OMISSIONI

Prezzo di listino 11,05 incl. IVA

Romanzo d’amore, drammatico ma anche romantico, introspettivo e psicologico. Un testo che mira ad affrontare i problemi della relazione di coppia dall’interno.

 

 

Descrizione

Romanzo d’amore. Romanzo psicologico.

La passione come via di conoscenza: così potrebbe intitolarsi questa storia, ambientata tra i ritmi frenetici di Milano e la abitudinarietà, sedentaria e tradizionale, di un paesino della Valcuvia, tra gli spazi e il respiro di Parigi e il ricordo del clima inquieto della Bologna degli ultimi anni ’70. La passione che caratterizza un’avventura amorosa può essere vissuta come semplice espediente vitalizzante, oppure far incuriosire dell’altro, della relazione, del proprio modo di stare al mondo, diventando l’occasione per rivisitare le proprie scelte. O la propria rinuncia a scegliere. Al contrario, una familiarità cui ci si è assuefatti può velare lo sguardo, illudere di conoscersi, indurre a sviste o far precipitare in tranelli relazionali dalle drammatiche conseguenze.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 13,00

In copertina

La sensualità di un fiore alla maniera di una pittrice pioniera, Georgia O’Keeffe, opera su tela di Monica Borsa, opera fotografica di Raffaella G. Fidanza, collezione privata.

Pagine

132

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo d'amore, romanzo psicologico, romanzo epistolare

Ambientazione

Milano, Varese

Anteprima

Prologo

 

Lasciare fare al caso, non è forse già una decisione?

Delegare ai fattori più nascosti delle nostre personalità le scelte che dovremmo compiere con coraggio e consapevolezza non è altro che un imbroglio segreto, grazie al quale possiamo illuderci di spostare su altro o su altri le conseguenze della nostra viltà. È così che finiamo col chiamare imprevisti gli effetti di ciò che non abbiamo voluto, o saputo, vedere né ascoltare.

 

Forse non avrei dovuto seguire così d’impeto il desiderio di ricostruire, passo dopo passo, la storia dei miei legami. È stato tutt’altro che indolore. Non che avessi imprigionato quegli eventi nel buio assoluto dei più reconditi angoli mentali; tuttavia essi riposavano silenti in uno spazio riservato, privati della loro virulenza, inavvertiti quasi, e dunque innocui.

Del resto, ripercorrere coscientemente il passato è l’unico modo per sentire che abbiamo vissuto e che la nostra esistenza ha avuto un significato, per noi e per gli altri. In particolare per coloro che ci hanno amato e che noi abbiamo amato.

Anch’io volevo poter dire, come Pablo Neruda, confesso che ho vissuto, qualunque responsabilità questa confessione comportasse.

Mi ha colto di sorpresa l’intensità e a volte la crudezza delle emozioni provate nel ripercorrere la mia storia d’amore. Ricostruendola pezzo per pezzo, giorno per giorno, momento per momento; rintracciandone i particolari intimi, nascosti dietro le pieghe di accadimenti prepotenti e incalzanti o, al contrario, dissimulati dietro passaggi quotidiani quieti e banali.

Sì, ho pensato più di una volta, quando il turbamento sembrava sopraffarmi, che non avrei dovuto accingermi a questo lavoro. Ma come non ho potuto non iniziarlo, così non ho potuto sottrarmi al proseguirlo e portarlo a compimento. Spero ne sia valsa la pena. Saranno gli altri, in primo luogo i miei figli, e forse i miei nipoti, a giudicarlo; anche se a dire il vero non è un giudizio, che vorrei suscitare, ma ricordo e comprensione.

Il momento della decisione arrivò un anno fa, la domenica di Pasqua — nel mio animo speravo in una mia pasqua di resurrezione, nel senso di una rivincita sulla malattia che mi era stata appena diagnosticata. Ero nel giardino di casa: una villetta a un solo piano, isolata, nel paesino lombardo in cui sono tornata a vivere, nei pressi del confine svizzero. Stavo prendendo un bagno d’aria e di profumi sul prato confinante, il cappello di paglia in testa e i miei due gatti accanto. Dalla collina mi giungeva un odore di muschio, di terra smossa, di mentuccia selvatica. “È tutto così confortante,” pensavo, “il verde tenero dei campi ai piedi della collina, il sole tiepido, il tappeto di timo sul quale sono seduta, morbido e completamente fiorito, l’aria leggera che accarezza la pelle. Intorno a me ranuncoli e violette, e minuscoli insetti laboriosi; tutto è fresco, tutto mi riempie di gratitudine e tranquillità. Ogni cosa ha la forza di rinascere, di vincere gli attacchi dell’inverno; ogni cosa invita a sperare ancora, a confidare nel ciclo delle stagioni e ad accettare quello della vita.”

Non avevo ultimato questo pensiero lieve, che il ronzio brutale e rauco di un tagliaerba risuonò invadente, rompendo di colpo la quiete con ossessive e assordanti oscillazioni sonore. Dalla cima della collina opposta, altre simili fastidiose vibrazioni acustiche raggiunsero bruscamente le mie orecchie, come una spiacevole e ubbidiente eco, quasi fosse scattata l’ora del risveglio simultaneo di mostri dormienti. Due cornacchie, infastidite, si levarono in volo dall’acacia tra i cui rami erano nascoste e si allontanarono salendo rapide, macchie nere contro il cielo azzurro.

Sospettai strati di noia e di vuoto negli animi di quelle persone uscite di casa alle tre di un pomeriggio silenzioso, per attivare i loro rumorosi attrezzi e aggredire i prati coperti d’erba novella e di piantine profumate. Fu l’invito perentorio a rifugiarmi dentro, dentro casa e dentro me stessa, dentro le pieghe più intime della mia esistenza. Me ne tornai nel mio piccolo studio, dopo avere percorso a ritroso il vialetto dal prato alla casa, gatti al seguito, il solito buffo fedele corteo. Nel silenzio tranquillo, presi ad aprire scatole polverose e a scartabellare tra lettere, foto, quaderni. Il mio vecchio baule indiano custodiva ancora diversi plichi, affastellati in disordine sul fondo.

«È giunto il momento» mi dissi.

Avevo un puzzle da comporre, pazientemente, tessera dopo tessera, tentativo dopo tentativo. Mai trovato il tempo e il coraggio di farlo, prima d’allora. Ma adesso che i miei giorni assumevano un’importanza speciale, adesso che la mia vita si compattava, che ogni ora diveniva solenne e preziosa, sì, potevo iniziare, dovevo farlo, prima che la debolezza causata dalla chemioterapia mi scoraggiasse, prima che la malattia mi costringesse a fermarmi.

Così, avrei lasciato un ricordo di me.

