IO NON ME NE VADO

13,51

Romanzo di formazione. Due fratelli, due storie contrapposte: chi rimane e chi se ne va. Due vite in povertà, due destini una speranza.

 

Esaurito

EAN: 9788897382232 COD: 381 Categoria: Tag:

Descrizione

Romanzo di formazione.

Osvaldo, che era andato a Villa Minozzo per comprare qualcosa per l’osteria, vedendo Zito per la piazza solo, era stato il primo a preoccuparsi delle sorti di Fernando. Aveva iniziato a chiedere in giro per il paese se qualcuno lo avesse visto, ma nessuno sapeva nulla. Tutti si misero a cercarlo per alcune ore senza risultato. Così il povero oste sconsolato prese Zito e lo condusse verso Febbio. Lo sgomento della gente era alto, in paese non era mai successa una cosa simile.

Giuseppe e Fernando sono due giovani pastori che ogni mattina, nella bella stagione, portano il loro gregge a pascolare sulle pratine dell’Appennino Tosco-emiliano intorno al monte Cusna. Vivono a Febbio, una frazione di Villa Minozzo, nel reggiano. A casa, però, c’è un clima familiare difficile, poiché il padre, Renzo, torna spesso ubriaco e maltratta Palmina, la madre dei due ragazzi e della neonata Caterina. Fernando decide di andarsene da casa per fare fortuna altrove. Con la complicità di un mercante, e il silenzio del fratello, si allontana. Per lui comincia una nuova vita, un’avventura che lo vedrà scendere dai monti attraverso la Garfagnana per giungere e stabilirsi a Lucca, lasciando una ferita profonda nell’animo della famiglia d’origine. Comincia così il racconto di due giovani vite che si svilupperanno in parallelo, Giuseppe fedele alle sue montagne seguirà gli insegnamenti del nonno Erminio, Fernando quelli di Anna lavorando nella sua osteria. Io non me ne vado racconta così il conflitto fra la vita in montagna e quella in città, fra l’amore per le proprie origini e il desiderio di avventura nell’uomo. Nell’animo dei due giovani, quella frattura dell’unità famigliare, solo apparentemente sopita, rimarrà a lungo. Molti anni dopo qualcosa cambia…

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,90

In copertina

illustrazione di Andrea Gatti, collezione privata.

Pagine

176

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo di formazione

Ambientazione

Febbio di Villa Minozzo RE, Monte Cusna, Castelnuovo di Garfagnana LU, Lucca

Illustrazioni

Mauro Moretti

Anteprima

 

GIUSEPPE

 

 

Era una sera dal cielo limpido e terso, il mese di ottobre del 1950, l’aria era frizzante, preambolo di un autunno imminente e dispettoso che con le sue carezze annunciava la venuta. Giuseppe quella sera era uscito di casa per andare a controllare le “tagliole” giù nel bosco, poco lontano da casa. Le tagliole che si usavano a quei tempi erano in ferro grezzo, spesso arrugginite e pesantissime, frontalmente c’erano denti molto affilati, a punta, come denti di squalo, lunghi tre centimetri ciascuno e che si aprivano a libro. La lepre affamata entrava nel raggio d’azione della tagliola e, appena toccava la carne, questa scattava chiudendosi, ferendo a morte lo sventurato animale. Spesso Giuseppe riusciva a catturare lepri, caprioli, gatti e più raramente qualche piccolo cinghiale, anche se per quelli utilizzava il fucile del padre, una vecchia doppietta Franchi.

Scendendo a piedi, lungo una strada sassosa che dalla piccola casa in sassi e cemento portava in paese, osservava il bosco che durante le ore notturne diventava di una profondità indefinita. Quando gli aliti di vento autunnale facevano muovere le fronde dei faggi, davano vita a sagome, personaggi irreali, forse anime dannate, in cerca di qualcosa o qualcuno sulla Terra.

Dopo pochi minuti di cammino, abbandonò la strada principale per un sentiero che attraversava una breve pratina, solitamente percorso dagli animali durante il loro vagabondare in cerca di cibo. Lì aveva disposto le tagliole. Tre di queste erano vuote, non aveva avuto molta fortuna quella sera ma nella quarta c’era una piccola lepre. Non provava piacere in quella pratica; si tirava avanti così: si viveva di caccia, agricoltura e pastorizia.

Ogni volta che catturava un animale, faceva il segno della croce, come gli aveva insegnato il nonno, per ringraziare Dio del bottino ricevuto.

Liberò l’animale dalle grinfie della tagliola e lo portò con sé.

A pochi passi, scorreva il Fosso degli Arati, un fiume sulle cui rive Giuseppe camminava spesso. Vi si avvicinò anche quella sera. Le acque borbottando tumultuose si rincorrevano lungo la Val D’Asta. Giuseppe si mise a sedere sopra l’erba umida a osservare il panorama. In lontananza si vedevano le piccole luci dei borghi disseminati sull’Appennino, ognuno con la propria storia e le proprie usanze. Quelle luci sembravano tante candeline che, nonostante i tempi duri, rimanevano accese, attaccate come piccole rondini al nido per non abbandonare la loro madre. Aveva quindici anni Giuseppe, era alto 1 metro e 70 cm ed era di costituzione robusta. Non perché mangiasse ma perché aveva una struttura ossea molto sostenuta, le spalle da vero boscaiolo già a quell’età, il collo corto e largo, le mani grandi e non troppo curate. Il viso era rotondo con piccole lentiggini sulle guance. I capelli erano neri, lisci, portati sempre in modo ordinato, pettinati all’indietro.

Giuseppe non andava a scuola. Si doveva sopravvivere e i genitori lo avevano messo subito al lavoro, lo avevano preparato a scendere a patti con quella vita grama, anche se era solo un ragazzino. La mattina si alzava molto presto, il padre lo chiamava dall’altra stanza. Giuseppe apriva i suoi occhi grandi e profondi, azzurro chiaro con riflessi più scuri, e guardava fuori dalla finestra. In estate era piacevole uscire di mattino presto, si potevano udire i concerti degli uccellini e i bramiti dei caprioli, invece in inverno, quando la neve cadeva copiosa, era una punizione mettere soltanto la punta del naso fuori dalla porta di casa.

Da lassù, seduto ad ascoltare l’acqua scorrere, osservava le stelle quasi ogni notte, e vedeva le luci in lontananza delle città di Reggio e Modena. Il monte Cusna e gli altri monti vicini facevano da culla e riparavano il piccolo caseggiato di Febbio. Era antico, costruito considerando le necessità più che lo stile architettonico. Le piccole case erano una attaccata all’altra e nella parte che si affacciava sulla strada avevano quasi tutte due piccole finestre quadrate e la porta d’entrata nel mezzo. Erano state costruite dagli stessi proprietari che per tradizione erano esperti posatori di sassi e ognuna aveva una sua particolarità. Dipendeva da come questi sassi venivano posati, non c’era una vera logica. Il posatore guardava il muro che stava costruendo, il primo sasso che gli capitava in mano lo adattava al suo bisogno, in maniera intuitiva. Visto il metodo costruttivo, le fughe di cemento tra un sasso e l’altro erano tutte diverse, alcune larghe un centimetro, altre larghe cinque. I sassi erano di colori diversi, alcuni grigi altri grigi tendenti al rosso perché contenevano minerali di ferro, altri tendenti al marrone; ma le case più particolari erano quelle posate a secco, senza cemento, fatte di un sasso incastrato nell’altro, con piccole scaglie e pietruzze a fare tenuta tra i sassi più grandi. I tetti erano in legno, fatti di travi di Faggio autoctono. Sopra le travi venivano poste le piagne di pietra serena, portate a valle dalle cime dei monti circostanti.

Giuseppe era il secondogenito, fratello di Caterina e Fernando. Vivevano con i genitori Renzo e Palmina in una grande casa di sassi poco sopra Febbio. Renzo e Palmina avevano un rapporto conflittuale, a volte anche violento. Renzo beveva molto e fumava tutto quello che trovava purché prendesse fuoco, era grosso come un armadio, aveva i capelli corti, neri come la pece, e mani grandi come badili, tutte rovinate, piene di calli, provocati dal duro lavoro di contadino e allevatore. Palmina era tutto l’opposto: magra, di carnagione molto chiara, portava i lunghi capelli biondi raccolti in un copricapo che non toglieva quasi mai ma che cambiava in base alla stagione. Durante l’inverno era di lana e nella stagione più calda di cotone. La vita dei due era scandita dal lavoro nei campi, l’attenzione ai figli e da lunghe e interminabili ore di mutismo. Renzo parlava pochissimo e quando lo faceva era per litigare, impartire ordini o menare le mani. Non si guardavano più neanche negli occhi. Palmina, era sfinita, logorata, annientata dalla durezza di quella vita e dalle angherie subite. Passava le sue ore ad accudire la piccola Caterina, nata da pochi mesi. La teneva nella vecchia culla di legno scricchiolante e aggredita dai tarli. I suoi figli erano l’unica gioia. I genitori erano morti poco dopo che lei e Renzo si erano sposati. Era stato un matrimonio obbligato, perché lei era rimasta incinta a ventitré anni. Renzo era stato un marito ammirevole e buono, ma dopo qualche anno si era stancato e aveva iniziato a trattarla male.

La madre di Renzo era morta di polmonite alcuni anni prima. Erminio, il padre e nonno di Fernando, Giuseppe e Caterina, viveva in una piccola casa di sassi in una minuscola borgata chiamata Roncopianigi, poco distante da Febbio. Era una persona molto buona, non parlava quasi mai. Portava una lunga barba bianca e le poche volte che faceva dei discorsi, con le mani si accarezzava la lunga nuvola bianca appoggiata su bocca, mento e guance come per concentrarsi. Era un uomo basso e magro, aveva gli occhi azzurri come il mare, anche se non lo aveva mai visto. Usava fumare la pipa, che si era costruito con le sue mani, in legno di Faggio. Quando fumava, produceva lenti sbuffi di fumo bianco. Pensava. Il vecchio Erminio, era un grande conoscitore delle piante che popolavano gli Appennini. Conosceva tutti i legni, i frutti che gli alberi, instancabili benefattori, producevano e tutti gli animali del bosco e delle alture. Adorava i suoi nipoti e li teneva con sé durante le sere invernali o nelle sue lunghe passeggiate nei boschi. Seduti sulla sponda dei torrenti passavano piacevoli ore a intagliare il legno, fabbricando piccoli oggetti di utilizzo quotidiano o creando animali fantastici, frutto della sua fervida immaginazione. Dava poi vita a quei piccoli esseri raccontandone le storie. Con la felicità e la complicità dei bambini.

Giuseppe, quella sera, rimase a lungo sdraiato nella pratina, vicino alle sponde del Fosso degli Arati. Poi decise di andare a fare un giro a Febbio, per incontrare qualche amico e ascoltare le storie dell’oste Osvaldo all’osteria che si trovava nella via centrale del caseggiato, via San Lorenzo. Era qui che si incontravano gli uomini, si raccontavano i loro problemi, le ansie, i dubbi, i patimenti. Era anche il luogo in cui si stipulavano i contratti con i mercanti di bestiame della Garfagnana, il tutto innaffiato da migliaia di litri di vino rosso toscano. Era molto forte il legame con la vicina Toscana, forse più che con l’Emilia. Il Chianti era un compagno inseparabile per questi uomini, scioglieva le lingue, sguinzagliava parole e surriscaldava gli animi.

Percorrendo la via San Lorenzo passò davanti alle case degli amici Sergio e Lorenzo. Le piccole abitazioni erano attaccate le une alle altre, la strada era strettissima.

Giuseppe era magro e non tanto alto, aveva la pelle tirata sul viso. La sua era una famiglia molto povera e con un padre ubriacone e cinque bocche da sfamare era veramente dura. Le luci erano spente e non si fermò, attraversò in lungo la strada con le mani in tasca, guardandosi attorno: le case, la stradina, i muri e la piccola piazza con la chiesa intitolata a San Lorenzo, dall’aspetto antico ma ricostruita dopo un terremoto, gli scorrevano di fianco e fuggivano dietro di lui. Si divertiva ogni volta a trovare nuovi particolari.

Passando davanti all’ingresso dell’osteria si accorse che dentro non c’era nessuno. Era molto strano che a quell’ora di sera l’osteria fosse vuota. Allora decise di entrare. Salì i due scalini che portavano alla piccola porta a due ante, con la mano impugnò la maniglia della porta e aprì. Il focolare, sul lato sinistro della stanza ardeva lentamente e di tanto in tanto crepitava. La bocca del camino accoglieva un grosso pezzo di Faggio che bruciando in quel modo così lento sarebbe durato fino al mattino dopo. In fondo, il vecchio bancone di legno scuro dove Osvaldo serviva i commensali era occupato da tre bicchieri di vino vuoti, ancora sporchi. Dietro al bancone, appesa alla parete, troneggiavano una doppietta e una cartucciera. Di fronte al bancone, c’erano una decina di piccoli tavolini, vecchi e cigolanti. Il giovane si mise a sedere di faccia a una porta che da dietro al bancone portava in cantina. Una volta c’era stato con suo padre, tra i grandi tini di vino toscano e i salumi prodotti da Osvaldo, era rimasto senza parole.

