PREMIO GIALLO INDIPENDENTE. ANTOLOGIA 2019

Prezzo di listino 12,35 incl. IVA

Racconti gialli ambientati in Italia in appartamento, albergo, castello, nave… Segreti inconfessabili sono nascosti in queste pagine, ma verranno svelati.

EAN: 9788897382461 COD: 5098 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Quest’antologia raccoglie i racconti gialli selezionati da una giuria di qualità nell’ambito del Premio Giallo Indipendente, premio e concorso letterario ideato per dare visibilità a quelle autrici e quegli autori pubblicati dall’editoria indipendente. Troverete piacevoli racconti in diverse sfumature del giallo, ambientati in Italia in appartamento, albergo, castello e nave, ma anche all’aperto su un campetto di calcio, per esempio. Segreti inconfessabili sono nascosti in queste pagine, ma verranno svelati.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 13,00

In copertina

Veduta livornese, opera grafica di Andrea Gatti, collezione privata.

Pagine

122

Lingua

Italiano

Genere letterario

giallo, noir, thriller

Anteprima

CENA CON DELITTO

di

Francesca Santi

Non so da dove partire, commissario: non ho il dono della sintesi… Le racconterò tutto come mi viene, come se fosse un mio amico, perché non ci riesco a parlare di quella serata in modo distaccato.

Come dice? Liti eclatanti? No, mai. Forse è stato proprio quello il problema… l’abbiamo sempre assecondata tutti, per poi sfogarci a modo nostro: non riesco ancora a credere che Tamara… Ma andiamo per ordine! Sembra ingiusto paragonare un’amica — un’ex amica — a una disgrazia, ma la verità è che quando Luca e io decidemmo di lasciarci, non ci sentimmo sollevati solo per aver chiuso una storia che ormai puzzava di stantio, ma anche perché potevamo finalmente svincolarci dal nostro appuntamento fisso del fine settimana con Tamara. Ci avevamo già provato, mi creda! Avevamo inventato scuse più che plausibili per darle buca, ma lei è il tipo di persona che viene a bussarti alla porta se le dici che stai poco bene o ad aspettarti fuori dalla sala se usi il pretesto di una rassegna imperdibile a quel cinema d’essai fuori città; ricordo che una volta cercò sull’elenco il fratello di Luca per verificare che fossimo davvero a cena da lui. Il fatto è che da quando si è sposata in fretta e furia con Camillo, il suo salumiere — un ragazzone sempre sorridente, un gran lavoratore, ma più noioso di Charles Bovary — per Tamara il sabato sera era diventato sacro: era il momento in cui ci pressava per seguire il suo esempio — non solo Luca e la sottoscritta, no! Anche Gioia e Marco, Filippo e Katia, ma soprattutto Riccardo e Cristiana, che stavano insieme da più tempo di tutti. Dieci anni, credo, forse di più.

All’inizio ci scherzavamo perché la verità è che stavamo bene così, ma Tamara ripeteva quel suo mantra così spesso — Quando me li fate mangiare questi confetti? — che era diventato il nostro tormentone, un motivo d’ilarità generale quando ci ritrovavamo senza di lei.

Perché la verità, commissario, è che sopportavamo quelle serate soltanto grazie al dopo cena e ai messaggi che ci scambiavamo per tutta la settimana, cose del tipo: “Cri, hai visto come s’è incrinato il sorriso da paresi di Tamara quando hai detto che non vuoi avere figli? Ho avuto paura che la faccia le si aprisse in due e che una manina Alien schizzasse fuori per ingravidarci tutte quante.”

Era un peso quell’appuntamento fisso, un gran peso, ma Tamara era incinta e quella gravidanza l’aveva resa più piagnona del solito, così avevamo concordato che le avremmo tirato un bidone “a scaglioni”, una coppia per volta, prolungando la tradizione fino al lieto evento per poi mettere un punto definitivo.

Ce la siamo giocata a morra cinese e hanno vinto Gioia e Marco: loro sarebbero stati i primi a sottrarsi al supplizio… me li ricordo come fosse ieri mentre esultavano, gridando: ― Campioni del mondo! Campioni del mondo! ―. Li abbiamo invidiati, soprattutto quando ci dissero che avrebbero prenotato un weekend al Calidario. Tutti avremmo voluto essere al loro posto. Come dice? Cosa ci può essere di tanto tremendo in una serata tra amici? Provo a darle un’idea della situazione, ma per capire a fondo avrebbe dovuto essere lì con noi.

