecchio Testamento, fosse da intendersi storicamente, e non invece come la rappresentazione simbolica della creazione e della debolezza umana davanti alle tentazioni del Maligno.

Non aveva mai toccato simili argomenti con padre Martini, dato che lo interessavano poco, ma ora si rammaricava di non averli approfonditi a tempo debito.

Che cosa portava lui, al convento, se non la sua immensa gratitudine per il Salvatore e la sua altrettanto immensa ignoranza?

— Ne parlerò con padre Botteri —, pensò, — ma non oggi.

Alle 15 in punto bussò alla stanza del padre maestro. Il colloquio si svolse in modo del tutto diverso da come Fabio lo aveva immaginato: nessuna domanda per sondare la forza della sua fede o la solidità della sua vocazione. Padre Botteri sembrava piuttosto preoccupato di organizzare la sua vita nei minimi dettagli, nei giorni a seguire. Lo informò minuziosamente sugli orari che avrebbe dovuto rispettare, sulle attività dei novizi a cui avrebbe partecipato, gli assegnò un «angelo custode », Luca, un novizio del secondo anno che lo avrebbe aiutato ad ambientarsi e gli avrebbe anche dato lezioni di greco, lingua che Fabio al liceo scientifico non aveva studiato e che in futuro gli sarebbe senz’altro servita per approfondire gli studi di filosofia. Stabilì che le lezioni si sarebbero svolte ogni giorno, dalle 10 alle 12, mentre gli altri novizi ascoltavano le sue letture sulla spiritualità dell’Ordine.

— Luca si farà passare gli appunti da qualcuno, non è un problema, tanto lui sa sempre tutto —, concluse padre Botteri al termine del colloquio.

Fabio lo aveva seguito con attenzione, perdendosi un po’ nell’intrico di orari e attività in cui si frammentava la giornata dei novizi.

Prima di congedarlo, il padre maestro gli diede un paio di fogli.

— È la richiesta di ammissione al noviziato. Fino a qualche anno fa i postulanti facevano un colloquio con uno dei padri anziani, adesso ci siamo ammodernati anche noi e usiamo un questionario.

Leggilo con calma. Non c’è nessuna fretta, date le circostanze. Me lo riporterai con comodo, così mi dirai anche delle tue prime impressioni sul noviziato. Ma naturalmente puoi venire da me anche prima, se desideri parlarmi. Direi che questo è tutto, per oggi.

Fabio ringraziò e si avviò alla porta.

— Un’ultima cosa —, soggiunse padre Botteri, — vuoi telefonare ai tuoi genitori, adesso? Ho appreso da padre Martini che la tua decisione di venire qui è stata un duro colpo, per loro. Avete il telefono, in casa? Ma certo che lo avete… tuo padre è medico, no?

Fabio gli fu grato per quella proposta. Dopo un attimo di riflessione, però, rispose:

— No, grazie, padre Botteri, ho già scritto una lettera e l’ho consegnata a fratel Ferdinando.

Si sentiva nervoso, confuso: sua madre se ne sarebbe accorta subito e questo l’avrebbe inquietata ancora di più. Non voleva certo mettersi a piangere davanti al padre maestro, se anche la madre lo avesse fatto, all’altro capo del telefono.

Uscì dal retro della villa e attraversò il cortile per raggiungere la sua stanza. Si sentiva in qualche modo sollevato dal fatto che il colloquio avesse riguardato solo cose pratiche, ma i due fogli arrotolati che teneva in mano gli pesavano come fossero stati di piombo.

Cercò dapprima di pregare, poi di raccogliersi nella meditazione, ma non riusciva a concentrarsi.

Andò alle docce. L’acqua fredda gli donò un senso di benessere. Sotto la doccia si ricordò delle indicazioni di Ferdinando, ma ormai era tardi. Pensò che, se anche avesse tenute addosso le mutande, dopo la doccia se le sarebbe dovute togliere comunque, per stenderle ad asciugare, ma evitò, mentre si insaponava, di toccarsi il pene con le mani e di guardarlo.

Ritornato in camera, prese a scorrere velocemente il questionario. Stava cercando qualcosa di preciso, la fonte della sua inquietudine, e la trovò presto.

Provi attrazione sessuale per persone del tuo stesso sesso?

Per fortuna mancava il «Se sì…», ma Fabio sentì subito svanire l’effetto benefico della doccia, mentre gocce di sudore incominciavano a scendergli dalla fronte.

La risposta era facile:

SÌ.

Il difficile sarebbe stato scriverlo, quel monosillabo.

Fabio sapeva fin troppo bene di essere attratto sessualmente da persone del suo stesso sesso, ma non ne aveva mai parlato espressamente con nessuno.