Dopo poco si sentì la voce dell’oste: «Arrivo, arrivo.»

Sbucò dalla piccola porta, Osvaldo. Era magro come un ramo secco e alto quasi due metri. Tanto alto che quando gli abitanti di Febbio volevano dire che era caduta tanta neve, utilizzavano l’espressione “Ce n’è un Osvaldo!”. Per questa sua strabiliante altezza era leggermente curvo in avanti. Aveva i capelli color cenere e gli occhi neri, le sopracciglia nere e folte. Il viso era scavato, magro, gli zigomi erano pronunciati e rossicci, aveva un collo lungo e sottile, le mani sottili anch’esse su cui si vedevano le vene.

«Ciao, Giuseppe! Come va?»

«Bene, sono andato a vedere le mie tagliole ma non ho avuto molta fortuna stasera, ho preso solo una piccola lepre, così ho pensato di venire qua a trovarti.»

«Hai fatto bene, ragazzo mio, ora ci mangiamo due fette di salame.»

A Giuseppe brillarono gli occhi, aveva una fame da lupi e Osvaldo lo sapeva. Gli voleva bene e lo aiutava di tanto in tanto, come poteva. Il buon Osvaldo, facendo l’oste come mestiere aveva sempre cibo in abbondanza e ogni volta che Giuseppe andava a trovarlo o a svolgere piccoli lavori per lui gli faceva sempre trovare qualcosa di gustoso da mangiare.

«Allora? Come va a casa?»

«Mah, Osvaldo, mio padre e mia madre non vanno d’accordo, o stanno zitti per ore o litigano, e mio padre la picchia, lo sai.» Titubò un attimo, poi si lasciò andare come un fiume in piena: «Osvaldo, non so cosa devo fare. Fernando vuole andarsene di casa a cercare fortuna e un lavoro che sia più redditizio. L’ho sentito pochi giorni fa mentre parlava a Villa con un mercante, ho pensato che scherzasse ma poi ho capito che diceva seriamente. Lui non si è accorto di me e io non ho avuto il coraggio di dire niente. Se ne andrà e io rimarrò da solo con Renzo che quando torna dai campi o dalla stalla non fa altro che picchiare la mamma. E poi c’è Caterina che è piccolissima! Qua mi sa che finisce male.»

«No, dai, Giuseppe, non disperare e stai vicino a tua madre e a tua sorella. Quello che puoi fare è pensare a te. Crescerai e troverai una donna, dovrai trattarla bene, non come fanno gli altri e ora devi volere bene a tua madre!» Poi vedendo che non aveva convinto il ragazzo, aggiunse: «Renzo io lo vedo spesso, anche perché viene sempre qui a bere e non fa altro che vantarsi di come tratta Palmina, invece dovrebbe impegnarsi per migliorare la sua vita e quella dei suoi figli, lui oramai si crede Dio, avrebbe bisogno di una bella lezione! Però io non posso mettermi in mezzo, mi ammazzerebbe! Parlane con tuo nonno Ermino, vedrai che ti aiuterà.»

«Io ci provo. Appena mio padre saprà che ho preso solo una piccola lepre, sarà il finimondo e poi se viene qui a bere con Giovanni e Carmine non ne parliamo, tornerà talmente ubriaco da menare le mani solo a dirgli ciao.»

«Tu ora vai dal nonno e stai un po’ là, è in gamba quel vecchio. Poi torna a casa, se Renzo viene qua io ti prometto che non gli verserò neanche una goccia di vino o grappa, anche a costo di farlo infuriare, tanto vedi, là attaccata al muro c’è la mia fedele compagna Franchi e la cartucciera è piena, con quella si calmano subito!»

Il giovane ringraziò il buon oste, si alzò e si incamminò verso la porta. Quando la aprì, sentì non troppo lontane, le voci di suo padre e degli amici che, anche se non avevano una lira in tasca, non rinunciavano mai ad andare all’osteria. Molte volte lasciavano i conti in sospeso per giorni e Osvaldo segnava su un pezzo di cartone con la matita tutto quello che Renzo, Carmine e Giovanni consumavano. Poi ogni volta che tornavano a bere Osvaldo ricordava loro che dovevano pagare. La risposta era sempre la stessa:

«Osvaldo, a pagare e a morire si fa sempre in tempo!»

Allora, il buon oste, quando si era stancato, staccava la fedele Franchi dalla parete, la accarezzava poi di scatto si sentiva il rumore di carico della pallottola nella doppietta e Osvaldo la puntava verso il tavolo dei debitori. Tutti si zittivano, chi giocava a carte le appoggiava sul tavolo e si girava verso il bancone, alcuni appoggiavano i bicchieri sul tavolo, altri se ne andavano. Così i debitori versavano la somma dovuta: erano soldi o prodotti dei campi, o funghi o ore di lavoro. L’oste non aveva mai premuto il grilletto ma molte volte si era ripromesso di farlo.

Clelia, sua moglie, cercava di rabbonire il marito. Voleva bene a tutti e aiutava tutti, ma non ammetteva prese in giro. Era una donna di media statura, un po’ in carne, aveva i capelli castani con riflessi naturali biondi. Erano lisci e lunghi fino alle spalle, ma quando lavorava all’osteria li teneva raccolti sotto un fazzoletto bianco. Difficilmente la si vedeva con i capelli sciolti perché lavorava sempre, tranne nel momento sacrosanto della messa. Si intuiva che in gioventù era stata molto bella. Gli anni passavano anche per lei ma era ancora una donna di un certo fascino. Aveva una carnagione chiara, il viso era leggermente tondo, la pelle ancora molto liscia, aveva gli occhi lievemente a mandorla, neri e lucidi, le sopracciglia erano ben curate e dello stesso colore dei capelli. Le mani, piccole e graziose, erano screpolate sui palmi a forza di lavare piatti e bicchieri. Indossava maglioncini di lana con il collo a v e gonne al ginocchio, teneva alla sua presenza. Osvaldo le aveva regalato molti anni prima una collanina con un piccolo pendaglio al centro e lei non la toglieva mai. La cosa che colpiva di più era la sua disarmante semplicità, semplicità che le permetteva di affrontare qualsiasi problema con schiettezza e buon senso.

Giuseppe, con balzi veloci, si dileguò in mezzo alle case e si incamminò per raggiungere Roncopianigi e la casa di Erminio. Dalla fretta di parlare al nonno, più che camminare, correva.

Renzo e la compagnia erano ormai giunti davanti all’osteria. Clelia, che per tutto il tempo che il giovane era rimasto a parlare con Osvaldo, era stata nella cantina a pulire piatti e bicchieri e a sistemare i formaggi sulle scansie di legno di Faggio, aveva sentito tutto.

«Dai da bere ai tre mascalzoni. Troveremo un altro modo per aiutare il giovane e il resto della famiglia» gli aveva detto. Osvaldo aveva sempre ascoltato i consigli di sua moglie ma quella volta no. Non avrebbe versato una goccia di vino a Renzo!

Il giovane era passato davanti al vecchio mulino ad acqua dei fratelli Piero e Toldo Zamboni che macinavano e producevano farina per tutti i paesani e da lì era giunto nella piccola piazzetta di Roncopianigi. Dalla piazzetta aveva girato a destra, e aveva subito intravisto la piccola casa in sassi sopra alla collinetta. Il terreno, era circondato da uno steccato in legno costruito alla bene meglio con rami di Faggio secchi trovati nel bosco che portava su, verso i Prati di Sara. Giuseppe percorse la strada sterrata che usciva dall’abitato e dopo alcuni passi scorse il nonno seduto davanti alla porta di casa, insieme al fidato asino Pacchero. Il vecchio ara molto attaccato a quell’asino, lo possedeva da tanti anni ed erano diventati inseparabili. Lo aveva comprato a Villa Minozzo, scambiando l’animale con una vecchia mucca e cinque forme di formaggio pecorino. Il mercante di bestiame pensava che quell’asino fosse indemoniato, lo aveva comprato e rivenduto cinquanta volte. Erminio sapeva che ogni animale ha un’anima, nessuno è cattivo, bisogna solo sapere cosa gli è successo in passato e quindi con calma si era messo a parlargli. Lo portava sempre con sé, anche se tutti in paese lo canzonavano, lo chiamavano “vecchio pazzo”. Lui pazzo non era ed era riuscito a instaurare un rapporto perfetto con l’animale. Si guardavano negli occhi e si capivano. Erminio andava pochissime volte in paese, al massimo si fermava da Osvaldo a vendere qualche formaggio prodotto dalle sue capre e pecore. L’oste non lo canzonava e i due si rispettavano. Ogni volta che andava da Osvaldo o a Villa Minozzo, l’asino lo accompagnava trasportando la merce da vendere. Quando lo lasciava legato davanti alla porta dell’osteria, tutti ridevano e maltrattavano il povero animale. Erminio si arrabbiava molto e si metteva a urlare. Una volta, Carmine si era avvicinato per maltrattare la povera bestia e l’asino gli aveva sferrato un calcio nella pancia, rompendogli tre costole. Quando Erminio era uscito dall’osteria, preoccupato dalla confusione che i paesani stavano facendo, aveva finito per litigare e azzuffarsi con alcuni uomini del paese. Ne era uscito mal ridotto ma al fedele amico non era accaduto nulla.

Erminio, appena vide il nipote, si preoccupò. Si mise ad aspettarlo in piedi, davanti alla porta di casa: «Ciao, cosa fai qua a quest’ora della sera?»

«Ciao nonno, sono andato a vedere le mie tagliole e poi non mi andava di tornare subito a casa, allora sono passato a trovare Osvaldo, ci siamo messi a parlare e lui mi ha consigliato di venire da te.»

Il vecchio aveva già capito guardando il nipote negli occhi che c’era qualcosa che non andava, gli occhi di un bambino non tradiscono mai.

«Che succede, ragazzo?»

Erminio trattava Giuseppe come una persona adulta, sotto certi aspetti era molto più grande della sua età. Il giovane con un po’ di timore raccontò al nonno quello che aveva raccontato all’oste. Anche Pacchero sembrava ascoltare e capire le parole. Erminio ascoltava e si accarezzava la barba bianca. Quando Giuseppe ebbe finito, il nonno era diventato serio e cupo e dopo pochi istanti di silenzio, che per Giuseppe parevano interminabili, riprese a parlare, abbracciò il nipote e incamminandosi lungo il prato intorno alla casa gli parlò.

«Vedi, ragazzo; tuo padre sta sbagliando tutto, è accecato da chissà che cosa: le donne, i bambini e la gente in generale non si tocca, le mani non si usano se non per lavorare e aiutarsi, oppure quando non si ha possibilità di rimedio, si usano per difendersi, ma solo in rarissimi casi e quando si è sicuri di avere ragione. Tu sei abbastanza grande ormai per capire molte cose; qua sulle montagne la vita è difficile, si lavora nei campi o con il bestiame solo per riuscire a guadagnare quanto basta per mangiare, a volte solo una volta al giorno. Ci si spacca la schiena e si hanno poche soddisfazioni. Tuo padre è stato sempre un ragazzo agitato ma non è mai stato violento. Ora lo è e dobbiamo cambiarlo, altrimenti ci combinerà solo dispiaceri. È diventato un grande bevitore e il troppo vino non porta buoni consigli, solo rogne. Si diventa esuberanti, si perde il senso del limite, addirittura della paura e del dolore. Il vino va bevuto con moderazione altrimenti ti annienta. Renzo e Palmina si sono sposati perché tua madre aspettava già tuo fratello Fernando. Allora era tutto bello, anche le fatiche, ma le cose sono peggiorate bruscamente. Se non si ci vuole bene per davvero, diventa molto difficile rispettarsi.»

«Allora, nonno, cosa vuoi fare?»

«Parlerò con tuo padre, anche se è da tanto tempo che non gli rivolgo la parola. Quando vengo a trovarvi non ci guardiamo nemmeno negli occhi, ma sono convinto che non mi ascolterà. Non lo ha mai fatto. Tu però promettimi che se avrai problemi non esiterai un istante a venire qua da me per te, tua madre e i tuoi fratelli, la mia casa è sempre aperta, parlerò anche con Fernando. Poi lui sarà libero di fare ciò che crede, ma deve sapere che non è facile abbandonare il paese dove si è nati per andare chissà dove.»

«Va bene, nonno. Ora torno a casa.»

«Aspetta, ti accompagno io. Andremo insieme a Pacchero, con lui facciamo prima.»

I due partirono in groppa all’asino, non era un percorso lungo ma il nonno ci teneva a insegnare a Giuseppe come comandare l’animale, così un giorno avrebbe potuto cavalcarlo da solo. Giuseppe si sentiva sicuro assieme al nonno e lungo il percorso gli fece mille domande. Quando giunsero in prossimità della pratina, dove il ragazzo aveva posizionato le tagliole, disse al vecchio di fermarsi. Erminio si fermò e il giovane scese dall’asino. Andò a rovistare dietro ad alcuni sassi.

