KAIKI

11,90

Racconti, ricordi di vite passate, ricordi d’infanzia, vita quotidiana, cronache di un futuro immaginario e visioni di una vita ultraterrena.

 

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EAN: 9788890476839 COD: 450 Categoria: Tag:

Descrizione

Racconti

Dopo la straziante catarsi emotiva scaturita dalla pagine di Io non sono di qui, Arianna Amaducci continua l’itinerario inaugurato un anno fa, incanalando il suo estro poetico e figurativo verso forme espressive più mature e compiute. Kaiki è un ardito ed eclettico esperimento narrativo, che si snoda attraverso gli intermundia di una dimensione metastorica e anche metatemporale: si passa dalla rievocazione di altre vite del passato (il tenente francese nell’Indocina degli anni ’50 e il comandante di un vascello inglese durante la guerra di Successione spagnola del ‘700) nel capitolo iniziale, Eros e Tanathos, a frammenti di ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza di Arianna (nei tre capitoli centrali, Ritratti di donne, Io, Arianna e L’assoluto naturale), fino alle cronache di un futuro immaginario e alle visioni di un’esistenza ultraterrena (L’infinito e oltre).

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 14,00

In copertina

particolare di Galoppi, olio su tela di Arianna Amaducci, collezione privata.

Pagine

140

Lingua

Italiano

Genere letterario

racconti

Anteprima

KAIKI

 

 

Li si faccia, per legioni e legioni ancora, crepare, saltare ai ferri, sanguinare, fumare negli acidi, e tutto questo perché la Patria sia sempre più amata, felice e dolce!

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

 

Primavera del 1954, la guerra d’Indocina è al suo culmine: i Vietminh del generale Giap lottano senza quartiere contro le truppe inviate dal governo di Parigi nelle colonie ribelli del Sudest asiatico. I popoli del Viet Nam, del Laos e della Cambogia vogliono l’indipendenza, l’emancipazione definitiva dal giogo

coloniale che la Francia ha imposto loro da quasi un secolo. E sono pronti a morire pur di ottenerla

 

Il mio nome era Francis Coubert.

Ero nato ad Avranches, nella Bassa Normandia, e comandavo un plotone del CEFEO, il Corpo di Spedizione Francese in Estremo Oriente. Avevo ventotto anni, un aspetto fisico tutt’altro che disprezzabile, una carnagione chiara imbiondita dal sole che filtrava attraverso il fogliame della giungla. Perlustrando attentamente la folta vegetazione tropicale attorno al delta del Mekong, il mio plotone si estenuava nel dare la caccia a un nemico quasi invisibile, peggio armato ed equipaggiato di noi, che ogni volta, tra una sparatoria e l’altra, lasciava sul terreno molti cadaveri dalla pelle gialla e dagli occhi allungati.

Erano corpi esili e scarni, quelli dei Vietminh, assuefatti da tempo immemore a una denutrizione endemica e a un’esistenza di fatica e di stenti, da autentici «dannati della terra»: ma le loro scorte di combattenti, che ci assalivano chiamandoci merde e cochon con quel loro strano accento gutturale, parevano inesauribili come le gocce d’acqua di un fiume lento e limaccioso…

Mio padre era un ufficiale di carriera (salito fino al grado di generale di brigata) autoritario e quasi sempre assente. Mia madre era una donna frivola e languida, intenta a farsi consolare da uno sciame di dandy sfaccendati e adoranti, che si affollavano attorno a lei, attirati non solo dalla sua avvenenza ma anche dalle squisitezze offerte durante i ricevimenti nella nostra residenza, elegante e lussuosa grazie al sangue dei nemici uccisi nelle varie campagne condotte da mio padre: il raffinato champagne di Louis Roederer nelle inconfondibili bottiglie arancione, le prelibate ostriche normanne, il paté de foie gras della Dordogna e le lumache alla borgognona della Côte-d’Or, delicatessen pagate al prezzo di innumerevoli vite spezzate di donne e bambini innocenti.

Sono cresciuto in mezzo alle mollezze di una casa ricca, piena di domestici e di precettori ossequiosi verso i miei desideri, abituati a subire i miei repentini cambiamenti di umore pur di non suscitare fastidi a mia madre: lei infatti troncava ogni problema alla radice, licenziando

qualcuno e assumendo qualcun altro munito delle opportune credenziali fornite delle sue mille conoscenze.

E non prendeva neppure in considerazione l’idea di affrontare seriamente il problema della mia crescita senza regole e senza impulsi vitali, piena di smanie da protagonista e di riottosi capricci rivolti a chiunque fosse disposto a concedermi anche solo uno sguardo colmo di rabbia o venato di commiserazione.

Sulla base di simili presupposti, quando, alle soglie dell’adolescenza, giunse il momento di scegliere la mia strada, feci il raffronto tra l’alta borghesia indolente e parassitaria alla quale apparteneva mia madre e la casta militare di cui faceva parte mio padre, proveniente da una laboriosa e modestamente agiata famiglia di viticultori, ma con un’immensa voglia di riscatto che gli scorreva nelle vene. L’esercito era indubbiamente fondato sulla violenza, ma si trattava di una violenza ben gestita e ordinata, un’incubatrice di future glorie e di crescente prestigio, un’istituzione rispettata dall’intera nazione, che nei soldati di Francia vedeva il simbolo della forza, dell’espansionismo, dell’orgoglio patriottico e della prosperità del Paese, della grandeur di napoleonica memoria, insomma. E poi, le preziose materie prime, rapinate

a costo zero alle popolazioni asservite al giogo coloniale e immesse sul mercato con un ricarico da capogiro, garantivano un plusvalore da cui colava il grasso della ricchezza per tutti i ceti sociali della nostra Repubblica borghese e interclassista.

Fu così che io scelsi la carriera militare, sentendo urgere dentro di me la necessità di esprimermi nell’obbedienza e nel comando, nella disciplina e nella scansione precisa e regolamentata della vita di caserma. Non importava se in parallelo al flusso elegante delle parate e delle cerimonie in alta uniforme scorressero rivoli di sangue innocente…

La mia vita era risultata fino ad allora orfana di maestri e di filosofi, disorientata da esempi contrastanti tra loro, e tutti decisamente malsani: tra i due mondi a confronto, la divisa costituiva la maschera ideale da indossare, dietro cui nascondere le mie infinite incertezze, le mie domande inespresse o rimaste senza risposte, l’assenza di qualsiasi orizzonte esistenziale.

Mi piegai, consenziente, alle rigidità dell’École Spéciale Militaire de Saint-Cyr a Coëtquidan, in Bretagna, dove, dalla stanza traboccante di giocattoli e ninnoli, di sete e di mussoline, passai alle brandine spartane in camerate enormi e fredde, nelle quali doveva regnare il più assoluto silenzio. Un silenzio a volte così assordante per le mie orecchie – abituate all’incessante cicaleccio salottiero degli ospiti impomatati nella dimora materna – da lasciarmi smarrito e nello stesso tempo fiero del coraggio che dimostravo nell’aver gettato dietro le mie spalle l’ozio e l’agiatezza per mettermi al servizio della Patria.

Mi feci promettere solennemente da mio padre che non avrebbe esercitato l’influenza che possedeva per addolcirmi in qualche modo l’agone che mi attendeva. Volevo trasformare quel verme che mi sentivo di essere in un soldato d’acciaio, e molto velocemente mi adattai ai ritmi a volte disumani dell’addestramento militare, irrobustendomi nel corpo e nella volontà, dato che mi cibavo del mio stesso orgoglio, della mia caparbietà e resistenza a negare a me stesso ogni diritto in nome di una Patria di cui, in fondo, non mi importava niente, ma al servizio della quale avrei raggiunto lo spessore umano che sentivo di possedere, anche se intaccato dall’incuria e dal lusso sfrenato e indecoroso dei miei trascorsi da rampollo debosciato di una famiglia benestante.

Passai a pieni voti ogni esame e travolsi ogni ostacolo che si intrometteva tra me e il mio obbiettivo, e, da pulcino debole e implume quale ero, mi trasformai in un fiero cadetto che accese di luce lo sguardo di mio padre il giorno che mi vide marciare tra le fila dei miei simili, all’unisono, sfavillante nei finimenti d’ottone della divisa lucidati fino allo sfinimento, con lo sguardo che sprizzava salute e i muscoli sciolti e scattanti, frutto di innumerevoli levate all’alba e di estenuanti marce attraverso terreni impervi, con addosso lo zaino colmo e perfettamente equipaggiato per affrontare i disagi delle campagne in terre lontane e sconosciute. Una volta promosso sottotenente, superai di slancio tutti gli ostacoli, adattandomi senza sforzo alle privazioni di una vita grama ma colma di un significato che altrimenti non avrei mai trovato né dentro né fuori di me.

Ormai temprato ad affrontare l’ignoto delle colonie, fui impegnato dapprima in oscuri compiti di controllo agli imbarchi delle navi colme dei tesori sottratti a quelle terre generose: riso e pepe dalla Cambogia; tabacco e legni pregiati dal Laos; tè, lattice, zinco, stagno e carbone dal Viet Nam. Il mio compito era di tenere a freno con mezzi drastici e spietati (il confino, la detenzione e, nei casi più estremi sfociati in attentati terroristici, la ghigliottina) le teste più calde fra gli indocinesi: agitatori politici che, conservando gelosamente il sentimento di naturale appartenenza alla loro terra sottoposta al dominio coloniale straniero, tentavano di risvegliare nei compagni abbruttiti dalla fatica e dalle umiliazioni lo spirito combattivo delle antiche tribù guerriere da cui discendevano sin dalla notte dei tempi.

