BIG MUFF

Prezzo di listino 16,15 incl. IVA

Un romanzo giallo, un affresco noir di storia politica e sociale. Un pezzo di società milanese nella sua amoralità, nel suo disprezzo dei valori più sani della convivenza civile, nei picchi di disperazione a cui la corsa forsennata al denaro ha precipitato tanti. Nello slang americano “big muff” significa grande parlatore, o meglio, gola profonda. Con lo scorrere delle pagine il ritmo sale, man mano che gli indizi crescono. Una storia forte, sentita nel profondo e fortemente esplorata.

Descrizione

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Un romanzo giallo. Un noir intenso ambientato a Milano durante un’estate che ha lasciato il passo ai temporali.

“Dalle dichiarazioni di Prendiani emerge che, oggi come ai tempi di Tangentopoli, i pagamenti e le dazioni di denaro dovevano soprattutto garantire l’appoggio della politica ai vertici aziendali dove venivano inseriti, nei Consigli di amministrazione, uomini fidati. Purtroppo viene fuori che tutti i partiti dell’ultimo decennio hanno beneficiato di elargizioni di denaro e favori in genere. Con tutti, dico tutti da Sinistra a Destra. Poi, come sai, Prendiani è stato più bravo degli altri.”

Una Milano estiva, calda e punteggiata da temporali ricorrenti fa da sfondo a questo noir, Big Muff, il grande parlatore. Un giornalista incrocia per caso una storia di omicidio. Faccendieri che nascondono conti offshore. Funzionari di partito che pensano a truccare appalti, distribuire bustarelle, nascondere i rimborsi elettorali in Svizzera e inviarli nei paradisi fiscali. Luoghi dove dimorano i soldi, ma non gli uomini, che devono rimanere qui a difenderli e a tentare di arraffarne degli altri. L’incontro imprevisto con una ragazza cinese che sembra una figurina educata di Holly Hobbie. L’aldilà incombente sopra ogni cosa con i morti che tentano di comunicare con i vivi… Big Muff, diviene così un viaggio imprevisto dentro una Milano bagnata dalla pioggia e bella come un amore giovanile, che nasconde storie dolorose con il pudore beneducato delle signore borghesi di una volta.

 

 

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 19,00

In copertina

Angolo notturno, opera fotografica di Alessandro Virgilio, collezione privata.

Pagine

480

Lingua

Italiano

Genere letterario

giallo, noir

Ambientazione

Milano, Brignano Gera d'Adda BG, Treviglio BG, Castelleone CR

Anteprima

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“È impossibile misurare contemporaneamente, e con

precisione, sia la posizione, sia la velocità di una particella,

perché, quanto più si cerca di definire con precisione una

delle due variabili tanto più diventa impossibile la misura

dell’altra.”

Principio di Indeterminazione di W. Heisenberg

― Cos’è un’indagine se non una storia con un delitto dentro? ― Non rispose a quella domanda che continuò a echeggiare per la stanza senza tregua. ― Non sarà spaventato… Lei scrive storie, non può spaventarsi. Giusto?

Corradino Dominici, un personaggio di questo romanzo.

I

Il lampo del flash lo abbagliò. Non una, ma tre volte di seguito. Lasciandogli impresso sulla retina un riverbero violaceo che si interpose con il mondo esterno.

Il fotografo che si aggirava per la stanza era uno spilungone con i capelli lunghi trattenuti in una coda da un elastico di spugna nero. Vestiva con la semplicità di un militare in congedo. Una larga camicia a quadretti, di quelle che nei cataloghi sono definite con enfasi Sport Classic, portata fuori dai pantaloni color kaki con molte tasche esterne.

Lo osservò nell’atto di chinarsi per scrutare, con attenzione, gli oggetti da tutti i lati per poi fotografarli più volte. Dopo aver scattato, alzava la macchina. Prestava attenzione allo schermo per vedere come fosse venuta l’inquadratura. Se non gli piaceva premeva un pulsante e gettava la foto nel cestino scuotendo leggermente la testa, e la ripeteva immediatamente. Così ogni volta. Gli venne da pensare che, in qualcuna di quelle foto, c’era anche la sua di immagine. Non rivolgeva la parola a nessuno e nessuno gliela chiedeva. Sopra la camicia indossava un gilet blu scuro di nylon. Sulla schiena, impresso a chiare lettere, per il lungo, all’interno di una banda bianca fosforescente, c’era scritto: “Polizia”.

Un volto si intromise nel suo campo visivo occupandolo interamente e spazzando all’istante la nebbia dei suoi pensieri. L’effetto fu quello di una brezza fredda di novembre che dissolve della bruma ferma sopra un campo a riposo.

Portava un cappuccio bianco che gli copriva la testa e gli  scontornava il viso con il bordo elastico. Era parte di una tuta che lo rivestiva completamente fino alle caviglie, fatta di uno strano materiale che poteva sembrare una garza leggera o carta stropicciata.

Ai piedi calzava delle soprascarpe verdi di cellophane, tenute strette attorno alle caviglie con degli elastici. Di quelle che si usano in sala operatoria.

― Le prendo le impronte ― disse con la voce tranquilla di un bravo medico che non ti vuole allarmare. Gli sollevò delicatamente la mano sinistra e, tenendogli le dita tese, le umettò con il tampone dell’inchiostro nero. Le impresse su un foglio di carta riquadrato, dentro delle caselle che, in alto, riportavano stampati i nomi delle dita in tre lingue.

Poi fece la stessa cosa con la destra. Lentamente e con susseguo, come se non volesse allarmarlo o fargli male.

Vide le sue impronte digitali formarsi in pochi secondi come fiori di ghiaccio su un vetro in gennaio. Allineate un dito dopo l’altro. Era la prima volta nella sua vita ed ebbe la sensazione che appartenessero a un altro. Oppure che stesse guardando un telefilm poliziesco già cominciato e del quale doveva ricostruire la trama.

― Grazie ― mormorò l’altro mentre rimirava con attenzione il foglio con tutte le caselle piene di macchie nere che altro non erano che le sue dita. Lo sguardo attento nell’atto di capire se il risultato fosse quello atteso. ― È una precauzione ― gli disse continuando a fissare il foglio. ― Se dovessimo eventualmente sottrarre le sue impronte da quelle che potremmo trovare attorno.

― Non ho toccato nulla ― gli rispose come se dovesse giustificarsi, per tranquillizzarlo. ― Ho solo guardato in giro. Niente più.

― Be’, la prenda come un’attenzione preventiva allora. ― E se ne andò velocemente al di fuori del suo campo visivo, allo stesso modo di come c’era entrato, lasciando quelle ultime parole addosso al suo interlocutore.

L’uomo che gli aveva preso le impronte era apparso qualche minuto prima sull’ingresso insieme a un collega.

Avevano attraversato la stanza senza quasi salutare nessuno diretti verso il terrazzo. Dietro trascinavano due trolley, piuttosto pesanti, dando l’idea di aver sbagliato aeroporto. Indossavano già le tute bianche. Gli ricordarono gli addetti che dovevano accertare lo stato della contaminazione da radiazioni a Chernobil.

All’altezza del cuore una scritta nera non lasciava spazio a fraintendimenti circa il loro ruolo: “Polizia Scientifica”.

Li aveva seguiti con lo sguardo finché non superarono l’ampia vetrata alle sue spalle che era stata aperta in un punto. Furono accolti da un uomo che li prese da parte per dire loro qualcosa. La comunicazione doveva essere importante perché i due annuirono entrambi più volte senza aggiungere altro. Li aveva poi persi di vista, fino a quando non gli comparve di fronte uno dei due per prendergli le impronte.

Tra la nebbia, che occupava ancora il perimetro più esterno della sua visuale, scorse che il collega si stava occupando di inchiostrare la mano sinistra del tizio che gli stava in fianco e di cui si era completamente scordato.

Non sapeva il suo nome, ma sapeva che era il custode del palazzo dove si trovava e in quel momento stava dicendo al marziano vestito di bianco che invece le sue impronte le avrebbero trovate dappertutto, perché lui, in quell’appartamento, ci veniva almeno due volte la settimana.

Si guardò le dita delle mani e pensò che in certi paesi lo avrebbero preso per uno che è appena stato a votare. Sentiva l’appiccicoso dell’inchiostro sulle dita impedirgli i movimenti.

Montò dentro un fastidio, misto a disagio, che si intrecciò indissolubilmente a un senso di colpa che sapeva starsene nascosto da sempre in qualche parte dentro di sé. Non poteva fare nulla per tenerli sotto controllo e cominciarono a salire verso la superficie della sua attenzione simili a pesci intossicati.  

Cominciò a sfregarsi sempre più forte le dita con un fazzoletto di carta che, in breve tempo, si macchiò tutto di nero, mentre un sudore freddo gli scendeva lungo la schiena nonostante fosse estate piena.  

Un tizio gli urtò un braccio passandogli vicino, facendo cadere il fazzoletto sporco. Non si scusò. Era insieme a un altro più basso di venti centimetri. Il primo puntò il cellulare al petto del secondo, tenendolo come un telecomando: ― Esco un momento a fare una telefonata urgente. ― E si imbucò velocemente nell’ingresso come una biglia colpita con precisione dentro la buca. La porta si richiuse alle sue spalle con un suono sordo immediatamente inghiottito dal silenzio che regnava intorno.

Il secondo non commentò. Lo guardò uscire con l’espressione in volto di chi vuole accertarsi che davvero lasci la stanza. Fece dietrofront e si diresse verso la vetrata.

In un angolo della stanza i due uomini in tuta bianca erano alle prese con dei pennelli e delle polverine. Almeno così gli sembrò. I trolley erano parcheggiati alle loro spalle aperti, simili a bauli di trucchi da teatro in attesa dell’arrivo della soubrette.

Lavoravano in silenzio e portavano avanti il loro compito come se agissero a memoria. Così che, mentre si muovevano da un mobile a un altro, gli venne da pensare che seguissero uno schema preciso. Disegnato con delle linee per terra, ma che solo loro riuscivano a vedere.

Tutto quanto aveva preso avvio solo meno di un’ora prima. Un poliziotto si era palesato sulla soglia d’ingresso. Alle sue spalle si intravedevano le teste dei curiosi che tentavano di dare una sbirciata. Si era diretto verso il centro del salone portandosi dietro una folata di calore esterno e molta incredulità racchiusa nello sguardo. Lui, insieme al portiere, erano stati i primi, e gli unici, a entrare nell’appartamento ed erano quelli che, solo qualche minuto prima, avevano fatto la chiamata al centotredici.  

Mentre l’agente muoveva i primi passi nell’appartamento notò che era stanco e abbronzato dal sole di Milano che dona una nota scura e spenta alla carnagione. Forse era alla fine del turno ed era in giro per le strade della città dalla mattina. La giornata era stata calda, non c’era dubbio. Il termometro aveva segnato trentaquattro gradi, ma per Milano a fine luglio non era né troppo né poco. Te lo aspettavi.

Aveva la camicia blu bagnata da una chiazza di sudore al centro del petto e all’altezza delle ascelle. Mentre l’osservava pensò che probabilmente ne aveva una identica anche sulla schiena. Teneva in una mano la radio ricetrasmittente sintonizzata su un canale da dove una voce, annegata nelle scariche, chiedeva insistentemente qualcosa a qualcuno che stava da un’altra parte e che sembrava non capisse bene.

― Da che parte devo andare? ― chiese, il tono di chi si è perso in campagna e cerca una strada tra i campi. Gli fecero segno “di fuori”.

Lo videro aggirarsi per il largo salone. Si soffermò un poco a osservare i pochi oggetti presenti. Non aprì cassetti né spostò nulla. Si girò a guardarli. Gli ripeterono di guardare fuori. Il portiere, al suo fianco, si limitò a fare un cenno affermativo con la testa.

Si diresse verso la luce oltre la lunga vetrata. Tornò indietro dopo cinque minuti scarsi, con un passo più convinto e con le macchie sotto le ascelle che si erano allargate ancora di più fino a unirsi a quella del petto.

― Ho chiamato il commissariato. ― Spiegò loro con calma come se dovessero capire bene. ― Che avvisino il PM perché confermo il motivo della chiamata.

― Siete quelli che hanno telefonato? ― chiese il poliziotto indicandoli entrambi, ma era evidente che conosceva già la risposta. Forse doveva farla comunque, quella domanda. Sì.

― Siete entrati solo voi o qualcun altro vi ha seguito in casa?

No, nessuno, confermarono entrambi.

― I vicini ci hanno provato ma abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle fino ad adesso. Siamo entrati solo noi e ora lei.

Il portiere tentò di intromettersi sollevando il cellulare come a dire che era stato lui a fare la chiamata.

Il poliziotto non sembrò per niente rassicurato. Si sollevò leggermente la visiera del cappello sulla testa con aria pensosa e il risultato fu che delle rughe gli attraversarono la fronte simili a una serie di tagli precisi nella carta.

La conversazione era finita. Si mise davanti alla porta d’ingresso, come una sentinella che deve presidiare un confine, non segnato sulle carte, senza aggiungere più una parola. In attesa che qualcuno si facesse vivo. Ma non aspettò molto.

