INCONTRI CUBANI

8,50

Romanzo erotico.

 

Esaurito

EAN: 9788897382119 COD: 390 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Romanzo erotico, racconti di viaggio.

Quanti modi diversi ha una donna, ballando, di far capire a un uomo che lo desidera; il completo abbandono del corpo che fa scendere i suoi fianchi contro i tuoi, le carezze sulla nuca tra i capelli, il petto che si sfrega su di te con i capezzoli duri, le gambe che si intrecciano tra le tue e ti toccano l’inguine. Non si può far finta di non aver capito e il desiderio di fare l’amore sale fino al punto che è impossibile nasconderlo.

Quando mi sono accostato a questo testo sono stato catturato da una parola: Cuba. Questo suono mi evocava immagini stereotipate, il Che, la Bodeguita del Medio, il Lider Maximo, il rum, i sigari e tutto quello che un posto così richiama. Ma Angelo Bruzzone, con questo Incontri cubani, è riuscito a fare quello che normalmente non riesce a tutti, scalfire la crosta dello stereotipo, del luogo comune e arrivare alla sostanza, in questo caso di un luogo.

Il protagonista, Franco, ripercorre i suoi viaggi a Cuba. Lungo l’arco di una vita ci torna per tre volte e ogni volta riporta con sé qualcosa di nuovo e inaspettato. Lungi dal muoversi come la normalità dei turisti tutto compreso, Franco vive Cuba, la sua gente, la conosce, la frequenta, fa sesso e si fa coinvolgere sentimentalmente. È qualcosa di più del racconto di tre viaggi, è la contaminazione che i luoghi hanno lasciato dentro di lui e che l’hanno cambiato irrimediabilmente. Ecco cosa racconta questo libro corposo, sostanzialmente l’uomo che si lascia attrarre da un luogo, convinto di conquistarlo, di farlo proprio, anche solo idealmente, e che invece ne rimane a sua volta inglobato. Alla stregua di un insetto intrappolato nell’ambra, il protagonista si lascia avvinghiare dalle spire di una Cuba meravigliosa, fatta di donne bellissime, lunghe bevute di rum e feste fino al mattino. Pesci meravigliosi e terribili, uragani che squassano il paesaggio ma anche la mente di chi li deve affrontare.

Ecco cosa vuole dirci Bruzzone in questo libro: che i luoghi possono cambiarci, renderci migliori e portare alla luce il meglio di noi stessi, ma che anche noi diamo qualcosa ai luoghi che attraversiamo: l’amore e la forza che ci ha spinti fino a lì. Il meccanismo è a due direzioni, noi cambiamo il luogo dove camminiamo, e il luogo cambia noi, e tanto cambiamo così cambieremo il paesaggio tutt’intorno, in un moto continuo e senza soluzione.

Informazioni aggiuntive

Pagine

366

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo erotico

Ambientazione

Cuba

Anteprima

Un uomo è ciò che vuole diventare

 

PRIMA PARTE

 

Capitolo 1

 

 

Iniziavano gli anni Novanta quando Paolo ci propose un viaggio.

Paolo era, quello di noi, più attivo e originale nell’organizzare programmi di divertimento.

Stavamo, come sempre fin da ragazzi, tutti seduti presso il nostro bar preferito, non sulle sedie ai tavoli, ma sulla scalinata sottostante, perché alcuni non volevano mai spendere. Altri, presa la consumazione, raggiungevano la compagnia fuori. Era il nostro modo, libero da ogni vincolo, di frequentarci.

La primavera inoltrata ci consentiva di stare a lungo all’aria aperta, sia il giorno sia la notte.

«Ho da proporvi un viaggio molto interessante, a Cuba, un paese affascinante al centro dei Caraibi, notissimo nel mondo. Io mi occuperò della sua pianificazione, in tutti i dettagli. Se ci state, vedrete che vacanza ci attende!» disse rivolgendosi ai presenti.

Paolo era anche il più insensibile ai mali dell’umanità, per cui aggiunse: «Là stanno vivendo un periodo economico molto difficile, quindi, con poco denaro potremmo goderci molti benefici.»

Chiaramente si riferiva a beni materiali, ma, conoscendolo, anche e soprattutto alle donne cubane, famose per la loro libertà sessuale.

Paolo era di certo presuntuoso e arrogante, ma si doveva riconoscergli, che ci aveva fatto divertire spesso con le sue trovate.

Iniziò tra tutti un dibattito molto acceso, sul perché della scelta, sulle sue vere motivazioni, sui costi. Quasi tutti si dimostrarono restii a seguire il suo progetto.

Accettammo, di fare il viaggio, io ed Ernesto, così con Paolo e le nostre rispettive compagne andammo a formare tre coppie.

Certo, tre uomini soli avrebbero goduto, durante quel viaggio, di una maggior libertà, ma come facevamo a giustificarci con le ragazze? Paolo ebbe l’idea di girare l’isola per mare, un lussuoso yacht a vela, così almeno ce lo descrisse, visitando molte località turistiche e infine la capitale, L’Avana.

«Due alberi, trenta metri di lunghezza, tre cabine doppie per noi, più due per l’equipaggio, un capitano e un marinaio tuttofare, capite? E tutto per una miseria.» Era euforico e coinvolgente.

Restammo affascinati dal programma. Tutti noi amavamo da sempre il mare, la pesca e le barche, ma non eravamo mai stati ai Caraibi, dei quali avevamo sentito raccontare sempre incredibili bellezze.

Partimmo una mattina molto presto, su di un piccolo pulmino con autista. Doveva portarci all’aeroporto in circa due ore.

Pur essendo molto presto, quella mattina eravamo tutti molto eccitati, in particolare le ragazze, che gradirono davvero questa soluzione di viaggio in comune.