Quando scoppiò la guerra d’Indocina, fui destinato a Saigon con il grado di tenente e il comando di un plotone.

Il mio trasferimento avvenne in tempi rapidissimi: il mio compito era quello di dare man forte, nuove idee e nuova linfa vitale alle già sfibrate guarnigioni locali, che si erano lasciate cogliere impreparate dall’insurrezione dei Vietminh galvanizzati dai proclami di Ho Chi Minh, il loro redentore nazionale che predicava il vangelo comunista.

Quando approdai nella fitta giungla della quale avevo solo sentito parlare, rimasi letteralmente rapito dall’incredibile profumo delle ninfee affioranti dalle acque pluviali e dai venti che spiravano, insinuandosi tra una forra e una radura, portando semi, foglie cadute e lontani echi di battaglie nascoste nell’intrico della vegetazione.

Fu atroce, all’inizio, abituarsi al clima torrido e umido, ma il cognac francese e la cannabis vietnamita mi sostennero non poco nel sopportare una temperatura per noi assolutamente micidiale. Per prevenire l’insorgere della malaria, masticavamo di continuo pillole di atrabina: ma quando ci rendemmo conto che l’abuso di quel farmaco rendeva sessualmente impotenti, finimmo per gettarle via. Le scaramucce tra i giunchi, le canne di bambù, le liane, le larghe foglie che celavano splendidi fiori carnivori o velenosi, erano entrate ormai a far parte della mia realtà quotidiana, come se la sinergia della battaglia si fosse fusa alle meraviglie naturali del luogo.

Ogni mattina si usciva in perlustrazione, attenti alle trappole mortali che i guerriglieri Vietcong seminavano nottetempo, in completo silenzio, avvolti e nascosti dalla loro giungla, illuminati solo da uno spicchio di luna che per loro era risplendente come il sole di mezzogiorno.

Cercavamo, in ogni piccolo agglomerato di capanne, ancora abitato dalle donne e dai bambini, i sentieri quasi invisibili e le gallerie sotterranee immediatamente ricoperte dalla folta vegetazione perenne, che portavano ai rifugi dei Vietcong, mimetizzati nel fogliame cascante e incredibilmente intricato. La determinazione dei nostri nemici era dura e implacabile: intendevano sterminarci e cacciarci via dalle loro case di palme e bambù, dai loro

pozzi di acque semipalustri, dalle radure che a fatica sfuggivano all’abbraccio soffocante della giungla, dove seminare riso e cereali e pascolare piccoli armenti di capre e maialetti scuri di pelle.

Quando poi ci si incontrava – loro silenziosi come serpenti tra i rami frondosi, noi intruppati nel nostro marciare pieno di sussiego e di protervia – infuriavano carneficine spaventose: talvolta, svuotati i caricatori delle armi automatiche, si completava il lavoro all’arma bianca, con la baionetta o con il pugnale, tra grida soffocate e urla disumane che zittivano tutta l’infinita popolazione alata degli alberi generosi di nascondigli. Ci si scannava con diligenza, sia da una parte che dall’altra, fino a che la schiera rimasta più esigua di numero, a un gesto di mano silenzioso di un comandante Vietminh dall’uniforme di stampo cinese, o al mio perentorio comando di ritirata, cedeva il campo ai vincitori del momento. Il massacro svaniva in un attimo, così come si era acceso, sfumando nel lieve movimento di fronde che inghiottiva l’ultimo superstite in fuga. Qualcuno dei nostri, ripiegando, portava sulle spalle un compagno ferito che respirava ancora, anche se era destinato a crepare poche ore dopo, divorato dalla febbre scatenata dalla setticemia. Le ferite si trasformavano in ascessi purulenti in mezzo al lezzo dolciastro degli ospedali da campo: era come se il calore malsano sprigionato dalle tiepide piogge quotidiane istigasse le infezioni a propagarsi più in fretta nell’organismo. Un calore vivificante per la vegetazione, ma mortifero per la fibra di noi francesi, abituati alle arie frizzanti, pregne di iodio e di ozono, con cui l’immenso Atlantico lambiva le coste della Normandia e della Bretagna.

Al ritorno nel nostro accampamento seguiva il triste computo delle vittime, la cura dei feriti e la distribuzione di cibo, fumo e alcool agli scampati, stramazzati sulle loro brande o sotto il getto di docce rudimentali.

La sera trascorreva nello scrivere lettere all’innamorata lontana o nel leggere quelle arrivate con la posta, lasciando defluire i flussi palpitanti di adrenalina ancora presenti in ogni fibra. In tutti noi la paura e l’aggressività di chi lotta quotidianamente per sopravvivere convivevano con il dolore lancinante e la nostalgia amara di chi sa che sta pagando con la propria pelle i giochi sporchi della politica a Parigi.

A volte trascorrevano lunghi periodi di tregua, durante i quali si sentivano solo i rumori consueti dell’immensa giungla che ci circondava come una gigantesca cattedrale, i cui pilastri erano le arcate di fogliame lussureggiante che il sole intarsiava di arabeschi lucenti.

Noi seguitavamo a effettuare le nostre quotidiane perlustrazioni, ma subito captavamo dalla quiete priva di tensione dell’ambiente circostante che quel giorno si sarebbe consumato senza combattimenti. Erano le settimane durante le quali i nostri nemici si dedicavano alla coltivazione di riso e di cereali che noi avremmo poi sistematicamente bruciato, oppure mettevano in pentola qualche animale sopravvissuto alle nostre razzie, per donare un minimo di nutrimento ai loro corpi spossati dalla fatica della guerra e per garantire la sopravvivenza alle loro famiglie sfinite da una vita raminga.

Fu durante una di quelle tacite tregue che trovammo, sperduto e nascosto nel folto della giungla, un piccolo gruppo di capanne, completamente isolato, lungo le sponde di un placido fiume dalle acque giallastre. Nessuna traccia di nemici nelle vicinanze, ma solo alcune donne,  vestite di abiti dai colori vivaci, meno consunti del solito. Ce n’erano di giovani e di vecchie, e assieme a loro vagava qualche bambino che nello sguardo non sembrava racchiudere né il passato né il futuro.

Le strane abitanti di quella piccola comunità vivevano ai limiti della sussistenza, ma apparivano comunque piene di dignità e scevre di ogni paura: si intuiva che la loro era una posizione intermedia tra i due belligeranti. Ci accolsero con un suggestivo rituale sobrio e rispettoso, accostandosi a noi con sguardi sereni per porgerci fumanti tazze di tè forte e aromatico.

Noi ci sentimmo onorati da quella accoglienza inattesa, e tirammo fuori dai nostri tascapane tutti gli alimenti di prima necessità che facevano parte della nostro equipaggiamento. I nostri doni suscitavano occhiate piene di gratitudine, e quelle donne a stento trattenevano i loro bambini dal gettarsi famelici sulle gallette, sul latte condensato, sulla carne in scatola e sulle sardine sott’olio delle nostre razioni.

Si stabilì da quel giorno un legame molto forte fra noi soldati stranieri e le meravigliose abitatrici di quel Tempio privo di statue votive, che però odorava sempre d’incensi bruciati nel segreto delle ombrose capanne. Il nostro arrivo era atteso con una specie di serafica pazienza, con una gioia intimamente segreta.

In breve tempo si formarono delle coppie: offrendoci spontaneamente i loro corpi, quelle donne delicate ci dimostravano nel modo più naturale la loro gratitudine e il loro affetto. Le loro effusioni erotiche non assomigliavano neppure lontanamente a una qualsiasi forma di

prostituzione, e anche noi soldati rifuggivamo del tutto dalla violenza che di solito esercitano gli occupanti sulle donne del paese occupato. A poco a poco quel villaggio pieno di amache dondolanti si trasformava in un’oasi quieta e riposante fuori dal tempo e dallo spazio, come se avessimo trovato una dimora segreta, un inatteso rifugio proprio nel momento più furioso del tifone tropicale.

Per me, inoltre, esisteva un’immensa gioia in più.

Tra le piccole creature che vivevano in quell’inusitato anello di pace al centro di una delle più sanguinose guerre del secolo, c’era una bimba di quattro anni, di nome Kaiki, minuta e aggraziata nei movimenti, come se la danza e la musica le scorressero nelle vene assieme al sangue. La udivo cinguettare come un usignolo, felice del suo raggio di sole, quando mi vedeva arrivare, e mi correva incontro, cingendomi il collo con le sue manine come se volesse aggrapparsi alle corde di un’altalena che la spingeva tra le stelle.

E io la sollevavo in aria, perdendomi tra le sue risa cristalline, nel bruno lucente e acceso di quegli occhi identici ai frutti del mandorlo e del pesco, tanto l’ovale della forma spiccava nella freschezza di quel viso appena fiorito.

I giochi fra noi erano semplici e spontanei: io mi riposavo nell’ombra di una capanna, con la schiena appoggiata alle frasche, e Kaiki si trastullava a suo piacimento, indossando il mio elmetto, frugando nei miei svariati tasconi alla ricerca, come in una caccia al tesoro, di prelibatezze che io avevo accuratamente celato e delle quali negavo l’esistenza, facendo il finto tonto, fino a che la sua intrufolante manina scopriva il tubetto del latte condensato denso di zucchero, o una palla da tennis trovata tra le cianfrusaglie di ogni genere che ci spedivano da Saigon.