Il sabato da Tamara era strutturato così: dovevamo presentarci rigorosamente alle 20:00 e, appena arrivati, sorbirci il suo tour della casa e annuire mentre ci descriveva le migliorie che voleva apportare. La prima volta fu gradevole e restammo impressionati dalla taverna adibita a stanza dei giochi e dai suoi mobili kitsch quanto costosi; la seconda restammo agghiacciati dalle due stanze approntate per due bambini che ancora non esistevano, una rosa e una azzurra: Tamara era convinta che sarebbe rimasta subito incinta e che avrebbe avuto due gemelli, maschio e femmina, ma dopo due anni era riuscita a mettere in cantiere un bimbo solo e lo sa anche lei com’è andata…

Insomma, dopo il tour ci sedevamo a cena: Tamara, di fatto, ci metteva solo il tavolo, perché ognuno di noi portava qualcosa e al massimo lei serviva qualche salatino e una ciotola di patatine. Non ho mai conosciuto una persona più tirchia!

Una volta uno dei suoi sabati cadde il giorno del compleanno di Gioia: Tamara se ne dimenticò, ma quando noi le consegnammo i regali lei sparì e tornò con un orsacchiotto polveroso e senza un occhio a cui aveva appiccicato un fiocco in testa. Seguì un silenzio imbarazzato che Tamara interruppe tessendo le lodi di quel meraviglioso dono, perfetto per rappresentare la loro amicizia, e Gioia fu così signorile da non prendersela: quel pupazzo l’avevano comprato insieme a un mercatino delle pulci a mille lire, quando avevano tredici anni e Tamara voleva far credere alle sue compagne di classe che aveva un ragazzo che le faceva i regali di San Valentino. Gioia lo gettò nel cassonetto condominiale non appena ci liberammo dalla nostra carceriera e poi ci ridemmo su per il resto della notte, brindando al nostro pub. Ma sto divagando… dov’ero rimasta? Ah, sì, La cena!

Tamara era vorace: si serviva sempre per prima e con por-zioni tanto abbondanti da lasciare quasi a digiuno almeno un paio di noi, ma non era quello l’aspetto insopportabile delle sue serate… Ciò che davvero ci rendeva la sua compagnia intollerabile era il momento dei giochi da tavola; avrebbe ucciso sua madre per vincere, ma nonostante i suoi maneggi, la battevo sempre. Chi non l’ha conosciuta non può capire quanto fosse spossante una partita a Risiko con lei: Tamara pretendeva che usassimo regole tutte sue ed era incredibile assistere alla metamorfosi del suo visetto angelico quando spazzava via i carri armati degli avversari… Si trasfigurava e dalla foga che ci metteva avresti detto che avrebbe voluto an-nientarla davvero la Cina o la Russia, ma tutti avevamo il sospetto che la sua rabbia non fosse frutto della smania di competizione, bensì della frustrazione di essere intrappolata in un matrimonio che non la soddisfaceva e che la sfarzosa cerimonia — in cui aveva imposto a me e alle ragazze dei ridicoli vestiti da damigella, che avevamo dovuto pure pagarci — non avesse spinto nessuna di noi a fare il suo stesso errore.

Quella sera — la sera in cui Marco e Gioia dovevano essere alle terme — Tamara ci accolse sulla soglia con un sorriso zuccheroso, accarezzandosi il pancione e non ci risparmiò le sue frasi di rito: ― I prossimi siete voi, eh? Non vedo l’ora di assaggiare i confetti!

Luca e io le rivolgemmo lo stesso sorriso tirato, baciandola sulle guance.

Ho portato un timballo di pasta ― dissi.

Oh, grazie! Ma non era necessario: stasera ho organizzato qualcosa di speciale.

Restai di stucco, lo ammetto. Tamara aveva completamente cambiato l’assetto della cucina: c’erano quattro tavolinetti a due posti a ogni angolo della stanza e al centro ce n’era un quinto, decorato con un elegante centrotavola, ma ciò che mi sorprese di più era il profumo che mi investì non appena misi piede nella stanza… il bancone era colmo di ogni tipo di lec-cornia, un grosso pollo su un letto di patate stava arrostendo in forno e c’era persino una torta.

Per celebrare il centotrentesimo sabato insieme ho deciso di organizzare qualcosa di speciale ― disse Tamara, togliendomi il timballo di mano e indicandoci il tavolo dove sederci. ― Niente Risiko stasera, ma una cena con delitto!

Filippo e Katia entrarono subito dopo di noi e lei non riuscì a trattenere un’esclamazione di sorpresa: ― Accidenti! Hai fatto le cose in grande… la mia torta salata sembra così triste!

Tamara fece accomodare anche loro, accrescendo il nostro smarrimento: ― Niente giro della casa? ― chiese Filippo.

Stasera no. Non serve: non c’è niente di diverso.

Dopo pochi minuti arrivarono anche Riccardo e Cristiana e la reazione fu la stessa.

Marco e Gaia non ci sono, non ti hanno avvertito? ― chiese lei indicando il quinto tavolo.