Si ritrovarono così seduti entrambi vicini sul bordo del cuscino. La schiena dritta staccata dallo schienale. Un senso di disagio e colpa appiccicato addosso. A un osservatore esterno sarebbero sembrati due liceali imbarazzati in attesa di entrare dal preside perché sorpresi a spiare nel bagno delle femmine. Per fortuna, dopo alcuni minuti, le sirene delle auto della polizia sopraggiunsero a lambirli, quattordici piani più in basso.

La stanza si riempì in fretta. Arrivarono degli agenti in borghese che soppiantarono quello in divisa che salutò sollevato. Dopo pochi minuti quelli della Scientifica.

Ora nel centro del salone c’erano solo due signori in abiti casual. Nonostante il caldo portavano dei giubbetti che nascondevano le fondine di cuoio delle pistole Beretta. Discosto dalla vetrata, un uomo in completo nero di lino continuava a telefonare apparentemente indifferente a ogni cosa intorno. Quelli della Scientifica sembravano spariti. Forse arrivati in fondo al percorso e usciti dal gioco.

Si alzò dal divano. Era stanco di rimanere seduto. Uno dei tipi in borghese nella stanza lo apostrofò di non andare via perché sarebbe stato chiamato non appena possibile. Gli rispose che faceva solo un giro senza toccare niente. ― Solo per sgranchirmi le gambe. ― Si schermì.

― Va bene per le gambe, ― rispose, ― ma non tocchi nulla. ― Riprese la sua conversazione con il collega che invece non si era girato e, da quando era entrato nella stanza, non lo aveva degnato di uno sguardo.

Girò attorno a due tavolini da fumo che si trovavano appena di fronte alle sue gambe. Su uno campeggiava una scatola tonda di legno. Non l’aveva notata prima. Era aperta e dentro vide che conteneva qualcosa che sembrava del tabacco rinsecchito, probabilmente da pipa. Un po’ si era sparso intorno, insieme a un velo di polverina bianca che la Scientifica aveva steso con dei pennelli su tutti i piani d’appoggio.

Il coperchio era stato messo lì vicino. Il curapipa, anch’esso d’argento montato su legno di radica, era aperto a raggiera come un coltellino militare svizzero. Tutti gli accessori in vista. Sembrava un poker d’assi raffigurato su una di quelle pubblicità accattivanti dei casinò sloveni, con la ragazza bionda nuda addossata alle carte, che si incontrano nei bagni degli autogrill.

― Lei fuma? ― gli chiese il portiere che lo seguiva da dietro le spalle.

― Da ragazzo, poi ho smesso ― gli rispose distrattamente senza però girarsi.

― Hanno fatto un brutto casino qui in giro. – Continuò il custode, con una nota di risentimento nella voce. Intento a tallonarlo alle spalle. ― Sono io che tengo pulito questo posto e dovevo venirci domani. Adesso con tutta questa gente… ― e lasciò il concetto inespresso a errare qua e là confidando che l’altro lo afferrasse, ma non fu così.

Il tipo non gli piaceva. Parlava troppo e sembrava che non vedesse l’ora che tutti se ne andassero via, ma senza sporcare.

Aveva ancora gli occhi abbagliati. Adesso c’erano delle strane creature verdastre danzanti su uno sfondo di anelli di color rosso. Dietro, il resto del mondo.

Scelse di guardarsi attorno per scacciare un po’ della nebbia che si attardava ancora nei suoi pensieri.

Il salone era enorme e di forma rettangolare. Le pareti spoglie e malamente arredato. Nell’appartamento non ci abitava nessuno. Questo era evidente. L’ingresso era posto di fronte al divano. La porta blindata chiusa. Fuori, sul pianerottolo, era stato steso un nastro bianco con stampato sopra “Polizia non oltrepassare”, come si vede nei film.

Lungo uno dei lati più lunghi del salone, alla sua sinistra, guardando l’entrata, c’era una finestra, adesso chiusa. Era stata decorata con delle tende color coloniale. Non erano molto spesse e lasciavano passare una buona quantità di luce.

Sull’altra parete immediatamente a sinistra, quella con il lato più corto, era stata ricavata un’altra finestra. Probabilmente per aumentare la luminosità di quell’immenso salone che sembrava attirasse la luce verso un centro, dove poi spariva, senza una ragione, in un punto sotto il pavimento. Le tende erano identiche alle prime.

Oltre l’angolo cominciava un’altra parete, ma più corta, dove era stato disposto, al centro, un grosso mobile nero. Di tek. Era una suppellettile da barca spodestato dalla sua funzione. Non gli piaceva quel mobile da marina, scuro e massiccio, sembrava scoraggiare chiunque dall’avvicinarsi. La superficie nera, perfetta, perché pensata per trasmettere un’idea di finta essenzialità. Si nutriva anch’esso della luce dando l’idea che al suo interno albergasse un buco nero insaziabile. Era stato ben pulito per far risaltare la superficie perfettamente liscia come il pavimento di una palestra di danza tirato con la segatura.

La sua sensazione fu che facesse volentieri a pugni con tutto il resto dell’arredamento. Se la giocava solo con il divano bianco, che comunque se ne stava in disparte per averci a che fare il meno possibile.

― Tengo pulito questo appartamento. ― Ribadì il concetto il portiere. ― I proprietari mi pagano per venirci una, due volte la settimana e tenere pulita ogni cosa.

― È in vendita?

― Sì, da quasi due anni. Era del notaio Torriani. Quando è morto i figli, che vivono all’estero, non l’hanno voluta e allora l’hanno messo in vendita.

― Ma non si vende…

― No. ― Confermò sconsolato come se ciò fosse dipeso da qualcosa che avesse, o non avesse, fatto. ― Sembra vogliano troppo.

― Non sa quanto vogliono?

L’altro parve riflettere sulla domanda prima di rispondere. ― No, non me l’hanno detto. E poi delle questioni commerciali se ne occupa un’agenzia. Apro la porta quando viene l’agente con i clienti e chiudo quando se ne vanno, altro non so.

― Perciò le chiavi le ha solo lei?

― Solo io ― rispose pronto come se questo gli desse una qualche importanza. ― Fece una pausa. Non lo vide in faccia, perché stava sempre alle sue spalle, ma se la immaginò scura, i cordoni del collo tesi a conferirgli una smorfia di paura. ― Pensa che ci saranno conseguenze?

― Per noi? Non credo. Ci faranno delle domande… ― parve pensarci sopra, come se cercasse qualcosa in contrario. ― Tutto qui.

La conversazione sembrò terminata. Così come accade a quelle conversazioni che si fanno tra chi non ha nulla da dirsi, ma deve passare del tempo insieme.

Oltre il mobile il muro si apriva improvvisamente, compiendo un repentino angolo ottuso. La parete si allargava di sbieco rompendo la precisione del rettangolo e facendo guadagnare alla stanza un’altra decina di metri quadri. Su quel lato era stata ricavata una vetrata con ante scorrevoli. Mentalmente contò oltre sette metri di lunghezza. Si apriva su un terrazzo di circa un centinaio di metri quadri d’estensione.

Tutti in quella stanza, prima o poi, si dirigevano da quella parte.

Di vetrate come quella ne aveva viste solo su qualche rivista e la sua attenzione, come quella di tutti quelli che erano passati in quella stanza, era come calamitata verso quella lunga successione di ampi vetri di colore verdastro. Certamente un bel colpo d’occhio per uno che viveva in settanta metri quadri scarsi.

La casa proseguiva probabilmente oltre le due porte ricavate nell’unica parete senza finestre, che chiudeva il salone, ma nessuno aveva provato ad andarci.

Altri flash balenarono in successione trasformando per un momento ogni cosa e persona presente in una figura fantastica. D’un bianco spettrale, somiglianti a degli aborigeni coperti di cenere che danzano compresi in qualche rituale propiziatorio incomprensibile.

Nell’angolo opposto, vicino alla vetrata, rivide l’uomo in completo di lino nero. In piedi. La camicia bianca spiegazzata dall’uso e la cravatta scura a disegni fantasia, con il nodo piccolo, tirata un poco verso il basso. Era intento a telefonare con un cellulare e faceva di sì con la testa accompagnando il discorso. Nel mentre lo guardava fisso e con la mano gli faceva segno di avvicinarsi. Sul viso aveva stampata l’espressione di chi non vede l’ora di interrompere quella chiamata.

― D’accordo giudice, appena finito passo a parlarle di quanto abbiamo trovato qui ― disse lentamente, mentre l’osservava avvicinarsi. L‘interlocutore misterioso dovette sentirsi rassicurato poiché i due convennero che, per il momento, questo era tutto poi si sarebbero aggiornati.

L’osservò mentre chiudeva quella comunicazione infinita. Aveva una massa di capelli mossi castano scuro, o meglio quasi neri, che ondeggiavano a ogni movimento della testa, e lineamenti scavati con lunghe e profonde valli, che gli attraversavano il viso magro. A questa orografia del volto andavano aggiunti degli occhi grigi che non erano però disposti sullo stesso piano, e un naso storto, fine e di forma aquilina. Poteva avere una quarantina d’anni e complessivamente dava l’impressione di un uomo d’un’intelligenza pronta.

Il commissario Michel Banti, non poteva certo nascondere le sue origini francesi che trasparivano inequivocabilmente anche se parlava un italiano perfetto, forse leggermente adombrato da un accento transalpino.

In effetti, francese nel vero senso della parola non lo era. Solo da parte di madre, che si era però prodigata, durante tutta l’infanzia, di rivolgersi al figlio solo in francese e di farlo crescere leggendo i fumetti di Asterix e Tin Tin in lingua originale, nonché guardando molta TV d’Oltralpe captata con una delle prime grosse parabole satellitari, così larga che teneva tutto il balcone e sembrava presa in prestito da un radiotelescopio.

Si erano già incontrati, per meno di mezz’ora, poco più di due mesi prima, in un’altra circostanza e per altri motivi.  

 ― Lei è la persona che l’ha trovata? ― gli chiese senza preamboli appena interrotta la comunicazione.

 ― Sì ― rispose.

L’altro gli si avvicinò e con una mano gli prese il braccio, in un gesto protettivo, mentre rimetteva in tasca il telefono cellulare.

― Allora dobbiamo parlare. Ma in un altro momento. In ufficio. ― Si girò verso la terrazza oltre la lunga fila di vetri. ― Una piscina in cima a un palazzo di quattordici piani ― disse con enfasi rivolgendosi a un ipotetico interlocutore; più un elenco a proprio uso che una vera conversazione. ― Alla quale si accede direttamente dal salone semplicemente facendo scorrere uno di questi pannelli di vetri doppi polarizzati alla luce solare. Antiriflesso. Antisfondamento parrebbe. Anti qualsiasi cosa. Peseranno almeno un quintale e mezzo l’uno, ma si spostano come se fossero appoggiati sull’aria… La piscina è rettangolare. Sei metri per otto, secondo le nostre misure, e naturalmente, illuminata con dei fari collegati a un interruttore crepuscolare. Un trampolino poco più alto della superficie dell’acqua su un lato. Poco profonda, un metro e mezzo, ma sufficiente per divertirsi. Quando i miei ragazzi hanno visto tutto questo non volevano crederci. Pensi che qualcuno dei vicini non sapeva nemmeno che ci fosse una piscina ricavata sul terrazzo dell’appartamento e che occupava il tetto del palazzo.

Michel l’aveva spinto fino oltre la vetrata aperta, tenendolo con la mano chiusa intorno al suo avambraccio destro, stretto come una ganascia da infrazione stradale intorno a una ruota.

Nel varcare la soglia e messo piede sul terrazzo, sentirono i rumori della città colpirli violentemente. Motori delle auto, tram, clacson e sirene spiegate lungo i viali, arrivavano tutti insieme all’orecchio, come qualcosa di solido e pesante lanciato senza freni lungo un binario e impossibile da arrestare.

― Antirumore, anche…

― Cosa?

― I vetri. ― Lo apostrofò facendo una smorfia e indicando l’ampia portafinestra alle loro spalle. ― Sono insonorizzati. Il normale sottofondo del caos cittadino non è nulla, ― continuò il commissario alzando la voce, ― se ci stai immerso dentro, ma così, invece, percepito tutto in una volta, è come un pugno sui timpani. ― E per calcare il concetto si portò le mani a mo’ di cuffia alle orecchie. ― Poi, ci si abitua. ― Fecero qualche passo ancora verso la superficie d’acqua. ― L’avete trovata così, vero? ― Riprese Banti cambiando repentinamente discorso e rivolgendosi a lui finalmente in modo diretto.

Poco distante, rivide i due della scientifica entrambi accovacciati su qualcosa di invisibile. I trolley chiusi. Le valigette al loro fianco invece aperte. Da dentro fuoriuscivano dei piani disposti su più livelli e fittamente popolati di oggetti colorati e cassetti aperti contenenti altri piccoli oggetti colorati che ricordavano l’attrezzatura di un pescatore alla mosca.

― Sì ― gli rispose convinto. ― Così come la vede.

