PREMIO NARRATIVA INDIPENDENTE. ANTOLOGIA 2019

Prezzo di listino 12,35 incl. IVA

Racconti. Ricordi e sogni a occhi aperti, storie divertenti e commoventi.

EAN: 9788897382478 COD: 7147 Categoria: Tag:

Descrizione

Racconti.

«Nonna, nonna…» Andrea la chiamava e lei faceva fatica a capire dove si trovasse. Il ragazzo rideva di cuore e la prendeva in giro per questa sua mania di fantasticare e andare chissà dove con la testa.

Quest’antologia raccoglie i racconti selezionati da una giuria di qualità nell’ambito del Premio Narrativa Indipendente, premio e concorso letterario ideato per dare visibilità a quelle autrici e quegli autori pubblicati dall’editoria indipendente. Troverete racconti coinvolgenti, emozionanti e commoventi.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 13,00

Pagine

84

Lingua

Italiano

Genere letterario

racconti

Anteprima

SOGNO DI ANDARE A PARIGI

di

Antonietta Guadagno

 

Dominique, come ogni sabato mattina, si reca a fare la spesa in compagnia del nipote Andrea nel piccolo market sotto casa. Fra qualche giorno è la vigilia di Natale e bisogna procedere per tempo ai tradizionali acquisti natalizi, così da non affannarsi all’ultimo minuto nella ricerca di ingredienti, dolci e regali. Andrea frequenta la quarta elementare e di sabato, poiché non c’è scuola, può accompagnare la nonna in questa divertente occupazione. Al market si incontra quasi tutta la gente del piccolo quartiere. Le massaie chiacchierano del più e del meno mentre riempiono i carrelli di cibarie, i ragazzi ne approfittano per scambiarsi figurine, schede telefoniche o altro.

 

Davanti al banco della gastronomia Dominique si ferma ad aspettare il suo turno per comprare un po’ di salumi, dei sottaceti, delle olive verdi piccanti e qualche filetto di acciughe salate per la preparazione degli antipasti. La signora Gina, sua vicina di pianerottolo, sta raccontando all’amica Anna di un viaggio fatto a Vienna qualche anno addietro e delle bellezze ammirate. Alla signora Gina piace vantarsi di tutto quello che la riguarda, a volte anche in maniera esagerata. Di rimando, l’Anna, che le dà dei punti in quanto a millanteria e presunzione, si pavoneggia narrandole della vacanza che l’estate scorsa ha fatto in Francia. A questo nome negli occhi di Dominique passa un guizzo luminoso come un lampo. È da tanto che nel cuore coltiva la speranza di poter vedere un giorno la Francia e, soprattutto, Parigi. Il suo figliolo, il papà di Andrea, era partito proprio per quella città quando il nipotino aveva tre anni. Un artista incompreso era quel ragazzo. Dopo un lungo, infelice, periodo trascorso tra occupazioni saltuarie e poco gratificanti, vissuto appoggiandosi economicamente alla moglie, impiegata come commessa in un grande magazzino in città, un giorno riempì una vecchia sacca e partì lasciando solo poche righe di spiegazione: “Miei cari, parto per la Francia, dove spero di realizzare i miei sogni e dove un giorno, ricco e famoso, mi raggiungerete. Perdonatemi, ma non posso più aspettare gli eventi e mi manca il coraggio di guardarvi negli occhi. A presto.”

 

Sono passati sei lunghi anni d’allora e di lui sempre poche notizie, l’ultima una foto, con sfondo la Tour Eiffel, dietro la quale ci sono i saluti e il solito “A presto”. Dominique ha solo quel figlio che ha allevato da sola, poiché il marito era morto poco dopo la nascita di quel bambino. Aveva cercato di fare di lui una persona pratica, con i piedi per terra, senza grilli per la testa e invece… tutto suo padre: un sognatore. La sua passione era cantare. Da piccolo era entrato a far parte del coro parrocchiale e lì, con l’aiuto del maestro, aveva imparato a suonare il piano. Lasciò presto gli studi per animare feste e cerimonie private o per esibirsi in locali da ballo. Poca cosa. In uno di questi locali una sera conobbe Dora, la madre di Andrea: fu amore a prima vista. Si sposarono un anno dopo, quando lei rimase incinta. Antoine, questo il nome del figlio, purtroppo non aveva una occupazione fissa, mentre la moglie già lavorava al grande magazzino. Furono molto duri quei primi anni di Andrea. Poi Antoine partì. Dora pianse per un giorno intero tutte le sue lacrime, dopo non parlò più del marito. Dominique le propose di venire a vivere con lei così avrebbe risparmiato l’affitto e altre spese e non avrebbe dovuto cercare una tata per Andrea. Dora accettò, del resto era nata subito una forte simpatia tra loro, fin da quella prima volta che suo figlio le aveva detto: «Mamma, io e Dora ci sposeremo presto.» Considerava Dora come una figlia e ne aveva sostituito in parte la madre, perduta qualche mese prima di conoscere Antoine. Per fortuna, pia piano la situazione migliorò, Dora occupò una posizione di maggiore prestigio, direttrice del suo reparto, e di colpo anche la condizione economica cambiò. Ma non si montarono per questo la testa nuora e suocera e continuarono a vivere nello stesso appartamento del medesimo tranquillo quartiere periferico della città.