Poco dopo Giuseppe gli mostrò il bottino di caccia di quella sera e il nonno contento disse: «Bravo, vedi, hai avuto fortuna, è importante che tu impari a cacciare. Ti sei fatto il segno della croce come ti ho insegnato?»

«Sì, l’ho fatto ma ho catturato solo questa piccola lepre, mio padre si arrabbierà.»

Giuseppe risalì in sella all’animale e i due ripartirono verso casa.

Scesero dall’asino e Erminio lo condusse a mano per gli ultimi metri, tirandolo con dolcezza per la cavezza, fin davanti alla casa. Palmina comparve subito sulla porta. Il volto preoccupato, gli occhi sgranati. Appena lo vide, si tranquillizzò.

«Ciao Erminio, ero in pensiero per Giuseppe, perché di sera torna sempre presto. Entra.»

Il giovane abbracciò la madre, Caterina dormiva nella culla di legno vicino al focolare, Fernando era nella stalla e di Renzo non c’era l’ombra.

Erminio si mise a parlare con Palmina, discorsero a lungo mentre Renzo era all’osteria. Osvaldo aveva mantenuto le promesse.

«E perché a me non vuoi versare il vino?»

«Perché bevi troppo e vai via da qua ubriaco, e combini casini.»

Renzo si tirò su le maniche, come a sfidare Osvaldo: «Tu mi devi servire e non ti devi impicciare degli affari miei, lavoro tutto il giorno e alla sera faccio quello che mi pare.»

«Io da bere non te ne do, anzi ti do solo acqua, così magari ti si rinfresca un po’ il cervello e ti comporti meglio.»

Anche i due amici di Renzo si alzarono dal tavolino con aria di sfida ma Osvaldo non si mosse, anzi, come spesso faceva, impugnò la doppietta Franchi.

«Tu non fai paura a nessuno, tanto con quel ferro vecchio non hai mai sparato, non hai il coraggio di premere il grilletto.»

Osvaldo senza farselo dire due volte caricò il fucile e fece partire prima un colpo verso il tavolino dove erano seduti, poi ne fece partire un altro verso i piedi di Renzo, ma non lo colpì. I tre amici scapparono fuori dal piccolo locale come fulmini, non si aspettavano una reazione simile da Osvaldo. Clelia era ammutolita nella stanza adibita a magazzino. Appena fuori dalla porta i tre iniziarono a insultare l’oste a gran voce e gli urlarono che non era finita lì e che l’avrebbe pagata cara. Ma Osvaldo non ci badò, per quella sera poteva bastare. Era felice perché non aveva tradito l’amico Giuseppe.

Renzo, Carmine e Giovanni si avviarono verso casa. Renzo era infuriato per l’affronto subito. Quando giunse a casa, trovò il padre che giocava con i nipoti, davanti al camino a intagliare volti fantastici su piccoli pezzi di legno. Richiuse la porta sbattendola con violenza, poi andò nella stalla senza proferire parola. I cinque, seduti davanti al focolare, si guardarono, e per qualche istante il silenzio scese nella stanza, poi tutto tornò come prima. Erminio, dopo poco, se ne andò, salutò Palmina e i nipoti e con l’amico asino prese la via di casa. Renzo, quella notte, dormì nella stalla sulla paglia; in casa regnò la pace fino alla mattina seguente.

 

Faceva freddo ma il sole splendeva alto nel cielo.

Renzo, di buonora svegliò Giuseppe. Fernando era già sveglio. Il giovane bevve una bella tazza di latte caldo, si vestì e si diresse verso la stalla dove il fratello aveva già iniziato a mungere le pecore e le capre, per poi portarle al pascolo.

Fernando era un vero gigante. Spalle larghe, collo corto e largo, gambe lunghe e muscolose. Aveva moltissimi capelli, gli occhi erano grandi e verdi, ma li si notava poco perché per abitudine li teneva sempre socchiusi, aveva una piccola cicatrice sul mento, un brutto ricordo di una caduta da un albero quando era più piccolo. Vestiva in modo semplice, una bandana legata al collo. Le mani grandi e rovinate dai calli, le unghie cortissime, le rosicchiava per sfogare il nervoso che gli procurava il padre.

Come vide Giuseppe disse: «Fratello, oggi ti devo parlare di una cosa seria, mentre portiamo le pecore e le capre ai prati di Sara dovrai ascoltarmi, e ora dammi una mano a mungere, che prima si finisce prima si parte e prima si rientra a casa.»

Giuseppe già immaginava cosa volesse dirgli il fratello ma non proferì parola, prima voleva che fosse lui a parlare.

Finita la mungitura, i due partirono. Nel frattempo, Renzo era tornato in casa e spiegava alla moglie quanto successo la sera prima all’osteria. La moglie lo guardava, lo ascoltava e non gli rispondeva. Gli faceva compassione quell’uomo che, dopo tutte le angherie subite, ormai non amava più. Palmina disse al marito che Erminio lo aspettava a casa sua, perché gli doveva parlare.

Renzo, stupito ma anche un po’ scocciato, disse: «Chissà cosa vorrà quel vecchio stupido!»

«Attento a come parli, Renzo, è pur sempre tuo padre.»

«Tu stai zitta.»

Nel frattempo Caterina aveva iniziato a piangere e Palmina era andata verso la culla, l’aveva presa in braccio e, vista l’ora, aveva iniziato ad allattarla.

Renzo se ne andò verso la casa del padre, senza degnare di uno sguardo la piccola figlia. Giuseppe e Fernando erano partiti e il fratello maggiore aveva iniziato il suo discorso.

«Giuseppe, io ho deciso di andarmene da casa, non ho più voglia di fare questa vita misera, e priva di soddisfazioni. Io voglio una vita migliore, mi piacciono le nostre montagne ma voglio trovarmi una donna che mi stia vicino. E poi mi ha detto un mercante di bestiame di Villa Minozzo che da altre parti dell’Italia o del mondo, la gente lavora nelle fabbriche e riceve un salario, una paga ogni mese e il sabato e la domenica può fare ciò che vuole, andare in giro e fare tante altre cose. Io non ce la faccio più a stare qui. Il papà è violento, lo vedo anche io, ed è sempre ubriaco. Nei campi lavora come un matto e lo ammiro ma per il resto è una vergogna, mi mette una tristezza e una paura addosso terribili. Andrò via tra pochi giorni, senza dirlo a nessuno, così mamma ci starà meno male. Mi sono messo d’accordo con Azelio, il mercante che venerdì è a Villa a vendere roba. Io con quella scusa partirò con lui, ha detto che dopo torna in Toscana, poi andrà in altri paesi. Quando avrò trovato un posto dove stare, troverò qualcuno che sappia scrivere e ti scriverò una lettera, così quando andrai a Villa Minozzo la riceverai. Abbi cura di mamma e di Caterina, ora sarai tu il più grande, dopo papà. Non ti preoccupare per me: io non so se tornerò, ma me la caverò.»

«Fernando, se vuoi andare, vai, ma non so se è un’idea saggia. Il nonno dice che non è facile andarsene dal paese in cui si è nati.»

«Lo so, ma io voglio andare. Se va male, in qualche modo tornerò.»

I due fratelli, ormai erano ai pascoli di Sara, si guardavano negli occhi ma non parlavano più, consapevoli tutti e due che da lì a poco le loro strade si sarebbero separate, forse per sempre.

Renzo nel frattempo era arrivato a casa del padre.

Quando giunse all’imbocco della stradina, si fermò. Sentì come un blocco alle gambe. Doveva prendere coraggio. Non sapeva il perché si sentisse così, comunque, lentamente e a piccoli passi, percorse la via e arrivò davanti alla porta di casa del padre. La aprì ma dentro alla piccola stanza non c’era nessuno.

Renzo richiuse la porta e si diresse verso la stalla, e lo trovò che stava facendo il formaggio.

L’odore del latte caldo e della cagliata era forte, sapeva di buono. Erminio era chinato sulla caldaia dove il latte bolliva lentamente. Quando sentì i passi, alzò la testa per vedere chi fosse e quando vide il figlio, si stupì. Era quasi convinto che non avrebbe accettato l’invito.

«Ben arrivato, non pensavo che venissi.»

«Ebbene, sono qui. Cosa vuoi, vecchio?»

Mentre parlava, Erminio continuava nel suo lavoro di cottura della cagliata.

«Ti devo parlare.»

«Dimmi e fai presto che non ho tempo da perdere con te.»

«Io ci metto il tempo che ci vuole, quindi mettiti tranquillo.»

Renzo si innervosiva ma Erminio continuava nel suo lavoro. Finita la cottura, mise il ricavato nelle piccole fascere, poi lo mise ad asciugare sulle scansie, ricoprendo il formaggio con una quantità ben precisa di sale.

La stalla non era molto grande, ma era tenuta in ordine perfetto, quasi maniacale.

«Mi sa che stai esagerando con i tuoi comportamenti, Renzo.»

«E a te cosa importa?»

«Io e tua madre non ti abbiamo messo al mondo perché tu diventassi un violento, ubriacone e stupido. Prima non eri così, sei sempre stato un po’ vivace, ma così mi sembri un ignorante senza scrupoli.»

I due si guardarono fissi negli occhi, Renzo si innervosì ancora di più ma rimase immobile. Erminio continuò nel suo discorso.

«Cosa sta succedendo con Palmina? Vuoi essere uguale agli altri? La misoginia non porta da nessuna parte! Fai stare male tua moglie e i tuoi figli, ti devi vergognare, smettila!»

«Vecchio ignorante! Non puoi dirmi ciò che devo o non devo fare. Io faccio ciò che voglio, quella donna mi fa schifo, non la sopporto!»

«Cosa stai dicendo? È tua moglie! E mi verrai a dire che però quando ci vai a letto ti piace, eh! Una moglie la si deve tenere da conto se è come Palmina. Ti ha dato tre figli. Nonostante tutto quello che gli fai, è ancora lì, bisognerebbe farla santa quella donna!»

Renzo decise di andarsene non era più intenzionato a rimanere ad ascoltare il saggio padre, ma Erminio, non poteva immaginare che nella mente del figlio ci fossero pensieri ben peggiori del maltrattare la moglie.

L’uomo, avido e pronto a tutto per guadagnare più soldi, e vantarsi davanti agli amici, aveva preso accordi con un commerciante che veniva a Villa Minozzo a vendere bestiame, ma che svolgeva altre attività ben poco nobili in giro per l’Italia, per vendergli la figlia Caterina. Avrebbe avuto una bocca in meno da sfamare.

 

 

LA PARTENZA DI FERNANDO

 

 

Il venerdì arrivò, e con esso il momento dell’addio a Fernando.

Il giovane si alzò come al solito di buon umore, facendo in modo che la madre e il padre non si insospettissero. Nella stalla, la sera precedente aveva preparato un vecchio zaino dove aveva riposto una vecchia giacca da pastore lunga fino ai piedi, per ripararsi dal freddo e dall’acqua. Un maglione, una forma piccola di formaggio, del pane, un fedele coltello dal manico d’osso e dalla lama affilatissima, e per non farsi notare dai genitori e dagli eventuali amici che avrebbe incontrato lungo il cammino verso Villa Minozzo, nella parte superiore dello zaino aveva messo alcune forme di formaggio da vendere ai commercianti, ben sapendo che i pochi soldi ricavati dalla vendita gli sarebbero serviti per la sua nuova avventura.

«Fernando, ti vuoi muovere? Vai al mercato a vendere il formaggio e cerca di fare un prezzo abbastanza alto» disse Renzo al figlio, ignaro.

«Sì, vado.»

Il giovane si fermò a osservare la grande casa, il focolare e poi posò lo sguardo sulla piccola sorellina. Appena Palmina si distrasse, si chinò e le diede una carezza leggera sulla guancia destra e un piccolo bacio sulla fronte.

Giuseppe a stento tratteneva le lacrime ma non voleva tradire il fratello. I due si scambiarono un rapido sguardo poi quando Palmina uscì di casa si abbracciarono forte e si scambiarono una pacca sulla spalla come fossero due vecchi amici, poi partì.

Camicia di flanella invernale, che portava con le maniche arrotolate sino ai gomiti, pantaloni di stoffa pesante che andavano a sfiorare gli scarponi da pastore fatti a mano dall’amico Celso, un piccolo artigiano calzolaio di Gazzano, un paesino incastonato in una conca, verso i paesi di Civago e dell’Appennino modenese, e un cappello in testa di stoffa impermeabile.

