IL MIO ANGELO. QUANDO GLI ANGELI METTONO LA CODA MA NON PERDONO LE ALI

6,00

Un romanzo lgbt semi-autobiografico, racconta una donna in un mondo di uomini confusi, che scopre una parte di sé che non sospettava di avere e comincia un percorso verso una nuova e piena felicità.

 

100 disponibili

Descrizione

Romanzo lgbt.

Giulia è una dinamica donna di 35 anni, lavora in una grande banca in campo finanziario e per lavoro fa la spola tra Milano e Roma. Semplice e complicata allo stesso tempo, sessualmente libera ma profondamente romantica, in un continuo susseguirsi di opposti, Giulia affronta con brio ed intelligente ironia la sua vita, guardando se stessa attraverso coloro che ha amato. In un viaggio in treno verso sud incontra una donna e da quel momento la sua vita prende una piega del tutto inaspettata. “…la vita quale arte dell’incontro…” canta Vinicius de Moraes; e l’incontro rappresenta il filo conduttore della vita di Giulia. […] Noi, ricordiamolo sempre, siamo il nostro Io. Siamo anche gli incontri che abbiamo fatto, e quelli che faremo. Passato e futuro che si abbracciano nel presente. […]

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 12,00

Pagine

204

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo d'amore, romanzo di genere, autobiografia

Ambientazione

Milano, Roma, Napoli

Anteprima

Tu non sei piccola, perché

già sei cresciuta: sei grande e

giochi con il tempo e la vita

-come tutti facciamo-

per il gusto di vivere.

Vola libera e felice,

al di là dei compleanni,

in un tempo senza fine, nel persempre.

Di tanto in tanto noi c’incontreremo

-quando ci piacerà-

nel bel mezzo dell’unica festa che non può mai finire.

Richard Bach: Nessun luogo è lontano

 

Capitolo 1

 

La grande stazione di Milano, come sempre, è affollata. Dall’entrata principale guardo dal basso la lunga scala mobile che porta verso i treni. Con un lungo sospiro riprendo fiato, un po’ corto per aver dovuto circumnavigare il grande edificio, i cui corridoi sono perennemente e inesorabilmente chiusi per lavori. Sistemo meglio sulle spalle lo zaino e mi appresto quindi a salire. Mio unico altro bagaglio: il marsupio che porto in vita, e nella mano destra un giubbotto di jeans con un’aquila stampata sul retro. Sorrido guardando come oramai sia più che logoro, eppure ogni estate con ostinazione lo porto sempre con me. Maglietta,  jeans e scarpe da ginnastica; non mi serve altro per un viaggio di oltre sei ore.

Mi guardo intorno, tra fiumi di persone che si affrettano verso i treni o le biglietterie. Con un sorriso appena accennato li osservo correre e qualche volta spingersi tra loro, immagine abituale in questa frenetica città. Spesso mi sono chiesta, a dire il vero, perché mai vadano sempre di fretta. Per strada vedo ogni giorno signore in tailleur e tacchi alti rischiare di cadere pur di prendere l’autobus, anche se subito dietro ne arriva un altro. Come ho potuto vedere in qualsiasi orario, alle stazioni della metro, gente di ogni età voler a forza entrare in carrozze affollatissime, pur sapendo che dopo poco ne arriva certamente un’altra. Ho sempre sorriso al vedere queste comiche scenette e sorrido anche ora. Sarà la mia rilassata indole napoletana, ma il correre per arrivar primi proprio non è nella mia natura.

Compro qualcosa, in fondo come sempre sono in anticipo. Qualcosa da bere, una bottiglietta di minerale liscia; un pacco di biscotti (ma si, in barba alle diete!); qualcosa da leggere, un quotidiano, un fumetto. Le riviste per donne invece, come la società pensa debbano essere, le lascio da sfogliare a qualcun’altra.

Mi avvio quindi verso il treno, fermandomi per timbrare il biglietto.

“Bene Giulia”, dico a me stessa, “stavolta te ne sei ricordata.”

Troppe volte mi è successo infatti di dover pregare il controllore di non multarmi per questa mia distrazione. Niente da fare, non sono proprio la classica biondina che sbatte gli occhioni e tutto le è concesso. Eh no; a me, donna mora, tipica bellezza mediterranea, morbida nelle linee e prorompente nell’aspetto, dai capelli lunghi e arruffati o, come un mio amico spesso dice, più simili ad un cespuglio di rovi – pettinatura semplice il più delle volte e di certo non costruita – multa!

Carrozza di seconda classe, rigorosamente. Guardo il biglietto, trovo il mio scompartimento. Vuoto, prenotazioni solo da Firenze. Bene, magari rimanessi da sola con i miei pensieri fino a Firenze. In genere non amo chiacchierare durante i viaggi. Sono una donna molto socievole, ma i viaggi m’ispirano ricordi e sogni. Preferisco chiudermi nei miei pensieri, immaginando eventi che so che non possono accadere, inventando lieti finali a quelle storie che hanno in vario modo segnato la mia vita.

Così vorrei fare anche questa volta, nella mente la volontà soprattutto di porre la parola fine su Dario, quell’uomo che così tanto ha espresso il mio esatto opposto. Io con una natura femminile e maschia, lui con il suo essere maschile e femmina.

Lo conobbi circa due anni fa. La naturale conseguenza di un percorso durato 33 anni, un percorso che ha portato a conoscermi attraverso gli uomini che hanno attraversato fino ad ora la mia vita.

A partire da mio padre Attilio, il mio papà naturale che divorziò da mia madre quando io avevo 6 anni. Un padre di cui ero innamoratissima, come ogni bambina, e che mi fece sentire un vertiginoso senso d’abbandono, troppo preso dalla sua nuova famiglia. Un padre a cui non ho voluto parlare per tre anni, e a cui però devo molto proprio per questo; perché il suo abbandono significò passare la mano della mia crescita, come quella di mia sorella, al nuovo compagno di mia madre: Bruno. E’ solo Bruno che da allora in poi mi ha fatto da padre, ed è solo a lui che devo di certo tanta parte di me: l’amore per tutto ciò che è arte, l’amore per l’indipendenza, per la tolleranza e una visione aperta sul mondo e la nostra vita.

Senza dimenticare il mio perenne e storico amico Antonio, mio padre spirituale; colui che, nel mio ventesimo anno d’età, vide per primo Giulia, dietro una ragazza che nascondeva ogni parte di sé in maglioni enormi e informi con occhiali grossi come fondi di bottiglia. Antonio, il quale per primo fece spuntare le ali alla giovane Giulia, semplicemente raccontandosi, avendo fiducia in lei. Un incontro, come tutti quelli nella nostra vita, che portò ad entrambi beneficio e crescita. Antonio, per il quale la giovane Giulia si prese una cotta tremenda e profonda, fino a rendersi conto, attraverso la sua fedele amicizia e pazienza, che non era quello l’Amore che lei doveva vivere per sé.

Aldo, il bresciano, il mio primo grande e reale amore, un amore di letto che servì a farmi vivere finalmente il mio essere femminile. Lui era tanto macho e fece sentire me tanto femmina.

Raimondo, un vero e proprio esaurimento nervoso, un amore mentale, tutto ciò che mi era mancato prima. Un perfetto indeciso cronico, con cui passavo intere nottate parlando, per cercare di dare un significato a quella che lui neanche riusciva a definire una storia. Un uomo dalla parlantina incredibile che riusciva a portare dalla sua parte ogni discorso, con mio grande sfinimento e allo stesso tempo divertimento.

Alfredo, piccolo grande uomo, che ancora oggi riempie la mia vita con la sua umanità. Unico uomo, fino ad ora, che non sia scappato da me, che mi ha amato, che ha sognato con me e forse anche più di me. Il “buon Alfred”, come gli amici sempre lo chiamano. L’unione dell’amore fisico con quello mentale. Eternamente nobile ed elegante, legato all’apparire dei modi, così in contrasto con i miei, ma che mai ha mancato realmente di rispetto al mio essere. Animale ambiguo e sensuale. Bisessuale, si, primo uomo realmente femminile nel cuore, ma maschio nel carattere, tanto da arrivare poi a scontrarsi continuamente con il mio essere maschile. Quanta fatica, dopo aver esaurito fino all’ultimo i motivi del nostro stare insieme, per costruire e portare ad evoluzione questo bellissimo e complice rapporto di stima ed amicizia che ora abbiamo.

Infine eccolo, Dario. Conosciuto una sera nei mondi ‘on-line’ delle chat, dopo mesi d’accese passioni virtuali, condite da una ripresa alla vita e ai giochi. Quest’uomo ha rappresentato l’unione perfetta, o quasi, d’ogni parte di me fino a questo momento conosciuta. Quante emozioni in quel brevissimo periodo che siamo stati insieme. Quanto dolore infinito e profondo, mai provato fino ad ora, in questi due anni di ritorni e nuove fughe dalla mia vita, da me e da se stesso. Per dar forma a questo fortissimo legame che io sento, che lui non ignora ma che non ammette. La fatica di costruire una parvenza di pseudo-amicizia ha tolto ogni residuo d’energia dalla mia anima.

Adesso però le malinconie fanno parte del passato. Le ho affogate saltellando da un incontro ad un altro. Ho applicato una sana cura del sesso, direi una sorta di strana rassegnazione, che ha rappresentato però la mia liberazione dal dolore. Naturalmente in quest’ultimo mese Dario ha nuovamente provato ad affogarmi dentro i tormenti per quest’amore non vissuto. Sembra infatti quasi impossibile stare vicini senza finire con il far l’amore. Ma la conclusione poi è sempre la stessa. Fugge come una lepre. Fugge anche quando io non lo rincorro. Fugge anche in un momento come questo in cui nulla mi aspetto e nulla chiedo. Un momento in cui i sogni e le illusioni su di lui, sui di un noi, fanno parte solo del mondo dei miei più nascosti desideri, che so non realizzabili. Lui fugge. E’ l’unica cosa certa in questa storia e, temo, anche nella sua comprensione di cosa sente o non sente per me.

E allora via, adesso sono io a fuggire: fuga verso il mare, sola andata, il ritorno se ci sarà lo deciderò al momento. All’avventura, com’è sempre stata tutta la mia vita, mai programmata ma vissuta giorno per giorno.

Eccomi qui, seduta a guardare fuori del finestrino coloro che si accingono a salire su questo treno che fra non molto partirà verso il sud e il suo calore.

“E’ libero quel posto?”

Mi giro, affacciata alla porta a vetri una donna. Deve avere circa la mia età, 34 anni. Non molto alta, come me, 1.60 avrei detto senza tacchi. Indossa semplici ma attillati blue jeans e una magliettina aderente rosa pallido. Un fisico magro e scattante anche se non perfetto. I capelli biondi e un po’ ricci sono a caschetto. Gli occhi, scuri come i miei, brillano e un sorriso si accentua di risposta al mio. No, non avrei detto bella; ma particolare, sì.

“Sono prenotati da Firenze in poi… perciò ora sono liberi”, le dico dopo qualche istante.

“Oh bene, vuol dire che ci penserò a Firenze dove spostarmi”.

Entra posando la borsa sul sedile di fronte al mio. La guardo poi prendere la valigia che cerca con difficoltà di sollevare sui ripiani superiori.

“Aspetta ti aiuto, lascia fare a me, so come fare”, le dico alzandomi.

La sento ridacchiare mentre mi osserva mettere a posto la sua valigia.

“Sei forte, sai; io non ci sarei mai riuscita”.

“Non è questione di forza, ma di metodo; basta sapere come si fa”, rispondo finendo di sistemare in alto quel pesante bagaglio.

“Oh bene, poi mi insegnerai il modo allora”.

‘Poi’. Come se avesse già stabilito che ci fosse un ‘poi’. La guardo sorridendo e le faccio un cenno d’assenso, non sapendo bene cosa rispondere.

“Io mi chiamo Angela, piacere” mi dice allora allungando la mano verso di me.

Angela, bel nome, penso mentre le stringo la mano; non una mano affusolata, ma neanche una mano di chi fa un lavoro d’intelletto; mano calda e morbida, comunque.

“Io sono Giulia, piacere mio”.

Il treno parte, esce dalla stazione, percorre ad andatura lenta ma costante i primi chilometri allontanandosi dal centro di Milano e dalla sua afa, cui proprio non sono riuscita ad abituarmi in questi mesi. Vorrei chiudermi come al solito nei miei pensieri, ma mi ritrovo invece, con mia sorpresa, a non volerlo fare. Osservo il paesaggio che scorre ma senza guardarlo, perché il mio sguardo è invece catturato dal viso di questa donna che si riflette nel vetro.

Sfoglia una rivista, una di quelle che avevo lasciato da leggere ad altre donne diverse da me, penso. Ogni tanto alza lo sguardo, mi scopre ad osservarla… e sorride. Quel sorriso credo sia un po’ ipnotico, ogni volta che appare, come una chiave di violino, fa risuonare anche il mio. Non è la prima volta che mi ritrovo a guardare una donna, in genere una donna particolarmente bella di cui non posso non apprezzare la bellezza, come se stessi ammirando un’opera d’arte. Di rado però mi capita di sentire questo calore particolare per un semplice sorriso, un sorriso di una donna che oggettivamente non avrei potuto definire bella. Oh sì lo so, come fantasia l’ho sempre avuta, fare l’amore con una donna. Mi sono sempre chiesta come potrebbe essere, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, mi sono sempre detta. Comunque non ho mai escluso la possibilità che un giorno scoprissi e dessi voce ad un’altra parte di me. Ma non mi è mai capitato che una donna mi si avvicinasse. Chissà perché ho sempre pensato di attirare più un uomo, per il mio fisico, che non una donna.

Come mai mi venissero proprio ora questi pensieri, proprio non so.

La sento ridacchiare.

“Oh questa poi”. Alza gli occhi su di me e continua “a volte ci trovo scritte delle cose davvero incredibili su questi giornali, sai”.

“Immagino; ma a dirti la verità non sono giornali che in genere leggo: preferisco un sano fumetto o un bel libro, ai pettegolezzi nazionali”. A volte mi prenderei a schiaffi. Ma perché mai sottolineare una cosa del genere? In fondo cosa m’importa se legge quelle riviste? La guardo, probabilmente l’ho offesa e dovrei chiederle scusa.

Ancora sorride e risponde con una leggera risatina.

“Hai ragione, sai; è che io non sono abituata a leggere libri – so di essere un po’ ignorantella – e leggo queste tanto per passare il tempo. Tu cosa leggi in genere? Vedo solo un fumetto con te. Non stai leggendo nulla di bello? Un libro, che so, qualcosa del genere?”

Ecco, se voleva spiazzarmi c’è riuscita alla grande. Tutto potevo aspettarmi tranne che rispondesse sorridendomi e dandomi pure ragione. Un improvviso rilassamento mi prende e abbandono ogni diffidenza verso questa donna che si era permessa di venire a disturbare i miei ricorrenti quanto incongruenti sogni. Credo dovrei ringraziarla per questo.

“Beh, a dirti il vero ho appena finito un magnifico libro di una grande scrittrice: si chiama Le nebbie di Avalon ed è molto bello.”

