GIULIA E BASTA

Prezzo di listino 13,60 incl. IVA

Romanzo. La storia di una donna stanca di non essere amata e che decide di riprendersi la sua vita.

 

EAN: 9788897382027 COD: 396 Categoria: Tag:

Descrizione

Romanzo.

“Il mio è solo un destino preso in prestito, che oggi non capisco e non voglio più. Non riconosco nulla intorno a me, non sono questa la vera io, devo riavere il mio tempo, lo farò. Da domani cancellerò tutte le versioni di me e sarò solo Giulia. Giulia e basta.”

Il personaggio di Giulia e basta è una donna che possiamo incontrare tutti i giorni in autobus, al supermercato e forse, con lo sguardo distratto di chi pensa alle proprie cose, non la noteremmo nel suo passare. E’ sposata, lavora e fa tutte quelle cose che molte persone fanno ogni giorno, ma dove apparentemente non c’è nulla da dire o da osservare Luca ci fornisce un’angolazione nuova, una visuale che non potevamo assolutamente immaginare a una prima occhiata. La storia perciò segue la strada di una scoperta, pagina dopo pagina, di Giulia, del suo mondo, delle sue paure, ma anche delle sue amicizie che somigliano a tante amicizie comuni, uguali a quelle che ognuno di noi coltiva, frequenta, ma che diventano in Giulia e basta lo strumento privilegiato per svelare altri dettagli profondi dell’animo della protagonista. Il flusso dei suoi pensieri diverrà il vostro fino a coinvolgervi in una sorta di sovrapposizione di intenti e volontà che vi farà partecipi della sua vita e delle sue scelte fino all’ultima pagina.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 16,00

In copertina

particolare da Sigaretta di Erica Casetta, opera fotografica, collezione privata.

Pagine

240

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo d'introspezione

Ambientazione

Milano

Anteprima

Alla rotonda, la seconda a destra. La seconda a destra, mi raccomando.

Devo concentrarmi, non posso sbagliare anche questa sera, devo focalizzare il mio pensiero.

Devo stare attenta alla guida, come quando passai l’esame per la patente: fissa sulla strada. Nessun altro pensiero. Concentrata.

Come si chiamava il mio istruttore di guida? Carlo, sì. Carlo. Mi sgridava sempre quando cambiavo le marce grattando con la frizione. Ma quale Carlo, si chiamava Marco, e tutte le volte che andavamo per…

Cavolo!

L’ho fatto di nuovo! Meno male che dovevo rimanere concentrata!

Ho sbagliato strada anche questa volta, anche stasera ho preso l’uscita sbagliata, ma perché? Perché mi succede questo? Non mi spiego questo riflesso condizionato che mi fa perdere la via di casa da un po’ di tempo a questa parte. Ora mi toccherà andare fino in fondo, all’incrocio con la provinciale e poi tornare indietro. Questa deviazione, in apparenza irrilevante, mi farà rincasare con dieci minuti di ritardo rispetto al previsto e lui avrà certamente la solita espressione furente, quasi fossi stata in giro a divertirmi piuttosto che al lavoro.

Cos’è che non mi fa prendere quella maledetta strada giusta?

Ogni sera ci penso chilometri prima, sto attenta a non sbagliare, a non giungere fin lì con la testa fra le nuvole, ma è tutto inutile: concentrata o no, sbaglio sempre. Forse c’è qualcosa in quest’azione involontaria, forse è un segno che dovrei cogliere; c’è un significato che dovrei scoprire.

Non me lo spiego, non me lo spiego proprio.

 

 

Scende qualche goccia di pioggia e il parabrezza si macchia di acqua, di quell’acqua che non stinge i pensieri e accelero un po’ di più affinché non si faccia ancora più tardi. La visione attraverso le gocce si trasforma, si deforma e rende la visuale meno nitida, meno definita.

Strano come un parabrezza bagnato mi ricordi il mio matrimonio, ma in fondo le due cose hanno diversi punti in comune. Quando mi sposai, infatti, tutto sembrava perfetto, cristallino e vedevo perfettamente il cammino che avevo di fronte. Poi però, gli anni, i litigi e le incomprensioni hanno finito per macchiare il vetro e la via da percorrere diventava sempre più difficile da intuire. La visuale spesso si appannava. Non c’era solo acqua ma schizzi di fango che lui incurante mi gettava addosso e, nonostante cercassi di ignorarli, di rimuoverli prontamente, con un colpo deciso dato alla leva del tergicristallo, mi ferivano, mi facevano male, mi restavano dentro e non se ne andavano così velocemente come erano arrivati, anzi, si stemperavano in strie che faticavano a scivolare via.

 

 

Non ho più fatto caso alla strada, sembra quasi che abbia inserito il pilota automatico e la macchina sapesse da sola dove andare, quando svoltare, quando frenare e tutto il resto. Superato lo scoglio di quella rotonda, tutto è scorso senza ulteriori intoppi e, con mia sorpresa, inaspettatamente, eccomi davanti al cancello di casa a spegnere il motore, riavendomi solo ora dai miei pensieri e realizzando solo adesso di essere giunta sin lì. Un bel respiro profondo prima di aprire la portiera e poi si va di nuovo in scena, come se si fosse rialzato di nuovo il sipario.

Gradini. Odio questi gradini.

“Bella la villetta in cima a quella collina, compriamo quella”.

Al diavolo lui e la villetta. Non mi è mai piaciuta, nemmeno la prima volta che l’ho vista e io cretina che non gliel’ho mai detto. Avrei dovuto oppormi, avrei dovuto far sentire le mie ragioni, invece di acconsentire sempre. E quindi è anche colpa mia, se ora devo farmi questi ottantacinque gradini per arrivare fin lassù, a quella meravigliosa vista sulla zona industriale sottostante, ai suoi capannoni e magazzini, ammirabili da quasi tutte le finestre di questi assurdi tre livelli e quattrocento metri quadri. Cosa cavolo avremmo mai dovuto farci con tutto questo spazio non l’ho mai capito. Il secondo piano poi è come se appartenesse a un’altra famiglia: a parte la prima volta, quando l’abbiamo visitato con l’agente immobiliare, credo di non averci più messo piede. E io zitta, non ho mai detto niente: ho sempre creduto che fosse giusto così, che una moglie dovesse seguire sempre il proprio compagno, non dovesse essere causa di attriti, ma al contrario accondiscendente, sorridente. Evanescente.