Lo aveva scoperto nella primissima adolescenza, un pomeriggio in cui, mentre si masturbava nella sua stanza, si era trovato improvvisamente a pensare non più alle figure di donne nude viste su un libro di igiene sessuale del padre o alle tette della cugina Anna Maria, come era accaduto qualche volta prima, ma a un giovane muratore dal busto tornito che, abbronzato e seminudo, lavorava in quei giorni sul tetto della casa di fronte alla sua. La scoperta lo aveva meravigliato ma non lo aveva spaventato, né gli aveva procurato grande preoccupazione.

Era riuscito con molta facilità, nei mesi seguenti, a coinvolgere diversi suoi amici in giochi sessuali, dimostrandosi un vero seduttore, malizioso ma allo stesso tempo innocente, perché non provava la sensazione di fare qualcosa di male. Aveva imparato a stimolare le loro fantasie erotiche per arrivare a una masturbazione in comune, o a inventare gare che avessero come risultato l’esibizione collettiva del pene eretto.

Con uno di loro, Pino, si era anche spinto oltre, durante un vagabondaggio a due lungo il fiume. Al riparo da sguardi indiscreti, tra i cespugli della riva, l’amico non si era sottratto alle sue carezze. Poi si erano spogliati e i loro corpi nudi si erano stretti, mimando un amplesso fino alla eiaculazione di Fabio, che poi aveva aiutato l’altro con la mano.

La cosa si era ripetuta altre volte. Fabio tornava a casa contento, dopo quegli incontri, conservando a lungo nelle narici l’odore del corpo dell’amico, insieme all’aroma aspro dell’erba e della terra umida.

Poi, di colpo tutto era cambiato: era stato inscenato una specie di processo, nel fienile di una casa colonica in cui il gruppo degli amici spesso si riuniva. Fabio c’era andato insieme agli altri senza sospettare nulla, e solo in un secondo momento si era reso conto che era stata ordita una specie di congiura contro di lui. Uno dopo l’altro lo avevano accusato di averli costretti a fare cose «sporche», di essere un anormale, un «finocchio». Lui non aveva mai sentito prima di allora quella parola, ma ne capì benissimo il significato. Il più spietato tra i suoi accusatori fu proprio Pino, l’amico con cui Fabio aveva avuto maggiore intimità, che naturalmente si era ben guardato dallo scendere nei dettagli di quanto era accaduto fra loro due. Fabio aveva da poco compiuto tredici anni.

Quell’episodio aveva segnato la fine della sua infanzia e l’inizio di un’adolescenza tormentata e solitaria, durante la quale aveva imparato a conoscere il senso di colpa per non essere come tutti gli altri.

In realtà, più che un diverso si sentiva un unico, nel senso che non sapeva se al mondo vi fossero altri come lui, altri molestatori, anormali, «finocchi» come lui. Lo imparò alle superiori, che ne esistevano altri, dalle barzellette sporche sui «culattoni», che qualche buontempone raccontava durante l’intervallo, con voce in falsetto e movenze affettate, nei cessi del liceo.

A diciassette anni, dopo lunghi tentennamenti, si era risolto a recarsi una domenica pomeriggio in un cinema di terza visione, piuttosto malfamato in città, appunto, come ritrovo di «finocchi». Aveva camminato per un bel po’, avanti e indietro lungo il corso, prima di imboccare il vicolo in cui si trovava l’ingresso, cercando di ostentare l’aria indifferente di uno che passa di lì per caso. Chissà perché, si era immaginato di trovare una cassiera dalla faccia ambigua e ammiccante, ma la signora opulenta seduta dietro il banco sembrava piuttosto una brava madre di famiglia, apparentemente del tutto ignara delle ragioni losche che lo avevano portato lì.

Mentre la maschera illuminava con la torcia elettrica il corridoio buio che conduceva all’interno della sala, lui continuava a guardarsi intorno di soppiatto, per assicurarsi che non ci fosse nessuno di sua conoscenza. L’oscurità di quel luogo, in un certo senso, lo rassicurava. Stando alle informazioni frammentarie che aveva raccolto, era dietro, nelle ultime file, che si sedevano quelli come lui, ma non ebbe il coraggio di arrivare fin là, e cercò un posto in una delle prime file, quasi sotto lo schermo.

Proiettavano un western, che Fabio cercò di seguire, senza riuscirci. Ogni tanto si voltava indietro con circospezione per vedere cosa succedeva nelle ultime file, ovviamente senza alcun risultato, se non quello di farsi notare da un paio di occhi abituati a quel buio. Dopo un po’ un uomo si alzò da una delle file centrali e venne a sedersi sulla poltrona accanto alla sua. Dato che di posti liberi ce ne erano molti, Fabio capì che non si era seduto lì per caso.

Infatti sentì presto la gamba dell’altro premere contro la sua, prima quasi casualmente, poi in modo sempre più forte e intenzionale. Lui non si ritrasse.