Paolo si sedette davanti, a fianco dell’autista, assumendo fin da subito il ruolo in cui si era impersonato, di capo e guida del gruppo.

In viaggio da pochi minuti: «Cazzo, ma lei sa dove deve andare?» urlò Paolo.

«La strada che ha scelto è la più lunga in assoluto, torni indietro, presto! E segua le mie istruzioni, se no non arriveremo mai!»

«Ma no, signore, faccio questo mestiere da anni, questa è la strada migliore.»

«Siamo noi che paghiamo, e quindi faccia come le ho detto.»

L’autista eseguì, ma lo fece scuotendo la testa.

Tutti fummo colti da un grande imbarazzo. Le ragazze ci guardavano allibite, come volessero chiedere a me ed Ernesto di prendere le difese del povero autista.

«Chi pensa di essere, il capo? Io lo mando al diavolo subito» mi disse piano Ernesto, tra noi il più aggressivo e progressista, sul punto di intervenire.

“Sì, ora intervengo e lo sistemo io, subito” pensai, ma al contrario dissi a Ernesto: «Lascia perdere, dai, lo sai come è fatto, stiamo partendo per una vacanza.»

Nessuno si intromise.

Ernesto arrivato all’aeroporto si avvicinò all’autista, e: «Scusi il nostro amico, non so cosa gli abbia preso.»

«Non si preoccupi, ci sono abituato, non sa quanta gente si comporta in modo maleducato e a sproposito. Abbiamo fatto una strada molto più lunga, credetemi.»

“Speriamo bene” pensai, visto l’inizio.

La compagnia aerea prescelta era del tipo low-cost, Paolo aveva per un prezzo di poco maggiore scelto la business class.

«Paghiamo poco di più, ma vedrete in un viaggio così lungo cosa vuol dire avere maggior spazio a disposizione per le gambe, e poi anche un menù raffinato» ci informò vantandosene.

Dopo una lunga attesa, motivata dal solito ritardato arrivo dell’aereo, non so da dove, ci imbarcarono.

I posti erano veramente tanti e l’aereo vecchiotto. Vedemmo subito, con sorpresa, che la cosiddetta classe business era identica alla classe economica, solo separata da questa con una piccola tenda.

Ci sedemmo a fatica, Paolo quando vide che le ragazze sbuffavano chiamò subito lo steward.

«Senta, ma lei pensa che questi posti possano definirsi classe business? Vuole farci incazzare?» Ricevemmo molte scuse. L’uomo ci spiegò, che per vari problemi tecnici, non era stato possibile, fare modifiche ai posti a sedere, dopo un viaggio in Africa appena compiuto, che non prevedeva quella classe.

«Ma non si preoccupi faremo del nostro meglio durante il volo nel servizio ristorazione» ci disse lo steward.

Avevamo speso di più per nulla, ma ci servirono un calice di champagne!

“Com’è facile ingannare le persone presuntuose, basta fargli credere che sono speciali.”

La nostra destinazione a Cuba era Varadero, nota cittadina turistica.

«La nostra bellissima barca ci aspetta in porto con tutto l’equipaggio, e da lì, partiremo per la nostra grande avventura! Vedrete, tutto è stato organizzato perfettamente.»

Il volo proseguì normalmente, anche se le hostess sembravano distrutte dalla fatica. Gentili davvero, ma non riuscivano a concentrarsi su nulla, chiedevi una cosa e te ne portavano un’altra, suonavi e arrivavano dopo un’ora, per non parlare del film in visione, nuovissimo ma demenziale, e per di più in lingua originale con sottotitoli. Ma, gasati da tutte le meraviglie che avremmo visitato, il tempo passò veloce.

Il primo vero problema si presentò alla dogana.

Paolo aveva deciso, che non avremmo potuto vivere in barca senza, a volte, poter festeggiare con lo champagne. Esagerato come sempre, ne infilò dieci bottiglie nelle varie valige.

«Sarà bellissimo berselo al tramonto del sole ai Caraibi» disse poetico rivolgendosi alle ragazze.

Alle nostre domande circa il permesso d’importazione, ci rispose con il suo solito strafottente umorismo. «Che cavolo volete che scopra la dogana cubana, quei poveracci non avranno neppure il detector

Al varco doganale ci bloccarono subito, e ci portarono in un ufficio immigrazione. Lo fecero con durezza, come fossimo stati spacciatori di droga.

«Voi avete delle merci che non è consentito importare» ci disse sgarbatamente un uomo in divisa. Paolo cambiò subito tono.

«Vede capitano, noi vorremmo brindare sull’isola, alla salute del popolo cubano, per cui abbiamo portato con noi tre bottiglie di vino, cosa c’è di male?»

«No, caro signore, le bottiglie sono dieci e di costoso vino francese.»

“Caz… ma allora il detector lo hanno.”

«Caro capitano, forse cinque si potrebbero portare» intervenni io, capito l’interesse del sergente.

«Va bene, andate» disse con aria di generosità e ci restituì le valigie. Ameno cinque le avevo salvate.

Usciti dall’aeroporto, non trovammo nessuno ad aspettarci.

«E ora dove andiamo?» dicemmo tutti in coro. Paolo era furioso, dopo un po’ cominciò, da una vicina cabina telefonica, a chiamare non so quale agenzia locale.

Ritornò da noi dopo un po’, nero in volto. Balbettando ci disse: «Ragazzi scusate, c’è stato un errore, la barca è a L’Avana, quindi ci accompagneranno là con un bus.»

«Ma ci vorranno ore di strada per arrivare!» replicai io, e subito dopo anche Ernesto, molto seccato.