Un altro flash illuminò la terrazza, la piscina e investì tutti loro allo stesso modo del frastuono del traffico. Il fotografo era arrivato sul terrazzo e stava prendendo delle immagini della piscina da varie angolazioni. Intorno c’era un odore di cloro che prendeva al naso e che l’aria stagnante cittadina non riusciva a disperdere.

Il corpo della ragazza galleggiava a faccia in giù sullo specchio d’acqua. Aveva le gambe larghe e le braccia aperte, come se si fosse gettata a capofitto da un aereo con l’intento preciso di centrare quella vasca azzurra e battere qualche record.

La massa dei capelli scuri era compostamente sparpagliata a raggiera intorno alla testa. Perfetti come se l’acqua li avesse pettinati per presentarli meglio.

Sembrava qualcosa di finto. Artificiale. Un manichino buttato in acqua per una qualche dimostrazione e lasciato lì ad aspettare, mentre tutti gli altri si affaccendavano intorno.

Flash. Una, due, tre volte ancora.

Indossava una minigonna nera di tessuto lucido, e portava una maglietta bianca che mostrava molte lacerazioni e buchi contornati di scuro. In mezzo alle spalle era visibile un riquadro nero con stampato nel mezzo D&G in oro.

Le scarpe, delle ballerine, anch’esse scure, galleggiavano con la suola rivolta all’insù, a parecchi metri una dall’altra.

― Niente borsa, anelli e orologio. ― Riprese Banti come recitasse una tiritera a memoria. ― Le hanno tolto tutto. Forse qualcuno non voleva che la riconoscessimo in fretta. Potrebbe essere un espediente per prendere tempo e guadagnare qualche ora di vantaggio.

― Commissario Banti all’ingresso ― chiamò una voce proveniente dal salone.

― Vado dentro… Come ha detto che si chiama?

― Non l’ho detto… Metz, Stefano Metz.

Il commissario, ascoltando il suo nome, ristette un secondo. Gli puntò il dito e sul volto gli apparve un’espressione chiara di chi finalmente ha ricordato qualcosa.

Lo aveva riconosciuto.

― Va bene signor Metz non si muova. Poi dobbiamo parlare… dobbiamo parlare ― ripeté ancora meccanicamente.

Appena rimase solo, Stefano posò lo sguardo su quel corpo che sembrava appoggiato sull’acqua. Senza peso apparente. Le guardava le dita delle mano sinistra, perché erano visibili le tracce bianche degli anelli sulla pelle abbronzata. Dovevano essere di tutte le forme, s’immaginò. All’anulare ne portava due, al medio tre e uno anche al pollice.

Sulla spalla sinistra, sotto la maglietta stracciata, era visibile un tatuaggio floreale dai molti colori. Rosso e giallo per i fiori e verde per il gambo intrecciato. Quello non avevano potuto strapparlo via.

Distolse un momento lo sguardo. Vicino al bordo della piscina vide un bicchiere. Era sporco, come se fosse lì da molto tempo. Era stato certamente fotografato e contrassegnato ma, a una trentina di centimetri più a sinistra notò che c’era qualcosa. Un’ombra. Un’imperfezione. Si chinò. Era di colore grigio e poteva tranquillamente confondersi con il pavimento di granito che circondava la vasca. Forse non lo avevano notato.

Due addetti sopraggiunti da poco, probabilmente dell’Istituto di medicina legale, stavano tirando il corpo a riva e gli sguardi erano tutti rivolti verso di loro. Anche i due in tuta bianca della Scientifica aspettavano in piedi poco discosti.

Un po’ più in là, verso l’ingresso della vetrata, vide il commissario Banti che parlottava con un signore munito di valigetta di pelle stretta in una mano. Probabilmente il medico. Con un occhio, però, curava l’attività che si stava svolgendo intorno alla piscina.

Ancora flash. Nessuno lo stava guardando.

Raccolse l’oggetto. Anzi, il piccolo frammento di carta.

Continuò a osservarlo, e rigirarselo tra le mani, come se vedesse attraverso un microscopio un batterio sconosciuto.  Era un pezzo di una fotografia. Ingiallito dal tempo o per il sole. Vi era raffigurata, in bianco e nero, una nuvola. Un pezzo di nuvola. Al di sotto, la parte superiore della facciata di un palazzo. Forse d’epoca. Almeno l’architettura pareva dire così.

Vi si potevano notare le finestre dell’ultimo e del penultimo piano. Appena sotto, si intravedeva un altro piano. Adornato di un lungo balcone centrale, ma non era possibile scorgere di più perché la foto era stata tagliata a quell’altezza. Indubbiamente si trattava dell’angolo superiore destro di una fotografia con il bordo irregolare. Frastagliato.

Sul retro bianco si leggeva una parte di scritta. Si trattava della porzione di un timbro. Di quelli che una volta i fotografi apponevano sulla faccia posteriore delle foto per farsi pubblicità: “…grafia Uberti via Pre…”. Finiva lì.

Lo rimise a terra così come lo aveva trovato, nella stessa posizione, e si alzò in piedi.

Banti stava congedandosi dal medico. Parlottarono ancora qualche decina di secondi. Lo sguardo rivolto verso due incaricati dell’Istituto di medicina legale intenti a issare il cadavere sul bordo della piscina.

Metz ne approfittò per guardare in basso. Il pezzo di fotografia non c’era più. Forse un calcio, una folata di vento…

Il medico comunque annuì quasi a confermare qualcosa e si avviò verso la porzione di pavimento dove era stato adagiato il cadavere.

Stava lì adesso. La testa buttata di lato. I capelli a coprirle il volto. Gli abiti che sembravano svuotati del contenuto, mentre tutt’attorno, sul granito, si era creata una vasta pozza d’acqua che andava allargandosi sempre più.

Uno degli addetti, in piedi sul bordo della piscina, con un retino, ripescava le scarpe.

Il medico poggiò la valigetta lontano dalla pozzanghera. Ne trasse qualcosa che riconobbe come dei guanti di lattice e si avvicinò al corpo. Metz notò che indossava una camicia bianca e pantaloni militari. Ai piedi aveva delle All Star grigie che affondarono per metà nell’acqua. Non sembrò curarsene. Si chinò sul cadavere mentre si infilava i guanti.  

Guardò verso l’alto il cielo che andava oscurandosi sempre più per via del tramonto. Sopra il palazzo non c’era una nuvola. Lo fece più per purificare momentaneamente la vista che per osservare qualcosa in particolare. 

“Chi sei tu per me? Mentre calpesto il tuo corpo?”

 Un colpo. Lo schizzo di sangue imbratta il muro. Anche sul pavimento. Delle cartoline sparse per terra: “Un bacio da Genova. La tua amica Lily…” Ancora una volta le urla tagliano il buio di luci elettriche e condensa umida sui muri. Sangue sul pavimento, la borsa aperta, il contenuto vomitato fuori sull’impiantito ocra, una volta lucido. Odore di lysoform che entra nel naso. Ancora un colpo, non c’è nessuno. Ma quanti sono dentro questo odore di formalina e morti in bottiglia? Corpi esposti alle fotovoltaiche. Luci d’emergenza ogni dieci metri. Non ci possono vedere. E alle pareti tanti riquadri di cartone con degli esseri scheletrici raffigurati sopra. E non riesco a vederli tutti.

Una cartina appesa dove l’Italia confina con una Jugoslavia che non c’è più.

Nessuno parlava. Qualcuno imbarazzato guardava verso il basso. Michel Banti teneva stretto il cellulare tra le mani giunte come a chiedere che non squillasse proprio adesso. Ora il patologo stava rigirando il corpo. Il viso era distrutto. Così come il collo e parte delle braccia. Sangue raggrumato si era depositato sopra quanto rimaneva del volto e dei lineamenti, ormai irriconoscibili. I capelli bagnati e sporchi si erano raccolti insieme e ricadevano lungo la spalla sinistra.

I gesti erano quelli di una deposizione dalla croce. Sorretto per le braccia il corpo ricadeva verso il basso disarticolato, seguendo solo il peso e gocciolando acqua scura. Il medico, con le braccia aperte a proteggerlo, l’aiutava ad adagiarsi sul pavimento. 

“Chi sei tu per me, mentre ti schiaccio con il mio peso e sento le ossa spezzarsi?”

Tosse che si mischia all’umidità della notte che ora non c’è più. Dov’è la notte? Ma non riesco a ricordare dentro questo gorgo di scarpe nere e urla di “ti prendo… non scappare…”

L’esame autoptico continuava. I due inservienti avevano intanto adagiato a terra, lì in fianco, un sacco nero con cerniera.

Il medico ora era chinato e solleva delicatamente verso di sé il corpo. La guardava attentamente dentro quella cavità scura che era ciò che rimaneva del volto. Visti così erano solo un contorno di un uomo di spalle che regge una donna con le braccia rilasciate verso terra. Senza forza. Una Pietà silenziosa alla luce delle fotovoltaiche e dell’implacabile flash.

“Chi sei tu per me? Trascino questo cranio per i capelli giù per le scale e sento i denti che si spezzano contro gli spigoli dei gradini lasciandosi dietro una scia di sangue e materia umida. Bianca.”

 Ancora ricordi, che si perdono, uno dopo l’altro, ineluttabilmente, sotto i colpi secchi di una spranga. Ragazze sorridenti tenute insieme per la vita. È una festa di laurea. Al mare con tanta sabbia e musica nelle orecchie fino a notte tarda. Siamo state alzate fino a notte inoltrata.

Era prima del buio quando ridevo contenta? Forse mille anni prima. Prima di questi colpi sul mio corpo senza dolore. Perché non sento dolore? Mentre mi trascinano lungo questa scala dove sbatto contro gli spigoli, non sento dolore. Anche le mie costole sono rotte.

Dov’ero cinque minuti fa? Quando tutto questo non c’era? Dov’ero quando il tempo non si era accelerato fino a farmi scoprire da questa figura nera? Sono come una meteora impazzita lanciata giù per le scale e non so contare. Non c’è il tempo. Uno, due… e mi cola una scia lunga di un liquido appiccicaticcio che mi imbratta il corpo. Sei tu? Ancora mi tocca sentire l’eco di grida per le scale, per i piani. “Mamma! Mamma!…” e non c’è nessuno con me. Non mi conforta nulla. Solo il braccio mi protegge il fianco, come uno scudo primitivo contro le suole chiodate incastonate di stelle fumanti riverberate dalle luci al neon.

In alto un omino disegnato che corre alla svelta; illuminato in controluce dal neon: “L’Uscita più vicina”.

Tutto finito. I presenti potevano tirare un sospiro e rovesciare fuori l’aria viziata che si era fermata nei polmoni nell’attesa. L’istante sospeso era terminato nel momento che due infermieri avevano chiuso la cerniera del sacco nero di plastica e il corpo era sparito dalla vista spinto via su una barella scura con la vernice scrostata in più punti.

Intorno alla terrazza Milano si estendeva uniforme. Un’enorme distesa di tetti rossi e antenne. Quel palazzo di quattordici piani, in zona quartiere Isola, era uno dei più alti e intorno le case sembravano un piccolo paese di campagna visto dall’alto.

Solo poco più distante, verso est, si poteva notare lo skyline dei grattacieli costruiti intorno alla Stazione Garibaldi. Il più alto il Cesar Pelli. Sormontato da un’antenna di ottantacinque metri di forma elicoidale che spinge la struttura a un’altezza di oltre duecento metri. Adornata come una regina delle nevi di luci d’ingombro intermittenti per segnalarne la presenza agli elicotteri e ai piccoli aerei.

Il tramonto si rifletteva completamente contro quella diga di vetro e cemento dando la sensazione di guardare delle gigantesche strutture di metallo fuso pronte a svaporare come miraggi.

Il terrazzo dov’erano era stato illuminato a giorno da una luce bianca, artificiale, risultato di tutti i fari alogeni e lampade al sodio che erano stati sistemati dalla polizia e dalla Scientifica per rischiarare la scena.

Visti da un aereo dovevano sembrare la pista d’atterraggio di Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma molto meno festosa di quella del film. E qui gli alieni non sarebbero venuti a fare una visita di cortesia.

Intanto Milano si avviava verso la sera. Erano quasi le nove. Il tramonto di fine luglio si prolungava indefinitamente bruciando i tetti delle case e liquefacendosi sui muri dei piani alti. Mentre quattordici piani più in basso le strade erano già in ombra. Quasi buie e illuminate dai lampioni. Un contrasto così forte che gli sembrò di vivere all’interno di un quadro di Magritte.

I rumori delle auto e dei tram, che correvano più sotto, arrivavano compatti. Un unico sottofondo scuro, basso, che ovattava le orecchie, anche se adesso era in parte disperso da un leggero vento che si era alzato da poco.

― Per me può andare a casa ― disse una voce dietro le spalle. Era il commissario Banti che, mentre lo congedava, lo distoglieva intanto dai suoi pensieri. ― Per stasera basta è stata dura per tutti. L’aspetto domani in commissariato per la deposizione.

Stefano annuì e notò, prima di andarsene da quel terrazzo, che ora le enormi vetrate dei grattacieli erano grigie. Quasi nere.