Sì, evanescente. Perché questo in qualche modo significava annullarmi, eclissare il mio pensiero, le mie capacità, il mio essere donna, individuo, esistere.

Allora non lo capivo. Mi ci è voluto un po’ per realizzare e adesso, che finalmente ho aperto gli occhi, sinceramente, non mi va più di richiuderli.

Guardiamo il lato positivo: se non altro questa rampa di scale mi aiuta a rimanere in forma. Spero solo di non aver dimenticato nulla in auto, altrimenti mi toccherà ritornare indietro.

 

 

Aprire la porta e vedersi materializzare davanti agli occhi quello che avevo pensato, è stata una certezza unica. Se ci avessi scommesso sopra, quantomeno, avrei vinto qualcosa e invece no. La prima cosa che mi entra nel campo visivo è lui appoggiato al muro con le braccia incrociate e quella faccia imbronciata che faccio finta di non vedere, altrimenti gli arriverebbe subito una scarpa sul muso. Furibondo per dieci minuti di ritardo e nemmeno hai messo su l’acqua per la pasta. Sarai qui da almeno un’ora e non hai fatto nulla, non dico per rigovernare casa, ma quanto meno per dare una mano a me che dovrei farlo, perché qualcuno un giorno ha decretato che questo fosse un compito solo mio.

Le gemelle prendono la rincorsa dal fondo del corridoio e mi gettano, entrambe, le braccia al collo gridando: «Mamma! Mamma!»

Questo è sufficiente per cambiare il mio umore e farmi scordare quello che ho appena visto, tutto quello che ho mandato e ancora continuo a mandare giù.

Appendo il giubbotto all’attaccapanni nel corridoio e, senza nemmeno avere la possibilità di fare pipì, cerco di organizzare la cena, mentre lui è sempre lì appoggiato a quel dannato muro e si limita a seguirmi con lo sguardo, unico movimento che il suo corpo riesce a fargli fare, figuriamoci se gli chiedessi di darmi una mano.

Una serva, in fondo non sono altro che una serva. Presto la mia opera all’interno di questa casa, a vantaggio dei suoi occupanti, ma non è casa mia, non è la mia famiglia, non è la mia vita!

Affetto i pomodori e mi domando cosa ci faccio qui. Forse è stato un errore, forse sono qui solo in sostituzione temporanea e prima o poi qualcuno suonerà alla porta e mi porterà via.

 

Driiiiiiiiin

 

“Giulia? Venga, la riportiamo alla sua vita, quella che aveva sempre sognato, la sua supplenza qui è finita.”

 

Fermo un attimo il coltello, smetto di affettare, ma no, niente, non suonano alla porta, non c’è nessuno.

Porto la cena in tavola e sento un mugugno che però non mi priva dal farmi apparire sorridente alle mie figlie e più si allarga il mio sorriso più si nasconde il mio “va’ all’inferno!” rivolto verso di lui, verso quell’essere dalle sembianze ancora parzialmente umane che occupa l’altra metà del mio letto.

Eppure c’ero anch’io quel giorno in chiesa. Ero presente. Ho ascoltato bene quel che il prete diceva. Avrei potuto fermarmi lì e invece no, ho avuto anch’io la mia parte nel delitto, ma non volevo, non sapevo, ero giovane, stupida, inesperta, ebbra dei racconti di mia madre sul matrimonio, la famiglia e bla bla bla: ora guardo me a questo tavolo e sento che sto per vomitare.

Mi alzo e corro di corsa in bagno tenendomi una mano sulla bocca. Le bambine non capiscono e restano attonite, lui invece non fa una piega e continua imperterrito a trangugiare il cibo. Io arrivo finalmente alla porta del bagno che richiudo alle mie spalle. Mentre sono ancora lì con la mano sulla bocca e l’altra appoggiata dietro di me quasi volessi impedire a chiunque di entrare, giro la chiave. Ma non c’è nessuno lì, nessuno tranne me e allora, per una volta sola, chiudo gli occhi e mi lascio andare.

Trattengo i singhiozzi e piango, ma in silenzio per non farmi sentire, per non disturbare. Ho un dolore che è tutto qui dentro di me e non ce la fa più a rimanere nascosto, vuole uscire fuori, vuole vivere, come me che chiedo una seconda possibilità perché non sia tutto qui.

 

 

Poi non pensai più a nulla e volli solo piangere. Piansi, piansi quelle lacrime che erano solo mie, uscirono dai miei occhi. Si asciugarono sul mio viso. E ritornarono in me.

 

 

Quando tornai in sala, la tavola era deserta. Le bambine erano andate in cameretta a giocare e lui si era già impadronito del divano. Impugnava lo scettro-telecomando e usava il suo potere per decidere quale canale dovesse trasmettere in casa nostra. Si limitava a quello, era tutto lì, avessimo avuto un cane, probabilmente non gli avrebbe obbedito nemmeno lui. Io sì, la stupida lo aveva fatto.

Iniziai a sparecchiare, lavare i piatti e sistemare il sistemabile, affinché l’aspetto della casa fosse decente almeno in apparenza.

Quando ebbi finito guardai l’orologio e realizzai che ormai era ora di andare a dormire, ma la giornata così sarebbe stata del tutto priva di senso. Allora tornai in sala per dedicare finalmente un po’ di tempo a me stessa, ma lo spettacolo era raccapricciante: lo scettro con ancora attaccata la sua mano penzolava dal bracciolo del divano, mentre lui russava in modo vergognoso.