«Il nostro aereo proseguiva proprio per L’Avana, se lo avessimo saputo, non saremmo mai scesi e arrivavamo là senza problemi. Paolo, che casino hai combinato? Sei veramente imperdonabile.»

Le ragazze avrebbero voluto commentare duramente un così stupido malinteso, ma stanche dal lungo viaggio, mostrarono a Paolo il loro malumore solo con sguardi di commiserazione.

In quel preciso momento si cominciò a capire lo spirito che si vive a Cuba.

Là tutti dicono da sempre: Non es facil.

Dopo alcune ore, arrivò il pulmino, minuscolo, sporco, e con i sedili a pezzi. L’autista, potrei definirlo un pazzo gioioso. Non ci aiutò a caricare le valigie, ma ci indicò soltanto dove andavano collocate nel bagagliaio, per poi alla fine dire che andava bene. Rideva sempre, e guidava velo-cissimo. Noi, pur stanchissimi del viaggio, stavamo con gli occhi ben aperti sulla strada.

Dopo più di due ore giungemmo al porto turistico di L’Avana, si chiama “Baia Hemingway”, e come se no?

Trovammo, dopo varie ricerche, il nostro lussuoso yacht. Una goletta in legno a due alberi, forse non esattamente di trenta metri di lunghezza, bella ma datata e un po’ malandata. Stava ormeggiata in un lato perimetrale della baia, molto lontana dalle altre imbarcazioni. Disegnata certo da un grande stilista, era bianca e aveva un’elegante poppa, bassa e larga con stampato in caratteri cubitali il suo nome: El bien y El mal. La bandiera era spagnola, ma sull’albero più alto sventolava molto più grande quella cubana.

Appena ci avvicinammo, capimmo perché stava così lontano. A bordo si stava svolgendo una grande festa, direi proprio nel momento clou.

Molte persone ballavano a ritmo di salsa sul ponte, con grande trasporto ed eccitazione, cibi e sopratutto bevande sparsi ovunque. Ci volle un po’ di tempo per spiegare chi eravamo e il perché della nostra presenza.

Il capitano capì per primo la situazione. Si diresse verso di noi con il capello in testa che mostrava il suo grado, e con una fierezza degna di un capitano delle più prestigiose navi da crociera, ci salutò nel modo militare portandosi la mano alla fronte.

«Benvenuti a bordo della mia barca. Io mi chiamo Santiago, e sono il capitano.»

Ci informò poi, gentilmente, che il nostro arrivo era previsto per il giorno seguente, e si scusò per l’inconveniente.

Sulla cinquantina o poco più, bianco, magro, e con uno sguardo acuto, sempre diretto all’interlocutore, mostrava carisma e abitudine al comando.

Cercò di far finire la festa il più presto possibile, per quanto gli era fattibile. Ma tutti avevano bevuto molto, e non erano in grado neppure di capire il perché di un finale così improvviso, per cui protestarono fortemente.

I più seccati erano quelli che stavano sottocoperta. Uscivano sia uomini, sia donne mezzi nudi, con le facce stravolte, non era difficile capire cosa stessero facendo.

Una di loro, una splendida ragazza mulatta, in mutande e reggiseno, che vantava un gran culo sodo, si diresse con fierezza verso di noi insultandoci. Disse che noi eravamo ricchi yankee, imperialisti, affamatori del popolo cubano. Per fortuna Paolo, che parlava meglio di tutti noi lo spagnolo, intervenne e le spiegò che eravamo italiani, non americani. Tutto allora finì in una comune grande risata.

Io ed Ernesto per sdrammatizzare l’accaduto, ma anche affascinati dal suo didietro, ci avvicinammo sorridendo alla ragazza, e cercammo di sapere come si chiamava, per iniziare la sua conoscenza, ma lei non capì, o non volle forse rispondere.

Seduti sulle valigie, aspettammo parecchio prima di salire a bordo. Le nostre ragazze si comportarono in un modo veramente ammirevole, più d’una ci avrebbe lasciato per dirigersi al più vicino albergo.

Chi riuscì a pulire tutto benissimo e alla svelta fu Miguel, il marinaio tutto fare che era con il capitano parte dell’equipaggio.

Anche lui si presentò a noi sull’attenti come un militare, ma sul suo viso gli occhi ci sorridevano.

Un giovanotto stupendo, lo si capì subito. Dotato di un fisico atletico, era affabile, gentile, un lavoratore indefesso, sempre disponibile, capace di svolgere con facilità ogni tipo di lavoro, dai più faticosi a quelli più delicati.

Appena saliti a bordo, ci preparò uno speciale mohito di benvenuto, con platano fritto, delizioso.

Era la prima cosa bella che avevamo ricevuto dall’inizio del viaggio.

 

 

Capitolo 2

 

 

La sistemazione a bordo nelle cabine fu incredibilmente facile. Io avevo già vissuto quell’esperienza in passato, ed ero molto preoccupato.

Infatti, sempre, immancabilmente, tutti preferiscono la stessa cabina, e poi, dopo averne assegnata una, tutti gli altri vogliono ancora la stessa, e così via. Dopo molte discussioni si arrivava spesso a una drastica scelta, tirare a sorte, lasciando sempre molto scontento. Ma su quella barca vi erano tre cabine assolutamente identiche, per cui non vi fu alcuna diatriba.

Noi eravamo accoppiati in un modo molto particolare.

Io stavo ormai da molto tempo, con Paola, fidanzati… separati… ripresi… sempre in crisi, con la vera difficoltà a lasciarsi definitivamente.

Pensavo sinceramente che proprio a Cuba, avremmo potuto trovare le giuste motivazioni per una definitiva separazione.

