SENSUALITA

Prezzo di listino 7,00 incl. IVA

racconti

Esaurito

EAN: 9788890476860 COD: 435 Categoria: Tag:

Descrizione

Bondel. Una cena al ristorante cinese è il campo di battaglia perfetto per sviluppare la trama di una storia che unisce l’Oriente all’Occidente. Una sottile curiosità che si trasforma nel sensuale abbraccio di due mondi. La corsa in taxi e l’impressione di un’avventura che sta andando al di là di ogni ragionevole logica, sono condite dal conflitto tra dubbio e paura, mentre il silenzio sovrasta la scena di un incontro, in cui ogni comunicazione verbale cede il posto al linguaggio dei sensi.
Sospensione morbosa. Al piano di sopra è arrivata una nuova affittuaria. Il protagonista la incontra per le scale, mentre lei sta annaffiando i fiori. Non può fare a meno di notare un delfino tatuato su una natica, che stuzzica inevitabilmente la sua fantasia. Dopo aver scambiato parola, i due si danno appuntamento il giorno successivo, per una cena e una serata in discoteca…
…questa e tante altre storie in cui la sensualità è l’unica vera protagonista.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 14,00

In copertina

particolare del quadro Nimaron di Mario Celeste, tecnica mista su tela, 50×70, collezione privata.

Pagine

184

Lingua

Italiano

Genere letterario

racconti

Ambientazione

Cina, Torino

Anteprima

 

BONDEL

 

Quanghzou sembra soffrire del tepore di una giornata che sta morendo. Anche il traffico che per tutto il giorno ha intasato le strade ha un po’ rallentato il suo respiro. Forse è il caldo, l’umidità che ti bagna dentro, sotto pelle. È una Cina strana quella che mi appare. Ci vedo tanta contraddizione in questo costruire giganti di acciaio trasparente. Penso alla donna seduta all’angolo di una strada dietro a una macchina da cucire a pedali, tre o quattro anziani in fila, la barba lunga e gli abiti dimessi, in attesa per una riparazione di fretta, un bottone, una cerniera o l’orlo di un pantalone. Il muro di quella casa è un groviglio fili, di cavi attorcigliati, di scatole di derivazione arrugginite, di matasse appese. E mi chiedo cosa potrebbe succedere se un acquazzone colpisse quel pezzo di muro.

Ho mezz’ora di tempo prima dell’appuntamento. Salgo al 24° piano per gustarmi il panorama. C’è una leggera foschia ma lo spettacolo è fantastico. I grattacieli si allungano verso l’alto con i loro scintillii, sembrano torri di cristallo anonime, fredde, senza vita. Invece racchiudono migliaia di storie, avventure, tragedie, ognuna con risvolti diversi. Giù, ai loro piedi, la città pulsa di luci in movimento, come un serpente tecnologico che struscia le sue squame e lascia solchi colorati che si perdono in mille direzioni.

 

Scendiamo dai taxi di fronte al ristorante. Siamo in otto. C’è anche una ragazza cinese invitata dall’agente che ci fa da guida. È molto carina, esile, elegante. Indossa un gilet argentato, camicia rossa e un paio di pantaloni neri aderenti. Ha un nome che stupisce e incuriosisce: Bondel.

Stringo la sua mano. Ha dita sottili, delicate. Fredde.

La doppia fila di vasche piene d’acqua mi mette i brividi. Basta scegliere, indicare con il dito la vittima designata e cernie, aragoste, sogliole, granchi, ma anche germani, piccioni, serpenti, locuste, bachi, scarafaggi, vengono presi, cucinati e serviti.

Il tavolo è grande, rotondo. Ci sistemiamo attorno senza un ordine preciso. Lei, la cinesina, mi sta proprio di fronte. Risponde alle domande dell’agente con un inglese stentato che per me è incomprensibile quanto il cinese. Mantiene un atteggiamento pacato e accorto, una forma smodata di timidezza, quasi temesse di apparire scortese. Quando però parla con la ragazza che prende le ordinazioni sembra assumere un certo distacco, anche il tono è un poco alterato, come volesse far valere il peso del suo essere cliente.

