I PESCI ROSSI QUANDO RIDONO

6,85

Romanzo lgbt

 

Esaurito

Descrizione

Romanzo lgbt.

Il bacio caldo che ritorna su di un volto, il mio, consumato nel tentativo fallito sin da subito di contenere… Contenere e circoscrivere, tenere dentro gli anni.

C’è qualcosa che si prova leggendo questo testo che è difficile tradurre in parole. Pietro Allevi, in questo I pesci rossi quando ridono, ci consegna un romanzo a tinte forti, e dai contrasti esasperati. Immediatamente cattura il lettore e lo guida in un mondo fatto di personaggi profondamente immersi nella loro esperienza di vita. in questo senso convivono, giustapposti, tre mondi che il personaggio principale, Diego, fatica a tenere separati. Diego è così il crocevia di tre vite che cerca di interpretare ognuna come se le altre non esistessero. Pietro Allevi utilizza le parole come pennellate decise, amando i contrasti; lame di luce che squarciano più la solitudine che il buio. Un bel libro che si stringe in mano come un amico che non si vuole abbandonare. Un’esperienza che lascerà certamente una traccia dentro chi legge.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,70

In copertina

Ricordi d'infanzia, opera fotografica di Salvatore Farina, collezione privata.

Pagine

168

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo di formazione, romanzo di genere

Ambientazione

Provincia milanese, provincia bergamasca

Anteprima

Sono miliardi

i lumini

nel mare sembrano

piccoli

cuori

di

bambini.

Stefano Santoni, Lumini

 

Anno 2006

 

Al bordo della strada la sagoma al buio la riconosco appena.

Sta lì e non si muove, dove il fango si sostituisce alla linea d’asfalto, davanti al cancello della cava.

I papaveri rossi riempiono i campi di granoturco.

 

Due e trentaquattro.

Mi fermo al semaforo, rosso.

 

Una sagoma dura, quasi fosse scolpita nel nero, aspetta i miei occhi grandi e rotondi farsi più vicini. Stringo lo sguardo: la forma è buia, i contorni di donna sono appena accennati nello spazio lasciato vuoto da un lampione poco distante, la luce debole e rotta fino a lì non arriva.

Le linee dei seni lasciati nudi, e il silenzio, quello delle ore piccole che copre le voci, da lontano mi sembra di sentire i passi trascinati degli ultimi nottambuli che, ciondolanti a tirare una sigaretta dalla bocca, fanno ritorno a casa.

Nello specchietto retrovisore un faro rotondo si fa sempre più vicino fino ad accostarsi alla macchina.

Rosso, ingrano la prima.

L’uomo sulla lambretta si volta prima a destra, poi dall’altra parte: lampioni accesi e asfalto diritto.

Attraversa la strada fino a diventare un faro distante ora inghiottito dalle due e trentacinque di una notte veloce a tornare mattina.

Un signore sulla lambretta.

Una pistola.

Un tizio con in mano una pistola che tira le marce e mi lascia indietro con gli occhi stretti a inseguire una luce che smetto in fretta di cercare.

Verde, mi tornano gli occhi grandi rotondi con qualche lacrima di troppo.

Prendo l’aria, la cerco nella pancia, butto fuori, ingoio la saliva.

 

Una debolezza, può capitare a chiunque, passerà.

La curiosità.

Passerà la voglia di bruciare dentro un fuoco osceno che conosci solo a quest’ora della notte.

Sono stanco, gli occhi mi si chiudono da soli.

 

 

Una volta arrivato a casa, parcheggiata la macchina in garage, sotto le lenzuola, prima di prender sonno, mi amerò lasciando che l’amore infranga le regole.

Fino a diventare un incendio portato fino in fondo, un piacere destinato a farmi risorgere vuoto.

Lo tocco, ancora duro e liscio.

Starò qui un altro po’, davanti al semaforo.

La strada è sgombra, dormono tutti.

Duro e liscio.

E vuoto: mi tolgo le mani dalle mutande.

 

 

 

 

 

 

Decido per una birra bionda chiedendo la cortesia della schiuma che rimane sul bicchiere.

Mi piace la sensazione dell’amaro che si cristallizza sotto il naso, pulire il bianco denso che resta sulla bocca, assorbirlo con le labbra, tutte e due, renderlo vano.

«Il barista è splendido» Sara me lo dice ogni volta che veniamo insieme a prendere il caffè, per farmi ingelosire, lo sa che mi va il sangue alla testa. Lo vedo da dietro il bicchiere ora pieno ma solo per un po’, bello e alto con la camicia nera che gli fascia i muscoli di un petto adolescente. Aperta, la camicia lascia nudo un collo abbronzato e smilzo con le vene che si induriscono ogni volta che gira la testa per accogliere i clienti, un sorriso scopre denti bianchissimi e regolari.

Ha gli occhi come vorrei averli io, il barista splendido: sottili e verdi, e lontani, che non si prendono. Piccoli dentro a un viso senza peli.

La mia è paura, ma una paura che ora mi fa sorridere, e mi tiene buono senza farmi sudare.

Una paura solo pensata, e nemmeno con criterio, con sincerità.

 

Pago, tutto fino all’ultimo soldo al barista bello con gli occhi sottili verdi che mi ringrazia annuendo e dondolando la mano all’aria, senza sorridere per forza.

Sto per uscire, non cammino storto né temo gli sguardi di nessuno, sono controllato in un passo che fa fatica a mantenersi del tutto fluido, mi brontola la pancia, dopo aver portato la mano davanti alla bocca per contenere le bollicine che vengono su, la metto in tasca, la mano, prima una poi quell’altra, la porta è rimasta aperta così esco senza dare troppo nell’occhio, con la schiuma dentro, il doppio malto, l’orzo, le bolle, esco con i sogni che arrivano in fretta solo quando la mente è sfocata e i riflessi sono diluiti.

Mi giro, lo guardo per l’ultima volta mentre sta spillando una birra bionda media per un tizio che ha preso il mio posto al bancone, sullo sgabello.

Una birra bionda senza la schiuma sopra.

 

Sono nel parcheggio, la paura che poco fa era un piccolo sentimento innocuo adesso è una strada che sbaglierò di proposito, fingendo di essere ubriaco e confuso, senza essere clamoroso nel gesto.

Con la chiave elettronica apro la macchina, guido verso i papaveri rossi dentro ai campi di granturco. Semaforo, rosso.

Un bel ragazzo, il barista, senz’altro.

Splendido mi sembra davvero troppo, Sara esagera.

 

Stasera vengo dall’altra parte, la vedo da qui.

Ispiro e butto fuori, tengo la schiena diritta, con una mano mi tocco le mutande.

Le unghie, mi mordo le unghie dell’altra, in bocca quel poco di sangue che viene e ci resta quando coi denti si scava a fondo sotto la pelle.