Il tempo prese a scorrere più fluido e gravido, in quel giorno splendidamente solitario nel quale ebbi la forza di toccare cose che avevo sepolto, dolori e connivenze, slanci e passioni, vigliaccherie e ambiguità che avevo tentato di dimenticare. Mi spingeva la curiosità di cercare, mi sosteneva il coraggio di rileggere, accostare, e datare, guardare e confrontare, e infine ricomporre in un flusso di emozioni le cronache di un gioco d’amore che eventi e tempo avevano radicalmente trasformato.

Ho detto che volevo farlo per lasciare un ricordo di me, ma avrei dovuto dire di me e di Lorenzo; un’omissione che spero mi verrà perdonata e che dipende dal senso di solitudine che provo in questi giorni.

Già: il ricordo di noi due! È destinato anch’esso a svanire, come accade alle stagioni più vitali quando l’autunno arriva: dapprima soltanto spogliate dei loro toni freschi e brillanti, che cedono il passo ai magnifici caldi colori di ottobre — forse un modo che la Natura ha escogitato per compensarci di quanto stiamo perdendo —; poi private di ogni consolatoria illusione, quando in dicembre il freddo e le braccia scheletriche degli alberi ci predicono giornate brevi e paesaggi desolati. È allora, del resto, che arriva il tempo giusto per rientrare, il tempo di raccogliere pensieri ed emozioni, e di riconnettere le nostre menti a tutte le memorie e le presenze che hanno lasciato in noi tracce vitali. Quelle tracce in grado di regalare musica, colore e significato agli spazi delle nostre profondità interiori, qualunque sia il tempo di vita che ci è concesso per esplorarli. In ogni caso, se non per me, per i miei cari la primavera tornerà cento volte ancora.

 

Parte prima

 

1

Dal quaderno di Michela

 

18 settembre 1978, mattina

Ho iniziato più volte una lettera, con l’intenzione di fartela avere alla sede del giornale, e il risultato è un cestino pieno di pallottole di carta. Ogni volta la forma del discorso mi presentava un ostacolo diverso: prima si ergeva rigida e fredda come una barriera tra me e te; poi sembrava veicolare un che di equivoco, formale, persino falso; un’altra volta rivelava senza pudore i miei lati patetici e infantili: timori, indecisioni e considerazioni degni di un’adolescente, senza un velo di eleganza o strategia, frettolosi, ridicoli, impulsivi. Ma il problema della forma, lo so, derivava dai contenuti segreti del mio discorso, da ciò che non volevo far trapelare. Pensavo di chiederti di non vederci più, e nel frattempo: «Oddio, mi sto innamorando,» mi dicevo, «e non lo voglio, non era previsto. Perché complicarmi la vita? Me ne verranno solo guai.» E intanto svanivano la freddezza e le intenzioni con cui avevo preso in mano carta e penna. Dopo più di un’ora, sono ancora qui che provo a scrivere, per sfogarmi e riordinare le idee, senza essere certa che questo foglio diventerà una lettera per te. Per fortuna ho la mattina libera, dopo il fine settimana di reperibilità; ho tempo per riflettere. Più che mai, adesso, devo tenere a freno la mia impulsività.

Avrei voluto chiamarti, ieri sera. Contro ogni prudenza. Non era solo il desiderio di sentire la tua voce. Era piuttosto l’eccitamento di una possibile trasgressione: violare lo spazio intimo del tuo matrimonio, creare l’occasione per un’improvvisa gelosia coniugale, sconcertandoti, provocando la tua ira. Far abortire, in tal modo, le cose fra noi. Troncare; non pensarci più. Mi divertivo perversamente a immaginare che, se mi avesse risposto tua moglie, avrei detto con esibito imbarazzo di avere sbagliato numero. Addirittura: “Mamma?” avrei potuto recitare. E alla sua risposta profondermi in rapide scuse accorate, con quel tanto di ambiguo che avrebbe suscitato il dubbio, l’incertezza, la possibile crisi.

Ho cambiato idea, ero troppo nervosa per quel tipo di giochetti. Se avesse risposto lei, avrei semplicemente riattaccato. Se invece avessi sentito la tua voce, ti avrei sussurrato: “A domani, amore.” Che faccia avresti fatto? Anche quest’ultima eventualità, tuttavia, avrebbe potuto indurre curiosità o sospetto nella tua donna. Infine, non ho chiamato, perché non voglio mandare tutto all’aria ubbidendo ai miei moti torbidi di ambivalenza. Se deve finire, sarà per una decisione ponderata, voglio sperare. Del resto, il clima tra noi, dopo l’ultimo incontro, è diventato gravido di aspettative non dichiarate; nessuno dei due si è deciso a prendere una chiara iniziativa. L’appuntamento di questa sera potrebbe servirci a uscire allo scoperto. Riuscirò a dirti che ho paura? Che non sono fatta per una relazione clandestina? Riuscirai a parlarmi con schiettezza del tuo matrimonio? No, so già che quando ti vedrò vorrò vivere intensamente quel momento esclusivo con te. Rimanderò i chiarimenti a un’occasione futura che forse non arriverà mai. E anche tu, ne sono certa, vorrai vivere il momento presente senza dare spazio a problemi, timori, discussioni difficili su prospettive e progetti.

Non so che fare. Ho anche timore di cedere alle tue condizioni, per quella specie di vaga soggezione che m’incuti. È scandaloso! Ma è così che mi sento: come un’allieva di fronte a un professore. Sarà per la differenza di età; o perché ti vedo arguto, metodico, sicuro, perfettamente equipaggiato di opinioni, documentato quando motivi i tuoi pareri, straordinariamente ricco di argomenti di conversazione. Abituato a intrattenere, confutare, divertire, affascinare.

Io, invece, in fondo sono forte solo delle mie conoscenze mediche; le mie passioni giovanili si sono scolorite, e ormai non saprei sostenere una seria discussione politica. Soprattutto, non ho l’autocontrollo razionale che tu sembri possedere fermamente; per cui davanti a te mi sento quasi ingenua, instabile, impreparata; trasparente, insicura. Mi chiedo come tu mi veda, che idea ti sia fatto di me. C’è da dire che incontrarsi a un convegno, per caso, in una cornice pittoresca, lontani dal proprio mondo quotidiano, non è come trovarsi a mangiare in una trattoria della nostra provincia o entrare con finta disinvoltura in un motel.

Resta il fatto che me l’hai chiesto tu, di rivederci, e lo hai fatto in modo convincente.

Tuttavia, un ricordo mi turba: a Grado, verso la fine della nostra cena di commiato, ti ho sentito improvvisamente distante, e un’ombra di difficile interpretazione ha lasciato la sua impronta sul tuo viso. Un dubbio, un’incertezza, un segreto, chissà. Ti sei chiuso, nascosto. Non posso fare a meno di pensarci. In quel momento ho interrotto il mio parlare, e tu, dopo qualche secondo di silenzio, come se niente fosse: «Continua, ti ascolto!», senza neppure accorgerti di avermi esclusa dalla tua attenzione.