Le bambine si erano addormentate sul tappeto, in mezzo ai loro giochi, così le misi a letto, rimboccai le coperte e andai a sedermi sulla sedia di cucina a osservare le piastrelle in cotto, sperando che fissare lo sguardo su qualcosa mi avrebbe aiutato a riprendere in mano la mia vita; l’unica cosa che riuscirono a ricordarmi era che le aveva scelte lui, come la casa, come tutto il resto e questo non era più tollerabile.

 

 

Giulia svegliati!

Questa che stai rovinando è la tua di vita, non puoi accettare tutto questo, non puoi consolarti con le tue figlie e negarti un futuro pensando solo a loro, a quello che è meglio per il loro bene. Devi liberarti dai luoghi comuni e pensare a quel che è meglio per te e di conseguenza anche per loro, perché se tu stai bene, loro staranno bene. Va interrotta questa cultura del dolore secondo cui ci si debba necessariamente sacrificare per il bene dei figli. L’amore è gioia, non dolore. E qui, fra queste pareti disadorne, di amore ne è rimasto ben poco, è fuggito e con lui la felicità, la serenità. Non posso rassegnarmi a non vivere, sento già il rimpianto bussare alla mia porta e presto o tardi dovrò aprirgli.

Il mio matrimonio è stato un fallimento, ora lo so.

L’unica gioia sono state le mie bambine: è solo per loro che continuo ad andare avanti, ma ormai sono a corto di soldi e pagare questo prezzo non mi è più possibile. Mio marito era meraviglioso prima del matrimonio, aveva premure, attenzioni, belle parole. Parole sì, ma solo quelle, non ha saputo dare altro. Appena sposati si è appeso anche lui sopra quell’attaccapanni in corridoio ed è diventato parte dell’arredamento.

Ormai mi vede come una serva, non più come la sua compagna, non più come una donna.

Stento quasi ad ammettere che si tratti sempre dello stesso uomo che incontrai e per cui persi la testa. Se non fossi certa di aver vissuto quegli stessi momenti anch’io, potrei confermare che si trattava sicuramente di un altro. Non può essere sempre lo stesso lui, quello che mollava tutto per correre da me fosse stato anche solo per dieci minuti, come quella volta che il lavoro lo aveva portato lontano da noi per una settimana intera e potevamo sentirci solo per telefono. La terza sera, mentre rientravo dal lavoro, me lo trovai davanti alla porta di casa e spalancai gli occhi incredula, e l’incredulità crebbe ulteriormente quando mi disse che un quarto d’ora dopo sarebbe ripartito. Era venuto solo per salutarmi, per vedermi, perché non poteva stare lontano da me a lungo. Duecento chilometri, solo per fermarsi con me un quarto d’ora. E poi altri duecento chilometri per ritornare. Un’azione stupida, ingiustificata, senza senso, se non per chi ama.

Gli piaceva sorprendermi, il suo volto si illuminava quando guardava stupito la mia reazione ogni volta e realizzava il suo successo, come quel compleanno quando mi regalò un set di strofinacci per pulire casa. Scartando il pacco la mia delusione fu più che manifesta, ma togliendo dalla scatola i primi due panni, notai il collier di zaffiri che si nascondeva sotto di essi e lo stupore sorse sul mio viso illuminando me e l’ambiente circostante mentre i miei occhi cercavano i suoi per trasmettergli quell’esplosione di emozioni che mi sentivo crescere dentro.

Non mi sono rimasti che questi ricordi, ricordi di cui non sono completamente certa, che potrebbero appartenere a un’altra. Forse sarebbe meglio così, perché non sarebbero lì a testimoniare la desolazione e la miseria di questi giorni così maledettamente dissimili da quelli che furono, da come eravamo.

Pensieri troppo ingombranti per questa sera, ho sonno e sono stanca. Spengo la televisione, ma lo lascio lì sul suo trono e con il suo scettro, al buio. Io me ne vado a letto e almeno finché non mi sarò addormentata voglio dimenticarmi di chi occupa l’altra metà del mio talamo.

 

Ma non mi ero appena addormentata? Non può già essere ora di alzarsi e di ricominciare daccapo. Ho sonno. Ancora cinque minuti di tepore qui sotto il piumino se solo quella stramaledetta sveglia la smettesse di suonare. Metto fuori la punta del piede destro per sentire la temperatura: freddo! Lo ritraggo immediatamente, ma indugiando oltre rischio solo di riaddormentarmi e finire per far tardi al lavoro, così mi faccio coraggio e mi alzo.

Giusto il tempo di truccarmi, di vestirmi, preparare la colazione alle bambine e scrollare lui dal suo letargo, affinché non riprenda sonno e le porti a scuola in ritardo.

Accompagnare le gemelle a scuola è l’unica cosa che gli chiedo, visto che per raggiungere l’ufficio ho più di un’ora di strada, mentre lui deve solo attraversare la provinciale per andare al “Tecnomercato”, il suo negozio di elettrodomestici. Una sola incombenza e ha il coraggio di brontolare anche per quella. Bacio le bimbe ed esco di filato. Scendo di corsa tutti gli ottantacinque gradini stando attenta a non farmeli tutti con il sedere, salgo in macchina e via.

 

 

Il tragitto è lungo e il traffico sempre intenso, il lungo serpentone si snoda lento fra le corsie della tangenziale costantemente intasata. Sembrerà strano, eppure questa ora che mi separa dall’ufficio è l’unico momento che riesco a ritagliarmi tutto per me, l’unica pausa in tutta la giornata in cui sono sola con i miei pensieri, con i miei sogni e i miei tormenti.

Appoggio il gomito contro il finestrino e la testa al mio palmo e mi chiedo dove vada tutta questa gente.