“Dai, davvero? E di cosa parla? Ti va di raccontarmelo? Se non ti disturba?”

Così mi avventuro nel resoconto di questo libro. Comincio come se stessi facendo una recensione, poi cambio registro. Racconto le avventure, i personaggi, e le emozioni che avevo sentito; e mentre racconto vedo i suoi occhi brillare, attenta, come una bimba a cui stessi raccontando una favola. E proprio come una bimba ne chiede ancora e ancora.

 

Non so quanto tempo sia passato. I paesaggi che scorrono continuano a far da sfondo ai miei racconti e alle sue allegre risate. Questo mi rammenta quelle sottili differenze tra Dario e gli altri uomini della mia vita, amanti o amici che fossero, che tra loro hanno una particolarità sempre in comune. Oltre un lato femminile, anche se espresso spesso in maniera diversa, gli uomini della mia vita mi sanno far ridere, e di gusto. Con Dario infatti era così. Ma la delizia che avevo nel far ridere lui era ancora maggiore. Chissà come mai questo paragone mentale tra il mio grande amore e questa giovane donna, che sta rendendo allegro ora questo mio viaggio. Sarà forse perché non riesco mai a staccarmi dal pensiero di quest’uomo?

“Ma tu sei sposata?”, mi domanda quando oramai abbiamo superato da un po’ Bologna.

“No, io no. E tu – immagino di sì, a vedere la fede”, le rispondo indicando la sua mano. Un leggero velo sui suoi occhi mi fa intuire qualcosa.

“Si, sono sposata – da 16 anni – e ho anche una bimba di 7”.

“Io invece non sono stata sposata, ma ho convissuto per 2 anni – ed è stato come un matrimonio, credimi. Tu di dove sei? Dall’accento direi di Roma” le domando cercando di cambiar discorso.

“Sì, sono di Roma e sto tornando a casa. Sono stata qualche giorno da alcuni parenti su a Milano. E tu, invece? Non sembri milanese”.

“Non lo sono, infatti. Sono venuta a Milano qualche mese fa per un lavoro. Ma adesso ho deciso che tornerò a Roma, dove ho casa. Qui ero in un residence. Sono napoletana, comunque”.

“Torni a Roma, dunque. Ma non vedo molti bagagli con te”. E’ un’impressione o mi è sembrato sorridesse di più quando ho detto che tornavo a vivere a Roma? Aspetto un attimo prima di rispondere.

“Adesso in realtà ci torno per poco tempo; il grosso è rimasto nella mia casa di Roma. Il resto delle mie cose le prenderò dopo questa breve vacanza”.

“E perché le dico che sto andando a Roma quando ho un biglietto per Napoli?”

“Ah ecco, adesso capisco. E che lavoro fai?”

“Sono promotrice finanziaria, ma ora ho un ruolo manageriale all’interno della mia banca”.

Ridacchia.

“Scusa, te l’ho detto che sono un po’ ignorantella, cosa significa?”

Ridacchio anche io. Mi piace questa semplicità e spontaneità anche nell’ammettere un suo difetto, sempre che difetto sia.

“Il promotore è un professionista che si occupa di gestire i risparmi delle persone in modo da farli fruttare al meglio. Adesso però mi hanno messa a capo di una sezione particolare di formazione all’interno della mia banca e quindi mi occupo meno dei miei clienti, che sono rimasti in pochi.”

“Ah sì, adesso è più chiaro; sembra davvero interessante come lavoro, non so perché penso che sia un lavoro dove si guadagna bene. Come mai viaggi in treno in seconda? E poi non hai l’aspetto di una ‘capa’!”

Adesso rido proprio.

“Sì hai ragione. Si guadagna bene. Ma sai, io sono un po’ particolare come persona. Mi sento molto proletaria a volte e un po’ figlia dei fiori. Ancora non so come ho fatto ad andare avanti in questo lavoro con questa mente che mi ritrovo. Ma ci sto riuscendo.” Accavallo le gambe in una comoda posizione prima di proseguire “In ogni caso è anche stata una decisione improvvisa quella di partire, gli aerei erano pieni e il primo treno disponibile era questo. In prima c’erano solo posti per fumatori.”

“Ah vedi? Avrei dovuto essere io al tuo posto. Io fumo e invece sto in seconda in un vagone per non fumatori”.

Ridiamo insieme.

“Dai ti accompagno fuori, così ti fumi una sigaretta”.

Sembra contenta di questa mia galanteria e accetta volentieri. Ci alziamo quindi e camminando in fila indiana nello stretto corridoio di quel vecchio intercity, arriviamo fino all’inizio del vagone dove si può fumare.

 

Il tempo passa e quasi non me ne accorgo. Siamo nuovamente all’inizio del vagone e siamo quasi a Firenze. Firenze, città magica e allegra, vivace e ironica come lo sono i toscani in genere. Il Chianti e le sue meravigliose verdi colline; la tagliata al rosmarino, per la quale vado letteralmente matta. Ho molti amici a Firenze, conosciuti navigando nei mondi virtuali delle chat, che hanno accompagnato molti dei miei percorsi. Quante risate allegre e spensierate, a volte ludicamente impertinenti. Quante telefonate ricche d’intelligenti viziosi giochi o di pianti consolatori. Sì, ho molto che mi lega ancora oggi a questa città e molto devo a quegli amici che qui vivono e che nel mio cuore sono rimasti.

Il treno si ferma nella stazione di Santa Maria Novella e vedo molta gente che si avvicina per salire.

“Forse adesso dovrai spostarti se arrivano quelli che hanno prenotato”, le dico guardando con una certa apprensione la folla di gambe e valigie che lottano per entrare.

“Si è vero”.

Ci guardiamo, nessuna delle due vuole interrompere. Interrompere cosa? Che cos’è che non voglio interrompere io? E cosa lei?

“Senti, Roma non è lontana, se ti sposti con quella valigia pesante rischi di non trovare lo stesso un posto libero e di far maggiore fatica; perché non rimani lì? Almeno la valigia è a posto, ci sono i sedili fuori e se ci stanchiamo possiamo fare a turno con il mio posto”.

Ancora quell’aria compiaciuta per un mio gesto galante, quasi cavalleresco.

“Grazie, sei davvero gentile, è un bel gesto”.

“Di nulla, stiamo chiacchierando, mi fa piacere continuare”.

Cominciano a salire i nuovi passeggeri, intravedo qualche straniero, un paio di soldati di leva. Nel nostro scompartimento entrano i 5 mancanti. Tre giovani ragazzi muniti di zaino in spalla, che magari viaggiano con la formula interrail, penso. Ma esiste ancora quella formula, poi? Nei posti ancora liberi si sistema poi una coppia di mezza età. Angela va a prendere la borsa che aveva lasciato su un sedile e torna indietro. Vedo che dà un’occhiata al suo cellulare. Un messaggio, forse. Lo legge mentre si accende un’altra sigaretta.

“Ti viene a prendere qualcuno?” mi domanda rimettendo il cellulare nella borsa.

“No, nessuno”. “Nessuno a Roma, dove non dovrei scendere, ma mia sorella a Napoli, si! Devo avvertirla”.

“Che cosa fai allora, prendi un taxi?”

“In genere prendo la metro e poi un autobus fino a casa” le rispondo, fiera del mio stile proletario.

“Dove abiti a Roma?”

“A Montesacro, e tu?”

“Ma dai, sai che non siamo lontane? A Talenti, la conosci come zona?”

“Certo che la conosco”, annuisco mentre le sorrido.

“Senti, ma se prendessimo un taxi insieme? Io con questa valigia faccio fatica in metro, mio marito mi ha mandato un messaggio e non può venirmi a prendere, è andato fuori Roma per lavoro e non torna prima di domani sera”, mi dice guardandomi e mordendosi leggermente un labbro.

“Va bene, non c’è problema; ma tua figlia con chi è?”

“Con i miei che stanno in provincia, è andata da loro in questo periodo di vacanze, così sta anche con la sua cuginetta”.

“Bene, allora è cosa fatta, prendiamo un taxi insieme”.

Il treno riparte, di andare a sedere non ne abbiamo voglia. Mi chiede del mio lavoro, della mia vita. E io le parlo, come faccio sempre con tutti del resto. “Tu sei come un libro aperto” mi disse una volta un mio caro amico.

Le parlo di Dario, di Raimondo, di Alfredo. Le parlo di Natacha, la mia più grande e unica reale amica, mia anima gemella in tutto, mia sorella e compagna di percorsi. Unica donna con cui riesca realmente a ragionare.

“Vuoi molto bene a questa tua amica, hai un rapporto speciale con lei, sembra quasi che la ami”.

“In un certo senso sì. L’amicizia è una forma d’amore per me, posso dire di amarla ma non provo desiderio per lei, questa è la sola differenza”.

“Quindi sei profondamente etero”.

La guardo, è stata una domanda inaspettata, o forse no, e neanche dovrei meravigliarmi: molte persone vedendo me e Natacha insieme hanno pensato e creduto ci fosse un rapporto che andasse al di là di un’amicizia. Ma non è così.

“Sì sono etero, almeno fino ad ora”.

“Fino ad ora?”

“Sì, dico sempre così perché non dò mai nulla per scontato. Non mi è mai capitato e quindi non posso sapere se mi piacerebbe con una donna. Di certo so che non potrei mai rinunciare agli uomini”, le rispondo con il mio tono sempre scherzoso e giocoso.

Ride alla mia battuta.

“Certo ti capisco, la ciccia è ciccia, non ci si può rinunciare”.

E io rido ancora di più, con quanta semplicità è riuscita a dire una cosa del genere e senza arrivare ad essere volgare.

Continuiamo a parlare un altro po’, soprattutto parlo io. Lei è un’ottima ascoltatrice e il suo evidente interesse a tutto ciò che dico stimola me a continuare. Mi ricorda me quando bevevo ogni parola di Dario, amando i suoi racconti di luoghi che io non avevo visto, di periodi politici che non avevo vissuto, di percorsi di vita così diversi dai miei.

Fra tre quarti d’ora arriveremo a Roma, andiamo a sederci per riposarci un po’. Le cedo il mio posto da subito, lo preferisco, le dico. Lei si siede e mi ringrazia con lo sguardo. Mi siedo anche io su quegli angusti sedili dei corridoi, che credo abbiano inventato per far soffrire chi non ha avuto l’accortezza di prenotare un comodo posto. Guardo per un po’ i paesaggi che scorrono. Riconosco le campagne laziali e comincio a sentire quella sensazione di ritorno a casa che solo Roma, e non la mia città natale Napoli, mi dà. Forse perché a Roma sono cresciuta come donna, dai miei 23 anni in su. Forse perché è in quest’epica e affascinante città che ho costruito le mie importanti amicizie e amori. Forse perché qui ho costruito Giulia, la donna. Mando un sms a mia sorella avvertendola del mio cambio di programma. Dopo poco mi volto verso Angela, vedo che si è addormentata. La testa appoggiata al vetro, il volto sembra sereno e dolce. Le braccia abbandonate sui braccioli. Il seno che si muove al ritmo dei suoi respiri sotto la sua maglietta. Non è un seno grande, no; un seno piccolo direi, ma sul suo corpo sta bene.

“Strano”, mi dico, “mi sono sempre piaciute le donne dal seno grande, che trovo più femminili, forse perché io sono così. Ma lei non starebbe bene con un seno più grande, sta bene così”.

La sto fissando, eh sì, le sto fissando il seno, non c’è dubbio. Beh questa non è cosa che mi meravigli, lo faccio spesso; le guardo sempre le belle donne, guardo le foto, anche hard se mi capitano. Ma lei non assomiglia per nulla alle donne che avevo guardato o ammirato fino ad ora, decisamente no. Uno dei ragazzi mi sta guardando, credo si sia accorto dell’attenzione che avevo nell’osservare Angela, chissà cosa pensa ora. Lo guardo anche io come per sfida. Lui si volta, non riesce a sostenere il mio sguardo fermo. Riprendo a guardare il paesaggio che corre veloce, oramai ci siamo quasi, qualche minuto e siamo arrivati a Roma.

 

 

Capitolo 2

 

 

La voce dell’altoparlante del treno annuncia l’arrivo nella stazione di Roma, svegliando di soprassalto, come sempre accade, molti dei passeggeri. La donna della coppia anziana credo imprechi sottovoce in calabrese, facendomi sorridere. Anche Angela si è svegliata, per un attimo uno sguardo confuso sul suo volto, poi vede me e riprende contatto con la realtà.

“Dobbiamo sbrigarci, su, prima che salga la ressa sul treno. A Roma sale sempre molta gente, in genere”, entro nel vagone chiedendo permesso e comincio a prendere la sua valigia mettendola nel corridoio. Poi prendo zaino, marsupio e giacchetto, e lei la sua borsa. Insieme scendiamo dal treno con non poca fatica. Per fortuna la grande valigia di Angela ha le rotelle, perché di trovar carrelli per ora non se ne parla.

“Caspita quanta gente, avevi ragione”, si guarda intorno nella stazione che sembra un formicaio in piena attività.

Oramai si avvicina il periodo estivo. Maggio inoltrato. Un maggio particolarmente caldo e piovoso, questo. Di certo, penso, le zanzare tigre avranno costruito casa nel mio giardino e dovrò chiamare la disinfestazione. Chissà Morgan, il mio splendido gatto certosino newage, come sta. Nel residence avevo un terrazzo e ho potuto tenerlo con me a Milano per parecchio tempo. Poi, quando ho visto che si avvicinava il tempo in cui voleva correre dietro alle gatte, l’ho riportato nel suo giardino a Roma, affidandolo ai miei amici che a turno gli hanno portato da mangiare. Di sicuro mi terrà il muso perché sono stata lontana da lui per un mesetto. Oh, lui quando sono a casa non si fa vedere quasi mai, se non per mangiare e farsi fare due veloci carezze. Un gatto quasi selvatico oramai, ma di cui vado fierissima. Vederlo crescere forte, nonostante l’occhietto offeso (di qui il nome Morgan, come il pirata), vederlo fare la sua vita di gatto libero, ma tenuto in gran cura, mi rende felice. Però, pur non essendoci quasi mai in casa, quando non mi vede per un po’ di tempo si offende a morte, si sente abbandonato. Gatti; madre natura (il Padreterno, Buddha o chi per lui) quando li ha creati era davvero di buon umore! Credo che non ci sia nulla di più gratificante che instaurare un rapporto d’amicizia e fiducia con un gatto: animale sensuale, dolce, simpatico, che con la sua nobiltà pretende un rapporto di stima oltre che d’affetto. Se non lo rispetti nella sua essenza, lo perdi. Molti di noi dovrebbero imparare dai gatti.

“A che pensi?”, mi domanda guardandomi con occhio un po’ furbetto mentre ci dirigiamo verso l’entrata dove ci sono i taxi.

“Pensavo al mio gatto e a come lo troverò”, le rispondo sorridendo.

“Ma dai, hai un gatto? Noi invece dei cani. Andrea, mio marito, insieme a suo padre li usa per andare a caccia”.

“Più di uno? Ma avete un terrazzo?”