Il sole alle sue spalle spariva velocemente dietro le ultime file di nuvole grigiastre all’orizzonte, mentre interminabili successioni di tubi al neon si stavano accendendo ordinatamente, una dopo l’altra passandosi quell’unica informazione. Alla stregua di stolidi neuroni incapaci di sentire alcunché. Comandati da un timer nascosto in qualche armadio di metallo. Riportando la luce. Un ufficio dopo l’altro, fra quelli che non chiudono mai.

Quei tubi luminosi gli diedero l’impressione di organismi intermittenti di colore verdastro. Dotati di vita propria e di un’intelligenza elementare, che lentamente si stavano svegliando dopo un lungo riposo.

L’unico compito ricevuto era di illuminare cavi, schermi e telefoni che intanto squillavano, senza posa, al di sopra del frastuono del traffico e delle loro vite.

II

Svegliarsi, dopo un sabato sera che si è protratto fino all’alba, è difficile. Era stata la prima volta che si era concesso un’uscita dopo quella sera di fine luglio, quando aveva ritrovato il corpo di quella ragazza. Solo qualche amico. Una pizza, un po’ di alcol e molte chiacchiere. Nessuna domanda.

Quella domenica era la prima di settembre. Il due, ed era anche un po’ più difficile da affrontare delle ultime, perché ogni cosa nell’appartamento chiedeva di essere pulito. Non proprio tutto: i pavimenti, il bagno, la cucina e la cesta del bucato. Basta.

Aveva pure dimenticato di registrare un film che davano, durante la notte, in uno dei tanti canali digitali. Fire of coscience di Dante Lam. Lo inseguiva tra i canali da mesi. Niente. Dimenticato. Chissà quando ripassa. E per quanto la sua vocina interiore dicesse: “Alzati è tardi… devi pulire un po’…”, il corpo si rifiutava di reagire e rimaneva lì immobile. “Non puoi più permetterti la signora delle pulizie come una volta… fino a che non trovi un lavoro stabile…”, il loop si interruppe. Si alzò. 

Forse la sua vocina aveva ragione. Ma tutti dicevano ormai che il posto fisso non c’è più. Flessibilità. E lui era flessibile. Giornalista soprattutto, ma anche fotografo e blogger.

Opinionista, per qualsiasi argomento. Era da poco riuscito a intrufolarsi in un gruppo di ricerche di mercato, di quelli che in gergo si chiamano focus group, come soggetto intervistato su qualsiasi argomento. Si era dichiarato a favore della chiusura del centro storico al traffico. Caldeggiò l’uso dei cibi biologici a scuola, ma anche l’affiancamento con cibo etnico.

Da quella attività guadagnava un po’ di buoni benzina che lo aiutavano, ogni mese, a soddisfare la sete della sua Mazda MX–5, true red. Sommando tutti i lavori però non se la passava male. Non aveva bisogno di molto e fino a quel momento se l’era cavata. Anzi, proprio ora stava curando la comunicazione web di una importante agenzia turistica che stava aprendo dei villaggi vacanza nel mar Rosso e, contemporaneamente, fotografava delle chiese per un sito Internet intitolato ai luoghi di culto.

Il giornalismo con la G maiuscola era stato accantonato da un paio di mesi, da fine giugno per la precisione, e sarebbe andato avanti così ancora per un altro po’, ma per ora a questo cercava di non pensare.

Era estate e poteva mettersi sulla sua spider, aprire la capotte e dirigersi verso qualche paesetto delle valli bergamasche piuttosto che della Bassa mantovana. Luoghi che da Milano distano solo un’ora, o poco più, di auto. Fotografare qualche chiesa. Stare al bar e discorrere con i clienti. In ogni caso conoscere il parroco e fare conversazione, che poi si trasformava in un’intervista. “Cosa vuole che le dica. Soldi non ce n’è e con la crisi la gente dona poco. Ma lo stesso, il mese scorso, sono riuscito a riparare i pali delle porte e adesso, la domenica, i ragazzi usano il campo e fanno la loro partita.”

Questo era perlopiù il tono delle chiacchierate e lui, quel lavoro, l’aveva preso come una vacanza forzata dal giornalismo e per ora seguiva l’onda senza lamentarsi.

Comunque, stare fuori all’aperto, visitare piccoli borghi, conoscere i parroci, vedere le persone, non gli dispiaceva. E poi con la macchina fotografica al seguito poteva occuparsi del suo secondo lavoro e scattare delle foto con tutta la libertà che voleva. Se stava attento poteva collezionare anche qualche buona immagine che poi avrebbe potuto rivendere a qualche rivista.

Intanto il Sito delle chiese gliele commissionava e le comprava.

Un giorno di metà giugno scorso era arrivato a Brignano, un piccolo paese vicino a Treviglio e all’Adda. Il parroco, don Renzo Appiani, lo accolse come se fosse arrivato un inviato dell’Espresso e lo fece entrare in canonica. Gli offrì il caffè e cominciarono a discorrere della vita in parrocchia, dei fedeli, della scelta della povertà e la sua storia individuale. Di come era arrivato fresco di seminario anni prima. Quest’anno, gli confermò, i fedeli lo avrebbero festeggiato per i primi venticinque anni di sacerdozio. Era contento, quasi commosso.

Poi, così come la conversazione si era indirizzata sui binari della cordialità, il tono s’incupì. Qualcosa era cambiato. Lo sguardo di don Renzo era più intenso e penetrante. La bonarietà aveva lasciato posto a una compunta serietà.

― Voglio mostrarle qualcosa. ― Gli buttò lì all’improvviso. ― Venga, mi segua.

Stefano lo seguì incuriosito da questo cambio di programma. Attraversarono lunghi corridoi semibui e freddi. Nonostante fuori fosse estate e il termometro segnasse venticinque gradi, lungo quei corridoi la temperatura non superava i sedici. Ogni tanto un grosso armadio occupava più di metà dello spazio obbligando chi camminava a passarci intorno.

Grossi e pesanti mobili di legno scuro, ormai opaco, con due ante e un grosso fregio in cima, proprio in corrispondenza della metà. Il tempo rimasto intrappolato dentro l’armadio non era lo stesso che stavano attraversando loro. Percepì come davanti a loro si aprisse una specie di bolla temporale che riallineava il loro tempo al luogo dov’erano, ma era solo un fenomeno momentaneo. Dietro le loro spalle il passato aveva il sopravvento e si richiudeva ostinato.

I fregi raffiguravano sempre simboli diversi, una sfera fasciata, un uccello, una croce e del pane.

― Sono i simboli delle famiglie che li hanno donati in passato. ― Chiarì don Renzo. ― Un’usanza di secoli fa che ora s’è persa. Vuoi la secolarizzazione, vuoi la crisi ― e glielo disse come se recitasse una filastrocca per bambini che conosceva a memoria. ― Aggiungici la modernità… ― E tutto questo lo sciorinò mentre a passo lento si dirigeva verso una porta in fondo al corridoio. Stefano non commentò. Si fermarono, per un attimo, davanti a un’enorme porta di legno, anch’essa scura come gli armadi e consumata dal tempo. Sopra non campeggiava nessun fregio.

Entrarono così in una larga stanza dalle pareti bianche. Minimalista, l’avrebbe definita qualcuno. Fredda di un freddo che aderisce al corpo. Dove il tempo è affetto da lentezza. Una stanza rettangolare con una larga finestra, su uno dei lati più lunghi, riquadrata da una inferriata di ferro. Sul lato opposto invece, era stato sistemato un altro enorme armadio, simile a quelli incontrati lungo i corridoi, ma più grande. Sempre a due ante e con una grossa decorazione a croce sopra. Non era stato donato da nessuna famiglia facoltosa. Questo era stato commissionato con il denaro della chiesa.

Don Renzo aprì le ante che cigolarono un po’ sui cardini.

― Guardi qui. Questo non l’ha visto praticamente nessuno.

Disposti su una serie di ripiani stavano tre busti in argento. Di prelati. Almeno così sembravano, perché l’argento era intarsiato a imitare una veste talare. Sopra le teste, sempre in argento, erano state sistemate delle mitre, anch’esse lavorate finemente a cesello ma, unico dettaglio fuori posto, le teste non erano di cera, erano dei teschi. Veri e di un colore grigiastro. Il primo a sinistra notò che aveva la mascella scomposta e al posto degli incisivi superiori e inferiori c’era un buco, come se avesse ricevuto da vivo una badilata sulla bocca.

― Sono santi ― disse don Renzo. ― Per la precisione delle reliquie di santi. Quello che sta osservando è del cardinale Cesare Baronio.

Stefano era esterrefatto. Non aveva mai visto niente di simile. Intorno ai tre busti stavano decine di quadretti di varie dimensioni.

― Guardi qui. ― Don Renzo prese un quadretto e glielo porse.  ― Questo è un osso di uno dei martiri di Alessandria durante il regno dell’imperatore Costanzo. Circa il 339 dC.

Stefano osservò il quadretto dalla cornice sbalzata. Al centro stava un pezzetto di osso montato nell’oro come un ciondolo, e intorno una serie di cartigli in latino. Forse qualcuno per un po’ lo aveva portato al collo poi era stato messo nel quadro. Sul retro, un complicato sigillo di ceralacca rossa, tratteneva degli spaghi incrociati.

― Sono per evitare che qualcuno lo apra o peggio, lo falsifichi. ― Gli spiegò mormorando con rispetto come se le ossa volessero dell’attenzione. ― San Giorgio martire, di Lydda. Quello del drago. È morto in Palestina nel 303… ― Don Renzo gli porse un altro quadretto. ― Un ginocchio… ― Si fermò.  ― Un pezzo, s’intende. ― Ci pensò su un attimo poi di fronte al suo silenzio glielo indicò. ― Santa Agnese martire. ― Aggiunse pensando forse che il chiarimento servisse.

Il quadretto era molto simile all’altro, ma quello che colpiva qui è che si potevano notare anche delle cartilagini rinsecchite. Il reperto era molto piccolo. Quasi una scheggia di osso. ― Sa, è morta molto giovane. ― Chiarì il parroco giustificando forse le dimensioni. ― Dodici, tredici anni. Fu martirizzata con il taglio della gola. Poverina.

C’erano reliquie di ogni dimensione. Da schegge di osso grandi come una lenticchia a intere mani. Adagiate sul velluto rosso e inserite dentro cornici di ogni forma, ovali, tonde, rettangolari. Le ossa erano di solito montate in oro oppure argento e circondate da cartigli in pergamena animale o scritte su lembi di stoffa rigorosamente in latino. Certamente vergate a mano, forse da qualche amanuense. E don Renzo, negli anni, le aveva collezionate andando a cercarle nelle case, sui mercatini o nelle chiese vicine.

― Ho molti martiri della Chiesa e molti santi. ― Riprese e lo sguardo era rivolto verso il piccolo quadretto con cornice che teneva ora tra le mani e che gli porgeva. ― San Sebastiano…

― Chi?

― Un frammento della tibia di san Sebastiano. Lo stesso raffigurato nel quadro di Andrea Mantegna. Ho fatto delle ricerche insieme a un parrocchiano medico e abbiamo confrontato il pezzo con il quadro. La posizione è la stessa. ― E indicò convinto il frammento d’osso dietro il vetro. ― Il segmento corrisponde.

Stefano tra le mani teneva il quadretto e guardava quel pezzo di tibia scheggiato pensando che dovesse essere una follia.

― Vede l’incisione come è perfetta? ― Continuò don Renzo infervorato. ― È sicuramente di una freccia, su questo non ci sono dubbi. Nell’incavo sono visibili dei resti di particelle di ferro, ma il quadretto non si può aprire, purtroppo. Comunque la forma dell’incisione corrisponde.

Stefano adesso lo guardava incredulo.

― Lo so cosa sta pensando… ― Riprese il parroco con tono paternalistico. ― Fa il giornalista. È uno scettico. Sta pensando che don Renzo è andato via di testa e insegue delle favole. ― E roteò un dito vicino alla tempia per rafforzare il concetto. ― Che un po’ c’è e un po’ ci fa. Ma non è così. San Sebastiano è stato martirizzato con delle frecce dai soldati romani. Legato a una colonna e trafitto dalle frecce fino alla morte e tutto questo accadeva nel 288 dC e l’osso corrisponde. ― Ne era convinto.

― Non posso dubitarne. ― Replicò in tono prudente Stefano che adesso non vedeva l’ora di lasciare quella stanza. E come sempre gli succedeva in certe situazioni spostò la sua attenzione su altro. Come a scaricare la tensione accumulata maneggiando ossa umane.

Notò che dalla finestra si poteva vedere la facciata di un palazzo posto a una quindicina di metri di distanza. E che da quella visuale era possibile guardare, attraverso le finestre e i balconi, nelle case di almeno una decina di famiglie. Si chiese quante ore un uomo, ossessionato dalle sue reliquie, poteva passare dietro quella finestra e cosa vi avrebbe visto. Forse vite normali. Cene con i figli. Un film alla televisione o dei coniugi che litigano. Dei fidanzati che approfittano della casa vuota per esplorare un po’ il sesso. Forse qualche ragazza in désabillé che gira per casa con il telefono in mano…

Adesso don Renzo lo stava fissando. Con la reliquia in mano lo osservava e seguiva il suo sguardo rivolto alla finestra. Forse indovinò i suoi pensieri perché richiuse in fretta l’armadio e lo trascinò letteralmente fuori fino alla canonica che, adesso, gli sembrò più vicina che all’andata.