Molto probabilmente lo pensava anche lei, infatti, alla decisione della partenza, mi disse: «Noi due insieme per tutto quel tempo in barca? Sei sicuro che ce la faremo? Ma… vedremo»

Un bell’inizio non c’è che dire. In realtà i nostri periodi di lontananza erano molto frequenti. Io viaggiavo come reporter spesso all’estero, mentre lei impiegata in una ditta di trasporti non si spostava mai dalla città. Quindi, quasi mai vivevamo lunghi periodi sempre insieme.

Paolo con Cristina erano una coppia così detta istituzionale. Insieme dall’adolescenza non si erano mai lasciati. Avevano spesso litigi furibondi dovuti alla violenza verbale di Paolo, ma che sempre trovavano l’accettazione un po’ masochista di Cristina. A quelle dispute noi eravamo tutti ormai abituati da molto tempo, per cui non ci turbavano, anzi non ce ne accorgevamo proprio più.

Paolo, un medico, svolgeva un lavoro molto stressante e faticoso al pronto-soccorso nel più grande ospedale della città.

Non molto alto, tarchiato, non riusciva più a nascondere la sua incipiente calvizia. Argomento, naturalmente da non affrontare mai con lui, pena un litigio.

Cristina faceva la parrucchiera, anzi meglio, come lei stessa si definiva, la sciampista. Girava, infatti, con tutta la necessaria attrezzatura per la città in varie abitazioni, a prestare a domicilio la sua opera. Sopratutto a persone molto ricche, che oltre al dovuto compenso le allungavano laute mance, ricompensandola anche per la sua grande disponibilità ad ascoltare. Cristina era una bella ragazza, capelli neri, alta, magra, unico difetto fisico che le si poteva attribuire era il seno rifatto.

Vestita nessun problema, tutto perfetto, ma in costume, anzi in topless, come sempre prendeva il sole, il seno le usciva dal petto, alto, rigido, come vi fosse stato appiccicato. Terribile, da quanto avevamo capito, era stato rifatto per colpa di Paolo, sempre pronto a criticarla.

Per Paolo la felicità consisteva in eccellere sugli altri, non necessariamente lavorando, anzi sopratutto godeva nel mostrare a tutti quello che faceva divertendosi. In quel viaggio vi era tutto il necessario per realizzare la sua felicità.

Cristina invece era felicissima di fare un lavoro autonomo, senza padroni e poco importava cosa facesse. Questa grande autonomia la rendeva una donna libera e guai a discutere con lei dei problemi di affermazione delle donne nel mondo. Per Cristina la parità era già stata realizzata da molto tempo. Inutile provare a convincerla dell’esistente disparità tra i sessi.

La terza coppia era del tutto estemporanea, Ernesto divorziato e single da molto tempo, aveva dovuto trovarsi una compagna, per partecipare con noi a questo viaggio, non poteva di certo unirsi a noi da solo.

Per questo portò con sé Gilda, una nostra vecchia conoscenza, anche lei separata da poco e desiderosa di nuovi contatti. Di origine svedese, Gilda era la donna più istruita e intelligente del nostro gruppo, simpatica istintuale, parlava perfettamente cinque lingue e il suo spirito era aperto e assolutamente internazionale. Unico difetto: beveva un po’ troppo, ed era stata in cura per un periodo, da non so più quale organizzazione di alcolisti anonimi. Questo l’aveva fatta un po’ ingrassare rispetto a come la ricordavo, alta e snella, ora si era irrobustita molto, soprattutto cosce e lato B. Si notava anche su di lei, purtroppo, che le stava crescendo sulle cosce, l’orrore temuto da ogni donna, la cellulite.

Comunque si poteva ancora definirla una bella donna, una gnocca!

Ernesto era anche lui un medico, lavorava all’ospedale a tempo pieno, mai un’ora spesa in uno studio privato, era animato da uno spirito che definirei collettivista. Quindi concedeva e apprezzava, meriti, soldi, ricchezze, onorificenze, e anche privilegi, purché fossero originate da un lavoro utile alla collettività. Un modo di pensare veramente originale, che non poteva che essere apprezzato da tutti.

Sistemati a bordo per prima cosa capimmo che si doveva assolutamente fare la cambusa.

Non vi era a bordo alcunché di commestibile, sia solido, sia liquido. Gli avanzi della festa, erano stati tutti accuratamente raccolti, e portati via dai partecipanti in piccoli sacchi di carta, come una cosa preziosissima.

«Capitano qui urge comprare le cibarie!» disse perentoriamente Paolo.

«Lo so bene, ma non sarà facile, al momento l’isola è completamente sfornita di cibo, per l’embargo statunitense e anche per la fine dell’Unione sovietica, un bel guaio.»

«E allora cosa facciamo?»

«Sicuramente in mare non ci mancherà il pesce, vedrete che pesca!» disse Miguel con allegria. Ma non si poteva certo vivere solo di pesce, dalla colazione alla cena!

«Bravo Paolo, complimenti.» Ernesto non vedeva l’ora di rimproverarlo. «Che genio, periodo economico difficile per i cubani, e noi così godiamo il beneficio di soffrire la fame con loro, per simpatia? Questo di certo la tua perfetta e dettagliata organizzazione non l’aveva considerato.»

A fatica, dopo mille ricerche affittammo un’auto, una vecchissima jeep russa, militare. Il suo funzionamento ci fu, per fortuna, spiegato più volte da un addetto al noleggio, un ex militare, altrimenti da soli non l’avremmo mai potuta guidare. Senza nessun ausilio idraulico, curvare, frenare, cambiare marcia era un’impresa difficile e rischiosa, per non parlare dell’avviamento, un vero miracolo.

Con l’attivissimo Miguel partimmo per L’Avana in cerca di cibo. Nella squadra, io, Ernesto e anche Gilda, una donna era assolutamente necessaria per gli acquisti, le altre donne approvarono subito la scelta.