Qualcosa di simile è accaduto la nostra prima notte in quell’hotel: a un tratto ho avuto paura. Non so se tu te ne sia accorto. Eri divenuto cupo, l’aria assorta, e tacevi. Ho visto per un attimo gli occhi di Mario nel tuo sguardo enigmatico, provando un senso fugace ma intenso di completa estraneità, un momento di panico, di disorientamento del pensiero, di distanza da quello che facevo.

Può darsi che avessi un po’ bevuto, ma non mi pareva di avere esagerato. Comunque, ho perso il senso della realtà, sono rimasta come sospesa in uno spazio di assoluta incertezza. “Che cosa sto facendo?” mi chiedevo. “Non voglio legarmi definitivamente al mio fidanzato storico, e rischio di innamorarmi di un altro che neanche conosco?”

Poi il tuo abbraccio mi ha rasserenato.

Sono strani, i primi incontri di una coppia. Si gioca a rincorrersi e a negarsi, a nascondersi e a mostrarsi. Vorrei proprio sapere come ho fatto a mutare così rapidamente stato d’animo, in modo imprevedibile e assoluto, quando sono atterrata su di te. Per quale magia ho dimenticato tutto ciò che avevo in mente, sciolto ogni dubbio, rinunciato a ogni sospetto. Poi di nuovo, come assorto in un tuo mondo inaccessibile, come se io non fossi lì con te, ti sei messo a canticchiare quell’aria triste, sottovoce: poche note di una melodia lenta e dolorosa, dolce ma non in armonia col nostro starcene abbracciati.

«Che cos’è?» ti ho chiesto, di nuovo un po’ inquieta. Hai preso a osservarmi senza rispondere, come incantato; mi è parso che mi guardassi senza vedermi, o che in silenzio volessi rinviarmi la domanda. Infatti, a tua volta mi hai domandato: «Che c’è? Scusa, mi stavo rilassando…»

«Niente» ho mentito. Se non che quell’aria la conoscevo bene: Satie, una Gymnopédie. Quella che Mario suona al pianoforte, quando vuole rilassarsi.

Satie. Ironico, dissacrante, provocatorio. Che accomuna due uomini così diversi, così lontani. E che tormenta me, adesso, con la sua melodia ripetitiva e le sue insinuazioni fastidiose.

Sarà vero che una donna è sempre attratta da uomini simili tra loro? Che non si possa mai mutare il copione?

 

2

Dalle carte di Lorenzo

 

Non so se ti farò mai leggere queste pagine.

Ne dubito. D’altronde, se avessi considerato questa possibilità forse non sarei riuscito a mettervi mano.

Prova di insincerità? Segno di sfiducia? No: gelosia per la propria intimità, diffidenza, e persino piacere di crogiolarsi nei propri umori. Non possediamo forse una dimensione di riservatezza, una vera e propria area segreta che non siamo disposti a rivelare a nessuno? Gli innamorati che si dicono tutto sono prima o poi destinati alla separazione; ma coloro che non si rivelano alcunché sono condannati alla convivenza abitudinaria. Sono entrambe soluzioni inadeguate, non c’è che dire. Questo pensiero gira e rigira nella mia mente. Non avrei potuto rifiutare il tuo invito. Avrei dovuto essere io a proporti qualcosa, e invece cercavo di leggere prima le tue intenzioni nei tuoi occhi per paura di andare incontro a un rifiuto. Sembra sempre facile, dopo; ma al momento…

Nessuna premeditazione, lo giuro: non era mia intenzione lasciare il convegno prima della sua conclusione. Ma l’idea che saremmo dovuti tornare a Milano di lì a poco e che non avevamo dunque più molto tempo dinanzi ha avuto il suo peso, anzi: è stata determinante.

Ti sto dicendo queste cose come se te le raccontassi e tu non sapessi già tutto. Si tratta solamente di pensieri! Ma in fondo è per te che li metto nero su bianco.

Dicevo che mi chiedo che cosa sia davvero accaduto a Grado.

Sono trascorsi solo pochi giorni, ma questo settembre che sembra ostinatamente rifiutarsi di lasciare il passo all’autunno mi sembra cominciato da chissà quando. Settembre a Grado è sempre una stagione insolita. Voglio dire per noi che abitiamo e viviamo altrove. Non pensavo davvero che ti avrei conosciuta in un posto simile. Sembrava tutto così immobile in quella cittadina. Eppure è là che sono uscito da quella che non riesco a definire che come la mia immobilità.

Gli scrosci di pioggia arrivavano all’improvviso, come se si prendessero gioco di noi, della nostra scarsa capacità di far previsioni in un posto così diverso dal nostro. I passanti prudentemente forniti di ombrello ci guardavano con aria di commiserazione. “Bah, turisti” sembravano dire. Non sapevano che per noi la pioggia faceva parte dell’avventura.

Avremmo dovuto recarci in gruppo a Duino per visitare il castello e poi tornare per cena, con tutti gli altri, ma avevamo deciso altrimenti, preferendo passeggiare per i vicoli e i campielli del centro. Pur disertando la gita di fine convegno, abbiamo pensato comunque che sarebbe stato opportuno salvare almeno le apparenze presentandoci al ristorante all’ora convenuta; ma all’ultimo momento abbiamo lasciato andare anche questa sorta di precauzione, e ci siamo avventurati per la strada che venti chilometri più avanti comincia a correre parallela alla costa. Non rammento nulla del paesaggio, nemmeno un aspetto. Scomparso nei meandri della memoria, come un fondale rimosso all’ultimo momento perché non adatto allo scopo e non in grado di valorizzare convenientemente la rappresentazione. Ciò che domina invece indisturbato la mia mente è il timbro della tua voce: una voce modulata, musicale nell’espressione ma incisiva quando vuoi imporre un tuo pensiero. La riconoscerei tra mille, pur nel frastuono disarmonico di suoni e voci a una festa. Ero anche preso dal disegno della tua bocca e dal tuo modo di sorridere. Hai un modo strano di sorridere, lo sai? ammiccante e al tempo stesso dissuadente.

Quella sera però tutto ciò è rimasto inconfessato, e la conversazione sembrava destinata a essere di circostanza, un rumore di sottofondo, un preparativo confuso, dissonante, come quando gli orchestrali accordano gli strumenti. Ma come per l’orchestra, quando il nostro preludio è iniziato, tutto si è composto in una sorprendente armonia.

Siamo tornati a notte inoltrata: nessuno in giro, una quiete da vigilia, uno spazio tutto nostro.

La tua camera era con vista sul mare. Lontano, alcuni battelli all’ancora con i loro giochi di luci. Un’oscurità profonda e mobile, viva, rassicurante. Questo, però, lo abbiamo notato più tardi. Appena entrati, ti sei diretta verso la finestra appoggiandoti al calorifero.