Non c’è tutto il nero colore di ieri notte, la luce del lampione arriva e la sagoma dura finora solo intravista mi piace. I contorni di donna che prendono forma, dopo essermi toccato annuso la mano, mi lecco le due dita fino ad affondarle completamente nella bocca.

L’odore di maschio, gli occhi chiusi per un solo mo-mento: inspiro.

Butto fuori.

Ritorna nelle mutande, la mia mano. Leccata che sa di buono.

 

Verde.

Metto la prima, parto e la tengo fino al cancello della cava, la prima marcia.

Il finestrino, abbasso il finestrino, mi allungo per vedere che cosa c’è che non ho visto ieri quando era al buio e i particolari mi sono sfuggiti, sfocati, e il nero era troppo forte per poter essere disperato. E attento, per poter essere disperato e attento.

 

L’incendio con il fuoco che brucia forte, e vuoto.

 

Voglio fare l’amore.

Glielo dico, lei è bella e scura di pelle, mulatta, e mi guarda chinando il capo e avvicinandosi al finestrino abbassato per metà.

Alta e dura, la veste rossa le accarezza le spalle per finire poco sopra le ginocchia eleganti, e piccole. I seni sono grandi e scoperti, rotondi e nudi e con la sua mano che scivola nella mia li sfioriamo insieme, come fossero tesori venuti una sola volta nella vita.

Seni duri, contorni rifatti che non mi sono mai piaciuti e che adesso vorrei restassero lì, chiudo gli occhi una volta ancora, l’ultima.

Voglio fare l’amore, puttana che non sei altro.

Le apro la portiera, mi dice: «Grazie, sei gentile.»

«Figurati,» le dico, «scusa il disordine.»

«Settanta euro, nessun problema, dove vado?»

«Dietro la pompa di benzina» mi dice dopo aver richiuso la portiera con forza.

Devo fare qualche decina di metri, arrivo per la prima volta in un manicomio dove dolcemente siamo passati in tanti.

«Sapessi quanta gente è stata qui,» dice nascondendo un ghigno di soddisfazione, «le persone hanno bisogno di fare l’amore… Uomini, e donne, tante donne, sai, non ti immagineresti mai quante ragazze mi vengono a cercare.»

Vorrei dirle che sì, tutti abbiamo bisogno di quella cosa lì. Come l’hai chiamato, amore? Bisogno dell’amore, certo, anche se il più delle volte è bisogno di vedere realizzato quello che siamo riusciti a immaginare solo dentro a un’ossessione, bisogno di un qualcosa di teneramente violento, sfacciato, il fuoco, bisogno del fuoco.

Non si chiama amore, in un’altra maniera.

Si chiama in un’altra maniera, puttana.

Un’ossessione che ti prende le palle prima della testa, ma come faccio a spiegarglielo.

«Ti ho vista ieri sera dal semaforo, un po’ ti cono-sco. Mi piaci tanto, non te lo dico così per dire.»

Lei ride, solo un accenno di risata, si toglie la veste rossa dalle spalle, le mani sono esperte e grandi e dolci, le scarpe con il tacco sembrano essere dello stesso colore del vestito, mi piacciono, le tocco e le bacio, le scarpe, belle e rosse, le metto sul sedile posteriore.

Le sfilo le mutandine, piano, cercando di accompagnare il gesto con delicatezza, di essere gentile ed educato, e la bacio, sulla coscia ora lasciata nuda per intero, succhio e mando giù.

«Ti amo,» le dico, «ti amo da impazzire.»

Lei ride e mi tiene i capelli biondi nelle mani dolci, alza le gambe, le mutande le lascio cadere sul tappetino, sono impazzito e crudele.

«Come ti chiami?»

«Vicky.»

«Mi piaci Vicky, dico davvero.»

Le mie parole sono interrotte confuse e s’incantano, ho paura di quello che verrà ma nemmeno così tanto, è la prima volta, la bacio in bocca.

«Sei bello, mi piaci anche tu» dice.

«Baciami di più.»

E mi bacia forte, alzo le braccia, mi sfila la maglietta, e i pantaloni e le mutande e lo spirito santo dio sa quello che c’ho in testa adesso, non vedo più.

Le birre con la schiuma sul bicchiere, la macchina con le mutande dure dentro, i papaveri rossi nei campi di granturco, il vestito rosso, il cielo rosso con le stelle appiccicate che bruciano vicine, il barista dal collo nudo con i denti bianchissimi e regolari, non vedo più la disperazione rossa a modo suo, non m’importa più di niente, lo giuro.

Mi dice di aspettare, Vicky.

«Devo mettere il preservativo.»

Così mi sposto, mi alzo leggermente cercando di stare in equilibrio sulle ginocchia, ci riesco, lei anche, mi dice di girarmi, faccio fatica, siamo stretti, sono sopra e girato, urlo forte, dice che presto passerà tutto, Vicky, passerà il dolore, urla anche lei, dietro sento i seni spingere duri, sento tutto salire e divorarmi piano, nessuna tregua, ho gli occhi chiusi, la bocca aperta a inseguire il dolore.

«Non fermarti,» le dico, «non fermarti più, ti voglio tutta dentro, puttana che non sei altro.»

Bisogno del fuoco.

 

 

Siamo fermi, lei dentro di me mi tiene stretti i fianchi con le braccia grandi esperte dolci.

Mi alzo appoggiando una mano nella parte di sedile rimasta vuota, sono girato, le tolgo il preservativo pieno, caldo.

Le succhio il sesso, inspiro lento, mando giù.

La lecco, il suo sapore di donna col cazzo mi rimane sulle labbra.

Mi sono innamorato, dell’amore di cui hanno bisogno gli uomini e le donne, tante femmine, quelle che non m’immaginerei mai e che ti vengono a cercare. Di quella roba lì.

Ci baciamo sulla bocca, con la dolcezza che arriva solo ora.

Il suo sorriso nel mio, appena abbozzato, sincero.

 

Scende, mi guarda Vicky, dice che sono giovane.

«Quanti anni hai?»

«Non ti sembra una domanda strana?»

«Mi accompagni a casa, ho voglia di fare l’amore, non ti faccio pagare niente.»

«Ti accompagno, certo. Penso di essermi innamorato di te, cioè innamorato. Mi piaci, tanto. Non te lo dico così per dire.»

«Me l’hai già detto.» Guarda da un’altra parte Vicky. E ride, piano.

La casa di Vicky è un bilocale striminzito al terzo piano di una palazzina poco distante dall’imbocco dell’autostrada.

Ho parcheggiato la macchina dentro le linee bianche del rettangolo. Quando siamo scesi mi sono assicurato di averla chiusa spingendo due volte il pulsante. Prima di mettere le chiavi in tasca ho abbracciato la mia puttana, le ho cinto la pancia, stringendo forte, l’ho fatta salire, presa in grembo, e poi baciata su di una bocca così morbida che mi è toccato stare lì e aspettare che Vicky si liberasse, si togliesse da quel bacio da fidanzati.