Visitammo molti negozi, empori e persino alcuni mercati ma tutti solo per cubani, e che necessitavano per ogni acquisto della libreta, la tessera dell’assistenza statale, che poi in realtà dava la possibilità di acquistare, quasi solo riso e farina.

Trovammo infine, dopo ore, un piccolo supermercato, grazie all’aiuto di amici di Miguel.

«Questo, dicono,» ci informò Miguel, «è solo per stranieri, forse io non potrò neppure entrare, si paga in dollari americani, speriamo ci sia rimasto qualcosa.»

Entrammo, ci accompagnò anche Miguel. Dentro che squallore: scaffali vuoti, frigoriferi spenti, solo qualche scatoletta di varie zuppe, sottaceti e carni varie in scatola, russe o cinesi.

Miguel si mise a parlottare con un uomo che sembrava essere il capo.

«Se paghiamo qualcosa in più,» disse con vergogna, «lui ci porta nel magazzino, dove sembra ci sia rimasto ancora qualcosa.»

Riempimmo tre carrelli! Certo non in modo organizzato, da brava massaia, ma caoticamente prendemmo: polli, salsicce, legumi, tutti congelati, poi patate, carote, cipolle, aglio, uova, olio, burro, zucchero, tè, caffè, farina, qualche pacco di pasta italiana, frutta platano e manghi, niente pane, ma trovammo fette biscottate e cracker in abbondanza.

Mentre noi trovammo la cosa in fondo avventurosa e persino divertente anche se inusuale, Miguel era terrorizzato, si guardava intorno continuamente e ci chiedeva per favore di ridurre le compere.

«Se arriva la polizia, andremo tutti in carcere e per me sarà la fine del mio lavoro.»

Cercammo di sbrigarci.

In quella baraonda, Gilda trovò, oltre alla birra e al sempre presente rum cubano, del vino bianco cileno, che lei già conosceva: «Veramente squisito, non facciamocelo scappare!»

Ne prendemmo cinque casse, tutte le disponibili.

L’uscita fu da manuale del perfetto rapinatore. Portammo l’auto nel retro a livello magazzino e velocemente, cercando di non farci scorgere, caricammo sull’auto alla rinfusa tutti gli acquisti.

Pagammo. Veramente non molto, direi anzi che tutto era a buon mercato.

Naturalmente dovemmo lasciare qualcosa di più, anche perché era inutile aspettarsi il resto di biglietti da cento dollari.

 

Accostata l’auto alla barca, scaricammo tutto felici come avessimo svolto chissà quale impresa. Ricevemmo grandi elogi, da chi era rimasto a bordo, e la sincera incredulità del capitano Santiago.

Partimmo la sera stessa.

Uscimmo all’imbrunire dal porto, seguendo un canale che si snoda lungo terreni edificati con villette allineate, ben costruite, forse un tempo deliziose, ma ora tutte allo sfacelo.

La scelta di partire allora era stata consigliata da Santiago: «Dovete vedere il tramonto cubano.»

Appena al largo capimmo.

L’enorme palla del sole sembrava sospesa sul profilo più lontano dell’orizzonte. Galleggiava a lungo, come se non volesse più scendere infuocando tutto ciò che contornava, soprattutto le case in stile coloniale allineate sul Malecon, il famosissimo lungomare di L’Avana, e sembrava veramente bruciassero.

Come in ammirazione dello spettacolo, vicinissimo alla murata della barca, vedemmo saltare in alto un gigantesco pesce argentato.

«Guardate, è un Blue Marlin!» disse Miguel.

Difficile stabilirne esattamente la lunghezza, di certo più di tre metri. Si era librato in alto con una forza incontenibile.

“Perché un pesce,” pensai, “deve saltare così in alto fuori dall’acqua, se non per esprimere pura vitalità e gioia di vivere?”

Lo spettacolo aveva entusiasmato tutti, ma Miguel era già pronto a calare una lunga e robusta canna da pesca, che come amo aveva un grosso gomitolo di cotone.

«Questo è il miglior sistema per prenderlo;» ci spiegò, «l’amo punge e lo molla subito, ma il cotone gli resta ingarbugliato nei denti e non può più liberarsene.»

Noi uomini, tutti cacciatori e pescatori incalliti, carichi di fucili subacquei in valigia, affascinati da tanta bellezza lo apostrofammo: «No, non puoi farlo! Lascialo stare.»

Loro non si fermarono alle nostre invocazioni, e calata l’esca girammo a lungo con la barca in tondo con l’esca in mare, là dove era saltato il pesce.

Quando ritirarono la lenza, rinunciando alla cattura, tutti noi eravamo felici che il pesce si fosse salvato.

«Peccato,» disse il capitano, «con quella cattura avremmo sfamato tutto il nostro quartiere per molto tempo.» Questo, certo, dava un senso molto diverso alla pesca.

Ci volle un po’ di tempo, ma tutti noi trovammo una confortevole sistemazione a bordo.

La barca era larga, con un ampio pozzetto di poppa, dove si poteva tranquillamente pranzare; nella parte centrale le ragazze potevano prendere comodamente il sole sdraiate su morbidi lettini e a prua c’era spazio per sedersi e guardare il mare sorseggiando cocktail.

Sottocoperta oltre alle spaziose cabine, c’era un vano che fungeva da salotto e sala da pranzo in legno massiccio, che però non poteva nascondere il danno che il tempo gli aveva provocato. Non lo usammo quasi mai, era troppo bello stare a ogni ora del giorno all’aperto.

A un lato del living si trovava il regno di Miguel, la cucina e il magazzino alimentare con due grandi frigoriferi. Lo si trovava sempre in preparazione di cibi o di deliziosi cocktail, mai la minima confusione o un accenno di sporcizia.