Dove scorre questo fiume di vite, verso quale destinazione? Cerco i volti con lo sguardo, per vedere se riconosco qualcuno o più semplicemente scrutare le loro espressioni e tentare di capire se sono felici, se la loro è una vita soddisfatta, se hanno dovuto fare molte rinunce, scelte sbagliate, perdere occasioni poi rimpiante. Questo qui, sulla sinistra per esempio, guarderà in alto perché sta passando un aereo? Oppure semplicemente attende una risposta alle cento domande poste al divino?

Quest’altro sulla destra invece probabilmente non pensa a nulla, mentre sta compiendo uno scavo approfondito nella sua narice sinistra.

E io? Che ci faccio in questa vita? Cosa c’entra per esempio la mia laurea da paleontologa con il lavoro di responsabile commerciale? A volte mi domando se non abbia speso inutilmente tutti i miei anni di studio. Spesso ci prefiggiamo una meta, un percorso, un cammino da seguire, delle tappe da superare, ma ci scordiamo che in gara non ci siamo solo noi e la vita, non è una corsa a due, il raggiungimento del risultato è influenzato da altri cinque miliardi di esseri viventi le cui azioni o nonazioni si ripercuotono su di noi, sulla nostra singola vita e su quelle di tutti gli altri. Gesti a volte banali come salutare un volto conosciuto o non farlo. Questa piccola azione innesca tutta una serie di meccanismi, tali per cui eventi trascurabili oppure significativi per noi o per le altre persone si verificheranno, o meno, a seconda se abbiamo voltato la testa dall’altra parte o se abbiamo fatto un cenno di risposta con la mano. Ogni essere umano è legato all’altro, ogni destino lo è.

Per questo è perfettamente inutile aspettarsi di vivere la propria vita secondo una traiettoria perfettamente diritta, sparati dalla pistola dell’esistenza come un proiettile che non devia minimamente dal suo percorso se non nella caduta finale, al termine delle sue forze. Il nostro vivere è un insieme di rimbalzi, di deviazioni, che tuttavia dobbiamo interpretare e non subire passivamente. Un po’ come andare in montagna con la funivia: fatica zero, bel panorama, dopo un po’ qualche sbadiglio e a parte questo nessuna emozione, nessun ricordo a lungo termine. Abbiamo semplicemente usato un mezzo per arrivare a destinazione, non ce la siamo conquistata. Io invece preferisco salire a piedi: è diverso, il sentiero è tutte curve, permette di espugnare la meta passo dopo passo, di gustarsela, di farla propria; costa fatica, sudore, ma alla fine verremo ripagati. Non sarà più la cima, sarà la nostra cima, quella che abbiamo scalato, conquistato, quella per cui abbiamo sofferto, forse anche pianto. Non c’è conquista senza fatica, non c’è godimento senza sofferenza e non c’è stato un solo giorno della mia vita in cui non ho dovuto lottare, ma è in quella lotta che ho sentito la vita esprimersi e fluire.

L’imprevisto rende la nostra vita dissimile da come l’avevamo pianificata, ci fa percorrere vie che avevamo scartato a tavolino perché troppo lunghe, troppo disagiate, troppo scomode, ma che ci hanno condotto in paradisi impensati. Incontriamo della gente che non avremmo voluto vedere e che scopriamo amabile, capace di renderci felici di una felicità imprevista e che si rivela più grande di quella che avevamo desiderato per noi stessi. Tutto scorre con noi e contro di noi e a volte la nostra vita è come una bandiera al vento, incapace di sventolare nella direzione che avevamo previsto, ora in preda a venti favorevoli ora contrari che ci fanno spostare da una parte all’altra senza sapere il motivo o la ragione, perché la causa non è un vento solo, ma la combinazione di mille aliti che investono la nostra e le altre esistenze.

C’è sempre una ragione, un motivo, ma a volte si nasconde, non è evidente. Un po’ come quando lavoro al computer e questo si blocca. Spegnere e ripartire è l’unica soluzione anche se poco ortodossa e inutile al fine di stabilire la reale natura del problema. Questo perché nemmeno l’informatica è una scienza esatta, o almeno in origine lo era, ma cause e concause deviano le operazioni standard e non le fanno eseguire così come dovrebbero e la radice del problema non è mai una sola. Questo è ciò che accade, ma non quello che si vede. In apparenza sembra tutto casuale, al di fuori di ogni controllo, di ogni progetto o intenzione, ma è solo perché non ne sappiamo cogliere i segni, come una partita a scacchi, vista con gli occhi di un alfiere.

 

 

L’automobilista alla mia destra continua a ispezionarsi scrupolosamente le sue narici e intanto mi domando se forse non dovrei mollare questo lavoro di ripiego che mi sono trovata solo per poter continuare a pagare il mutuo di casa. È della mia vita che sto parlando e non di quella di qualcun’altra, dovrei volermi più bene e pensare di più a me stessa. Alle bambine. A quanta infelicità devono sopportare.

 

Probabilmente è una cosa tutta mia: loro starebbero benissimo con me, anche se vivessimo in una tenda nel deserto dell’Arizona, accanto allo scavo che sto riportando alla luce; basterebbe solo che la loro mamma fosse sempre sorridente.

 

Siamo sempre noi la causa principale dei nostri problemi, ci creiamo inutili pertugi in cui ci incastriamo e non riusciamo più a tirarci fuori.

Pensieri, pensieri, se non altro servono per scordarsi un attimo delle nevrosi da tangenziale. Sono arrivata, ora parcheggio e mi metto la maschera da responsabile commerciale: una delle tante che dovrò indossare prima che giunga sera. Ho talmente tanti volti ormai che stento a riconoscere la vera Giulia, chissà dov’è finita. Dove sono finita?

 

 

 

 

 

La mia scrivania ricorda un plastico di New York. Grattacieli di carta di diversa altezza svettano da ogni lato: una volta c’era anche un telefono su quel tavolo, chissà dov’è rimasto. Forse dovrei chiamarmi così seguendo il trillo della suoneria potrei riuscire a trovarlo.