«È spento» ho osservato con ironia.

Hai preso allora ad avanzare verso di me, come rinunciando a un pretesto che, ormai svelato, rendeva ridicolo il tuo arretramento. Che strano dire: “Hai preso ad avanzare verso di me”. Dà l’idea di una pretesa di conquista, di un assalto. Dev’essere perché l’idea del possesso mi sembra possa affiorare in te da un momento all’altro.

Torniamo indietro un momento: non so perché, sto procedendo a ritroso.

Era buio sulla strada del ritorno. Il paesaggio sembrava mutato. Guidavo lentamente perché non ricordavo il percorso. Abbiamo sbagliato due volte ma alla fine un cartello stradale ha fugato ogni incertezza. Il portiere di notte non è parso affatto interessato a noi due. Stanza 222, la tua, al secondo piano. In ascensore non abbiamo fatto eccezione alla regola: silenzio, lo sguardo fisso in avanti, come accade tra estranei. Un ultimo tentativo di estraniazione. Ognuno nella sua camera, dopo il solito: «È stata una magnifica serata.» Ma non poteva essere quella la conclusione del nostro incontro. No, non poteva finire così, e tornato sui miei passi ho bussato alla tua porta. Mi aspettavi? Eri delusa per la mia fretta di ritirarmi nella mia stanza? Non me l’hai mai confessato. Mi hai aperto furtiva, mentre io, nonostante tutto, non ero ancora certo di cosa ti avrei detto o chiesto. Speravo soltanto che il mio azzardo fosse giustificato dall’aver interpretato realisticamente il tuo desiderio.

«Sono qui, ma…» e dopo un attimo di silenzio: «Scusami, sono disposto a darti la buonanotte sulla soglia» ho aggiunto. No, non ero disposto a salutarti sulla soglia. Non avrei sopportato un rifiuto. Se deve accadere che accada subito. Perché aspettare domani? E se poi…?

È bastato un attimo perché cominciassi a sperare che tutto non si riducesse a una semplice delusione. Mi hai risposto con un sorriso e ti sei fatta da parte per lasciarmi entrare. Quando ti sei accostata al calorifero e ho visto che tremavi, non sapevo se era per il freddo o se si trattava di un estremo tentativo di allontanarmi da te. Non c’era più tempo e nemmeno più spazio per le parole, ancora un poco e il desiderio mi sarebbe scoppiato dentro. Ti ho attratto a me e ti ho subito abbracciato come se temessi di vederti svanire, al pari di un sogno interrotto dalla sveglia del mattino.

Sei invece rimasta tra le mie braccia, e accostando il mio viso al tuo ti ho scoperto accaldata, quasi febbricitante.

Sentivo il tuo corpo fremere mentre ti coprivo di baci. Ero così preso che non ho fatto subito caso al fatto che avevi pronunciato il nome di Mario invece del mio. In quel momento, del resto, ti avrei perdonato mille lapsus, smentiti com’erano dalla tua passionalità. Ti ho detto che l’indomani, essendomi svegliato molto per tempo, sono rimasto a osservarti mentre dormivi? No; non devo avertelo detto perché altrimenti ricorderei la tua reazione. Mi avresti certo accusato di essere stato sleale, come se ti avessi spiato nell’intimità. Non lo avrei fatto se non fosse stato per cogliere un’espressione da tenere in serbo nella memoria. Non ero certo che avremmo deciso di continuare a vederci; avevo bisogno di portar via qualcosa con me. Non ti ho nemmeno detto che sono rimasto sorpreso di ritrovarti al risveglio stendendo la mano. Stamane ho persino pensato che tutto potesse essere una mia fantasia. Una vena di malinconia mi ha sopraffatto, stranamente. Avrei voluto che fossimo liberi, entrambi.

Il viaggio di ritorno è stato triste.

Avresti potuto tornare con me, in macchina, ma non sarebbe stato prudente. Mario sarebbe certamente venuto a prenderti alla stazione. Non mi hai parlato molto di lui; ho immaginato che non fosse tanto per discrezione quanto perché si tratta di un rapporto che non ha per te più alcun significato. Lo so che è puerile, ma ho avuto bisogno di pensare così. In ogni caso, sono tornato solo, ed è stato un viaggio interminabile. Interminabile e noioso.

Mi ha sorpreso la telefonata con cui mi hai annunciato che andrai a San Michele al Monte, il prossimo fine settimana. Ho pensato che fosse un pretesto, che non volessi più rivedermi. E allora ti ho subito proposto di incontrarci. E domani accadrà.

 

 

3

Michela

 

Un personaggio particolare, questo Lorenzo. Mi vengono in mente alcuni momenti in cui appariva eccessivamente studiato, controllato, nella sua calma eloquenza; in altri, invece, sembrava distratto, svagato, persino timoroso.

È stato dopo che è entrato nella mia stanza, quella sera, che tutto è cambiato. Nell’intimità no, non ho avuto alcun dubbio. O meglio: solo quando si è mentalmente assentato, ed è andato chissà dove, con la fantasia. Sono io che l’ho associato a Mario, mentre la musica di Satie è una pura coincidenza, lo so. Tuttavia, adesso che ripenso con calma all’accaduto, mi sento condizionata da una sottile tensione, una specie di pena, come per qualcosa di sospeso, di non detto, di pericoloso e oscuro. Ho evitato di chiamarlo, sto meditando di lasciar perdere. Pura vigliaccheria, lo ammetto. Se ho dei dubbi sulla sua sincerità, dovrei parlargli, non tirargli bidoni.

Dio, sta diventando un’ossessione che mi distrae persino durante le mie ore di ambulatorio. Cerco di esaminare le cose con freddezza, di studiare il suo carattere, alla ricerca di qualche falla nella compattezza matura con cui si presenta. Non sono che vaghe impressioni, timori senza nome. I suoi silenzi, senza dubbio riflessivi, si sovrappongono al pensiero dei cupi momenti di mutismo di Mario, in una condensazione di scene e di ricordi che mi provoca sconcerto, mi scoraggia, contrasta l’attrazione che provo per lui. Ne varrà la pena? Voglio davvero questa rivoluzione nella mia vita?

I minuti passano, e non ho ancora deciso se raggiungerlo o no. In fondo, non siamo stati che due fuggiaschi bisognosi di diventare immemori dei rispettivi legami. Due evasi. Per un’ora d’aria, una folata di profumo d’avventura. Prima d’essere risucchiati dalle abitudini, dalla quiete di una tranquillizzante prevedibilità. I luoghi che ci hanno ospitato, con la loro inusuale bellezza, sono stati nostri complici: un mondo incantato, fuori dal tempo. Quel pomeriggio camminavamo attraverso cortine di foschia, su distese erbose che sembravano non avere alcun confine. Arrivati sulla cima di una collinetta, ecco altri prati, altri banchi di nebbia leggera, altre invitanti distese. «Più lontano, dai, andiamo…» L’ho tirato per una mano, opponendomi alla sua pigrizia. «Arriviamo almeno fin laggiù.» Non fosse stato per la sua prudenza, ci saremmo smarriti. Quando siamo arrivati all’abbazia diroccata, il silenzio e la penombra del crepuscolo sembravano evocare antichi sortilegi, o rituali d’amore consumati in segreto, proibiti. E la proibizione è tremendamente eccitante.