Zito, il cavallo del padre era sellato e pronto, un bell’esemplare di cavallo del Ventasso, una razza autoctona che viveva allo stato brado poco distante da Febbio. Aveva il mantello sauro. Zito era alto 162 cm al garrese, ben prolungato verso il dorso e muscoloso, aveva una testa non eccessivamente grande, sorretta da un collo di media larghezza. Gli arti erano grandi e robusti. Un cavallo perfetto per arrampicarsi per i sentieri dell’Appennino. Renzo gli aveva caricato in groppa nella parte posteriore un ulteriore zaino pieno di patate e ortaggi e si era raccomandato con il figlio Fernando di non tornare finché non avesse venduto tutto quello che aveva.

Il giovane partì al galoppo verso Villa Minozzo. Era il paese più grande, situato in mezzo alla Val D’Asta e fungeva da capoluogo. Lo accolsero le case di sassi su entrambi i lati della stretta via San Rocco. Attraversò il centro storico per via Roma. Gli sfilò di fianco l’antica chiesa dei Santi Quirico e Giulitta, intonacata in bianco. Le merci confluivano lì, dalla parte alta della vallata, dai paesi di Febbio, Civago, Gazano, Morsiano, S.Tonio, Coriano. Si imbatté in alcuni mercanti che percorrevano la via in leggera salita, a passo d’uomo, stando attenti a non toccare le pareti delle abitazioni con il carro. Ancora pochi metri e arrivò in Piazza della Pace. Era circondata da case e vi si affacciavano il Municipio, la caserma dei carabinieri e il bar Posta. I mercanti si erano disposti lungo i lati della piazza e lungo la via che dalla piazza continuava per cinquecento metri e arrivava al cimitero. Chi giungeva dai paesi verso valle, come Carniana e Gatta, entrava in paese da quella direzione, attraverso una strada impervia.

Durante il giorno di mercato, quasi tutti gli abitanti della montagna si recavano nel capoluogo a vendere quello che producevano, per ottenere denaro o scambiare la propria merce con altre di cui avevano bisogno, era un giorno di festa.

Fernando, arrivato a destinazione, si mise a vendere la propria merce. Era d’accordo con Azelio, che non si sarebbero parlati per tutta la mattina. Qualche paesano gli chiese perché avesse cambiato posto di vendita quel giorno. «Per oggi secondo me è meglio qua» rispose.

Di tutti gli ortaggi che gli aveva dato il padre una piccola parte la aveva messa nello zaino per sé. Non era mai stato così pieno quel compagno fedele di tanti mercati.

Tra una chiacchiera e l’altra poco prima di mezzogiorno aveva venduto tutta la merce.

Dei soldi guadagnati ne mise una metà nello zaino, e l’altra metà nell’altro zaino che era ancora saldamente ancorato in groppa a Zito, di modo che quando i genitori fossero andati a cercarlo avrebbero trovato il cavallo e una parte dei guadagni.

Il giovane, con la scusa di dovere parlare con Azelio, lo raggiunse e si incamminarono senza dare nell’occhio. Appena furono fuori dal paese, Fernando salì sopra al carretto del mercante e si nascose mettendosi seduto in mezzo alla merce che era rimasta invenduta. Azelio condusse il suo carretto con cavallo, fingendo che fosse tutto normale.

I paesani di Villa Minozzo erano molto attenti a tutto quello che succedeva, ma quella mattina, presi dalle compravendite, non si accorsero di nulla.

Solo nel tardo pomeriggio vedendo che Zito era ancora lì nella piazza, che gironzolava in totale solitudine, iniziarono a impensierirsi.

Nel frattempo a casa, Palmina era preoccupatissima, non stava nella pelle. Giuseppe invece era ai pascoli alti del Vallestrina.

«Renzo, per favore, vai a cercare Fernando. Ti prego! Chissà dove si è cacciato, di solito è sempre di ritorno per le due di pomeriggio.»

Palmina oramai piangeva, presa dalla disperazione.

«Vedrai che torna, cosa vuoi che gli sia successo?»

La povera donna continuava nella sua umile supplica al marito che poi a nulla servì. Anzi, Renzo si spazientì e le tirò uno schiaffo da farle girare la faccia.

Osvaldo, che era andato a Villa Minozzo per comprare qualcosa per l’osteria, vedendo Zito per la piazza solo, era stato il primo a preoccuparsi delle sorti di Fernando. Aveva iniziato a chiedere in giro per il paese se qualcuno lo avesse visto, ma nessuno sapeva nulla. Tutti si misero a cercarlo per alcune ore senza risultato. Così il povero oste sconsolato prese Zito e lo condusse verso Febbio.

Lo sgomento della gente era alto, in paese non era mai successa una cosa simile.

Oramai era sera, Giuseppe era tornato dai pascoli del Vallestrina con le pecore, aveva anche raccolto una buona quantità di funghi porcini, così avevano il cibo assicurato per alcuni giorni.

Palmina avrebbe voluto andare a Villa Minozzo a cercare il figlio, ma con la piccola Caterina non poteva muoversi da casa, non l’avrebbe mai lasciata sola.

Dopo poco, Osvaldo giunse all’osteria, girò dietro casa verso la stalla, chiamò la moglie Clelia, e le raccontò quanto era successo. La donna non aveva parole. Osvaldo, in sella a Zito, partì al galoppo e in poco tempo fu davanti alla grande casa di sassi di Fernando.

Palmina si precipitò fuori da casa e andò incontro ad Osvaldo, anche Renzo corse verso l’oste anche se tra loro, dopo la disputa per il bere di quella sera, non vi erano buoni propositi.

L’oste li informò dell’accaduto. Renzo non capiva, suo figlio non aveva nessun motivo per sparire. Se fosse caduto da cavallo e si fosse fatto male lo avrebbero trovato lungo la strada. Le cose non gli erano chiare ma lo avevano cercato tutti a Villa Minozzo, quindi non aveva più senso continuare a cercarlo.

Clelia arrivò a piedi poco dopo. Voleva stare vicino all’amica Palmina, già molto sfortunata. Le due si abbracciarono a lungo. Clelia le disse che doveva essere forte, che aveva Caterina e Giuseppe, e che Fernando poteva ancora tornare, poteva ancora essere vivo o nascosto da qualche parte.

L’istinto di donna e di madre non ingannava Palmina, ad una madre non si nasconde nulla e più il tempo passava più Palmina capiva che non avrebbe mai più rivisto il suo primo figlio.

Quella sera Clelia rimase a casa di Palmina e insieme accudirono Caterina. Giuseppe avvertì il vecchio nonno che si precipitò a casa del figlio. Renzo, almeno per quella sera, fu più dignitoso del solito e riuscì a starsene zitto.

Fernando, nel frattempo, era giunto in Garfagnana con Azelio. Erano a Castelnuovo, il paese più grande della zona, situato nel suo cuore verde, nella parte settentrionale della valle del fiume Serchio, racchiusa tra i contrafforti montuosi delle Alpi Apuane e dell’Appennino. Il paese era circondato da una cinta muraria e si sviluppava tutto attorno alla rocca. Piccole vie strette e tortuose si inerpicavano attorno a quella imponente costruzione; ci si muoveva per lo più a piedi o con piccoli carretti. Il paese, all’interno delle mura, era completamente autonomo: vi erano fornai, fabbri, falegnami, osterie e gendarmi e si era sviluppato da diversi decenni un ricco mercato con le piccole borgate vicine: Palleroso, Monterotondo, Antisciana, Gragnanella, Cerretoli, Colle e Rontano.

Poco fuori Castelnuovo, su un’altura sorgeva la fortezza di Monte Alfonso, costruita per offrire riparo dagli attacchi bellici. Era impressionante. Si chiese a cosa servisse una simile fortezza. I guai nascono sempre dalle persone vicine, raramente da quelle lontane. Si sentì a disagio ma Azelio faceva buoni guadagni. Prima di arrivare lì, i due avevano fatto tappa a San Pellegrino in alpe, un piccolissimo borgo sopra al Passo, dove Azelio aveva venduto altri formaggi. Era un luogo più semplice, forse più adatto a lui. Ma stava per intraprendere una nuova vita. Avrebbe trovato presto il suo habitat.

Azelio e Fernando passarono la notte nella stalla di un contadino. I due presero a conoscersi meglio, era la prima volta nella sua vita che dormiva fuori casa, in un altro paese. Si mise a fantasticare su quello che avrebbe fatto da lì in poi. Azelio, era un uomo di mezza età, basso e grassoccio, quasi calvo. Aveva il viso rotondo, la barba di tre giorni volutamente lasciata crescere. Era ‘gonfio’, quando non lavorava, si rinchiudeva nelle osterie a mangiare e bere con gli amici. Aveva folti baffi neri sotto al naso, le mani piccole e logore. Si vestiva bene, facendo il mercante guadagnava abbastanza e poteva permettersi maglioncini di lana o cotone e pantaloni eleganti. Non si separava mai dal suo cappello grigio chiaro.

Azelio quella sera raccontò al giovane moltissime storie e fatti che gli erano successi. Fernando lo ascoltò rapito.

La mattina seguente, ai primi bagliori dell’alba, i due si svegliarono e, per ripagare il padrone di casa che li aveva ospitati per la notte, svolsero i lavori di stalla. Quando ebbero finito, sbocconcellarono pane e formaggio e si rimisero in marcia per i paesi della Garfagnana.

«Fernando, durante il viaggio ci fermeremo in tutti i paesi che incontreremo a vendere formaggi e verdura ma poi si compra anche della roba. Tu ascolta e impara.»

«Va bene, Azelio, ma io come posso aiutarti?»

«Tu stai a guardare, poi quando ci fermeremo nel tardo pomeriggio da un altro amico mio che ha un’osteria potrai aiutarlo, così avrai i tuoi primi guadagni.»

Dopo un tempo che a Fernando parve infinito, arrivarono a Gallicano Borgo, un piccolo paesino dove sostarono solo il tempo necessario per vendere. Non ebbero buona fortuna.

«Caro Fernando, devi sapere che lassù, più in alto, ci sono delle grotte, le grotte del vento. In paese, si racconta che se vai all’entrata di questo enorme buco, puoi udire la voce dei morti dannati, che chiedono perdono per tutte le malefatte che hanno combinato in vita. E se quando passi da Gallicano Borgo, vieni trovato a rubare o a infrangere la legge, un gruppo di paesani ti prende e ti porta lassù ad udire le voci dei dannati e a chiedere perdono per quanto commesso. Poi, chiesta la grazia, ti accompagnano alle porte del paese, di modo che te ne vada e da quel momento puoi solo transitare da qui, senza fermarti o mercanteggiare.»

I due continuarono il loro viaggio scendendo il fiume Serchio, Fernando si guardava intorno incuriosito. Le montagne che lo circondavano erano diverse da quelle che lui era abituato a vedere, erano più basse, a tratti più scoscese. A lui parevano impervie. Arrivarono a Diecimo, una frazione di Borgo a Mozzano, e si fermarono all’osteria di Oreste. Oreste era un uomo molto buono, statura media. Aveva un’andatura un po’ altalenante, le gambe erano storte da fare impressione, ma a lui non importava. Fumava la Pipa, una Savinelli Rustica, un oggetto da fumo molto nobile. Aveva una cicatrice sul palmo della mano sinistra ricordo di un coltello da cucina. Nonostante i punti di sutura la cicatrice non era scomparsa. Viveva agiatamente, vestiva sempre elegante, anche durante le ore di lavoro, era un perfetto venditore. Oltre alle pietanze dell’osteria riusciva a vendere di tutto.

Azelio si fermava sempre da Oreste, perché gli comprava tantissima merce. E lì si riforniva di sigarette di contrabbando, da rivendere a Lucca, e negli altri paesi vicini al mare. C’erano più soldi lì, e la gente non era abituata a fumare trinciato di campo come in montagna, dove era impossibile vendere sigarette perché soldi non ne avevano.

«Ciao Oreste!»

«Azelio! Sei arrivato? Bene, ti aspettavo, mi devi dare un sacco di roba oggi, poi ho per te un bel pacco. E quello chi è?»

«Si chiama Fernando, ha deciso di venire via da casa per farsi una nuova vita e vedere posti nuovi. Allora è venuto con me, gli do una mano.»

«Che Dio lo aiuti!»

«A proposito, Oreste non hai da fargli fare qualcosa all’osteria? Così si guadagna un qualche soldo mentre io vado in giro a vendere altra roba. Rimarremo fermi qua circa tre ore.»

L’osteria di Oreste era molto frequentata. Molti mercanti, falegnami, fabbri, braccianti agricoli e muratori, passavano da quel paese.

«Bene, ragazzo, puoi darmi una mano a scaricare la roba dal vostro carretto, poi la porti in cucina da mia moglie Carla, poi dai una mano a lavare i piatti e a pulire tutta l’osteria, ha bisogno di una mano ogni tanto, quella donna lavora come una dannata. Ce ne vorrebbero di donne come mia moglie. Ah! Dimenticavo, porta un po’ di fieno e di acqua a questo povero cavallo, che si ristori anche lui un po’.»