Per un momento ho pensato all’eventualità che a casa sua ci potesse essere una sorpresa per me, non lo so, una romanticheria che avrebbe reso quella roba sporca un pochino meno violenta, un lieto fine, mi sarebbe piaciuto tanto un lieto fine che si racconta prima che la storia finisca, una sorpresa anticipata, che si toglie dal fondo della pagina e arriva a metà della storia, senza che nessuno se lo aspetti.

E vissero tutti felici e contenti, a metà del racconto, così. Senza che nessuno chieda il perché, Vicky.

 

 

Cerca la chiave nella borsa, due mandate e sono in un paradiso all’incontrario che non mi sarei aspettato di vedere così in fretta.

Mi fa entrare, un cagnolino buffo e bianco mi gironzola tra i piedi e mi annusa, è buono, docile, vuole essere preso in braccio e scodinzola.

Lo accarezzo, gli passo la mano sotto il muso, è contento e mi fa le feste.

Vicky dice di accomodarmi, di mettermi comodo.

«Lui si chiama Jerry.»

Entro nella camera da letto, la luce è poca, una lampada sul parquet illumina debolmente la stanza che non è tanto più grande del letto che ci sta dentro.

Mi siedo, aspetto con la vertigine che ritorna ma non così tanto, finalmente.

Jerry sull’uscio della porta tiene la coda in alto, mi fissa con la testa piegata, il muso sereno.

Io guardo lui. Che c’è Jerry? Sembra aver capito la situazione, mi lascia solo camminando verso quella che dovrebbe essere la cucina.

 

 

 

 

 

 

Esce dal bagno, Vicky.

Non c’è più il vestito rosso, non ci sono più i tacchi né la borsa che fino a poco fa le dondolava dal polso.

Non ci sono più le mutandine rosse, solo lei e io.

Sorride un pochino, sorrido anch’io. Un pochino.

Si avvicina.

«Mettiti comodo, spogliati.»

Così mi tolgo le scarpe senza usare le mani, e i jeans senza slacciare la cintura, la maglietta e le mutande e le calze, subito, presto, senza pensarci su.

Ora il suo contorno di donna col cazzo copre la luce, siede vicino a me, mi allunga le mani sulle gambe, le carezza partendo dalla caviglia per fermarsi poco sotto un sesso che alle coccole non ha saputo resistere.

«Vieni qua, avvicinati. Non so neanche come ti chiami.»

«Diego.»

«Quanti anni hai Diego?»

«Ventidue.»

«Ti dà fastidio se la tolgo?»

«Togli pure, nessun problema.»

I capelli lunghi, castani e lisci tolti e dimenticati su di un volto in plastica appoggiato sul comodino vicino al letto, la luce che ritorna per quel poco.

È bella e forte, la stringo, la bacio sulla bocca, le mordo le labbra piano, delicatamente, sento le sue mani cercarmi, dal mento faccio scivolare la bocca fino ai seni, mi tengo lì, sereno e ubriaco, la tengo stretta nei fianchi, ho paura che possa scappare, non so, che cambi idea.

Che possa smettere di amarmi, anche solo per dei secondi.

Mi farebbe male, così cerco di soffocare gli spazi morti, di impegnarmi una volta nella mia vita. Applicarmi nel fare qualcosa a cui tengo, senza essere ossessivo, ma buono e innamorato, coinvolto.

Si mette comoda, si allunga sul letto, vado giù.

È la prima volta in una camera da letto.

La prima volta in una prima volta.

Apro la bocca e succhio, i capelli biondi nelle sue mani che spingono in basso.

Vicky bisbiglia, portoghese dev’essere, sto lì, la amo e torno daccapo, da dove ho cominciato.

Mi dice di salire, salgo, tengo gli occhi chiusi, sono sopra di lei e ho bisogno che mi buchi.

Del fuoco, bisogno del fuoco.

«Non fermarti Vicky, non fermarti cazzo, ti amo.»

«Non mi fermo» dice in preda allo spasimo. «Sei bello Diego, bello da morire.»

«Voglio che mi vieni dentro.»

Nella pancia, il mio e il suo, insieme, lo sento, arriva, non fermarti puttana del cazzo.

Il paradiso che viene. Butto fuori: Vertigine.

Non mi fermo, ho il fiato corto, il paradiso nel cazzo.

Nel mio, il suo.

L’amore.

 

 

Guido la macchina per tornare da dove sono venuto, ho paura.

Non mi ha fatto pagare niente, è vero.

Nel tragitto dalla cava a casa sua, Vicky me l’ha detto.

«Ci sono clienti buoni e clienti meno buoni.» mi ha detto. «Voi italiani siete meno buoni. Ho paura…»

«Paura di che cosa?»

«Paura del vostro paese, di voi, delle vostre pistole che nessuno si aspetta.»

«Pistole. Quali pistole?»

«Vedi qui?» Si è allungata in avanti, quel poco che mi ha permesso di vedere una ferita quasi guarita sotto l’orecchio sinistro, del sangue secco. «Era lontano, dall’altra parte della strada, due notti fa, ho avuto paura sai, troppa per il lavoro che faccio, da altre parti queste cose non succedono.»

«Non sei riuscita a leggere il numero di targa?»

«Era in moto il bastardo, non una moto grande, una Vespa, si chiama così no?»

«Una Vespa

«Sì. Si chiama così, vero?»

«Ma. Cosa?»

«Che c’è? Cos’hai?» Un silenzio crudo avvolge la macchina.

«Niente, ti chiedo scusa. Sei riuscita? A leggere il numero? La targa?»

«Tutto bene Diego? Così mi fai preoccupare.»

«A posto, scusami. Non è successo niente. La targa?»

«Se anche fossi riuscita a leggere il numero di targa, non sarebbe cambiato granché. Io nella mia vita faccio la puttana.» Con un fazzoletto che tira fuori dalla borsa Vicky mi asciuga le lacrime, dolcemente e senza calcare forte.

«Non ci pensavo, scusa.»

«Raccontami di te. Che fai di bello nella tua, di vita?»

«Operaio, lavoro in una ditta di valvole.»

«E ti piace?»

«No, forse no. Non lo so ancora cosa mi piace. E a te piace quello che fai?»

«Non c’ho mai pensato, ho sempre fatto questo lavoro senza farmi troppe domande.»

«Ma cazzo, perché? Non hai un fidanzato, una fidanzata?»

«Cosa fai, ti arrabbi? Sei tu che sei venuto a cercarmi, quello innamorato. Tu ce l’hai?»

«Che cosa?»

«Una fidanzata?»

«Sì.»

«Come si chiama?»

«Sara.»

«E sei innamorato?»

«Tanto, è la mamma del mio bambino… Comunque non hai risposto alla mia domanda.»