Man mano che scovava quegli attesi ma sempre nuovi tesori, gli occhi di Kaiki si illuminavano di gioia e di meraviglia, e io pure fremevo di contentezza, nel vedere quel visetto di bimba, dipinto con la gravità di una statua votiva, perdere la sua compostezza di maiolica per aprirsi in un sorriso che varcava gli oceani, cancellava le guerre, annullava le differenze di pelle e di razza.

Il riso dei bimbi è l’unica vera uguaglianza su questo pianeta, insieme alla morte…

Ma ciò che è bello non dura mai a lungo…

Quel giorno il silenzio nella foresta era impenetrabile e denso di minacciosi presagi. Le nostre perlustrazioni si erano rivelate infruttuose, e i vapori umidi della giungla tropicale ci avvolgevano come un sudario, rendendoci il fiato affannoso e imperlando la divisa di macchie umide e scure.

All’approssimarsi del buio, mi resi conto che eravamo ancora assai distanti dall’accampamento ma invece abbastanza vicini alla nostra oasi di felicità. Un’insopportabile stanchezza rallentava il nostro cammino, ci sentivamo stremati nel corpo e svuotati nella mente.

Dopo un’intera giornata passata a dare la caccia a fantasmi che comparivano all’improvviso per poi svanire subito dopo nel fitto della vegetazione, fummo assaliti dalla nostalgia per la calda accoglienza che sempre ci veniva riservata nel villaggio delle nostre amiche. E così tornammo verso le donne del Tempio.

Il villaggio ci accolse con il consueto calore: appena posammo i piedi nel cerchio più scuro disegnato dalle ombre delle capanne, le abitatrici accorsero festose verso di noi, e Kaiki mi saltò tra le braccia come era sua abitudine.

Fu allora che, all’improvviso, si scatenò un inferno di fuoco e di fiamme, e una torma di Vietminh ci piombò addosso, scaricando all’impazzata raffiche ululanti con le armi automatiche. Nel trascorrere di pochi istanti che parvero un’eternità, in un interminabile ralenti di morte, mentre le capanne si scheggiavano in sibili violenti tutto intorno a noi, e pezzi di legno si staccavano fischiando sotto l’impatto dei proiettili, le nostre amiche caddero una dopo l’altra, come delicati fiori recisi da una forbice impudica e feroce, macchiando di rosso acceso le lunghe tuniche colorate e i bei capelli corvini portati sciolti lungo le spalle. In pochi minuti la nostra oasi di pace era diventata una palude di desolazione e di orrore.

«Tenente! I Vietminh sono troppo superiori di numero! Non ce la faremo mai a respingerli! Dobbiamo ripiegare in ordine sparso se vogliamo salvare le pelle!»

La voce del mio attendente mi giunse nitida anche se ovattata, mentre, facendole scudo col mio corpo, stringevo a me la piccola Kaiki, che singhiozzava sommessamente, tremando e invocando disperatamente la madre.

Mi resi conto in un attimo che tutto era perduto.

Il piccolo villaggio circolare ardeva di vampate scarlatte in ogni capanna. Nessun grido di donna risuonava più nell’aria e le abitatrici del Tempio giacevano mute come farfalle abbattute da un vento maligno, con le fragili ali spezzate, affogate per sempre nelle chiazze vermiglie del loro sangue innocente.

Mi rassegnai a dare il segnale della ritirata, alzando una mano, come per dare un pugno al cielo, e, sempre stringendo a me la mia piccola «fiore di loto», mi acquattai camminando all’indietro, cercando di uscire da quel muro di fuoco e di spari per portare in salvo con me almeno lei.

Ma, a un tratto, un brivido la percorse tutta e la sentii emettere un piccolo leggero singulto di sorpresa e di dolore: subito dopo Kaiki si adagiò esanime tra le mie braccia. Mi fermai, al  iparo di un fitto gruppo di alberi e mi chinai su di lei, scostandola un poco da me, per rendermi conto di cosa le fosse successo, per medicare la piccola ferita provocata dalla pallottola di striscio che aveva sfiorato il mio elmetto, deviando il suo corso. Ma ai miei occhi increduli si presentò l’immagine del suo solare, immutato sorriso ormai spento per sempre negli occhi ancor aperti ma privi di luce, mentre il suo sangue mi scorreva in rivoli carminio tra le dita e lungo i polsi, inzuppando le mie maniche, la camicia e quegli sporchi pantaloni da soldato che tanto le piacevano, perché nascondevano sempre nelle tasche qualcosa di buono o di bello per lei.

Restai così, come paralizzato, a guardare il suo sangue che continuava a laccare, sempre più lentamente, le mie dita, su cui lei aveva posato quella sua delicata testolina, ed i riflessi rossi si mescolarono per sempre nella mia mente a quelli neri di ogni uomo o donna uccisi durante quella guerra inutile quanto disumana, della quale anch’io mi sentivo in parte responsabile.

Le braccia robuste del mio luogotenente mi strapparono alla mia paralisi, staccandomi rapidamente ma senza brutalità da quell’essere amato che ormai altro non era che uno straccio sporco di sangue…

Mi trascinarono via, e io sentii le mie gambe correre, e la mia voce, con l’autorità di sempre, chiamare a raccolta i miei uomini verso una salvezza che si palesava difficile ma che raggiungemmo, centuplicati nelle forze dallo scempio del nostro rifugio segreto, ammazzando i nemici senza tregua, con i denti digrignati in una frenesia da forsennati.

Nei giorni che seguirono nessuno parlò più dell’accaduto, tanto ci sentivamo in colpa per aver attirato i nostri nemici verso quel luogo di pace e di armonia. Ma per me era una consapevolezza ancora più dolorosa, perché mia era stata la responsabilità della scelta di fermarci lì quella sera, e più ci pensavo, più mi assalivano morsi allo stomaco, violenti e continui. Mi aggiravo per l’accampamento, torvo, in disordine, come nessuno mi aveva mai visto prima, ossessionato dai fantasmi delle donne morte per colpa mia, e mi guardavo le mani, che, se pur lavate e rilavate energicamente, mi sembravano sempre orribilmente lorde del sangue della piccola Kaiki, sangue innocente che mi ricadeva addosso come una maledizione.

Il passo fu breve, da quei fantasmi singoli alla moltitudine degli altri, sconosciuti, infiniti: tutti mi passavano davanti, mi sfioravano girandomi intorno, ricordandomi le loro vite che avevo soppresso, stracciato, gettato alle ortiche senza altro motivo al di fuori della mia incapacità di dare un senso alla mia esistenza.

Perché se io non avessi accettato di costituire uno degli ingranaggi di quella malefica e disumana macchina di morte chiamata Esercito, non avrei mai stroncato le loro esistenze: avrei consumato i miei giorni tra i futili cicisbei di mia madre, vivendo senza scopo, sciupando il mio tempo in un ozio sterile e vacuo, ma tutto sommato inoffensivo.

E forse sarebbe stato meglio così…

Quel nulla io l’avevo trasformato in sangue, in grida di dolore e di morte di esseri umani dei quali non sapevo niente, e nel martirio, ancora conficcato nella mia memoria, dell’unica creatura che avessi mai amato in questa mia vita desolata.

Quel delirio insensato si protrasse per alcuni giorni, e ammutolì l’intero plotone, in una specie di irreale sospensione temporale. Poi, come un lampo all’orizzonte in una limpida e rovente giornata d’estate, tutto cambiò nuovamente: radunai i miei uomini, che si rallegrarono nel vedermi di nuovo pettinato, sbarbato, con la divisa mimetica riordinata e gli anfibi ripuliti dal fango. Tutti pensarono che avessi superato finalmente lo shock, e si strinsero con rinnovato entusiasmo attorno al loro comandante redivivo. Li feci mettere in riga e li passai lentamente in rivista. Con affetto virile, pieno di commozione, ricordai ai miei uomini i sacrifici che avevano affrontato in guerra, la dedizione che avevano mostrato verso i commilitoni, al punto da non lasciare mai nessuno (neppure i cadaveri) nelle mani dei Vietcong, che, noi lo sapevamo, avrebbero infierito sui loro corpi, vivi, morti o moribondi, con rabbioso accanimento. Li abbracciai tutti, uno per uno, con le lacrime agli occhi, con l’intima consapevolezza che quelli erano gli ultimi momenti che trascorrevo con loro.

Poi, visibilmente turbato, tornai nel mio alloggiamento: avevo già deciso in segreto di mettermi sulle tracce degli uccisori di Kaiki, per rinfacciare a quegli implacabili nemici, che ormai mi ero nauseato di ammazzare, tutto l’orrore della bestiale e fratricida carneficina che avevano compiuto. Sgusciai via dall’accampamento alle prime luci dell’alba, sfuggendo allo sguardo vigile delle sentinelle, e nel giro di una giornata, attraversando forre incredibilmente intricate e guadando una bassa palude costellata di sabbie mobili, raggiunsi l’accampamento dei Vietminh che avevano seminato la morte nel villaggio delle donne del Tempio.

Nonostante le urla minacciose che mi riecheggiavano nelle orecchie, seguitai ad avanzare verso di loro allo scoperto, a mani nude, con lo sguardo fisso e impassibile.