Il panorama della costa ci faceva scorrere velocemente i giorni, godevamo nel gustare scorci sempre diversi, così selvaggi e incontaminati.

Solo Paolo era sempre irrequieto: «E ora dove andiamo, e con quale rotta?» «Faccia guidare me.» «L’aperitivo non è freddo abbastanza» ripeteva in continuazione.

Il capitano ascoltava in silenzio, sorridendo con una calma olimpica, non dava mai alcun seguito a tutte le sue domande provocatorie. Di solito la sera prima di cena, ci informava del programma del giorno successivo, scegliendo insieme le possibili alternative. Era molto aperto e democratico, ascoltava tutte le idee e i suggerimenti, ma era anche molto convincente nello spingerci sempre ad accettare le sue proposte.

Senza dubbio, al primo posto nelle sue scelte di percorso, c’era il sincero desiderio di farci felici, ma se un giorno si risparmiava un po’ di gasolio, il denaro ottenuto sarebbe stato utile a lui e alla sua famiglia. Non eravamo a Miami, là ogni dollaro in più serviva veramente per vivere.

In un paese straniero, sconosciuto, trovare una persona che interpreti così bene la cultura e lo spirito del paese è una grande fortuna.

Ascoltandolo, si capiva un po’ di quello che là è chiamato “Cubania”.

Più che folklore, cultura, storia, è un sentimento diffuso, che si distribuisce su tutto il mondo cubano. Una unione di vari contenuti ed esistenze reali in costante evoluzione. Un modo per dichiarare una loro identità, simile ma non uguale alle altre isole caraibiche.

Santiago era Cuba, e tutto ciò che era accaduto là, negli ultimi anni, lui lo aveva vissuto, e se voleva poteva raccontarcelo. Lo fece in molte occasioni, spesso in seguito alle nostre richieste; un vero piacere ascoltarlo.

Da lui capimmo tutti, in poco tempo molto di Cuba.

 

 

Capitolo 3

 

Il cibo che avevamo comprato così rocambolescamente, non ci avrebbe mai consentito di vivere per settimane in barca, se non ci fosse stata la pesca.

Miguel era un grande esperto, sia di pesca in superficie con la canna in barca, sia sott’acqua.

Aveva, però, solo una piccola fiocina a tre punte, ma con quella ci dimostrò che si potevano cacciare grandi pesci.

Noi tutti appassionati, eravamo armati con i più moderni fucili per la pesca sub, gli arbalete a elastico e i più potenti ad aria compressa, mini per le tane, e altri con lunghe sagole per la pesca in mare aperto.

Compresa la nostra passione, Santiago ci portò sovente presso un’immensa barriera corallina.

Era molto più al largo di quelle australiane o del Mar rosso, e bisognava essere molto esperti dei fondali per avvicinarvisi con le giuste maree, senza rischiare collisioni.

La prima volta diffidammo un po’ prima di immergerci, a quella distanza dalla costa l’essere così in mare aperto ci spaventava.

Appena sotto la superficie dell’acqua che spettacolo!

Per far capire a un profano cosa fosse, la definirei “vergine”, ecco cos’era quella barriera. Nessuna probabilità statistica che, lungo tutti quei chilometri in cui si snodava, si fosse mai immerso qualcuno proprio in quel punto. Eravamo molte miglia al largo, ma a volte potevi stare in acqua seduto comodamente.

La prima volta ci immergemmo tutti insieme, Miguel ci guidava, e poi tre coppie, lo spettacolo fu affascinante per i colori e per l’accavallarsi della vita, a volte così calma e dolce, ma in altri frenetica e brulicante nella caccia e nelle fughe delle prede. Lo spazio immenso e totalmente solitario ti sconvolgeva, così che a volte era necessario uscire dall’acqua, per guardare la nostra barca panciuta, con Santiago che vi dormiva beato, per avere un riferimento che ci confortasse.

Io, Ernesto, e Gilda avevamo con noi i fucili da pesca, Miguel la sua fiocinetta, gli altri nulla. La facilità della caccia era veramente disarmante. Appena nell’acqua tirammo tutti e tre; sparammo a prede stupende che mai avevamo sperato di prendere. Dopo un po’ smettemmo, troppo facile, e con quanto cacciato avremmo pranzato per giorni, ma continuammo a osservare con grande attenzione la vita sommersa.

Gli intrusi arrivarono presto! Li riconobbi subito, erano barracuda! Un pesce magnifico, non molto grande, meno di quanto pensassi, al massimo un metro e mezzo, con una struttura ossea perfetta, un grande predatore.

La sua caratteristica principale è l’enorme curiosità, appena sente un suono, un movimento, viene a indagare, ma che paura suscita a guardarlo da vicino!

Lungo e sottile mette in mostra una grande e robusta dentatura, visibilissima perché non è coperta, come per lo squalo, dal muso, i denti appaiono subito in tutta evidenza.

L’aspetto è molto più feroce e aggressivo di quello di uno squalo. Riemersi, urlai e ne seguì un fuggi fuggi di Paolo e le nostre fidanzate.

Io, Ernesto e Gilda, con i fucili ben stretti in mano, aspettavamo il momento buono per colpire. Chi va per cacciare non può aver paura della preda. Ma Miguel ci fermò tutti con decisione, gridando: «Non abbiate paura, non vi attaccheranno, state calmi, e voi non tirate.» Ci stringemmo tutti vicini a lui che con estrema calma ci guidò fino alla barca.

Che stupendi animali! Li vedemmo seguirci vicinissimi fino all’arrivo, ci giravano intorno per guardarci meglio, curiosi davvero, non avevano nessuna intenzione di assalirci, come ci aveva detto Miguel. Ma come si fa a capirlo con quei grossi denti in bella mostra?