 

La vita scorreva abbastanza serena, le ferite parevano ricucite, anche se ogni tanto Dominique sorprendeva Dora davanti alla finestra con lo sguardo che scrutava in lontananza, come se stesse aspettando qualcuno.

Andrea spesso domandava alla nonna del padre e del perché fosse andato via. La nonna gli rispondeva che bisognava aspettarlo fiduciosi perché un bel giorno avrebbe scritto chiedendo alla famiglia di raggiungerlo a Parigi e il nipote sembrava accettare senza difficoltà questa spiegazione. Era un caro ragazzo, sensibile, generoso, pronto ad aiutare gli altri; unico neo, dicevano le maestre, era quello di non darsi molta pena per la scuola e per lo studio. E questo faceva veramente disperare la madre. La nonna cercava di incitarlo con le buone, a volte con minacce di tremendi castighi… che puntualmente non attuava. Andrea svicolava oppure sbottava: «Nonna, io odio la storia e la geografia. E poi, perché perdere tempo a studiare sui libri se un giorno vedrò quelle cose da me?»

«Ragazzo mio,» scandiva spazientita la nonna, «io ho sessant’anni e non ho mai visto niente!»

 

La geografia era di gran lunga la materia più invisa al ragazzo, ma sovente la nonna lo persuadeva a leggere per lei gli argomenti di studio, così, soleva dire, anche lei poteva conoscere un po’ di mondo. Andrea la guardava sospettoso, ma alla fine la assecondava. Quando ciò accadeva, Dominique si sedeva sulla poltrona preferita con uno scialle sulle ginocchia e si disponeva ad ascoltare, mentre Andrea si distendeva sul tappeto ai suoi piedi e cominciava… Il nipote studiava senza saperlo e lei si beava della scoperta di luoghi sconosciuti e affascinanti. Il desiderio più grande di Dominique era di andare a Parigi. Segretamente sognava di ritrovare il figlio.

Dominique li vedeva quei luoghi, li attraversava, ne contemplava le bellezze, udiva le parole e i suoni stranieri, si appropriava di usanze e tradizioni. Ogni volta un nuovo viaggio con la fantasia. Una di quelle volte, capitò che Andrea doveva studiare proprio la Francia. La nonna tanto disse e tanto fece, che il ragazzo non poté rifiutare e, un po’ seccato, cominciò a leggere. Ma, poi, accortosi che la nonna, rapita, quasi non respirava, proseguì di buon grado. La stanza scomparve e Dominique si ritrovò a percorrere larghi viali, ad attraversare giardini regali, ad ammirare storici monumenti, a visitare parchi e chiese secolari; si addentrò, infine, nel rinomato Quartiere Latino con i suoi numerosi locali di divertimento sfolgoranti di luci multicolori. Forse proprio lì viveva suo figlio e lottava per realizzare il sogno accarezzato fin da bambino di diventare un cantate famoso e apprezzato.

Che viaggio straordinario e come tutto l’incantava! Quante volte aveva desiderato di poter andare a Parigi! Parigi, la città dei suoi avi. Sì, perché i suoi bisnonni erano proprio francesi, originari della Bretagna, ma trapiantati a Parigi. Dominique, il suo stesso nome, e Antoine, quello del figlio, rappresentavano il retaggio di quella lontana origine.

«Nonna, nonna…» Andrea la chiamava e lei faceva fatica a capire dove si trovasse. Il ragazzo rideva di cuore e la prendeva in giro per questa sua mania di fantasticare e andare chissà dove con la testa.

 

“Ah, che appassionante viaggio!” Forse, se quel discolo non l’avesse interrotta, avrebbe incontrato il suo Antoine. Tutto questo passa nella mente di Dominique mentre, aspettando il suo turno al banco della gastronomia, distrattamente presta orecchio al cicalare delle sue vicine. «…proprio stupenda, come dicono, Parigi» conclude il suo racconto la signora Gina.

«Parigi, ciarlano di Parigi? Ma cosa ne sanno loro di Parigi?…» Lei c’è stata a Parigi, lei ha passeggiato per i boulevards, ha attraversato le avenues e ammirato i palazzi delle Tuileries, si è immersa nei capolavori del Louvre, ha attraversato le solenni navate di Notre Dame, si è persa nei giardini del Bois de Boulogne, ha guardato la città dalla Tour Eiffel, si è aggirata per le strade eleganti del Quartiere Latino… dove vive il suo Antoine.

E nonna Dominique, di solito così schiva, così riservata, si anima e si accalora tutta mentre i pensieri diventano un fiume di parole che, irrefrenabile, fuoriesce dalle sue labbra. Numerosi clienti del negozio, sospesi gli acquisti, si sono avvicinati e la fissino con stupore e incredulità. Dominique, rendendosi a un tratto conto degli sguardi puntati su di lei, afferra bruscamente la mano del nipote, che nel frattempo è rimasto a guardarla a bocca aperta, e si allontana frettolosamente trascinandoselo dietro, mentre la platea ammutolita la segue con occhi carichi di ammirazione e anche di un pizzico di invidia.

 

Nonna e nipote tornano in silenzio verso casa ognuno ragionando con i propri pensieri. Il ragazzino è fiero di quella nonna agguerrita che ama tanto viaggiare e non ha mai fatto un viaggio in vita sua, che conosce Parigi come le sue tasche tanto da zittire quelle galline spelacchiate delle vicine che stanno sempre a vantarsi di tutto. Dal canto suo, Dominique è dispiaciuta per essersi esposta a quel modo, è stata presuntuosa, tutti sanno che non è andata più in là della città dove lavora la nuora.