Ma adesso, Milano: le strade trafficate, i legami abituali, la fretta, il lavoro. Una luce diversa, sacrificata, contratta nello spazio tra i palazzi. Lui accanto a Linda, io sempre in attesa di Mario. Dentro le nostre cose, il nostro tempo. Come potremo ritrovarci?

Me ne sto sprofondata nel letto e nelle mie congetture come in una zona di sabbie mobili. E invece di avvertirne il pericolo, mi dico che è piacevole, questa sensazione di massaggio passivo sulla pelle, questo torpore… Guardo il fumo della bacchetta d’incenso disporsi in lunghe strisce piatte sopra la mia testa, nell’aria ferma.

Abbandonarsi a quest’assenza di vitalità fino a morirne. Liberazione. Da ogni conflitto. Immergersi nel tepore di una notte duratura. Sciogliersi da ogni legame. Nessun attaccamento vuol dire nessun rischio di perdita, di abbandono. Nessuna difficile scelta da fare. Nessuno che soffre perché lo hai deluso.

Spingo l’inerzia fino a provare il vuoto, cerco il silenzio finché non si riempie solo di pulsazioni e di respiro, e poi…

E poi, come avessi esaurito le riserve d’aria in un lungo esercizio di apnea, torno a galla, inspiro profondamente, mi riscuoto. Afferro la vestaglia, me la infilo mentre corro in bagno a riempire la vasca, vado a farmi un caffè, e intanto ascolto Distant hills dei magnifici Oregon, per tentare di mantenermi in un clima meditativo, di governare la mia ansia.

Ma sì, andrò, chissenefrega! Il clic di un’accensione mi è scattato dentro, il motore è partito. Se questa novità mi fa sentire viva, perché non andare? Viva e desiderata, dopo un lungo periodo di abitudine, di noia, di scontentezza. Spengo il giradischi. Sono pronta. Ora ho fretta di uscire, trepido come una ragazzina. È mai possibile che io debba decidere le cose sempre all’ultimo momento, quando il tempo sta per scadere? Aspettami, Lorenzo, sto arrivando.

 

Troppo tardi. Mi stavo giusto infilando le scarpe quando ho sentito la chiave girare nella serratura. Il portone si è aperto, era Mario, tornato a casa mia, febbricitante, noioso come un bambino, bisognoso di essere accudito: si è messo a letto, ha rinunciato al viaggio. Non si è neanche accorto della mia espressione delusa, quasi attonita. O l’ha scambiata per preoccupazione nei suoi confronti. Non è proprio capace di starsene dai suoi, in questi casi: viene da me, bloccandomi, impossessandosi di me in maniera esclusiva. Salvo poi allontanarsi e sparire quando si sente nel pieno delle forze.

Una volta provavo tenerezza, a contatto con i suoi stati di bisogno — sì, in fondo sono stata io ad averlo viziato. Adesso mi fa rabbia. Anche per quel suo modo di darmi ordini e impartirmi istruzioni. Senza peraltro mai decidersi a venire a stare da me condividendo un progetto comune. Macché! La parola progetto lo infastidisce, figuriamoci la parola matrimonio. Comunque, aveva un pessimo aspetto: gli occhi e il naso arrossati, il viso pallido e sudaticcio. Mi ha fatto pena, ma al vederlo ho realizzato ancora più chiaramente che devo chiamarti, Lorenzo, che posso vederti, che c’è un abisso fra te e lui, come tra un’estenuante malattia e la più fresca e sana vitalità. Sono ancora giovane, ho bisogno di sentirmi amata.

Lui si è addormentato. Mi sono chiusa col telefono in cucina appena ho potuto, il cuore mi batteva forte. Rannicchiata a terra dietro la porta, il filo srotolato e tirato e l’apparecchio in mano, seduta sui talloni, ho composto rapidamente il numero, l’ho sbagliato, l’ho rifatto. Suonava libero. Eri già uscito.

Dovevo trovare una scusa e raggiungerti, a tutti i costi.

 

4

Lorenzo

 

Perché non sei venuta?

Ho atteso quasi due ore; fino a che il locale è diventato così opprimente da sentirmi soffocare.

Certo le strade di Milano non sono le stesse di Grado.

E nemmeno tu sei la stessa. Forse non siamo mai noi stessi se non per poco. E a seconda del posto in cui ci troviamo. Il guaio è che quando accade, appare ogni volta sconcertante. Voglio dire, quando non siamo come di solito siamo.

No, devo proprio ammettere che le strade non sono quelle di Grado. Ma se anche ci tornassimo, non sarebbe la stessa cosa. Gli avvenimenti non sono mai reversibili. Se potessimo retrocedere di una decina di giorni, siamo sicuri che saremmo gli stessi?

Perché non sei venuta?

Sono tornato a casa. Manca ormai poco a mezzanotte e tu non hai ancora telefonato. Sai bene che Linda è via, in questi giorni. Ho pensato a Mario, ma mi sembrava di aver capito che ormai fosse in viaggio. E poi, perché non accettare che venissi a prenderti alla stazione della metropolitana? Sei stata evasiva, alla mia proposta. Dimenticavo: la prudenza. Occorre essere prudenti. Perché questo fatto mi sorprende? È implicito nel nostro incontro. Non può, non deve trapelare nulla. Ma allora neanche i miei pensieri dovranno trapelare. Sono troppo ironico? Forse. L’ironia tutto sommato è una risorsa.

La barista mi guardava fisso chiedendosi certamente che cosa facessi lì tutto quel tempo, da solo. Deve aver capito che si trattava di un appuntamento mancato. Stupidamente ho tirato fuori dalla borsa l’orario ferroviario, come se il mio incontro dipendesse dall’arrivo di un treno.

Sto immaginando quello che mi dirai domani… se mi chiamerai. Oppure stanotte, dato che le nostre case sono deserte. Potrei chiamarti io, ma non lo faccio per ripicca. È ovvio. Forse sono ingiusto, magari hai cercato di telefonarmi ma io ero già uscito. Magari non hai telefonato di proposito, ritenendo che questo avrebbe fatto apparire più chiara la situazione. Durante quelle due ore ho ripercorso tutto il periodo di Grado. “Dove ho sbagliato?” mi chiedevo. Perché devo pur aver sbagliato qualcosa. Ho ricominciato a rivedere gli avvenimenti uno per uno. Il giorno dell’arrivo, la cena insieme agli altri… le parole che ti ho rivolto… i biscotti e i souvenir acquistati nel piccolo negozio all’angolo della piazza principale. E i giorni successivi fino alla sera precedente il ritorno. Non mi sembra di avere commesso grossi sbagli. Un ripensamento. Anche questo è possibile. E allora perché non dirlo?