Si voltò di lato, per guardarlo in faccia. L’altro sembrava interessato solo al film e non ricambiò il suo sguardo. Fabio vide il profilo di un uomo sulla quarantina, di aspetto comune, privo di particolare attrattiva. Ma non era questo che gli importava. Era contento di aver trovato un altro come lui, sperava di potergli parlare, chiedergli della sua vita, raccontargli della propria.

La mano dell’uomo scivolò da sotto l’impermeabile che teneva ripiegato sulle ginocchia, risalì la coscia di Fabio e si fermò sulla patta, poi incominciò a sbottonargli i calzoni. Il ragazzo lo trattenne. Allora l’altro prese la mano di Fabio e la portò sul proprio pene, che aveva estratto dai pantaloni, ed era gonfio sotto l’impermeabile. Tenendo nella sua mano quella del ragazzo incominciò a masturbarsi, fino a che Fabio non sentì il liquido caldo scendergli tra le dita. Mentre lui cercava nelle tasche un fazzoletto per asciugarsi, l’uomo si alzò e si allontanò. Anche Fabio si alzò e lo seguì fuori dal cinema. Voleva parlargli, aveva tanto da chiedergli e non poteva credere che la cosa fosse finita così, senza una parola.

Vedendosi seguito, l’uomo accelerò il passo. Anche Fabio lo fece. Prima di raggiungere il corso affollato dal passeggio della domenica pomeriggio, l’uomo si voltò di scatto.

— Perché mi segui? Che cosa vuoi? — gli chiese con un tono di voce più spaventato che minaccioso.

Poi afferrò una mano del ragazzo e gli premette con forza sul palmo una moneta da cento lire. Fabio notò la fede al suo anulare. Mentre l’altro si allontanava rapidamente, lui rimase lì fermo, guardando a lungo la moneta nella mano impiastricciata. Si sentì d’un tratto sporco come quella mano, oppresso da un senso di colpa e da una vergogna che sembravano inchiodarlo al suolo. Finalmente riuscì a muoversi, e si mise a correre verso casa. Corse a lungo, per un tempo che parve interminabile, poi a un tratto si fermò per riprendere fiato.

— Non posso andare a casa. Come faccio adesso a guardare in faccia mio padre e mia madre? —, pensò.

Lì vicino c’era una fontanella. Si lavò le mani e il viso e poi si sedette sui gradini di accesso a una chiesa. Il portone era aperto e lui d’impulso entrò.

Dentro non c’era nessuno, nell’aria si sentiva il profumo dell’incenso di una funzione ormai finita. Si sedette su una panca, in un angolo sul fondo della navata. Non entrava da anni in una chiesa: nessuno in famiglia lo faceva.

D’un tratto sentì il bisogno di inginocchiarsi. Desiderò anche per sé un po’ di quella pace che regnava lì dentro. Di preghiere non ne sapeva.

Ripetè più volte:

— Perdonami, Signore. Perdonami, Signore.

E gli sembrò che il Signore lo avesse perdonato, perché una gran pace gli scese dentro. Quella pace gli diceva che Dio, che lo aveva creato così, non lo respingeva come un mostro, anzi lo accettava per quello che era e lo stava salvando.

Fu l’inizio della sua conversione.

Nei giorni successivi tornò spesso in quella chiesa a pregare, a godere di quella pace che solo lì provava. Poi conobbe padre Martini. Fu il religioso a rivolgergli la parola. Gli chiese chi fosse, dato che lo vedeva frequentare con tanta assiduità la chiesa, senza essere della parrocchia. Fabio gli raccontò che stava avvicinandosi alla fede, gli chiese di aiutarlo.

Il padre non cercò in alcun modo di accelerare i tempi, di imporgli pratiche devozionali, di impartirgli insegnamenti dottrinali. Diceva che l’unica cosa importante era che lui amasse Dio e lo pregasse.

Fu così che conquistò la sua fiducia, e Fabio decise che gli avrebbe detto la verità.

Dopo qualche mese gli chiese di confessarlo, perché voleva fare la comunione. Non aveva molti peccati da confessare, salvo quello. E arrivarono le domande fatidiche:

— Hai commesso atti impuri?

— Sì.

— Da solo o in compagnia?

— Da solo e in compagnia.

— Con donne?

— No.

— Con uomini?

— Sì.

Fabio restò a questo punto con il fiato sospeso, in attesa che il confessore gli chiedesse spiegazioni.

Ma l’altro continuò:

— Ti penti con tutto il cuore dei tuoi peccati e prometti che cercherai di non commetterne più in futuro?

— Sì, padre.

Dopo l’assoluzione il ragazzo si era sentito per la prima volta, dopo tanto tempo, di nuovo uguale a tutti gli altri, come da bambino: la sua anima adesso era una pagina bianca, non più macchiata dal peccato, da quel peccato.