«Quale bambino?»

«Il mio, non hai risposto alla mia domanda.»

«Sì, sono fidanzata anch’io.»

«Lui adesso dov’è?»

«È rimasto a San Paolo, ci vediamo solo in estate.»

«Non ti manca?»

«Tanto. Farai fatica a crederlo ma ti assicuro che anche noi transessuali proviamo i sentimenti, come i maschietti e le femminucce, anche se tante volte è meglio pensare solo col cazzo.»

«Perché dici così?»

«Perché il cazzo mi dà da mangiare e il cuore no.»

«Parli un italiano perfetto.»

«Ho sempre lavorato in Italia, ma adesso sono stanca.»

«Vuoi andare via?»

«Penso di sì, non ho ancora deciso.»

«E io senza di te come faccio?»

«Di transessuali ce ne sono tante, ne troverai un’altra.»

«Ma a me piaci tu. Dico davvero, mi piaci da morire. Non lo so cosa mi sia successo Vicky, non è solo un fatto di sesso.»

«Non puoi innamorarti di una persona in così poco tempo.»

«Perché non stai qui ancora un po’?»

«Sono stanca, e arrabbiata. E poi ho un ragazzo che ho voglia di vedere, andrò da lui.»

«Prima di partire mi chiami? Ti porto a mangiare la pizza, sul lago, offro io. Però se non parti è meglio. Mi prometti che ci pensi ancora un po’?»

«Siamo arrivati, parcheggia la macchina qui. Io abito in questa palazzina, al terzo piano, lassù.»

 

 

Davanti alla cava ci sono rimasti i papaveri rossi e la sagoma al buio di una puttana che non c’è più.

Sono dall’altra parte della strada, anch’io come il bastardo sulla Vespa.

Chiudo un occhio, prendo la mira.

Sparo al mucchio di fiori, alle ruspe ferme immobili dietro al cancello, boom boom, due colpi, il pollice che si piega sull’indice come quando giocavo a guardie e ladri al collegio con il mio amico del cuore, Nicolò, come quando diceva che io baravo e che con me non ci voleva più giocare.

L’whisky è la birra a cui hai deciso di rinunciare, le birre, con la e alla fine. La bottiglia, quasi per intero perché mi piace e anche se non mi fosse piaciuto ne avrei bevuto così tanto lo stesso.

Lagavulin: torbato e buono, come quello che beve Fabio Montale nei bar di Marsiglia.

Io e Fabio Montale siamo uguali, se non fosse un poliziotto di basso rango che si trova solo nelle pagine dei libri sarebbe un mio ottimo amico, la mia controfigura più riuscita.

 

Home is where you’re… felice. Dove sei felice.

Questo signore, dalle casse della radio, le parole non le canta, le sussurra, le accompagna con voce stanca e dimessa, roca, e dice che sì, una casa è quel posto in cui, in qualche modo, si è felici. Che in fondo, se quella voce stanca e rotta dal sonno avesse ragione di essere ascoltata, io dovrei essere felice qui, con te, in questo momento.

Come fossi qui e non ci sei, in queste mura disegnate dalle parole che dalla bocca di quell’uomo vengono fuori a stento, smunte e chiacchierate piano, recitate quasi.

È sicuro che non c’è un solo posto che noi chiamiamo casa, ce ne sono tanti, diversi gli uni dagli altri, tutte case felici dove io mi sentirò al sicuro se per tutto il tempo tu starai con me, Vicky.

Non tornerai mentre sarò addormentato e sconvolto, non busserai al finestrino.

Non sorriderai un poco, non sorriderò neanche io.

Un poco.

Chiudo gli occhi, quello che era sfocato diventa ciò da cui sono partito la prima volta, nero.

Che in fondo.

Ho l’abitudine di portare nel cruscotto della macchina un disegno in cui io, Diego, amo la mia ragazza, Sara, dove le voglio bene e ho freddo, una sciarpa disegnata con la parte più spessa della mina mi tiene alto un volto con gli occhi chiusi a inseguire il bacio, la mano affondata nei suoi capelli che la matita ha ritratto lisci e ordinati, senza sfumature né incertezze.

Sara tiene gli occhi chiusi come me, è bellissima e dolce anche in un disegno di tanti anni fa.

Stringo il foglio tra le mani.

In basso a destra c’è una dedica, Mille volte ti amo.

Tua per sempre, c’è scritto.

Tua.

Per sempre.

In matita, Tua è calcato più volte, in grassetto quasi.

È un bel disegno, in bianco e nero.

 

 

 

 

 

 

Quando ero bambino mamma faceva il bagno lasciando la porta aperta.

Tutti i suoi uomini, I miei uomini, diceva scoprendo un sorriso a metà tra la beffa e il risentimento, tranne papà, si sono sempre innamorati di Azzurra in quel piccolo angolo di gente, dove l’acqua bollente copriva i vetri e un fumo bianco caldo appannava gli specchi fino a inghiottirli del tutto.

La porta che continuava a restare aperta, mi ricordo, e le nuvole di vapore galleggiare a mezz’aria, che scivolano dalla doccia al corridoio fino a squagliarsi per intero.

Sono cresciuto con l’amore unto e appiccicato che a quell’età i più grandi non vogliono insegnarti, perché le mani si cercano e si trovano, le bocche affamate scivolano sull’acqua, le carni sudate e goffe e consumate dondolano dietro al vapore che nasconde la vita solo per un pezzo.

Perché a quell’età si deve dare il tempo al tempo.

Ti dicevano così, i grandi: tempo al tempo. Mi sono sempre chiesto il significato, la verità che stava dietro a una parola così vuota e senza forma, il tempo, il mio, quello che già c’era e quello che sarebbe arrivato ogni momento poco alla volta, i minuti le ore gli attimi che si danno a loro stessi e poi più, senza anticipare nulla, che ti lasciano solo e sospettoso, ad aspettarti.

Sarebbe arrivato anche il mio di momento, un tempo in cui anch’io avrei imparato i gesti dell’amore, gli accompagnamenti furtivi e insaziabili degli innamorati, quelli buoni e quelli che da bambino non si guardano, li avrei imparati tutti con gli occhi liberi, a modo mio. Da solo.

 

Sentivo le parole gridate forte dal bagno, quando mamma era sotto la doccia, le bestemmie del suo uomo che arrivavano sussurrate appena una in fila all’altra.

Il sangue mi correva veloce nella testa mentre ero sdraiato sul letto, disteso senza dormire, con gli occhi blu grandi aperti per imparare l’amore.

 

Anch’io alla mia maniera ero un po’ innamorato di Azzurra quando faceva il bagno: ero il suo maschio, e tutti i suoi uomini, in una volta sola.

L’unico che non lo era solo per gioco, almeno, il solo capace di dimenticare le parole brutte che per tutti quei bastardi sembravano essere indispensabili.