«Ci sono cose che sono difficili da dire.»

«Ma a me puoi dirle.»

Stavo parlando da solo. La barista era di spalle e non deve essersene accorta. E se anche fosse? Dovrei preoccuparmi di quello che gli altri possono intuire?

Non puoi immaginare quante cose si possono osservare in un locale, nel corso di un’attesa. La disposizione dei tavoli, i quadri sulla parete di destra, gli specchi dietro il banco. Un bicchiere sporco di rossetto lasciato in un cantuccio del bancone. Una macchia sul muro. Il colore e la foggia delle tende. Le persone sono le ultime ad attrarre la nostra attenzione, come se fosse più importante stabilire prima i punti fermi e solo in un secondo tempo collocarvi le persone. “La barista è carina. La tradirò con lei” mi sono detto. “Così imparerà a non presentarsi agli appuntamenti.”

No, la donna non è il mio tipo: le labbra sono troppo sottili, i capelli hanno un taglio bizzarro che non mi piace, le mani sono tozze, le unghie volgarmente laccate di rosso.

Hai delle belle mani, le ho guardate mentre le avvicinavo al mio viso. Sembrano mani da pianista.

Sul banco c’è un distributore di birra alla spina che sembra quello di un pub inglese.

Un pub a Milano. Ridicolo. Penso a luoghi che nulla hanno a che vedere con quello in cui viviamo. No, non credo che in tutto questo ci sia qualcosa di ridicolo. O forse sì? È per questo che non sei venuta? Sono ridicolo? Per la mia età mi trovi inadatto alla tua giovinezza? Perché mai non sei venuta?

Quando ho deciso di andarmene aveva appena cominciato a piovere. Era da prevedere, data la stagione. Ma la mattinata era stata così bella che avevo immaginato di condurti fuori città, verso i laghi.

La stanza 222 … Sì, ricordo bene: a un certo punto hai avuto un sussulto. È stato subito dopo aver fatto l’amore. Un sussulto e uno sguardo strano: come se non mi riconoscessi, come se ti fossi accorta di avere vicino un estraneo. Come vedi, sto cercando di trovare qualche indizio, qualche segno. È tardi, è maledettamente tardi. Non sono certo che riuscirò a dormire.

Non mi dispiacerebbe essere svegliato dallo squillare del telefono; certo mi sveglierei da un brutto sogno.

 

29 settembre, sera

È trascorsa più di una settimana, ma solo ora sono riuscito a trovare un momento di tranquillità per raccogliere pensieri e sensazioni.

Mi sono lasciato vivere, ecco tutto.

O almeno questa era la mia intenzione.

Come fare altrimenti, dopo che avevo temuto di non rivederti? Dopo che mi ero rassegnato a mettere in conto anche questa eventualità? Dapprima il timore, poi la rassegnazione e, infine, una collera sorda non del tutto intenzionale, che stava prendendo la strada della svalutazione e dell’ironia.

“Chi credevi che fosse?” mi dicevo. “È una donna come tante. E poi, come fai a illuderti ancora di poter cambiar vita, alla tua età? Un’avventura. Basta. La tua istrionica Linda non la lasceresti mai, anche se ti tradisce, anche se ti disprezza. Ah ah! C’è di che ridere, davvero.” E ancora: “Cosa ci si può aspettare da una donna? O piuttosto: perché non attendersi qualsiasi cosa?”

Non avevo nessun motivo di pensare che tu facessi eccezione alla regola. Permettevo ancora a me stesso, tuttavia, di incorniciarti con una minuziosa cura dei particolari, così come una foto ben riuscita, depositata e poi dimenticata tra le pagine di un libro; una foto che può comunque capitare tra le mani in qualsiasi momento.

Non tollero di sentirmi rifiutato. Del resto quale uomo potrebbe tollerarlo?

Sono stato sorpreso di incontrarti nei pressi del giornale. Mi sono messo subito all’erta, pronto a non credere a nulla di quanto stavi per dirmi.

“Toh, rieccoti.”

Ma il mio irrigidimento si stava già sciogliendo di fronte a quel tuo sorriso, timido e promettente a un tempo. I motivi che hai addotto mi sono sembrati troppo semplici per non essere attendibili, per cui non riuscivo a mostrarmi irritato né a considerare insincere le tue parole. Mi sembrava persino di riuscire a vederti davvero rannicchiata dietro la porta a cercare di telefonarmi. Così come ero certo che ti era costato non rivedermi.

Ho cominciato a pensare che ti costasse anche rivedermi. Un’incertezza, la tua, in cui sembravano mescolarsi elementi di speranza e di scoraggiamento.

Piazza Cavour brulicava di gente e il traffico era assordante. Mi rendevo conto che su Grado era calato il sipario e che l’aria inquinata di Milano pesava su di noi come un macigno.

«Dobbiamo vederci.»

«Lo credo anch’io.»

Mentre ci incamminavamo verso i giardini, ti ho detto piano: «Credo che abbiamo tutti e due una grande paura.»

Non era quello che pensavo. Ti volevo, semplicemente, e temevo che mi sfuggissi ancora. Sentivo che si trattava di un desiderio intenso, incontenibile. Ti volevo. Mi hai chiesto di attendere un momento mentre andavi all’edicola. Ho cominciato a guardarmi in giro come se fossi rimasto solo.

La gente di passaggio mi appariva del tutto insignificante, una folla amorfa, indistinta. L’asfalto grigio sembrava sfocato, come velato di nebbia o smog; i rumori creavano un contrasto insanabile tra i miei pensieri nascenti, le mie previsioni abbozzate e incompiute, e la violenza imperiosa e sguaiata del traffico, delle abitudini e dei doveri.

I volti pallidi e spenti mi sembravano spettri che non erano potuti rientrare nella loro dimensione ultraterrena dopo il fatidico tocco di mezzanotte.

La ressa nei tram, le code ai negozi, le conversazioni dell’inizio settimana: tutto faceva pensare a una videocassetta che arrivata alla fine riprendesse a scorrere senza che nessuno ne avesse dato il comando; così, solo perché previsto da un meccanismo automatico.

Poi ti sei girata, nel tuo giaccone rosso, sistemando la borsa a tracolla, un fascio di giornali in mano, e hai attraversato la strada rivolgendomi uno sguardo vivo e attento, con un sorriso che implorava perdono per l’attesa cui mi avevi costretto. E le cose hanno ripreso vitalità.

«Sono per la sala d’attesa» hai cantato. Sì, hai una voce che canta, anche quando credi di parlare.