Una raffica di mitragliatrice mi sibilò in mezzo ai piedi, sollevando uno sbuffo di polvere. Non me ne curai, avvicinandomi ancora di più. Un ufficiale dei Vietminh che conosceva bene il francese mi intimò per l’ultima volta di fermarmi e di sollevare in alto le braccia, altrimenti sarei finito sotto il fuoco incrociato di decine di cecchini. Ignorai il suo avvertimento e continuai ad avanzare, sorridendo.

Quando spalancai le braccia, partì la raffica letale.

Che la mia sia una breve agonia! fu il mio ultimo pensiero mentre le pallottole mi penetravano nella carne, squassandomi come chicchi di grandine metallica piovuti improvvisamente dal cielo livido sopra di me. Mentre il mio spirito si separava dalle mie membra agonizzanti, vidi le mie mani macchiate dal sangue di Kaiki tornare pulite e innocenti come un tempo, purificate nel medesimo istante in cui morivo. Mi adagiai in una pace luminosa, felice di aver smesso per sempre di uccidere.

La Patria avrebbe dovuto cercarsi altri carnefici, altri assassini…

Non troverete una tomba davanti a cui fermare il vostro passo per posare un fiore. Fermate invece il vostro pensiero e la vostra coscienza sulla soglia della violenza che si annida dentro ognuno di voi, e lasciate che la mia morte si trasformi in un insegnamento prezioso, in una minuscola goccia destinata ad alimentare l’immenso fiume inarrestabile dell’amore universale.

 

 

 

 

GERARD

 

 

Persino le stelle sembravano stanche di attendere l’alba.

Venne infine con un chiarore di madreperla allo zenit,

come non avevo mai visto prima ai tropici: senza brillare,

 quasi grigia e con uno strano ricordo di latitudini elevate.

 

Joseph Conrad, La linea d’ombra.

 

Nel 1701, agli albori di quello che sarebbe stato ricordato come il Secolo dei Lumi, in Europa divampa la guerra di Successione spagnola: la Francia del Re Sole lancia una sfida temeraria a una coalizione di sette stati (Inghilterra, Paesi Bassi, Austria, Prussia, Hannover, Portogallo e Savoia), pur di insediare un principe della casa di Borbone sul trono vacante di Spagna.

Lo scettro d’Inghilterra è nelle mani dell’ultima delle Stuart, Anna, che si dimostra lungimirante affidando il comando dell’esercito a uno degli strateghi più geniali dell’epoca, sir John Churchill, duca di Marlborough. La Marina da guerra di Sua Maestà britannica, al comando dell’intraprendente quanto corpulento ammiraglio Sir George Rooke, domina gli oceani e incute un vero e proprio terrore ai vascelli francesi e spagnoli che vanamente tentano di sbarrarle la rotta verso Gibilterra…

 

Correva l’anno 1701, e la guerra contro il Re Sole, che aveva come posta in palio la corona di Spagna e quindi il dominio sulle ricche colonie dell’America meridionale, era iniziata da pochi mesi. Io, capitano di lungo corso della Marina da guerra di Sua Maestà britannica, veleggiavo a caccia di vascelli francesi e galeoni spagnoli nel mar dei Caraibi, dove era fiorente il traffico di schiavi neri africani scambiati con zucchero, melassa e legname.

Avevo appena compiuto trentadue anni, ma già ero segnato, nel volto scavato e nei capelli precocemente argentati, dalla durezza dei miei doveri di ufficiale, che non concedevano spazio a sentimenti di pietà o di compassione.

Colto e autoritario, possedevo una forte attitudine al comando, e proprio per questo ero amato e rispettato dai miei uomini, legati a me personalmente più che a Sua Maestà la regina. Anna Stuart infatti aveva fama di donna fragile e cagionevole, dedita a passioni saffiche che la rendevano succube della favorita del momento, la bionda e voluttuosa Sarah Churchill, moglie del duca di Marlborough, raffigurata dai ritrattisti di corte con le forme sinuose fasciate di raso rosso e un seno prorompente che traboccava da una vertiginosa scollatura.

Agli occhi dei miei marinai la sovrana appariva distante, quasi remota, anche se le dedicavano il sudore quotidiano che scorreva sulla pelle seccata dalla brezza salmastra, il sangue che versavano in combattimento e talvolta anche l’ultimo rantolo prima di morire.

La nave da battaglia che comandavo, il Phoenix, era un poderoso vascello di linea da poco elevato alla seconda classe, con 85 cannoni da 36 libbre disposti su tre ponti di batteria. Io ne andavo fiero, e quando dirigevo le esercitazioni di fuoco guardavo con orgoglio i profili lucidi e scuri dei cannoni che lentamente emergevano dalle feritoie, per poi sprigionare una scarica a salve fra le onde dell’oceano, con una sincronia matematicamente perfetta. Lustrate e oliate con meticolosità quasi maniacale dai miei esperti cannonieri, le bocche da fuoco del Phoenix incutevano una specie di terrore irrazionale ai vascelli francesi e ai galeoni spagnoli che ci capitava di incrociare. Il più delle volte, sfruttando la loro maggiore velocità, le navi nemiche non osavano affrontarci e filavano via a vele spiegate, scomparendo ben presto dall’orizzonte fra i fischi e le urla di scherno del mio equipaggio.

Fra una missione di guerra e l’altra, il Phoenix talvolta gettava l’ancora in qualche porto delle colonie americane di Sua Maestà nei Caraibi: a Dominica, in Giamaica o nella rada di St. George’s Caye in Honduras. E in questi paradisi naturali i piantatori inglesi mi offrivano i corpi di giovani schiave negre o mulatte, con folte chiome brune e ricciolute profumate di balsami esotici e ornate di fiori, e i seni appena celati da veli variopinti e trasparenti. Ma io restavo insensibile alle loro lusinghe, e non reagivo alle loro occhiate maliziose e ai loro sfioramenti lascivi: mi congedavo dopo aver lasciato un buon ricordo di me donando a quelle incantevoli creature collane e monili di perle d’acqua dolce e qualche scellino d’argento.

Finivo quasi sempre per appagare i miei sensi attraverso i peccati di gola, partecipando ai raffinati banchetti offerti dall’aristocrazia creola in sontuose villette dalle arcate in stile coloniale adorne di fioriere variopinte e di tappeti verdeggianti di edera. Il rhum giamaicano, servito assieme a chicchi di prelibata uva sultanina, mi scendeva lentamente in gola, morbido come una carezza, e accompagnava le portate ricche di gusto e di colore che costituivano il vanto della cucina del Caribe: frutti di avocado ripieni di polpa di granchio, gamberoni e aragoste alla griglia, l’impareggiabile zuppa di carne di maiale attorniata da cavoli stufati nel latte di cocco.

Tutte pietanze altamente afrodisiache, e ciononostante io restavo arroccato nella mia austera e inaccessibile castità, il che spesso lasciava un tantino sconcertati i ricchi commensali con i quali amabilmente conversavo dopo cena, sorseggiando cachaça alla melassa…

La verità era che a me non interessava fare l’amore con una donna. Anzi, mi ripugnava. Perché ero un uomo che amava possedere, nel corpo e nell’anima, la virilità di altri uomini. E su questo nessuno trovava da ridire: era un costume ormai consolidato, tra i marinai di lungo corso, sfogare le proprie voglie carnali sui giovani mozzi. Si trattava quasi sempre di orfani prelevati dalle strade fumose e violente della Londra notturna, o dai meandri di oscuri e infidi porti, infestati di furfanti e tagliagole della peggior specie: almeno sulla nave quei ragazzini abbandonati trovavano un minimo di protezione, e rimediavano un pasto quotidiano che permetteva loro di sopravvivere e di raggiungere l’età adulta.

Io comunque non mi sentivo attratto dai mozzi: i miei gusti erano più eleganti e raffinati. Sceglievo un attendente personale, cercandolo in mezzo alla piccola nobiltà cadetta. Prediligevo creature robuste ma con qualche tratto femmineo: simili agli androgini scolpiti dagli antichi scultori greci come Fidia e Prassitele. Li preferivo quasi adolescenti, creta ancora molle da modellare secondo le mie esigenze e i miei gusti: in certi momenti mi sentivo quasi la reincarnazione di Adriano, l’imperatore romano che aveva amato il bellissimo Antinoo. Non ero paterno, e tantomeno possessivo, ma restavo in bilico fra un atteggiamento protettivo e un certo signorile distacco. Plasmavo quelle giovani creature rendendole docili ai miei voleri ma senza mai intaccare la loro dignità: anzi, ne favorivo l’elevazione, e una volta cresciuti e maturati, li destinavo a nuove mansioni su altri vascelli, staccandomi da loro senza rimpianti dopo aver favorito in tutti i modi il loro avanzamento di carriera.