Ecco, già l’umore non è buonissimo questa mattina, poi ci manca anche Laura con i suoi soliti problemi. L’ho vista con la coda dell’occhio entrando e già ho capito che oggi non è giornata; sicuramente fra trenta, quaranta secondi, arriverà col suo piagnisteo. Forse sono stata troppo ottimista però.

 

 

«Ciao Giulia.»

«Laura, ciao. Cosa c’è?»

«Niente, volevo solo salutarti. Già acida di prima mattina?»

«Scusa, hai ragione non dovevo. Non ce l’ho con te, è che oggi ce l’ho con il mondo; avrei solo bisogno di staccare.»

«No figurati, capita, hai già preso il caffè?»

«No, vengo volentieri, appena avrò acceso il computer.»

«Va bene allora ti aspetto, ho bisogno di parlare con un’amica cara» fece una pausa, recuperò quel po’ di fiato necessario e sollevò lo sguardo in cerca di me affinché quel che restava da dire, la liberasse d’un sol colpo di quel che aveva dentro.

«Sai, sono un po’ a terra: l’ho lasciato.»

«Ecco, lo sapevo io.»

«Come scusa?»

«No, parlavo… non mi riferivo a te, è questa cavolo di password.»

Giulia sei una cretina, non puoi dire ciò che pensi ma devi pensare ciò che dici, anche se avevi ragione, anche se lei è un’eterna indecisa. Ora è in difficoltà e devi starla a sentire, soprattutto perché, se la scarichi adesso, non te la devi sorbire per tutto il pranzo.

«Andiamo?»

«Giulia scusami se ogni tanto ti secco con i miei problemi, ma ho bisogno di parlarne con qualcuno e so che di te mi posso fidare, poi tu hai sempre una parola di conforto per me e sai decidere con giudizio» disse, osservandomi insistentemente mentre rovistavo nella borsa alla ricerca di qualche spicciolo, quasi volesse farmi notare che non le prestavo tutta l’attenzione che meritava.

Proseguii e, trovati i soldi, posai la borsa sul tavolo.

«Adesso ti racconto», riprese lei poggiandosi contro il bordo della scrivania. «Ieri sera ci siamo visti. Sembrava che tutto andasse bene e poi mi è scattato qualcosa e non ce l’ho fatta; non era sufficiente chiudere la serata inventando un malore e tornare a casa prima del tempo, ho dovuto chiudere questa storia, chiudere definitivamente e non come le altre due volte. Questa volta non torno indietro!.. O almeno pensavo di non ritornarci più su questo argomento e invece non mi do pace.»

I suoi occhi si abbassarono sino a incontrare una crepa nel linoleum che la punta della sua scarpa continuava a contornare come se quella frattura proseguisse dentro di lei. «Lo so che la colpa è essenzialmente mia per come sono fatta, per il mio strano modo di amare, però non posso farci niente, è più forte di me. Io credo di amare in modo assoluto, totale, poi tutto improvvisamente crolla, cade giù come un castello di carte a un flebile soffio, e la caduta è talmente rapida da farmi chiedere se si sia trattato veramente di amore o solo di attrazione. Perché mi innamoro e disinnamoro così facilmente?»

Mi avvicinai a lei, poggiandole una mano sulla spalla prima di risponderle, perché forse non era solo di un supporto morale che aveva bisogno, ma di un contatto fisico.

«Effettivamente come dici tu, sembrerebbe più innamoramento che amore e se non ti conoscessi bene confermerei questa tesi ma, se posso permettermi, io scarterei entrambe le possibilità: il tuo è solo desiderio di possesso, la tua infatuazione per gli uomini è paragonabile a quella che una persona potrebbe provare verso degli oggetti. Come un collezionista.»

Spalancò gli occhi e per un attimo pensai forse di avere esagerato e provai a correggere il tiro.

«Non mi fraintendere, non voglio dire che sei una donna dai facili costumi e che hai avuto dozzine di uomini, ma semplicemente che ti invaghisci con tutta te stessa di persone affascinanti, appariscenti, evanescenti e una volta che le conosci e diventano tue, perdono di interesse, la bellezza si appanna, la luce si offusca e li dimentichi per la via, quella stessa via che te li ha fatti incontrare. È la smania di possesso che ti guida, una volta conquistato il tesoro, per quanto possa valere, per te non è più di nessuna importanza.»

Smise di tormentare la crepa nel pavimento e si tirò su dritta spostandosi dalla scrivania a cui si era accostata, quasi dovesse assumere una postura idonea, d’attacco, prima di controbattere alle mie illazioni.

«Se fosse vero quello che tu dici, io non ci starei male ogni volta che mi separo, non starei male adesso.»

«Certo che staresti male. Stai male perché non ti manca lui in realtà, ma la sua presenza, la sicurezza di vederlo lì su quello scaffale insieme agli altri, nella tua bella collezione.»

«Fossero passate poche settimane, poteva anche essere credibile, ma noi siamo stati insieme due anni e dopo due anni non può essere collezionismo o infatuazione. Io ero profondamente innamorata di lui, lo ero in modo viscerale, sentivo di appartenergli e lo stesso era per lui nei miei confronti.»

L’avevo punta sul vivo e ora si ribellava alle mie parole quasi volesse scrollarsele di dosso, come quel raggio di sole che entrava dai vetri e la infastidiva costringendola a cambiare posizione di tanto in tanto ma senza interrompere il flusso incessante delle sue parole.

«Ogni mio primo e ultimo pensiero del giorno era per lui, vivevo per le sue labbra, per udire la sua voce, per perdermi nel suo sguardo, lo amavo quasi più di quanto io abbia mai amato me stessa, però questa intensità è altalenante, a volte ha dei picchi negativi, a volte sprofonda nell’indifferenza. Il troppo amore diventa odio? Sì, e allora può anche diventare indifferenza. Se prima non potevo separarmi dal tuo braccio e dovevo necessariamente vivere adesa, a te, alla tua pelle, ora il solo pensiero di sfiorarti mi dà fastidio, un fastidio fisico, quasi non ti conoscessi.»