Mi piacevano le parole che capivo solo quando prestavo attenzione, e le voci coperte da quella roba che non mi era ancora stata insegnata, l’acqua bollente, mi piaceva tanto, che si scotta mano a mano e si trasforma nella nebbia che mi ha impedito di vedere che tutto ciò fosse bello per davvero.

Non mi sono mai avvicinato, forse per paura di quello che stava dall’altra parte, o delle botte, per paura delle botte che in certi momenti fanno in fretta a venire. Ho sempre avuto un’immaginazione corrotta dalla disperazione di cercare ancora, e incantata a tratti, lo dicevano sempre le maestre alla mamma. Quel bambino chissà che cosa pensa certe volte, quando gli parlo non sente neanche quello che gli dico, mi crede signora? La Marisa, di scienze e matematica.

Diego potrebbe stare tutta una vita seduto dietro a quel banco, a guardare il soffitto e a mangiarsi le unghie. La sua è un’immaginazione disperata. Ha utilizzato questi termini: Immaginazione, Disperata. Deve sempre pensare a qualche cosa, non importa a cosa. Pensare, signora, pensare in qualsiasi momento della lezione, ma nemmeno. In ogni momento della mattina, perfino durante la ricreazione. Qualche volta mi chiedo se sarebbe capace di stancarsi, di tornare tra noi, mi chiedo qualche volta signora, se anche a Diego potrebbe piacere il fatto di essere in un certo senso come i suoi compagni di scuola, sereno e arrabbiato, maleducato o infastidito, indispettito, dolce. Invece di essere solo e sempre Diego, e basta. Miss Magda, inglese.

Non sapevano che abitavo in un fai-da-te, le maestre, pensavano che da grande avrei fatto l’artista, la maestra Liliana di italiano e storia ne era addirittura convinta, il personaggio che da un pezzo di legno fa uscire le forme che sembrano aggiustate dalle mani del signore da tanto sono perfette, e in armonia con un mondo che non esiste, inventato, costruito nel legno che profuma d’arte.

Mamma diceva alle maestre che Diego è capace di fare niente. Che si deve dare una svegliata, l’artista.

 

La maestra Liliana, italiano e storia, era la mia preferita.

Si dipingeva le labbra con un rossetto rosso acceso, una bombetta nera le teneva buoni dei capelli riccioli e biondi. Era vecchia e del sagittario, come me, brutta dappertutto.

Ogni volta che mi incrociava nel corridoio strizzava l’occhio, e sorrideva facendo attenzione a non farsi vedere da nessuno, io abbassavo lo sguardo e infilavo le dita in bocca, le sorridevo anch’io ma più piano, di nascosto.

«Maestra Liliana tu ci credi al destino? Nel senso, il destino poi quando viene non cambia idea?» le ho chiesto una volta, durante l’intervallo, non sapendo bene il perché di una domanda così contorta.

«Io credo che esista il destino Diego, sì. C’è una poesia, figlio mio, che canto sempre alla mia bambina per farla addormentare. Racconta di questo alpinista famoso a cui un giornalista famoso ha chiesto: “Perché scali le montagne?” E l’alpinista famoso gli ha rispo-sto: “Perché è l’unica cosa che so fare, giornalista, tutte le altre, di cose, mi rovesciano le lacrime negli occhi, e io ho due grandi occhi blu, belli per davvero, vedi amico. Come posso spiegartelo?” Ha continuato l’alpinista famoso. “Io sono un romantico, di quelli che non ce ne sono più, un solitario innamorato delle parole che non si cercano, che in cima alle montagne vengono e basta, quelle parole che vengono da sole ma non si dicono a nessuno, perché in quei momenti sei solo, felice e disperato. Ma più felice che disperato, e allora, in quei momenti, giornalista, mi capita spesso di ridere, prima piano, poi sempre più forte, e allora succede che quasi soffoco, perché ridere mi piace tanto, ridere con le farfalle nella pancia, e allora rido così tanto che lo faccio fuori, rido fuori dalla bocca, mi piego la pancia, perché quando si ride come rido io in cima alle montagne, la pancia si spezza in due e si rimane sotto a piangere lacrime rotonde grandi, ma in verità ridi mentre piangi, ridi all’esterno, all’aria aperta, e siccome le lacrime dal dentro vanno fuori verso la dolcezza del mondo, è come se in qualche modo il mondo dolce ridesse insieme a te, come se il mondo dolce che sta fuori fosse innamorato di ogni follia di cui sei innamorato anche tu, prendendosi tutto il tempo per finire mai, o poco alla volta. Giornalista… In tutto questo tempo ho scoperto di essere capace di ridere anche mentre piango. Scalo le montagne per questo motivo, per imparare a piangere senza mai riuscirci per davvero.”»

«Ma scusa maestra Liliana, in tutta questa storia il destino che cosa c’entra?»

Alla mia domanda si mise la mano sotto il mento, sospirò e strinse gli occhi, fece passare solo qualche istante e tornò a scrutarmi sorridendo, illuminata da chissà che cosa, questa volta.

«Ho letto un racconto, qualche anno fa, che non mi è mai andato via dalla testa.» Mi ha confidato sedendosi vicino a me sul primo dei tre scalini che portavano all’ingresso, davanti alla porta che dava sul cortile dove i miei compagni stavano facendo la ricreazione.

«Un racconto che ho trovato in un libro preso in biblioteca. Si chiama L’uomo che cade. Sulla copertina del libro c’è questo grande pesce rosso disegnato di profilo. Parla di un signore che a un certo punto della sua vita decide di salire su un palazzo, fino in cima, all’undicesimo piano, per poi cadere. All’inizio le cose vanno bene, il signore fa le scale senza dare nell’occhio e, affaticato e contento, nel giro di qualche minuto riesce ad arrivare in cima, sul tetto. E ci arriva ridendo, con un sorriso infinito che gli scopre i denti, e che non gli si toglierà più dal volto. Il grosso è fatto, dirai tu, ora deve solo riuscire a venir giù. Le cose però non vanno come lui aveva previsto: in cima questo signore scopre che in molti hanno avuto la sua stessa idea. Il tetto del palazzo comincia a riempirsi di persone e cose che come lui vogliono cadere per essere felici. Non voglio annoiarti con tutti i dettagli, fatto sta Diego che il signore che inizialmente aveva deciso di cadere non può più farlo perché gli vengono le vertigini al contrario. Tu sai che cosa sono le vertigini al contrario?»

Me lo chiese sorridendo pacata, spostandomi i capelli dalla fronte con un gesto delicato e lieve.

Io allora non risposi, abbassai la testa.