Il giovane fece tutto quello che Oreste gli aveva ordinato. Carla gli spiegò come lavare i piatti perché lui non lo aveva mai fatto e poi pulì il locale. Si impegnò molto. Quelle tre ore passarono in un attimo nonostante la stanchezza. Fernando raccontò a Carla la sua avventura, seppur ancora breve. «Fai bene a voler cambiare vita, ma sta attento perché non è tutto facile al mondo» rispose alla fine la donna.

Ai tavoli, Fernando aveva ascoltato i discorsi dei commensali. Il loro dialetto era diverso dalla lingua delle montagne da dove Fernando veniva, nonostante fossero molto vicini. Carla gli aveva “tradotto” qualcosa e a chi aveva chiesto chi fosse quel giovanotto lei aveva risposto che era un montanino, in cerca di fortuna.

Passate le tre ore, Azelio ritornò all’osteria, nel frattempo con Oreste aveva caricato una cassa piena di sigarette sul carretto e la aveva nascosta sotto ad altra merce.

Oreste pagò Fernando dandogli due monete e un formaggio. Il giovane era molto contento di quanto aveva guadagnato, era una buona paga, gli sarebbero bastate per mangiare due settimane.

I due ripartirono, Fernando promise a Carla e Oreste che sarebbe tornato a trovarli. Ormai era tardo pomeriggio e i due dovevano sbrigarsi se volevano giungere a Lucca che non fosse già notte.

«Dai, Fernando, muoviamoci, non mi piace stare in giro quando è buio, arriveremo a Ponte a Moriano e poi a Lucca. Non ci fermeremo negli altri paesi perché è troppo tardi.»

Di notte avrebbero potuto incappare in gente poco onesta, criminali, e il rischio di essere derubati o picchiati era molto alto. La povertà dilagava, c’era chi non aveva un pezzo di pane per sfamare i propri figli, chi invece era mosso da semplice avidità. Le sigarette erano poi un bottino interessante.

Azelio accese due lampade a petrolio, una dal lato destro e una dal lato sinistro del carro, così anche il cavallo poteva vedere meglio la strada. Tutto andò liscio e arrivarono a Lucca che erano le nove di sera. Fernando rimase in silenzio, sembrava impaurito e al tempo stesso era stupefatto, curioso, non aveva mai visto una città, tante case in un solo sguardo. I due, percorrendo via San Nicolò, attraversarono Porta San Gervasio. Ai suoi occhi pareva enorme, l’arco, sorretto da due torri di pietra arenaria grigia, era alto otto metri e nella parte inferiore era magnificamente dipinto. Fernando osservava tutto con gli occhi sgranati. Chissà da lì in poi cosa sarebbe accaduto? Azelio si accorse dello stupore di Fernando ma non disse nulla, gli fece vivere il momento.

Passarono la notte in una piccola osteria che aveva anche delle camere in cui riposare a poco prezzo. Azelio si fermava sempre lì, non solo perché si spendeva poco, anche perché c’erano le donne. Il mercante non era sposato e gli piaceva stare in dolce compagnia. Fernando invece non ne aveva mai vista una così vicina, in montagna la mentalità era molto chiusa e le giovani ragazze erano controllate a vista dai padri. Fernando aveva delle amiche ma niente più di quello. Quando presero posto nelle loro stanze e Azelio gli spiegò che se voleva poteva fare quelle cose con una donna, Fernando si agitò. Non aveva idea. Aveva sempre pensato che per fare certe cose bisognasse essere sposati, altrimenti era peccato. L’amico Azelio capì la situazione e fece accadere tutto senza che Fernando muovesse un dito. Quella notte, il giovane imparò cose che lontanamente aveva immaginato. Piano piano si lasciò andare e la notte scivolò via veloce e piacevole.

Il giorno dopo, Fernando, felicissimo dell’esperienza fatta, non vedeva l’ora di ripeterla. Azelio sorrise.

Le strade dei due amici quella mattina si sarebbero dovute dividere. Fernando lo sapeva ed era un po’ preoccupato. Azelio, dal canto suo, lo aveva aiutato finché aveva potuto e si era raccomandato con l’oste di trovare lavoro a Fernando. I due, dopo la colazione che era stata molto abbondante, si salutarono con una certa commozione. L’amico Azelio partì per Livorno e Fernando si trovò solo.

La proprietaria, Anna, per i fine settimana diede lavoro a Fernando come lava piatti e in più doveva pulire il locale. In cambio gli avrebbe dato la possibilità di dormire in uno scantinato.

Nel frattempo a Febbio, la famiglia di Fernando era riunita nel dispiacere per la scomparsa. L’unico che tardava e rimaneva nella stalla era Giuseppe, che si era messo a intagliare un piccolo tronco per ricavarne un bastone. Erminio, insospettito dalla mancanza del nipote, andò a vedere cosa stesse facendo nelle stalla. Quando aprì la porta ed entrò trovò il nipote dedito all’intaglio del legno. Tutti i lavori erano stati fatti. Era scuro in volto, così Erminio si mise a sedere lì affianco a lui.

«Tu lo sai vero?»

«Sì, lo so, ma Fernando mi ha chiesto di non dire niente, di mantenere il nostro segreto.»

«Capisco, Giuseppe, ma lo puoi dire al nonno, io non dirò nulla ma vorrei sapere dove è Fernando.»

«Sicuro che non dirai niente?»

«Sicuro ti ho mai detto bugie io? I segreti li so mantenere molto bene.»

Con la sua grazia il nonno otteneva sempre tutto e guardando il nipote fisso negli occhi attese la risposta che non tardò ad arrivare.

«È partito.»

«E dove è andato? Quando torna?»

«Non so dove è andato ma mi ha detto che non tornerà. Mi ha detto solo che voleva cambiare vita perché non sopportava più Renzo e non resisteva nel vedere la mamma così.»

Nell’udire quelle parole al nonno scesero poche lacrime dagli occhi che bagnarono gli zigomi rossi e increspati.

«Poi mi ha detto che appena si sarà sistemato e avrà trovato qualcuno che sa scrivere mi scriverà una lettera.»

«Non sa nemmeno scrivere e leggere» disse il nonno. «Lo sapevo che prima o poi succedeva qualcosa di brutto, speriamo gli vada tutto bene.»

«Tu sai scrivere e leggere nonno?»

«Ora ti confiderò il mio di segreto. Un po’ sì. Se vuoi ti posso insegnare quello che so. Io ho molti libri.»

«E come fai ad avere dei libri? Qua non li ha nessuno.»

«Lo so, ecco perché è un segreto. Quando vado a Villa Minozzo a volte scambio un po’ di formaggio per qualche libro di storie che mi porta un mercante di Reggio Emilia.»

«E come hai fatto a imparare a leggere?»

«Tua nonna sapeva leggere e me lo aveva insegnato.»

«Allora lo insegni anche a me?»

«Va bene ma con calma, non deve sapere nessuno che ho dei libri: sarei preso in giro, qua in paese non capirebbero. È molto importante che tu impari, così un giorno anche tu leggendo potrai raccontare storie ma soprattutto non essere raggirato.»

«Dici davvero nonno?»

«Sì, vedrai che tuo fratello farà molta fatica ad ambientarsi in un altro paese, ma se questo è quello che vuole, ha fatto bene a farlo. Prima però doveva pensare alla sua famiglia.»

«Io non voglio andare via di qua nonno.»

«E nessuno ti obbliga ad andare, questa è casa tua.»

Erminio si accese la pipa e abbracciò forte il nipote.

«Ora andiamo, vieni di là con noi. Adesso abbiamo un segreto da mantenere. Nei prossimi giorni vieni da me, ti insegnerò molte cose.»

«Ma Renzo non vuole, io devo portare le pecore al pascolo.»

«Allora vorrà dire che verrò anche io ai pascoli.»

I due rientrarono in casa, l’atmosfera era sempre cupa. Intanto tutti in paese erano venuti a sapere di Fernando.

Fernando nel frattempo aveva portato le sue poche cose nello scantinato adibito ad alloggio. Quella sera il giovane andò a dormire presto, era stanco morto. A dire il vero non dormì molto quella notte: era impaurito. Per la prima volta ebbe paura di avere sbagliato, pensò molto a ciò che stava facendo e verso mattina si convinse infine che era giusto.

La mattina seguente, il giovane si svegliò presto. Era sabato e doveva rispettare i patti che aveva preso con Anna. Fernando si vestì e uscì dallo scantinato. Nel bagno dell’osteria si lavò e senza che nessuno gli desse ordini prese scopa, paletta e straccio e iniziò a pulire in giro. Finito di pulire i pavimenti, iniziò a lavare i piatti rimasti nel grande lavello della cucina dalla sera prima. Dopo poco Anna entrò in cucina. Era una donna molto magra, aveva i capelli biondi lunghi fino alle spalle e gli occhi grandi. Anche se era molto magra, Anna era una donna agile e forzuta e aveva un carattere molto forte, plasmato da molti anni di lavoro all’osteria a contatto con tantissime persone diverse.

«Buongiorno, Fernando, hai dormito bene?»

«Buongiorno, Anna, a dire il vero ho dormito poco.»

«Avrai fame, mangiamo qualcosa?»

«Sì, grazie ho una fame da lupi!»

I due si affettarono pane e burro e bevvero una grossa tazza di caffelatte caldo. Quando ebbero finito, posarono le tazze sul tavolo, si guardarono e scoppiarono a ridere perché entrambi avevano la schiuma del caffelatte sulle labbra che formava dei baffi ridicoli.

Fernando riprese a lavare piatti e bicchieri e mentre lavorava, chiacchierava con la donna che nel frattempo preparava il cibo da servire a mezzogiorno.

Spesso arrivavano persone al bar e mentre Anna li serviva, Fernando cercava di capire quello che dicevano. Il giovane aveva raccontato alla donna che in montagna faceva il pastore e il boscaiolo allora quando all’osteria entravano dei clienti, Anna chiedeva loro se conoscessero qualcuno che avesse bisogno di un boscaiolo o di uno spacca lagna, o di altro. Venne il mezzogiorno e Fernando aiutò Anna a servire ai tavoli e a lavare. Tutto sommato non andò male, in poco tempo servirono tutti i clienti. Finito il lavoro, il giovane uscì per visitare un po’ la città di Lucca ma restò nelle immediate vicinanze dell’osteria perché, non conoscendo il posto, aveva paura di perdersi. Oltre a Febbio, Villa Minozzo e dintorni, non aveva mai visto altri paesi, tantomeno città. Tutto gli pareva grande e maestoso, era affascinato da quel nuovo mondo, c’erano tanti negozi dove poter acquistare cose che lui nemmeno immaginava esistessero. Capì ben presto che le persone nelle città vivevano in una calma apparente, che tutto ruotava intorno al lavoro e al denaro e soprattutto che quello che lui guadagnava in montagna in un anno di duro lavoro nei campi e su e giù per i monti con animali al seguito, lo potevi guadagnare in pochi mesi di lavoro e senza fare tanta fatica.

Girando per la città, osservava tutto nei minimi dettagli e intanto pensava al mare, che da lì non era distante. Così, almeno, gli aveva detto l’amico Azelio. Nel suo girovagare pomeridiano, Fernando incontrò tra le vetrine dei negozi di via Fillungo, la via più bella di Lucca, la ragazza che gli aveva allietato la prima notte. I due incrociarono gli sguardi, lei era bellissima e anche il contesto attorno lo era. Via Fillungo era la strada principale all’interno delle mura, cuore pulsante dell’economia della città. Iniziava il suo corso da Porta dei Borgi, vicino a piazza Santa Maria fino ad arrivare al Canto d’arco.

«Ciao, Fernando!»

«Ciao, Elena» la voce del giovane tremava, tanto era preso dall’emozione di quell’incontro inaspettato.

«Sei in giro anche tu questo pomeriggio?»

«Sì, ho due ore di libertà prima di tornare all’osteria, allora ho pensato di fare un giro qua nei dintorni così vedo cose nuove.»

«Se vuoi, ti posso fare compagnia.»

«A me farebbe molto piacere, potresti aiutarmi a conoscere la città.»

«Si può fare» sentenziò lei con fare altezzoso. Condusse Fernando lungo le vie della città tra negozi e monumenti. Lui era felicissimo di tutte quelle novità ma soprattutto di avere al suo fianco Elena. Da Porta Santa Maria giunsero in piazza San Ferdinando dove Elena gli fece notare la magnificenza della basilica sul lato opposto della piazza, con il suggestivo mosaico sulla facciata. Proseguirono sul lato sinistro della chiesa e giunsero in piazza del Collegio dove Fernando notò la mole del campanile, con un sorriso di lei. Svoltarono in via degli Asili e raggiunsero Palazzo Pfannar. Lì si accomodarono per qualche minuto su una panchina ad osservare lo splendido giardino all’italiana. Fernando era pieno di gioia. Passeggiarono infine sulle mura di epoca rinascimentale e visitarono talune chiese impreziosite da affreschi.

Di tanto in tanto Elena, senza farsi notare, osservava i modi di fare di Fernando, a volte spavaldi, molto più spesso dubbiosi e timorosi. Faceva spesso domande che a Elena parevano stupide e lei si domandava da che mondo venisse quel ragazzone. Tutto quello che vedeva, per lui era una cosa nuova: case, palazzi, monumenti.