Tamara prese in carico la sua zuppa inglese e le sorrise.

Certo! Sono passati poco prima di partire: sono stati così carini…

A questo proposito ― intervenne Luca, cogliendo la palla al balzo. ― Stella e io abbiamo deciso di prenderci una pausa, dunque non ci saremo le prossime settimane.

Sì, Stella sono io, commissario e, se devo dirla tutta, in quel momento odiai Luca per aver rovinato sul nascere una serata che si preannunciava migliore delle altre, ma Tamara mi stupì ancora.

Mi dispiace davvero ― disse. ― Siete una gran bella coppia: spero che la pausa vi serva a capire che vi volete bene.

Niente drammi, niente piagnistei e il suo sorriso immutato stampato in volto.

Luca e io ci scambiammo uno sguardo perplesso.

Dov’è Camillo? ― chiese Katia, guardandosi attorno.

Lui fa il morto ― rispose Tamara, consegnando una cartelletta a ogni tavolo. ― Avevo ingaggiato degli attori, ma mi hanno dato buca con poco preavviso.

E tu… non sei arrabbiata? ― chiesi io.

Tamara restò col braccio teso, serrando forte la cartelletta.

Perché dovrei? È solo una serata tra buoni amici: niente di formale, no?

Cristiana le sfilò la cartelletta di mano e Tamara ritrovò il suo sorriso.

Funziona così ― disse la padrona di casa. ― Non alzate i sottopiatti che sono sulla tavola: dietro c’è scritto chi è il colpevole. Io vi esporrò il caso subito dopo avervi servito l’antipasto e vi darò un indizio dopo ogni portata.

Il “Driiin!” del forno dette il via alla serata: eravamo tutti entusiasti. Tamara non era mai stata così piacevole, in caso contrario, l’avremmo frequentata più volentieri.

L’antipasto era degno di un ristorante stellato: consisteva in un tagliere su cui erano adagiati affettati, formaggi, confetture e miele, oltre a un’ampia scelta di crostini e piccoli sformati. Solo a ripensarci mi viene un’acquolina! Qui non si possono avere caffè e ciambelle, come nei telefilm americani? No, eh? Neanche un bicchier d’acqua? Ok, mi accontento.

Stavo dicendo? Giusto! L’antipasto. Mangiammo avida-mente, mentre Tamara scostò una tenda cremisi che aveva appeso per dividere la cucina dal salotto per mostrarci la prima vittima: Camillo. Ne aveva appese tre di tende sullo stesso supporto: quella, una viola e una nera… Dietro la prima, suo marito era accasciato su una cassetta di carciofi con un coltello per il pane piantato nella schiena e fummo impressionati dalla veridicità della rappresentazione e dalla sua interpretazione da Oscar. Non emise un fiato.

La tenda ricadde, la luce si spense e la sala fu illuminata solo dalle candele a ogni postazione… sì, erano candele elettriche: si accendevano con un telecomando.

La vittima è rientrata a casa ben oltre l’orario di chiusura del suo negozio ― iniziò Tamara, girando tra i tavoli. ― Non un saluto alla moglie, ma un sorriso ebete stampato in volto: non ha mangiato la cena che lei gli aveva tenuto in caldo, ― sosteneva che cucinasse da schifo, ― si è preparato un’insalata e si è messo davanti alla tv con il telefono stretto in pugno. Devo uscire, ha detto d’un tratto, ho lasciato la luce accesa in magazzino. Se n’è andato, ma non è più tornato e la mattina dopo il garzone l’ha trovato nel retrobottega così come lo vedete adesso.

La luce si riaccese e restammo tutti in silenzio finché Tamara non batté le mani.

Avanti! Ponetemi le domande che sono scritte sul primo foglio, poi barrate una casella sul secondo e consegnatemelo.

Fummo noi a iniziare: ― La vittima tradiva la moglie?

Tamara ritirò i taglieri vuoti.

Ci puoi scommettere che lo faceva!

La moglie ne aveva la certezza o era solo un sospetto? ― domandò Cristiana.

Lo sapeva.

E… avevano altri problemi oltre a… quello? ― intervenne Katia, torcendo il tovagliolo e mordendosi il labbro.

Al sesso fuori dal matrimonio, intendi? ― chiese, posando sopra ai sottopiatti delle scodelle colme di lasagne fumanti. ― Un sacco.

Guardai perplessa la lista dei sospettati, che contava solo tre opzioni: moglie, amante e amici. Barrai la prima, tutti lo facemmo, o almeno credo.

Mentre ci abbuffavamo, la luce mancò di nuovo e il chiarore delle candele rischiarò l’oscurità.

Tamara tirò la seconda tenda, quella viola, dove stavolta c’era un uomo in camice su una poltrona girevole, con una cintura stretta attorno al collo: la sua espressione ci fece ridere… aveva la bocca spalancata, la lingua penzoloni e gli occhi fuori dalle orbite.

