TU IO ASSIEME MAI ODIANDOCI

7,50

Un romanzo d’amore, un amore ai tempi dei reality show, con l’irrompere dei meccanismi della tv nella vita delle persone, la passione per un uomo più giovane, la ricerca di un nuovo equilibrio in una donna emancipata.

 

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Descrizione

Romanzo d’amore. Le tappe, talvolta assai dolorose, di un legame spezzato che ancora le vibra sotto la pelle, sulla scia di ricordi che è impossibile cancellare. Momenti di indimenticabile passione fra le braccia di un uomo che centinaia di altre donne sognavano di avere, senza però mai smussare gli spigoli del proprio indomabile temperamento di donna libera e indipendente.

Informazioni aggiuntive

Pagine

176

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo d'amore, autobiografia

Ambientazione

Milano, Rovigo

Anteprima

Il momento della verità

Quella sera la mia mente era vuota e piena allo stesso modo. Non volevo più pensare, ero stanca di tormentarmi. Niente più domande, di nessun genere e portata. Nonostante ciò, mi vorticavano dentro ancora immagini sconnesse e parole prive di senso.
Avrei voluto smettere di farmi del male, ma non ci riuscivo.
— Perché —, mi chiedevo insistentemente, — non riesco a bloccare il flusso dei miei pensieri? Perché lui continua a occuparli?
Mi sentivo in preda a un’inquietudine profonda, come da tempo non mi succedeva. Avrei dovuto sprizzare felicità da ogni poro della mia pelle, e invece…
Del resto, quello era il momento che Marco agognava da una vita: l’ora della sua grande occasione.
Finora la vita gli aveva dato qualcosa e tolto qualcos’altro, come capita un po’ a tutti, ma adesso era pronta a modellarsi fra le sue mani, diventando infinitamente generosa.
E forse era una meta che anch’io avevo sempre desiderato raggiungere per lui e con lui. Anche se i sentimenti che provavo per Marco non erano del tutto chiari. Neanche a me stessa.
Di una cosa, però, ero certa.
Quella sera – e ne sono ancora adesso sicura – né io né lui potremo mai dimenticarla.
Ricordo il freddo pungente, la nebbia che sembrava avvolgere gli alberi, i lampioni, le case illuminate, come un velo trasparente pronto a coprire e a proteggere tutto il paesaggio con la sua tenue e umida consistenza.
E ricordo anche la cena frugale a base di pollo arrosto, patatine fritte e insalata che stavo preparando insieme ai miei amici, venuti per l’occasione a casa mia, per assistere «tutti insieme appassionatamente» al debutto di Marco. Del resto non mi avrebbero mai lasciata sola in quel contesto, dato che erano consapevoli del mio stato di agitazione febbrile. E probabilmente immaginavano anche quale impatto emotivo
potesse proiettare quella serata sul mio futuro…
Sì, perché in quella fredda e nebbiosa serata di gennaio, Marco sarebbe entrato in quella che si definisce ancora – e non a torto – la «casa più spiata d’Italia».
In altre parole, Marco stava per mettere piede nella dimora del Grande Fratello.
Alle otto di sera la nostra cenetta veloce era già terminata, mentre il telegiornale scorreva inascoltato con il consueto repertorio di cattive notizie. L’idea di vedere Marco all’interno di un programma televisivo così «nazional-popolare» ci riempiva di frenesia.
Persisteva ancora un residuo di incredulità: si trattava veramente del «nostro» Marco? Eravamo concentrati solo ed esclusivamente su questa straordinaria novità.
Non c’erano quindi delitti irrisolti, attentati terroristici o crisi internazionali in grado di tener testa a quell’evento che si stava per consumare proprio sotto i nostri occhi.
E io, a tavola, mentre tutti si ponevano sorridendo le domande più disparate, non potevo fare a meno di pensare che, in cuor mio, avevo sempre saputo
che Marco ce l’avrebbe fatta, che sarebbe stata una semplice questione di «quando» e non di «come».
Dopo aver sparecchiato, pian piano, tra una boutade e un’altra, prendemmo posto tutti sul sofà giallo davanti alla tv: lo spettacolo della vita di Marco stava per iniziare. Forse, anzi sicuramente, stava per iniziare anche il mio.
D’un tratto sentimmo tutti il gingle della trasmissione ed esultammo: sembravamo un po’ matti, è vero, ma Marco aveva raggiunto un traguardo che, in fondo, un po’ apparteneva anche a ciascuno di noi. E per questo ci sentivamo solidali con lui.
In quei momenti, la vicinanza dei miei amici fu un qualcosa di indimenticabile per me: quella loro felicità accompagnata da un profluvio di gioiose risate mi donava la consapevolezza di quanto la loro amicizia fosse vera e speciale, di quanto ci tenessero
a noi e ai nostri successi. Perché loro non erano lì per festeggiare il «Marco del Grande Fratello». Erano lì semplicemente, come me, per festeggiare Marco.
Punto e basta.
E Marco stava per catturare non solo la nostra attenzione, ma anche quella di milioni di italiani in procinto di accendere il televisore. Tantissime persone che l’avrebbero conosciuto e apprezzato. O magari criticato, perché no?
Quando la trasmissione prese avvio ufficialmente, il mio cuore sussultò. Scappai in bagno come per contenere tutte quelle emozioni, e nessuno si accorse della mia assenza, tanto erano avvinti dallo spettacolo.
Fra le pareti silenziose della toilette, sentivo rimbombare i palpiti del mio cuore in fibrillazione…
Una volta davanti allo specchio, mi misi una mano sul cuore e una sulla testa, come per collegare d’istinto quelle due parti di me così in conflitto in quei momenti, e mentre contemplavo la mia immagine riflessa, continuavo a ripetermi ossessivamente:
«andrà tutto bene… tutto bene… tutto bene».
Mentre lo ripetevo per l’ennesima volta, repressi a fatica un improvviso fiotto di lacrime. Poi Milo, uno dei miei amici, si accorse che mi ero chiusa in bagno e dalla soglia mi chiese se andava tutto bene.
Socchiusi la porta e mi sporsi fuori, facendo un cenno affermativo con la testa. Subito dopo gli sorrisi, come per tranquillizzarlo. Poi decisi di darmi una calmata e di tornare davanti al televisore. La trasmissione era già iniziata da dieci minuti e oltre, ma Marco non era ancora stato presentato al pubblico.
La trasmissione proseguì per un po’, mentre noi, divorati da un’ansia crescente, aspettavamo il momento magico di quell’attesissima e fortemente «nostra» presentazione.