La osservo con più attenzione. Ha la pelle molto chiara, poco trucco, gli occhi che sembrano tagliati con un bisturi, neri e lucenti. Labbra sensuali, denti bianchi, leggermente in fuori. Penso che potrebbe piacermi, anzi, la trovo bella, seducente. Mi chiedo anche come potrebbe essere un’avventura senza avere la possibilità di parlarsi, di ascoltarsi e di capirsi. Basterebbero i gesti, le occhiate, le carezze?

Incontro il suo sguardo. È una stilettata che mi obbliga a voltare la testa da un’altra parte. Provo un certo imbarazzo tanto che sento le guance infiammarsi.

Cerco distrazioni nell’argomento che sta focalizzando il tavolo: scarafaggi in umido. Seppure con una certa ritrosia, riesco ad essere indifferente il tempo di una risata, poi i pensieri, quasi spinti a forza da un’inconsapevole attrazione, parlano ancora di lei.

È già un chiodo fisso.

Il cristallo su cui vengono appoggiate le portate gira e si ferma davanti a ogni commensale. Non riesco a mangiare se non piccoli assaggi che non possono certo saziarmi. La mia riluttanza per il cibo rimane inalterata.

Alzo la testa, la guardo di nuovo. Lei sta succhiando la chele di un granchio. Quando allunga la mano per prendere il bicchiere mi fissa. Resto immobile nel suo emisfero, curioso e impacciato, come un eroe nel bel mezzo di una piazza esultante per una vittoria. Non sono sicuro ma mi sembra di aver notato un sorriso. O era una smorfia. Eppure non guarda nessuno con la stessa insistenza, sembra non aver altre preferenze a cui regalare occhiate di pari intensità.

Il locale è luminoso, pieno di gente, per lo più giovani che parlano a voce alta, bevono birra e maneggiano le bacchette infilandole in scodelle colme di spaghetti. Almeno questa è l’impressione che ho del contenuto di quelle scodelle.

Resto impantanato nei suoi occhi un’altra volta.

Ed è uno sguardo strano, insistente, più intenso e carico di sottintesi da interpretare. Potrei passarci le ore in quegli occhi, potrei parlarci, stare lì ad aspettare il passaggio dei suoi sogni, delle sue voglie, delle sue debolezze e rubargli la luce, il calore, il profumo di mistero che vi si annida. Ho la certezza di entrare in un gioco pericoloso, magico e sensuale, un gioco che diventa sfida, corteggiamento, provocazione. Un’insistente malia, come una spinta leggera alla schiena.

Ed è già una malattia.

Qualcuno ha notato quelle schermaglie e ci scherza sopra. Provoca. Non so cosa dire, come reagire. Ho la testa piena di pensieri. Nessuno risolutivo. Continuo a chiedermi se ci può essere un seguito, se può nascere una storia. Ma quale storia?

Lei pare gradire le attenzioni dell’agente che le siede accanto. Ride con disinvoltura, si lascia sfiorare la mano. Ogni tanto però mi cerca con gli occhi, mi fissa, mi punge, mi lascia, torna a guardarmi. Resto confuso. Ho la netta sensazione che voglia mandarmi un messaggio, una specie di invito a propormi.

Gli altri continuano a fare battute, a ridere, a simulare serenate con il braccio alzato e allargato e la mano a stringere un archetto invisibile, su e giù nell’aria, come un solista di un’orchestra. Sorrido e la cerco alzando la testa. Sento il cuore picchiare forte.

E quasi con la complicità di un intendimento telepatico, lei apre i suoi occhi sul mio mondo e mi ruba i pensieri, le speranze, la voglia che ho di sentirmela addosso.

 

Ci alziamo dal tavolo che sono le due. Sul marciapiede ci scambiamo le solite quattro chiacchiere in attesa dei taxi. Mentre il fumo delle sigarette forma nuvolette grigio azzurre nell’aria umida e calda, lei si avvicina, mi prende sotto braccio, mi trascina via. Urla qualcosa all’agente che ride e alza la mano in segno d’intesa. Ci allontaniamo. Sono indeciso. Ho una mezza voglia di staccarmi e tornare indietro. Invece rimango lì, con lei che mi stringe il braccio.

Saliamo sul primo taxi di passaggio.

Lei mi si è seduta contro. Sento il contatto diretto delle gambe, dell’anca, del braccio. Parla al conducente. Ordini secchi, decisi, senza replica.