Quando Gerard, nato in Inghilterra da una coppia di artigiani benestanti (il padre, di nome Téssier, era di origine bretone, la madre gallese) venne a cercare nuovi orizzonti a bordo del mio vascello, arruolandosi come mozzo, per la prima volta io decisi di trasgredire alla regola che mi ero imposto fino a quel momento. La sua chioma corvina e ricciuta ondeggiava tutti i giorni in mezzo alla ciurma, e la sua voce dal timbro ancora sospeso tra l’adolescenza e la giovinezza risuonava addolcita e graffiata da una erre arrotata e un po’ afona. Io la trovavo nello stesso tempo aggraziata e impertinente, in perfetta armonia con la luminosità dei suoi occhi verdi, dai quali traspariva un’intelligenza acuta. Lo scelsi d’impeto, ma forse fu lui a scegliere me: dismessa la divisa a righe da mozzo, ottenne un’elegante uniforme bianca, orlata di blu, quella che indossavano sempre i miei attendenti. Gerard diventò ben presto la mia ombra, il mio silenzioso alter ego. Sembrava capace di intuire i miei desideri e di prevedere le mie necessità in anticipo: il tè era già pronto prima ancora che io lo ordinassi, e se in una ventosa notte insonne rischiarata dalla luna piena mi assaliva la voglia di ingollare un bicchiere di rhum, me lo ritrovavo all’improvviso fra le mani come se Gerard mi avesse appena letto nel pensiero.

Fu proprio durante un plenilunio agitato dagli alisei che Gerard si intrufolò nella mia cabina, adagiando il suo corpo accanto al mio. Per la prima volta ritrovavo quel calore che soltanto le braccia di mia madre avevano saputo donarmi, e di cui ero stato brutalmente privato all’età di dodici anni, quando mi avevano destinato al Royal Naval College di Greenwich, nel solco di una tradizione di famiglia risalente a due generazioni prima.

Io ricambiavo pienamente l’amore di Gerard, ma non lo ammisi a nessuno, né a me stesso, né a lui. L’amore è assoluto padrone di chi lo accoglie, e si palesa di propria incontrastabile volontà a onta di tutto e di tutti. Non ero abituato a quel fremere di pelle, a quel turbamento sia fisico che mentale, alla sensazione di cedimento delle ginocchia al suo apparire, mentre lui, fiero della breccia scavata dentro il mio animo, così profonda e inattesa, si intrecciava a me nella solitudine della prua, profumata di venti lontani, mentre sotto coperta aleggiava l’odore acre e salato proveniente dalla ciurma addormentata.

Purtroppo la mia metamorfosi non era sfuggita all’equipaggio: io, l’inflessibile master and commander, apparivo infiacchito da questa passione quasi senile, che intaccava il mio carisma, sfilacciandolo come una lisa tela di vela da gettare assieme agli stracci per lucidare i ponti e gli ottoni. Questo amore così inaspettato aveva aperto una falla dentro di me, e io continuavo a imbarcare acqua, rischiando di affondare. Fu così che, sia pure con la morte nel cuore, lo allontanai da me: gli concessi una promozione che in realtà era una rimozione.

Come nuovo attendente scelsi un cadetto appartenente alla nobile stirpe scozzese dei Mc Alpine, di nome Vincent, calmo e taciturno, avviato a una brillante carriera destinata a imprimere sui legni lucidi dei vascelli di Sua Maestà i tratti del blasone di famiglia: un ragazzo alto, flessuoso, pieno di vigore, rosso di capelli e dalla carnagione marmorea, quasi trasparente, costellata di efelidi. Le sue iridi azzurre carpivano in ogni momento il colore del mare e del cielo… e proprio su Vincent presi a sfogare la rabbia che provavo per la dolorosa rinuncia a cui ero stato costretto. Un furore sordo che mi arroventava le viscere, bruciando come una piaga purulenta.

Quel tenue rivolo di sangue che vidi scorrere lungo l’arcata ancora acerba delle sue cosce sancì di nuovo il mio riaffermato potere virile. Vincent accettò tutto senza un solo lamento: al contrario, da allora la sua fedeltà si mostrò inossidabile. E io lo ricompensai gettando sul piatto della bilancia tutta la mia influenza per garantirgli una rapida e prestigiosa carriera da ufficiale di lungo corso.

Una nuova energia mi scorreva dentro: l’odore acre della polvere da sparo esaltava il mio coraggio, e Vincent si mostrava egualmente intrepido, restando sempre al mio fianco nel bel mezzo di un cannoneggiamento o di un abbordaggio. Navigando in mezzo alla calura tropicale del giugno 1704, al largo di Trinidad, il mio vascello affrontò temerariamente un galeone da guerra spagnolo di stazza doppia alla nostra, il Nuestra Señora de Guadalupe: fu un eccitante quanto terribile gioco d’azzardo. Ordinai al timoniere un’improvvisa virata di prua, sconcertando il capitano nemico con una mossa così imprevedibile: mentre l’equipaggio del galeone spagnolo era ancora indaffarato a caricare la polvere nelle sue temibili bocche da fuoco, noi eravamo già pronti a prenderlo d’infilata con una bordata ravvicinata.

Il mare era agitato, per cui il nostro terzo ponte di batteria, che quasi pescava in acqua, aveva dovuto chiudere i portelli per non essere invaso dalle onde. Disponendo di due sole file di cannoni, non potevamo permetterci di sprecare nemmeno un colpo: se al galeone fosse rimasta la possibilità di rispondere al fuoco, le sue cannonate avrebbero fracassato la nostra alberatura, condannando il Phoenix a una drammatica agonia.

L’avvicinamento fra le due navi avvenne in un’atmosfera plumbea e come sospesa: l’odore della paura aleggiava ovunque, e se aguzzavo le orecchie mi sembrava di percepire i denti dei miei marinai che stridevano per lo spasimo che li attanagliava. Mi sentivo gli occhi intrappolati in una morsa rovente: rivolsi a Vincent uno sguardo lucido e febbricitante.

«Hai predisposto la catena di comando come ti avevo ordinato?»

Mi rispose fissandomi dritto negli occhi.

«Alla lettera, master

«Ottimo. Fra il mio ordine e il fuoco dei nostri cannoni non dovranno trascorrere più di cento battiti di cuore. Te la senti di garantirmi questo intervallo? Ricorda che un attimo in più o in meno potrebbe segnare il confine fra la vita e la morte per il Phoenix e per l’intero equipaggio…»

Sul viso di Vincent affiorò un sorriso sornione: adoravo questo suo aplomb tipicamente scozzese.

«Te lo garantisco offrendo in pegno la mia vita, master

Le sue parole mi rasserenarono del tutto: potevo contare su di lui, e per questo le nostre possibilità di vittoria stavano lievitando come una pagnotta appena infornata.

Il Nuestra Señora de Guadalupe incombeva sempre più minaccioso, varcando le onde come una torre di Babele irta di vele e di cannoni. Io tentavo disperatamente di calcolare il tempo necessario ai cannonieri spagnoli per armare la loro artiglieria che, di calibro superiore alla

nostra, richiedeva un caricamento lungo ed estenuante.

A noi bastava precederli di qualche istante, di qualche battito di cuore solamente.

Vidi le feritoie del galeone – ormai così vicine che potevamo distinguere i volti dei fucilieri spagnoli allineati lungo il ponte centrale – che lentamente si spalancavano per vomitare i profili neri dei cannoni pronti a polverizzarci.

Non si poteva più indugiare.

«Ora!» ringhiai verso Vincent con gli occhi stralunati dalla tensione.

Presi a contare mentalmente fino a cento: mentre stavo per scandire il numero 99 i nostri pezzi d’artiglieria rincularono con impeccabile sincronismo. Vincent aveva eseguito i miei ordini come un automa, aggirandosi fra i cannonieri neri di fuliggine e con i muscoli vibranti di tensione. Centrato in pieno nella polveriera dalla scarica della nostra artiglieria, il galeone spagnolo saltò in aria con una eruzione scarlatta e arancione che parve incendiare persino le onde del mare: alcuni frammenti anneriti di legno e di metallo schizzarono sul mio ponte di comando, sfiorandomi le tempie con un sibilo minaccioso.

Vincent fu colpito da una scheggia di striscio, e prese a sanguinare dalla fronte: ma non si scompose più di tanto. Con un sorriso lievemente sardonico sulle labbra, tamponò la ferita usando un fazzoletto ricamato con le sue cifre che gli avevo donato, e seguitò a impartire ordini all’equipaggio con la sua voce nitida e sonora.

Un fuciliere, colpito al petto da una pallottola spagnola, si contorceva ai suoi piedi con un rantolo strozzato: Vincent si chinò su di lui e, lanciandomi un’occhiata rassicurante, lo sostenne fra le sue braccia. Poi gli appoggiò l’orecchio sul cuore, rimase assorto per qualche

istante e infine rialzò la testa di scatto, rivolgendosi a uno dei nostri sottocapi.

«Respira ancora! Portatelo in infermeria, subito!»

Io contemplavo estasiato il mio magnifico guerriero, che sembrava scaturito da una pagina dell’Iliade.

Non mi accorgevo che, a pochi metri di distanza da me, un altro ufficiale scuro e sudato combatteva come un demonio vicino al bompresso, rodendosi il fegato per la mia indifferenza nei suoi confronti: era Gerard.

Il furore di un innamorato respinto poteva rivelarsi più devastante di una cannonata, ma io in quel momento non me ne rendevo conto, assorbito da quella nuova e rigenerante passione per Vincent.

Vedendosi messo da parte, Gerard si sentì divorare dalla fiammata della gelosia. Devastato dal rancore, finì per incarnare il lato oscuro di quella pallida e luminosa luna piena che era stato tra le coltri della mia cuccetta nella solitudine notturna. Divenne violento e prevaricatore con i più deboli e remissivi, lunatico e ipocondriaco, sempre più di frequente sbronzo di rhum.