«I giornali, dico.»

«Certo, ho capito!», ma ero assorto, pensieroso. “Che cosa sto facendo? Sto perdendo la testa per questa ragazza?” mi sono inutilmente ammonito.

Ci siamo incamminati fianco a fianco. Siamo passati davanti al Museo di storia naturale.

«Ci pensi? Abbiamo migliaia di anni, per non contare quelli antecedenti la nascita delle civiltà.»

«Non ti facevo così vecchio» hai ribattuto.

Vecchio: questa parola non mi ha affatto divertito.

Quelli che più mi fanno impressione sono i vecchi documentari. “Cadaveri; son tutti morti” mi dico; eppure parlano, corrono, si dimenano, fanno come se davvero avessero in mente qualcosa o sapessero dove stanno andando.

Forse sei davvero troppo giovane per me, amore mio.

Non so come siamo finiti a discorrere di politica. Ho cominciato a parlare tranquillo; mi aveva illuso il tuo dichiararti per lo stesso mio orientamento, e invece… Non devo più cadere in queste trappole. Prendere posizione può essere una faccenda perversa, che divide, oppone con ostinata ottusità. E rende impossibile ascoltarsi, avvicinare i punti di vista, comprendersi. Stizziti e delusi, siamo rimasti in silenzio per qualche istante. Poi ho ripreso a parlarti della mia rubrica, del giornale, dei colleghi. E anche tu hai ripreso a parlare con naturalezza. Mentre mi descrivevi con fervore l’arredamento del tuo nuovo ambulatorio, pensavo a Linda, alla sera in cui mi gridò in faccia tutta la sua rabbia.

«Ah, questo qui è proprio uno che ha capito tutto della vita! Separarci alla nostra età! Con tutto quello che abbiamo messo assieme. E dove andresti? E come credi di arrangiarti senza di me e la mia organizzazione? No, caro mio, tu resti qui, non se ne parla!»

Non ero certo che avesse tutti i torti. Anche se per lei esiste solo il teatro, e quando va in tournée non è mai rintracciabile, né si fa viva con me. Per lei non ha importanza nient’altro che il suo lavoro. Oltre all’amante di circostanza, è naturale.

Il fatto è che non vale più nemmeno la pena di riparlarne.

 

Ti ho sfiorato la spalla, discreto. “Dobbiamo rivederci. Ti porterò al ristorante del Ponte, sull’argine del Ticino. Ci sono le tovaglie a quadretti rossi e bianchi e si mangia la cassoeula. Oppure andremo a Castelletto: là il ristorante è appartato, si oltrepassa il fiume, si scende per una stradina sterrata, la sala da pranzo si affaccia sull’ansa del fiume.” Ero incerto, come se tu avessi già accettato il mio invito e si trattasse solo di scegliere l’atmosfera più adatta all’incontro. Mi sono infine deciso: «Ti porterò sul Ticino, a Castelletto.»

E tu, semplicemente: «Quando?»

«Quando sarai libera.»

Mi hai guardato sospettosa come se la mia fosse un’allusione. Ti sei limitata a sorridere.

Vorrei farmi conoscere da te, riuscire a rivelarmi, parlarti delle mie ambizioni insoddisfatte, confidarmi come non faccio da tempo. Il lavoro al giornale mi opprime; non si dovrebbe fare del giornalismo quando il sogno giovanile era quello di diventare uno scrittore. Il divulgatore scientifico poi! Chi l’avrebbe detto? Eppure è proprio questo che ci ha fatto incontrare. La tua freschezza e il tuo entusiasmo mi contagiano, ho voglia di conoscerti, di cambiare. È questo che mi sorprende.

Ma tutti i miei pensieri non rivelati, non sono una palese contraddizione?

Domande, domande, incertezze, incertezze.

«Giovedì?»

«Giovedì.»

Non ho voluto scendere con te in metropolitana; per un istante mi è sembrata, la tua, una partenza definitiva.

Prefazione

“Amor sacro e amor profano”. Questo è ciò che il romanzo di Emma Luciani m’invoca. E — beninteso — al di là di ogni interpretazione moralistica del significato simbolico dell’opera pittorica di Tiziano in cui le due figure femminili, uguali nel volto, una nuda e l’altra vestita, bagnate dalla stessa acqua agitata da Eros, sono metafora universale di quella duplice personalità conflittuale che può affliggere la vita amorosa di innumerevoli esseri umani. Qui di Michela, la protagonista del racconto insieme a Lorenzo.

Potrebbe risultare facile essere indotti a considerare in primis l’aspetto del tradimento, ove le vicende dei due — solo apparentemente — non ci raccontano nulla di nuovo, dato che la storia in sé è senza dubbio quella che è appartenuta, appartiene e apparterrà a milioni di persone: Michela che tradisce il proprio compagno Mario e Lorenzo che tradisce la propria moglie Linda.

Va ribadito dunque “apparentemente”. Fra loro, infatti, il rapporto amoroso non è di tipo “sostitutivo”, nel senso che non è in grado di soverchiare le loro esistenze togliendo di scena i rispettivi amori precedenti fino a generare un nuovo percorso di vita insieme. L’aspetto ineludibile di ciò sta nel fatto che in entrambi, all’incipit travolgente della loro passione clandestina, si sovrappone lo scaturire dei primi conflitti interiori. Dubbi, paure e incomprensioni divengono motori ansiogeni che li portano a isolarsi in una sorta di nichilismo sentimentale, dove l’energia amorosa ed erotica viene costretta a una serie di pensieri e azioni razionali il cui risultato è meramente implosivo. In pratica, la negazione dell’amore stesso.

In questa sorta di nichilismo, che l’autrice sa tratteggiare con dovizia, i due protagonisti non esprimono reciprocamente (e lealmente) ciò che si sentono “infliggere” dal loro stesso amato, ma si limitano a scrivere — ognuno per conto proprio e all’insaputa dell’altro — pagine dense di speranze e dolori, riflessioni e disagi, avvitandosi nella solitudine di un’incomprensione incomunicante, crescente, e ogni giorno più deleteria per il sentimento che li ha uniti.

La tensione narrativa, dunque, non si sviluppa banalmente nella successione di eventi positivi o negativi che siano, ma anche — e soprattutto — nel proliferare di pagine scritte che suscitano un effetto thrilling nel lettore il quale, oltre a maturare il desiderio del raggiungimento di una meta risolutiva, è indotto a un costante bisogno di recupero dell’identità dei due personaggi. Identità che costoro si negano assumendo maschere che li portano a consumare veri e propri rituali con cui celebrano la “menzogna” che li abita, la quale sembra essere l’inevitabile e tacito compromesso del loro amore (del resto, quale miglior generatore di maschere se non il timore del giudizio?).