La città è un luccichio che arriva in cielo. Tutto sembra disegnato dal tratto di un fumettista: i miei pensieri, la sua voce, la strada che scivola via in un percorso tortuoso che sembra allontanarsi dalla luce e dalla vita, diventa periferico, sconosciuto e silenzioso.

Qua e là scorgo uomini con la schiena appoggiata ai muri delle case. Sono immobili nel loro innaturale equilibrio. Non riesco a capire se stanno fumando, parlando, aspettando.

Altri, in divisa, stanno seduti su sgabelli di legno, hanno l’aria annoiata. Difficile intuire cosa stiano controllando, forse la strada, l’ingresso di un albergo, un pezzo di marciapiede.

Ho il cuore che impazzisce dentro e mi assale il timore che lei percepisca il mio disagio. La guardo e la penombra che ci avvolge mi svela solo il suo profilo leggero, dolce, intrigante come la magia di una visione.

Mi chiedo cosa ci faccio su quel taxi con una ragazza che avrà trent’anni meno di me, che parla una lingua incomprensibile e illeggibile, in una città caotica di un paese sconosciuto. Non mi sento in pericolo, solo un po’ fuori posto, come se fossi caduto nella più stupida delle trappole da manuale di adescamento.

E come se lei intuisse i miei pensieri, mi guarda, sorride, sposta il braccio e posa la mano sulla mia. È un brivido. Il catalizzatore funziona e la reazione è immediata. Le dita si intrecciano, si stringono un poco, poi la stretta diventa forte, nervosa, calda.

Adesso non m’importa più di nulla. Godo l’intimità di quel gesto come la garanzia di una promessa che non ha altre mire se non l’illusione di un reciproco desiderio.

Torno a guardarla e i nostri occhi si rincorrono in mille altri cieli, in una dimensione che è già voglia di osare, di provare, di lasciarsi prendere da quella che capisco essere un’irragionevole follia.

 

Il palazzo è una costruzione di sette piani. Non ci sono balconi ma finestre con le grate di ferro. È buio pesto. Attraversiamo un cortile di terra e di pietre e un mare di cose ammassate. Saliamo le scale fino al secondo piano. Percorriamo un lungo corridoio che sa di olio di soia e di cera bruciata. Apre una porta verniciata di verde. Spinge il battente, mi fa segno di entrare.

Ho la gola secca, mi gira la testa. Lei chiude la porta. Restiamo quasi al buio. Mi guardo attorno senza rendermi conto di quello che mi circonda. Intravedo una coperta distesa, un tavolo, una finestra nascosta da una tenda arrotolata.

Sento che si sfila il gilet argentato. Mi si avvicina, si fa contro, mi cinge la schiena con le braccia, solleva la testa e io sono già chinato a cercare la sua guancia, il collo, la bocca.

Ho il petto scosso dai battiti di un cuore tumultuoso. Il bacio è leggero, delicato, di labbra. Respiro il suo profumo, l’alito di un bambino. Non ho tempo di pensare, sento le sue mani forzarmi i fianchi e il suo corpo aderire completamente. Lecco la sua bocca e il gioco diventa passione, frenesia, godimento.

Si stacca. Mi scivola via. Accende due candele che inondano la stanza di una luce soffusa e di un profumo che sa d’incenso e di erba strappata. Si spoglia e mi spoglio. È magra. Magrissima. Si distende su un letto che non ha sponde né testiera e il suo viso ha l’espressione più invitante ch’io abbia mai visto.

L’accarezzo, la bacio, la guardo. Tiene gli occhi chiusi, la testa piegata indietro affondata nel cuscino, i capelli come una macchia scura allargata, il collo offerto. Ha un gemito lieve, quasi di sofferenza. Mormora parole incomprensibili. Mi eccita e sconvolge.

Il tempo di scorgere un drago tatuato lungo tutta la schiena ed è sopra di me, io dentro di lei. Si muove lentamente. Mi parla. Mi parla in cinese e la sua voce è un suono dolce e caldo che riempie il silenzio della stanza. Ed è strano come la durezza di una lingua sconosciuta acquisti la delicatezza di una carezza, mi entra dentro come un soffio d’aria fresca in una notte d’afa e di arsura.