Il parroco tornò tranquillo e pacioso come durante il primo incontro. La trasformazione avvenne proprio sotto i suoi occhi. Stefano vide le rughe stirarsi, i muscoli facciali ritrovare la loro sede naturale e le dita delle mani tornare dritte e affusolate come prima.

― Scriva di come ha trovato la chiesa, ― disse il prete senza prendere fiato, i gomiti appoggiati sul lungo tavolo della canonica, ― e soprattutto accenni alla meravigliosa piazza dove ci affacciamo.

― Sarà mia premura. ― Replicò Stefano, ma la voce era meno ferma di quanto avrebbe voluto.

Lasciò quella chiesa e il suo parroco velocemente. Lungo la strada del ritorno sporse fuori la testa dal lato della guida per sentire meglio l’aria fresca colpirgli il viso.

Stefano si alzò dal letto. Accese la televisione e si sintonizzò su RaiNews24 per garantirsi della compagnia e ascoltare qualche notizia.

Passò la scopa elettrica in ogni angolo della casa. Non si fermò più fino a quando ogni stanza non fu liberata dalla polvere. Si preoccupò del bagno. “Ma quando mi ricapita” pensò tra sé. Ma non importava, si era alzato con lo spirito giusto e il resto della mattina continuò con le faccende. Liberò la lavatrice e stese le cose sul balcone. Aveva sentito un venticello caldo, ma leggero, che prometteva di asciugare tutto in breve tempo. Qualcuno dei vicini aveva fatto la stessa cosa perché una lunga fila di panni era visibile anche su altri balconi.

Il notiziario era già stato replicato almeno quattro volte, ma non l’aveva ascoltato.

Quando finalmente ebbe finito si buttò sul divano e si concentrò sulle notizie. “…Ritrovato lo splendido e ricchissimo archivio fotografico dello Studio Marchegiani Travaglia. Si credeva fosse andato perduto durante l’alluvione del 4 novembre scorso a Genova, ma le ricerche, in uno scantinato, hanno riportato alla luce intatti i numerosi scatoloni che raccoglievano il vasto patrimonio di immagini…”

Non reagì all’informazione che andò a sistemarsi, tranquilla, da qualche parte nella sua memoria, come un gatto sazio che si lecca con gusto prima di addormentarsi.

Si ritrovò come ipnotizzato a fissare lo schermo, ma senza vederlo davvero. La mente viaggiava ovunque tranne che lì. Era al mare, poi in montagna. Stava guadagnando molti soldi… Dal mobile lo guardava la sua Nikon come se volesse ammonirlo di qualcosa e spingerlo a distogliersi da quella sua apatia.

Prese la decisione: “Questo pomeriggio andrò a fare fotografie al mercatino dell’antiquariato alla Darsena, sui Navigli.” La giornata di inizio settembre era perfetta. Non troppo calda e soprattutto miracolosamente senza afa.

Bancarelle, gente, vestiti dismessi e fuori moda, vintage. Turisti fuori posto pronti ad acquistare a centinaia di euro qualche ceramica a forma di cerbiatto accovacciato, di quelli che Stefano aveva visto da bambino in casa di un’anziana zia.

L’aveva appoggiato sopra la televisione a tubo catodico come se dormisse sicuro che non ci fossero cacciatori in giro. “Per bellezza”, diceva con convinzione la zia, ma già allora evitava quell’oggetto che emanava un continuo senso di tenerezza stucchevole.

Non ci sarebbe andato per lavoro. Era un modo come un altro per stare tra la gente. E per finire a patatine e birra in qualche locale con i tavolini fuori.

Era pronto. Mangiò qualcosa di leggero e poi uscì. Si avviò a piedi. La Darsena distava un quarto d’ora da casa sua.

Camminava sulla parte in ombra della strada e la cosa che lo colpì di più furono gli odori. Ciò che a ogni metro si poteva percepire arrivare da ogni direzione. Era sufficiente transitare davanti a un portone aperto per essere colpiti da una massa d’aria estranea. Ricca di odori di altre abitazioni. Cose da mangiare, legno o pannolini per bambini.

Dalle finestre arrotondate, con grata, all’altezza dei piedi arrivava un’aria più fresca, immobile, pregna di emanazioni di cantina. Di muffa e ragnatele nere e spesse negli angoli. Qualcosa di misto a grasso per le catene delle biciclette e vecchie coperte.

Immaginò il tempo immobilizzato in quelle cantine dentro vecchie scatole o vecchi bauli. In fotografie d’altri tempi raffiguranti persone ormai obliate e perdute dentro le storie di qualche vecchia parente che ancora le cita, ma dai lineamenti appena accennati e sbiaditi nel racconto.

Passeggiò lungo viale Gorizia fino all’angolo con via Vigevano dove vide una bella casa d’epoca, dove aveva sede una galleria d’arte underground e mescita di aperitivi biologici. C’era stato qualche volta, ma non capiva se la sua età era troppo avanzata per frequentare certi ambienti, o troppo indietro. Si trovava in quel guado dei trentacinque anni dove sei troppo vecchio per fare le vacanze in tenda o andare in discoteca, ma troppo giovane per comprarti una station wagon o un paio di scarpe inglesi. Di quelle che costano come una buona TV quaranta pollici a led.

La folla che si attardava sul ponte appoggiata al parapetto di sasso fu il primo segnale. Il mercatino spuntò oltre l’angolo con il Naviglio grande e la Ripa di Porta Ticinese. Questo gli piaceva della sua zona. Non abitava proprio sul Naviglio, se mai stava tra viale Papiniano e piazza Solari, ma in una decina di minuti a piedi era in grado di lasciare la dimensione cittadina e immergersi in un altro mondo. La Darsena.

Era lì dal 1603, cominciata dagli spagnoli. Per molto tempo era stato uno dei maggiori porti d’Italia nonostante fosse molto distante dal mare. Un’Amburgo di pianura.

Mentre era intento in queste riflessioni fotografò delle anatre che nuotavano lentamente, in fila, lasciando sull’acqua una lunga scia a V dalla consistenza quasi solida, che andava allargandosi in piccole onde fino a toccare le sponde del bacino alterando e distorcendo l’immagine perfetta delle case che vi si specchiavano.  

Nella Darsena di Milano le grosse navi non ci potevano proprio stare. Forse qualche barchetta, motoscafo, il battello per turisti tutt’al più.

Lungo la Darsena e i Navigli potevano solo navigare lenti barconi bassi e lunghi, che attendono presso le chiuse leonardesche che l’acqua si livelli e che permetta il passaggio. Un’economia lenta. Fatta più di rapporti che di scambi. Di spostamenti che di mete. Carichi di sabbia o merci ingombranti, con le biciclette legate alle murate perché una volta arrivati nel porto di destinazione ci si deve pur muovere anche solo per andare in trattoria, in chiesa o a fare provviste.

Ma queste erano solo sue fantasie. Nella Darsena di oggi non naviga quasi nessuno. Tanto meno delle barche vi attraccano con regolarità per poi andarsene altrove. Nessun uomo barbuto dal carattere scontroso e riservato abita su chiatte ormeggiate come avviene ad Amsterdam o lungo i canali della Senna. Ormai lo specchio d’acqua cittadino serve quasi esclusivamente come cornice alla movida milanese e alle anatre cocciute che vi fanno ancora il nido.

La prima bancarella vendeva delle stampe antiche. Scattò qualche foto. La gente occupava ogni centimetro libero. Non tutti compravano, la maggior parte curiosava e passava il tempo dicendo che quell’oggetto ce l’aveva sua nonna oppure che un mobile del genere l’aveva buttato via molti anni prima.

Stefano intanto fotografava la folla lenta. I volti. Inquadrò delle persone che studiavano dei vassoi d’argento appoggiati sopra un panno rosso cardinalizio, scrutandoli da vicino. Gli sguardi concentrati sugli articoli esposti. Vedeva il ricordo che affiorava tra una ruga e l’altra. Una per sostenere gli occhiali sulla fronte, l’altra per rammentare in quale casa avessero mai visto quell’anticaglia.

Prese a camminare controcorrente e si sentì come una fragile canoa che tenta di risalire una rapida impetuosa, ma era l’unico modo per guardare da vicino i volti e le espressioni.

Arrivò a un piccolo slargo dove le persone riuscivano a evitare il contatto fisico con gli altri. Il moto era più tranquillo. Una bancarella offriva lunghe teorie di abiti usati appesi a delle strutture fatte di tubi cromati. Erano abiti firmati, Chanel, Kenzo, Gucci… Forse venduti perché non più portabili. La proprietaria era ingrassata? Morta? Eredità? Troppo fuori moda?

Una ragazza entrò nel suo obiettivo. Bionda. Magra. Tipo modella. Probabilmente lo aveva visto fotografare e sorrise mentre si fasciava un abito di paillettes addosso. Si dondolava per cambiare continuamente posizione. Scattò delle foto. Cambiò abito. Un altro. Un sorriso. Abbassò anche la macchina per guardarla meglio. Lei continuava a osservarlo e sorridere come se non pensasse a nient’altro e fosse felice. Le fece delle altre foto. Poi, durante un’inquadratura, lo spazio fu attraversato all’improvviso da un braccio maschile con la mano tesa, ella l’afferrò ridendo come una bambina che sa di averla fatta grossa e scomparve dall’inquadratura lasciando un’eco solido nel vuoto. Perduta nella folla. Abbassò la macchina e fece scorrere le foto sullo schermo. Erano venute bene. Arrivò ai primi piani. “Molto carina, non c’é dubbio.”

Ognuno era tornato nel suo presente.

― Possiamo passare? ― una voce lo rubò ai suoi pensieri. Era una coppia sulla cinquantina che non riusciva a camminare perché Stefano ostruiva gran parte del marciapiede rimasto libero.

L’episodio con la ragazza e l’interruzione gli consigliarono di bere qualcosa. Si sedette all’aperto fuori da un bar. La folla sfiorava il bordo del tavolo di legno e si sentì come inglobato in quella massa, un organismo facente parte di un branco. Era una sensazione piacevole. Rassicurante. Lo attraversò un calore lungo il corpo, oppure era il sole di settembre… Davanti aveva un piatto di patatine fritte e una birra chiara alla spina.

― È un fotografo? ― chiese una voce alla sua destra. Veniva dal tavolino in fianco dove stava seduto un signore in età, sulla sessantina. Li dividevano, sì e no, un paio di metri. Non aveva niente da fare e come lui beveva qualcosa. Un Pernod. Lo aveva capito perché in fianco al bicchiere, contenente un liquido bianco che poteva confondersi con il latte, era disposta una piccola caraffa in vetro di acqua con ghiaccio. Già a metà.

― Anche. Ma non sempre ― rispose.

― Non è il suo lavoro?

― Ma, sì. Diciamo che è anche il mio lavoro. Ma faccio molte altre cose… Mi scusi mi presento, Stefano.

― Sandro ― rispose l’altro allungando la mano. Si incontrarono a metà strada. ― Ho conosciuto pochi Stefano nella vita. ― Scosse un po’ la testa quasi annuendo. Sembrava farsene una ragione. ― Però, ha detto, non fa il fotografo?

― No, faccio “anche” il fotografo.

L’altro lo guardava come si guarda una bicicletta usata. Cercando di capire quanto valesse veramente.

― Oggi lo chiamano multitasking ― disse Stefano trovandosi poco credibile mentre pronunciava quella parola. ― È un modo per indicare che una persona fa molte cose per vivere e ne cambia molte nella vita.

― E chi lo dice?

― Ma, non lo so. A me è arrivata così. La prima volta che l’ho sentita la pronunciava Clinton, o meglio, descriveva il concetto.

― Chi?

― L’ex presidente degli Stati Uniti.

― Quel Clinton…

― Sì, quel Clinton. Disse qualcosa circa al fatto che una persona doveva rassegnarsi a cambiare tre o più lavori nella vita e tutti diversi tra loro.

― Hmmm, la mia generazione, ― rispose Sandro dopo aver sorseggiato un po’ del liquido bianco, ― cambiava lavoro solo se l’azienda chiudeva o andava in fallimento, ma la maggior parte si ricollocava dai concorrenti. Finiva perciò a fare la medesima cosa di prima. Però peggio retribuito.

― Oggi fai più cose, hai più datori di lavoro, ma sei sempre “peggio retribuito”.

Sandro lo guardava. Doveva stargli simpatico quel tipo che dimostrava meno anni di quelli che aveva e che parlava di presidenti degli Stati Uniti che influiscono sulle nostre vite.

― Che altre cose fa? ― chiese incuriosito Sandro.

― Scrivo per qualche giornale. Collaborazioni fisse, anche se ora… ― Glissò. ― Scrivo per dei siti web, fotografo le chiese, ma anche le modelle…

― Le chiese?