“No, abbiamo una villetta un po’ più in là della zona di Talenti; sai quella strada che porta da una parte sulla Nomentana e dall’altra procede verso l’interno? Quella zona meno abitata? Lì mio marito ci ha costruito. Lui ha un’impresa di famiglia di costruzioni. Una villetta a due piani e un giardino dove ha i cani”.

“Ah ecco, adesso ho capito. Beh bello però, una villetta. Io ho un appartamento a pian terreno, due camere, studio, salone e un bel giardino. L’ho scelta apposta così per via del gatto. Prima abitavo in un monolocale, ma sempre con giardino. E poi amo le piante, soprattutto quelle grasse, ne ho d’ogni genere”.

Siamo oramai in fila per prendere i taxi, per fortuna non ci sono molte persone davanti a noi. Sono le 16.00 e fa caldo. La lunga pensilina che procede dall’uscita della stazione fino alla zona dei taxi di Piazza dei Cinquecento, costruita durante il periodo in cui Rutelli era sindaco, ci ripara dal sole. Mi ricordo quando questa piazza era abbandonata a se stessa, insieme a tutto il complesso della stazione. E ora invece all’interno ci sono negozi, librerie, fontane; anche in quei sottopassaggi che prima erano maleodoranti in ogni angolo, ex regno di barboni e tossici. E all’esterno, panchine, parcheggi organizzati anche per le moto, alberi.“Beh, questa promessa però l’ha mantenuta, il signor Rutelli. Era meglio che rimaneva a fare il sindaco, avrebbe fatto meno danni”.

“Io invece”, prosegue Angela, “non ho per nulla il pollice verde, mi muoiono pure le piante grasse!”

Arriva il nostro turno e saliamo sul taxi. Dico all’autista il mio indirizzo poiché sono di certo la più vicina dalla stazione.

C’è traffico ma non molto, è un’ora abbastanza tranquilla questa per camminare. Guardo fuori del finestrino come per riconoscere le strade. Piazza Indipendenza, Porta Pia, la Nomentana, i suoi palazzi puliti e ordinati, non saprei dire di che epoca. Mai saputo nulla d’architettura, pur avendo un padre architetto. E quei parchi che si intravedono dai cancelli. Ho sempre pensato che non sarebbe stata male una casa in un posto del genere. Ma poi ho optato per Montesacro, dove avevo abitato per molto tempo, prima del mio monolocale a Montemario. Montesacro è più a misura d’uomo, tranquilla ma ben servita. Piccole case da non più di 4 piani, o anche meno, in quelle stradine alberate che d’estate mi fanno pensare di essere non nella città eterna ma in un paese vacanziero di collina. A volte esco la sera tardi in pantaloncini e sandali, per andare a riempire un paio di bottiglie alla fontanella d’acqua nella piazzetta di fronte. E spesso mi attardo, bevendo un po’ di quell’acqua fresca direttamente dalla fonte e dando uno sguardo al cielo stellato, solo un po’ coperto dalle luci della città.

Siamo quasi arrivati. Passiamo il ponte sulla tangenziale – circonvallazione, olimpica, la si chiama in tutti i modi, ma mai in quello giusto probabilmente, questa strada a scorrimento veloce a due sensi di marcia che attraversa parte della città. Comincio a sentire un certo senso di disagio. Non dovevo essere a Roma ma a Napoli. Sono scesa con lei non so neanche io perché e fra poco la saluterò. Arrivati a questo punto forse dovrei far qualcosa, altrimenti tutto questo non avrebbe senso. Ma no, mi dico, in fondo mi piace l’avventura e aver cambiato programma al volo mi stimola. Voglio vedere come sta il mio gatto, salutare i miei cari vecchi amici e poi vediamo cosa fare. Senza programmi, come al solito.

“Ti va se ci scambiamo i numeri di cellulare?” Ecco, è stata lei a far qualcosa.

“Certo che mi va, è naturale”. Ce li scambiamo in un attimo, mentre stiamo quasi per giungere a casa mia.

“Senti”, mi dice tentennando un po’, forse imbarazzata, forse timorosa, non lo riesco a capire bene, “io non so se tu hai programmi per stasera ma, visto che abitiamo vicine, se ti fa piacere, puoi venire a cena da me. Io sono da sola e mi farebbe molto piacere”.

La guardo per un attimo, non so cosa dire; o meglio, vorrei dire subito sì, ma mi sembra strano andare a cena da una donna appena conosciuta. Oh, con gli uomini l’ho sempre fatto: quando mi scatta un feeling immediato proseguo a volte fino a notte inoltrata, ben oltre la cena. Ma è la prima volta che sono invitata a cena da una donna. Certo, le mie amiche m’invitano, ma qualcosa mi ha fatto pensare ad un invito più simile a quello fatto da un uomo.

“E poi io cucino molto bene, a detta di tutti”.

“Ah beh, se mi dici questo allora non posso che accettare. Io odio cucinare – anche se so farlo – e adoro farmi invitare a cena da qualcuno che cucini per me”. “Beh però, è stata una scelta davvero difficile la mia, sì, ci ho pensato molto, una decisione meditata e ponderata davvero. Oh Giulia, questo tuo istinto e travolgente passione dove ti porterà un giorno? Mah, non è importante in fondo dove, importante è che da qualche parte si arrivi”.

La vedo sorridere ancor più di quanto aveva fatto fino ad ora, sembra una bimba accontentata in una qualche richiesta.

“Bene, allora ti cucinerò qualcosa di buono e particolare. C’è qualcosa che non ti piace? Ti piace la carne? Sai abbiamo il camino a casa e possiamo farla sulla brace”.

“Pure il camino? Bello, sì mi piace molto la carne – sono una carnivora – e sulla brace poi è una delizia. Ma non ti applicare troppo, dai: carne e insalata sono più che sufficienti. Io porto il vino e un po’ di gelato, se vuoi”.

“Sì va bene, ti dò l’indirizzo, ecco. A che ora vieni?”

“Alle 20.00 va bene?”

“Benissimo, ti aspetterò”.

Il taxi arriva davanti casa mia. Scendo, prendo da dietro lo zaino, lascio ad Angela 20 euro che forse è anche più di quello che serva per pagare il taxi, lei protesta ma io insisto. La saluto e mi avvio verso il cancello. Il taxi si allontana, io cerco nel marsupio le chiavi, che per fortuna avevo preso con me; passo il cancello, entro nel portone, la mia porta è sul fondo. Apro, scaravento le mie cose nell’ingresso che dà sul salone e richiudo la porta.

“Casa mia, eccomi di nuovo a te”.

 

La luce esterna filtra attraverso le persiane chiuse formando giochi di luce tutto attorno. Poso le chiavi su un’angoliera di legno dove è sistemata la segreteria e la base del telefono cordless, mio ultimo acquisto tecnologico, che finisco per dimenticarmi in ogni angolo della casa – costringendomi poi a corse folli quando squilla, nel vano tentativo di trovarlo prima che la segreteria entri in funzione. I messaggi li ho ascoltati con il codice da Milano ieri sera e non ce ne sono di nuovi. Sul tavolo ovale in legno, uno degli acquisti di Ikea, la posta raccolta in questo ultimo mese: bollette, fatture, raccomandate di multe mai ritirate e pagate, una cartolina di Natacha dalla Corsica insieme al suo compagno. Speriamo che vada tutto bene tra loro. A sinistra del salone c’è il muretto che fa da separé con la cucina, pieno di cianfrusaglie di ogni genere. A fianco della cucina un piccolo corridoio porta al bagno principale e alla mia stanza da letto. Alla destra dell’ingresso invece un altro piccolo corridoio porta a un bagno di servizio e ad altre due stanze, un piccolo studio e una per gli ospiti. Ho preferito, potendo ora permettermelo, comprare una casa abbastanza grande, pur essendo single. Mi piace sapere di poter ospitare qualcuno con comodità, come ad esempio i miei genitori o mia sorella con il suo fidanzato. Nel piccolo studio c’è il computer, memore di notti attraverso i mondi variegati di internet, testimone delle mie poesie e dei diari raccolti negli ultimi tre anni. Dò uno sguardo all’angolo a destra delle porte a vetro del salone, dove si trova il televisore da ben 29 pollici a schermo piatto con il suo bell’impianto surround e il lettore dvd, ricordando il momento in cui me ne appropriai per premiarmi di un grosso cliente acquisito, quando ancora vivevo nel monolocale. Non so come feci allora a trovare la giusta sistemazione: quel televisore occupava un quarto della mia piccola casa. Adesso in questo grande salone sembra addirittura piccolo. Ma il divano e le poltrone sistemate davanti spezzano un po’ l’ambiente, rendendolo più intimo e meno dispersivo.

Apro le persiane rinforzate, la luce fuori è ancora forte. Esco nel giardino, attraverso la prima parte un po’ coperta che forma una sorta di patio, dove ho potuto sistemare tavolino e sedie e anche lo spazio per lo stendipanni. Guardo lo stato delle mie piante. Il giardino è semi-circolare con un muretto di cinta piuttosto alto. Intorno solo altri giardini, che danno una maggiore intimità. Solo i tre piani sopra di me vi si affacciano con poche finestre. Lungo il muretto ho disposto vari tipi di piante e un paio di panchine di legno. Gerani soprattutto e piante grasse di ogni genere. Guardo quella filiforme e rampicante che ho preso ad Ischia, vicino ai magnifici giardini della Mortella. Un paradiso in un paradiso. Un parco orto botanico con rarità da tutto il mondo, costruito dal compositore di inizio secolo William Walton, con l’aiuto dell’architetto di giardini Russel Page. In primavera da questa pianta sboccia un fiore grande di un giallo accecante che dura per qualche giorno. Da una parte gli oleandri oramai in fiore e dall’altra le mie palmette, che resistono e mi hanno seguito per vari traslochi da tempo immemore. E la pianta, come la chiamo io, da giungla. Un tipo di rampicante semigrasso sempreverde che si moltiplica con una velocità da conigli e adesso ha ricoperto tutto il muretto fino alla sommità. Provo a chiamare un po’ per vedere se Morgan appare. Niente all’orizzonte; vado ad aprire le persiane di tutta casa e a mettere su un po’ di musica, in genere riconosce il rumore e arriva. Torno dentro e mi avvicino allo stereo che si trova nell’angolo a sinistra delle vetrate. Certo questo stereo potrebbe raccontarne di cose. Amplificatore e stratosferiche casse da ben 126 watt si ricordano i miei 18 anni. Quante feste hanno visto queste casse. Una volta furono anche portate fin nella casa di campagna di un comune amico, ex compagno di Natacha, dove passammo uno dei capodanni più divertenti che mi ricordi. Sembrava una discoteca, le avevamo appese con delle corde al soffitto. Si ballò tutta notte fino all’alba. Si bevve ogni sorta di cocktail, preparati con infamia da Katia, sorella di Nat, che con la sua incredibile resistenza all’alcool fece pensare a tutti che fossero leggeri e innocui. Alla mattina c’era gente che vomitava ovunque, quelli che non vomitavano deliravano. Tranne Katia: lei no, lei era lì che sistemava e riportò a casa i pochi sopravvissuti. Una strage tra le più esilaranti mai vissute.

Guardo tra i cd, tutti rigorosamente masterizzati con musica scaricata da internet, e scelgo una delle compilation da me create. Le migliori canzoni, a mio gusto, dei Queen. Fa notevolmente caldo e decido di prendermi qualcosa da bere. Apro il frigorifero di quelli post-moderni color blu notte, intonato al resto della cucina, trovando miracolosamente un succo di carote, forse non ancora scaduto. Mi sono sempre chiesta a che pro comprare un frigo così grande quando è più deserto del deserto dei tartari. Avrei dovuto prendere un frigo tutto congelatore, per la mia collezione di pasti surgelati già pronti. Mah, se non avessi l’animo da proletaria mi prenderei una cuoca che mi fa trovare qualcosa di decente da mangiare la sera, meno male che almeno a pranzo mangio fuori al ristorante. O forse dovrei trovarmi un uomo che mi faccia da moglie. Dario ad esempio era bravissimo in questo. Bevo direttamente dalla bottiglietta il mio succo di carote. Mi vado a sedere su una delle panchine fuori nel giardino e mi rilasso. Allora, sono circa le 17.00. Faccio i calcoli mentali di quanto tempo prima devo uscire da casa per arrivare in tempo, fermandomi a prendere il gelato e il vino. Decido di andare in moto, fa abbastanza caldo ed evito problemi di parcheggio e traffico. Ragiono sul tempo che mi serve per fare una doccia e rinfrescarmi. Devo anche lavarmi i capelli assolutamente, sono in uno stato pietoso. E come mi vesto? Mio dio, mi rendo conto che sto ragionando proprio come quando esco per un incontro galante con un uomo. Mi viene anche in mente che dovrei allora depilarmi e trovare un completo intimo, magari sexy, che mi piaccia.

“Giulia, tu ti vuoi depilare e mettere un completo intimo per andare a cena da una donna? Ma sei sicura di quello che fai? Ma sei sicura di volerlo? Ma sei sicura che non hai male interpretato certi sguardi?”

Ad un tratto il terrore e l’incertezza s’impadroniscono di me. Non so se veramente lo vorrei. La fantasia è un conto, la realtà è un’altra. Certo però sarebbe una bella e diversa distrazione da Dario. Oramai ho vissuto tutto quello che poteva venirmi in mente per distrarmi da lui. Dai giochi telefonici e virtuali agli incontri occasionali conditi con erotismi raffinati di giochi tendenzialmente sado, tra bende, corde e interpretazioni di ruoli di sottomissione. Tutto quello che fosse gioco e non avesse nulla a che fare con il sesso vero e proprio, che da solo non mi ha mai comunicato nessuna particolare eccitazione; e che non fosse far l’amore, che se non mi portava emozioni e turbamenti, finiva col deprimermi invece che rilassarmi. E tutto questo per non pensare a lui, il mio grande amore. Mi rimaneva la fantasia di una donna. Ma realizzare questa fantasia per non pensare ad un uomo, mi sembra un punto di partenza sbagliato. No, devo chiamarla e inventarmi qualcosa. Oppure presentarmi come ora, in blue jeans e maglietta, senza trucco e capelli aggrovigliati. Così non dò adito a nessun pensiero. D’altronde, se non sbaglio nel mio istinto, è proprio così che lei mi ha conosciuto. Chiudo gli occhi e cerco di lasciar andare questi pensieri così confusi. Sento un miagolio e il rumore sordo tipico del salto dal muretto del mio gatto. Apro gli occhi e lo vedo correre verso di me.

“Hei Morgy, muss-muss, bellissimo gatto della mamma, vieni qua, quanto sei bello”, mi alzo e gli vado incontro. Lui si ferma e comincia a fare su e giù strusciandosi contro il tavolo, ma allontanandosi un po’ quando mi avvicino, e con fare scontroso miagola di continuo. Lo sapevo, mi sta sgridando, adesso me ne canta di tutti i colori perché l’ho lasciato da solo per tanto tempo.