Avverto anche la sensazione di percepire il senso del suo dire. Ed è come un invito formale a rispondere, a partecipare. Mi rendo conto di parlare a voce alta, inconsciamente, di accompagnare le sue parole e le nostre voci si sovrappongono, si fondono, diventano un gioco melodioso, intenso e voluttuoso.

Mi schiaccia il petto con le mani aperte. Si muove con più rabbia, arcuando la schiena, forzando sulle gambe. Mi guarda e la sua voce diventa un rantolo che si trascina nel respiro ansioso di un piacere che sta per scoppiare.

La sento fremere e piangere e impazzisco di gioia.

 

Fuori c’è una luce strana, amorfa. Il taxi è già in attesa accostato al marciapiede. La gente si muove di fretta. Le facciate dei grattacieli non hanno riflessi, solo sfumature allungate nel grigio.

Lei continua a parlarmi, a stringermi la mano, a guardarmi con i suoi occhi che paiono gocce di pioggia macchiate di nero. Me la stringo contro. Le dico che è bella, che mi è piaciuto starle accanto, che vorrei fare all’amore un’altra volta e un’altra ancora, che il suono della sua voce mi prende l’anima e il cuore e la mente e che non la dimenticherò mai più. Mai più.

Il taxi si ferma davanti all’Holiday Inn. Le sfioro la guancia, la bacio. Sento la sua mano stringermi il braccio. Per un attimo ho il desiderio di quella coperta distesa. Una voglia matta di stare con lei.

Poi apro la portiera e scendo. Lei si sposta sul sedile, abbassa il finestrino, si sporge, mi dice cose che intuisco ma non capisco.

Ripete una frase più volte con disperazione.

La guardo. Sorrido. Ho le lacrime agli occhi. Dalla gola non mi esce altro che un semplice: «Anch’io.»

 

 

ROSSO VIOLATO

 

 

La voce di Loredana riempie l’abitacolo della vettura: Ragazza occhi cielo. Mi piace questa canzone scritta da Biagio Antonacci e mi piace la grinta che ci mette lei nel cantarla. Ha una voce calda, sensuale. Mi prende e mi sorprende.

Strano, il traffico sta aumentando.

Però è bello tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro: spogliarsi, servirsi un bicchiere di Recioto ghiacciato, aspettare lei, sentire la sua voce, il suo profumo, il brivido che ti scuote quando senti i suoi occhi perdersi nei tuoi.

E quel pensiero che torna e ritorna, come un raggio di sole dopo un temporale.

«Ti sento lontana.»

«Sono qui, accanto a te.»

«Sì, ma assorta altrove.»

«In quell’altrove ci sei solo tu.»

Il sapore intenso di un bacio che rimane incollato sulle labbra, un sapore che sa di rossetto e di alito caldo. Nella bocca e nel palato. Impossibile dimenticare.

D’improvviso la strada si è intasata. Deve essere successo qualcosa, forse un incidente.

Vedo del fumo, una colonna nera che sale oltre la cima degli alberi con volute gonfie e scure. Sento la sirena di un’ambulanza, poi quella caratteristica dei vigili del fuoco. Il fumo lascia già il suo odore pungente.

Quasi dal nulla e in pochissimo tempo, si è formata una coda. Avanziamo lentamente. Guardo avanti. C’è qualcosa che brucia al centro dell’incrocio. Le macchine rallentano ancora, sono quasi ferme. Sono curioso. Riesco ad accostare al marciapiede davanti a un negozio di casalinghi. Ci sono già gli inquilini dei palazzi adiacenti affacciati alle finestre, appoggiati ai muretti dei balconi e dall’espressione delle loro facce si intuisce che deve trattarsi di un incidente piuttosto grave. I passanti che camminano sui marciapiedi si fermano, tornano indietro.

Qualcuno si mette a correre.

Scendo e attraverso la strada zigzagando tra le macchine che ormai sono ferme. Riesco a infilarmi tra le persone che formano già un muro a una quindicina di metri dal rogo che avvampa e sbuffa con l’irruenza di un falò.

C’è una macchina accartocciata: il frontale sembra rientrato nella carrozzeria, l’impressione è che la violenza dell’urto l’abbia quasi piegata su se stessa. È interamente avvolta dalle fiamme, fiamme rumorose, cattive. Sembra una grossa torcia abbandonata sulla strada.