Rideranno e si burleranno di lei affermando che è una sciocca visionaria che le sa contare bene. Sì, bisogna convenirne, però, gliele ha proprio imbastite giuste. Che soddisfazione aver tappato la bocca a quelle vanagloriose, buone sole a ostentare manie di grandiosità. Ma… E Andrea? Di sottecchi guarda il nipote e si accorge che ha la bocca atteggiata a un sorrisino malizioso e compiaciuto come per una rivincita presa su qualcuno che ti sta antipatico. Vuoi vedere che in quella furba testolina frullano i suoi stessi pensieri? Mah!

«Andrea…» comincia cautamente Dominique.

«Nonna,» prorompe il ragazzo, «sei proprio una bomba! Le hai stracciate, ridotte in pezzi e impacchettate, quelle “io ne so di più”. Ma quando hai visto tutte quelle cose? Nonna… non mi dirai che sei stata per davvero a Parigi?»

«A Parigi? Sì, tante volte, mio caro, con la fantasia. E sei stato proprio tu a portarmici, quando ti chiedevo di leggere per me. Certo, poi, quando tu eri a scuola, prendevo il tuo libro e rileggevo tutto per benino, guardando anche le foto.»

Andrea, dopo una pausa di riflessione, annuncia: «Un giorno andrò a Parigi, nonna, e tu verrai con me.»

«Sì» risponde la nonna con voce incerta.

«E cercheremo papà» conclude.

«Sì» ripete la nonna con un fil di voce.

Andrea la guarda e scorge nei suoi occhi un luccicore, non sa se di pianto o di speranza. Dominique si ferma e, sfilato il fazzoletto dalla manica della giacca, si soffia rumorosamente il naso.

 

Nonna e nipote proseguono in silenzio fino a casa. Qui trovano, inaspettatamente, Dora che a quell’ora dovrebbe essere al lavoro.

Sorpresi, all’unisono, i due le chiedono: «Dora. Mamma. Cosa ci fai qui?»

«È successo qualcosa?» incalza Dominique.

Nessuna risposta. Dora si muove per la casa inquieta, Dominique la segue e Andrea segue Dominique. Dopo alcuni minuti, passati in un concitato andare avanti e indietro in fila indiana, Dora, girandosi di scatto e a voce sostenuta per mascherare il suo turbamento, ordina: «Dominique, siediti, per favore. Andrea, vieni qui.»

Entrambi obbediscono al tono perentorio che non ammette replica alcuna.

«Ho ricevuto questa lettera da Antoine» dice prendendo un foglio dalla borsetta che aveva posato sul tavolo.

Tace e guarda la suocera che è diventata di un pallore inquietante, poi il figlio la cui faccia sembra essere tutt’occhi tanto questi ultimi gli si sono sbarrati.

Dominique, sforzandosi di vincere il batticuore che l’assale, chiede a Dora di continuare.

«Vuole che lo raggiungiamo al più presto a Parigi, nella casa che ha preparato per noi. Sembra che il suo sogno si sia realizzato: egli è ora un cantante affermato e può finalmente chiamare la sua famiglia accanto a sé.»

Copiose lacrime scendono e bagnano il viso della donna anziana mentre con entrambe le mani si tiene il petto per trattenere quella emozione incontenibile e impedire al cuore di scoppiare. Ecco, nonostante abbia atteso da sempre questa notizia, sicura che un giorno sarebbe arrivata, pure si è fatta cogliere alla sprovvista, come una scolaretta poco diligente che non si è preparata abbastanza. Suo figlio scrive che li aspetta e lei non sa fare altro che piangere. Andrea, che è rimasto finora immobile e senza parole, quando vede la nonna piangere, le si avvicina e, abbracciandola stretta, le sussurra all’orecchio: «Nonna, poco fa piangevi perché pensavi che non saresti mai andata a Parigi, e adesso piangi perché sai che tra poco potrai farlo per davvero? Sei un tantino confusa!»

La nonna, tra le lacrime, ribatte che si può piangere di gioia o di dolore, adesso lei piange per la felicità. Andrea si allontana, poi torna con il libro di geografia tra le mani e porgendolo alla nonna, serio in viso, annuncia: «Nonna, voglio conoscere tutto di Parigi. Adesso, però, tocca a te leggere e a me viaggiare.»

Dominique, accennando finalmente un sorriso, inforca gli occhiali, apre il libro alla pagina nota e, sospirando, comincia. Dora li osserva per qualche istante, fa un gesto come per dire “Chi li capisce, è bravo” e si allontana. Nessuno dei due se ne accorge.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UNA NOTTE COL FANTASMA

di

Antonello Faimali

 

 

Gianni Livetti fissò il villino, un cubo di colore bianco sporco, forse perché era sporco.

Finestre piccole, infissi di plastica grigiastri, l’ingresso dava direttamente sulla strada sterrata, a metà giugno molto polverosa, nessun’ altra abitazione nelle vicinanze, solo terreni brulli e piatti.

Si rivolse all’uomo grasso e molto sudato al suo fianco.

«Questa sarebbe una casa per trascorrere le vacanze? Dista venti chilometri dal mare, e dal paese più vicino, che peraltro è un buco senza servizi, non ha né balconi né giardino e non vedo condizionatori.