“Dai Morgy, non ti ho mica abbandonato. Hai mangiato tutti i giorni o quasi. Ho i testimoni, sai. E poi ho chiesto di te sempre, credimi”, lui non sembra convinto ma dopo un po’ cede e si fa prendere in braccio. Come sempre comincia a fare le fusa al primo tocco. Me lo metto tra le braccia a pancia in su e lo riempio di coccole e baci. Dopo poco sento che si ribella, proprio come un figlio oramai cresciuto che non sopporta più di tanto le affettuosità della mamma, e allora lo rimetto giù. Vado in cucina con lui che mi segue. Prendo una delle sue scatolette, rigorosamente di marca da veterinario e non da supermercato, che mi costano un occhio, e che contengono un medicinale per la sua insufficienza pancreatica cronica. Lui si arrampica con le zampe davanti sul lavabo, la cui base di legno porta i segni di questa sua inarrestabile abitudine, strofinando la testa all’altezza della mia coscia.

“Tieni amore mio, mangia la tua bella pappa; adesso la mamma si va a preparare che ha un invito a cena da una bella signora”, ecco fatto, ho in pratica deciso. Sempre così nella mia vita. Le decisioni che hanno significato cambiamenti importanti sembrano prese in un attimo. In realtà sono sempre il risultato di un percorso. In fondo ho sempre avuto di queste fantasie e più volte in chat avevo pensato che sarebbe stato bello essere contattata da una donna. Ma non mi era mai capitato e quindi non mi ero mai posta il problema. Adesso è accaduto e la risposta è venuta da sé. Niente tentennamenti; dubbi sì, ma decisione presa. Forse mesi fa non sarebbe stato così, chissà. Un amico spesso sostiene che la mia vita sembra i primi 5 minuti del film “Roger Rabbit”: accade di tutto e in un attimo. Ogni volta che non mi sente per un po’ teme quello che potrei raccontargli. La verità è che ci sono sempre processi a volte inconsci, non a tutti palesi, che mi portano alle mie decisioni o anche cambiamenti di rotta. Beh, in ogni modo è una curiosità sessuale che forse stasera potrei togliermi. Ma non mi ci vedo innamorata di una donna, in una relazione con una donna non riesco proprio ad inquadrarmi. O forse mi dico così per un qualche subdolo condizionamento? Io che ho sempre asserito che non ho pregiudizi di sorta? Io che ho amato ben due uomini bisessuali nella mia vita? No, non mi ci vedo e basta. Una curiosità sessuale che inoltre può distrarmi dal pensare a quel maledetto. Va bene, ho perso anche troppo tempo in questi labirinti di pensieri. In stanza da letto apro le ante del grande armadio a muro e guardo con sconforto il mio guardaroba non troppo fornito. Tutto quello che di nuovo avevo comprato a Milano è ancora là. Fa capolino un pantalone di lino bianco non ancora indossato dalla primavera scorsa. Scelgo una maglia corta e un po’ scollata che metta in evidenza il generoso decolté, o ‘davanzale per gerani’ come lo chiama mio padre. Prendo un reggiseno bianco trasparente, rinforzato per sostenere la mia quinta abbondante, ma bello nelle forme; un perizoma, bianco anche lui, che a trasparenze e pizzi gli assomiglia. Questo è uno dei miei grandi problemi da sempre. Cercare dei completi intimi, come dei costumi a due pezzi, è davvero impossibile, portando di seno una taglia grande ma di vita una taglia minore. Mi ritrovo sempre degli slip in questi completi che assomigliano a quelli di mia nonna, o magari anche bisnonna. Per cui sono sempre costretta a crearmeli da sola, riuscendo però a volte anche meglio degli stilisti del genere. Niente calze, fa troppo caldo per le autoreggenti, uniche calze che uso, odiando letteralmente i collant che mi stringono in vita e avendo abolito i gambaletti che bloccano la circolazione ai polpacci. Infine decido di abbinare al tutto i sandali aperti di colore nero con quel po’ di tacco da renderli eleganti ma anche comodi. Entro nel bagno dalla porta che dà sulla mia camera e parto con la restaurazione completa. Alle 19.00 sono pronta, vestita pulita e addirittura truccata per questa serata. Chiudo persiane, stereo e luci; apro la porta di casa, un impermeabile da moto dall’appendiabiti nell’ingresso, un bel respiro e via.

 

Dal Box che si trova di fronte all’ingresso del condominio prelevo la moto, uno scooter 150 della Honda di recente acquisto, pratico per il lavoro e la città, e per qualche fuga alle spiagge di Ostia d’estate. Certo chiamarla moto è fuorviante, penso; da brava ex motociclista quale sono, riesco a notare la differenza tra il cavalcare una Custom che tempo fa possedevo e questo comodo grande scooter. La sensazione di libertà e di dominio sulla strada che la classica moto mi dava non ha paragone. Quei bei tempi in cui si andava in giro solo in chiodo e blue jeans, in cui il lavoro da fonico del suono nel cinema non mi imponeva regole di abbigliamento come ora. Vero anche che il lavoro di promotrice finanziaria ha costretto la mia anima di camionista e motociclista ad avere un aspetto esteriore un po’ più curato, facendo così uscire quel po’ di femminile apparenza che è in me. La Giulia che stasera veste di lino e si trucca per una cena da una nuova amica è ben diversa dalla Giulia che qualche anno addietro forse metteva una linea di nero sugli occhi il giorno di capodanno.

Accendo la moto per farla scaldare un po’ dopo tanto tempo che è stata ferma, e chiudo il box. La borsa nel bauletto, casco acqua-marina in tinta con lo scooter, e parto.

Lungo la strada mi fermo da Rosati, che a Montesacro sembra essersi impossessato della zona con un grande bar che funge anche da tavola calda, pasticceria e gelateria, un ferramenta di fronte e un altro bar più piccolo in zona.

Scelgo un vino rosso non troppo pesante, un po’ di gelato misto di creme e gusto yogurt – che non mi faccio mai mancare, pur piacendo alla fine quasi esclusivamente a me – e riprendo la moto.

Non impiego molto per arrivare, le indicazioni di Angela erano state chiare. Parcheggio davanti al muro di cinta della villetta, ricordandomi di mettere sia catena che antifurto, necessari in una zona così isolata. Mi guardo attorno, una zona di nuova costruzione, dove sono nate poche villette a due piani, non residenziali ma pulite e graziose, probabilmente abitate da famiglie che non necessitano di vivere in città, o che per il tipo di vita preferiscono una casa più grande anche se un po’ fuori, invece di un piccolo appartamento cittadino. E non dò tutti i torti in fondo a chi fa questa scelta. Case per famiglie in ogni caso, e non per single come me, che avrebbero seri problemi a ritrovarsi da soli in questi posti sperduti. Suono il campanello, mi sistemo meglio la giacchetta del completo di lino, l’impermeabile l’ho lasciato nel bauletto della moto, ed entro quando il cancello per l’ingresso a piedi si apre.

Nel cortile c’è uno spazio in ghiaia abbastanza grande davanti alla casa e di lato ad essa, dove ora si trova una macchina, mentre sulla sinistra vedo le cucce dei cani. Uno di loro, legato con una lunga catena, cerca di venirmi incontro abbaiando.

“Billy stai buono”, Angela è sulla porta d’ingresso.

Salgo i tre scalini e la saluto.

“Non ti preoccupare, non mi ha spaventato, ho un buon rapporto con gli animali in genere”.

“Sì lo vedo, ma non mi va che abbai sempre, ai vicini potrebbe dare fastidio, anche se qui a fianco c’è solo mio cognato”.

Angela chiude la porta e mi fa strada, prendendo con se il gelato e il vino. Non c’è ingresso nella casa ma si entra direttamente nel grande salone. Sulla destra vedo la brace già pronta nel camino in pietra che occupa un intero angolo per le sue notevoli dimensioni. Di fronte a questo un divano, una poltrona in pelle nera e un tavolino basso di vetro rettangolare. Sulla sinistra del salone una lunga credenza di legno non troppo scuro con delle mensole a vista. Di fronte, su un lato le scale aperte senza corrimani che portano al piano superiore, mentre dall’altro la cucina spaziosa è separata con un muretto dal salone. Un tavolo tondo e un televisore abbastanza grande completano un arredamento che incontra certamente il mio gusto. Su un piedistallo in ferro battuto e sulla parte bassa delle scale alcune candele accese creano un’atmosfera soft, aiutata dalla musica forse di Brian Eno che proviene da uno stereo portatile. Il tutto molto bello, ma che crea nel mio stomaco una certa apprensione, dandomi ragione sulle sensazioni che avevo avuto.

Come sempre quando sono nervosa, comincio a ridere e parlare ostentando un’inesistente sicurezza e padronanza del momento.

Lei ascolta sorridendo, a volte ridendo alle mie battute, mentre prepara la carne e l’insalata come promesso, con un’aggiunta di patate rosolate, che mi chiedo quando abbia avuto il tempo di preparare. Anche lei deve sicuramente essere passata al reparto restauro come me. Non che ne avesse bisogno realmente, ma di certo vederla apparire sulla porta vestita con una corta gonna nera a portafoglio e un top in filo beige dalle spalline sottilissime, ha generato in me un certo calore. In fondo è la prima volta, mi rendo conto, che una donna si prepara e veste in maniera anche un po’ sexy per me. E la sensazione non è per nulla sgradevole, tutt’altro, quasi mi abbia fatto un regalo particolare.

Mangiamo tranquillamente continuando a chiacchierare, il vino accompagna lentamente i miei racconti d’avventure e d’amori, o di aneddoti di quando lavoravo nel cinema. E le sue risate sono sempre un allegro sfondo al tutto.

“Ma tu di cosa ti occupi? A parte di questa enorme casa, tuo marito e tua figlia, che non è poco comunque. Io faccio già fatica solo con me stessa e un gatto”.

“Dai, mi farai morire dalle risate con queste tue battutine, stasera. Io non ho molto da raccontare come te, sai, sono una persona semplice: mi sono sposata quando avevo 19 anni, ho lavorato da piccola con i miei che avevano un negozio di alimentari. Poi per un certo periodo in un supermercato, e da qualche anno invece faccio un po’ da governante e mi occupo della casa di un’avvocatessa”.

“Ah ecco, adesso capisco”.

“Capisci cosa?”

“Le tue mani, le avevo osservate”, ne prendo una tra le mie per mostrare ciò che intendevo dire.

“Ah si? Le hai osservate?”, il suo tono si è d’un tratto abbassato, quasi un sussurro; le dita della sua mano sembrano molto lentamente sfiorare le mie, senza che questo sia un gesto evidente, ma provocando un nuovo e piacevole calore.

“Sì”, anche il mio tono ora è un sussurro “le ho osservate. Vedi? Sono mani di una persona che svolge un lavoro manuale, ma sono allo stesso tempo morbide. Le tratti bene per fortuna”.

“Beh, uso creme su creme per farle morbide. La mano di una donna con i calli non sarebbe bella”.

“Eh no, infatti, non lo sarebbe. Certo le contadine dei paesi non si preoccupano di questo. Ma noi siamo di città, bene o male”.

“Già, oddio, città qui non tanto. A volte mi sembra di essere in un altro mondo rispetto a Roma”.

Le nostre mani sono ancora lievemente allacciate, e io mi rendo conto di non sapere bene come muovermi in una situazione come questa, per me nuova.

“Ma dimmi, com’è il tuo rapporto con Andrea dopo 16 anni di matrimonio?”, le domando allora.

Le nostre mani si separano e io mi darei una martellata sui denti: ma come mi è venuto in mente di chiederle ora del marito?

“Beh sai, dopo 16 anni insieme arrivi a un momento di stasi, e poi avevo 19 anni quando lo conobbi e ora ne ho 34”, non si è rabbuiata ma diviene un po’ più riflessiva.

“Vedi, io non so se faccio bene a dirtelo, ma mi hai raccontato tante cose di te, ho capito che sei una donna diversa da quelle che conosco. Non sei certamente come le mamme delle compagne di scuola di Sonia, ad esempio. A loro non potrei mai dire nulla di questo, ma credo che tu possa capire, sei un po’ più aperta, da quello che ho visto, riguardo al sesso”.

La sta prendendo alla larga, è molto vaga, vuole dirmi qualcosa ma sembra che se ne vergogni.

“Angela, io sono di vedute larghissime sul sesso, hai capito bene, e puoi fidarti. Qualsiasi cosa tu mi dica non mi stupirebbe né altro. Ti ho raccontato di essermi fatta spogliare bendata in un ufficio da uno sconosciuto di chat, cosa vorresti dirmi più di questo?”

Lei ride ricordando il racconto di questa mia particolare avventura giocosa ed erotica, che credo rimarrà per sempre una delle mie prime e più grandi follie, ma anche una di quelle più eccitanti. Un puro gioco erotico senza sesso vero e proprio. Credo che una volta nella vita tutte le donne dovrebbero liberarsi e realizzare qualche fantasia, con le dovute attenzioni.

“Sì hai ragione, ma anch’io da questo punto di vista qualcosa te la posso raccontare”.

“Sono tutta orecchi, signora Angela”.

“Ecco, ho fatto qualche gioco anche io. Vedi, insieme a mio marito abbiamo fatto qualche gioco a tre, con un’altra donna”, si ferma come per vedere le mie reazioni.

“Sì, lo stavo in parte cominciando ad immaginare”, continuo a guardarla negli occhi senza un minimo di imbarazzo; ne ho sentite tante da Dario, che cercava di allontanarmi raccontandomi i suoi eccessi sessuali, provocando in me invece solo risate. Quello che lei mi sta dicendo ora non mi provoca nessun problema di sorta.

“Si, abbiamo conosciuto qualche ragazza e abbiamo giocato insieme… e a me piace, devo dire. Solo che ora sento di volere qualcos’altro, non mi bastano e mi annoiano incontri con persone così saltuari. Vorrei un’amica invece… con cui giocare anche”.

Ci alziamo per andarci a mettere più comode sul divano davanti al camino che oramai è spento e non emana più calore. Lei spegne le luci e lascia accese solo le candele. Io decido di sedermi per terra sul tappeto, schiena appoggiata al divano e in mano il bicchiere di vino che sto finendo. Angela prende il suo e mi raggiunge mettendosi seduta sulle sue ginocchia dinanzi a me.

“Per cui sei una donna bisessuale, allora”, le dico in tutta tranquillità.

“Si, è così”.

“Ma sei mai stata con una donna da sola, o solo insieme a tuo marito?”

“Un paio di volte mi è capitato, sì”.

“E come è stato? Ti è piaciuto ugualmente?”

“Sì, molto bello. Tu invece mai, mi hai detto. Ma non ci hai mai pensato?”

“Beh sì, come fantasia l’ho sempre avuta e spesso guardo le donne. Ma la fantasia è un conto, la realtà un altro credo”.

La sensazione di calore aumenta, eppure il camino è spento e le finestre socchiuse fanno filtrare l’aria fresca delle sere di Maggio. Lei posa il suo bicchiere sul tavolino, poi prende il mio dalle mie mani e lo posa di fianco al suo. Adesso è molto vicina a me, ha un sorriso un po’ birichino sul volto, birichino e malizioso. Non posso fare a meno di guardarla negli occhi e rispondere con un altrettanto malizioso sorriso.