Un’altra vettura, un furgone bianco, è capovolto su un fianco a una decina di metri. Tutt’attorno ci sono pezzi di plastica, schegge di vetro, la maniglia di una porta, una scarpa. C’è odore di gomma bruciata, di gasolio e di vernice.

L’ambulanza si ferma a una certa distanza. Gli addetti scendono ma rimangono lì, senza possibilità di intervenire. I vigili del fuoco stanno già correndo con gli estintori in mano. Sono in tre. La loro azione è decisa, aggrediscono le fiamme da tre lati. Una nuvola bianca avvolge tutto. Passano parecchi minuti ma il fuoco sembra non dare tregua. Le fiamme escono dai finestrini ormai privi di vetro.

Ogni tanto, tra il fumo che soffia come se fosse spinto dal mantice di una forgia, traspare la sagoma di un corpo, anzi, un ammasso scuro difficile da definire. È una visione che fa male, ti blocca il respiro, il cuore sembra fermarsi, hai paura di guardare ma gli occhi rimangono incollati lì, lacrimosi, curiosi e oltraggiosi.

L’azione dei getti che i vigili dirigono sulla vettura comincia a dare i suoi frutti. Riesco a distinguere meglio l’interno. Ed è scioccante. La persona che era alla guida è piegata in avanti, schiacciata contro quello che rimane del volante. Il passeggero sembra stargli contro ma è un ammasso informe, bruciato e annerito.

La folla si è già ammassata sull’erba dello spartitraffico. Qualcuno parla a voce alta.

«Sono in due, un uomo e una donna… il ragazzo del furgone non si è fatto nulla, solo un graffio sulla fronte e una botta al ginocchio. Per fortuna è stato sbalzato fuori.»

«Cristo Santo… una botta incredibile.»

«Come è successo?»

«Pare che la Golf sia passata con il rosso. Forse ha accelerato per riuscire a passare. Il ragazzo dice che lei lo stava baciando… »

«Pazzesco… non bastano le sigarette, i cellulari, i navigatori… »

«Già, anche le effusioni… il brivido di un bacio ai cento all’ora.»

«C’è da sperare che siano morti sul colpo.»

 

Adesso le fiamme sono spente. Dal furgone rosso hanno srotolato una manichetta e un pompiere spara acqua sul motore e sulla carrozzeria. C’è solo fumo, un fumo denso, greve, fastidioso. Le lamiere della macchina sono ancora roventi, l’acqua evapora e i vigili del fuoco, anche se muniti di guanti di protezione, non riescono ad aprire le portiere che sono contorte e incastrate nei montanti. Cercano di stendere un telo argentato sui due corpi che adesso si vedono in tutta la loro drammaticità. Sembrano manichini anneriti. Formano un blocco unico con quello che è rimasto del tessuto dei sedili. La plastica del tettuccio si è fusa ed è colata sugli abiti dei due e forma una specie di sudario carbonizzato. È una scena raccapricciante.

Anche l’odore che appesta l’aria ha un che di nauseabondo, di acre.

E malgrado la morte abbia immobilizzato le membra di quei corpi e il fuoco ne abbia orribilmente deformato le sembianze, c’è qualcosa di morboso in quella specie di abbraccio, qualcosa di dolce, di tenero, quasi la volontà di sfidare l’atroce fatalità, stare vicini, unirsi per sempre in un disperato gesto d’amore.

È difficile distogliere il pensiero. Sembra che la mente voglia tornare a rivivere quel particolare momento. Continuo a guardare, a osservare quel che rimane di quei corpi senza respiro e mi lascio trascinare dalla fantasia, dalla forza di un capriccio che è sentimento e follia d’amore, dalla convinzione di indovinare la voglia di lei, il suo attaccamento, la passione di un bacio al di là della vita.

Finalmente i pompieri riescono a stendere il telo argentato sui due cadaveri. Il buio cala su di loro come se la luce del giorno volesse rispettare il loro silenzio.

L’erba dello spartitraffico è bagnata. La pressione dell’acqua fuoriuscita dalla lancia ha disseminato la strada di pezzi d’ogni genere e grandezza: uno specchietto retrovisore, un porta documenti, due riviste strappate, decine di schegge di vetro. Sento sotto la suola di una scarpa un contatto strano. Alzo il piede e cerco di individuare tra l’erba l’oggetto che stavo calpestando.