Durante un intervallo, per smorzare la tensione, bevemmo tutti insieme uno spritz, l’aperitivo a base di vino bianco, acqua tonica, gin e aperol, che dalle mie parti fa tanto tendenza. Confesso che per un po’ la mia mente sospese qualsiasi attività. Forse era
esausta dopo tanta inquietudine. O forse, chissà, era semplicemente annebbiata dall’alcool. La tensione che mi sentivo addosso, comunque, si era un pochino attenuata.
Dopo l’intervallo pubblicitario, la conduttrice del programma seguitò a presentare gli inquilini, fin quando il momento catartico, finalmente, arrivò.
Lui era lì: le sue foto, le sue passioni, le sue attitudini, la sua professione di calciatore. E anch’io ero lì con lui, nel suo cuore e nei suoi pensieri in quei precisi istanti.
Così almeno speravo che fosse.
Vedendolo apparire così sullo schermo televisivo, fascinoso e seducente, il mio cuore smise per un attimo di battere. Poi accelerò di botto e seguitò a correre all’impazzata, lasciandosi dietro quella scia di parole che si accavallavano. Nel frattempo il mio cellulare iniziò a trillare quasi convulsamente, ma io deliberatamente lo ignorai. La curiosità di chi mi conosceva era troppa.
In quei momenti una lacrima che racchiudeva una gioia segreta solcò il mio viso, gocciolando invisibile sul divano. La mia indole riservata mi impediva di ostentare questo mio momento di fragilità e di debolezza. Solo una persona ha conosciuto il significato prezioso di quella lacrima, e quella persona è stata Marco.
Quella sera mi soffermai a riflettere sulla tenacia e sulla caparbietà con cui Marco aveva affrontato le avversità, sul fatto che dopo tante battaglie perdute aveva sempre saputo risollevarsi, mostrandosi capace di realizzare il suo sogno invece di guardarlo
infrangersi sugli scogli della dura realtà.
All’improvviso, mi riaffiorò il ricordo di una delle sue più brucianti sconfitte, una di quelle che lo avevano lasciato ferito e avvilito. Era venuto da me, dopo che la società calcistica per cui giocava lo aveva svincolato perché – secondo il suo coach – era
troppo concentrato su se stesso e sui suoi cerchietti e fiocchetti piuttosto che sul suo dovere di parare i tiri avversari.
Marco era affranto da quella decisione, che percepiva come profondamente ingiusta nei suoi confronti.
Già sull’uscio di casa lo accolsi fra le mie braccia, per fargli sentire che lo amavo e lo stimavo più che mai, che non lo consideravo un perdente.
Lo abbracciai ripetutamente, e a tavola, mentre cenavamo, gli strinsi le mani per non lasciarlo mai solo col suo dolore, per alleviargli il più possibile il bruciore di quel durissimo colpo.
Quella sera parlammo anche dei riflessi negativi sulla sua carriera sportiva derivanti dai nostri problemi di coppia: per una volta, infatti, non era più totalmente concentrato su se stesso ma sul nostro rapporto, specie dopo quel tradimento che faticavo ancora ad accettare e che continuavo a rinfacciargli, con la speranza che non si ripetesse mai più, perché me lo portavo dentro come una ferita sanguinante, uno squarcio doloroso che ancora non voleva saperne di cicatrizzarsi.
Anche allora, nel bel mezzo dei nostri dubbi e delle nostre insicurezze, tu e io finimmo per fare l’amore. E in quei momenti cercai di dimenticare ogni cosa, di lasciarmi tutto alle spalle. Cercai di donarmi interamente a te, di offrire il mio corpo nudo alle tue mani, che si soffermavano ovunque con quel tocco così intenso e delicato, che mi faceva impazzire…
Nonostante quella bellissima serata, in quei giorni il nostro rapporto stava scivolando lentamente dalla dimensione del sogno a quella dell’incubo. Un incubo dal quale tentavamo invano di risvegliarci…
Durante la tua apparizione televisiva, mi sentivo pervadere da un entusiasmo intermittente, dato che avevamo parlato tantissime volte di quella trasmissione
e del tuo desiderio di parteciparvi.
Mi riaffiorò un sorriso sulle labbra, ripensando ai provini per il Grande Fratello, alle tue telefonate ogni qualvolta gli autori della trasmissione richiamavano in quanto curiosi di rivederti e di ascoltare risposte in merito alla tua vita privata. Ricordai i nostri pranzi resi stuzzicanti dall’aroma intenso dei gnocchi al gorgonzola. Era proprio in quei frangenti che tu mi raccontavi sempre dell’esito incoraggiante dei provini, della sicurezza che eri riuscito a ostentare in quelle occasioni, delle difficoltà che avevi superato senza problemi.
Come quando si mormorava in giro che dietro la spavalderia con cui etichettavi le donne come trofei da esporre o da conquistare si celasse una latente omosessualità… Quante risate su quella assurda congettura! E quanto ci sentivamo felici in quei momenti…
Ma, quella sera, devo ammettere che vibrò dentro di me uno scatto d’orgoglio, nonché un certo senso di soddisfazione personale nel vederti sullo schermo, perché in fondo ero stata io a incoraggiarti su quella strada, e lo avevo fatto sin da quando ci eravamo conosciuti. Il tuo fisico statuario, del resto, mi aveva sempre incantato, e mi incanta ancora adesso.
Forse perché continuo a contemplarlo dall’angolazione dell’amore…
Mentre ti guardavo percorrere quella sorta di navata che ti avrebbe introdotto nella «casa delle celebrità», provavo la strana sensazione di averti lanciato io in quel corridoio, mi sentivo in un certo modo l’artefice di quell’evento, come se tu fossi in debito con me per quella celebrità che ti apprestavi a conquistare.
Un sentimento forse egoistico, lo ammetto: ma era proprio quello che stavo provando in quel momento.
In ogni caso, l’emozione forse più intensa che vissi in quella serata, in realtà, fu un’altra.
Improvvisamente, infatti, mentre i nostri amici scrutavano tutti i tuoi primi movimenti, i tuoi primi discorsi, le tue prime titubanze in quel mondo così artificiale e al tempo stesso realistico, mi assalì una tremenda sensazione di vuoto, un’indicibile ondata
di tristezza. Fui sul punto di stramazzare per terra, come in preda a una vertigine che mi risucchiava.
Presagivo una perdita, temevo un abbandono. Una sofferenza atroce, che già avevo provato all’età di tredici anni, quando mio padre mi aveva lasciato per sempre.
In quell’istante mi resi conto che, d’ora in avanti, le cose non sarebbero state più le stesse.
Mi travolse la certezza che tu, Marco, stavi per entrare in un altro mondo, dove forse per me non c’era posto.