Una settimana dopo l’affondamento del Nuestra Señora de Guadalupe, incrociammo nelle acque attorno a Santo Domingo la fregata francese Naïade, rimasta isolata dalla squadra navale di cui faceva parte a causa dei danni subiti durante un fortunale. Si trattava di una preda abbastanza facile da inseguire: feci puntare la prora nella sua direzione, e quando fu a portata di tiro una bordata dei nostri cannoni le decapitò l’albero maestro, scatenando il panico fra i suoi marinai. Seguirono altre scariche altrettanto precise e micidiali, che fracassarono le feritoie da cui sporgevano le bocche da fuoco nemiche, quasi tutte ridotte così al silenzio. Smantellati i cannoni francesi, il Phoenix fu in grado di avvicinarsi senza correre rischi eccessivi.

Ordinai a Vincent di preparare l’abbordaggio, e lui mi propose di affidare il comando di un plotone a Gerard, per consentirgli di riscattare la sua recente condotta rissosa e indisciplinata. Mi parve una proposta sensata: convocai Gerard sul ponte di comando, e, quando apparve davanti a me con la divisa trasandata e l’andatura barcollante, mi resi conto immediatamente che si era per l’ennesima volta ubriacato in servizio. Mi invase una collera glaciale, ma decisi comunque di mandarlo all’arrembaggio della nave nemica, dalla quale, via via che ci avvicinavamo, proveniva un fuoco di fucileria di crescente intensità.

Già qualche pallottola prese a fischiarmi accanto alle orecchie, mentre i fucilieri del Phoenix rispondevano al fuoco francese imprecando e bestemmiando in un caos di polvere e di spari.

«Guardiamarina Téssier!» gli intimai a voce alta con lo sguardo impassibile e le mani intrecciate dietro la schiena, «Ti affido il comando del primo plotone d’arrembaggio. Al mio segnale, abborderai la nave nemica e ne prenderai possesso nel nome di Sua Maestà la regina!»

Il mio ordine lo lasciò come inebetito, e questa sua imbelle reazione mi rese ancora più furibondo.

«Hai inteso quel che ti ho ordinato, guardiamarina Téssier?» gli sbraitai addosso stravolto dall’ira.

Lui rispose farfugliando qualche parola per me incomprensibile, ma comunque mi rivolse un cenno di obbedienza e, incespicando un paio di volte, scese in basso a raggruppare gli uomini che avrebbe dovuto guidare all’arrembaggio. Puzzava di rhum come un ubriacone da fiera, ma trovò la forza di impugnare una pistola e, concentrandosi spasmodicamente, riuscì anche a caricarla e a predisporne la pietra focaia.

Le pallottole francesi fioccavano tutto intorno, e l’aria era impregnata di un fumo acre che mozzava il respiro.

Sguainai la sciabola d’ordinanza, e, seguito come un’ombra da Vincent, radunai dietro di me un manipolo di marinai scelti: saremmo stati noi, sotto la copertura del fuoco di fucileria, a formare la seconda ondata dell’arrembaggio, usando come ponte il nostro albero di bompresso appositamente impigliato nel sartiame della fregata nemica. I rampini schioccarono vibrando lungo la murata della Naïade, mentre le urla e gli spari diventavano assordanti. Il nostro fuoco di fucileria, intenso e preciso come una tempesta di grandine, falcidiava le file dei francesi, che si stavano sbandando sotto l’urto del nostro abbordaggio. Gettai un’occhiata verso il primo plotone e vidi che si era già scagliato oltre la murata nemica,

ma la divisa bianca orlata di blu di Gerard non compariva in mezzo ai marinai. Era già stata inghiottita nel furore della mischia? Il mio pensiero si rivelò errato: aguzzando lo sguardo, scorsi tra il fumo denso della battaglia Gerard inginocchiato sul ponte che vomitava, con i palmi delle mani appoggiati sulle assi di legno dell’impiantito.

I conati gli scuotevano il petto, mentre gli uomini che avrebbe dovuto guidare lo scavalcavano lanciando grida bellicose, non senza prima avergli rivolto un’occhiata di disprezzo, o aver addirittura sputato nella sua direzione. Il suo secondo, un giovane guardiamarina irlandese di nome O’Kelly, aveva assunto il comando seduta stante, e, benché colpito da una pallottola di striscio alla spalla, continuava a incitare i miei marinai che già sciamavano sul ponte nemico travolgendo ogni ostacolo con una furia da indemoniati.

Con tre balzi piombai giù dal ponte di comando e volai addosso a Gerard, tempestandolo di calci e di percosse con il piatto della mia sciabola.

«Tirati su, vigliacco, e combatti!» urlavo mentre la punta del mio stivale gli affondava nel fianco.

Ma lui, rannicchiato in una posizione quasi fetale, non reagiva, in preda a un tremito da epilettico.

Fu Vincent, accorso al mio fianco, a levarmelo dalle mani spingendomi via con tempestiva brutalità: se non fosse intervenuto, sono convinto che avrei finito per ammazzarlo, lui che era stato la mia luce e la mia perdizione, e che ora si comportava da ignobile codardo…

L’insubordinazione di Gerard in faccia al nemico non poteva essere tollerata. Terminati i festeggiamenti per la cattura della Naïade, decisi di infliggergli una pena corporale davanti a tutto l’equipaggio schierato sul ponte centrale.

Legato a torso nudo all’albero maestro, ricevette proprio dal suo rivale Vincent le quindici scudisciate prescritte dal regolamento marinaresco, sotto gli sguardi ammutoliti dei compagni. Ogni frustata che gli solcava la schiena di vermiglio era inferta anche al mio cuore,

che sentivo palpitare e sanguinare a ogni colpo.

Terminata la punizione, nell’aria raffreddata dagli schizzi delle onde contro le paratie pareva aleggiare invisibile il timore che ero tornato a incutere ai miei subordinati: avevo recuperato la loro stima, anche se a un prezzo terribile, atroce…

Gerard fu slegato, e, sanguinante ma indomito, si diresse verso la sua cabina, fendendo la folla che gli faceva ala aprendosi al suo incedere barcollante. Oltraggiato nel corpo e infangato nell’onore, Gerard ostentava un sorriso amaro sempre più simile a un ghigno truce e beffardo, frutto di un orgoglio ancora vivo e feroce, come se la punizione subita lo avesse esaltato invece di umiliarlo…

Nei giorni seguenti la nave veleggiò in acque tranquille: avevamo appreso la sensazionale notizia che il nostro Lord del Mare, Sir George Rooke, aveva strappato agli spagnoli la rocca di Gibilterra. La guerra volgeva a nostro favore, e l’arroganza del Re Sole era stata debellata sia sui campi di battaglia che sulle onde degli oceani. Presto una pace vantaggiosa per l’Inghilterra avrebbe nuovamente regnato in Europa.

Gerard pareva aver ritrovato la padronanza di se stesso, e svolgeva con rinnovata energia i suoi compiti quotidiani, mentre Vincent mi restava accanto senza dare troppo nell’occhio, rimarginando lentamente le cicatrici di una pena d’amore ormai dimenticata e sepolta nei meandri della mia memoria.

Una mattina, levandomi alle prime luci dell’alba, in preda a un tormentoso presentimento, come l’imminenza di un tifone, mi precipitai fuori dalla mia cabina, non ancora del tutto vestito, e andai a sbattere, nella penombra dello stretto corridoio, in un ostacolo umano che al mio impatto emise un tonfo sordo, simile a un lamento gutturale.

Era il corpo di Gerard, ormai irrigidito nel rigor mortis, che pendeva esanime dalla trave che sorreggeva la plancia sopra la mia cabina: si era impiccato con la sua cintura di cuoio.

Pur nella devastazione della morte, che aveva soffuso di violaceo il colore dorato della sua pelle, la smorfia delineata sul suo viso era molto simile a un sorriso.

I suoi riccioli neri, oscillanti nel rollio leggero della nave, sembravano pensieri che volavano via, finalmente liberati…

Il mio grido strozzato svegliò di colpo Vincent, che accorse subito e rimase impietrito per un attimo accanto a me, guardando inorridito i lucidi occhi verdi del cadavere, puntati su di me in un ultimo vitreo sguardo amoroso.

Poi il mio attendente si riscosse, tagliò con l’affilato coltello che portava alla cintola il cuoio che reggeva il corpo del giovane suicida, e infine lo sollevò fra le sue braccia robuste e lo portò via, risalendo le ripide scale che conducevano fuori dalla coperta.

La salma fu adagiata delicatamente sul legno del ponte ancora intriso dall’umidità della notte appena trascorsa.

La luce lunare, ormai quasi svanita, parve depositare un’ultima carezza sul viso smorto di Gerard, levigato come una maschera mortuaria scolpita nell’avorio.

Così si spense l’unico vero grande amore della mia vita, e quel suo bel corpo straziato ritrovò la sua pace solo quando fu avvolto in un bianco sudario di lino e lasciato scivolare lentamente lungo la tavola di legno spalmata di cera che consegnava alle onde del mare tutti coloro

che morivano combattendo sui vascelli di Sua Maestàm la regina d’Inghilterra, Scozia e Irlanda.