È uno stiletto quello che mi trafigge il cuore. Un colpo che mi blocca il respiro, un dolore che sale dal ventre, mi arriva al cervello, mi dà un brivido alla schiena e mi fa tremare le gambe. In realtà è solo una spilla di bigiotteria.

Ha la forma di una farfalla con le ali allargate. Quella di destra finisce a punta.

È un dolore che sale dentro, mi schiaccia lo stomaco come un peso che non riesci a sollevare e non lascia scampo. Non so cosa fare. Perdo anche il controllo del respiro e gli occhi mi si appannano dall’emozione. La mente a strappare i ricordi, come fossero chiodi piantati a forza nel ventre di un abete secolare.

Stamattina il sole trapassava già le trame delle tende. Lei, mia moglie, era in piedi davanti allo specchio. Si sistemava i capelli.

«Ti fai bella per chi?»

«Per il mio amante.»

«Il solito fortunato. A me dai solo la tua bellezza naturale.»

«Che è quella che conta di più. È più lenta a svanire.»

Gli occhi posati sui suoi che brillano come due diamanti illuminati.

«Salutami Germana… bella quella farfalla, ti sta bene posata sul seno.»

«Bigiotteria, tesoro… la signora che me l’ha venduta mi ha assicurato che è un pezzo unico. L’ala destra finisce a punta.»

 

 

BLANCHE

 

 

La musica riempiva l’aria. Beethoven: Sinfonia N. 9.

La grande casa era avvolta dal grigiore di un tardo pomeriggio primaverile. Una pioggia sottile cadeva sulle foglie e sull’erba del parco, quasi la carezza di mille gocce di rugiada sui colori che sembravano colpi di spatola macchiati di luce.

Una lampada a stelo illuminava un angolo della stanza, i damaschi di una tappezzeria vellutata e i piani di una libreria colma di volumi.

C’erano molti quadri appesi alle pareti: Mirò, Spazzapan, Nespolo, Campigli. Una riproduzione di De Chirico, una di Degas. Sulla mensola del caminetto una serie di cornici argentate con fotografie in bianco e nero. Per lo più il sorriso di una bambina, poi la corsa di un cane, un albero di Natale alto fino al soffitto, un soffio su una torta, l’abbraccio al collo di un orsacchiotto di peluche. Poco più in là gli alari appesi a un trespolo in ferro battuto e un vaso con i colori di un campo di grano e un cielo bianco di nuvole gonfie.

Giochi di luce attorno, nell’aria, sulle pareti, quasi la danza di cento candele al vento. Riflessi mai uguali, allungati, fumosi, dietro allo zampillare di una fiamma. E il respiro umido della pioggia e il tepore dei ceppi accesi come una carezza leggera.

Lui, un po’ in ombra e appartato, restava immobile e silenzioso, come un estraneo nel bel mezzo di una cerimonia nuziale, impacciato e perso tra gli sguardi curiosi di cento sconosciuti.

Anche il corpo sembrava staccato, lontano, senza alcuna reazione apparente. Non una parola, un segno, un luccichio d’intesa. Nulla. Assolutamente nulla. Quasi volesse manifestare con la sua indifferenza un completo disinteresse per quello che accadeva attorno a lui, in quella casa, in quella stanza.

Solo la musica creava svolazzi nell’aria. Note leggere. Allungate. Lo stimolo a inseguirla con la mente, come il refrain di una canzone.

Lei gironzolava per la sala a piedi nudi, la sigaretta tra le dita, il fumo come una nuvola azzurra in movimento. Aveva i capelli corti, biondi, il viso giovane e bello. Ancheggiava vistosamente e le natiche tonde forzavano il tessuto della gonna che sembrava tendersi e illuminarsi ora da una parte, ora dall’altra. Il tappeto assorbiva anche il leggero fruscio dei piedi, cosicché la sua andatura, studiata e lenta, assumeva la consistenza di un volteggio, quasi un passo di danza, avanti e indietro, senza una meta precisa. Come se cercasse di imitare le movenze di una ballerina sul cubo di una discoteca. Sinuosa e provocante.

Passandogli davanti aveva buttato più volte gli occhi su di lui ma non aveva parlato. Solo le labbra, rosse e carnose, si erano allungate in una specie di sorriso.