«La vertigine al contrario, Diego, è la paura che si ha quando dal basso si guarda verso l’alto. Questo signore, a un certo punto della storia, si trova in basso. E gli vengono le vertigini al contrario. Non riuscirà mai a cadere dal tetto, come non riusciranno a cadere tutte le persone che avevano avuto la sua stessa idea, perché molte volte abbiamo il coraggio di cadere forse, ma c’è qualcuno, delle volte, mica sempre, che decide per noi, che ha capito ogni cosa fin dall’inizio, e ci tiene lì. Stringendoci il colletto della camicia per impedirci di andare giù.»

«È quello il destino maestra Liliana?»

«Io credo che sì,» ha continuato la maestra Liliana di italiano e storia quella volta, alzandosi per raggiungere la classe, qualche istante prima che suonasse la campanella, quasi lo sapesse già, «io credo che il destino esista, per davvero. Ed è, come posso dire, un eroe buono e dai modi gentili che ci aspetta in cima a qualche cosa, che ci tiene forte per non farci scivolare. Che in fondo dove vogliamo andare, Diego? Ogni volta che le leggo questo racconto, e le canto la poesia dell’alpinista famoso, la mia bimba smette di piangere e dorme, dovresti vederla.»

«Ma scusa maestra Liliana, il pesce rosso che cosa c’entra?»

«Che sbadata! Il pesce rosso sapeva tutto ancora prima che il racconto iniziasse. Perché, vedi Diego, io non te l’ho detto, ma il pesce rosso disegnato sulla copertina ride.»

«Quindi maestra Liliana tu credi che il destino sia un pesce rosso che ride, giusto? O un alpinista famoso? Io non ci sto capendo niente, sai.»

«È molto più semplice di quel che sembra. Quante volte hai visto ridere un pesce rosso, Diego?»

«Non lo so, io di pesci rossi ne ho visti pochi, ma quei pochi che ho visto mi sembravano tutti tristi. Però ho un cane, si chiama Lola, e di ridere non è capace, sono sicuro… Dove sto io, a casa mia, solo io e Lollo siamo capaci di farlo, maestra Liliana, mamma e Giuseppe hanno la faccia senza gli occhi felici, non ridono mai. E comunque il pesce rosso del libro è capace di ridere perché un eroe l’ha tolto dall’acqua. E dalla palla di vetro, altrimenti sarebbe morto.»

«Ma i pesci non affogano figlio mio.»

«Di noia, se fosse stato sott’acqua ancora tanto tempo, il pesce rosso sarebbe morto di noia, maestra Liliana. Secondo me il pesce rosso del libro è stato trattenuto per il colletto, come l’uomo che cade e che poi non è caduto più, e l’alpinista, anche lui, che quando arriva in cima alla montagna si mette a ridere come uno scemo. Si è salvato, quel pesce, ed è per questo che ride, come l’alpinista famoso che è arrivato in cima e di scendere dal giornalista non ne ha voglia, altrimenti lo scambierebbe per un pazzo e lo porterebbe al manicomio, il giornalista, e se lo porta dove ci sono i matti, l’alpinista famoso primo, finisce di essere famoso, e secondo, finisce di scalare le montagne, di essere felice e disperato come dici tu, maestra Liliana, e forse, però di questo non sono sicuro, finisce anche di ridere, una volta per tutte.»

Squillò la campanella, la maestra Liliana mi baciò i capelli, li scosse e si appoggiò alla mia spalla per alzarsi, e tornare in classe.

Mi strizzò l’occhio, quella volta, mi disse, prima di varcare la porta d’ingresso, che solo i pesci rossi sono capaci di ridere senza farsi vedere da chi li guarda.

Non è così?

Si aggiustò la borsa sulla spalla, ed entrò.

Io le sorrisi, mostrai i denti e i miei occhi si fecero piccoli, aspettai qualche secondo.

Mi alzai, e tornai in classe, con le mani in tasca, lo sguardo basso e pensieroso.

Sicuro di non aver colto, tra me e me pensai che la maestra Liliana mi aveva fatto sentire stupido, e un po’ inadatto, forse mi aveva sopravvalutato.

E quindi, il destino poi quando viene c’è per davvero?

Riformulai la domanda con un’espressione ebete sul volto, tenendo la voce molto bassa.

Che poi, pensai quella volta, sembra quasi l’inizio di una barzelletta.

C’è un pesce rosso, un alpinista famoso e un tizio che vuole buttarsi dall’undicesimo piano.

E tutti ridono.

 

 

 

 

 

 

La mattina è il porto degli incompresi.

Gesù cristo deve essere nato di mattina, Maradona e gli Stati Uniti d’America.

Filosofi. Pirati. Gli assassini e gli agenti immobiliari e la mia mamma.

Tutti di mattina.

Sono le sei e trentaquattro minuti, trentacinque adesso, il numero cinque sostituisce il quattro sul display dell’orologio sotto le bocche dell’aria condizionata.

Ho il pisello duro, l’whisky mi sale dalla pancia fino a gonfiarmi la bocca, trattengo e butto fuori. Uno sbadiglio mi chiude le orecchie, ritorna un sonno che non si è esaurito del tutto.

Prendo il cellulare, rutto e mi tocco lì.

Diciassette chiamate senza risposta.

Un messaggio.

 

Che ti sta succedendo Diego?

Sono preoccupata da morire.

Mi chiami?

C’è una faccina dopo la parola chiami, un sorriso largo nel cerchio giallo.

Ho pianto tutta la notte.

Rutto, la pancia brontola e mi fanno male gli occhi, mi bruciano.

Scendo dalla macchina, una boccata d’aria, mi sembra di essere rinchiuso qui con Willie Nelson da tutta una vita.

Home is where you’re… fanculo Willie Nelson.

Stendo le braccia, vado giù a cercare la punta delle scarpe, la ginnastica.

È importante.

L’aria fresca che sa di nuovo.

Di una vita diversa dove tutto comincia da capo?

Devo chiamare Tiziano, in ditta, e dirgli che sono malato. Broncopolmonite, una settimana, per un po’ non ho voglia di lavorare.

Ho il telefono in mano, sto per digitare il prefisso, mi fermo.

Prendo il respiro gonfiando forte i polmoni, inspiro e butto fuori l’alito di lagavulin, due passi di rincorsa, il braccio che si tende lungo dietro la schiena, Boom! Lo lancio. Lontano, nei campi di granturco con i papaveri rossi dentro.

 

 

Ho pianto tutta la notte anch’io, non c’ero più abituato.

Gli occhi mi si fanno sottili e piccoli ogni volta che cerco di guardare le cose più a fondo, con metodo: la strada lunga e illuminata dalle prime ore di una mattina senza code al semaforo, con il fango indurito dai tacchi di puttane che ora sono sparite e dormienti, è sfocato il cancello della cava con il lucchetto agganciato, e le ruspe gialle di stanotte nascoste dietro ai cumuli di ghiaia e alle forme di marmo.

Un semaforo che è rimasto rosso per troppo a lungo, la donna col cazzo più bella della mia vita che per un momento mi fa dimenticare il dolore, solo per quel momento.