Salimmo a bordo emozionatissimi, chi aveva vissuto momenti di vera paura per la propria vita chi, come noi cacciatori, la vera emozione di una caccia a una preda pericolosa.

I barracuda ci seguirono sempre in ogni nostra immersione, era necessario abituarsi alla loro presenza altrimenti era meglio non scendere in acqua.

Santiago la sera stessa, dopo un pranzo prelibato preparato da Miguel con il pesce catturato, e con il superbo vino cileno, brava Gilda, ci narrò del viaggio precedente.

«Voi forse conoscete il grande fotografo, Martini, di origine italiana come voi, vive a New York.»

«Sì, è bravissimo sopratutto nei corpi femminili» disse Gilda.

«Ebbene è stato con noi a bordo per due settimane. Lui con un altro uomo, suo assistente, e quattro modelle. Molto belle, oddio anche a Cuba ne abbiamo, ma trovarne quattro così non saprei se è possibile.»

Continuò a lungo a raccontarci di loro, delle bellissime foto sul mare, delle loro nudità perfette, ma la cosa più divertente che ci narrò fu che, appena videro il primo barracuda, nessuno di loro si immerse più in mare per tutto il soggiorno, solo qualche doccia quando era caldissimo, impossibile insistere, erano veramente terrorizzati.

Era certo troppo per una vacanza in barca ai Caraibi, ma anche tra noi ci fu, da quella volta, una certa attenzione.

Ci immergevamo ogni giorno in posti diversi, cacciavamo solo per riempire il frigorifero e molto spesso solo per osservare i pesci e lo stupendo fondale, alghe, coralli, molluschi… Miguel ogni giorno ci dimostrava la sua grande bravura nella pesca subacquea, solo Ernesto il più bravo tra noi, cercava di competere con lui. Ma un giorno, quando Miguel portò in barca una cernia, di più di venti chili, un vero mostro, un grande trofeo, dovette arrendersi. Tutti noi la usammo a turno per le nostre foto ricordo, immortalandoci falsamente come suoi cacciatori.

Pescavamo qualche volta anche dalla barca, con le canne al traino, solo in periodi di trasferimento o quando desideravamo riposare osservando la natura.

Con le canne, al contrario delle famose prede di Hemingway, non prendemmo mai un granché, e con il frigo pieno buttavamo tutto il pescato in mare ancora vivo.

I barracuda per esempio li gettavamo sempre, ancora vivi, in mare.

Sembra, infatti, che abbiano una particolare malattia, molto pericolosa per l’uomo, sia se si mangiano le sue carni crude, sia cotte. Di questa malattia, ci informò in dettaglio Santiago, in una delle solite chiacchierate a cena. Il pericolo deriva da una tossina che a Cuba chiamano la ciguatera.

Come tutti i predatori, i barracuda si nutrono di alcuni piccoli pesci, che a loro volta si nutrono di alghe, che contengono quella sostanza tossica, così si accumula nel loro organismo in funzione della quantità di pesce mangiato. Il barracuda non evidenzia nessun sintomo di malattia. Ma, all’uomo che la ingerisce causa spesso vomito e diarrea, e in alcuni casi può portare alla cecità e in casi estremi persino alla morte.

«Peccato, perché la sua carne è molto saporita, io l’ho assaggiata molte volte» disse Santiago.

«Ma se lo sapevi, perché hai rischiato?»

«Si usano, solo in caso di estremo bisogno alimentare, dei sistemi antichi e collaudati per capire se la carne è commestibile. Si dà un poco di carne del pesce a degli animali come gatti, cani, galline, persino alle formiche, e se sopravvivono è ok, lo si può mangiare, altrimenti, pur affamati è meglio buttarlo.»

La sera, dopo cena, ci incontravamo con il nostro capitano sul ponte. Ci mettevamo tutti sdraiati intorno a lui e lo incitavamo a narrarci di Cuba e del mare.

Dopo aver raggiunto una certa confidenza, una sera ci raccontò che era stato in varie occasioni molto vicino al Lider maximo, Fidel Castro, in particolare durante la guerra intrapresa in soccorso di popolazioni africane che avevano chiesto l’aiuto a Cuba.

«Lui mi ha voluto con sé, sulle navi da guerra, molte volte» ci disse con orgoglio.

Santiago era stato un ufficiale su imbarcazioni militari per molto tempo, in giro per il mondo, e poi, a un certo punto della sua carriera, Fidel lo volle come capitano sul suo yacht personale.

Non avremmo mai immaginato che il grande rivoluzionario avesse e usasse, per scopi personali, una barca di lusso.

«Ecco, i grandi rivoluzionari cosa diventano, ricchi nababbi circondati dal lusso» disse Paolo.

«No assolutamente! Lui usava la barca, che di certo non si può chiamare privata, solo per scopi di rappresentanza, delegazioni russe per esempio, vennero spesso a bordo, ma quanto bevevano!»

Lo disse con ammirazione e rispetto per una nazione amica. Ma Paolo, scuoteva la testa con disapprovazione.

Santiago aveva, come molti cubani, una profonda e sincera ammirazione per il suo presidente. Spesso diceva che Castro era stato capace di dare ai cubani, oltre alla liberazione dai dittatori appoggiati dagli stranieri, la dignità, il rispetto, e fece diventare Cuba una nazione che finalmente contava qualcosa nel mondo.

Solo lui era riuscito a farlo nei Caraibi, un esempio per il Centro e forse anche per il Sud America.

Santiago a volte, però, ci confidava con un poco di tristezza, che il popolo cubano lo aveva seguito e appoggiato stancamente senza capire la grandezza della sua opera, e purtroppo forse solo perché non aveva avuto altra scelta.