«Al mio paesino, queste cose non esistono, non c’è niente su quelle montagne, solo fatica e poche soddisfazioni.»

Tra una chiacchiera e l’altra, le due ore di libertà passarono in fretta ed Elena riaccompagnò Fernando davanti all’osteria di Anna.

I due si salutarono e lei gli promise che un giorno che avesse avuto più tempo lo avrebbe accompagnato al mare.

 

 

NEL FRATTEMPO IN MONTAGNA

 

 

Tutti i paesani, la sera, quando seppero della scomparsa di Fernando, fecero visita a Renzo e Palmina.

A Renzo non dispiaceva affatto che il giovane figlio fosse sparito, cercava però in tutti i modi di non farlo notare.

Palmina era distrutta.

Nei giorni seguenti, Erminio prese ad accompagnare Giuseppe ai pascoli e, quando tornava, aiutava Renzo nel lavoro dei campi, anche se a malincuore.

Palmina, oltre ad accudire la piccola Caterina, dovette sostituire per quanto poteva Fernando nei lavori di stalla, quindi la mattina iniziò ad alzarsi molto presto per mungere il bestiame assieme a Giuseppe, per poi pulire la stalla e portare agli animali altre razioni di fieno o erba fresca.

Erminio, fedele all’accordo fatto con il nipote, ogni mattina portava con sé un libro, scelto a caso. Non badava molto a quello che leggeva, a Giuseppe piaceva imparare cose nuove, di qualunque tipo. Per fare in modo che nessuno si accorgesse del libro, il vecchio portava con sé un piccolo zaino di stoffa pesante, di colore verde, come quello dei militari, e lo riempiva con una pagnotta che lui stesso produceva una volta a settimana, fatta con la farina grezza, profumatissima, una bottiglietta di toscano rosso, e una grossa fetta di formaggio. Sotto nascondeva il libro, adagiandolo orizzontalmente nel doppio fondo dello zaino.

I due partivano a piedi la mattina presto, con le pecore a seguito. Camminavano di passo svelto per almeno un’ora, a volte anche di più, poi, quando raggiungevano il pascolo prescelto per la giornata, si sedevano nel punto più alto del prato, di modo che potessero controllare bene il bestiame.

«Nonno, lo hai portato?»

«Sì, sì, tranquillo, è nello zaino.»

Poi con molta calma il vecchio estraeva dalla tasca della camicia la pipa, con cura sminuzzava il tabacco e lo poneva nel fornello, schiacciandolo leggermente, dopodiché accendeva su un sasso un fiammifero e dava fuoco al tabacco all’interno della pipa, che lentamente iniziava a fumare. Poi con tono pacato diceva: «La pipa è roba per uomini calmi, non ci vuole fretta.»

Rimaneva in silenzio per qualche secondo osservando il panorama.

Passati questi pochi secondi, che per Giuseppe parevano interminabili, Erminio prendeva il libro dal fondo dello zaino. A volte si trattava di un libro d’amore, altre volte un libro di guerra, ma il più delle volte era un libro che raccontava storie di gente di montagna o di mare, che per mille motivi diversi veniva a contatto con esseri strani: folletti, streghe, gnomi oppure sirene.

Quando il nonno iniziava a leggere, lentamente, come poteva da autodidatta, Giuseppe ascoltava rapito immedesimandosi nel racconto. Quelle storie gli piacevano moltissimo e alla fine sceglieva sempre un personaggio fantastico a cui assomigliare, poi chiedeva al nonno: «Ma esistono davvero i folletti nonno?»

«Beh, questo non lo so, non ne ho mai visto uno, ma io credo che in qualche posto esistano, anche se sono molto difficili da incontrare, bisogna fare silenzio e rispettare il bosco, solo così forse potremo vederli.»

Giuseppe si sdraiava sull’erba e guardando il cielo, fantasticava sugli incontri che avrebbe potuto fare un giorno.

A mezzogiorno i due sbocconcellavano pane e formaggio all’ombra di un grande Faggio poi se tutto era al suo posto e gli animali erano tranquilli dormivano un po’.

Nel pomeriggio, Erminio insegnava le lettere e le parole a Giuseppe, e piano piano gli faceva leggere alcune parole e alcune righe. Nel tardo pomeriggio, i due partivano per rientrare a casa.

La sera, Giuseppe andava a trovare l’amico Osvaldo, che era rimasto molto scosso dalla scomparsa di Fernando, anche se evitava di parlarne con Giuseppe, perché non voleva rinnovargli con i suoi discorsi il dolore della perdita.

Renzo, dopo la prima sera dalla scomparsa del figlio, non ne aveva più parlato con nessuno, ma mentre lavorava nei campi, raccogliendo l’ultima erba fresca per le mucche e le capre prima dell’arrivo delle piogge e del freddo, ancora pensava a come vendere Caterina. Era stanco di faticare, sognava una vita migliore, fatta di agi.

Una mattina, più precisamente un giovedì, Renzo, come al solito, andò a Villa Minozzo per comperare provviste dai mercanti. Passò da Osvaldo, si fermò e insieme ai soliti amici bevve un po’ di latte con la grappa. Finita la breve colazione, che si poteva anche risparmiare visto le pessime condizioni economiche in cui era, i tre amici ripartirono e lungo il tragitto Renzo raccontò a Lorenzo il suo progetto di vendita. Anche quest’ultimo non brillava di furbizia e Renzo per convincerlo sul da farsi gli disse: «Lorenzo, se tu mi aiuti a fare sparire Caterina, senza che nessuno se ne accorga, se riusciamo a guadagnare buoni soldi, te ne darò una parte.»

L’amico non era molto convinto, ma poi si lasciò trascinare dalle lusinghe del denaro.

Sergio non condivise il progetto e scese dal carro di Renzo: «Io proseguo a piedi non voglio entrare in questa cosa, io i bambini non li tocco, voi siete matti.»

«Fai come vuoi, vigliacco, noi andiamo per la nostra strada. Prova a dire solo una parola con qualcuno e ti tagliamo il collo.»

I due farabutti ripartirono.

Sergio prese a camminare di passo svelto e dopo un breve tragitto arrivò nei pressi del ponticello della Gora dove poco distante, più giù verso il fiume, c’era il mulino ad acqua di Tonio, un uomo alto dai capelli biondi lunghi e dalla barba incolta. Tutti lo chiamavano “il tedesco”. Era buono Tonio, aveva già sessant’anni e aveva passato una vita in solitudine, non aveva mai avuto una donna e non usciva quasi mai dal suo mulino. Quando qualcuno lo salutava passando o si fermava da lui per comperare un po’ di farina, lui rispondeva con poche parole, che potevano parer sgarbate ma non lo erano. Era fatto così.

Sergio lo salutò: «Ciao Tonio.»

«Ciao.»

«Come va?»

«Va.»

In quel momento al mulino di Tonio c’era anche don Guelfo, il parroco di Febbio. Era stato mandato lì dalla curia, dopo che era morto padre Turoldo, amatissimo dai suoi paesani. Don Guelfo aveva impiegato del tempo per rendere gestibili i suoi parrocchiani. Erano molto diffidenti, ma con calma e aiutando tutti nel momento del bisogno non disdegnando il lavoro nei campi o nelle stalle, li aveva rabboniti e guadagnato la loro fiducia e il loro rispetto. E non era cosa da poco.

Don Guelfo, sentendo la voce di Sergio, uscì dal mulino dove stava riempiendo un sacco di farina e lo salutò.

«Buongiorno.»

«Buongiorno, reverendo.»

«Come mai sei qua solo? Solitamente sei con Renzo e Lorenzo.»

«No oggi no, volevo stare un po’ da solo.»

«Vai a Villa?»

«Sì.»

«Dai, ti accompagno, facciamo la strada insieme così si parla un po’.» Sergio accettò di buon grado.

Sergio aveva il viso rotondo e gli occhiali da vista sempre appoggiati sulla punta del naso, senza non vedeva molto bene. Aveva i capelli striati di grigio. Le mani erano sempre nere. Il suo lavoro gli rimaneva sulle mani anche dopo numerose lavature. La pelle tra l’indice e l’anulare era giallognola a causa del fumo. Non lo vedevi mai senza una MS tra le dita o in bocca. Indossava la tuta da lavoro, tempestata da piccoli buchi nella parte bassa, scintille di saldatura rovente. Faceva il fabbro, aveva ereditato il mestiere dal padre ed era diventato bravissimo. Fabbricava ferri per cavalli, piccoli cancelli, serrature e croci.

Nel frattempo, Renzo e Lorenzo erano arrivati a Villa Minozzo e stavano comperando viveri e curiosando tra la merce dei mercanti, tra i quali mancava Azelio. Renzo non ci fece gran caso. I due però erano lì al mercato anche per cercare un mercante che trovasse delle persone che volessero avere un figlio e non potevano averne, e che quindi fossero stati disposti a pagare una somma in denaro.

I due chiesero a un mercante che veniva dalle colline reggiane, uno disposto a tutto pur di guadagnare. Questo losco figuro, dopo una breve discussione, gli disse che il giovedì dopo gli avrebbe fatto sapere.

Nel frattempo Caterina era a casa, coperta dalle amorevoli cure di Palmina.

Quando Renzo partì per andare a Villa Minozzo e fu fuori paese, Erminio e Giuseppe portarono il bestiame in un pascolo vicino a Roncopianigi, non troppo distante dalla casa del nonno. Giuseppe non sapeva il perché di quella decisione del nonno, ma non obbiettò.

Quando i due arrivarono al pascolo e tutto era apposto, Erminio disse: «Ora che le pecore pascolano con calma, tu vieni con me che devo svelarti un altro mio segreto, però dovrai giurare di non farne parola a nessuno.»

Il giovane guardò il nonno con sguardo perplesso.

«Allora oggi non mi leggi nessuna storia?»

«Oggi ti mostrerò tante storie, più di quante tu possa immaginare.»

«E come farai nonno?»

«Seguimi e vedrai.»

«Ma le pecore se noi non le controlliamo scappano.»

«No, tranquillo, non andranno molto lontano, qua hanno erba in abbondanza.»

«Se lo dici tu.»

I due si incamminarono verso la casa del vecchio, sulla collinetta.

Pacchero pascolava tranquillo nel prato davanti alla stalla e appena vide i due arrivare si mise a ragliare, come per salutarli.

Tutti i giorni Erminio, quando andava ai pascoli con Giuseppe, portava anche le sue pecore e capre e quando tornavano nel pomeriggio si fermava a casa, le mungeva, poi portava il latte a casa del figlio, così assieme al nipote, facevano i formaggi e gli insegnava i suoi segreti.

I due entrarono in casa, la stanza era piccola e bassa, di fronte alla porta c’era il focolare spento, alla sinistra c’era una piccola e stretta rampa di scale che conduceva al piano superiore dove c’erano due camere e sulla destra la stufa a cerchi dove solitamente Erminio cucinava. Poco distante c’era la porta del bagno e vicino, una porta che Giuseppe aveva visto sempre chiusa con una spranga di legno. Molte volte aveva fantasticato assieme a Fernando. Per loro era una porta magica perché non sapevano dove portasse e ogni volta che al nonno chiedevano informazioni su dove recasse e cosa ci fosse dietro, il vecchio rispondeva: «Niente, non c’è niente, lo uso come deposito di roba vecchia e inutile e ce n’è talmente tanta che è quasi impossibile aprire la porta.»

Giuseppe, che era molto sveglio, non ci aveva mai creduto, sapeva che quella porta nascondeva qualcosa di importante. Molte volte lui e suo fratello avevano girato in torno alla casa per capire anche da fuori cosa nascondesse quella stanza, che pareva anche grande. Era più alta rispetto al piano della casa dove c’erano le camere e aveva tre finestre, una per lato, che però erano state accuratamente oscurate dall’interno con delle assi. Poi al centro del tetto di questa stanza compariva un comignolo, come se al suo interno ci fosse un focolare, che però i due ragazzi non avevano mai visto fumare.

Il nonno guardò il giovane nipote negli occhi: «Mi prometti che non lo dirai a nessuno?»

«Sì, lo prometto.»

Giuseppe si rese conto che il nonno gli avrebbe aperto la mitica porta magica e all’improvviso provò una sensazione quasi di paura.

«Dentro a questa stanza, ragazzo mio, ho conservato gelosamente il grande segreto di tua nonna e di tutto il suo sapere, aspettando il momento giusto per mostrarlo a qualcuno che lo meritasse e che ne facesse tesoro”.

Erminio, da sopra al camino, dentro ad un piccolo contenitore in legno, estrasse una vecchia chiave in ferro, si diresse verso la piccola porta, con forza aprì i ganci in ferro e la spranga di legno posta a sbarramento. La appoggiò di lato, guardò il nipote che era immobile e aveva gli occhi grandi come mele. Sorrise, poi infilò lentamente la chiave nella serratura e girò, si udirono i rumori del gancio della serratura che si muoveva, poi con la mano fece muovere la maniglia della porta verso il basso. Questa, cigolando, si aprì lentamente. Dentro era buio, non si vedeva nulla.