Umiliata in diretta tv

Nei giorni successivi, cercai di concentrarmi sulla mia quotidianità e sul mio dolce piccolo Dany – uno splendido bambino, frutto di una precedente relazione, che ormai ha sei anni – anche se, naturalmente, appena potevo, mi fiondavo davanti alla tivù per vedere Marco.
Mi ero persino abbonata al satellitare per poterlo seguire giorno e notte. I suoi sguardi, i suoi discorsi, la sua timidezza, tutto era «realmente lui», senza finzioni di alcun genere. Anche se, nel complesso, lo vedevo un po’ spento. Ricordo che, tutto sommato, ero contenta e tranquilla: volevo solo che Marco guadagnasse la celebrità che meritava. Il resto non contava.
Certo, mi sentivo delusa dal fatto di comparire raramente nei suoi discorsi. In fondo la nostra era stata una storia importante… Dico «era stata» in quanto, negli ultimi mesi, non potevamo proprio definirci «fidanzati» anche i nostri incontri risultavano frequenti.
Quelle poche volte, però, in cui accennava a me, devo ammetterlo, Marco sfoderava una certa dose di creatività e di simpatia. Come, per esempio, quando mi definì goliardicamente una «passera trascendentale». Di primo acchito, quell’espressione
estemporanea, scaturita in un freddo e noioso pomeriggio invernale, suscitò in me un certo imbarazzo, lasciandomi quasi raggelata. Poi, ripensando a quel suo modo un po’ brioso e ingenuo di esprimersi, sia la mia amica Elisa che io finimmo per riderci sopra mentre la commentavamo al cellulare.
Forse, sotto sotto quella frase apparentemente volgare mi piaceva: racchiudeva, sia pure implicitamente, una certa nostalgia di me, di noi, di quello che eravamo… Forse potevamo davvero ricreare la magia di qualche mese prima. Forse potevamo davvero…
ridiventare una coppia.
Quel pomeriggio confessai a Elisa questi miei pensieri e lei, cinica e razionale come al solito, mi rispose che il commento in sé poteva significare tutto o niente, e che solo col tempo avrei capito se lui mi amava o meno, e se era disposto ancora a vivere la sua vita con me.
Io speravo ancora che il nostro amore rifiorisse, e guardarlo nella casa, anche nei suoi piccoli gesti quotidiani – quando cucinava, si stiracchiava, interagiva con gli altri inquilini – mi infondeva qualche dose ulteriore di quella speranza, inducendomi a
pensare che tra noi le cose si sarebbero potute ancora appianare. Che quella lontananza – e nel contempo anche quella nostra vicinanza – poteva indurci ad amarci e a rispettarci ancora di più.
Magari, stavolta, in maniera completamente nuova e diversa…
A ogni modo, quel pomeriggio Elisa mi promise che sarebbe passata più tardi per salutarmi e prendere un caffè, così da «spiare» insieme Marco. E infatti, alle 21 precise, puntuale come sempre, arrivò col suo carico di sorrisi e di… mistero.
Proprio così: Elisa era ed è il personaggio più enigmatico che io abbia mai avuto il piacere di conoscere.
È la classica persona che conosce tutto di tutti ma della quale, in fondo, ti accorgi di non sapere assolutamente nulla. Non so spiegarmi il motivo di tutto questo, so solo che Elisa è così: ogni qualvolta provi a indagare nella sua vita, lei elegantemente
glissa e fornisce risposte evasive. Che comunque finiscono per appagarti, perché ti piacciono e le apprezzi. E così finisci per rinunciare a saperne di più. Ti basta la sua simpatia, il suo carisma, la sua intelligenza. Sotto il profilo estetico, poi, Elisa è una donna assai avvenente: bionda, occhi verdi, viso da bambola… Insomma, di sguardi ne attira parecchi. Anche il suo lavoro di organizzatrice di eventi, che la rende dinamica, sicura, intraprendente e fattiva, finisce col renderla ancora più affascinante agli occhi di un uomo. E non solo. In passato, infatti, è successo che anche alcune donne si sono
infatuate di lei: senza però essere ricambiate.
Quella sera io ed Elisa ci stavamo divertendo un mondo: sorseggiando il nostro caffè, ridevamo a tutte le battute e le gag degli inquilini della casa. Effettivamente ne venivano fuori di curiose… Fra l’altro, notammo che Marco accennava spesso alla nostra storia, ma soprattutto al fatto che aveva un debole per le donne più grandi di lui.
Dopo che Elisa si fu congedata, decisi di coricarmi.
Ma non riuscivo a prendere sonno: tenevo gli occhi fissi e sbarrati sul soffitto bianco, cercando forse un’illuminazione. Che però stentava a concretizzarsi.
A un certo punto mi voltai verso il comodino e vidi la nostra foto insieme al mio piccolo Dany, mentre mangiavamo un gelato al luna park, e provai nuovamente quel senso di perdita, di angoscia, identico a quello provato la sera della sua entrata nella «casa». Quell’immagine del passato rappresentava una famiglia unita, e io ripensai a quando sembravamo convinti che tutto sarebbe stato sempre così. Coi nostri sorrisi, coi nostri gelati al luna park…
Ma allora cosa era realmente cambiato tra noi?
Perché non eravamo più riusciti a ritrovare quella sintonia che ci aveva permesso di essere così felici in passato? Lui era ancora il protagonista di questo sogno ricorrente, del quale non riuscivo a liberarmi.
Una cosa era certa: io mi sentivo ancora legata a Marco. E una parte di me sperava che anche lui, nonostante tutto, lo fosse ancora.
Dopo tutti questi interrogativi, smisi di pensare.
Crollai dalla stanchezza e per quella notte lasciai fuori Marco sia dal mio letto che dai miei sogni, o perlomeno ci provai.
Marco sapeva quale posto speciale aveva nel mio cuore, e anche in quello di mio figlio. E conosceva anche il perché di quella «pausa», il perché ci eravamo «allontanati», e il tempo che ci voleva per «risanare» tutta la nostra relazione. Nonostante questo, lui stava per creare una ridda di nuovi interrogativi con il quali fare i conti. Il suo ego era più forte dei suoi sentimenti, e il digiuno forzato che subiva
stando relegato là dentro cominciava a eroderlo dentro.
Perché adesso voleva gettare tutto alle ortiche e soprattutto farmi soffrire in quel modo? Perché, nonostante tutte le sue promesse prima di entrare, stava rivolgendo certe attenzioni, e non solo quelle, a un’altra donna? Perché parlava a lei di me? Perché
sembrava condividere con lei qualcosa che prima apparteneva unicamente a noi? Aveva veramente bisogno di me o era solo un’esigenza anonima che qualsiasi altra donna era in grado di soddisfare? Ero assillata da tanti interrogativi irrisolti…
È vero, non esisteva ancora un progetto di vita in comune tra di noi. Marco manteneva intatta la sua libertà, dato che la nostra, dopo la prima, traumatica rottura, era diventata una relazione non vincolante.
Ma lui i miei sentimenti li conosceva bene e anch’io pensavo di conoscere i suoi…
Quel pomeriggio mi rimisi in macchina dopo l’incontro con la mia cara amica Patrizia, complice di tante gioie e tristezze condivise sempre insieme.
Il tempo grigio e nuvoloso rifletteva esattamente il mio stato d’animo. Improvvisamente iniziò a piovere, prima leggermente, poi a scrosci. Faticavo quasi
a vedere la strada. All’improvviso mi colse una crisi di pianto: in preda ai singhiozzi accostai con la macchina in un parcheggio a pochi isolati dall’ufficio, e spensi il motore. Ricordo ancora nitidamente la strada deserta sferzata dall’acqua, e da lontano