L’assurdità di un incidente che non sarebbe dovuto succedere.

Mi è venuta la malinconia, faccio la pipì.

 

 

 

 

 

 

Il fai-da-te di via Torino è un paese dei balocchi al contrario, senza omini di burro e diavoli buoni che ti fanno ridere. Dalla strada principale mamma, dopo aver scalato dalla quarta alla seconda, guarda gli specchietti retrovisori, prima il suo, quello dalla parte della guida, poi, dopo avermi allungato la mano sulla pancia per farmi stare seduto composto e diritto, ben appoggiato al sedile, controlla stringendo gli occhi quello che si trova sul mio lato. Afferra il volante con forza e senza mettere la freccia sterza quasi sempre con un colpo brusco e netto. Le gomme smuovono la ghiaia della piccola via privata che porta al cancello automatico che nel frattempo si è aperto per metà, scoprendo il sipario su quella colata di cemento grigio che qualcuno a casa ha il coraggio di chiamare giardino. Un bel giardino grande dove i bambini possono giocare con il cane, fortunati.

«A quei ragazzi cosa manca? Te lo dico io ragazzo, un cazzo di niente, se solo se ne rendessero conto» dice il vecchio agli autisti che vengono a caricare la mattina, non a tutti, il più delle volte si confida con Il Negro, lo chiama così questo omone congolese grosso e sempre ordinatissimo con barba fatta e capelli rasati che annuisce senza capire, o almeno non tutto, ascolta e riesce a intendersi col vecchio solo a tratti, il concetto in generale, forse quello sì, ma molte parole sono sicuro gli scappano perché Giuseppe se le tiene in bocca, strette tra i denti, sembra se le mangi. E fa fatica a guardare le persone negli occhi, il vecchio.

«Io alla loro età tutto questo ben di dio neanche a pensarci, levavo il culo la mattina presto e a lavorare senza mica tante menate, ma lasciamo stare Negro, lasciamo perdere, cristo dio. Guarda che impero mi sono costruito, questa è tutta roba mia, mi sono spaccato il culo ragazzo, senza chiedere niente a nessuno.» Alzava il mento e faceva seguire la mano agli occhi.

«Se solo sapessero quei piccoli figli di puttana. Ma lasciamo stare, non farmi parlare. Che poi…» Continuava con un lampo di agitazione negli occhi perché Il Negro stava per muovere i primi passi d’impazienza e andarsene. «Che poi lo stupido sono stato io, non avessero avuto una madre così, ho dovuto prendere tutto il pacchetto caro mio, ah le donne. Si è sistemata la signora, guardala lì, bella come il sole, ma cosa vuoi, la vedi che femmina è, cazzo, cos’avrei dovuto fare, finta di niente? Avrei dovuto fare finta di niente, lo schizzinoso. Non sono stato capace a dire di no, ecco cosa, anche se forse avevo capito tutto fin dall’inizio, Negro. Guarda che donna ragazzo, e me ne frega poco se sta con me solo per questo ben di dio, va bene così. Quanto c’ho ancora da campare? Me ne frego, fanculo.»

Il Negro guardava mamma, sorrideva al vecchio, gli strizzava l’occhio e annuiva timido, senza scomporsi, prima di seguirla verso il capannone a compilare le carte di carico e scarico, in ufficio.

Parcheggiamo la macchina davanti alla porta d’entrata, Lola non mi dà mai il tempo di scendere, abbaia e pretende che io la prenda in braccio come fosse una bambina viziata, allunga le zampe in avanti e così devo fare le acrobazie per scansarmi e scappare. Riesce a essere buona e serena solo qualche volta, di notte, quando la città tace per stendersi e riposare, e cominciare daccapo.

Sto per entrare, sono qui, faccio per scostare la tenda che viene prima della porta, lascio tutto.

Mi fermo per qualche secondo, inspiro forte.

Ingoio la saliva, lo faccio ancora, poi soffio ed entro, facendo attenzione a non farmi vedere da nessuno, anticipando tutti.

Il profumo del legno è quel sapore antico che sa di buono.

È la merenda con pane e cioccolato che facevo quando ero più piccolo di adesso, in montagna. Guardavo fuori dalla finestra i fiocchi di neve grandi come ciliegie coprire gli alberi e seppellire poco alla volta la 127 verde pisello di mamma, i fumi del camino salivano a occupare un cielo malconcio, dentro la legna bruciava piano, seguivo il fuoco dondolare e oscillare nella brace.

Nel capannone davanti alla casa entravano i camion, dalla mattina fino all’ora in cui il fai-da-te chiudeva, alle cinque e mezza. Io e Lollo da dietro le finestrone in vetro della cucina puntavamo il dito verso quegli omini secchi e smunti che somigliavano tanto alla nostra bidella Antonietta, delle creature con ancora gli occhi scippati dal sonno che bestemmiavano sventolando all’aria fogli e madonne. La loro voce mi sembra di sentirla ancora adesso, allora mi arrivava alle orecchie, alle mie e a quelle di Lollo, noi ci ridevamo sopra, ci dicevamo che gli stava bene, a quel vecchio ciccione.

«Così impara, Diego!» mi diceva Lollo in un orecchio, quasi avesse paura a farsi sentire. «Ma a mamma gli piace davvero quel vecchio ciccione? Per me mamma fa finta, tu lo sai Diego?»

«Cos’è che devo sapere?»

«Se si amano per davvero, mamma e il vecchio ciccione.»

«Non lo so, forse sì Lollo, come faccio a saperlo?»

«Per me mamma fa finta, Giuseppe è uno sgorbio.»

«Magari si vogliono bene, anche se lui è brutto.»

«Ma magari no.»

La sera, intorno al tavolo, durante l’ora della cena, si parlava molto poco.

Il vecchio non c’era quasi mai. Il più delle volte mangiava qualche panino seduto davanti al computer, mentre aggiustava carte e seguiva il notiziario in tv, sul tre, il sigaro lo faceva ballare da una parte all’altra della bocca, ingoiava il fumo.

Quando decideva di cenare con noi, si infilava in quella pancia grassa fino al dolore giusto qualche frutto, mezzo pane, il più delle volte un quartino di vino rosso che non gustava manco perché lo buttava giù come si fa con le medicine, quando non si sente il sapore e il gusto amaro ti fa stringere gli occhi e strizzare le labbra, l’una che spinge sull’altra. Non parlava Giuseppe, mugolava, come quando recitava la parte con Il Negro, si trascinava le parole nella bocca e i suoni uscivano a stento, se avesse potuto non avrebbe detto niente a nessuno e finita lì. Oggi diremmo un uomo di poche parole, ecco, di quelli che non amano sprecarne.