«Vieni, avvicinati» disse Erminio.

Giuseppe, con fare titubante, si avvicinò.

«Annusa.»

Usciva un piacevole odore di carta.

Erminio si diresse verso le finestre e tolse le assi che oscuravano la stanza e il sole illuminò il tesoro della nonna.

Il locale era abbastanza ampio, su tre lati erano accuratamente disposti alti scaffali. Erminio e la moglie avevano costruito una scaletta per poter raggiungere i volumi più in alto. Avevano sapientemente costruito ogni pezzo e lavorato intagliando il legno, avevano reso quella stanza bellissima.

Al centro del locale c’era un camino, ed era stata costruita una panca per potersi sedere a leggere in pace. Giuseppe non aveva parole.

«Ti piace?»

«È bellissima, nonno, non avevo mai visto così tanti libri tutti insieme. Ma posso guardarli?»

«Certo che puoi.»

«Ora questo è anche il tuo grande tesoro, se vorrai, potrai leggerli tutti. Tua nonna li ha comperati o meglio barattati uno ad uno, ci sono voluti molti anni e se li leggerai tutti, imparerai molte cose, anche sul mondo che ci circonda e ti aiuteranno molto nella vita.

In quella libreria, la donna aveva raccolto numerosi libri sulla montagna locale e sulla rispettiva flora e fauna, romanzi d’amore e libri di avventura, popolati da personaggi fantastici.

Il giovane Giuseppe così avrebbe potuto imparare leggendo a sconfiggere l’ignoranza e l’analfabetismo.

I due, quella mattina, rimasero a lungo nella biblioteca della nonna. Erminio sapeva di dover tornare al pascolo, quindi convinse il nipote a tornare nei prati. Giuseppe, preso dalla curiosità e dall’euforia, non voleva andarsene ma Erminio con pazienza disse: «Dai, Giuseppe, andiamo. Qui potrai tornare quando vuoi da oggi in poi.»

Nonno e nipote oscurarono nuovamente le finestre con le assi di legno, richiusero la porta e si incamminarono verso il pascolo dove il gregge stava banchettando.

A quei tempi quando i pastori andavano al pascolo, durante il loro peregrinare, raccoglievano funghi, frutti del sottobosco, e quant’altro la montagna offrisse loro durante il cammino. Erminio conosceva moltissime fungaie e ogni volta che si fermava, le faceva conoscere a Giuseppe.

Nel frattempo, Renzo e Lorenzo erano di ritorno da Villa Minozzo; i due dopo essersi accordati con il losco mercante, erano subito ripartiti per Febbio. Poco fuori dall’abitato di Villa, incontrarono Don Guelfo assieme all’amico Sergio. Solitamente i tre amici non si dividevano mai ma quella mattina qualcosa era cambiato: i due carretti si incrociarono e passarono l’uno affianco all’altro procedendo lentamente. Don Guelfo appena li vide, disse: «Oh, guarda un po’ chi c’è!»

Sergio, con aria seriosa, li ignorò. Gli altri due fecero la stessa cosa, non si degnarono di uno sguardo e il fatto non sfuggì all’attenzione del chierico.

«Sergio, perché non vi siete nemmeno salutati? Cosa succede? Siete sempre assieme e quando non siete assieme, se vi incontrate occasionalmente, fate una confusione che vi si sente da un chilometro di distanza. E oggi neanche uno sguardo?»

«Non succede niente, abbiamo litigato e io non ci parlo più.»

Sergio non sapeva come fare. Avrebbe voluto raccontare tutto ma aveva paura di ritorsioni. Si sentiva un vigliacco.

Renzo si preoccupò molto, sapeva che se don Guelfo voleva sapere qualcosa, riusciva a farti parlare. Allora decise che nel pomeriggio sarebbe andato a fare visita all’amico, ormai rivale. Arrivò a casa poco prima di mezzogiorno e come se nulla fosse successo, entrò, salutò la moglie più dolce del solito. Poi si avvicinò a Caterina, la prese in braccio e ci giocò per alcuni minuti. Palmina si stupì del comportamento del marito, pensò che c’era sempre tempo per redimersi e per un attimo fu felice.

In montagna, allora come adesso, il mezzogiorno è sacro. Alle dodici in punto si deve mangiare, qualsiasi cosa si stia facendo, quando le campane della chiesa suonano, tutto si ferma.

Renzo fu più gentile del solito, quando ebbero finito, si degnò anche di riporre i piatti nel lavandino. Palmina da una parte era stupita, dall’altra sospettava qualcosa. Non poteva essere cambiato da un giorno all’altro, così radicalmente.

Nel primo pomeriggio, Renzo parti per raggiungere la fucina di Sergio. Quando fu nei pressi della casa, si guardò attorno e si accorse ben presto che in casa e nella fucina non c’era nessuno. Nel piccolo spiazzo in terra battuta davanti all’abitazione c’erano croci, cancelli, pali, di tutto. Sergio era molto apprezzato come fabbro, era l’unico in paese ma era talmente bravo che anche gli abitanti dei borghi vicini andavano da lui per commissionargli dei lavori; anche al giovedì quando andava al mercato di Villa Minozzo, molti lo chiamavano e gli commissionavano lavori, non c’era giorno di mercato che non tornasse a casa con nuovi ordinativi.

Renzo decise di entrare nella fucina e di aspettare il ritorno di Sergio. Più il tempo passava e più Renzo si innervosiva. Si era nascosto dietro a un grosso ammasso di ferri, dove non poteva essere visto. Ad un tratto vide l’amico rivale arrivare a piedi, a passo lento. Pian piano giunse nel piazzale, entrò in casa prese il quaderno dove scriveva tutti i lavori che doveva fare, ne aggiunse dei nuovi e si diresse verso il suo laboratorio, ignaro che Renzo lo stesse attendendo. Entrò nella fucina e appoggiò il quaderno sul banco da lavoro, iniziò a pensare al da farsi. Renzo uscì veloce dal suo nascondiglio con un ferro in mano e prese Sergio alle spalle immobilizzandolo. Sergio si spaventò moltissimo e iniziò a urlare e più lui urlava più Renzo premeva sul collo con la spranga di ferro. Sergio si zittì, altrimenti lo avrebbe soffocato.

«Hai impiegato molto tempo a tornare da Villa con il prete, non gli avrai raccontato il nostro segreto?»

«No, non gli ho detto niente, vigliacco!»

«Bene, meglio così perché se parli, io ti taglio la gola.»

Il ferro arrugginito premeva ancora sul collo di Sergio, che respirava a stento.

Quando Renzo mollò la presa, l’amico cadde a terra e si mise le mani sul collo dolorante, segnato dall’abrasione.

Renzo urlando disse: «Se parli, ti ammazzo, bastardo!»

Poi con tutta la forza che aveva, sferrò un colpo fortissimo sulle gambe di Sergio. Poi scappò, lasciando cadere il ferro nel piazzale. Il povero amico si trascinò fino al bancone dove aveva appoggiato il quaderno e provò a reggersi in piedi ma una delle due gambe gli faceva troppo male. Si era gonfiata come un Faggio.

Con calma, provando a non farsi prendere dal panico, andò in casa, poggiandosi sulla gamba meno dolorante, si mise a sedere su una sedia vicino al lavandino e pian piano si levò i pantaloni. Alla vista della gamba, così mal ridotta, scoppiò a piangere e con coraggio aprì il rubinetto dell’acqua fredda e se la fece scorrere sulla ferita. Il dolore era sempre più forte e non sapeva come fare, la gamba era rotta. Preso dalla rabbia, decise di parlare, di raccontare tutto a don Guelfo o ad Erminio, ma non sapeva come, perché non riusciva a muoversi. Si mise sul vecchio divano che aveva in casa, di fianco al focolare, nella speranza che qualcuno capitasse a trovarlo.

Rimase lì dolorante quasi fino a sera, ormai aveva perso le speranza che qualcuno venisse a trovarlo, ma a un certo punto sentì qualcuno chiamare, rispose prontamente e gridò di entrare. Sulla porta si presentò don Guelfo che, quando vide il paesano sofferente sul divano e con una gamba gonfia quasi da scoppiare, si spaventò e gli si precipitò vicino.

«Cosa è successo, Sergio? Ti è caduta addosso una montagna di ferro? Devi subito farti vedere da un medico, altrimenti quella gamba finirà molto male!»

Il parroco notò anche i segni sul collo, lasciati dal ferro arrugginito.

Così iniziò a sospettare.

«Avanti, dimmi chi è stato, tu non me la racconti giusta.»

Sergio scoppiò a piangere e con voce tremante iniziò il suo racconto.

Don Guelfo, era un parroco forzuto. Quasi mai portava l’abito, più spesso lo si vedeva in giro con una camicia di flanella pesante, pantaloni e un paio di scarponcini da montagna neri ormai usurati. Quando gli facevano notare quella stranezza lui rispondeva che essere parroco di un paese non significava vestire con gli abiti da parroco ma essere parroco nell’intimo, aiutare i paesani e aprire le porte ai foresti. Aveva mani grandi e rovinate. Non rifiutava mai un lavoro. Nel periodo invernale puliva le vie del paese con il badile assieme agli alti paesani; nel periodo estivo aiutava a fare i fieni a chi ne aveva bisogno, solo la domenica e nelle feste ritornava nei suoi panni. Era un masso, spesso e duro. Tutti gli portavano da mangiare. Vista la sua calvizie, le donne del paese gli avevano confezionato cappelli di lana per l’inverno. Sapeva leggere, scrivere e far di conto e niente sfuggiva ai suoi occhi, era un acuto osservatore. Infuriato dalle parole che stava sentendo, disse:

«Ora vado ad avvisare il medico, poi sistemerò anche quel farabutto!»

«Quello mi ammazza, è accecato dalla voglia di ricchezza, non guarda in faccia a nessuno!»

«Gli faccio vedere io cosa vuol dire essere ricchi! La ricchezza è la nobiltà dell’animo, la bontà e l’aiuto verso il prossimo, gli amici e i paesani, non il vile denaro! Manderò qui Erminio, lui deve sapere!»

Don Guelfo si diresse verso la casa del vecchio.

Quando arrivò, Erminio era alle prese con la mungitura e come vide don Guelfo si fermò.

«Buonasera, reverendo, a cosa devo questa visita?»

«Erminio, vai subito da Sergio, tuo figlio gli ha fracassato una gamba e quel che è peggio è il motivo che la spinto a farlo. Quello è pazzo!»

Il vecchio si preoccupò moltissimo, corse dall’amico fabbro e quando lo vide così mal ridotto fu preso dallo sconforto. Ma il peggio doveva ancora saperlo e non tardò a conoscerlo. Sergio, tranquillizzato dalla presenza di Erminio, iniziò a raccontare l’accaduto e il motivo che aveva spinto il figlio a quel gesto. Erminio andò su tutte le furie. Nel frattempo don Guelfo era giunto nel paese di Deusi con il cavallo al galoppo davanti alla casa del medico che nel sentire il rumore a quell’ora di sera, si precipitò fuori dalla porta.

«Che succede, don Guelfo?»

«Devi venire subito su alla fucina di Sergio! Gli hanno spaccato una gamba a sprangate!»

«E chi è stato questo pazzo?»

«Andiamo! Quando saremo là, ti spiegherò tutto.»

I due ripartirono al galoppo e in mezzora giunsero alla fucina.

Sergio raccontò anche al medico l’accaduto e anche lui non si capacitò del comportamento di Renzo e dell’amico Lorenzo, suo complice. Il medico decise di rimanere con lui per tutta la notte. Gli immobilizzò la gamba malconcia e lo curò. Pian piano, Sergio iniziò a sentire meno dolore.

Erminio e don Guelfo andarono in osteria da Osvaldo per fermare quel pazzo. Quando arrivarono, l’oste era intento a pulire, convinto che per quella sera più nessuno sarebbe giunto. I due amici salirono i pochi gradini e aprirono la porta. Osvaldo alzò lo sguardo per controllare chi fosse e quando vide Erminio e don Guelfo li fece accomodare di buon grado.

«Ciao! Come mai da queste parti a quest’ora di sera?»

Osvaldo non sospettava che fosse successo qualcosa di brutto.

«Osvaldo, siediti con noi, dobbiamo parlare.»

L’oste si mise serio, nessuno osava discutere gli ordini che dava il prete e poi doveva essere una cosa seria, altrimenti don Guelfo non si sarebbe scomodato e poi c’era anche il buon Erminio che non andava quasi mai all’osteria. Figuriamoci a quell’ora di sera. I due raccontarono anche ad Osvaldo l’accaduto e anche lui si disse d’accordo a fare qualcosa. Le parole di Erminio e don Guelfo le aveva sentite anche Clelia, e senza farsi sentire uscì per andare dall’amica Irma che abitava lì vicino all’osteria. Le raccontò tutto, così la voce prese a diffondersi in tutto il paese. E fu un bene perché tutti erano contro Renzo. I tre decisero che l’indomani sarebbero andati a trovare Sergio, poi a casa di Renzo e giustizia sarebbe stata fatta.