l’immagine di una donna che teneva in braccio un cagnolino, indaffarata a ripararlo con l’ombrello. Mi identificai con lei: talvolta dimentichiamo che un nubifragio improvviso può investirci mentre siamo del tutto indifesi… E se poi, oltre a te stessa, devi difendere un’altra vita o semplicemente un sentimento verso qualcuno a cui tieni davvero, tutto si complica terribilmente. Devi sacrificarti, lottare non solo per te ma anche per qualcuno che ami.
Immaginai me stessa sotto quella pioggia. In fondo, in quel momento, la mia vita era proprio sotto una pioggia scrosciante. E pensai che, a differenza di quella donna, io non sapevo come difendermi, ignoravo quale fosse il percorso giusto. Avevo accostato
con la macchina, ma forse avevo accostato anche nella vita.
Le lacrime sgorgarono ancora più copiose, mentre mi accasciavo sul volante. Mi sentivo denudata nell’anima. Rimasi lì, col volto appoggiato sul volante, per dieci minuti circa. Poi tornai in me e riaccesi il motore, anche se ancora con le lacrime agli occhi.
Una volta rientrata a casa, decisi di non accendere il televisore.
Preferivo starmene in pace. Non volevo più tormentarmi.
I giorni seguenti, però, l’attrazione verso quella «storia mediatica» si rivelò irresistibile, e tornai davanti allo schermo televisivo. Visto che lui nella casa mi evocava sempre più spesso, rituffandosi subito dopo nelle sue «scorribande notturne» e non, accettai di buon grado un invito a partecipare alla trasmissione per un confronto diretto con lui.
Ammetto che quando la redazione avanzò questa proposta, non ne rimasi sorpresa. Anzi, me lo aspettavo.
La mia prima reazione fu solamente di rabbia: rabbia per quello che stavo vedendo, rabbia per tutto quello che stava accadendo dentro quella casa e… sotto quelle coperte ormai da più e più sere.
Nei giorni immediatamente seguenti decisi di comportarmi secondo quello che era semplicemente il mio modo di fare, in aderenza alla mia personale sensibilità. Intendevo cioè affrontare la questione di petto, senza isterismi e senza sceneggiate
da telenovela. Anche se, gonfia di rabbia e di disperazione com’ero, la voglia di scatenare un putiferio continuava a rigirarmi nella testa.
Così, circa un mese dopo il suo ingresso, mi recai a Roma. Durante il viaggio in treno, tutti i miei amici mi furono vicini. Conoscevano il mio stato d’animo e sapevano che, al di là delle luci della ribalta, la partecipazione a quel confronto in diretta con Marco
si sarebbe trasformata per me in un autentico supplizio. Così mi chiamarono spesso durante il viaggio, riempiendomi di «in bocca al lupo» e raccontandomi gli aneddoti più buffi: era il loro modo per farmi rilassare. Li conoscevo bene, e loro conoscevano
bene me.
Giunta a Roma, un autista della redazione mi venne a prendere e mi portò in albergo, in attesa della diretta che sarebbe avvenuta la sera stessa.
Prima però incontrai gli autori del programma, che mi rivolsero diverse domande, data la divergenza di personalità che emergeva tra il «Marco sciupafemmine» e il Marco presente nella casa.
Quando approdai in trasmissione, tutto si rivelò più piccolo di come appariva in televisione: il palco, il pubblico, tutto appariva ridimensionato in un’ottica più spassionatamente realistica.
Dopo aver chiamato tutti i miei amici, in particolare Milo, Elisa e Patrizia – quest’ultima ancora incredula per quello che mi accingevo a fare (per lei, timida e riservata com’era, sarebbe stata impensabile una simile avventura) – attesi l’inizio della trasmissione.
Avevo accanto gli altri ospiti e i redattori, e naturalmente mi trovavo al cospetto della consueta platea del Grande Fratello.
Quando il gingle prese avvio, un tuffo al cuore mi fece sussultare. Di nuovo. Per un attimo mi sembrò davvero incredibile che tutto questo stesse accadendo proprio a me. Ora non ero più dall’altra parte dello schermo, a guardare, a giudicare sola tra le
mura di casa senza che nessuno o quasi potesse interferire con le mie valutazioni. Stavolta ero parte attiva di tutto quell’immenso show che avevo sempre visto e vissuto come un qualcosa di quasi inarrivabile (pur non essendo posseduta per nulla dalla
smania di parteciparvi).
Peccato che non ero lì per festeggiare un lieto evento oltre che un’incredibile e imperdibile esperienza, ma bensì per riprendermi un qualcosa a cui tenevo quasi più della mia stessa vita.
Quella sera sarebbe avvenuto il confronto tra me e Marco. Avrei finalmente chiarito con lui tutta questa situazione. Avrei finalmente capito – forse – a che gioco stava giocando con me.
Anzi, con noi.
Quando entrai nella cosiddetta «stanza delle sorprese» per fare appunto una «sorpresa» a Marco e chiarire il tutto, nell’attesa mi sentivo quasi sul punto di perdere i sensi. Sospiravo di continuo, in un incessante andirivieni per la stanza, e tutto questo per la tensione nervosa che mi scuoteva.
Quando me lo trovai lì davanti, piangente, con le mani sul viso, il mio cuore andava ormai a mille, come impazzito. Cercai di controllarmi, e devo dire che, paradossalmente, fu l’inquietudine ancora maggiore manifestata da Marco che mi fece calmare un pochino. Perché pensai che era lui in fondo a dover essere agitato per la mia presenza. Io non avevo proprio nulla da temere, dato che non avevo fatto niente di male. Quei pensieri, però, erano solo un palliativo. La mia trepidazione non si placò affatto.
Appena lo vidi in quello stato, scherzando gli dissi: «io rido, tu piangi», sottolineando il fatto che forse avrebbe dovuto essere il contrario, mentre lui mi rispondeva con una frase che a me non suonava affatto nuova, e cioè la classica «siamo alle solite».
Ci abbracciammo, ci confortammo e lui mi sembrò quello di sempre. Cioè il ragazzo narcisista e insicuro in procinto di farsi perdonare le sue scappatelle.
In quei momenti, però, provai un certo disagio: tutta quella situazione infatti, così, in diretta, quasi mi infastidiva. Marco era pronto a farsi perdonare, anche davanti a milioni di telespettatori, per i soliti errori, dei quali cominciavo davvero ad averne abbastanza.
Non mostrava alcuna remora, nonostante il pubblico, a replicare scene e situazioni già vissute intimamente tra noi. Il tutto, poi, si stava risolvendo per lui in una ben magra figura…
Lo fissai attentamente per una manciata di minuti o forse anche meno: lui piangeva ancora con le mani sul volto. Ci abbracciammo più e più volte, mentre lui continuava a spargere lacrime e a disperarsi.
A dire il vero, fatico ancora, per certi versi, a capire la natura di quel pianto: con il senno di poi, mi chiedo ancora adesso se abbia pianto per me, anzi per noi, o perché io in quel momento rappresentavo per lui «il mondo reale». Si sa che in quelle condizioni di assoluto isolamento, ogni contatto con la vita precedente tende a scatenare una forte tempesta emotiva nelle persone coinvolte creando «classiche»
reazioni come pianto, nostalgia, in alcuni casi disperazione.
In certi casi si tratta di pure e semplici sceneggiate, di simulazioni che hanno l’unico scopo di fare sensazione e di suscitare scalpore. A ogni modo fu lì, in quel contesto drammatico – dove il vero protagonista era lui – che mi feci coraggio e gli posi un ultimatum. O me o l’altra. Tutto estremamente semplice per me quanto estremamente complicato per lui.
Marco tornò in «casa» e quella sera stessa, davanti a tutte quelle persone sintonizzate, scelse me.