― Sì, le chiese. Quelle cattoliche. Faccio foto di piccole chiese per un sito web e intervisto i parroci. Racconto la storia dell’edificio, chi l’ha costruito. Chi ha fatto le donazioni. Se ci sono dei quadri importanti o delle statue rare, oppure se si è sposato qualcuno di importante. Se ci hanno fatto dei funerali di attori. Cose così.

― Le piace?

― Mi piace. E poi devo viaggiare e questo mi piace di più.

― Be’, forse le modelle sono meglio?

― Sì, sono meglio ― confermò, dando l’idea che non ci aveva proprio pensato prima.

― Lei che ci fa sul Naviglio grande? ― chiese Stefano mentre afferrava la macchina fotografica. ― Il giorno del mercato dell’antiquariato? Ha qualcosa in contrario se la fotografo?

― No, niente in contrario.

― Ma non si metta in posa. Faccia quello che vuole.

― Ci abito.

― Abita qui? ― Scattò la prima foto del suo interlocutore.

― Ci abita, ma è una bella fortuna. Vista Naviglio?

― Sì, qui sopra. ― E indicò la parete scrostata del piano sopra di sé. Gliene scattò un’altra. Poi senza preavviso gli chiese: ― Da quanto fa… quello che fa? Ma sì tutte quelle cose. Come scrivere, fotografare…

― Da sempre. In pratica da quando ho l’età per lavorare. ― Stefano fece una pausa per infilare altri scatti. ― Anche quando studiavo ho sempre lavorato e guadagnato in questo modo. …Alla fine le redazioni ti conoscono da tanto di quel tempo che ti chiamano sempre. Lavoretti sul campo. Foto di mostre o inaugurazioni di locali alla moda. Qualche cantante famoso o che lo diventerà. Roba così. Ma ci si vive.

― Ha mai pensato di fare altro? ― Sandro lo guardava dritto. Notò che aveva uno sguardo attento. Fisso. Le iridi grigie risaltavano sulla pelle scura. Certamente per il sole preso. Occhi immobili e indagatori anche senza che ne avesse l’intenzione.

― No, non credo. Solo andarmene. Ma chi non lo pensa.

Continuarono a bere in silenzio. Una pausa si doveva pur fare. Degli sconosciuti si erano incontrati in un bar nemmeno un’ora prima e ora conversavano della vita e delle loro scelte. Uno fotografava l’altro. Forse il confine era stato superato troppo in fretta e si dovevano rimettere a posto le cose. Riprendere le misure.

― Mi piace, lo sa? ― Riprese Sandro con il tono di chi sta decretando la classifica di un concorso di bellezza. ― In genere non incontro molta gente come lei. ― Poi buttò giù un sorso, poi un altro. Senza girarsi fece un cenno alzando il braccio e il cameriere arrivò lesto con un altro bicchiere e un’altra piccola caraffa d’acqua e ghiaccio. ― Da quanto tempo siamo qui? ― Riprese.

― Ma, credo un’ora. Forse qualcosa di più.

― Ha mai notato come è strano il tempo? ― chiese Sandro puntandogli gli occhi addosso. ― Non passa mai allo stesso modo. Se viaggi in treno passa in un modo. Se qualcuno ti aspetta in fondo al viaggio, e a quel qualcuno ci tieni, ogni minuto è un’ora. Se stai facendo delle cose interessanti, invece, un’ora passa in un battito di ciglia.

― L’ho notato. ― Il tono sopra di qualche decibel, come per sottolineare che lo pensava davvero. ― Mi interessa molto. La mia fotografia, quella che faccio per me e non per lavoro, si basa sul tentare di fotografare il tempo racchiuso negli oggetti e nelle persone cercando di andare oltre… l’involucro. Ma è difficile.

Annuì dando l’idea che finalmente era arrivato dove voleva lui. ― Deve guardare i segnali. ― Lo interruppe con precipitazione. Sembrava un professore che ha capito che la risposta era molto fuori tema e non voleva continuasse oltre e rovinasse la media.

― I segnali?

― Sì, il tempo lascia i segni sulle cose e nel fisico. È peggio di un incidente stradale! Non tenti di usare il microscopio quando fotografa. Non serve. Deve guardare i segnali esteriori e interiori. Quanto il tempo, quello dei momenti difficili, si è accanito sul suo soggetto. Quanti lutti ha dovuto sopportare quella persona. Quante nottate in bianco ha trascorso perché qualche tarlo lo divorava. Quante malattie, disgrazie, gli si sono abbattute contro come piogge monsoniche sopra i raccolti… Non si invecchia, come pensano molti, tutti i giorni. No. ― Gesticolò in aria come un attore d’avanspettacolo che cerca di rimanere a tempo con le ballerine. ― Si invecchia a salti. Allo stesso modo di scendere una scala. I gradini non sono tutti uguali, però, certi sono lunghi ed è il momento quando tutto va bene e non si invecchia. Si mangia, si dorme, ci si sveglia. Si fa l’amore. E non si invecchia. Poi, invece, succede qualcosa. Perdi una persona. Passi una settimana all’ospedale, su una sedia senza dormire, e dopo quell’esperienza sei invecchiato di anni. In una sola settimana il tempo accumulato precedentemente, come fosse una riserva aurea, si spende tutto per tenerti in vita. E tutto si pareggia. Alla fine hai i tuoi anni. E il gradino è superato.

Rimase in silenzio ascoltando quell’uomo. L’espressione del viso di chi ha fatto una scoperta che avrebbe dovuto fare prima. Era facile. Gli elementi erano tutti lì sul tavolo bastava solo mettere insieme le tessere.

― Quando fotografa, ― continuò ― la prossima volta, guardi i segni. Si soffermi sugli occhi. Qualcuno ha detto che non invecchiano mai, chi lo sa se è vero? ― Sorrise, poi tornò subito serio. ― Gli occhi vedono. Guardano malgrado noi. Incamerano senza volerlo. Osservi dentro l’obiettivo quanto è storta la bocca di una persona. Quanto poco sorriso c’è passato sopra. Si chieda se quella curva delle labbra è diventata così a forza di ingoiare amaro, come un tubo di gomma costretto a rimanere piegato per anni e che non torna più dritto, oppure è l’esito di un ictus.

Fece una pausa e guardò oltre il tavolino. Le persone che passavano e che chiacchieravano amabilmente. Si era come formata una bolla intorno a loro. Un microcosmo dove il tempo davvero scorreva lentissimo. Era un ritmo tutto loro. Una sintonia. Un grande batterista che picchia gli ottavi tutti precisi su un piatto ride, uno dopo l’altro, mentre il sax lo ringrazia.

― Una volta. ― Riprese come niente. ― Conobbi un uomo che era stato in una casa di cura per otto anni. Era gravemente malato, ma in qualche modo ce l’aveva fatta. Ne era uscito. Be’, quello era convinto che fossero passati solo tre anni. Era stato tenuto costantemente sotto sedativi. Le terapie erano state lunghe e sfinenti e sono durate per otto anni. Ma per lui quegli otto anni erano passati in tre. Sapeva ovviamente in che anno eravamo, ma lo stesso cercava i giornali di cinque anni prima. Si informava sui film usciti. Le guerre o chi aveva vinto miss Italia. Voleva colmare il buco. A quel tizio mancavano cinque anni della sua vita e si crucciava per compensarli. Gli pareva di vivere da quel giorno e non nel presente dove eravamo. Anche se razionalmente sapeva di trovarsi cinque anni avanti.

― E i segni?

― Quello era il segno. ― Fece una pausa. ― Con quell’uomo il tempo aveva fatto un gran lavoro. Gli aveva tolto cinque anni di vita e glieli avevi restituiti tutti in una volta. Per colmare il baratro era condannato a viverne dieci e non arrivare mai al traguardo. Il mondo era andato avanti e quello era rimasto indietro. Soffriva molto perché cercava di capire ciò che non si può capire.

Rimasero in silenzio adesso. Forse il confine era stato superato un’altra volta. Troppo in là, anche per uno sconosciuto filosofo.

― Cosa fa nella vita ― chiese Stefano. ― Non mi ha detto niente di lei. Solo che vive qui sopra.

― Dipingo ― rispose l’altro terminando il liquido nel bicchiere. ― Eseguo nudi femminili su commissione ― e lo disse con la noncuranza di chi sta parlando delle previsioni del tempo.

― Be’, è un bel lavoro.

― Non mi lamento. ― Confermò Sandro guardandolo. ― Salga, le faccio vedere qualcosa.

Dovettero farsi largo tra le persone che affollavano ogni spazio vuoto. Salirono una scala che partiva da un piccolo portoncino che dava sulla Ripa e Stefano si sentì come un liceale che sale, di nascosto, in camera da un amico per dare una sbirciata alla sua collezione di giornaletti porno. Arrivarono a un piccolo pianerottolo con un portoncino di legno bianco sbiadito. Sembrava che la porta l’avessero staccata a una cabina di quelle che al mare si affittano presso i bagni privati. Lunghe assi giustapposte per il lungo separate da una piccola fessura riempita con dello stucco. Un’asse più grande, di traverso, nel mezzo per tenerle insieme. Sul campanello era scritto: “Studio Sandro Canceri”.

Entrarono. Stefano fu colpito da un odore di lucido da scarpe e solvente svaporato. Era come attraversare un invisibile muro caldo.

― Ho lasciato la finestra chiusa. ― Si giustificò.

Dopo un piccolo ingresso si apriva un largo salone adibito a studio. In giro, appoggiate a delle sedie stavano alcune tele coperte da panni e cavalletti ripiegati. Sembrava di vedere un documentario sulle vite dei pittori al capitolo: “Il loro angolo di lavoro”.

Lungo le pareti erano allineate altre tele, ma sempre nascoste da stracci sporchi. Un lungo tavolo correva sotto l’ampia e unica finestra, ingombro di ogni cosa, pennelli, colori, fogli di carta. Delle matite buttate come shanghai.

Sandro intanto aprì la finestra. Arrivarono così anche i rumori della strada sottostante. Il vocio delle persone intente a contrattare la merce e a scambiarsi impressioni. La vista era quanto di più caratteristico si potesse immaginare. Quasi da guida turistica. Una finestra con gli scuri verdi, un po’ scrostati, rivolta sul Naviglio grande. L’acqua che scorreva lenta pettinando le lunghe alghe verdi e tutt’intorno, sulla Ripa, le bancarelle stipate di  mobili antichi e vetrinette della nonna. Nemmeno una macchina in giro. Dabbasso una signora stava informandosi a voce alta circa un grosso vaso di ceramica. Il problema doveva essere il trasporto, mentre vicino una coppia si attardava a studiare un quadro con aria professionale.

― Un secolo fa se avessi dipinto quello che vedo dalla finestra sarei diventato ricco. Avrei potuto non uscire mai e dipingere solo ciò che vedo da qui. Ora quella roba non la vuole più nessuno. Solo le pizzerie ti chiedono qualche scorcio caratteristico, ma non vogliono spendere. ― Si passò la mano tra i capelli come a sottolineare che era proprio così e non ci si poteva fare più nulla. Cose d’altri tempi.

In mezzo alla stanza c’era un cavalletto più grande e un quadro appena cominciato con una figura di donna in piedi. Era l’unica tela in vista. Per ora era solo un disegno, ma si poteva notare che la figura era giovane e nuda. “Tondetta”, sarebbe stato l’aggettivo usato in una rivista di fitness. Era disegnata in piedi mentre reggeva una piccola anfora, dai larghi manici ricurvi, appoggiata su una spalla. La pettinatura a caschetto, molto anni tra le due Guerre. Gli occhi fissi e senza espressione a guardare fuori dal quadro. Verso il resto della stanza.

Sandro doveva avere una tecnica che partiva definendo prima, molto bene, gli occhi e poi tutto il resto. Lo si notava perché, a differenza del corpo, che era appena pronunciato, con delle righe di matita, gli occhi no. Sembravano perfetti. Applicati al disegno. Già in grado di scrutare i visitatori dall’altra parte della tela.

― È molto bella. ― Buttò lì Stefano. ― La conosce?

Intanto si guardava in giro e osservò che le pareti erano di un verde sbiadito e raschiato in più punti. Sotto erano visibili strati di altri colori. Certamente non venivano rinfrescate da anni. Sul soffitto un rosone di gesso indicava il centro. Era stato incollato molto tempo prima. Non c’era nessun lampadario appeso e al centro dei fili elettrici ne fuoriuscivano attorcigliati come lunghi vermi da pesca. Nemmeno una lampada alogena in un angolo. La luce poteva penetrare solo dalla finestra e l’orientamento a nord–est non era l’ideale per il tardo pomeriggio. Il sole tramontava alle loro spalle. L’illuminazione, infatti, cominciava così a scemare d’intensità conferendo alla stanza l’aria di un magazzino abbandonato. Stefano si sentì come un visitatore che vi si era introdotto dopo aver forzato il lucchetto rimasto per lungo tempo chiuso.