«Signor Livetti, per la cifra che ha detto di voler spendere e considerato che è il diciassette giugno, può considerarsi fortunato che ne abbia trovata una di casa. E consideri che questa è rimasta sfitta solo perché ha la stupida nomea di esser infestata dai fantasmi.»

Gianni sospirò. Ma cosa gli era venuto in mente di trascorrere l’estate nella natia Puglia con i pochi soldi che ogni tanto guadagnava. D’altronde a casa cosa avrebbe potuto fare, senza amici né parenti e tanto meno fidanzata.

«I fantasmi non mi preoccupano, avrei preferito fosse più vicina a un po’ di vita, ma in fondo cosa sono venti chilometri, qui mi servirà solo per dormire» Sempre che ci riesca con questo caldo pensò.

«Perfetto, se mi dà l’anticipo che abbiamo concordato le do le chiavi e le auguro buone vacanze.»

Il ciccione non vedeva l’ora di risalire sull’auto con il condizionatore, prese l’assegno, lasciò le chiavi e scomparve in una nuvola di polvere.

Gianni prese la valigia dal bagagliaio e la trascinò all’ingresso.

Appena entrato ebbe un capogiro, il caldo torrido era amplificato da un’umidità da serra di piante tropicali.

Non resistette e fu costretto a uscire per respirare una boccata di aria rovente.

Maledicendosi, riuscì a rientrare e muovendosi da una stanza all’altra aprì tutte le finestre, la situazione passò da invivibile a mortale. Non tirava un alito di vento e non era chiaro se il caldo usciva o entrava nella casa. Grazie al fatto di essere giovane e in buona salute Gianni riuscì ad adattarsi.

Trovò la cucina, aprì il frigorifero, spento e vuoto, odorava sensibilmente di muffa.

 

Lasciò la porta aperta e ringraziò la sua lungimiranza che gli aveva consigliato di acquistare un pacco di cracker e una scatoletta di tonno, con cui si rifocillò velocemente mentre ispezionava la camera da letto.

Un grande armadio ad ante scorrevoli e un letto a due piazze con il solo materasso più una sgangherata poltrona di velluto, formavano tutto l’arredamento.

Aprendo l’armadio trovò, con ribrezzo, una serie di coperte di lana e un trapunta imbottita, mancavano lenzuola e cuscino.

 

Ormai stremato, si denudò completamente e arrotolando la trapunta in vece del cuscino si gettò sul materasso, incurante della nuvola di polvere che fu sollevata dal suo tuffo, si sistemò al meglio e pochi minuti dopo iniziò a russare sonoramente.

Non aveva idea di quanto avesse dormito, ma una serie di rumori provenienti dal soggiorno lo ridestò.

Tonfi, oggetti caduti, lamenti.

Gianni non era un fusto, non era allenato all’attività sportiva, se qualcuno fosse entrato in casa non aveva nessuna intenzione di ingaggiare uno scontro fisico, inoltre non c’era niente da rubare.

Restando steso a letto alzò la voce.

«Mi dispiace, ma non c’è nulla di interessante da rubare, nella tasca dei pantaloni che trova sulla poltrona in soggiorno c’è il portafoglio con trenta euro, si serva.»

Attimo di silenzio poi una voce un po’ tremolante provenne dal soggiorno.

«Rubare … ma con chi crede di avere a che fare? Non sono un ladro, sono un vigile del fuoco…»

Il primo pensiero di Gianni fu Cosa sta bruciando?

Poi si precipitò verso la porta del soggiorno. Mentre la apriva udì nuovamente la voce.

«In effetti lo ero … non sono ancora abituato.»

Al centro del soggiorno, nonostante le luci fossero spente, Gianni individuò subito una strana figura: alta, sottile, aveva l’elmetto da vigile del fuoco, ma il resto dell’abbigliamento constava solo di un lungo camice bianco che arrivava alle caviglie, i piedi erano nudi e sembravano sollevati da terra.

«Comunque cosa fa dentro casa mia? Non mi sembra ci siano incendi.»

La voce fu meno tremolante.

«Mi spiace, ma sono stato assegnato qui, anche se in realtà avevo richiesto una destinazione completamente diversa, d’altronde anche altre richieste che avevo fatto non sono state esaudite; dovrò inoltrare una protesta, anche se non so esattamente come e a chi. Comunque non sono neppure sicuro di aver diritto a protestare, sono nuovo della situazione…»

Gianni era sconcertato, ma interruppe lo sproloquio.

«Esattamente quale situazione e cosa intende per assegnato?»

Mentre parlava Gianni raggiunse l’interruttore e accese la luce, la figura davanti a lui apparve un po’ sfocata e non solo divenne evidente che i piedi scalzi non toccavano il pavimento, ma fu chiaro che non gettava nessuna ombra.

La voce tentò di assumere un tonalità cupa.

«Non hai capito chi … cosa sono? Ho un aspetto etereo e terrificante, fluttuo nell’aria e ho voce tonante, cosa accidenti potrei essere?»

«Sorvoliamo sull’aspetto solo leggermente sfocato e poco terrificante, sul fatto che fluttui a circa due centimetri da terra e lasciamo perdere la voce … tu vorresti dire che sei un fantasma?»

«Comunque l’hai capito!»

«Dal fatto che non hai ombra. Dunque saresti morto?»