Litigò furiosamente con l’altra, dicendole cose che non mi aveva mai detto in tutta la nostra storia, come «il mio cuore è di Lea» oppure «io sono di Lea e lo sarò per sempre». Ma proprio durante quella trasmissione l’iter previsto dalla nomination lo portò fuori dalla casa, e in particolare, per una settimana, in un albergo della capitale, di nuovo senza contatti con l’esterno. E, nel corso della trasmissione che seguì a quel secondo ritiro, Marco annunciò il ribaltamento della sua decisione, davanti a milioni di
persone, e soprattutto davanti a me, precipitandomi nella più profonda confusione. Una vera e propria pubblica abiura.
È praticamente impossibile descrivere ciò che provai in quei momenti: quello che so per certo è che mi sono sentita umiliata, ma soprattutto atrocemente sbeffeggiata davanti a una moltitudine di persone. Non si può giocare così con i sentimenti delle persone, né in privato né su una pubblica piazza. Soprattutto, non è tollerabile un voltafaccia del genere dopo così poco tempo. C’è qualcosa di falso, di stridente… Non credi, Marco?
Fin qui, la storia nota a tutti. Fin qui, forse, almeno per alcuni, la solita storia. Quello che però molti non sanno, è che io ti chiamai alle tre di quella stessa notte, per sapere se tu avevi detto la verità o meno in trasmissione. Volevo credere che si fosse trattato
di una farsa, che quello fosse solo «spettacolo».
Davanti a me, in quel momento, non c’era solo il telefono: c’era anche un flacone di sonniferi, che ormai assumevo già da un mese per poter riposare, e che, in un istante di follia, pensai di ingoiare tutti insieme per non svegliarmi mai più e sfuggire così per
sempre all’incubo in cui mi avevi fatto sprofondare.
Per fortuna, il mio istinto di sopravvivenza e l’amore per il mio bambino prevalsero su questa nera pulsione di morte, e, dibattendomi nell’insonnia più tormentosa, decisi di telefonarti. Su tuo invito ti raggiunsi nella tua stanza d’albergo, e lì parlammo a lungo di tutto quello che avevi detto e fatto in trasmissione.
Ancora una volta la tua insicurezza, il tuo narcisismo, il tuo egocentrismo s’impadronirono di te: tu volevi me. Nient’altro che me.
Mi dicesti che non sapevi cosa ti stesse accadendo, che mi amavi, che mi avevi sempre amata, che io per te continuavo a incarnare la più bella storia d’amore che avevi mai vissuto. Mi implorasti di perdonare le tue ambiguità e i tuoi tentennamenti.
Subito dopo facemmo l’amore nel nostro solito modo, con la nostra consueta intensità. Mentre lo facevamo, però, io non riuscivo a sentirmi tua, mi sentivo solo come una parte «del tutto» e iniziavo davvero a essere stanca di trovarmi in questa condizione.
Io non lo meritavo, Marco, capisci? Non l’ho mai meritato! E tu lo sai bene!
Quella sera, quando ti addormentasti, io non riuscii comunque a chiudere occhio: la trasmissione e i suoi contenuti, le tue dichiarazioni, mi tormentavano.
Tu mi tormentavi…
E quando la mattina successiva, dopo una notte in bianco che mi aveva lasciato sfinita e incapace di pensare, e dopo aver cercato in una sostanziosa colazione quel minimo di energia necessaria per ricominciare un’altra giornata di chiaroscuri, ci dirigemmo
entrambi a Milano, anche se con mezzi diversi (tu in aereo dato che lo avevi prenotato e io in treno), per partecipare a una popolare trasmissione televisiva pomeridiana, dove avremmo dovuto parlare di noi e di tutto quello che ci stava capitando.
Ci sentimmo praticamente tutto il giorno e in cuor mio sperai che tu fossi rinsavito. Forse stavolta avevi capito il tuo sbaglio, e se non lo ammettevi apertamente era solo per non peggiorare le cose.
Ma non mi sarei mai aspettata che tu, proprio la sera stessa della trasmissione in cui dichiaravi – senza mai però sbilanciarti troppo – quanto restavo importante nella tua vita, mentre io ti raggiungevo in albergo con un taxi, arrivassi al punto di fermarmi
in una hall dicendomi che avevi cambiato nuovamente idea. Che avevi scelto ancora una volta l’altra e non me, che era meglio proseguire la storia con lei perché mediaticamente lei andava bene, anche se ti interessava poco, perché la gente che seguiva il programma voleva così, e che eri disposto a scaricare la nostra storia per il «pubblico». La storia con lei era giusta e sana, quella con me sbagliata e malsana…
In quegli attimi mi sembrò di impazzire. Vedevo solo il tuo sguardo gelido e torvo, mentre mi dicevi che era meglio smettere perché doveva andare in questo modo e basta. In quei momenti non ci fu nessuna reazione da parte mia: ero troppo sconvolta.
Non riuscivo neanche ad articolare un discorso, una frase che avesse un minimo di senso, tanta era la rabbia che sentivo dentro. La mia mente era ottenebrata dall’ira.
Mentre abbandonavo quella hall e chiamavo il taxi, mi sentivo catapultata in una dimensione irreale.
Ero forse entrata anch’io nell’ingranaggio mediatico di un reality show costruito su misura per me?
Il mattino seguente mi ritrovai, affranta più che mai, ancora in quella trasmissione, insieme a te: persino la conduttrice notò che era successo qualcosa.
Nel pomeriggio, convocata da sola dalla redazione, dichiarai che intendevo interrompere la mia partecipazione a quel programma. Meglio così per tutti, soprattutto per me.
Ero stata umiliata per la seconda volta nell’arco di 24 ore… Solo che stavolta eravamo soli tu e io. Non c’erano telecamere, non c’erano luci e scenografie tipiche della ribalta. Tu e io. Senza regia e senza spettatori.
E tu avevi avuto ancora una volta il coraggio di usarmi e di gettarmi via…
Sono fermamente convita che esista un’unica soluzione con i tipi come te: semplicemente darsela a gambe. Ma se in quell’occasione non l’ho fatto, e se sono ancora qui a volte a pensarti, è perché ti ho amato tanto e in fondo ti amo ancora, nonostante questi tuoi atteggiamenti squallidi, nonostante tu abbia tradito in tutti i modi il nostro amore.
Lo sai che cosa penso di te, Marco? Che fondamentalmente tu sei incapace di amare: ami troppo te stesso per amare una qualsiasi altra persona. Forse è questo il punto. Sei da sempre innamorato solo di te stesso.
E proprio da te proviene la prova di quanto sostengo: una decina di giorni dopo il tuo clamoroso voltafaccia, ti sei spinto fino al punto di propormi una relazione clandestina, ribadendo che «mediaticamente» la storia tra noi non poteva andare, che era meglio una storia con l’altra. Hai avuto l’ardire di dirmi: «non ci pensare Lea, fatti una scopata se sei nervosa…», farneticando sulla tua ambizione di diventare un presentatore e un attore.
Lo vedi, Marco? L’unico vero amore che provi è quello per te stesso. Tu non ami nessuno al di fuori di te. Probabilmente né me né qualsiasi altra. Ami solo il tuo successo, la tua bellezza, il tuo interesse.
Ami solo il tuo ego smisurato.
Io mi sono innamorata di te. Probabilmente una parte di me ti ama ancora. Anche se quello che vedo ormai mi disgusta.
Sai però cosa penso davvero?
Che tra noi due non ci sia mai stata nessun’altra.
L’unico vero ostacolo tra noi… sei sempre stato solo tu. E ora che sono consapevole di questo, voglio smettere una volta per tutte di amarti. Sarà difficile, lo so, specie se tu tenterai di riafferrarmi, ma la parte più vigile e cosciente di me ormai nutre nei tuoi
confronti il più profondo disprezzo.
Ti odio, Marco.
Anche se so bene che l’odio è comunque un sentimento diverso dall’indifferenza…