Poi si era sdraiata sul divano, le gambe sollevate e un po’ piegate sui cuscini, la gonna slacciata e la cerniera abbassata. Il suo profumo addolciva l’aria, la stanza e i mille giochi di luce e d’ombra che si allungavano contro le pareti come chiaroscuri appena dipinti. Teneva gli occhi socchiusi, la bocca leggermente aperta. Sembrava colta da un improvviso sfinimento e intenzionata a sprofondare in un sonno ristoratore. Invece il suo corpo reagiva in modo perfetto agli stimoli del cervello e alle voglie di mille pensieri erotici e morbosi. Pensieri confusi, distorti, come un rimescolio della mente. Già, la mente, un guazzabuglio di idee, di ricordi, di brandelli di tempo che adesso la tormentavano mettendola a disagio. Gocce di vita. Percezioni. Aveva l’impressione di essere su una zattera e di cavalcare le onde di un mare in burrasca.

Provò un brivido lungo la schiena, un rossore diffuso, calore. Poi l’eccitazione salì improvvisa a bruciarle il cervello e il cuore e il corpo che ebbe un sussulto.

«Non riesco a concentrarmi, a seguire un pensiero… sono… non so neppure io cosa mi succede. Ho la testa piena di… mi sento strana… vogliosa, eccitata.»

Solo il rimbalzo di una nota più lunga. Nient’altro.

La piega di una ruga sulla fronte. Il segno ambiguo di un risentimento e quel pizzico di stupore sul volto che intenerisce. Il corpo girato di fianco, lo sguardo al di là di un velo di fumo.

«Mi ascolti?»

Silenzio. Nessuna reazione apparente.

«Mic… »

Finalmente una scintilla di luce. Quasi il bagliore di un riflesso, poi il suono di una voce ovattata e lontana.

«Sì, ti ascolto.»

«Credevo che… ho… ho la testa confusa, non so se…»

«Il tuo modo di muoverti non lascia dubbi di sorta.»

«Allora mi guardavi.»

«Ci sei solo tu nella stanza.»

«Pensavo tu fossi… »

«Sono qui… con te. Come sempre.»

«Non… non mi sembri molto entusiasta.»

«Sensazioni… la cosa non ti deve sorprendere… non è la prima volta.»

«Lo so… però mi sembrava che… »

«Quello che senti sono… sono apparenze, semplici apparenze.»

«Vuoi dire che… »

«Io ti vedo… indovino quello che provi e immagino quello che vorresti… non è difficile. Sono… sono solo imbarazzato.»

«Imbarazzato? Tu, imbarazzato.»

«Sì, anche confuso. È… è così che ci si sente in una situazione come questa.»

«E che situazione sarebbe?»

«Direi… coinvolgente.»

«Ma è normale cercare di coinvolgere qualcuno in momenti particolari.»

«Stiamo parlando di voglie… voglie molto personali.»

«Dì pure morbose… forti, irrefrenabili.»

«Morbose?»

Gli occhi di lei divennero una fessura. Il reggiseno era caduto sul pavimento e la camicetta era completamente sbottonata. Si accarezzò un seno e la punta della lingua inumidì le labbra con una carezza lenta e ripetitiva.

«Sì, morbose.»

«Blanche… »

«Dimmi Mic.»

«Sei… la tua ostinazione è commovente.»

«Non è ostinazione… si tratta di passione, bisogno fisico, sfogo.»

«Non puoi rimandare questa tua… »

«Cristo, Mic… a volte ho l’impressione che tu sia un estraneo.»

«È la stessa conclusione a cui sono arrivato io.»

«Ma non è così.»

«No?»

«No! Tu… tu non sei un estraneo.»

«Difficile crederlo.»

«È così, invece. Tu… tu sei parte di me, come io lo sono di te, una parte importante, quella più sensibile, quella che sta dentro di noi. Mi conosci troppo bene, da un sacco di tempo… sai tutto di me, anche i miei segreti, i miei desideri, quelli… quelli più intimi intendo… »

«Qualcuno… solo qualcuno.»

«Non essere ridicolo. Non ti ho mai nascosto nulla, specie in quei momenti… sì, insomma, quando perdo il controllo, come… sì, come adesso. Con te riesco ad essere me stessa, a non mentire, a urlare, a chiedere, a lasciarmi andare.»