«La clausola inderogabile per fare il fantasma è proprio quella di essere sicuramente morto. Io lo sono da tre giorni quindi devo ancora fare allenamento, ma poi dovrei diventare terrorizzante, quello sarà lo scopo della mia vita … o non vita … o come diavolo si chiama.»

Gianni si lasciò cadere seduto sull’unica scassata poltrona che si trovava in soggiorno.

«Morto da poco e sei… pardon eri un vigile del fuoco, è forse stato il risultato di un’eroica azione di salvataggio?»

La figura quasi eterea si accomodò un po’ sbilenca su una delle sedie intorno al tavolo.

«Non proprio: stavo facendo la mia solita corsetta mattutina quando, mentre passavo sul ponte della ferrovia, un’auto, probabilmente guidata da un ubriaco, ha sbandato e ha puntato verso di me…»

Gianni quasi era deluso.

«Investito da una macchina, poco eroico.»

«In realtà l’auto non mi ha investito, perché io, grazie al fisico allenato e alla prontezza di riflessi, ho afferrato il corrimano e con un agile salto ho scavalcato il parapetto…»

Gianni era attentissimo.

«…sapevo che sotto c’era il vuoto e i fili dell’alta tensione, ma sono … ero vigile del fuoco da tre anni, aggrapparmi al parapetto e con un’abile contorcimento evitare i fili è stato un gioco da ragazzi, così sono rimasto appeso al ponte, avrei impiegato pochi secondi a tirarmi su e risalire in strada…»

Gianni ora era oltremodo curioso.

«Quindi?»

«È passato il treno!»

«Bella sfiga!»

«Già, soprattutto perché su quella linea passano due treni al giorno, uno in andata, lo stesso in ritorno … credo di aver preso quello dell’andata.»

«Dubito che abbia molta importanza, comunque sono praticamente certo che tra poco mi sveglierò e starò dei giorni a domandarmi se questo sogno ha qualche significato. Suppongo che per un pezzo non mangerò più tonno. Ma questa domanda devo farla: Cosa succede dopo la morte?»

Il sedicente fantasma si raddrizzò impettito sulla sedia.

 

«Intanto mi presento: sono Calogero Degiorgi ex vigile del fuoco residente a Lecce, scapolo impenitente. Quindi le confermo che lei non sta sognando, ma chiacchierando con un fantasma. Le faccio anche notare che lei è completamente nudo e questo mi crea un certo imbarazzo.»

Gianni scrollò la testa e si pizzicò il braccio sinistro, pareva proprio che fosse sveglio, ma non approfondì ulteriormente.

«Okkay, prendiamo per buona la sua affermazione. Quindi potrebbe raccontarmi cosa si prova appena morti, sa è un quesito che molti si pongono da tempo e visto che pare io abbia la possibilità di avere testimonianze dirette…»

Il fu Calogero Degiorgi assunse un’aria meditabonda.

«Scommetto che lei pensa al tunnel buio con la luce abbagliante sul fondo, o al tizio con capelli e barba bianchi, magari a personaggi un po’ effeminati in tunica bianca che strimpellano con le trombe sulle nuvole… In realtà mi sono trovato seduto su una panca di plastica, in una stanza senza finestre, con le pareti bianche e con davanti un monitor con la scritta: “Attendere il proprio turno, sarete chiamati quando sullo schermo apparirà il vostro numero.” In quel momento era visualizzato il numero tre. In mano avevo un foglietto con il numero ottantotto.»

Gianni era sconcertato e un po’ deluso, ma non interloquì.

«Mi aspettavo un’attesa piuttosto lunga, ma le cose sono andate in un altro modo. I numeri sono passati molto rapidamente dal tre al ventiquattro, poi sono rimasti pochi minuti su venticinque e ventisei, quindi sono passati velocemente a ottanta e in meno di due minuti sono arrivati a ottantotto. Una suadente voce femminile ha chiamato il mio nome e sulla parete di fronte si è aperta una porta che non avevo notato… Dietro a una scrivania una matura signora in sensibile sovrappeso stava guardando il monitor di un PC. Mi ha squadrato, ha accennato un saluto formale e mi ha pregato di accomodarmi.»

Il probabile fantasma si sistemò meglio sulla sedia.

«Ero curioso e non ho resistito a chiedere dove erano le altre ottantacinque persone e che fine avevano fatto… La signora è sembrata leggermente scocciata, ma ha risposto spiegando che ogni utente aveva una stanza d’attesa personale e che, per velocizzare le accettazioni, si mettevano in lista tutti quelli che erano a rischio di morte in tempi molto brevi. Poi capitava che parecchi di loro la scampassero, molti non sapevano neppure di aver corso un pericolo definitivo, a qualcuno era andata male, tre erano in coma e la loro pratica era stata messa in attesa… A quel punto non ho resistito a domandare se io ero effettivamente morto. Ha girato il monitor e mi ha mostrato tre foto piuttosto esaurienti.»

Gianni sudato fradicio, ma ormai troppo coinvolto chiese: «Perché tre?»

«In una sola tutti i pezzi non ci stavano!»

Gianni trattenne per un soffio un conato di vomito.