 

 

 

 

IRIS

 

 

Il cortile della scuola materna era vasta e rettangolare e a me sembrava immenso, tutto orlato di alte robinie dalle foglie ovali di un verde tenero e acceso, che a primavera si rivestivano di grappoli di fiori bianchi e fragranti, dolcemente ricurvi e chiusi in loro stessi, come a celare un dolce segreto. Ne succhiavo il nettare, dopo aver raccolto a manciate quelli ormai maturi, caduti al suolo.

Al centro del grande spiazzo c’era un teatrino poggiato su tre alti gradini, coperto da un tetto a forma di pagoda, dove noi bimbi, guidati dalle nostre maestre, recitavamo lo spettacolo di fine anno, intonando canzoncine ripetute all’infinito per tutta la durata delle lezioni, e inscenando piccole storie, vestiti di costumi di carta crespa colorata e variopinta, che con pazienza, tanta pazienza, confezionavamo con le nostre inesperte e piccole mani, sotto l’occhio attento delle nostre educatrici.

Amavo andare alla scuola materna: l’adoravo! Dentro le stanze dalle volte altissime e dalle enormi porte a vetri con le cornici in legno dipinte di grigio, i muri avevano zoccoli di vernice lavabile gialli e verdini, sui quali erano allineate le fila dei nostri armadietti e degli attaccapanni affissi bassi al muro, in modo tale che noi potessimo arrivarci senza fatica. Su ogni armadietto era incollata una figurina rappresentante un oggetto coloratissimo, un frutto oppure un fiore, in modo che noi riconoscessimo il nostro posto, dato che non sapevamo ancora leggere il nostro nome. Il mio era un folletto col cappello verde dai sonagli dorati e i calzoni corti rossi, i piedi scalzi e uno scanzonato sorriso malizioso. Le mie maestre avevano intuito subito con quale soggetto avrebbero avuto a che fare.

Nelle aule spaziose dalle ampie vetrate, dove filtrava la luce del sole o si rifletteva il rincorrersi delle nuvole accompagnato dal picchiettare della pioggia, spiccavano piccoli tavoli rossi e verdi con seggioline dello stesso colore, raggruppate come macchie circolari di funghetti su un prato. Disponevamo di giochi svariati, e ogni giorno si cantava, imparando note e parole nuove. I grossi barattoli colmi di pastelli ci invitavano al disegno, e i nostri lavoretti venivano appesi ad asticelle di legno con puntine dalle capocchie colorate. Avrei voluto disegnare tutte le forme che si affollavano nella mia mente, ma la mia mano malferma riusciva a tratteggiare solo arzigogoli contorti. Nell’apprendere l’alfabeto invece ero risultata precocissima: già sapevo scrivere il mio nome, e leggevo con facilità le lettere e le parole che campeggiavano sui cartelloni appesi in alto lungo le pareti: A come albero, E come elefante, e così via. A quattro anni scrivevo e leggevo senza fatica tutte le parole che incontravo a passeggio per strada, purché formate da caratteri grandi.

La merenda, a base di pane, burro e marmellata o latte e biscotti, era un gioioso appuntamento a metà mattina, quando, affamata dopo aver consumato tante energie nel gioco e nel disegno, regolarmente me ne spalmavo un po’ sul grembiulino bianco: una marachella che ossessionava mia madre, indaffarata ogni volta a ripristinare il suo colore originale. All’ora di pranzo i profumi provenienti dalle cucine lievitavano stuzzicanti fino a noi, diffondendosi attraverso i corridoi: le pietanze che ci venivano servite in ciotoline decorate di bachelite erano appetitose e saporite. Impossibile non richiederne una seconda porzione, che mi veniva concessa con parsimonia a causa della mia leggera pinguedine: ma la mia fame era impellente!

Ogni mattina, stringendo nella manina il cestino di plastica rosa dove erano riposti il cambio e il tovagliolo pulito, sgambettavo allegra dietro le lunghe falcate di mia madre, che già pensava alle sue quotidiane faccende domestiche, e mi accompagnava a passo di marcia, pregustando quelle ore di pace che la mia assenza da casa le consentiva. Io assaporavo invece l’allegria che avrei condiviso con gli altri bambini, e soprattutto pensavo già a Iris.

Iris era la mia maestra.

A me sembrava incredibilmente alta, ma lei si accomodava sorridente sulle nostre seggioline per poterci accogliere meglio. Quando, puntualissima, entravo in aula, Iris scandiva il mio nome come un rintocco festoso, e io volavo tra le sue braccia, salutando frettolosamente mia madre, che già girava l’angolo del corridoio, assorta dall’assillo dei lavori che l’attendevano a casa.

Mi lasciavo avvolgere dalle lunghe braccia invitanti della mia maestra, che mi stringevano a lei facendomi aderire alle sue forme morbide e lievemente generose. Il suo profumo di viole o di rose quasi mi inebriava, trasportandomi per valli fiorite, e un sorriso spontaneo e solare affiorava su quelle labbra delicate e prive di rossetto. Iris per me incarnava quello spicchio della luna che a volte vedevo sorgere lentamente sui tetti, più luminoso dell’argento: in quei momenti un tremito misterioso mi scuoteva il fondo del cuore, mescolando dolcezza e languore dentro di me.

Il suo nome riecheggiava tra le mie labbra come un’antica nenia muliebre di donne al lavoro nei campi, e il fiore da cui aveva rubato le parvenze aggraziate decorava i balconi dei miei occhi. La chiamavo mille volte al giorno, e sempre il mio sguardo la seguiva mentre giocavo, scrivevo o disegnavo. Appena potevo, mi rifugiavo tra quelle braccia sempre accoglienti. Era Iris che correva a risollevarmi quando cadevo e mi sbucciavo un ginocchio sulla ghiaietta del cortile, lei che mi asciugava le lacrime con il suo morbido fazzoletto tranquillizzandomi con la sua voce carezzevole. Mi capitava spesso di cadere, perché soffrivo di problemi di vista sin dalla primissima età, e altre volte picchiavo la testa contro ogni genere di ostacolo, dato che non sapevo valutare bene le distanze. Ogni volta che questo mi succedeva a casa, mia madre non faceva altro che sgridarmi, ritenendomi solo sbadata e troppo vivace. Iris, invece, mi teneva abbracciata al suo collo, dove io, cercando il morbido incavo, nascondevo il viso inondato di lacrime. Scossa dai singhiozzi, mi lasciavo calmare dalla sua voce suadente, fino a quando, passati il dolore e lo spavento, lei mi lavava e disinfettava la ferita, sulla quale poi applicava un fazzoletto pulito piegato a triangolo e annodato per le becche, in modo che non sanguinassi più. Rasserenata, potevo così tornare ai miei giochi, e io, che mi sentivo letteralmente miracolata dalle sue cure amorevoli, ostentavo con fierezza quel bendaggio artigianale, come se mi avessero decorata con la medaglia d’oro.

C’erano poi quei giorni terribili nei quali stavo male, perché il mio intestino mi torturava con dolori lancinanti: me ne stavo in disparte, col viso corrucciato e triste, e cercavo un angolo solitario del cortile in cui rintanarmi assieme al mio dolore, che non era solo fisico, ma anche intensamente mentale. Iris se ne accorgeva subito, si avvicinava e mi faceva sedere sulle sue ginocchia, accarezzandomi delicatamente il pancino dolente, dopo aver chiesto alla cuoca di prepararmi una camomilla calda.

Senza dire nulla, come se già sapesse tutto di me e del mio dolore, come se i suoi occhi fossero in grado di leggere l’odissea del mio animo malato, mi cantava sottovoce una canzone tutta per me, e, mentre assaporavo la mia camomilla, mi cullava con una cadenza così rasserenante da farmi assopire in pochi minuti. Poi mi adagiava sulla mia brandina e mi copriva, canticchiando ancora sottovoce e dondolandomi lievemente, come su un’amaca scossa da una tiepida brezza primaverile. Forse sognavo cose che ancora non conoscevo e non capivo, ma che già percepivo distintamente…

Venne Natale, e fu tutto un avvicendarsi di decorazioni ritagliate da noi, con carte variopinte e lucenti, con le statuine del presepe ricavate da turaccioli di sughero e da stuzzicadenti, con la capanna di cartone, l’erba secca del giardino e il muschio degli alberi spogli. Festoni intrecciati pendevano da ogni angolo e una miriade di palline di svariate forme e colori decoravano un abete vero, nel centro del grande salone. Anche noi, a casa, preparammo l’albero e il presepe: quest’ultimo era compito di mio padre e di mio fratello, dato che io ero ritenuta ancora troppo piccola per maneggiare oggetti fragili e costosi. La decorazione dell’albero era invece affidata a mia madre, che la eseguiva a regola d’arte, collocando con cura in mezzo ai rami le sfere policrome di vetro soffiato: c’erano i nanetti, i funghi con la capocchia rossa a puntini bianchi, una mongolfiera verde brillante

con fili colorati che reggevano un minuscolo cestello, Babbo Natale sulla slitta, stelline di ogni dimensione, candeline rosse con un supporto fatto a molla, capelli d’angelo argentati e festoni lucenti di tutte le sfumature, piccole falde di cotone idrofilo a figurare la neve. Infine, come in una specie di prodigio, si spegneva la luce e tanti piccoli lampioncini di ogni foggia rilucevano grazie alle minuscole lampadine intermittenti racchiuse al loro interno: l’albero diventava un tripudio di bagliori che mi faceva battere le mani, pazza di gioia. Ma a scuola le lucine non c’erano, e mi rattristava che Iris non potesse vedere quello spettacolo incantevole: avrei voluto renderla partecipe della mia contentezza, vederla risplendere con me tra quelle luci da favola.