“Forse se non provi, non lo saprai mai se la fantasia è diversa dalla realtà. Non credi?”

“Certo”, sussurro io, “ma fino ad ora con il mio tipo di fisico ho attirato sempre uomini e mai una donna a cui piacessero altre donne”.

“A me piaci”, adesso il mio sorriso è aumentato e da malizioso diventa compiaciuto, contenta di sapere di piacerle.

“Beh anche tu non sei male, sai”.

“Ah no? Oh grazie, sapere di non essere male fa piacere”.

“E’ un piacere sapere di farti piacere”.

“Facciamo una cosa, è solo per farti capire in fondo: io adesso ti bacio e vediamo tu come reagisci, che ne dici?”

“Oh capisco”, la mia voce è un sussurro tra l’ironico e il sensuale, “è solo una prova scientifica, e tu ti sacrifichi per la causa; vero?”

La faccio ridere di nuovo, ma l’atmosfera non si spezza e anzi sento che ogni tensione mia come sua è sparita in questa intima risata.

“Si, va bene, mi sacrifico e faccio da cavia”.

Finisce appena di dirlo e poi la vedo avvicinarsi lentamente al mio viso. Si ferma un attimo ad un centimetro da me, poi mi sfiora con un lungo ma lievissimo bacio sulle labbra. In un attimo una scossa mi attraversa e riesco ad assaporare la morbidezza di quelle labbra e di quel bacio pur nello stordimento e nell’improvvisa emozione.

“Che ne dici allora? Come ti è sembrato?”, mi sussurra quasi a fior di labbra fissando i suoi occhi nei miei.

“E’ troppo poco per poterlo dire, credo che ti dovrai sacrificare molto di più; per avere un parere scientifico bisogna andare fino in fondo al problema, non credi?”, le rispondo sussurrando anche io con il cuore che inizia a battere forte.

“Oh sì, credo proprio di sì”.

Di nuovo la vedo avvicinarsi. Di nuovo la morbidezza delle sue labbra che sfiorano le mie. Mi rendo conto in un attimo che non ci sono più dubbi in me, che desidero questa donna ora, che le labbra di una donna da baciare sono una vera piacevolissima scoperta. Sento l’odore della sua pelle, forse misto a un particolare profumo, che mi sale lungo le narici, provocandomi brividi di piacere. L’odore della pelle per me è sempre stato fondamentale e primario in qualsivoglia rapporto. Allargo le gambe che avevo incrociate a mò di fachiro e la accolgo tra le mie braccia. I baci si susseguono lenti, piccoli, leggeri e passionali allo stesso tempo. Non è come baciare un uomo, no: l’uomo è più dirompente, invasivo anche quando bacia. Questo invece è un gioco raffinato, di lento salire del piacere. Mi rendo conto che non sento alcun impaccio in questo momento né imbarazzo, come immaginavo invece potesse accadermi. Tutto, sento, avviene con una tale naturalezza che devo ricordare a me stessa che sto facendo l’amore con una donna. Ma in realtà sto facendo l’amore e basta, non è un gioco erotico questo, no. Nessuna eccitazione folle che provoca spasmi al basso ventre. Ma solo un morbido corpo da baciare e accarezzare. E così mi lascio guidare non da lei, come avrei immaginato, ma dal mio istinto. Le mie mani scendono lente sulla sua schiena, le labbra sul suo collo, sulle sue spalle nude, coperte dalle quasi invisibili spalline del top, che con estenuante lentezza faccio scendere, fino a scoprire i seni piccoli ma sodi, che guardo con stupita curiosità. La mia mano ne sfiora lentamente uno, il capezzolo grande e rigoglioso, come io non ho, per via della grandezza del mio seno che lo comprime. Un gemito le esce dalle labbra, quando con fermezza e dolcezza prendo possesso di entrambi i suoi seni, stringendo tra le dita i capezzoli già duri per l’eccitazione. Alzo il viso verso il suo e la vedo con gli occhi chiusi, mentre si morde un labbro godendo di questo leggero tocco. Mi sta lasciando fare, capisco, mi sta lasciando esplorare. Mi bacia nuovamente, prima di togliermi la maglia, che scaraventa poi sul divano. Guardo l’effetto sul suo viso, mentre osserva il mio seno, che stenta a rimanere anche in quel reggiseno di taglia forte. Beh, sono abituata a vedere quegli sguardi. Uomo o donna che sia, sembra fare sempre lo stesso effetto, a quanto pare.

Con abilità riesce ad aprire la chiusura del reggiseno senza difficoltà alcuna, liberandomi finalmente da quella che per me è una vera oppressione. Poi si sfila il top e rimaniamo entrambe a guardarci un attimo. Mi bacia ancora, e ancora, il ritmo aumenta, i nostri respiri si fanno più affannosi, le mie labbra prendono possesso dei suoi seni, le sue dei miei, il sapore dolcissimo dei suoi capezzoli mi prende alla testa e sento di non volerli più lasciare. Finiamo di spogliarci a vicenda. Lei in piedi, davanti a me, si lascia portar via quel perizoma, decisamente sexy, che per me ha indossato. Ed io mi ritrovo con il volto all’altezza del suo sesso, ne sento il profumo, ne sono inebriata. In un impeto la prendo tra le braccia e la poso per terra sul tappeto, godendomi il suo risolino per questo mio gesto di forza e di passione, ritrovandomi poi stesa sul suo corpo morbido e delicato, le nostre gambe aggrovigliate, i nostri sessi che si sfiorano tra loro. Non riesco più a pensare né a fermarmi, desidero solo assaporare ogni centimetro del suo corpo, soffermandomi in quel punto che è centro del suo piacere quanto del mio, sentendo in me crescere la passione al sentire le sue reazioni, i suoi gemiti, le sue parole d’eccitante lussuria, che non fanno altro che stimolare ancor più i miei sensi già storditi. Perdo la cognizione del tempo, del luogo, di me, d’ogni cosa che mi circonda. Non so se siamo salite al piano superiore, in stanza da letto, dopo un’ora o dopo tre. So solo che mai evento mi sembrò più naturale di questo, come se in vita mia non avessi fatto altro che far l’amore con una donna. Forse è l’alba quando ci addormentiamo, una leggera luce traspare attraverso le persiane chiuse, lei tira il lenzuolo su di noi, si accoccola tra le mie braccia intrecciando le sue gambe tra le mie.

“Buonanotte Giuly”.

“Buonanotte Angela”.

Sento il mio cuore che batte, non è tachicardia ma riconosco il sintomo di quando sono agitata. Non riesco ad addormentarmi serenamente. E’ ancora tra le mie braccia, si è addormentata dopo poco. E’ troppo intimo come gesto, quello di dormire insieme la prima notte. E’ un qualcosa che per me assume immediatamente un significato diverso, si va già oltre una bella serata. So che queste sono solo mie stupide remore mentali, stiamo solo dormendo insieme, nulla di più. Ma non riesco a dormire, avrei bisogno di rimanere da sola, capire cosa è accaduto dentro me. Adesso tornano i pensieri e le domande. Ho fatto l’amore con una donna. Ho scavalcato un altro muro, aperto una nuova porta, superato un altro limite. E ora?

Tra le persiane vedo apparire le prime luci dell’alba, il sonno comincia a farla da padrone. Lentamente scivolo in un dormiveglia inquieto. La sento spostarsi e sistemarsi in una più comoda posizione. Le giro le spalle e mi addormento anche io.

 

Il telefono squilla, è mattina ma non tardi. Angela si lamenta, la sento rigirarsi e prendere la cornetta appesa al muro. Con la voce impastata di sonno risponde con un ‘pronto’ appena udibile. Qualche mormorio di risposta, un ‘va bene’, un ‘sì’, poi riappende.

Si volta verso me, che nel frattempo la osservavo. Mi sorride dandomi il buongiorno, compiaciuta forse del mio sguardo catturato dal suo corpo nudo, che spunta da sotto le coperte.

“Buongiorno a te”, le rispondo.

Mi si avvicina per infilarsi nuovamente tra le mie braccia. Per lei tutto è naturale, senza impacci o imbarazzi del mattino dopo. Sento di nuovo il suo odore, la morbidezza ancora sconosciuta della sua pelle sotto le mie mani. Ancora mi ritrovo a desiderarla, a baciarla, a far l’amore con lei. E’ tutto un mondo da scoprire e da assaporare, che non mi vede sazia dopo un’intera notte. Adesso è lei che esplora, che si spinge a capire i miei punti di piacere. Qualcuno lo ha già intuito, le mie reazioni alle sue parole sono state un segnale che non poteva passare inosservato. Mentale io, anche nei piaceri fisici, trovando eccitazione nelle frasi, nelle situazioni, nelle immagini che mi si possono creare nei pensieri, da me o dall’altro stimolati.

Rimaniamo alla fine abbracciate per un po’, lei stesa su di me, mentre i respiri ritrovano il loro normale ritmo.

“Sei un’urlatrice come me, sai”, le dico riprendendo fiato. “Vero è che non ho esperienze di donne, ma, da quello che i miei amanti mi hanno detto, non siamo in molte a godere così”.

“Sì è vero. E’ la prima volta che trovo una donna che è piena di calore come te. Fino ad ora sono stata con ragazze più giovani di me. Tu sei una donna fatta e si vede. Sono stata molto bene”.

“Anche io”, non posso mentire e dire che non è vero, ma sarei tentata di farlo. Sento il desiderio di andare via. Ho bisogno di respirare, di capire; accade tutto troppo in fretta credo, devo interiorizzare.

“Senti”, mi dice, “io devo andare a comprarmi delle scarpe, e poi più tardi vado a prendere mia figlia dai miei. Che ne dici di accompagnarmi ora? Andiamo al mercato qui vicino”.

No, non ce la faccio. Sento che mi sta chiedendo qualcosa, un’amicizia per cui ora non sono pronta. Devo stare un attimo da sola con i miei pensieri.

“Il fatto è che devo sbrigare delle faccende di lavoro. Domani vado a Napoli per qualche giorno e non avrei il tempo di farlo. Magari un’altra volta”.

La sua espressione di leggera delusione mi dà un senso di fastidio. Mi dispiace di non accontentarla, ma non me la sento.

“Va bene, non fa nulla, dai”, si alza dal letto. La guardo mentre va in bagno. Sì, mi piace. Quando rimango a guardare e ad osservare così tanto è segno che una persona mi piace. Mi alzo anche io, usiamo il grande bagno insieme. Un leggerissimo distacco si è creato, ma cerco di non aumentarlo sfiorandola ogni tanto quando mi passa accanto. Scendiamo al piano inferiore e la vedo prepararmi la colazione. Questo è un qualcosa che apprezzo sempre tanto, mi sento coccolata in questi gesti, queste attenzioni così tipicamente femminili. Attenzioni che vedevo anche in Dario e in Raimondo. Ma non ho voglia di pensare a loro questa mattina. Siamo pronte entrambe ed usciamo insieme. Lei prende la macchina e la porta fuori del cancello mentre io levo catene e antifurti vari dalla mia moto. Ci salutiamo con un veloce bacio sulle guance.

“Allora alla prossima, ci sentiamo”, mi dice.

“Certo, ci sentiamo, stammi bene e buona giornata”.

Ci incamminiamo insieme lungo la strada, io la seguo con la moto. Il sole splende oggi ma è ancora sopportabile e anzi piacevole. Non ho percorso neanche due chilometri che la mente, fino a quel momento appannata, comincia a svuotarsi del senso d’inquietudine che mi aveva preso. La guardo nella macchina mentre lei mi precede. E’ allegra, si vede. Ha acceso la radio e canta muovendo la testa al ritmo della musica. Mi hanno sempre detto che ho una naturale allegria e un’intelligente simpatia sempre contagiosa, ma mi rendo conto che la sua semplice, spontanea e genuina vivacità lo è forse ancor di più.

“Allora” , dico a me stessa, “come stai? Bene. Come ti senti? Felice e allegra. Ok, allora è tutto a posto.”

Ecco, mi sono bastati pochi secondi da sola con i miei pensieri, farmi le domande giuste, ed ogni dubbio è scomparso. Adesso quasi mi dispiace non accompagnarla. Al bivio che porta verso casa mia, la saluto mandandole un bacio e suonando il clacson più volte. Lei risponde facendo altrettanto e ci separiamo.

 

 

Squilla, squilla, squilla. Con il braccio penzoloni cerco il telefono sperando che sia vicino al letto. No, non c’è. Maledizione, ma dove l’avrò lasciato? Ecco, come al solito s’inserisce la segreteria. Oh va bene così, dopo sento chi è e richiamo, forse. Guardo la sveglia del comodino. Le 14.30 circa, ho dormito parecchio da quando sono tornata. Mi rigiro e urto Morgan che dorme ai piedi del letto. Lo vedo stirarsi e sento le sue fusa mentre mi guarda con l’occhio semichiuso. Gli faccio un sorriso, mi avvicino a lui e approfitto di questo momento per spupazzarmelo un po’. Si lascia baciare e accarezzare rigirandosi a pancia in aria. E’ sempre stata una sua abitudine questa, sin da quando era piccolo. Ricordo quando Katia lo trovò. Io mi ero da qualche mese lasciata con Alfredo, con cui avevo anche convissuto per i due anni del nostro rapporto. Da pochissimo avevo trovato un monolocale a Montemario con giardinetto, in cui mi sarei trasferita dopo un paio di settimane.

Un sospiro mi viene al ricordo di quell’incredibile momento della mia vita, in cui tutto mi era come scomparso attorno. Alfredo; il lavoro che ancora non avevo, da quando avevo deciso di non lavorare più come fonico nel cinema; la casa, che da sola non potevo mantenere e che in ogni caso dopo qualche mese avrei dovuto lasciare. Fu davvero difficile. Ricordo le sere di quel mese di Luglio in cui facevo di tutto per non tornare in quella casa vuota. Ogni sera un’uscita, da sola o con gli amici, pur di rientrare il più tardi possibile. Poi la vacanza ad Agosto tra i monti della Savoia che mi rigenerò. A dire il vero non dovevo andare in Savoia. Il progetto con Katia era diverso. Si doveva partire, passare da Bassano del Grappa, dove Natacha lavorava, proseguire per Venezia da dove partiva un pullman che ci avrebbe portato a Budapest, in casa d’amici. Fino a Venezia tutto proseguì secondo i  piani. Tre giorni a Bassano, passando dal bar sul magnifico ponte in legno dove si prende l’aperitivo, al ristorante dove si cena a base di carne e vini rossi, al bar sul fiume dove si degusta ancora vino e pezzetti di grana, servito su enormi barili che fanno da tavoli. E ancora al bar di fronte  al ponte e al museo della grappa, dove non manca la tagliatella, misto di grappe del luogo. Insomma, era tutto un bere e mangiare e bere. Credo che i bassanesi siano i cittadini più allegri mai conosciuti, per il tasso alcolico oramai scolpito nel loro DNA.