Non c’era modo di arrestarla. Un fiume di parole contro cui non c’era modo di difendersi o di controbattere. C’era solamente da ascoltare e attendere, come quel ficus alle sue spalle, con la terra ormai secca da giorni e giorni.

«È un eccesso d’amore: amo talmente tanto che questo sentimento viene trasfigurato da se stesso e muta in qualcosa di opposto. Passo dall’apice positivo a quello negativo per un nonnulla e quando questo accade, io non lo voglio accanto a me, non voglio che sia lì. E se capita, faccio male, sono come un rasoio, basta uno sguardo per lanciare una stilettata.»

Si fermò un attimo, giusto per riprendere fiato, prima di una seconda ondata mentre io ero ancora lì, immobile, aspettando che finisse, che si calmasse.

«Poi mi sento smarrita, sento la mancanza, mi metto davanti allo specchio e mi do della stupida, mi schiaffeggio, sputo pure, perché ho fatto del male a chi non chiedeva altro se non di amarmi. Ho ferito un innocente, ho ferito il mio amore e non so nemmeno trovare un motivo, carpirne la ragione, succede e basta. Solo che questo gioco per quanto sia involontario alla lunga stanca, alla lunga sfinisce.»

«Però non è successo una volta sola…»

«La prima volta è stata disattenzione, la seconda era solo una ricaduta, la terza è quella decisiva in cui lui prende la porta e non ritorna più.»

Si tirò indietro una ciocca di capelli e nell’osservare quel movimento non potei evitare di vedere i raccoglitori impolverati sotto il secondo scaffale che da mesi ormai imploravano di essere presi e sistemati: volsi lo sguardo dall’altro lato.

«Erano già diversi mesi che stavamo bene, tutto era perfetto, troppo perfetto: l’inizio della parabola discendente. Cominciavo a non sopportare più la sua voce, i suoi gesti e l’indifferenza è stata il prevedibile passo successivo. Lui però si è stancato di questo mio amore a umori alterni e mi ha lasciata. Ma non è questione di umore, il mio non è un atteggiamento volontario, lo subisco e non mi capacito, non so uscirne fuori.»

«Ne sei sicura?»

«Certo, se fosse voluto, ora che non c’è più non me ne rammaricherei, sarei contenta di essermi liberata di lui, di quella presenza divenuta ormai ingombrante, e invece no. Ora che non c’è più mi manca maledettamente e lo voglio indietro, però so già che dopo qualche tempo tutto tornerebbe come prima. Il livello del sentimento correrebbe sulle montagne russe, come ha sempre fatto, come farebbe ancora.»

Cominciavo a stancarmi di quei capricci, non ci vedevo nulla di adulto in quel che diceva e poi era ancora mattina presto, restava tutta una giornata davanti e mi aveva già sfiancato per quanto le volessi bene, era troppo per un martedì mattina e non potei trattenere la mia replica sincera.

«Come fai a stare con una persona e dirgli che oggi deve tenerti abbracciata per tutto il giorno e all’indomani vietargli di avvicinarsi a meno di un metro da te? Non è coerente, il tuo modo di amare non è coerente, tutto oggi e niente domani a giorni alterni non è fattibile, tu come ti comporteresti al suo posto? Forse te ne andresti anche tu.»

«Certo, me ne andrei, però non posso andarmene da me stessa e non so cambiare, e lo rivorrei qui. Però…  non lo cercherò un’altra volta, lascerò che se ne vada, gli sto facendo troppo male. Ho accettato il fatto di lasciargli vivere la sua vita perché con me sarebbe solo dolore, perché non so controllare il mio comportamento e ci sarebbero sicuramente dei nuovi episodi e io non voglio farlo soffrire ancora, lo amo troppo.»

«Laura non so che dirti, però se hai riconosciuto il fatto che hai un problema, questo è il primo passo. La consapevolezza è già un primo gradino che si sale per arrivare alla soluzione e la soluzione la devi cercare dentro di te, nel tuo carattere, nel tuo comportamento e vedere se riesci un po’ a cambiarti, a plasmarti, ma non per conformarti al resto del mondo, per adattarti, semplicemente perché in amore si dà e si riceve. Non può ricevere solo quando vuoi tu o quando il tuo istinto ti dice di farlo, così come non puoi dare tonnellate di amore in un colpo solo e poi poco dopo elargirne solo alcune gocce; così facendo crei confusione, induci il tuo partner a non capire più se stai giocando o fai sul serio, se sei innamorata o una semplice collezionista.»

«E allora cosa faccio? Stanotte non ho chiuso occhio e ho un nodo al posto dello stomaco, devo uscirne fuori, sto male. Dovrei chiamarlo?»

«Laura, non chiamarlo. Devi prima fare opera di costruzione su te stessa. Ora credi di amarlo, ne sei convinta, anzi, probabilmente è proprio così, lo ami, ma proprio per questa ragione non puoi tornare da lui dicendo: tutto passato, ricominciamo. Non puoi farlo perché la situazione dentro di te è rimasta irrisolta e fra due mesi o tre ci sarai dentro di nuovo. Devi capire. Poi, potrai cercarlo di nuovo e riprendertelo, se lui vorrà.»

«Non lo so. Continuo a pensarci. Non riesco a fare altro. Una parte di me dice di lasciarlo stare, come giustamente dici tu, per non ferirlo ulteriormente e lasciargli vivere la sua vita. Questa è la parte di me che lo ama, la parte altruista. La parte egoista, invece, lo chiamerebbe subito, lo rivorrebbe qui come l’unica cura possibile per vincere questo malessere. Fino alla prossima ricaduta. Mi odio per il male che gli ho procurato, ma non lo rivorrei qui per la paura di procurargliene di nuovo. Io lo amo. Davvero.»