La sera dormiva con mamma. Si alzava dalla tavola per poi raggiungere la stanza e spogliarsi, aveva l’abitudine di dormire nudo in qualsiasi stagione, con degli slip bianchi e i tappi per le orecchie.

«Così almeno non vi sento» diceva a me e a Lollo prima di chiudere gli occhi. «Se solo… ma lasciamo stare, cristo dio, parlo a fare con voi che capite un cazzo, lasciamo perdere. Buonanotte.»

 

 

Ci sono tre cose al mondo che non si scordano: la gioventù, la mamma, il primo amore.

Sono i versi di una canzone, bella ma nemmeno così tanto.

È quella dove la giovinezza si consuma e passa, come tutte le cose belle che non si scordano, e la mamma muore, prima o poi, quindi la giovinezza passa, la mamma muore e, dice la canzone, uno alla fine resta da solo con il primo amore, senza la giovinezza ormai trascorsa e una mamma morta, da soli, con l’ultima cosa al mondo che non si dimentica.

Mamma la cantava ogni mattina mentre accompagnava me e mio fratello al collegio, guardando diritta la strada che di fronte a lei s’interrompeva nel traffico, a scatti, e riprendeva a scorrere per poi incartarsi di nuovo nel grumo di macchine delle sette e un quarto.

Lollo teneva gli occhi chiusi, io il più delle volte masticavo qualche schifezza seduto davanti, la mia colazione.

Succo alla pesca e brioche, senza dire niente.

 

 

Era bella Azzurra, anche se fosse stata zitta per tutta una vita, io il vecchio lo capivo, in fondo, tutti i torti non li aveva. Pover’uomo, cosa vuoi. Mamma era meravigliosa e un po’ puttana, una specie di troia delicata senza un marciapiede sotto i tacchi, ma nemmeno, una femmina di cortesia, quella donna che porti un po’ come vanto perché forse ti è rimasto giusto quello, tanto lavoro che ti impiccia e un corpo perfetto in cui rifugiarti, e far riposare gli occhi e le mani, fare in modo che il tempo continui a passare senza dimenticarti.

Azzurra inciampava nelle sue canzoni, secondo me prendeva le note troppo alte, ogni volta le dita rimbalzavano a ritmo sul volante, la testa inseguiva la melodia, spesso mi guardava.

Non negli occhi, in generale, mi guardava tutto sommato.

Continuava a cantare, io a mangiare schifezze seduto vicino a lei senza pronunciare parole, con lei certe volte non mi venivano le frasi, non sapevo che cosa dire. E mi stavo zitto.

Di notte, prima di dormire, uscivo in cortile stringendo la mano di mio fratello, guardavo le ultime macchine che lontane e veloci attraversavano il ponte che correva parallelo al vialetto d’entrata. Lollo si succhiava il dito, senza dire niente, stringeva la mia mano, mio fratello ha sempre avuto una gran paura del buio, la stringeva forte forte e mi guardava, Lola abbaiava al nero, a vanvera. Il ponte di via Torino mi spiava sempre senza lasciarsi scoprire, nudo a modo suo, con solo la notte a nasconderlo fino alle prime luci di un giorno che a Milano arriva sempre troppo in fretta.

«Secondo te quel ponte dove porta?» chiedevo ogni volta a mio fratello prima di entrare in casa, lui si scocciava.»

«Mi fai sempre la stessa domanda, Diego! Ieri sera mi hai chiesto la stessa cosa, e la sera prima di ieri e quella prima ancora. Io non lo so dove porta quel ponte,» mi diceva con la voce rotta dal sonno, «ma sono sicuro che da qualche parte via da qui, sono sicuro.»

E sbadigliava, la mano davanti alla bocca gliela mettevo io. Per farglielo imparare, e tenerlo con me, dalla mia parte.

Ora conosco il motivo del ponte, sono un aspirante suicida, devo saperlo per forza.

Non solo di quello, di ogni ponte che qualcuno ha deciso di disegnare e costruire affinché la gente potesse essere felice, e trovare la dignità in un salto, il proprio talento nel vuoto.

La morte ha dimestichezza con i ponti, quasi la confidenza sorniona delle donne, e con i verbi coniugati al presente, qualsiasi verbo, così mi perdonerete se per una volta fingerò.

Farò finta di tornarci nella Milano senza la neve, adesso che dovrei riuscire a capire che le cose passano e poco alla volta si consumano, si esauriscono e in alcuni momenti, se sono state buone cose di cui ci fa piacere parlare, si dimenticano ma solo per confusione e incertezza nello sviscerare i dettagli, Lollo. Così torno lì per stare ancora un po’ con te, che oggi ti stai consumando poco alla volta e fai fatica a guardarmi negli occhi, maledetto. E con Sara, per stare con Sara, la mamma del mio bambino, e non lasciarvi scappare, tenervi con me, tutti e due, ancora per un po’.

Per quel che il tempo ci concede.

 

In filosofia il tempo passato e quello futuro sono l’uno la solitudine dell’altro.

Il presente, che t’incendia e si dimentica di averlo fatto.

Nel tempo passato il fuoco non brucia, è vuoto.

Il passato è un fuoco morto, una tiepida sensazione.

Il futuro la sua fiamma più violenta, che brucerà solo per gioco.

Autore

Pietro Allevi

Pietro Allevi è nato il 19 dicembre 1984. Dal 2005 lavora in libreria. Nel 2009 è vincitore del Premio Italo Calvino – Studiart con il racconto Battito. I pesci rossi quando ridono (WLM 2013) è il suo primo romanzo.

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1 recensione per I PESCI ROSSI QUANDO RIDONO

  1. wlmedizioni

    Recensione di Alessandra Testa del romanzo I PESCI ROSSI QUANDO RIDONO di Pietro Allevi sunta dalla rivista di attualità e cultura Excursus del 01 Novembre 2014

    […] Il romanzo, anche se a tratti spinto e in certi punti forzatamente tragico, consegna al lettore un’esperienza intima, costruita su pensieri fugaci e indesiderati, negando totalmente la privacy dell’animo che viene osservato e spogliato di ogni artificiosità. Diego è senz’armi e consapevolezze, nella faticosa ricerca dell’amore occasionale che considera come assoluto e meraviglioso. Quella del protagonista è una ricerca dell’illusione, che seppur momentanea, apre i suoi occhi alla speranza della felicità. […] Allevi indirizza il lettore in tale voragine di disperazione, assemblando una confessione disordinata e dispersiva. Le figure di questo libro nella loro semplicità arrivano dritte al punto, descrivendo minuziosamente i tormenti malcelati di questa penosa discesa nel buio. Seguire l’andamento di questi pensieri sconnessi non è facile e mai scorrevole, ma l’autore utilizza tutti i suoi mezzi per alleggerire la storia, arricchendola con eloquenti immagini dal passato. Tornando in continuazione all’infanzia, getta luce sugli eventi e i comportamenti che caratterizzano il ragazzo. […]

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