Poi si partì in treno per Venezia. Dalla stazione della città sulla laguna, direttamente a prendere il pullman per Budapest che partiva alle 19.00 e sarebbe arrivato alle 7.00 del mattino dopo. Posti scomodissimi e aria condizionata inesistente. Ricordo che provai ad addormentarmi, ma il caldo era soffocante e la posizione impossibile. Alle 2.00 di notte passammo la frontiera con l’Austria. Poi da quella austriaca a quella ungherese. E io neanche a dirlo non avevo il passaporto! Eh sì, con mia grande intelligenza, ed evidente conoscenza dei Paesi facenti parte della Comunità Europea, non portai con me il passaporto, credendo non servisse. E gli ungheresi non ne vollero sapere nulla. Giù dal pullman alla frontiera alle 2.00 di notte! Naturalmente Katia per non lasciarmi sola scese con me. La fortuna volle che un angelo dagli occhi azzurri che tornava verso l’Italia ci desse un passaggio fino a Venezia. Lui aiutò noi e noi tenemmo sveglio lui, stanco del viaggio. La mattina dopo eravamo di nuovo a Venezia e volle addirittura offrirci la colazione. Un vero angelo che parlò per tutto il viaggio della sua giovane moglie di cui era innamoratissimo e della sua bambina che adorava. A Venezia decidemmo di cambiare programma e di andare quindi in Savoia, da una zia di Katia che lei non vedeva da qualche tempo. Prendemmo alloggio in un albergo vicino alla stazione, per riposarci dalla stanchezza, fino al primo pomeriggio. Il treno partiva il giorno dopo, quindi approfittammo del tempo per visitare Venezia. Tutto il giorno fino a sera per canali, duomo, chiese, vicoli, e la sera cinema all’aperto. “Face off” di John Woo, grande film d’azione con John Travolta e Nicolas Cage, che credo qui abbiano fornito notevole prova di recitazione e d’interpretazione. Il giorno dopo partenza per la Savoia.

Ogni evento accade per un motivo e mai nulla a caso. E’ una frase che mi ripeto continuamente oramai da anni. Questo ne fu un esempio. Non so se a Budapest avrei goduto dello stesso effetto rigenerante delle montagne incantate e silenziose della Savoia. Io non parlo francese e la zia di Katia non parla italiano. Per cui, passai tre giorni non dovendo per forza fare conversazione, cosa a cui Katia sopperisce benissimo, essendo una maratoneta della parola più di me. Io intanto leggevo, al fresco di quel verde, un libro che parlava di fate ed elfi, argomenti a me sempre cari. Ad ogni respiro i miei polmoni si riempivano di aria pura e la mia anima di energia rinnovata. Tornai da quella vacanza con una nuova carica positiva, che subito si materializzò trovando la perfetta casa che potevo permettermi con i miei scarsi guadagni. Dopo monolocali orrendi a prezzi impossibili, trovai la casetta dei sogni. Per me a quell’epoca fu un colpo di fortuna vero e proprio, le mie finanze erano limitate. Solo allora mi stavo affacciando al mondo della promozione finanziaria, grazie a quel “caso” che tramite Alfredo mi aveva portato a conoscere un promotore, il quale mi illuminò su questo mondo e che ancora adesso è il mio stimatissimo manager e amico. Un sorriso m’increspa le labbra pensando a Giulio, un uomo che mi ha sempre attratto per svariatissimi motivi, per il quale forse avrei avuto una bella sbandata, se non fosse il mio capo da sempre.

Proprio ad una settimana dal trasferirmi mi arrivò la telefonata di Katia.

“Hei, tu hai trovato una casa con giardino, vero?”

“Beh sì, infatti, perché?”

“Lo vuoi un bellissimo gattino trovatello? Un certosino bellissimo, con una macchietta bianca. Credo lo abbiano abbandonato per via di un occhietto offeso. Ha forse due mesi e mi sembra sano e socievolissimo”.

“Oddio Katia, lo sai che lo desidero tanto, ma non so, la casa è piccola per tenerci anche un gatto”.

“Ma tu lo tieni fuori, vedrai che quando cresce se ne va in giro”.

“Ok va bene, andata. Stasera tienilo tu, domani passo a prenderlo”.

A dire il vero inizialmente Morgan mi diede da penare. Era abituato all’uomo, ma molto pauroso. Lo portai nella casa a pianterreno, che aveva un grande terrazzo, dove io ancora vivevo. Volle da subito uscire e non stare in casa, ma i gatti che avevano adottato me e il mio terrazzo non furono contenti della sua apparizione. Per due giorni si nascose non so dove. Pensai se ne fosse andato. Poi improvvisamente me lo ritrovai nel soggiorno: mi guardò con circospezione, io guardai lui. Saltò sul divano e da quel momento fu amore assoluto e unico. Se un giorno gli dovesse accadere qualcosa credo che ne avrei un dolore tremendo, ma assolutamente non ho voluto castrarlo, per dargli modo di vivere la sua indipendente vita da gatto, rispettando così il suo essere. Ogni tanto sparisce o torna ammalato e ferito. Ma per ora sembra avere la pellaccia dura, e il tipico carattere socievole ma indipendente del certosino.

“Hei Morgy, la tua mamma stanotte ne ha combinata un’altra delle sue”, lui continua a far le fusa, rilassato sotto le mie carezze. “Però è stata davvero una bella esperienza, sai. Ancora mi meraviglio con quanta facilità è avvenuto tutto. Non me lo immaginavo. Neanche un attimo d’imbarazzo. Sono davvero unica. Sai quando questa gliela racconto a Dario come si diverte? Lo faccio morire!”

Raccontare a Dario i miei incontri e le mie avventure è divenuto ultimamente una maniera per condividere con lui qualcosa d’intimo, ma forse anche una sorta di rivalsa nei suoi confronti. Eh si, perché tra le innumerevoli cause da lui addotte, ogni volta diverse e contraddittorie, al suo non innamoramento di me, rientra anche quella della mancanza d’intesa sessuale. Credo che una volta mi abbia dato della santarellina. Ancora rido quando ripenso a queste cose. Come si possa amare un uomo che si impicca e si arrampica in questa maniera non lo so. Ma mi piace così, in queste sue buffe e divertenti contraddizioni, e non lo cambierei per nulla al mondo. Il problema principale a dire il vero, è che lui non ama se stesso. Questo mio amore non lo riesce dunque a comprendere, ma soprattutto non ama essere visto in tutta la sua realtà. In un certo senso lo costringo ad essere se stesso, amandolo per ciò che è, ma lui non vuole essere Dario. Ha bisogno di una donna che lo creda diverso. Adesso questo l’ho compreso, ma ciò non annulla il pensiero di lui continuo in me. Anche ora, dopo questa nuova esperienza e splendida notte appena passata.

Mi alzo finalmente dal letto. Il gatto mi segue fino in cucina. Apro il frigo, solito deserto. Faccio mangiare lui almeno. Uno yogurt non scaduto e una mela che ancora resiste. Vanno benissimo per un frullato e con questo caldo è sufficiente. Lo preparo al volo, poi mi avvicino alla segreteria e la avvio per ascoltare il messaggio. E’ mia madre, vuole sapere se va tutto bene, se non ho cambiato idea e vado a trovarli. Intanto accendo il cellulare. Il vibracall entra quasi subito in funzione e mi avverte di un sms arrivato. Proviene da Angela.

“Ciao dolcezza tutto bene? Non ho trovato le scarpe che volevo e ora sto per andare a prendere mia figlia. Un bacio e a presto”.

Sorrido, mi piace il tono che ha usato. Un altro messaggio, sempre suo.

“Io sono stata bene e se a te va potremmo rivederci. Magari a cena da me, se non ti scoccia ti chiamo”.

In genere a questo punto le mie reazioni sono di due tipi. Se sono stata bene, ma davvero bene, sessualmente o umanamente, accetto subito. Se invece nutro dubbi, difficile che mi si riveda una seconda volta. Decido di rispondere subito.

“Ciao bella bionda, sono stata molto bene anche io e mi fa piacere se chiami e ci rivediamo. Un grande bacio. Giu”. E con questo mi levo ogni possibile dubbio, se pure ne avessi.

Vado nello studio con il mio frullato e accendo il pc. Un vecchio pc di oramai tre anni, un pc della mutua, come dice sempre Luca, il mio fedele amico fiorentino che quando parla mi fa ridere per ore. Adesso il pc è migliorato, memoria e capacità maggiore, collegamento adsl. Lo schermo parte e appare un magnifico nudo maschile che Alfredo tempo fa mi aveva spedito per posta elettronica. Collegamento avviato. Guardo per prima la posta. Cosa che faccio ogni giorno lavorando anche dal portatile. Solite newsletters, che noia. L’articolo di Dario Fò e Franca Rame, unica news interessantissima sottoscritta, lo scarico ma lo leggo un’altra volta. Una barzelletta da Andrea che mi fa sorridere come sempre, una fonte inesauribile questo ragazzo. Poi guardo le notizie economiche e l’attualità politica. Solite fregnacce dette dai nostri politicanti buffoni, che passano il tempo ad accusare gli avversari. Accendo le chat, i messenger, programmi per chattare, che utilizzo per conoscere persone nuove o parlare con chi già conosco, moderno mezzo di rimorchio per molti e anche per me in alcuni periodi. Luca non c’è, Dario neanche, Giorgio è appena uscito, non ho fatto a tempo a salutarlo. La mia segreteria di chat si riempie subito di messaggi di uomini che vogliono conoscermi e parlarmi. Io non rispondo a nessuno, non ne ho voglia, ma per curiosità guardo sempre. Passano un paio d’ore, forse anche tre. Come sempre mi perdo nei mondi di internet, vagando a volte anche nei siti un po’ particolari, leggendo racconti erotici che sono una mia passione. Il cellulare squilla prendendomi di soprassalto. Eccola, è lei. Una leggera emozione mi prende.

“Pronto, hei ciao, come stai?”, il cuore comincia a battere e mi chiedo se si senta.

“Ciao bellezza, io bene e tu?”

“Eh, bellezza, esagerata. Sto bene grazie”.

“Ho ricevuto il tuo messaggio. Che stai facendo?”

“Nulla, guardo delle cose in internet. E tu invece?”

“Io sono appena tornata, sono andata a prendere mia figlia e comincio a preparare la cena”.

“E che prepari di bello?”, mentre parla sento la voce della bambina chiederle con chi parla, “con un’amica, amore; si scusa Giu, parlavo con mia figlia. Allora, preparo della pasta con le zucchine che a Sonia piace e delle cotolette per mio marito, perché non gli basterebbe la pasta”.

“Ah è tornato. Tutto bene?”, lo chiedo tranquillamente e senza nessun problema. Angela è solo una nuova amica con cui ho passato bei momenti e magari ne passerò qualche altro, nulla di più, mi dico.

“Sì tutto bene. Gli ho raccontato di te, spero non ti dispiaccia la cosa, io non ho segreti con lui”, la bimba chiede quali segreti, è curiosa e attenta da quanto intuisco, “niente Sonia, ho conosciuto una nuova amica sul treno e l’ho detto a papà”. Sento che chiede qualcosa ancora ma non capisco cosa, “non è una brutta idea, si, adesso glielo chiedo. Giulia?”

“Si, dimmi”.

“Sonia chiede se vieni a cena da noi, così ti conoscono anche loro”.

Rimango un attimo stupita da quella richiesta. Mi sta chiedendo di andare a cena e conoscere il marito e la figlia. Il marito è naturale, in fondo certi giochi li ha fatti con lui. La figlia rappresenta un dare al nostro rapporto un senso amichevole e particolare, e questo mi stupisce, ma mi dà un enorme piacere. Ho sempre creduto nelle amicizie affettuose; in altre parole, nelle amicizie che hanno risvolti anche sessuali. Non mi è mai piaciuto il sesso per il sesso, carne e basta. Magari il gioco erotico per il gioco, ma è un altro mondo. Invece mi piace sempre instaurare rapporti di amicizia più o meno profonda con le persone con cui ho avuto anche dei rapporti intimi. Ma è rarissimo trovare chi è in grado di sostenere questo tipo di rapporto.

“Ma certo che accetto, volentieri. Quando?”

“Beh, non ti dico stasera visto che so che devi partire domani. Ma quando torni da Napoli vieni a cena da noi. Va bene?”, più che una richiesta sembra un’affermazione. Le dico che torno fra 5 giorni e la chiamo quando sono a Roma. Prendiamo un appuntamento direttamente per il venerdì successivo a cena.

“Senti, ma tu chatti in c6, la chat di tin.it?”

“Sì io sì, perché anche voi la usate?”

“Sì, mio marito soprattutto. Segnati il nick così magari ci sentiamo in chat dopo e ti presento Andrea”. Me lo segno e ci salutiamo. Decido che adesso ho fame e vado a vedere cosa posso ricavare per una cena. Una bellissima confezione di pollo alla cacciatora surgelato e precotto mi saluta dal mio freezer. La afferro al volo, la apro e la travaso nella padella antiaderente. Una birra rossa fredda e in 5 minuti la mia magica cena da single è pronta. Accendo la tele, un film già visto ma che rivedo con piacere mi tiene compagnia. Mangio, finisco di vedere il film e poi ritorno davanti al pc.

Apro C6, uno dei programmi di chat che utilizzo, e inserisco il nick di Angela. E‘ collegata, la chiamo e la saluto con un “ciao sono Giulia”. Mi risponde il suo messaggio di segreteria. Come me fa accedere solo chi già conosce e agli altri risponde solo il messaggio impostato, in modo da poter scegliere con tranquillità se rispondere o no. Rimango impressionata dal messaggio chiaro e diretto in cui asserisce di voler conoscere solo donne che diventino amiche di giochi insieme con suo marito. Mi aveva detto, infatti, che questo canale era quello che maggiormente avevano usato per conoscere quelle ragazze, che in vari modi si erano unite ai loro giochi. Del resto come fare altrimenti? Non sono cose che vai annunciando serenamente nel tuo giro di amicizie.

“Ciao Giulia, piacere di conoscerti, io sono Andrea. Angela sta mettendo a dormire Sonia, adesso arriva”.

“Piacere mio Andrea”. Dopo un primo momento d’impaccio cominciamo a parlare. Capisco che ho a che fare con un uomo intelligente e non stupido. Dopo tre anni di chat ho ben imparato a riconoscere chi sa usare il cervello e chi no. Capisco che Andrea è più ricercato di Angela, ha una cultura diversa, si sente. Parliamo tanto. Entriamo dopo un po’ in confidenza. La chat ha questa magia, bisogna dirlo, dare la possibilità di entrare in confidenza con qualcuno in maniera più veloce e diretta. Io poi non ho mai avuto segreti per nessuno e parlare di quello che sono e che provo è sempre stato facile per me. Mi chiede come mi sento e come mi è sembrata Angela.

“Una donna molto piacevole e allegra”.

“Sì è vero, e credo che tu le sia molto piaciuta, sai”.

“Dici davvero? E cosa te lo fa pensare, cosa ti ha detto lei?”

“Non è tanto quello che mi ha detto. Angela, te ne accorgerai, parla poco. Ma si fa capire. Aveva un sorriso che era un po’ che non vedevo. Perciò ti dico che le sei piaciuta”.