«Laura, costruisci. Devi raggiungere un nuovo livello di consapevolezza per poter affrontare questa questione. Ti devi disfare di ogni oggetto, di ogni fotografia, di ogni cosa che te lo ricordi, cancella il suo numero di telefono, lascia che il tempo lenisca questa ferita. Il destino spesso mischia le vite come fossero carte, ma se siete parte dello stesso mazzo, sicuramente vi rincontrerete.»

 

 

«Grazie per la chiacchierata, direi che il caffè ormai ce lo siamo giocato, si è fatto tardi» disse voltando il polso per leggere l’ora. «Magari continuiamo a pranzo se ti va, ora devo correre in riunione che sono già in ritardo. A dopo, Giulia.»

«Va bene, ci sentiamo più tardi.»

 

Ma ti sei sentita? Ma non ti vergogni? Dai consigli agli altri su come risolvere i problemi della propria esistenza quando non sei nemmeno capace di risolvere i tuoi. Ma come si fa. Demagogia, pura demagogia. Ora vediamo di concentrarci sul lavoro e cerchiamo di capire che fine ha fatto questo cavolo di telefono.

 

 

Come può essere che sta già diventando buio? La giornata se n’è andata via senza che nemmeno me ne accorgessi. Senza gli affanni tutto scorre via molto più velocemente, forse la soluzione è non pensare. Guardala lì, ha lo sguardo perso nel vuoto, chissà dov’è ora la sua mente. Sembra quasi isolata dal mondo e i colleghi le girano al largo, abilmente la evitano, per non sorbirsi i suoi piagnistei quasi quotidiani ormai. Guardo la stampa appesa sul muro alla sua destra e non posso che sorridere pensando che anche le jeunes filles au piano facciano finta di suonare per timore di incrociare il suo sguardo e dover sentire le sue confessioni. Che perfida che sono. Povera, si vede che patisce ma in fondo è solo colpa sua, si ostina a giocare un gioco amaro, dove sul piatto si puntano i propri sentimenti, i propri sogni, la propria anima e ferirsi è un attimo. Perdere tutto in un giro di mano senza nemmeno accorgersene, ti fa restare a bocca aperta a fissare il vuoto incapace di fare altro.

 

«Laura, io vado. Come stai?»

«Mi sento tanto mantide. Mi manca. Lo vorrei di nuovo qui. Ma non devo, non posso, sarebbe disamore.»

«Datti tempo Laura, datti tempo, ora non puoi prendere nessuna decisione, non sei lucida, devi essere più distaccata per essere obiettiva. Ora lascia tutto così, non toccare niente, lascia che la polvere si depositi sulla vostra storia, lascia che i giorni sedimentino e seppelliscano quel che dev’essere conservato così com’è, ma non come in una gelida tomba indubbio segno di morte, ma come cenere che protegge le braci di un fuoco apparentemente estinto.»

«Mi sento stanca.»

«Ora va a casa, è inutile che tu stia qui, non c’è nulla che tu possa fare né per te né per il tuo lavoro. Vai, e prenditi cura di te. Ciao, a domani.»

«Ciao Giulia. Grazie per le tue parole.»

«Figurati, non c’è problema.»

 

I rumori dei clacson arrivano fin qui, ecco, un altro bel viaggetto in tutta nevrosi per tornare verso casa dove mi aspetta il solito orso, un disordine indescrivibile, ma anche i miei tesori che non vedo da stamattina. Solo per loro vale la pena di vivere così, per il loro sorriso, per i loro abbracci. Questi giorni non avrebbero senso senza di loro.

Ecco, tutto bloccato, ci sarà il solito incidente o i soliti interminabili lavori in corso. O peggio: entrambi. Si procede un metro alla volta in un eterno singhiozzare da gregge metropolitano, che silenzioso e in preda a un’emicrania collettiva ritorna mestamente dentro il proprio recinto, al proprio riparo.

 

 

Rincasare è proprio come l’avevo immaginato e tolta quella manciata di secondi in cui le bimbe mi corrono incontro per salutarmi, prima di ritornare ad adorare la dea televisione, il resto è da buttare.

La mia prigione, quella casa era diventata la mia prigione e io avrei dovuto escogitare qualcosa, avrei dovuto raccogliere le mie forze e impugnare il mio tempo. Non potevo arrendermi così all’evidenza di una vita che non mi apparteneva più. Non potevo cedere alla tradizione e sacrificarmi per il bene delle mie figlie.

Il rituale riordino, cena, fare i piatti, lavare le bambine, metterle a letto, scegliere i vestiti per l’indomani, ascoltare il suo grugnito come risposta al mio “vado a dormire”, si ripeté come previsto, secondo il copione di un romanzo ormai scontato, di un racconto dove già tutto è stato previsto, tentato, perso. Buio.

Prefazione

Con questo primo romanzo, Giulia e basta vede la luce la Collana Fuori Tempo della WLM Edizioni.

L’ambizione è di riuscire a dare il via a uno spazio editoriale che consenta di dare visibilità a tutti quegli autori che rifiutano il Genere e gli stereotipi a favore della narrazione. Nell’ambizione dei Tipi della WLM, c’è la voglia di aprire le porte a un genere di narrativa che parli un linguaggio, anche dissonante, rispetto alla normalità e alla serialità di quanto proposto solitamente sulle “bancarelle”, reali o virtuali, del panorama editoriale italiano, sia cartaceo, sia web. Fuori tempo diviene così più che il titolo di una Collana editoriale, rappresenta invece il “territorio” privilegiato dove un autore riesce a comunicare al proprio pubblico le emozioni più profonde e le valenze positive della propria scrittura, anche se il contenuto può, a prima vista, sembrare dissonante, fuori dal coro, non in linea con il politically correct.