Sulla parete di fronte alla finestra c’era una porta di legno. Era di quelle che avevano al centro, riquadrato, un vetro irregolare. In questo caso sporco, fatto di tante bolle in rilievo ma di dimensioni variabili, e conduceva in un altro locale e al resto della casa. Arrivava della luce anche da lì perché il vetro deformava qualcosa di chiaro, di lattiginoso, che si ripeteva all’infinito in tutte le bolle. Alla stregua di un grosso occhio d’insetto freddo che lo scrutava interessato cercando di soppesarlo. Forse dietro c’era un vano con una finestra aperta. La cucina…

― No. Non ne conosco nessuna. ― Fece una pausa. ― Forse quella del quadro ora è morta, oppure ha ottant’anni ed è chiusa in una casa di cura. Non lo so. ― Proseguì come di moto proprio. Era in piedi intento ad aprire sempre più le imposte della finestra per far entrare un po’ più di luce.

― Mi mandano le fotografie e io faccio il ritratto.

― Chi gliele manda?

― La maggior parte delle volte non lo so, ma anche quando lo so, sono spesso nomi fittizi. Collezionisti. Appassionati. Gente qualunque. ― Si era seduto su uno sgabello alto e adesso lo guardava. ― Magari qualcuno che ha trovato le fotografie su qualche bancarella. Locali alla moda. Io realizzo il quadro e lo invio a un indirizzo che, il più delle volte, è una casella di fermo posta presso qualche service. Anche all’estero. Delle ragazze non so nemmeno il nome. Forse l’acquirente sì. Magari sono parenti. Un vecchio cliente nostalgico. Non mi sono mai fatto domande. Pagano.

Pronunciò “pagano”, come se quell’affermazione risolvesse tutto e spiegasse ogni cosa.

― Ma chi sono queste donne che dipinge?

Sandro non rispose. Gli diede le spalle e armeggiò in un cassetto. Visto di spalle, con la camicia fuori dai pantaloni che non riusciva a coprirlo completamente, sembrava un vecchio dell’ospizio che cerca gli occhiali dentro dei cassetti anonimi. Afferrò qualcosa e gliela porse: ― Ecco qua…

Erano delle fotografie, perlopiù in bianco e nero. Tutte di giovani donne in posa. Nude o semivestite. Qualcuna distesa su un divano di pelle. Un’altra con una maschera da struzzo. Un’altra con un ventaglio aperto dal quale faceva capolino sorridendo verso la camera. Erano indubbiamente vecchie foto. Le pettinature erano datate e il trucco pesante e vistoso. Di quelli che si usavano quando le foto erano in bianco e nero. Stefano ne girò una. Sentiva lo sguardo di Sandro addosso. Non era una sensazione spiacevole, era più l’attesa di una scoperta.

Nella prima, sul retro, era impressa a penna una data, “15/4/1946”. La ragazza raffigurata poteva avere circa vent’anni e teneva la testa piegata di lato, mentre con un ampio sorriso, ammiccava verso la camera. Un’altra aveva impresso il timbro di uno studio fotografico piemontese: “Studio Fotografico F.lli Manfredi”. Altre riportavano piccole frasi. Qualcuna in lingua straniera, tedesco, forse inglese, ma il corsivo non era sempre intelligibile.

― Sono quasi tutte ragazze che lavoravano nelle Case chiuse di una volta ― disse con tranquillità Sandro rivolto a Stefano e al nulla. La luce che proveniva dalla finestra lo colpiva completamente conferendo al viso una tonalità alterata. Diversa dal naturale. Si passava le mani sulle guance come uno che, molto stanco, cerca di scacciare il sonno o delle ragnatele fastidiose. O tutte e due.

― Be’, una volta si chiamavano “signorine”. Quelle ricche “cocotte” o mantenute. Io perlopiù dipingo queste ragazze. ― E indicò la foto che teneva in mano. L’unghia era lunga.

Stefano era combattuto tra un senso d’imbarazzo e la voglia di andarsene.

― Ma queste fotografie, ― rispose sempre rivolto al nulla, senza guardare in faccia l’altro, ― potrebbero avere anche sessant’anni e più?

― Qualcuna quasi cento. Erano una specie di catalogo della Casa. Venivano esposte nelle bacheche. I clienti se le passavano. Erano una sorta di pubblicità di oggi. Qualche volta sono più recenti. Ragazze che lavorano in casa. Merce costosa adesso ― e lo disse come un mercante che esclude della merce dalla trattativa perché fuori dalla portata dell’acquirente.

― Sono tristissime, non le pare?

― Hmmm, non avevo mai pensato alla tristezza così. Ragazze d’altri tempi, forse la maggior parte morte o disperse chissà dove. Con figli illegittimi abbandonati alle spalle. Qualcuna fortunata si è sposata e si è lasciata tutto dietro. Brutte storie comunque. ― Sandro adesso sembrava provato. Come portasse un peso suo malgrado.

― Ha mai conosciuto qualcuna delle ragazze? Qualcuno è mai venuto qui a chiedere di loro?

Il silenzio intorno era quasi totale. Il mercatino di sotto era finito e il brusio della folla sparito. Dissolto. Solo qualche voce si rincorreva ancora, lungo la Ripa, ma erano gli ambulanti che stavano rimuovendo le merci esposte e, lentamente, smontando le bancarelle.

Il volto di Sandro sembrava scavato nel buio. Solo le parti colpite dall’ultimo chiarore serale risaltavano nell’oscurità. Il resto rimaneva sprofondato nella tenebra.

Il profilo in luce del volto sembrava uscire da un quadro rinascimentale. Un Caravaggio vivente, avrebbe detto qualcuno. Non era più un volto, ma una forma che spuntava dal nulla. Le parti in chiaro del suo volto emergevano dai flutti come scogli scuri colpiti dalle onde dell’alta marea che inesorabilmente li avrebbe, alla fine, sommersi.

― Ma…, qualche tempo fa ― la voce arrivò da quella sottile lama di volto rischiarato. ― Forse due mesi, due mesi e mezzo. Metà giugno. Una ragazza è giunta qui. Mi chiese se avessi mai visto una certa signora. Mi mostrò delle foto in bianco e nero. Erano foto di una vacanza di tanti anni fa, la signora era in costume intero e sorrideva al fotografo. ― Fece una pausa mentre l’ultima lama di luce si attardava sulla fronte. ― Forse l’avevo vista. Mi ricordava un lavoro di qualche anno prima. Cercai la foto corrispondente in un cassetto. La trovai e gliela diedi.

Continuava a non guardare dalla parte di Stefano. Stava girato verso la finestra e l’ultimo crepuscolo svaniva sulla silhouette del suo profilo facendolo somigliare sempre più a una roncolata di luce che fende l’oscurità.

― Per qualche giorno, ― riprese, ― pensai a quanta tenacia, perseveranza aveva condotto quella giovane donna qui. Cosa cercava? Mi faceva domande alle quali non potevo rispondere. Se la conoscevo? Se l’avevo incontrata? Quando? Tutto perché aveva visto un mio quadro nell’abitazione di un tizio che raffigurava quella donna e questo dettaglio l’aveva messa sulle mie tracce. E alla fine mi aveva trovato. Era una bella ragazza e pianse proprio dove sta seduto lei. Tenendosi la testa tra le mani. La lasciai finire. Senza disturbarla. Poi, dopo qualche tempo, una mezz’ora forse, mi ringraziò, se ne andò e non la vidi mai più.

― Era una parente?

― Non lo so. Non me lo disse. ― L’ultimo fotone abbandonò la sua pelle e il Caravaggio vivente piombò nel buio.

― Devo andare ― disse d’un fiato Stefano. v Si è fatto tardi e devo proprio andare.

― È stato un piacere averla avuta qui a passare un po’ di tempo ― rispose l’altro, mentre si alzava dallo sgabello e si dirigeva verso di lui.

― Torni a trovarmi quando vuole, mi farà piacere fare due chiacchiere come oggi.

Nella profonda penombra Stefano colse che l’altro gli protendeva il braccio e gli strinse la mano trovandola a istinto. Era la prima volta che si toccavano e la sensazione fu quella di stringere un ciocco di legno secco, di quelli lasciati ad asciugare tutta l’estate nel sottoscala e che ora sono pronti per il camino.

― Anche per me è stato un piacere. Arrivederci ― rispose frettolosamente. Quasi corse giù dalle scale e una volta in strada si guardò intorno. Il crepuscolo non era così avanzato come sembrava dalla stanza di sopra.

Vide che i proprietari delle bancarelle stavano intanto rimettendo dentro i furgoni le merci invendute. Li osservò nell’atto di afferrare delicatamente gli oggetti e avvolgerli in coperte prima di metterli via, e questo gli diede una sensazione di sicurezza e di calore.

Quelle persone, occupate a sbrigare le proprie faccende, gli sembrarono degli operosi spiriti del bosco. Come quelli delle fiabe. Amichevoli e protettivi.

Il respiro riprese un ritmo naturale. Tornò alla cadenza di prima di salire in quell’abitazione. Il diaframma, quasi a difendersi da chissà che cosa, si era come schiacciato, pigiato su se stesso. Aveva economizzato l’aria per un qualche scopo salvifico e ora poteva di nuovo sentire l’aria fresca della sera scendergli giù per i bronchi e irrorargli finalmente il sangue.

III

Una volta a casa si buttò sul divano. Doveva elaborare. Le foto. I quadri. Quello strano uomo e quella stanza in continua lotta con quella luce quasi liquida che emergeva dal buio. Un denso condensato di vissuto, e tempo intrappolato in quelle fotografie che sembrava come risucchiare ogni cosa verso il basso. Verso un punto indefinito. Nella direzione del cassetto dalla vernice scrostata del tavolo di legno.

Il chiarore, come uno scoglio affiorante nell’oscurità, era in contrasto con l’ombra rintanata in quello studio di pittore. Una conquista della volontà, ma inevitabilmente destinata alla sconfitta. Fino al denso della notte.

Pensò che fosse per questo che Sandro lasciava quella stanza senza illuminazione. Per ripetere, ogni giorno dell’anno, quella lotta impari con il nulla. Quell’immersione nell’oblio, in quella materia scura che pian piano invadeva ogni angolo e quel corpo, fino alla gola e più su ancora. Facendo avvenire ogni giorno quella trasformazione di Sandro da essere umano a un Caravaggio vivente.

Lì dentro è certamente impossibile dipingere dopo una certa ora. Anche con le imposte spalancate, dal primo pomeriggio in poi non è più possibile stendere dei colori. Il sole tramonta alle spalle dell’appartamento e la luce naturale non è sufficiente a rischiarare il locale da quella sola finestra. Forse tutto questo era voluto. Frutto di una volontà alla ricerca di un oblio dall’esistenza, almeno momentaneo e per qualche ora.

Aveva incontrato quell’uomo al bar. Certamente da una cert’ora del primo pomeriggio, in qualunque stagione, quel Sandro doveva abbandonare quella stanza, senza letti e divani, e andare a ritirarsi altrove. Come se le immagini intrappolate nei cassetti e liberate sulla tela chiedessero una tregua. Il chiarore solare che le faceva vivere si poteva solo contrastare con il buio, e l’assenza della luce elettrica permetteva ogni giorno la fine di quell’esposizione di corpi e la sepoltura nell’oscurità.

Era così, oppure si era fatto suggestionare da qualche muro scrostato e da delle storie incredibili? Un uomo assurdo che viveva in fondo alla luce. Come un eremita in fuga dallo spettro cromatico del visibile a favore di una visione agli infrarossi.

Stefano si vide come una falena svolazzante contro una lampadina sporca. Attirato da quella luce malata. Da quell’appartamento in Ripa di Porta Ticinese. Ripensò ancora alle fotografie in bianco e nero e ai cassetti colmi di immagini di decenni prima di ragazze un po’ tondette e dalle caviglie grosse. In pose buffe con l’indice teso all’insù a premere contro le guance mentre lo sguardo tenta di sorridere insieme agli occhi. Come a voler dire: “Ma come? ci stai ancora a pensare?” Abbracciate per la vita con le gambe alzate a mimare una sintonia, una comunanza che suonava falsa.

Ripercorse mentalmente le dediche scritte sul retro bianco sporco di quelle fotografie. Ingiallite dalle troppe dita che le avevano maneggiate: “Ich will dich für immer hier. Elke mit Liebe (Vorrei averti qui per sempre. Con amore Elke)”. “Tanti baci… Marina” “Baci, baci e ancora baci, Lucia”.

Alle date scritte di traverso, come pietre miliari di quel tempo sfarinato e obliato. Oggi senza un significato. Compleanni? Ricorrenze? Che ormai pochi potevano ricordare, o volevano: “non ricordare più”.

Si lasciò andare contro i cuscini del divano. Mise da parte quei pensieri nel solito posto dove parcheggiava le sue riflessioni ogni tanto. La televisione era accesa e scorrevano immagini di guerra. Soldati sbarcavano di corsa da degli anfibi cercando di evitare di essere colpiti dalle mitragliatrici. Erano immagini vere.