Così, una notte prima delle vacanze natalizie, quando tutti dormivano e l’albero era stato spento (e per fortuna era staccato anche il cavo elettrico dalla spina), io rubai le forbici dal cassetto della cucina, scesi silenziosa a piedi scalzi lungo le scale del piano superiore dove erano situate le camere da letto, presi il cestino di scuola e tagliai, con pazienza e tanta fatica, ogni lampioncino, nascondendoli accuratamente tra i miei panni in modo che non si vedessero né si rompessero, fino a che ne fu pieno. Volevo farne dono alla mia amata Iris, immaginandola circondata da quelle luci fantasmagoriche, e godendo in anticipo della sua felicità nel ricevere un regalo così inatteso. Poi, con le piccole dita affaticate dallo sforzo e gli arti indolenziti per essere stata a lungo in piedi su una sedia, tornai a letto, silenziosa come ne

ero uscita, e mi addormentai di botto.

Al mattino, al primo richiamo della mamma, mi destai subito, smaniosa di raggiungere la scuola; ma mia madre mi sembrava lenta e indolente, rendendo interminabile il tempo che mi separava dalla mia audace sorpresa.

Uno strano languore, misto di impazienza e di dolcezza, mi lievitava nello stomaco. Quando finalmente arrivammo a scuola e mia madre se ne fu andata, attesi, con malcelata impazienza, il momento adatto. Appena ci fu una pausa nelle attività ricreative, attirai Iris in un angolo e le dissi che avevo una sorpresa per lei.

Poi la condussi nel corridoio vuoto, nel segreto del mio armadietto e aprii il cestino, mettendole tra le mani i lampioncini. Pregustavo la gioia immensa che le avrebbero donato.

«Presto si illumineranno!» le dissi pregustando la gioia immensa che le avrebbero donato.

Il volto di Iris fu rischiarato da un dolcissimo sorriso, venato da una punta di muta malinconia come una lacrima solitaria che scende su una gota. Era una luce ancora più splendente di quella dei miei lampioncini, ma più intima e soffusa, una luce che si diffuse in tutto il mio essere, fino a una radice nascosta che neppure sapevo esistesse in me.

Poi, con infinita tenerezza, Iris mi abbracciò stretta stretta e mi spiegò che, privati del filo che li collegava tra loro, i miei favolosi lampioncini sarebbero rimasti spenti per sempre. E mentre mi parlava mi fissava negli occhi così intensamente da rapirli.

Iris mi aveva rivelato il segreto della luce elettrica: non avrebbe mai visto il bagliore di cui io volevo circondarla, per donare una degna cornice alla sua bellezza.

Delusa e triste, presi a piangere e a singhiozzare: non avrei potuto mostrarle quanto io la vedessi bella. Ci volle molto tempo perché riuscisse a calmarmi. Rimasi sconsolata per tutto il giorno, nonostante Iris cercasse con discrezione di farmi capire che aveva comunque apprezzato tantissimo il mio gesto, e che, nonostante la mancata accensione dei lampioncini, si era sentita più bella che mai.

Quando venne mia madre a prendermi, fu svelato il mistero casalingo dei lampioncini spariti, e le due donne ci risero sopra entrambe, divertite dalla mia ingenuità.

Ma io invece mi adombrai ancora di più. Imploravo di lasciare i lampioncini a Iris, ma la maestra, intuendo la disapprovazione di mia madre, si schernì così fermamente che il mio tenero sogno incompiuto fu incartato in un giornale e prese la strada di casa, tra il mio profondo sconforto e la palese irritazione di mia madre, che già si preoccupava di come raccontare l’accaduto a mio padre…

Non fui sgridata aspramente, quella volta, ma solamente rimproverata e ammonita sul rischio che avevo corso: se il filo non fosse stato staccato, avrei potuto restare folgorata. Inoltre mi fu spiegato altrettanto chiaramente che gli oggetti di casa nostra appartenevano a mamma e papà, e che io dovevo sempre chiedere il permesso a loro prima di prenderne uno. Mio fratello, invece, la prese malissimo: visibilmente incollerito, mi investì di cattive parole. Come mi ero permessa di rubare le luci del suo albero di Natale?

Da ultimo, ci fu la desolazione del buio profondo nel quale era sprofondato l’albero a causa della mia birichinata…

Ai lampioncini furono tolte le lampadine e attaccati ganci di fil di ferro, trasformandoli così in comuni decorazioni prive di illuminazione.

Ma Iris mi amò in modo particolare, da quel giorno fino a quando ci separammo al termine del ciclo di scuola materna: io non tralasciai mai di regalarle un fiore colto da una siepe, o una coccinella che mi si era posata addosso. Quell’amore profondo celato in quella radice segreta non mi abbandonò mai.

Qualche lampioncino esiste ancora tra le mie decorazioni natalizie, e ogni anno, mentre le estraggo dalla scatola impolverata, li osservo con intensa commozione e con infinita tenerezza.

Non ho più rivisto Iris da quando si è trasferita in un’altra città, ma un giorno mia madre mi disse che si era sposata e aspettava un bambino. In quel momento mi sembrò di stabilire un contatto telepatico con lei, una specie di corrispondenza interiore con la sua anima, e pensai che quel bambino, forse, un pochino apparteneva anche a me.

 

Prefazione

Dopo la straziante catarsi emotiva scaturita dalla pagine di Io non sono di qui, Arianna Amaducci continua l’itinerario inaugurato un anno fa, incanalando il suo estro poetico e figurativo verso forme espressive più mature e compiute. Kaiki è un ardito ed eclettico esperimento narrativo, che si snoda attraverso gli intermundia di una dimensione metastorica e anche metatemporale: si passa dalla rievocazione di altre vite del passato (il tenente francese nell’Indocina degli anni ’50 e il comandante di un vascello inglese durante la guerra di Successione spagnola del ’700) nel capitolo iniziale, Eros e Tanathos, a frammenti di ricordi dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza di Arianna (nei tre capitoli centrali, Ritratti di donne, Io, Arianna e L’assoluto naturale), fino alle cronache di un futuro immaginario e alle visioni di un’esistenza ultraterrena (L’infinito e oltre).

Un mosaico intrigante, in cui riaffiora la capacità affabulatoria di Arianna nel tessere una trama di raffinate metonimie narrative e di simbolismi (quasi sempre junghiani) che scaturiscono dalla quotidianità: la sostituzione dei genitori naturali con altre figure capaci di donare più affetto di loro nonostante l’estraneità biologica (il tenente francese che adotta Kaiki, la maestra Iris che dedica alla piccola Arianna maggiori attenzioni rispetto alla madre oberata dai doveri domestici); il sedimento acre e malinconico che lasciano gli amori sognati e mai pienamente vissuti (la simulazione della vita coniugale nei giochi innocenti con Viola, lo sfiorarsi senza mai toccarsi con la contessina); infine il rispecchiarsi, nel comportamento degli animali, dell’aggressività umana a cui si contrappone la mitezza delle creature indifese (i cani addestrati a uccidere – non a caso i più contigui all’uomo – che perseguitano le oche e le rondini, quasi a voler parodiare gli implacabili Vietminh, le belve umane che annientano l’oasi di pace delle donne in Kaiki): in questi passaggi la prosa scarna e incisiva dell’autrice affonda nelle pieghe dell’anima come un bisturi adamantino, e scava, scava, fino a intaccare i nervi e a scalfire le ossa.

Venate di lirismo romantico e di pathos espressionista, le due parabole d’amore e di morte che Arianna colloca nel passato storico fanno da contrappunto al realismo quasi naturalista dei suoi ricordi: Kaiki è il nome di una bambina vietnamita, simbolo incarnato dell’innocenza profanata dal furore bestiale della guerra. Densa di echi conradiani (il «cuore di tenebra» del Sudest asiatico in rivolta contro il colonialismo francese), questa favola cupa si illumina nel finale con un anelito di riscatto del tutto inaspettato.

Gerard è invece un giovane marinaio inglese vissuto tre secoli fa che, per certi versi simile al Billy Budd melvilliano, finisce per immolarsi sulla pietra sacrificale di un amore non corrisposto. La cornice marinaresca del racconto infonde la sensazione di una Natura matrigna – rappresentata dal flusso immutabile delle onde e dallo spirare incessante del vento – crudelmente impassibile di fronte all’umanità sofferente che si contorce sotto di lei.

Il messaggio ultimo che ci trasmette Arianna Amaducci, la summa filosofica di Kaiki, è racchiuso nei due apologhi conclusivi, Antron e La visione dell’aldilà, proiettati in un futuro nebuloso e quasi incorporeo, e pervasi da una profonda aspirazione alla pace interiore: non dobbiamo mai chiudere la porta in faccia alla speranza.

Guglielmo Colombero

Autrice

Arianna Amaducci

Arianna Amaducci è un’artista polivalente: si dedica alla pittura, alla poesia e alla narrativa. Ha debuttato con il romanzo autobiografico Io non sono di qui (WLM 2009). Con Kaiki (WLM 2010) prosegue il suo percorso letterario attingendo nuovi spunti dalle proprie vicende personali, evocate con la consueta struggente intensità emotiva, ma si proietta anche in suggestive escursioni nel passato e in visioni del futuro.

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