Ecco dunque che la logica intrinseca di questa “farsa drammatica” non è evincibile attraverso il giudizio morale che, istintivamente, il lettore potrebbe dare. Sarebbe come cercare di far luce sull’origine di un incendio accendendo un altro fuoco, e questo proprio perché è il giudizio stesso (e il senso di colpa che ne consegue) ad affliggere l’esistenza di Michela, fragile come il suo compagno e innamorata di Lorenzo, un uomo altrettanto insicuro ma dedito solo a sé stesso, come la moglie.

Ancora una volta, il crescendo della narrazione non sta esclusivamente nella trama ma anche nell’inesorabile divenire delle cose, meglio direi nello stress dato dall’attesa dei protagonisti di un qualcosa che avvenga al di fuori delle loro possibilità, come se desiderio e volontà fossero moti avulsi dell’anima e della mente, indipendenti, asincroni; così come asincroni sembrano essere i loro repentini cambi di atteggiamento nei confronti del mondo, in preda a una sorta di isteria silente che non porta mai ad azioni decisive bensì a impulsi mal celati e mal controllati. Direi che tra i due sussiste una “non comunicazione endemica”, nel senso che nel suo manifestarsi essa può appartenere solo e soltanto al loro esclusivo territorio emozionale, purtroppo inesplorato. Perché anche l’incomprensione — in fondo — esige una complicità ferrea tra i due attori e in essa, qualcosa, si può sempre comprendere a prescindere.

E l’amore?

Per assurdo, i due sono vittime inconsapevoli del loro stesso amore, non essendo l’amore coercibile e tantomeno riducibile a regole, leggi e logiche di alcun tipo. Può essere vivibile, e vivibile solamente se di amore vero si tratta. Il resto appartiene al mondo reale ma l’amore sempre rifugge da esso perché ne è la negazione per antonomasia e deve vivere nel proprio, unico e irripetibile cosmo. Come in “Amor sacro e amor profano”, due Michela sussistono in una. Di questa, la passione erotica è complice e nemica allo stesso tempo e lo sarà fin quando l’autorità precostituita che la reprime verrà vinta ipso facto dal sopraggiungere di un nuovo amore, non carnale ma assoluto, a svincolarla dal tabù del proibito, dal compromesso morale e dal senso di colpa fino a svelare la sua anima, liberandola alla vita per una nuova vita.

Lorenzo, invece, seguita a fuggire dalla realtà, dalle sue responsabilità e da sé stesso, in quella spirale che sta fagocitando la sua anima.

La situazione sembra essere giunta a uno stato di em-passe e quando l’unica via d’uscita risulta per loro l’allontanarsi definitivamente, interviene un evento tragico del tutto inaspettato. A questo punto le maschere non funzionano più. Lei e lui sono costretti alla verità mostrandosi obtorto collo nella propria identità, obbligati ad affrontare un dilemma: accettarsi oppure rifiutarsi per ciò che umanamente sono.

Il tragico evento inaspettato — pertanto — non risulta a mio avviso né positivo né negativo, né risolutorio né ostacolante. Semplicemente “è”. Esso è la realtà scioccante e irriducibile che — quasi un paradosso — richiama e riporta alla luce l’originaria follia dei due, quella follia che è la più nobile che esiste e che si chiama (o si era chiamata) amore. A liberare l’anima di costui, dunque, non è giunta una nuova vita ma il sacrificio di essa, come se costui avesse avuto bisogno dell’esperienza della morte per rinascere.

Le pagine dei diari appaiono ora — pur non essendolo — momenti di vita separati e non l’uno continuità o conseguenza dell’altro; al di fuori del tempo, coerenti soltanto all’inafferrabilità di aspettative disilluse e a quelle sorprese trasfigurate che preferiamo chiamare imprevisti, se non maledizioni.

Michela diviene finalmente donna. Lorenzo, uomo, lo diventerà più tardi ma per forza di cose.

Che dire invece delle rispettive controparti Mario e Linda? Il primo lo definirei un esempio di cinica immaturità maschile, la seconda un esempio di sana determinazione femminile. Due polarità opposte, complementari nonché necessarie in quanto volte a contenere il fulcro della storia.

Il finale sorprende. Conforta l’incomprensibile. Ribalta la prospettiva iniziale interscambiando le assunzioni convenzionali moralistiche dei significati di sacro e di profano, sublimando la follia nel ricondurla — finalmente — alla dimensione di una sacralità vera, qui intesa come quell’armonico disordine che solo l’amore può farci raggiungere.

           Marco Marcuzzi

         musicista, scrittore

Autrice

Emma Luciani

Emma Luciani, nata a Roseto degli Abruzzi, ha studiato Medicina e Neurologia a Bologna e Psichiatria a Modena. Si è formata come psicoterapeuta a Milano. Autrice divulgativa, vive e lavora in provincia di Varese. Questo è il suo secondo romanzo.

Librerie

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2 recensioni per OMISSIONI

  1. wlmedizioni

    Recensione della Redazione del romanzo OMISSIONI di Emma Luciani sunta dal quotidiano online Il Patto Sociale.it 28 Settembre 2018

    […] I protagonisti sono, ognuno a suo modo, legati a tradizioni e abitudini che impediscono loro di compiere scelte leali e soprattutto di analizzare le cause della loro insoddisfazione, così come della insanità delle loro relazioni. La vita a volte costringe, sia pur dolorosamente, ad aprire gli occhi e a non lasciare decidere al caso. La storia si presta a riflessioni sul cambiamento dell’idea di coppia e di famiglia, e sulla libertà e consapevolezza conquistata dalle donne dagli anni ’70 ad oggi.

  2. wlmedizioni

    Recensione della Redazione del romanzo OMISSIONI di Emma Luciani sunta dal blog RecensioniLibri.org 11 Aprile 2019

    […] Omissioni di Emma Luciani è un romanzo drammatico, ma anche romantico, introspettivo e psicologico. Un testo che mira ad affrontare i problemi della relazione di coppia dall’interno. […]

    In Omissioni l’autrice va incontro a un obiettivo ben preciso, ossia quello di descrivere una relazione di coppia dal punto di vista di lui e da quello di lei, affrontando altresì il tema delle prevedibilità o imprevedibilità della violenza all’interno delle coppie. […]

    Omissioni è la lettura ideale per i nati negli anni Cinquanta e Sessanta, dato che questi lettori avranno modo di ritrovarsi molto nella storia raccontata, negli eventi di quei periodi, nonché nell’atmosfera sociale abilmente riprodotta dalla Luciani. Tuttavia, si rivolge anche ai più giovani e a tutti coloro che stanno vivendo delle relazioni difficili, per capire e scegliere.

    E, ancora, è il romanzo giusto per porre l’attenzione alla passione intesa come possibile strada di conoscenza e per riflettere sui tranelli che possono derivare dal dare per scontate le forme tradizionali di amore, la convivenza e la famiglia.

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