Cambiò in favore di qualcosa di più riposante e che gli ricordava l’infanzia. Un documentario sull’Okawango che, “…non sfocia in un mare, bensì si disperde in una palude all’interno di un’area del deserto del Kalahari nota come delta dell’Okawango. Parte del fiume, invece, sfocia nel lago di Ngami, anch’esso privo di sbocchi sul mare…” La voce fuori campo era quella di Flavio Capone. Calda e coinvolgente come l’aveva sempre ricordata fin da ragazzino. Ti faceva sembrare d’essere in Africa. Eri lì anche tu e vedevi la lingua d’acqua che conquista la sabbia rossa. Gli animali che correvano ad abbeverarsi. Erbivori e carnivori insieme a lappare l’acqua, in tregua momentanea perché la sete e il caldo li stava quasi uccidendo. E quella voce calda e rassicurante era lì e raccontava tutto ciò come se avvenisse nel salotto di casa.

“Gli animali per qualche mese vivono una tregua dal caldo e dall’arsura. Possono allevare i piccoli e trovano cibo e acqua a volontà. Poi il caldo ha il sopravvento. L’acqua evapora e la polvere e la fatica tornano a fare visita alle forme di vita che popolano il Kalahari in un ciclo senza fine di cambi di stagioni.”

Vide i Dipnoi fuoriuscire dalla sabbia. “Strani pesci questi Dipnoi. All’inizio della stagione secca, quando ancora un po’ di acqua resiste nei letti delle grandi pozze, il Dipnoo scava una tana sul fondo e vi si sistema. Cade in una specie di lungo letargo che può durare anche quattro anni. Lì attende la stagione umida dell’anno dopo e le acque dell’Okavango che tornano a fargli visita. Ma, se per una qualche ragione l’acqua non torna e salta una stagione, il Dipnoo resiste. Un altro anno di vita sospesa. Senza pensare. Senza muoversi. Immobile, come morto, ma pronto a risvegliarsi.”

Ora, sullo schermo, i primi Dipnoi stavano bucando la sabbia umida che pian piano veniva ricoperta dalla lingua d’acqua. Il pesce tornava a vivere e a riprodursi.

Tornò a pensare a quel pomeriggio, quando aveva ritrovato il corpo di Sonia che galleggiava nell’acqua.

Aveva la testa appoggiata a un cuscino del divano e i piedi sul bracciolo dall’altra parte. Gli occhi chiusi mentre l’alogena nell’angolo illuminava la stanza. Stette lì forse per un quarto d’ora, almeno così gli parve. Si tirò su che la testa gli girava. Prese il PC portatile e lo accese. Quasi subito si connesse con il WiFi di casa: Rete protetta, QuiQuoQua.

L’azzurrino dello schermo mostrava la pagina di Google con la sua grossa barra d’inserimento al centro. Il cursore lampeggiava a sinistra. In attesa.

Cominciò a digitare delle sillabe dapprima lentamente. Senza crederci davvero. In seguito più convinto: “Fotografia Uberti”. Inviò.

Circa 253.000 risultati (0,31 secondi)

 

EREDI UBERTI STUDIO FOTOGRAFICO

www.erediuberti.it

Dal 1923 lo studio fotografico per i vostri matrimoni, cerimonie, momenti felici e ricorrenze…

 Non pensava più a quel lembo di fotografia ritrovato e perduto su quel terrazzo da quella sera di un mese prima. Lì per lì non gli aveva dato peso. Nemmeno si era sentito di parlarne con il commissario Banti. Semplicemente si era dato la spiegazione che il vento doveva averlo portato lassù, su quel terrazzo, strappandolo a qualche cestino della carta straccia oppure da qualche davanzale incustodito e lui lo aveva trovato, anzi, visto. Per poi sparire di nuovo.

Uno di quegli intrecci casuali di coincidenze senza le quali molte cose non accadrebbero nella vita di nessuno. La stessa cosa che incontrare per caso un amico in metropolitana, dopo mesi che non lo vedi, quando ti informa che nel suo palazzo si è liberato un appartamento. Ed è il giorno che stai cercando casa.

Quel momento era stato così. Dall’oblio della rimozione gli “Eredi Uberti di Milano”, si erano concretizzati sul suo schermo. Affiorati come un Dipnoi dal fondo di una tana buia e senza suoni. Rivitalizzati sullo schermo come a colmare quattro settimane di vita in un solo gesto.

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Ezio Gavazzeni

Ezio Gavazzeni. Laurea in Scienze del Servizio sociale, master in management, post laurea in Tecniche di Marketing. Diciotto anni alle dipendenze dell’Università Statale di Milano, dove ha pubblicato, con altri, undici articoli scientifici. Trentennale esperienza nell’editoria in Agenzie e prestigiose Case editrici. In passato ha collaborato con le migliori agenzie milanesi, Proget e News, per quanto riguarda la correzione bozze di libri, settimanali e mensili di grande tiratura, tra i molti Mondo Economico, L’Europeo, Donna Moderna, Elle, Capital ecc. Libri delle collane Gialli Mondadori, Urania, Segretissimo, I Romanzi e Best Seller. Lunga collaborazione durante il decennio ’90 con la Giuffré Editore per la redazione del Nuovo Codice Penale e del volume di Diritto amministrativo, nonché la costante cura della rivista giuridica sul diritto d’autore. Con la Motta Editore ha curato periodici come Photo, Video e importanti house organ, nonché la redazione dell’Enciclopedia della Letteratura internazionale e l’Annuario del Cinema. Lunga collaborazione con i tipi della EdiPress per la redazione di testi circa il web, fumetti, attualità e ricerche di mercato.  Ha curato inoltre la redazione di guide di viaggio per la Arnoldo Mondadori Editore, legando il proprio nome all’edizione del 1997 di Portogallo e MadeiraGrecia 2ParigiMilano (anche in edizione inglese). Durante gli anni Duemila ha contribuito alla redazione dell’house organ della compagnia aerea TuiFly. Big Muff (WLM 2012) è la sua prima opera di narrativa. Corpi di confine (WLM 2014) è il suo secondo romanzo noir/thriller, Premio della Critica – Premio Città di Cattolica 2015. In seguito esce Moltel 309 (Eclissi 2015).

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  • Lo trovi anche da Amazon.it o Libroco.it
  • Lo puoi ordinare in tutte le librerie Mondadori e Feltrinelli grazie a una convenzione con Libroco, in tutte le librerie IBS-Libraccio, Ubik e in tutte le librerie indipendenti grazie a una convenzione con Fastbook, in tutte le cartolibrerie grazie a una convenzione con Centro Libri Brescia.

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Lo trovi anche nella versione E-Book Kindle

 

5 recensioni per BIG MUFF

  1. wlmedizioni

    Recensione del giornalista Tommaso Accomanno del romanzo BIG MUFF di Ezio Gavazzeni sunto dal quotidiano Il Giornale di Treviglio 15 marzo 2013.

    Arriva il noir della Bassa. Un interessante romanzo noir per la libreria “Profumo di libri” di Via Roma che mercoledì 06 marzo è stata scelta per una delle presentazioni del libro Big Muff… Il racconto ha come luogo principale Milano… ma con delle digressioni nella bergamasca vicino a realtà confinati con Treviglio come Caravaggio o Brignano Gera D’Adda…

  2. wlmedizioni

    Recensione del giornalista Pietro Cutensis Virgilio del romanzo BIG MUFF di Ezio Gavazzeni sunto dal mensile LeggereTutti dicembre 2012

    Un titolo un po’ misterioso (Big Muff nello slang americano è il Gran Parlatore, questa figura da faccendiere e giostraio del malaffare che domina il romanzo) e una bella copertina per un noir classico, scorrevole e provocante. Ezio Gavazzeni conduce il lettore in cento situazioni intricate apparentemente slegate fra di loro… Tutto inizia da un delitto, ma c’è anche una ragazza cinese, personaggio ambiguo… e c’è un giornalista diventato quasi inconsapevolmente il filo conduttore alla ricerca del movente del delitto… Non è un libro di denuncia ma piuttosto il racconto di una storia forte, sentita nel profondo e fortemente esplorata… lungo le strade vissute della Milano estiva.

  3. wlmedizioni

    Recensione del giornalista Gianluca Veneziani del romanzo BIG MUFF di Ezio Gavazzeni sunto dal quotidiano Libero 25 maggio 2013.

    Il titolo, Big Muff, sembra alludere alla “grande muffa”, a un sistema marcio e corrotto. In realtà richiama da un alto, il pedale di distorsione musicale prodotto dalla Electro Harmonix e, dall’altro, un’espressione tipica dello slang americano, in cui “big muff” significa “il grande parlatore”. Grande parlatore o meglio gola profonda è Emanuele Prendiani, protagonista del romanzo noir di Ezio Gavazzeni… Bravo soprattutto a non farsi incastrare. Almeno fino all’incontro con Stefano Metz, giornalista freelance e multitasking – in una sola parola: precario – che si imbatte in questa vicenda e nell’omicidio di una ragazza… Sullo sfondo, ma forse sarebbe più esatto dire in primo piano, si staglia Milano, insolitamente calda e sorniona… Nel suo clima opprimente, che induce al misfatto più che all’inerzia, si muovono una serie di personaggi inquietanti… Non manca neppure nel libro un omaggio a Dino Buzzati, una comparsa… si chiama Giovanni Drogo, come il protagonista de “Il deserto dei tartari” e un “Deserto dei tartari” in chiave moderna è il romanzo stesso di Gavazzeni, segnato dall’attesa perenne che si risolva il caso… …come tutti i noir, la ricerca del colpevole coincide alla fine con la ricerca di un senso o di una verità. Fosse vera la storia, si chiamerebbe verità giudiziaria. Ma si tratta di fiction e allora la chiamiamo verità narrativa.

  4. wlmedizioni

    Recensione del giornalista F.A. del romanzo BIG MUFF di Ezio Gavazzeni sunto dal quotidiano Gazzetta di Mantova 24 giugno 2013

    Un giornalista precario e randagio, al riparo dopo un’inchiesta scottante, scopre il cadavere di una ragazza… Un noir avvincente ambientato in una Milano calda e afosa, scritto anche con un preciso riferimento alla realtà di questi mesi: l’intreccio tra politica e affari, la corruzione purtroppo mai estirpata.

  5. wlmedizioni

    Recensione di Luisa Debenedetti del romanzo giallo BIG MUFF di Ezio Gavazzeni sunta dal blog Librierecensioni.com 29 Marzo 2019

    “Big Muff” di Ezio Gavazzeni, è un affresco noir di storia politica e sociale. L’autore, che mostra di avere una conoscenza vasta dei meccanismi criminali e delle pagine più oscure del nostro Paese, in questo caso rappresentato da Milano, in cui la politica e gli affari si intrecciano e la corruzione rappresenta una piaga vecchia e mai sanata. Il titolo è curioso, intrigante e misterioso: l’assonanza fa pensare a uno strato di muffa che nasconde del marcio, ma il Muff è anche un pedale che permetteva ai chitarristi […], inoltre nello slang americano “big muff” significa grande parlatore, o meglio, gola profonda. […]

    Con lo scorrere delle pagine il lettore si ritrova immerso in un giallo – perché questo è un giallo, un gran bel giallo, e non un thriller – molto lento, misurato, studiato nei minimi dettagli e descritto con minuzia e raziocinio; c’è qualche difficoltà ad entrare nell’ottica e sentirsi a proprio agio ma l’autore, con maestria, riesce a prenderlo per mano e non farlo perdere, perché con lo scorrere delle pagine il ritmo sale, man mano che gli indizi crescono, che il tempo scorre, che i personaggi evolvono, tutto cambia e si sente parte integrante di un piano prestabilito in modo perfetto.

    Gavazzeni ricostruisce fedelmente un pezzo di società milanese, la racconta nella sua amoralità, nel suo disprezzo dei valori più sani della convivenza civile, nei picchi di disperazione a cui la corsa forsennata al denaro ha precipitato tanti. […]

    Per ogni singolo personaggio l’autore fa emergere in modo predominante i sentimenti e le imperfezioni permettendo al lettori di immedesimarsi in ognuno di essi, arrivando a comprenderli. E’ proprio tutta questa imperfezione che ci permette di vivere la vicenda in modo più umano, più reale, meno cinematografico, difetto che secondo me spesso emerge ultimamente in chi vuole fare colpo con libri del genere e finisce per strafare. In questo caso invece tutto fila, dalla trama molto particolare e ben costruita, all’indagine, agli intrecci tra i personaggi e le loro vite. […]

    Così il linguaggio del romanzo è una sorta di pastiche linguistico, nel quale le locuzioni del parlato colloquiale, si alternano al linguaggio tecnico ed elitario dell’economia e della finanza, a quello della letteratura, non rare sono metafore e similitudini, inoltre a pag. 51, nel nome del poliziotto Giovanni Drogo, c’è un riferimento al Deserto dei Tartari di Buzzati. Ritengo che questo non voglia essere solo un cammeo, il senso di attesa di qualcosa di grande permea tutto il romanzo […]

    In conclusione, ho apprezzato questo libro: ho amato lo stile capace di assorbirmi completamente per le oltre trecento pagine, ho gradito i personaggi sia quelli positivi che quelli volutamente negativi, ho amato la scelta dell’Autore di non concentrarsi unicamente sul mistero ma di darci un quadro completo di vita. Insomma, un libro che consiglio senza riserve.

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