D’un tratto però sentì svanire quella sensazione di pace: si disse che neanche durante la confessione era emersa la verità.

Padre Martini aveva sicuramente considerato i suoi atti impuri delle ragazzate, episodi legati a una fase della vita in cui la sessualità non è ancora ben definita, che non lasciano tracce, che si dimenticano appena usciti dall’adolescenza.

Lui invece non poteva dimenticare: quella inclinazione colpevole l’aveva sempre dentro di sé, anche in quel momento.

Non era scomparsa dopo la sua contrizione né dopo i tre pateravegloria; non sarebbe scomparsa mai, perché faceva parte della sua natura, era per lui l’unico modo possibile di desiderare l’amore, il sesso.

Era il suo unico modo di essere, era lui stesso.

Si sentì di nuovo diverso dagli altri che camminavano in fila con lui verso l’altare. Mentre si inginocchiava alla balaustra, rivolse una preghiera a quel Padre che era il solo a conoscere la verità e che lo aveva accolto nonostante la sua colpa. Gli promise che in cambio lo avrebbe servito per tutta la vita, se Lui avesse voluto. Poi aprì la bocca e ricevette l’ostia consacrata.

Scuotendosi dai suoi pensieri Fabio prese in mano il foglio del questionario e rispose con un «» alla domanda che lo tormentava:

— Il padre maestro deve sapere quello che sono, anche a costo di un rifiuto —, pensò.

Si rimise con fiducia a Dio: se lo aveva accompagnato fin lì, se gli aveva dato la forza di causare tanto dolore ai suoi genitori, di lasciare la sua casa e i suoi amici, forse era perché lo voleva davvero tra i suoi servi e lo avrebbe aiutato.

Prefazione

Esordire nella narrativa in un paese come il nostro, dove si legge poco (e spesso anche male), ha sempre il sapore di una sfida quasi temeraria.

Ma esistono autori che, pur tutt’altro che acerbi come Antonio Selmi, debuttano con una disinvoltura e una maturità stilistica che sorprendono anche i lettori più smaliziati.

Il postulante mi ha colpito nel profondo: è una storia raccontata con immediatezza e semplicità, ma nel contempo densa di molteplici echi emozionali.

Tanti sassolini che piombano nell’acqua, e danno vita a cerchi concentrici di vibrazioni dell’anima che, talvolta laceranti come un grido, altre volte sommesse come un sussurro, lasciano comunque un sedimento lungo il loro percorso interiore. L’autore riversa tutto il suo background filosofico e letterario (di ampio e variegato spessore) in una prosa che, pur vicina a noi, conserva l’impronta potente dei romanzi mitteleuropei del primo Novecento. Il suo Fabio (un poco Dedalus, e un poco Törless) si addentra nello spinoso crocevia del conflitto agostiniano fra l’Anima e la Carne, e, in aderenza al principio del libero arbitrio, compie le sue scelte pienamente consapevole che la linfa vitale del Dubbio impregna la Fede e la mantiene viva.

Innocenza e turbamento, confidenze a volte subdole e a volte sincere, mani e volti che si sfiorano in un germogliare sobrio e quasi indistinto di una passione che è anche «affinità elettiva», talmente radicata nei sentimenti da non cedere il passo se non di fronte all’amore più totale e assoluto, quello che porta il credente a donarsi interamente a Dio, senza riserve mentali e senza compromessi.

Il nucleo più autentico del romanzo di Selmi palpita, a mio avviso, nelle pagine indimenticabili del colloquio tra Fabio e il padre maestro: «Entrando in convento noi religiosi dedichiamo con i voti tutta la nostra affettività a Dio e gli offriamo la nostra rinuncia al mondo, amore e sesso compresi. Credo che a lui poco importi se rinunciamo all’amore verso un uomo o verso una donna, al sesso con l’uno o con l’altra. Credo che a lui interessi solo la volontà di dedizione totale, che con la nostra rinuncia esprimiamo».

Guglielmo Colombero

Autore

Antonio Selmi

Antonio Selmi è nato a Modena nel 1946 e si è laureato in Lingue e Letterature straniere moderne presso l’Ateneo di Bologna. Ha poi approfondito gli studi di germanistica alla Goethe Universität di Francoforte, interessandosi soprattutto di didattica. In Italia si è dedicato all’insegnamento, all’aggiornamento dei docenti e alla redazione di testi per la scuola fra cui Mit blick auf tourismus. Tedesco per il turismo (Poseidonia Scuola 2005),  Im handel. Tedesco commerciale (Poseidonia Scuola 2005)  e Magazin.de (Poseidonia Scuola 2007). Il postulante (WLM 2009) in seconda edizione nel 2010 è la sua prima opera letteraria. Segue il dittico Come le nuvole al mattino (WLM 2010).

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