Continuiamo a parlare. Mi dice qualcosa di sé, qualcosa di loro. Poi arriva Angela, mi saluta tramite lui. Ridiamo un altro po’ raccontandoci gli aneddoti di chat che ci hanno colpito e dei ricorrenti maschi assatanati e stupidi che bombardano le nostre rispettive segreterie. Mi mandano una foto della loro bambina da farmi vedere. Un amore di bambina che abbraccia un cane più grande di lei. Mi parlano di lei e del suo caratterino. Vien fuori che è del segno dell’ariete, come me. Un’arietina testarda, cocciuta, inarrestabile e affettuosa come me. Si fa notte e ci salutiamo, contenti della lunga chiacchierata. Loro lavorano e io devo partire per Napoli.

“Buonanotte dolcezza, ci si vede quando torni”.

“Notte cari, a presto, è stato un piacere”.

Spengo le chat, le connessioni, il pc. Distendo le braccia e massaggio la schiena indolenzita per la posizione e il continuo movimento delle dita sulla tastiera. Prendo una bottiglia d’acqua da portarmi in camera, controllo che tutto sia chiuso tranne la porticina per Morgan. Vado in camera e lo trovo poi già disteso sul letto placidamente a dormire, a ricordarmi che quello è un suo territorio ed io sono sua. Mi spoglio del tutto e indosso solo una t-shirt di un concerto di Baglioni. Spengo le luci e mi distendo con un sospiro di piacere sotto le coperte leggere. Mi sento rilassata e un’energia positiva mi attraversa. Mi piacciono queste due persone, questa famiglia. Andrea mi è simpatico, decido, ed è un uomo con cui puoi ragionare su livelli diversi da quelli comuni. Bene, è stato davvero un piacevole incontro, questo. Mi tornano in mente le immagini di Angela tra le mie braccia, un calore mi prende ma la stanchezza ha il sopravvento su qualsiasi altro pensiero. Mi addormento così, pensando a questa nuova strada che la mia vita sta ora iniziando a percorrere.

 

 

Capitolo 3

 

 

Sono di nuovo in treno come due giorni fa, per Napoli. Eppure, questa volta, tutto è nuovo e diverso. Basta veramente un secondo, qualche istante, per dare nuove direzioni alla tua vita. Stamane mi sono svegliata presto e anche prima della sveglia. Mi sentivo riposata come da tempo non mi accadeva. Ho dato da mangiare a Morgan e poi, in fretta, sono uscita. Un taxi mi ha portato alla stazione, troppo caldo per prendere l’autobus. Per fortuna non ho avuto bisogno di prenotare il biglietto. Un pendolino e un intercity partono da Roma quasi ogni ora per il sud, fermandosi a Napoli. Questa volta ho optato per il pendolino, posto in prima, in barba al proletarismo cronico che in genere mi prende.

Accanto a me il posto rimane vuoto, il treno parte e con lui anche i miei pensieri. Quest’avvenimento mi ha aperto nuovi orizzonti, lo sento. Mi chiedo cosa ne penseranno Natacha, Antonio, le persone più vicine a me, insomma. Dario già me lo immagino, vorrà sapere tutti i particolari più intimi e si divertirà a farsi provocare da questi. Oramai è un gioco che sta andando avanti da un po’, io gli racconto le mie prodezze erotiche, divertendomi a provocarlo, e lui non aspetta altro. Il tutto mediato dal mezzo della chat. A volte capita di uscire insieme. A volte capita che non sappia trattenersi dal saltarmi addosso, come io non so trattenermi dal cedere. Gioco, giochino, giochetto, bum! Fino a che il giocattolo non si rompe nuovamente, lui dice cose che feriscono, impaurito da qualsiasi mio pensiero su di lui, e io allora dico: basta, niente più sesso tra noi! Fino a quanto durerà questa nuova tregua? Fino al prossimo assalto naturalmente, cui io spererei di poter essere in grado di dire no.

Il controllore passa nel vagone distraendomi da questi pensieri. Ho nuovamente dimenticato di obliterare il biglietto! Sono già quasi rassegnata a pagare la multa ma provo ugualmente a spiegare la mia dimenticanza.

“E a cosa stava pensando, signurì, quando ha preso il treno?”, mi chiede, con un accento marcatamente napoletano, condito da un tono quasi paterno e complice.

Io gli sorrido pur mio malgrado, sapendo che era ad Angela che stavo pensando in quel momento.

“Ad una bella serata in bella compagnia”, gli dico con la mia solita scherzosa faccia tosta. Lo sento ridere di gusto. Difficile che una donna parli e scherzi così esplicitamente con uno sconosciuto.

“Eh signurì, la capisco e la invidio anche! Va bene, stavolta facciamo finta che non ho visto niente, ma la prossima i sogni li cominci quando è sul treno e non dopo! Buon viaggio”, sorride facendomi anche l’occhiolino e poi prosegue.

Mi tuffo di nuovo nei miei ricordi e pensieri. Immagino il volto compiaciuto e complice di Alfredo quando per telefono gli ho accennato di quest’incontro. Da gran signore qual è, piccolo lord, essendo più giovane di me di 3 anni, non ha sottolineato il lato sessuale della cosa, pur scherzandoci su, ma l’importanza di questo mio nuovo passo. Sarà la stessa cosa con Natacha, di certo, ed Antonio. Queste sono le persone cui maggiormente tengo e che ritengo importante informare di questo lato di me ora appena scoperto. Forse lo dirò anche a mia cugina, con cui ho uno strettissimo feeling. Della mia famiglia intera è l’unica che mi assomigli per carattere e percorsi. Mi rendo conto che più passano i momenti, più mi sto abituando all’idea di vedermi come donna bisessuale. Mi accorgo anche che la cosa non mi porta particolari scompensi, tanto da desiderare di comunicarlo all’esterno. Forse il desiderio di essere accettata per quello che realmente sono da chi mi circonda, è quello che mi spinge sempre a raccontare ogni cosa di me. O magari l’esatto contrario, chissà. Sono davvero una persona trasparente come l’acqua. Io sono così, chi mi ama mi segua! Ai miei genitori, mia sorella, il suo ragazzo e la famiglia di lui, beh a loro magari evito per ora di raccontare questo. Ma non per paura, questo no. Non ho però l’abitudine di raccontare in famiglia per filo e per segno ogni percorso da me fatto e ogni avventura vissuta, che comunque ha significato per me una strada. Sono ragionamenti in cui mia madre si perderebbe e le creerei ansie inutili. Li ho portati a conoscenza di ciò che era per me vitale. Alfredo è stato in fondo l’unico mio amore che ho presentato loro, anche perché l’unico con cui io abbia realmente avuto una storia che così si possa definire. Parlargli di Dario non era possibile. Qualche accenno e basta. Cosa avrei dovuto dire? Ho incontrato un grande amore che me ne ha combinate di tutti i colori? Inutili ansie e preoccupazioni per un genitore. Ma è anche vero che ho fatto accettare e comprendere a tutti la bisessualità di Alfredo, la nostra amicizia ancora ora perdurante, fino al punto da portarlo con me durante le feste quando era solo, o, come accaduto questa Pasqua, insieme al suo attuale compagno. Mi sembra già tanto per una famiglia!

Angela continua ad apparirmi tra un pensiero ed un altro. Sento sempre un calore e una serenità particolare ogni volta che ripenso alle sue labbra o ai suoi seni, il cui sapore mi è rimasto scolpito nella mente. Il vibracall mi avverte di un messaggio.

“Ciao dolcezza tutto a posto? Sei già a Napoli? Qui fa caldo. Ti bacio, a presto”.

Sorrido nel leggerlo, pensavo a lei ed ecco un suo messaggio.

“Questa sì che è telepatia”, mi dico. Le rispondo subito tirando fuori la mia tecnologica tastierina per scrivere veloci messaggi sul telefono.

“Ciao a te bella bionda. Sono sul treno ma fra poco arrivo. Qui c’è l’aria condizionata. Un grande bacio e a prestissimo”. Richiudo la tastiera nella sua custodia e poi nel marsupio insieme al cellulare. Mi piace vedere e ricevere queste piccole spontanee attenzioni e pensieri. Ritorno con la mente al suo sorriso e piano mi addormento.

 

Mia sorella è venuta a prendermi alla stazione centrale di Napoli. La vedo alla base del treno che mi aspetta e con lei, con mio grande piacere, anche Virgilio, il suo fidanzato da credo più di 9 anni. Ho perso il conto oramai. Li saluto da lontano e già vedo Virgy sbracciarsi con un fazzoletto bianco e cominciare una delle sue sceneggiate comiche. Io adoro letteralmente questo ragazzo, oramai uomo dovrei dire, avendo quasi 30 anni. E’ una forza della natura, intelligente e simpaticissimo, e soprattutto con un cuore grande come il mondo. Siamo diversissimi come stile di vita, gusti o altro, ma simili nel modo espansivo e giocoso di rapportarci con gli altri. Per questo motivo mia sorella ha un ottimo rapporto con me e io con lei, pur essendo così diverse tra noi. Come ama la spontanea bontà di Virgilio, così ama e comprende la mia.

Io non sono religiosa, o almeno non pratico alcuna religione, se non un mio modo di vivere onestamente cercando di rispettare ciò che mi circonda. Ho un rapporto libero con il sesso ma al contempo qualsiasi cosa faccio la vivo talmente intensamente da non essere mai superficiale, anche un puro gioco. Non sono una donna di casa né una donna così come classicamente è intesa. Frequento persone di varia estrazione sociale, ma sempre particolari, creative, magari fuori dal comune. Dò sempre fiducia più volte a chi incontro, come principio, difendendo l’idea che se ci si chiude si rischia di non riconoscere quella persona che poi può fare la differenza, amico o amore che sia. Mia sorella al contrario è religiosa, cattolica praticante, ma in maniera intelligente; e non poteva essere altrimenti, essendo stata la sua una scelta da adulta, poiché la mia è una famiglia per buona parte di atei o agnostici convinti. Frequenta insieme a Virgy le comunità neo-catecumenali (ogni volta che pronuncio questa frase mi si impicca la lingua). Ha un rapporto con il sesso semplice, almeno così io credo. E’ sempre passata da un fidanzato ad un altro. E’ una perfetta donna di casa, nonché un generale che mette tutti in riga. Rispecchia perfettamente il ruolo di fidanzata, futura moglie e madre, ma perché questa è la sua natura e non per una qualche imposizione della società, ed è per questo che io la rispetto profondamente.

“Pezzotta! Come stai?” Virgy mi abbraccia e quasi mi stritola tra le sue possenti braccia.

“Mamma mia Virgy, ma sei dimagrito assai, vero?” lo guardo vedendo che ha perso almeno una decina di chili.

“Sì cognatona, 12 chili, ma ne devo perdere altrettanti ancora e forse pure di più”.

“Ciao Manu, ti trovo bene”, saluto mia sorella con un bacio affettuoso.

“Ciao Giu, stai bene anche tu, c’era gente sul treno?”

“No, non molta per fortuna”.

“E le cose che dovevi fare a Roma, tutto a posto? E soprattutto Morgan sta bene?”

“Sì tutto bene, ho fatto quello che dovevo fare e Morgan sta benissimo, selvatico più che mai”.

“Va bene, adesso andiamo che ci stanno aspettando a casa di Virgilio. Siamo a pranzo da loro oggi”.

“Ah ecco, neanche arrivo che già sono rapita? Agli ordini, generale!”, ridiamo tutti e ci avviamo verso Portici dove vive Virgy e tutti i suoi innumerevoli zii e cugini. Lì trovo anche i miei, naturalmente, e un’aria festosa e allegra, che contraddistingue questa semplice e bellissima famiglia, per la quale conta una sola cosa, il cuore delle persone.

Un pranzo, neanche a dirlo, in cui non manca nulla e che dura ore, tra le risate generali, tra mia madre che ancora oggi si preoccupa per me come se avessi 10 anni e non 35 suonati, mentre allo stesso tempo sgrida mio padre, che non dovrebbe esagerare nel mangiare e bere a causa del diabete; il quale però, come sempre, fa orecchie da mercante, facendola arrabbiare di continuo. Ogni volta che li vedo è sempre la stessa macchietta. Mi sembrano Enrico e Cesira, le talpe della fattoria di Lupo Alberto, mitico fumetto di cui ho una collezione quasi completa. Mi ci sono voluti anni, oltre che la mia lontananza da casa, per capire che questo è il loro modo personale di rapportarsi. Nonostante i litigi continui e i battibecchi, gli urli di mia madre e gli sbuffi di mio padre, la semplice passione per l’arte di mia madre, insegnante elementare, contrapposta alla sete infinita di mio padre per tutto ciò che è cultura; ebbene nonostante le incredibili e a volte opposte diversità, non potrebbero vivere l’una senza l’altro.

Un altro messaggio mi arriva sul cellulare a metà pomeriggio, questa volta proviene da Alfredo: le cose tra lui e Mauro non vanno bene, ci sono incomprensioni da entrambe le parti e io sto cercando di fare da mediatrice, ma ho seri dubbi che la cosa possa continuare. Vedo purtroppo delle differenze non combinabili, ma soprattutto ho l’impressione che parlino due lingue diverse e non riescano a trovarne una comune. Mi dispiacerebbe molto se la cosa non continuasse. Mi sono affezionata a Mauro e mi piace stare in loro compagnia, a cena o magari la domenica andando in giro visitando i castelli romani o la zona dei laghi. Negli ultimi tempi ho potuto farlo poco, stando a Milano, ma una scappata a Roma ogni 15 giorni la facevo sempre. Rispondo cercando di tranquillizzarlo e dicendogli che se vuole chiamarmi la sera mi trova libera per parlare.

La sera torniamo a casa, a Napoli. Questa casa è sempre stata motivo di vanto per me. E’ un appartamento ricavato al centro del Vomero in un’antica villa del 500, un ex convento, situato alla fine di un viale alberato e circondato da piccoli appezzamenti di terra, dove ancora oggi coltivano l’uva per produrre un saporito vino rosso in maniera molto artigianale. Dall’esterno è impossibile rendersene conto, trovandosi in una zona di vicoli e vicoletti e trafficate strade. Nella grande villa non sono molti gli appartamenti e in buona parte sono abitati da parenti o amici. Mio padre, insieme con un suo operaio, creò questa casa partendo solo dai pavimenti, i muri in pietra e i soffitti a volta. Ci mise tre anni per ottenere una casa di almeno 100 mq. Ricavò anche una mansarda, che è stata la stanza mia e di mia sorella dall’età di 14 anni. Ci trasferimmo qui dall’appartamento al settimo piano dove io, mia madre, mia sorella e mia nonna avevamo vissuto per 8 anni dopo la separazione dei miei. Quando mia nonna morì, la casa era pronta per accogliere questo nuovo nucleo familiare, costituito da noi tre e dal compagno di mia madre, che io ora chiamo, a tutti gli effetti, mio padre.