«Credi sia sufficiente?»

«A giudicare dai risultati direi di sì.»

«Tu stai giocando una partita. È un confronto a due ma i risultati di cui parli tengono conto della soddisfazione di uno solo dei contendenti.»

«Non è colpa mia se… »

«Non ho detto questo.»

«Sì, lo so, scusami… scommetto che hai il dono della telepatia, puoi leggermi nel pensiero. Non l’hai mai ammesso ma è così, lo so. E allora come potrei nasconderti qualcosa?»

«Ammetto che è difficile. Molto. Tu però ci riusciresti.»

«Non esagerare.»

«È la verità, non esagero. Spesso il tuo comportamento non segue i canoni tradizionali, è… è istintivo, imprevedibile.»

«Va bene, forse sono brava a mascherare i sentimenti, le passioni… adesso però non lo sto facendo, sono eccitata da morire, non ce la faccio più, guarda… »

«Preferirei di no.»

«Mic… »

Lei aveva già chiuso gli occhi, poi si era sollevata sul bacino puntando i piedi e forzando con la schiena. Si era sfilata la gonna, le mutandine di seta ed era rimasta seminuda, la camicetta sbottonata e le dita di una mano a stringere un capezzolo indurito. L’altra mano era scivolata via.

«Parlami Mic… »

«Adesso?»

«Ho bisogno di sentirti, sapere che ci sei.»

«Non hai bisogno della mia voce, sai benissimo che ci sono.»

«Sì, lo so… è per questo che sono eccitata.»

«Non credo di poter… »

«Guardami Mic… ti prego, guardami.»

«Sì, ti vedo, è… è come un film… ne ho visti tanti, ho la memoria zeppa di immagini come queste.»

«Questo non è un film, sono io, Mic… non sto recitando.»

«No, non stai recitando… quello che vedo è reale, voluttuoso e… e tu sei bellissima. Il tuo corpo è superbo, carico di luce, di ombre, di gocce di rugiada. Anche le mani, le carezze… coraggiose, spudorate.»

«Di più, di più… è come… vieni Mic… »

«Non chiedermi questo… lo sai che… »

«Non importa… guardami solo, guardami Mic!»

«Lo sto facendo.»

«Le dita… guarda le dita Mic.»

«Non farlo, non così.»

«Dio mio, Mic… »

Tremori. Vibrazioni. Sospiri e magie nell’aria che sa di cento malinconie, di pianto, di cose provate e poi lasciate. Carezze e parole ripetute, forti, intense, come una confessione senza inganni urlata al buio, sotto una volta di stelle infinita.

«Oh, Dio… Mic, Mic… Dio, il cuore… mi scoppia il

cuore… »

Un tuffo nel vuoto, tra i colori di un cielo fatto di cristallo.

Mille luci come scintille di un arcobaleno. Nel sangue, nel cuore, nell’ultima cavità del cervello. Fino all’anima.

Un gemito caldo, lungo, quasi al di là del godimento.

Profumo di pelle, di sudore, di unguenti.

E la musica ancora nell’aria. Come il respiro di un amante. Note stridule, forti, pizzicate e soffiate dai cento suonatori di un’orchestra di un’altra dimensione.

Poi le carezze cessarono. Il corpo, tutto il corpo, si rilassò. Il respiro tornò normale, come il battito del cuore lasciato libero di morire. Un pensiero oltre la parete spatolata di bianco e l’arsura di una follia d’amore.

Sembrava svegliarsi dal sogno di una notte lucida di stelle.

Si passò una mano tra i capelli un po’ arruffati, sorrise, guardò il frontale del computer verticale, un Mic 72 di ultima generazione che mandava uno strano bagliore azzurrognolo a graffiare l’aria della stanza.

La piega delle labbra. Un sorriso stentato.

Il led che lampeggia sulla destra.

«No, non dirlo, Mic… lo so già.»

Un suono metallico, freddo, privo di cadenze e di flessioni.

«Cos’è che sai già?»

«Che non lo capirai mai.»

«Sì, è uno dei grandi misteri di voi umani.»

«Non è un mistero… è solo voglia, desiderio, emozione.»

«Desiderio, emozione… programmi non contemplati.»

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