«A questo punto la signora mi ha messo davanti due moduli, uno di un solo foglio l’altro un pacco piuttosto spesso. Poi ha spiegato: “A destra c’è il modulo per scegliere il giudizio immediato a sinistra quello per scegliere di diventare un fantasma.” Quello per il giudizio immediato era di un solo foglio… Timidamente ho chiesto chiarimenti e ho ricevuto la seguente spiegazione: il giudizio immediato si basa sui dieci comandamenti e relativi decreti attuativi. Il fantasma ha la possibilità di passare il resto del tempo prima del giudizio universale in una località a sua scelta dove, potendo fluttuare e attraversare i muri, dovrà, con la sua voce tonante e il suo aspetto terrificante, portare spavento al maggior numero di esseri viventi. Se ci riuscirà passerà direttamente al piano superiore… Diciamo la verità, non era una proposta entusiasmante, ma sulla storia dei comandamenti non ero e ancora non sono sicuro di essere in regola. Almeno un paio non li ho sempre rispettati e non è che poi mi sono veramente pentito. Sta di fatto che ho firmato il modulo per fare il fantasma, ma c’è stata una fregatura: il mio aspetto non è esattamente terrificante, fluttuo a soli due centimetri da terra, ho provato ad attraversare i muri e ho preso delle craniate dolorosissime, ma soprattutto io avevo chiesto specificatamente di andare a fare il fantasma o in un convitto femminile o in un convento di suore e mi sono trovato nella casa del casellante del mio paese.»

Gianni si pizzicò nuovamente il braccio sinistro, questa volta mettendoci molta forza. Non si svegliò, ma sentì molto male.

«Questa sarebbe stata la casa del casellante? E quando hanno tolto la ferrovia?»

Il defunto si mostrò leggermente stupito dalla domanda.

«Non c’è mai passata di qui la ferrovia. Doveva passarci trent’anni fa e perciò fu costruita la casa del casellante e fu assunto il casellante. Poi cambiò il piano di sviluppo e la ferrovia fu costruita sei chilometri più a nord e fu costruito un cavalcavia per superarla. Sono caduto da lì!»

«E il casellante?»

«Ormai la casa c’era, lui era stato assunto, ha vissuto qui fino a due anni fa, quando ha maturato la pensione ed è andato a vivere sulla costa, e adesso affitta questa casa.»

Gianni alzò lo sguardo al soffitto.

«Ovvio. Piuttosto lei dice di essere stato raggirato. Le avrebbero fatto delle proposte contrattuali che non sono state mantenute. Ha la copia del contratto che ha firmato? Sono un avvocato, magari posso darle qualche consiglio.»

Appena finito di pronunciare queste parole Gianni si chiese se era ormai completamente impazzito per il caldo, che sembrava essere aumentato.

Quello che oramai pareva proprio essere un fantasma, dimostrò un notevole interesse dimenandosi sulla sedia e mostrando una chiosa di denti brillanti.

«Allora lei è un ricco avvocato, benissimo, certo che mi sono fatto rilasciare la copia del contratto, gliela do subito.»

Così dicendo infilò una mano e poi tutto il braccio nella tunica all’altezza dell’ombelico.

Gianni distolse lo sguardo.

«Non necessariamente avvocato equivale a ricco, nel mio caso le due cose non collimano.»

Calogero, dopo aver frugato per alcuni secondi nel suo ombelico, estrasse un pacco di fogli e, dopo una breve fluttuata a bassa quota, li porse a Gianni che, dopo aver dato una rapida scorsa, si rivolse al suo nuovo cliente.

«Senti, perché appena mi hai visto mi hai dato del tu e adesso continui a darmi del lei?»

«Prima tentavo di terrorizzarla e non mi sembrava professionale essere troppo formale, ma temo di non essere ancora entrato nella parte.»

«Lasciamo perdere. Hai letto tutte le note di riferimento ai diversi paragrafi del contratto?»

«Veramente la signora pareva molto scocciata mentre leggevo il contratto e io ho guardato solo i punti che mi interessavano, inoltre sinceramente non ci ho capito esattamente tutto.»

«La prossima volta che muori vedi di portare con te un avvocato.»

Quasi non si rese neppure conto di quello che aveva detto. Lesse con calma, soffermandosi su alcuni punti.

 

Dopo circa dieci minuti di silenzio Gianni posò il pacco di fogli sulle gambe nude e con aria molto professionale spiegò: «Mi dispiace, ma il contratto è perfettamente in regola: se avessi letto le note a piè di pagina e i rimandi, avresti scoperto che quasi tutte le caratteristiche del fantasma tipico vanno guadagnate. La capacità di fluttuare scatta dopo almeno due persone terrorizzate, per la voce tonante e l’aspetto terrificante bisogna terrorizzarne almeno altre due, arrivati a cinque umani molto spaventati si ottiene la capacità di attraversare i muri e si può raggiungere la location di propria scelta, sempre che non sia già occupata da altri fantasmi; in questo caso ti verranno proposte delle alternative, tra le quali potrai scegliere… Temo che dovrai darti da fare, magari procurarti qualche manuale, o fare qualche ricerca su internet per migliorare la tua spaventosità che, lasciamelo dire, a tutt’oggi è decisamente insufficiente.»

Calogero aveva ascoltato con le dita intrecciate appoggiate sulla pancia, il sorriso era stato sostituito da una smorfia di disappunto.

«Ma accidenti quanto tempo dovrò passare in questo buco prima di riuscire a spaventare cinque umani?»

«Considera che avresti tempo fino al giorno del giudizio universale e pare che sia parecchio, poi per cosa ti lamenti, dopo neppure tre giorni in questo buco hai almeno incontrato un umano.»

Lo spirito divenne pensoso.

«Pensi che la tua reazione potrebbe passare per un grande spavento?»