La casa è ricca di quadri di famiglia, del nonno come di mio padre; non c’è un angolo di parete rimasto libero oramai, nonostante alcuni quadri siano stati portati alla nostra casa di vacanze nell’isola d’Ischia. Nel salone dal soffitto alto e a volta, come tutti i soffitti di casa, spicca il camino nero di ghisa, con una canna fumaria che risalta sul bianco della pietra e scompare nel soffitto passando davanti ad un oblò posto in alto, da cui spesso la sera si può vedere il passaggio della luna. Le finestre del salone, come del soggiorno e dello studio, si affacciano su un lungo e rettangolare terrazzo, stracolmo di piante e di gerani d’ogni genere, razza e colore. Un’esplosione di colori durante la primavera e l’estate. Quante giornate passate seduta davanti a quelle finestre, catturata dalla vista del golfo e dell’isola di Capri, che nelle giornate limpide s’intravede proprio di fronte. Certo, questo panorama mi manca sempre, ed è sempre un piacere rivederlo; anche di sera come ora, in cui il mare è un’enorme macchia nera appena illuminata dalle luci della città.

“Hei piccola, è sempre bello qui, vero?” mio padre si è avvicinato con fare silenzioso come sempre. A volte penso che sappia cosa mi passa per la testa pur non facendomelo mai intuire.

“Sempre, sì. Quando sono a Roma ho la mia casa e la mia vita, e magari mi manca di meno l’aria di mare che si respira qui. Ma a Milano è stata una sofferenza. E’ una bella città, piena di intrattenimenti d’ogni genere, forse più europea di Roma, ma la mia casa non è lì. Non vedevo l’ora che finisse quest’impegno a Milano per tornare”.

“L’importante è che sia quello che vuoi fare e che questa decisione non ti danneggi”.

“No, non ti preoccupare, qualche soldino in meno per via degli straordinari, ma va benissimo così. Quello che ho mi basta”.

“Va bene, basta che tu sia sempre la migliore!”

Sorrido a questa sua frase. Una volta mi metteva angoscia dover essere sempre la migliore come lui chiedeva, per questa sua idea di dover primeggiare in qualcosa. Ora non è più così. Non temo più così tanto il suo giudizio, avendo ora una cognizione di me e delle mie qualità diversa da prima.

“L’importante è che faccia del mio meglio in ciò che ritengo importante per me, Bruno”.

“Brava, brava, va bene filosofa; io me ne vado a dormire sperando che tua madre non mi allucca in capa perché mi metto il pigiama sbagliato”.

“Va bè, ma tu stalla a sentire così lei non urla, buonanotte Bruno”.

“Notte piccerè, si fa per dire, tant si passat e’ cottura!”, rido a questa battuta che mi ripete da anni, proprio non riesce a fare a meno di scherzare, è un provocatore nato e io credo di aver preso da lui in questo.

Continuo a guardare il mare mentre in lontananza li sento come sempre litigare, mia sorella interviene mettendo ordine e disciplina, poi tutto tace. Mia sorella sale in camera e mia madre si prepara il letto nel soggiorno, dove dorme da qualche tempo per via dell’insonnia che la fa stare davanti al televisore fino a tarda notte. Un passaggio dal bagno e poi anche io a dormire. Un libro da leggere. Non sono abituata a dormire presto e qui non ho il mio pc né il portatile. Dopo non molto la stanchezza mi prende, spengo la luce e mi trovo una posizione in questo lettino singolo cui non sono più abituata. Decido a quale sogno affidarmi stanotte prima di dormire. Non ho voglia di pensare a Dario, se lo faccio perdo il sonno e mi agito. No, meglio pensare ad Angela, alla prossima volta che la vedrò: questo venerdì, fra 4 giorni. Conoscerò il marito e la bimba, sarà una serata tra amici nuovi. Mi chiedo se per caso ad Angela non fosse venuto in mente di coinvolgermi con il marito. Beh, mi sono sempre detta che se nasce un bel feeling e armonia, non credo avrei problemi a far l’amore con due persone, così come lo faccio con una. Per me è solo una questione d’armonia e d’energia positiva che devo sentire scorrere. Il passo più grande, farlo con una donna, è stato già fatto. Tanto è inutile pensarci prima e farsi idee magari non vere. L’unica cosa che so è che lei certamente mi piace e che lui mi attira per come pensa. Il resto si vedrà, mi dico.

 

 

“Uèuè, vecchiaccio!”, ecco il mio perenne saluto ad Antonio da ben 15 anni d’indissolubile e inossidabile amicizia. Non potevo passare per Napoli e non salutarlo, soprattutto con questa bella novità da raccontargli.

“Putess’ passà niente Giu’! Questo vecchiaccio alla faccia tua si mantiene sempre alla grande!”

Effettivamente non ha tutti i torti, nonostante i suoi 55 anni rimane quello di sempre, spirito alato sempre in volo che si riflette anche sul suo aspetto. Continuo a prenderlo un po’ in giro come sempre faccio, facendogli notare i capelli, portati lunghi da un paio d’anni a questa parte, che pian pianino stanno divenendo brizzolati, non dicendogli però che così assume solo maggior fascino. Sia lui che mio padre sono la constatazione che uno spirito giovane si riflette anche all’esterno. Mio padre con i suoi 79 anni, un volto alla Sean Connery e un’ancora accesissima curiosità verso la vita davvero invidiabile, ne dimostra almeno 10 di meno. Antonio con questa eterna energica allegria ed enorme potere spirituale, sembra essere ancora ai tempi dei figli dei fiori, pur non avendo nulla di nostalgico in questo.

“E andiamo su, ancora te la cavi, va bene, vuol dire che il bastone puoi usarlo a giorni alterni!”

“O’ bastone e’ soreta! Chiedilo a Linda se ancora me la cavo o no!”

“E che c’entra, è Linda che non ti molla e ti fa andare avanti per forza d’inerzia, devi ringraziare lei!”

“E puoi starne certa, quella lì la vedi? Non mi lascia in pace una sera da non so quanto tempo. La terza età le fa un baffo!” Ridiamo insieme come matti a questi scambi mentre sorseggiamo il caffè che Linda, sua moglie, ha preparato, ascoltando serafica come sempre le nostre battute senza scomporsi più di tanto. Ricordo la prima volta che Antonio, conosciuto quando mi dilettavo con il teatro, mi portò a casa sua dove conobbi Linda e i suoi due figli, Michele e Francesco, allora adolescenti. Ero imbarazzata a dire il vero, per via di questo mio sentimento, che a lui non avevo nascosto. Ma tutto potevo immaginarmi tranne che trovare un ambiente familiare così ricco d’energia positiva e libera intelligenza. Antonio aveva una sua stanza, e già questo mi sembrò un evento particolare. A Napoli a quell’epoca esisteva, come ancora ora, una mentalità piuttosto semplice e comune riguardo all’idea della famiglia. Già la mia, di famiglia, risultava aliena in questa città: un nucleo in cui entrambi gli adulti erano separati dai precedenti coniugi e convivevano senza sposarsi. Quella di Antonio non era da meno. Anche se regolarmente sposati, hanno sempre mantenuto tra loro un rapporto basato sull’onestà, trasparenza e libertà, dove la parola “fedeltà” ha assunto un significato diverso. E in questo contesto mi sono inserita io, fedelissima amica e sorella di quest’uomo, che con Linda prese a giocare poiché suo marito non voleva cedere alla mia assidua corte. Mandavo fiori a casa, lettere e disegni, una spietatissima corte alla luce del sole, divenuto alla fine un gioco più che altro. Sorrido ricordando quella volta in cui il gioco divenne reale, a tre anni dal nostro primo incontro. Era il mio ventitreesimo anno di età e oramai avevo comprerso che era una cotta che avevo avuto per lui e non un Amore vero e proprio. Una sera che l’accompagnai a casa, fui presa da un attimo di vero panico quando, alla mia domanda di rigore “ti accompagno su a casa visto che sei da solo?”, lui rispose con un sì invece che con il solito no. Panico totale, quasi stavo per trovare una scusa per andare via. Ma non lo feci, non scappai, e quella sera ci facemmo un dono che a entrambi portò qualcosa. Adesso quel giorno risulta lontanissimo. In lui vedo l’amico costante, la guida perenne, il compagno di viaggio, che da un decennio abbondante segue una sua strada da questa parte della riva, come amiamo dire, dove sono approdate le persone che hanno deciso di “essere” e non “apparire”. Persone come me, lui, Nat, Alfredo, mia cugina Barbara. Quest’anno a Marzo, il mio 35esimo anno di età, ho voluto simbolicamente festeggiarlo con un’intima cenetta in cui eravamo solo noi, le persone che in questa prima tornata della mia vita hanno maggiormente significato qualcosa per me. Avrei voluto ci fosse anche Dario, ma il caso ha voluto che quella sera avesse un attacco di indigestione tanto da finire al pronto soccorso. Mi sono chiesta se questo non sia stato un segnale. Ho il presentimento che non riuscirò a stabilire con lui un rapporto reale di amicizia come con Alfredo. Prima o poi uscirà dalla mia vita, lo sento.

Antonio ora ascolta attentamente il mio racconto dell’incontro con Angela. Ridiamo insieme e mi prende in giro, pur osservando ogni mia reazione mentre cerco di spiegargli le emozioni provate. Sia io che lui siamo esseri che vivono di emozioni, “due romantici” ci ha sempre definito mia madre.

“Giulia, stai vivendo un periodo importante, è evidente. Viviti la cosa tranquillamente e con serenità, ma fai attenzione mi raccomando. Io ti conosco, se parti non ti fermi più, stai attenta a non bruciarti”.

Se qualcun altro mi avesse detto questa frase, sarei partita immediatamente con una filippica sulla paura di rischiare e di vivere. Avrei affermato con vigore che per non bruciarsi si tralasciano opportunità ed esperienze che nessuno ci restituisce, poi. Ma lui non è un cinico, né un uomo che si tira indietro rispetto alla vita. Antonio è un coraggioso che ha pagato sulla sua pelle il prezzo dell’aver scelto sempre di vivere la vita fino in fondo senza paura.

“Farò attenzione Antonio. E comunque stai tranquillo. E’ solo un’esperienza che mi apre nuove porte e che magari mi aiuta a distrarmi da Dario. Non sarà più di questo, non credo proprio”.

Rimane silenzioso per un po’ guardandomi diritto negli occhi. Lui, come Nat, sono le uniche due persone che mi conoscono talmente a fondo da sapere anche prima di me cosa sto facendo e dove sto andando. Non potrei mai prenderli in giro sui miei pensieri, ed è per questo che li adoro, perché diventano uno specchio per me, veritiero e non illusorio.

“Va bene Giu, lo sai che credo in te: qualsiasi cosa sarà, saprai affrontarla. Quindi divertiti, che ti fa solo che bene e te lo meriti anche”.

Rimango a cena da loro a ridere e chiacchierare fino a tardissimo, poi saluto entrambi e torno a casa. La notte a Napoli respiri un’aria diversa che a Roma. Roma è una città brulicante di vita a qualsiasi ora. Soprattutto nelle notti estive e calde: quando il centro, con i suoi bar e ritrovi, diviene punto di incontro di tutti i nottambuli come me. Napoli invece sonnecchia. Poche persone in giro e le strade sono deserte e solitarie. I nottambuli passano da una casa ad un’altra invece che da un bar ad un altro. Arrivo in un attimo davanti al cancello di accesso del viale che porta a casa mia. Scendo dalla macchina di mia sorella per aprire l’apertura elettrica con la speciale chiave e rientro aspettando di poter passare. Proprio in quel momento un messaggio sul cellulare. E’ tardi, non so chi potrebbe essere. Guardo il cellulare, il messaggio è di Angela, ma vedo che era stato spedito alle 21.30. Complimenti per la velocità con cui la Tim ha passato alla Wind questo sms!

“Ciao bellezza, domani sei dai noi, vero? Qui ancora caldissimo, tu come stai? Ti mando un bacio dolce”. Un piccolo brivido nel leggere quel “bacio dolce” telematicamente inviato, quasi avessi sentito la morbidezza delle sue labbra sfiorare realmente le mie. Arrivo con la macchina in fondo al viale, la parcheggio e prima di salire le rispondo, immaginando che vedrà il messaggio la mattina dopo.

“Ciao strepitosa bionda, stasera sono tutta vostra, ti avverto quando sono a Roma. Un dolce e sensuale bacio su quelle morbide labbra”, premo invio e immagino di darle questo bacio mentre dorme. Che strana tenerezza che mi provoca quest’immagine. Sorrido ancora al pensiero, chiudo la macchina, attraverso il cortile interno della vecchia villa, che all’esterno mostra tutti i segni della sua vetusta età. Mi chiedo se faranno mai una ristrutturazione esterna, anche se quest’aria diroccata ha un suo fascino. Salgo il piano e mezzo, unico in questa parte della villa, che porta al mio appartamento e in silenzio entro in casa, non sapendo se sono ancora svegli. Tutto tace, la luce in camera di Bruno alla sinistra dell’ingresso è spenta. Poso le chiavi sull’antica credenza di legno, la giacca nella nicchia ricavata nel muro che funge da appendiabiti, ed entro nel bagno accanto alla camera, ad uso esclusivo delle donne di casa. Quello invece nella camera di Bruno è da sempre il suo personale bagno. Guardo il marmo che ricopre gran parte del muro e la base della vasca e mi avvicino al lavabo. Nel grande specchio sul lavabo guardo ora la mia figura riflessa. Una luce nei miei occhi la dice lunga sull’effetto di quella serata. O forse di quel messaggio? Non mi rispondo a questa domanda, sto bene per una serie di cose, questo mi basta. Lavo i denti, mi metto la solita t-shirt di Baglioni (ne ho tante, prese tutte ai vari concerti cui sono stata) e vado a dormire. Domani si ritorna a Roma, casa mia, da Morgan e i miei amici. E naturalmente a cena da Angela. Questi gli unici pensieri con cui quasi subito prendo sonno.

 

Autrice

Eliana Matania Ruggiero

Eliana Matania Ruggiero, nasce a Napoli nella seconda metà degli anni sessanta. Per motivi di studio si trasferisce a Roma, dove si laurea presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Da diversi anni vive a Milano. Il mio angelo, quando gli angeli mettono la coda ma non perdono le ali (WLM 2007) è la sua prima opera edita.

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1 recensione per IL MIO ANGELO. QUANDO GLI ANGELI METTONO LA CODA MA NON PERDONO LE ALI

  1. wlmedizioni

    Recensione del romanzo IL MIO ANGELO. QUANDO GLI ANGELI METTONO LA CODA MA NON PERDONO LE ALI di Eliana Matania Ruggiero sunta da CasertaNews 10 Marzo 2008

    È sempre un’esperienza coinvolgente cominciare a leggere un racconto autobiografico: la mente del lettore si trova proiettata in modo diretto all’interno del mondo interiore della persona che racconta, direttamente in contatto con i suoi pensieri. […] lo stile della narrazione è spontaneo, agile e scorrevole; si rivela ricco di capacità comunicativa e ha la facoltà di trasmettere con immediatezza i pensieri e le emozioni di un microcosmo intelletivo ed emotivo.

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