Io, seguivo criticamente il suo ragionamento, fino a che un giorno gli chiesi: «L’alternativa, nel caso, non potrebbe essere stata quella di essere prima o poi annessi agli Stati Uniti, come Portorico? Non sarebbe stato così male per voi, in fondo.»

Mi rispose così: «Certo i vantaggi sarebbe stati molti, ma avremmo sicuramente perso la nostra individualità popolare, la nostra cultura, e non avremmo contato nulla nel nuovo grande paese. La scelta, comunque, la fece Castro per tutti noi.»

Santiago non odiava nessuno: gli statunitensi, pur con il terribile embargo adottato da anni verso l’isola, erano così vicini, non solo geograficamente, ma facevano parte delle sue abitudini, passioni sportive, letterarie e cinematografiche.

Quanto aveva sofferto Santiago la fine dei contatti con gli Stati Uniti!

Nessuna partita di baseball, di alto livello, alla TV, sport che adorava, che aveva praticato con successo in gioventù e che ancora oggi saltuariamente esercitava.

Nessun film di Hollywood, come gli piacevano! E neppure musica. Adorava il jazz; e poi i libri, tutte cose che non aveva più potuto avere, perché proibite dal governo. Tutto, però, diventava accettabile se, come diceva Castro, era per la grandezza e l’affermazione del proprio popolo.

E che in effetti Cuba fosse diventata famosa nel mondo non era contestabile.

Mi appassionava il suo modo sincero di pensare. “Dove, oggi,” pensai, “è ancora possibile trovare una così autentica considerazione, amore, per un personaggio politico.”

Ero veramente interessato a scambiare opinioni con una persona così esperta delle problematiche sociopolitiche cubane che, un giorno, gli chiesi: «Dimmi, la scelta di diventare una nazione socialcomunista, l’ha fatta il popolo cubano? Il vostro presidente? O magari neppure lui per convinzione, ma piuttosto come conseguenza della necessità di avere come alleato l’Unione Sovietica?»

Non mi rispose, io avevo fatto una domanda che per lui non aveva bisogno di una risposta.

Cristoforo Colombo, aveva veramente ragione, l’isola, in particolare vista dal mare è uno spettacolo di bellezza che è difficile incontrare nel mondo. Spiagge bianchissime, che poi diventano grigie fino ad arrivare al nero, di una lunghezza impressionante. Si snodano, a volte, in un perfetto rettilineo, che poi all’improvviso si trasforma in piccole e strette insenature, con una costa rocciosa, nera, che si arrampica a picco sulle colline vicine. Avvicinarsi, in quel caso, è veramente impossibile, se non con piccole imbarcazioni e con grande attenzione. A tratti poi la costa diventa verdissima, a causa delle foglie delle mangrovie che sembra si tuffino in mare sostenendosi con le loro radici nodose che formano un intrico impenetrabile.

Alcune volte ci avvicinammo con il tender di bordo, un piccolo gommone, ma per quanto provammo non riuscimmo mai a giungere a terra. Ci addentravamo tra le mangrovie come in uno stretto canale che diventava subito un labirinto, senza motore usavamo per spostarci le pagaie di bordo, e a volte lo facevamo attaccandoci ai rami. Ma senza mai arrivare a un risultato. Esausti per il gran caldo, rinunciavamo a vedere la terra ferma. Pur non riuscendo nello scopo ci sentivamo felici nell’esplorare un mondo così selvaggio e veramente inospitale per un essere umano.

L’isola ha certo molti paragoni con altre località famose per gli spettacoli naturali, non so, le Figi, le Maldive, le Mauritius, ma qui si tratta veramente di qualcosa di molto diverso.

L’isola non è solo un rifugio, un paradiso naturale per pochissime persone, è grandissima, si estende per molti chilometri lungo le coste, ha montagne all’interno e grandi pianure coltivate o a pascolo.

“Come fa un cubano ad abbandonarla?”

Autore

Angelo Bruzzone

Angelo Bruzzone è nato a Genova nel 1946 e vive attualmente in Italia. Ingegnere meccanico, ha lavorato nel settore industriale in grandi aziende, come progettista, capo progetto, dirigente e direttore generale, risiedendo in vari paesi del mondo. Come libero professionista ha svolto attività di trading e consulenza. Recentemente è approdato alla letteratura, che ha sempre sentito come la sua vera vocazione. Incontri cubani (WLM 2013) è la sua seconda opera. Segue Xenia. La giocatrice (Silele 2014).

1 recensione per INCONTRI CUBANI

  1. wlmedizioni

    Recensione della giornalista Luisa De Montis del romanzo INCONTRI CUBANI di Angelo Bruzzone sunta dal quotidiano Il Giornale del 06 Dicembre 2013

    “Incontri cubani” un libro per scoprire cuba oltre gli stereotipi.
    Angelo Bruzzone è riuscito a scalfire la crosta dello stereotipo e arrivare alla sostanza. La Santeria, sincretica religione fortemente radicata nel paese, il confronto razziale, l’ideologia comunista, ad esempio, sono solo spontaneamente descritti dagli “incontri”. […] Chi è stato a Cuba, chi desidera andarci, o chi solo ha un motivo d’interesse per quel paese proverà, leggendo questo testo, forti sensazioni di curiosità e di confronto. […] In questo libro lo scrittore vuole dirci che i luoghi possono cambiarci, portando alla luce il meglio di noi stessi, ma che al tempo stesso l’amore e la forza che ci hanno spinto fino a lì ci porta anche a donare qualcosa di noi. […] La forte attrazione che Franco subisce lo spinge quasi inconsciamente sempre a ritornare. Cuba diventa per lui il posto dove è possibile trovare la verità!

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