Gianni tamburello le dita sulla pancia nuda.

«Non so chi certifichi gli spaventi, ma per definire “Grande spavento” la mia reazione ci vorrebbe parecchia buona volontà… Potremmo discutere sulla possibilità di condurre qualcuno in questa casa e tu potresti cercare di terrorizzarlo, con un po’ di allenamento magari ci riesci. Anche se devo confessare che qui io non conosco quasi nessuno e quelli che conosco non credo verrebbero a trovarmi.»

«Non vorrei sembrare offensivo, ma da un avvocato mi sarei aspettato proposte più interessanti.»

Gianni si alzò dalla poltrona il cui rivestimento di velluto era ormai intriso di sudore rovente.

«Non ho mai detto di essere un bravo avvocato, d’altronde non è mai stato il mestiere adatto a me, non ho mai desiderato fare l’avvocato.»

Calogero rimase interdetto.

«Scusa, ma se non volevi fare l’avvocato perché lo sei diventato?»

Gianni aprì a caso i cassetti e le ante dei pochi mobili del soggiorno, poi si diresse verso il bagno.

«Possibile che non ci siano asciugamani, tovaglioli, o qualsiasi cosa adatta ad asciugarsi?… Dopo avermi costretto a frequentare il liceo classico, mio padre ha deciso che io sarei diventato avvocato. D’altronde lui era il procuratore capo di Bari, e sua moglie, mia mamma, era pubblico ministero del tribunale della stessa città. Erano quasi divinità in Puglia, riveriti da tutti, praticamente facevano il bello e cattivo tempo. Il fatto che, pur studiando pochissimo e facendo scena quasi muta agli esami, io li superassi sempre con buoni voti, non mi aveva insospettito, anche al liceo lo studio non era una delle attività a cui dedicavo molto tempo. Ho trovato perfettamente normale prendere la laurea e superare senza difficoltà l’esame per l’iscrizione all’albo. E mi è sembrato logico che appena aperto lo studio, pagato da papà, avessi subito un buon numero di clienti.»

Questa volta fu lo spirito a intervenire.

«Hai sempre parlato al passato dei tuoi genitori, suppongo che siano venuti a mancare e tu ti sia trovato nei guai.»

Gianni era riuscito a trovare alcuni stracci da cucina e aveva iniziato a tentare di asciugare il sudore in cui era immerso.

«In un certo senso i miei genitori sono “mancati”. Per papà le imputazioni sono state: abuso di potere, falso in atto pubblico, corruzione, peculato, associazione di stampo mafioso, ricatto, diffamazione … e qualche altra cosa per un totale di anni ventidue in primo grado e ventotto in appello, più il sequestro di tutti i beni. Io sono stato assolto dopo tre anni di processi e mi sono trasferito a Brescia, dove ho ripreso a fare l’avvocato e ho scoperto di non saperlo fare. Riesco a rimediare qualche piccola causa che alcuni colleghi di buon cuore mi passano, quando non hanno voglia di accettarle; ovviamente sono cause da cui si ricava veramente poco, oppure faccio l’avvocato d’ufficio per una miseria.»

Calogero era rimasto colpito e curioso.

«E mamma?»

«La stanno ancora cercando. Magari puoi informarti se è dalle tue parti, la “sacra corona” non va per il sottile.»

«Per il momento non ho comunicazioni dai piani alti e non ho contatti con altri fantasmi, forse in futuro. Come mai sei tornato in Puglia?»

«A Brescia, non ho amici, niente fidanzata, mio padre è a Foggia in massima sicurezza. Pensavo di andarlo a trovare qualche volta, ma soprattutto volevo vedere se riuscivo a ricontattare qualche vecchia conoscenza che magari non mi consideri più come un appestato e passare un’estate un po’ più vivace di quelle che passo a casa mia. Considerando che, quando ho telefonato a ex compagni di studi, la maggior parte ha cambiato numero, parecchi non hanno risposto e un paio hanno detto di essere molto impegnati … poi ho pochissimi soldi … sinceramente la vedo brutta.»

«Accidenti, io sarò sfortunato da morto, ma tu da vivo non sei messo bene. D’altronde da quello che ho capito hai trascorso una giovinezza piuttosto piacevole, scommetto che la compagnia femminile non ti mancava.»

Gianni tentò di tergersi il sudore ma si rese conto che lo strofinaccio che aveva recuperato era ormai fradicio.

«Scherzi? Le fanciulle di Bari e paesi limitrofi mi sbavavano dietro, avrebbero fatto qualsiasi cosa per avere la mia attenzione e parecchie di loro, quelle più carine, l’hanno fatto veramente, con mio sommo piacere. In genere il problema era sfuggire all’eccesso di attenzioni femminili. A parte con Lucia, la ragazza più bella, simpatica e intelligente che io abbia mai conosciuto: ogni volta che la vedevo mi si attorcigliavano le budella e non solo quelle. Ho ancora stampato nella mente le sue parole quando l’ho invitata a una serata in pizzeria. “Non uscirei con uno come te neppure tu fossi l’ultimo uomo sulla terra!” Ho dovuto aspettare l’arresto di papà per comprendere le sue parole, da quel giorno sono sparite anche tutte le altre. Anche tutti gli amici e pure l’avvocato di famiglia, in realtà è stato arrestato anche lui… Tre anni di indagini, processi, un po’ di detenzione; poi la magistratura ha capito che io ero troppo ingenuo e stupido per far parte di un’organizzazione mafiosa… Mamma scomparsa, papà in galera, donne e amici volatilizzati, conto in rosso; mi rimaneva solo la possibilità di farmi una nuova vita in un altro posto… La nuova vita si è dimostrata di una noia mortale, inoltre sono costretto a fare i salti mortali per sopravvivere, con una disponibilità finanziaria che definire ridotta è un pietoso eufemismo. Così mi è venuta la splendida idea di venire a trascorrere un vacanza nella terra natia. E vedi un po’, la prima conoscenza che faccio è con un fantasma.»