La vita in gioco

Se ripenso a tutta la nostra storia, gioia e sofferenza si mescolano insieme ai sorrisi e alle lacrime…
Perché il nostro amore, per me, ha significato risvegliare di nuovo il mio mondo interiore, che avevo deciso di non coinvolgere più, specie dopo i fallimenti passati.
Perché con te ho deciso di mettere di nuovo in gioco tutta me stessa. Ancora una volta. La nostra storia, per me, è stata come un tornado, che all’inizio ha spazzato via ogni paura, ogni remora, per lasciare spazio a qualcosa di completamente nuovo, ma
che ha scatenato altri uragani fino a farmi vorticare per l’ennesima volta dentro l’occhio del ciclone.
Nonostante tutto, hai saputo donarmi tanta felicità, Marco. Ricordo ancora come ci siamo conosciuti in quel locale, in quel modo così inconsueto.
Come solo a due come noi poteva accadere…
Mancavano pochi giorni al Natale di quattro anni fa. Io mi preparavo già a passarlo da sola, come tante altre volte. Mi ci ero quasi abituata, ormai, e la cosa non mi spaventava affatto.
Quando sei ancora bambina, le feste rappresentano il momento in cui desideri che tutta la famiglia sia intorno a te, magari per ricevere regali, coccole, attenzioni. Ma da adulta ti rendi conto di quanto tutto questo sia, in fondo, fasullo e ipocrita, specie se i tuoi rapporti con i familiari sono limitati allo stretto necessario, per cui accetti volentieri l’idea di rimanere sola con te stessa anche in quei giorni di festa. Quando cresci, Natale diventa un giorno come un altro…
In quei giorni, comunque, e precisamente il venerdì prima delle feste, chiamai a raccolta un po’ di amici discotecari, tanto per rompere la patetica e noiosa monotonia di quelle feste.
Dato che non ci si vedeva da un po’, decidemmo di andare in tre: io, Alessandro – il mio datore di lavoro nonché ex fidanzato e confidente prezioso in tante situazioni scomode – e un’altra amica, Angela, appassionata fino al midollo di alta moda, in un locale nella zona del rovigino.
Un posticino simpatico, con due sale distinte che offrivano generi musicali differenti. Mi stuzzicava molto l’idea di poter ballare nella stessa sera sia l’house che la disco music o il country. Io e Alessandro ci immergemmo nei ritmi del pop, mentre Angela
beveva il suo long drink al bancone, adattandosi a fare da tappezzeria. Dopo esserci scatenati nella dance, tornammo entrambi al bancone, dove Angela ci aspettava da circa mezz’ora con un bicchiere vuoto tra le mani (che lei fingeva di considerare pieno per ingannare l’attesa e soprattutto gli astanti). Ordinammo due coca & havana – il nostro solito drink – dopodiché, per ricompensare Angela della sua pazienza, le offrimmo da bere. Nel giro di pochi minuti i drink diventarono tre… Brindammo alla nostra amicizia, poi scoppiammo tutti e tre in una fragorosa risata.
Forse eravamo già un po’ brilli. Non ricordo bene.
Probabilmente sì… Improvvisamente, da lontano, scorgemmo Patrizia, che in quell’occasione aveva chiuso il suo bar in anticipo per unirsi a noi. Ero contenta di vederla, offrimmo da bere anche a lei, e quella sera iniziai a sentirmi leggera, quasi felice.
L’alcool mi rendeva euforica… A un certo punto, mentre parlavo con le mie amiche delle solite futilità tipiche di una serata «leggera», notai un ragazzo appoggiato con una gamba all’indietro su un piccolo muretto, proprio di fronte a me.
I suoi gomiti erano addossati anch’essi al muretto, e quella posizione gli conferiva un’aria da spaccone che lì per lì non mi dispiaceva affatto. Fui colpita
dal suo sorriso smagliante. Siccome ero in vena di humour, pensai che gli avessero appena schiarito i denti, talmente artificiale mi appariva quel suo sorriso.
Inizialmente feci finta di nulla: trovavo piuttosto intrigante il suo atteggiamento da bulletto, ma, siccome sotto la mia facciata esteriore da «pantera» si nasconde una timidezza congenita, preferivo fare finta di ignorarlo. Se infatti una persona suscita in
me una certa ammirazione per il suo aspetto fisico, a pelle, l’emozione che ne scaturisce mi apre il cuore, ma subito dopo si erge una barriera mentale.
Che non è solo frutto dei miei timori, ma una forma di difesa in cui si annida il desiderio di essere cercata, corteggiata. Io, infatti, adoro il corteggiamento…
Per cui continuai a chiacchierare con le mie amiche del più e del meno, anche se, con la coda dell’occhio, continuavo a posare lo sguardo su di lui.
Aun certo punto mi accorsi che era sparito. Volatilizzato in un soffio. Questo suo improvviso eclissarsi mi lasciava delusa: l’avevo fatto attendere allo scopo di stuzzicarlo, e lui non se ne era nemmeno accorto. Seguitavo a parlare con i miei amici, ma le loro parole mi arrivavano come ovattate: il mio pensiero dominante era lo smacco che ancora mi bruciava dentro, quel mancato interesse nei miei confronti ostentato dal fascinoso sconosciuto del muretto…
Staccai la mente da lui: del resto, se si era arreso così repentinamente, non poteva certo fare al caso mio. Non era il tipo disinvolto e intraprendente che stavo cercando e dal quale avrei anche potuto sentirmi attratta.
Dopo aver assaporato un altro drink, mi rituffai in pista a ballare con i miei amici. Trascorsi con loro un’ora assolutamente spensierata, al ritmo trascinante del sound, immersa nelle luci multicolori che creavano un’atmosfera dinamica, spumeggiante.
Stavo bene in quel momento, non desideravo altro che divertirmi, assorbivo le vibrazioni della disco dance, godevo dell’euforia che mi donava quel clima di festa. Non era molto, certo, ma mi bastava per sentirmi rilassata e contenta.