Il fuori tempo è quel momento dove il musicista non segue tutto il resto della band, con il rischio, o di uscire definitivamente dall’armonia collettiva, di allontanarsi irrimediabilmente dal centro melodico, oppure, se bravo, in quell’operazione riesce a creare uno spazio melodico “diverso” e dissonante, ma percepito lo stesso dal pubblico come in linea con il tema, capace di raggiungere sonorità aliene e contemporanee comprensibili. Questa è l’ambizione della Collana, riuscire a dare voce alle discordanze narrative, discordanze, ovviamente, rispetto ai “fiumi impassibili” dei best seller di cassetta, e alla valorizzazione di quelle scritture che trattano di spazi percettivi non usuali, come una sensazione straniante, difficilmente registrabile dai sensori di uno scrittore usuale, ma capace di cambiare una vita. Oltre al disagio quotidiano, la follia, pure, tutti quei significati, cioè, che partono da un dato di fondo: la ricerca di cosa è l’animo umano e il suo posto nel mondo, ma secondo i punti di vista di un osservatore privilegiato, o scomodo allo stesso modo. Un osservatore, in questo caso lo scrittore, che vuole guardare le storie e i personaggi della propria scrittura come se li vedesse, per la prima volta, da un punto di osservazione angolato, non il classico primo piano di fronte. Il prezzo da pagare, perciò, penso, non è alto. Possiamo accettare di scalare una piccola salita se dietro troviamo qualcosa di prezioso, un paesaggio nuovo e sconfinato, ma soprattutto, che prima non immaginavamo. Ma, al di là del significato di fuori da qualcosa, la genesi del nome della Collana ha preso l’avvio anche dal concetto di “dentro”, di pieno anziché vuoto. Il Tempo. Nulla può significare senza il tempo. Non si può essere “fuori tempo” se non nel Tempo, sembra una contraddizione, ma non lo è. Il Tempo è il vero fiume che avvolge e trascina ogni cosa e solo così la nota fuori dal coro può avere un senso. Solo nella ricongiunzione nel tutto, nel finale preordinato, dove il dissonante ritrova il ritmo e si reintegra nei significati condivisi, la nota può riammettersi insieme alle altre, ma diversa, modificata. Il ricordo, che rimane, di quella nota, nello spettatore, però è un’altra cosa. Non è tutte le altre note. Come una particella che ha attraversato la materia lasciandole un segno indelebile, il ricordo, in questo caso, persiste fortemente, proprio perché la storia che abbiamo letto è una nota che vibra con frequenze diverse, davvero fuori tempo, ma nello scorrere del presente che ci accomuna tutti.

Il primo romanzo che pubblichiamo è di un esordiente, Luca Jaselli. La visione di quest’autore è fortemente centrata sul personaggio. Nulla sembra scalfire la fortezza narrativa che riesce a costruire con la propria scrittura. Il personaggio di Giulia e basta è una donna che possiamo incontrare tutti i giorni in autobus, al supermercato e forse, con lo sguardo distratto di chi pensa alle proprie cose, non la noteremmo nel suo passare. È sposata, ha figli, lavora e fa tutte quelle cose che molte persone fanno ogni giorno. Ma, dove apparentemente non c’è nulla da dire o da osservare Luca interviene e ci fornisce un’angolazione nuova, una visuale che non potevamo assolutamente immaginare a una prima occhiata. L’autore si cimenta così in una discesa nell’animo di questa donna che ha i connotati del viaggio all’interno di un mondo sconosciuto. Ed è proprio questo il motore narrativo, la volontà espressa pagina dopo pagina: scoprire parola dopo parola, l’animo di Giulia, i suoi pensieri più profondi, così come le debolezze inconfessate, ma anche i punti forti, il coraggio, il rapporto con le figlie e la infinita messe di riflessi caratteriali, che in questa operazione, vengono alla luce. L’occhio dell’autore è rispettoso. Egli, uomo, ambisce a discendere in questo universo femminile, ma senza giudicarlo e criticarlo; non cade nella trappola del banale, del televisivo, nella contrapposizione tra uomini e donne espressa a suon di urla e insulti. La scrittura non cede mai, perciò, nel voyeurismo, tentazione sempre in agguato in queste operazioni di straniamento, di discesa immaginata nell’animo dell’altro; dietro ogni svolta del racconto la tentazione sarebbe forte; l’alzare il velo e sbirciare dietro “cosa c’è”, sarebbe un errore imperdonabile, ma Luca Jaselli, evita accuratamente di caderci e sceglie il pudore, la lievità del tratto sulla carta e, a suo favore, di fare qualche passo indietro, quando necessario. Si assiste a qualcosa di raro, in narrativa, un autore che ha un profondo rispetto per il suo personaggio, che decide addirittura, in certi frangenti, di rispettare le sue scelte, le sue contraddizioni, ma anche le rinunce. La storia perciò segue la strada di una scoperta, pagina dopo pagina, di Giulia, del suo mondo, delle sue paure, ma anche delle sue amicizie che somigliano a tante amicizie comuni, uguali a quelle che ognuno di noi coltiva e frequenta, ma che diventano in Giulia e basta lo strumento privilegiato per svelare altri dettagli profondi dell’animo della protagonista. Le scelte di Giulia, sono sicuro, vi coinvolgeranno. Il flusso dei suoi pensieri diverrà il vostro fino a coinvolgervi in una sorta di sovrapposizione di intenti e volontà che vi farà partecipi della sua vita e delle sue scelte fino all’ultima pagina.

L’unica cosa che posso fare, a questo punto, è augurarvi: buona lettura.

Ezio Gavazzeni

Autore

Luca Jaselli

Luca Jaselli è nato a Milano nel 1968. Professionista dell’Information Technology, è docente in ambito informatico da diversi anni.

Inizia a scrivere fin da giovanissimo spaziando nei generi più disparati. L’amore per la natura e la fotografia lo portano anche a realizzare diverse monografie, fra cui spiccano i lavori inerenti al ghiaccio. Giulia e basta è il suo primo romanzo a essere pubblicato.

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