La mattina presto, grazie alle cure del medico, Sergio stava un po’ meglio.

Giuseppe, ignaro di tutto, prese le pecore e uscì, passò a casa del nonno ma non lo trovò. Era molto strano che non fosse a casa. Il giorno prima non gli aveva detto che doveva andare via o che aveva un qualche impegno. Il giovane non si preoccupò più di tanto, il nonno sapeva cavarsela. Così continuò il suo cammino verso i pascoli.

Renzo e Palmina erano in casa e discutevano. Erminio, don Guelfo e Osvaldo avevano lasciato la casa di Sergio per andare da Renzo. Durante il tragitto capirono che la voce si era già sparsa in paese perché altri uomini si unirono a loro per dar man forte alla spedizione punitiva. Arrivarono davanti alla grande casa di sassi, Palmina li vide che ormai erano difronte alla porta d’entrata.

«Renzo, ci sono i tuoi amici, e c’è anche tuo padre, di solito non vengono a quest’ora.»

Renzo si insospettì ma come niente fosse aprì la porta e si presentò sulla soglia.

Il primo, davanti a tutti, era suo padre, Erminio.

Palmina prese in braccio la piccola Caterina, ignara di quello che da lì a poco sarebbe accaduto.

«Ciao amici, che bello vedervi tutti insieme!»

Erminio, scurissimo in volto, non pronunciò una sola parola. Gli sferrò un pugno fortissimo tra bocca e naso.

Di colpo Renzo ebbe paura di morire. Tutto il gruppo di uomini manteneva un rigoroso silenzio. Renzo cadde a terra e quando si rialzò, toccò a don Guelfo. Gli sferrò un altro pugno in faccia e gli fece saltare due denti.

Caterina iniziò a piangere e Palmina anche se non capiva non disse nulla, quella non era una normale zuffa. Comprese che c’era in ballo qualcosa di grosso, perché Erminio non avrebbe mai colpito così duramente il figlio.

Don Guelfo iniziò a parlare: «Lo sai, vero, perché meriti questi pugni direttamente in faccia? Non bisognerebbe sporcarsi le mani con i farabutti ma stavolta hai veramente esagerato! Non solo per quello che hai fatto a Sergio, soprattutto per quello che volevi fare!»

Poi toccò a Erminio: «Immagino che non lo sappia tua moglie.»

Osvaldo gli tirò un altro pugno in pieno volto.

«Vi posso spiegare, calmatevi!» piagnucolò Renzo.

«Non c’è niente da spiegare. Devi sparire per sempre.»

A quel punto intervenne Palmina.

«Renzo, c’è qualcosa che devo sapere?»

«Dai, dillo a tua moglie cosa hai fatto e cosa volevi fare» disse don Guelfo. «Non puoi dire bugie davanti a un ministro di Dio, avanti racconta! Hai paura? Allora lo raccontiamo noi a Palmina, e non azzardarti ad aprire bocca.»

Palmina posò la figlia dolcemente nella culla, aveva capito che la cosa si faceva seria.

«Dai, Renzo, dimmi, me ne hai fatte tante. Una più, una meno, oramai non conta.»

Erminio disse: «Parla tu, don Guelfo, che quell’essere spregevole se la sta facendo addosso, non è un uomo, è un codardo!»

«Tuo marito ha picchiato duramente Sergio il fabbro, prendendolo a sprangate, rompendogli una gamba e poi ha tentato di soffocarlo, e il tutto perché non voleva che Sergio raccontasse i suoi perfidi progetti per guadagnare dei soldi. Ha cercato di zittirlo. Tutto questo perché lui…» continuò indicando Renzo con il dito indice, «…voleva guadagnare un mucchio di soldi vendendo tua figlia a un’altra coppia che non poteva averne, per mezzo di un mercante che viene a Villa Minozzo, per poi farti credere che l’avevano rapita.»

Palmina guardò negli occhi il marito, non riusciva a ragionare, sapeva che assetato di soldi com’era sarebbe stato capace di farlo. Allora si guardò intorno, prese al volo la padella di ferro che era sul tavolo, e gli diede una padellata in testa. Renzo cadde a terra quasi esanime e la donna urlò:

«Farabutto, buono a nulla, non hai pietà nemmeno di tua figlia, già uno lo abbiamo perso e non sappiamo dove sia, volevi togliermi anche lei! Vattene e non tornare mai più!»

Renzo non riusciva a muoversi, allora la squadra di uomini lo trascinò lungo tutto il paese. Quando furono fuori dal paese, lo lasciarono, lo fecero alzare in piedi e gli dissero che doveva andarsene e non tornare mai più. Tutto il paese si era radunato lì per cacciare Renzo.

Erminio infine disse: «In questo paese non si toccano le mogli e soprattutto i bambini!»

Osvaldo, preso dall’ira, con il fucile gli sparò, avendo cura di non colpirlo, facendo in modo che se ne andasse più rapidamente.

«Ora dobbiamo stare vicini a Palmina, ha bisogno di noi» chiosò don Guelfo.

Gli uomini e le donne tornarono ognuno ai propri lavori. Solo Erminio e don Guelfo tornarono da Palmina. La donna, presa dal dispiacere, strinse forte la piccola e pensò che sarebbe stata più al sicuro senza quell’uomo, anche se tutto sarebbe stato molto più difficile.

Erminio rimase assieme alla donna e don Guelfo tornò da Sergio, di modo che il medico potesse tornare a casa.

Il vecchio nonno chiese alla donna se le andasse di abitare tutti assieme nella casa di Roncopianigi. Avrebbero unito i greggi e si sarebbero dati una mano a vicenda; la casa era più piccola e più calda, Caterina sarebbe stata meglio.

La donna aveva bisogno di tempo per calmarsi. Erminio andò a chiamare Giuseppe ai pascoli, poco sopra a Roncopianigi e gli spiegò quanto accaduto. Il giovane corse subito dalla madre e i due si abbracciarono. La donna, presa come da uno svenimento, si adagiò sul divano e si addormentò; Erminio, come se niente fosse successo, si mise a giocare con la nipote: «Da ora in poi cambierà tutto qua dentro, ci sarà rispetto reciproco e tutti ci vorremo bene.»

Giuseppe acconsentì con lo sguardo, senza parlare, poi andò nella stalla e si mise a intagliare un tronco che in alcuni giorni sarebbe diventato una scultura bellissima della sua nuova famiglia.

I giorni seguenti, Erminio e Giuseppe fecero in modo che tutto sembrasse normale e che Palmina fosse serena. Ogni mattina svolgevano tutti i lavori da soli. Palmina avrebbe potuto andare a fare due passi con la figlia, o a trovare le amiche.

Il nonno, nei ritagli di tempo, si mise a costruire un nuovo lettino per la nipote e una carrozzina tutta in legno decorato, per le passeggiate.

I mesi passarono, era dicembre inoltrato e ormai l’inverno era alle porte. Giuseppe non aveva più ricevuto alcuna notizia dal fratello Fernando. Durante i mesi invernali tutto si fermava; l’unico luogo che rimaneva vivo era l’osteria di Osvaldo. Nei mesi freddi, il lavoro nei campi era sospeso, si lasciava il compito alla neve e alle gelate di sminuzzare il terreno per le semine.

Una mattina, visto che non c’era ancora neve, Giuseppe preparò il bestiame per uscire al pascolo ma il nonno lo fermò: «Dove vai? Non vedi come soffia il vento fuori? Annusa l’aria, il messaggio è chiaro, entro sera nevicherà. Guarda come sono coperte le cime; il cielo sembra appoggiarsi sui tetti delle case, non è un giorno buono per andare al pascolo, oggi, e temo che dovremo rinunciare ad andarvi per un po’.» Giuseppe obbedì.

In inverno, non si andava neanche al mercato del giovedì o, meglio, ci si andava solo per motivi di estrema necessità. Il freddo si faceva sempre più pungente, la neve iniziava a cadere lentamente, poi sempre più copiosa, fino ad avvolgere tutto, solo i camini e i fiati degli animali nelle stalle si vedevano fumare. Non volava un uccellino, non si muoveva nulla: tutto rimaneva in attesa della stagione migliore. La neve non attanagliava sempre il paese. Il clima appenninico era molto rigido, ma a volte si alzava un vento più caldo del normale, era il vento di scirocco che con i suoi aliti portava via grandi quantità di neve. La si vedeva sciogliere a vista d’occhio, formava rigagnoli d’acqua in superficie e pian piano spuntava il colore giallognolo dell’erba. In quei momenti, il paese un po’ si rianimava ma durava poco: il freddo ritornava subito a farla da padrone e tutto si spegneva di nuovo, in attesa della primavera.

Quell’anno fu il primo che Giuseppe e Palmina passarono senza Renzo. Il nonno sopperiva alle mancanze, anzi, raccontando le sue storie era molto più socievole e confortante di Renzo. Palmina aveva scoperto il grande tesoro della nonna: la biblioteca. Non vi era sera che i quattro non si mettessero in quella stanza davanti al camino, a sedere sulla panca di legno e il nonno prendeva un libro e iniziava a leggere lentamente. Nel frattempo Caterina gattonava in giro per tutta la stanza, poi quando si stancava, Palmina la rimetteva nella culla e si addormentava. Così le giornate finivano dolcemente.

Nel mese di gennaio, Fernando fece scrivere ad Elena la sua prima lettera al fratello e la spedì.

Giuseppe la ricevette una mattina nebbiosa, dalle mani di don Guelfo che per comperare un po’ di sementi era andato a Villa dalla Mariona. Era una donna grande e grossa e aveva un piccolo negozio dove vendeva di tutto. Quando uscì, il postino gli consegnò la busta chiusa e indirizzata a Giuseppe, gli chiese se gentilmente la poteva recapitare al ragazzo e don Guelfo accettò. Appena il giovane la ebbe tra le mani si emozionò, la prima cosa che notò era il timbro postale del comune di Lucca. Non sapeva nemmeno dove fosse quel paese, ma non gli interessava. Si nascose nella biblioteca e l’aprì, all’interno della busta vi era un foglio a righe, piegato accuratamente a metà. La lettera era scritta in bella grafia con una penna di colore nero. La lesse lentamente come il nonno gli aveva insegnato.

Caro Giuseppe, io sto bene. Sono in una città della Toscana, che si chiama Lucca. So che non sai nemmeno dove sia, ma non importa. Qui ho trovato lavoro come cameriere e lavapiatti, in una osteria molto più grande di quella di Osvaldo, ed è di proprietà di una signora che si chiama Anna.

Lavoro il venerdì, il sabato e la domenica e durante la settimana mi arrangio: visito la città che è bellissima e svolgo un qualche lavoro come spaccalegna nelle case degli abitanti. Anche qua fa molto freddo, ma molto meno che lì.

Sai che la città dove vivo è vicina al mare? E Il mare è proprio come lo descriveva il nonno, nelle storie che inventava. Nei giorni di bel tempo, quando è calmo, le onde arrivano lentamente verso la riva spumeggiando. Il mare è grandissimo, è talmente grande che non finisce mai. Quando fa caldo e qui fa molto caldo fino a fine settembre, mi hanno raccontato che ci si può fare il bagno. Io non lo ho mai fatto perché quando sono arrivato, non faceva più così caldo.

Nei giorni che c’è tempo brutto, il mare forma delle onde grandissime che arrivano molto veloci sulla spiaggia e lì deposita le conchiglie, come fanno i nostri fiumi con i sassi.

Qua ho molti amici e guadagno abbastanza bene, ti sta scrivendo una mia amica che si chiama Elena. Io pian piano sto imparando a leggere e a scrivere ma si fa molta fatica.

La mamma, sta bene?

Papà la picchia ancora? Non riesco a dimenticarlo.

Caterina è cresciuta?

E il nonno? Se ti va, salutamelo.

Fammi sapere, scrivimi all’indirizzo che trovi scritto qua sotto.

Ciao, un abbraccio grande!

A presto, Fernando.

 

Giuseppe si commosse. Dalle parole del fratello, capì che poteva raccontare tutto al nonno, e si sentì meno in colpa per averlo già fatto.

Autore

Paolo Medici

Paolo Medici è nato il 24 settembre 1984 a Scandiano e vive a Febbio di Villa Minozzo. Fin da bambino viene portato in montagna dal padre, che gli trasmette l’amore e il rispetto per i luoghi. E dalla montagna nasce anche la passione per le storie popolari. Ha esordito con Il sentiero verso l’oblio (WLM 2013) accolto positivamente dalla Gazzetta di Reggio. Io non me ne vado è la sua seconda prova letteraria, fra i vincitori del Premio Cinque Terre – Golfo dei Poeti indetto nel 2014 dal Cenacolo Artistico Letterario di Aulla nella categoria inediti.

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