Dalle finestre spalancate cominciò a entrare un raggio di luce dorata.

Gianni si passò una mano sugli occhi.

«Sta albeggiando, quindi te ne andrai!»

Calogero scrollò la testa.

«I fantasmi non si ritirano al buio quando sorge il sole?»

«Quelli sono i vampiri. Tutta un’altra storia, non hanno l’obbligo di morte e poi non fluttuano, volano … comunque io non ho limiti di orario.»

Gianni si alzò e si posizionò nudo davanti alla finestra da cui entrava un refolo di aria tiepida.

«Tu no, ma io si, devo svegliarmi, lavarmi e raggiungere il paese per procurarmi il minimo di vettovaglie per sopravvivere un mesetto in questo buco e magari guardarmi intorno per trovare qualche cosa di divertente da fare … spendendo poco.»

Calogero si alzò.

«Come vuoi, io mi allenerò a terrorizzare. Vedi se riesci a invitare qualcuno, magari una femmina paurosa. Comunque sei già sveglio.»

Gianni si rifiutò di crederlo; ritornò nel letto si stese sul materasso, lo trovò puzzolente; non si svegliò semplicemente perché non si addormentò. Dopo essere stato sdraiato per alcuni minuti, si alzò, andò in bagno dove si mise sotto la doccia gelata. In realtà l’acqua leggermente rossiccia era a temperatura ambiente. Non trovò sapone e si limitò a restare il più possibile sotto il getto.

Si mise a cercare qualcosa per asciugarsi, fino a quando si accorse di essere oramai già asciutto e in quel momento iniziò a sudare.

Tornato in sala per recuperare i vestiti si accorse di un pacco di fogli sparsi sul tavolo.

Avvicinatosi riconobbe il contratto che gli aveva dato… Calogero. Una delle pagine era girata e riportava una scritta a mano.

Molte grazie per la chiacchierata. Nemmeno tu che sei un avvocato hai letto bene il contratto. In una notarella è scritto che per avere tutti i poteri da fantasma e soprattutto per ottenere la destinazione scelta, oltre che spaventare cinque persone può bastare convincerne una della propria esistenza e io ci sono riuscito.

Tante grazie e arrivederci, per te il più tardi possibile.

Gianni scollò il foglio.

«Come diavolo fa quello a dire che mi ha convinto della sua esistenza, solo perché gli ho parlato in sogno. Evidentemente il comitato di certificazione non lavora in modo professionale.»

In quel momento udì lo squillo potentissimo del campanello. Assordato si diresse alla porta chiedendosi come erano arrivati i fogli sul tavolo.

Fuori dalla porta un quarantacinquenne abbronzato e prestante, salutò con gentilezza.

«Buon giorno, sono Erminio Caciulli, il proprietario di questo villino, passavo di qua e mi sono chiesto come si trovava il mio nuovo affittuario.»

Gianni decise di non fare il pignolo.

«Manca qualche accessorio, ma stavo andando in paese a procurarmelo, per il resto mi arrangio.»

«Bene, sono contento. Il mio ultimo inquilino circa 2 anni fa è fuggito urlando che c’era un fantasma nella casa.»

«Un vigile del fuoco finito sotto il treno?»

Erminio restò qualche secondo a bocca spalancata.

«Nooo, in realtà una suora che ha avuto un incidente in moto.»

«Una suora che ha scelto di fare il fantasma! Doveva avere qualche problema con i comandamenti.»

Il casellante in pensione era sempre più esterrefatto.

«Non capisco! Ma adesso che ci penso, un vigile del fuoco è morto l’altro ieri investito dal treno. Anche se la polizia non riesce a capire come, visto che dalle tracce di sangue e dalla disposizione dei pezzi di corpo sembra che sia finito sopra al treno e non sotto.»

Gianni sorrise.

«Un’idea l’avrei, ma è meglio lasciar perdere. Piuttosto perché il campanello suona così forte?»

«Per sentirlo anche se passa il treno!»

Gianni alzò gli occhi al cielo.

«Già!»

Erminio porse la mano.

«Comunque se tutto va bene la saluto, qui fa proprio caldo»

Quando Gianni rientrò notò subito che i fogli sul tavolo erano spariti, ne restava solo uno scritto a mano.

Come vedi mi hai creduto. Piuttosto, nella mia nuova dimora ho incontrato una suora motociclista veramente simpatica. Di nuovo tanti saluti.

Gianni scoppiò a ridere.

 

 

Autrici e autori

Le autrici e gli autori di quest’antologia di racconti provengono quest’anno dal Centro e dal Nord Italia. Eccone l’elenco in base all’ordine di apparizione dei loro racconti: Antonietta Guadagno, Antonello Faimali, Luigino Vador, Roberto Masini, Enrico Strappetti, Giuseppe Borasi e Gianluca Ongaro.

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