Del resto, la vita mi ha insegnato che la felicità assoluta non esiste. È una pura illusione. La felicità è fatta di momenti, di stati d’animo, e dobbiamo goderne appieno quelle rare volte che è a portata di mano. Carpe diem… Nella vita esistono la gioia e il
dolore, il sole e la pioggia, il bianco e il nero, la luce e il buio. Se impariamo a cogliere l’attimo fuggente, saremo poi in grado di affrontare meglio le avversità che ci attendono, con il sorriso sulle labbra. La mia potrebbe apparire banale filosofia spicciola: non è così. Nella mia vita le sofferenze mi hanno lasciato tanti preziosi insegnamenti, primo fra tutti la capacità di affrontarle. E non si sorride mai abbastanza
agli altri, ma soprattutto a se stessi.
Mentre danzavo sulla pista, pensavo proprio questo: che stavo godendo fino in fondo quegli istanti di gioia, che non potevo e non dovevo lasciarmeli sfuggire.
Racchiudendo in quei momenti una provvista di sorrisi dentro di me, avrei potuto poi regalarli in futuro a mio figlio, a tutte le persone alle quali volevo bene, oppure custodirli dentro di me, come antidoto ai momenti di sconforto, o peggio ancora di dolore, che poteva riservarmi il destino…
Dopo aver esaurito le mie energie in una danza sfrenata, mi concessi un momento di tregua, prima al bar e poi nella toilette assieme a Patrizia. Quasi senza accorgercene, tornammo vicino al muretto presso cui Marco era apparso per la prima volta davanti
al mio sguardo. Istintivamente i miei occhi lo cercarono ancora, ma lui non c’era. Alcune persone mi passarono davanti, qualcuna mi diede anche uno spintone. Poi si ricreò nuovamente il vuoto fra me e il muretto.
Fu allora che rividi Marco, di nuovo appoggiato a quel muretto, con il ginocchio che sfiorava la parete blu del locale. E le mani in tasca, in un atteggiamento un tantino spavaldo da macho che però, devo confessarlo, mi intrigava non poco.
Stavo forse sognando? No, era lui veramente.
Mi sorrise, e io stavolta lo guardai, pur non riuscendo a ricambiare quel suo dolce sorriso che rivelava nuovamente alla vista la chiostra nivea della sua dentatura da fotomodello.
Nel frattempo Patrizia aveva incrociato lo sguardo e il saluto di un vecchio amico e aveva iniziato a conversare con lui, per cui Marco e io eravamo soli, anche se in mezzo a tanta gente. Un momento magico, irripetibile: fu come se tutti gli avventori del
locale fossero svaniti di colpo.
Noi due, soli, e quel sorriso ammaliante che mi aveva già stregata.
I capelli biondi di Marco, anche se non lunghissimi, ricadevano sul suo viso, e a tratti quasi lo nascondevano, rendendolo ancora più enigmatico e seducente. Mi piaceva da morire… E quel maglioncino grigio, molto aderente, e quei jeans gli stavano da urlo. E quegli occhi, che non riuscivo neanche a guardare… Abbassai i miei, incollandoli per qualche interminabile istante sul pavimento del locale.
Poi lui si avvicinò e mi disse:
— Ci conosciamo?
Non so come, trovai il coraggio di fare del sarcasmo
e gli risposi:
— No, ma possiamo provvedere subito.
Il ghiaccio era rotto: Marco si fermò a pochi centimetri da me per parlarmi e per conoscermi. Anche Patrizia, che nel frattempo era riuscita a sganciarsi dal suo conoscente, si era aggiunta, sin dalle prime battute, alla piacevole conversazione che stava per nascere tra noi.
Marco ci raccontò della sua professione di calciatore, con il ruolo di portiere, e della sua vita quotidiana a Milano. Sapeva essere conciso, e catturare l’attenzione di chi lo stava a sentire. Pur non avendo mai sofferto della «sindrome della velina», devo ammettere che ero tutt’altro che insensibile al binomio costituito dall’attrattiva fisica di Marco unita alla sua appartenenza al mondo elitario del calcio.
— Allora, mi venite a trovare? — aggiunse al termine del suo discorso. La sfumatura quasi ironica della sua voce non riusciva a nascondere che, probabilmente, un nostro eventuale rifiuto gli avrebbe provocato un certo disappunto.
— Che dici? Andiamo a trovarlo a Milano? — risposi con altrettanto sarcasmo rivolgendomi alla mia amica. Ma in cuor mio ero ben decisa a raccogliere il suo invito.
— Posso lasciarti il mio numero di cellulare? — mi chiese lui.
— Sì, certo —, risposi.
Così ci scambiammo i numeri, dopodiché lui ritornò dai suoi amici, mentre io e la mia amica ci ricongiungevamo agli altri per concludere la serata tutti insieme. Con la sua usuale perspicacia, Alessandro aveva intuito l’evolversi della situazione fra me e Marco.
— Mi sa che qualcuno ha fatto conquiste… —, mi sussurrò abbracciandomi, e subito dopo, scherzosamente, fece il gesto di tirarmi i capelli.
— Sì, ed è pure gnocco! —, replicai io scoppiando a ridere. Mi piaceva quel clima di complicità fra di noi. Naturalmente per il resto della serata le risatine e i commenti su me e Marco si sprecarono.
All’uscita dal locale, mi ero appena infilata il giaccone e stavo per avviarmi verso casa, quando lo rividi nuovamente sui divanetti bianchi collocati all’ingresso del locale. Si alzò subito e venne a salutarmi con un bacio sulla guancia.
Anche in quel momento non fui capace di guardarlo negli occhi: mi capita sempre quando mi piace davvero qualcuno. Sulla via del ritorno, mentre ero in macchina con Alessandro che si era offerto di darmi uno strappo fino a casa, mi sforzai di ricordare
i lineamenti di Marco: ma, stranissima cosa, li avevo del tutto dimenticati… E anche questo mi capita sempre quando qualcuno mi piace sul serio.
Una specie di rimozione inconscia delle sue fattezze dalla mia memoria, come se un meccanismo inibitore tentasse in qualche modo di bloccare le emozioni scaturite da quel ricordo, da quell’immagine rielaborata dalla mia mente. Durante l’intero percorso,
le domande che mi rivolgeva Alessandro scivolavano via da me, ero talmente concentrata sul volto di Marco che non gli prestai la benché minima attenzione. Ero combattuta fra due pulsioni contrapposte: una parte di me voleva ricordarlo a tutti
i costi, ma l’altra lo cancellava come se ne avesse paura…
Smisi di pensare. E, almeno negli ultimi minuti di viaggio prima di arrivare a casa, mi sforzai di dare retta ad Alessandro, conversando un poco con lui.
Una volta rientrata a casa, gettai la borsa su una sedia e mi lasciai cadere a peso morto sul divano: volevo a tutti i costi ricordare quel volto. Quasi inconsapevolmente, rimasi dieci minuti con gli occhi rivolti verso il soffitto. Alla fine decisi che era meglio dormire: una capatina in bagno, e poi subito al calduccio sotto le coperte. Il mio fu un sonno tranquillo, come non mi accadeva da parecchio tempo.
La mattina dopo, un sabato, mi alzai di buon’ora.
Del resto era il mio unico giorno libero, in cui potevo dedicarmi alla casa e al lavaggio dei vestiti del mio Dany, che come tutti i bambini aveva bisogno di tante attenzioni.
Mentre mi dedicavo alle prime faccende di casa e nel frattempo preparavo il caffè per la colazione, accesi il cellulare. Trovai un messaggio, che, a essere sincera, forse aspettavo. Era di Marco.
Recitava:
CIAO LEA, BUONGIORNO! SONO MARCO, IL RAGAZZO CHE IERI
SERA FORSE TI HA FISSATO UN PO’ TROPPO. VORREI VENIRE A LETTO
CON TE. BUON SABATO!
Rimasi letteralmente basita da quelle parole. Nessuno mai prima d’ora era stato così esplicito con me.
Inizialmente, provai una certa irritazione per quel messaggio sfrontato. Pensai di essere incappata in un erotomane, o in qualcuno di simile. Poi però pensai che il sesso, immediato o successivo che sia, non pregiudica la nascita di un rapporto. O meglio, pregiudica solo chi ha pregiudizi.
E poi, Marco mi piaceva davvero… in tutti i sensi!
Proprio allora Dany si svegliò e così mi dedicai a lui e alla sua colazione a base di latte e biscotti al cioccolato, dei quali è sempre stato ghiottissimo. Poi tornai a dedicarmi alle faccende domestiche, dato che ero in ritardo, e tralasciai di rispondere a quel messaggio. Forse perché non avevo ancora deciso quale sarebbe stato il tenore della mia risposta.
Mi tornò in mente solo a metà mattinata, mentre mi accingevo a pulire la camera di Dany. Afferrai subito il cellulare e decisi di rispondergli così: HO APPENA SCOPERTO UNA TUA QUALITÀ: LA SINCERITÀ!
Iniziammo così un gioco di battute e provocazioni tramite sms che durò tutta la mattinata. Era piuttosto divertente attendere le sue risposte fra un intervallo e l’altro nelle pulizie del sabato. Mi infondeva energia ma soprattutto creava in me una gradevole aspettativa: forse Marco non era soltanto un ragazzo pronto a fare sesso e a divertirsi. Magari, nonostante la brutale franchezza ostentata in quel suo primo sms, intendeva provare a conoscermi davvero…
Quella sera stessa, concordammo di vederci nuovamente in un locale del ferrarese. L’idea di incontrarlo ancora mi provocava un certo subbuglio: non la smettevo più di provarmi degli abiti davanti allo specchio, per trovarne uno che mi facesse apparire particolarmente seducente ai suoi occhi. Come una ragazzina al suo primo appuntamento… Alla fine optai per un jeans e una maglietta nera, che metteva ben in evidenza il mio décolleté.
Raggiunsi il locale in compagnia di tre altri miei amici, Milo, Elisa, Angela, e incassai i loro «auguri» per l’esito della serata. Si era creato un clima di attesa quasi spasmodica mentre sorseggiavamo i nostri drink al bancone del bar.
Improvvisamente lo vidi sulla scala del locale, che si snodava dal pianterreno e portava al livello superiore del locale, dove c’erano altre music hall.
Marco mi lanciò uno dei suoi soliti sguardi incantatori, e stavolta fui in grado di ricambiarlo, intensamente.
Volevo imprimermi il suo viso nella mente, come una specie di fotografia indelebile. Gli stavo aprendo le porte del mio mondo, lo stavo accogliendo dentro di me.
Mi fece cenno di raggiungerlo sulla scala, e, fra lo stupore di tutti, me compresa, quando gli fui vicina mi abbracciò e mi baciò appassionatamente, come nei più classici love movie. E questo sotto gli occhi dell’intero locale oltre che dei miei amici!
Poi mi guardò con quel suo sorriso ammaliante mentre io ancora una volta abbassavo gli occhi. Era come se una parte di me non volesse arrendersi a tutto quello che le stava capitando di così sconvolgente e stupendo. Mi accarezzò il mento, sollevandolo con delicatezza: fu allora che, per la prima volta, lo fissai negli occhi da vicino. E iniziai davvero a innamorarmi di lui.
Dopo aver parlato a lungo sulla scala, ci appartammo in una zona più tranquilla del locale, e fu lì che iniziammo a «scoprirci», a conoscerci meglio.
Ci separammo verso le tre e mezza del mattino, dopo aver passato le ultime ore ad accarezzarci, a palparci, a gustarci, senza però andare oltre.
Una volta rientrata a casa, mi sentii pervadere da una strana felicità: tra noi non c’era stato nulla di eccezionale è vero, ma a me bastava averlo potuto rivedere.
L’emozione che provavo mi impedì quasi di dormire, e la mattina dopo, domenica, il mio risveglio fu come una rinascita.
La mia rinascita.

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