Quello non è il Dottor Corsini? ― domandò Cristiana. ― Se è lui, abbiamo scelto bene il ginecologo, Tammy!

Il Dottor Corsini ha incontrato l’ultima cliente alle 19.45, senza appuntamento ― spiegò Tamara. ― La segretaria — il suo pittbull — se n’era già andata. La cliente aveva bisogno di tempo e di riservatezza: era stanca dei suoi continui rinvii… voleva essere visitata a tutti i costi. Il medico ha acconsentito a malincuore, ma quando ha visto l’ecografia è impallidito: Mi dispiace, ha detto, forse sarei potuto intervenire qualche giorno fa, ma adesso… Alle 20.15 il dottore era morto.

Tutti guardammo inquieti la pancia di Tamara quando la luce tornò: la settimana prima era successo un piccolo incidente che ci aveva guastato la bisboccia notturna. No, niente di grave ispettore… Tamara stava perdendo a Risiko e si è inventata una regola assurda per ribaltare le sorti del gioco: Riccardo si è talmente incazzato… Ops! Mi scusi! Volevo dire che era così arrabbiato che si è infilato il giubbotto e ha preso la porta; Tamara ha provato a trattenerlo e lui, per sbaglio, le ha dato una gomitata nella pancia. Tutto qui… lei, comunque, non accennò a quell’episodio, il suo sorriso restò immutato e noi ci tranquillizzammo.

Filippo alzò la mano, come a scuola: ― Ha provocato lui l’aborto?

Non direttamente ― rispose Tamara, togliendo i piatti vuoti dai tavoli.

La segretaria ce l’aveva con la cliente? ― domandò Luca.

Oh, sì! La considerava un’ipocondriaca e una grandissi-ma rompipalle, che, oltretutto, non aveva ancora saldato l’ultima parcella.

E i rinvii del medico erano giustificati?

Solo dai suoi pregiudizi: condivideva il pensiero della sua segretaria.

Ancora una volta le opzioni sul foglio erano tre: la cliente, la segretaria, un amico della cliente. Scelsi la più ovvia, sempre la prima.

Quando Tamara ci servì la carne eravamo satolli, ma il pollo era succoso e le patate erano arrostite a puntino, così spazzolammo anche il secondo, in attesa dell’ultima scenetta.

Per farla breve, le luci si spensero, le candele si accesero e la tenda nera si alzò, rivelando la terza vittima, o meglio, la terza e la quarta vittima. Gridammo: Marco e Gioia erano accasciati a terra come due bambole di pezza. Tamara raccolse la sparachiodi abbandonata accanto a loro e la puntò verso di noi, mentre ci esponeva il terzo caso.

Marco e Gioia hanno suonato alla mia porta giovedì sera: avevo organizzato qualcosa di speciale per la centotrentesima serata insieme, un anniversario importante per la no-stra amicizia, ma non volevo rovinare i loro piani. Gioia aveva bisogno del bagno e Marco si è messo a fare lo stupido con me: era brillo, come al solito. Mi ha toccato il seno e gli ho dato uno schiaffo: l’ho colpito forte e lui è caduto, battendo la tempia sull’angolo del tavolo; sono corsa su a cercare Gioia, ma non l’ho trovata in bagno… era nella stanza del mio bambino, del bambino che non avrò mai, mentre Camillo le ispezionava la gola con la lingua, dunque… sono io l’assassina?

L’ultima parte la gridò, poi riaccese la luce e sparecchiò, come se nulla fosse.

Non mi fate le vostre domande? ― chiese. ― Katia?

Questa volta i quesiti erano scritti sul foglio, ma non c’era nessuna casella da barrare.

Katia la assecondò, continuando a tormentare il tovagliolo: ― Ecco, c’è scritto… gli amici erano al corrente della loro relazione?

Tamara prelevò il cellulare dalla tasca di Gioia.

Sembra che voi ragazze lo sapeste tutte ― disse, guar-dandoci una a una. ― Vi divertivate a scambiarvi battute sulla cornuta frigida e pure tirchia, vero?

Abbassammo lo sguardo all’unisono, ma Tamara afferrò Cristiana per il mento e la costrinse a guardarla. ― Sai che Camillo si è giocato i soldi con cui dovevamo estinguere il mutuo e che il fratello l’ha estromesso dall’attività? È successo la stessa settimana del compleanno della cara Gioia e non avevo un euro, neppure uno, per farle un regalo decente. Credevo che avrebbe apprezzato un ricordo di quando eravamo piccole, ma mi sbagliavo.

Due lacrime di stizza le colarono lungo le guance e poi disse: ― Leggi la tua fottuta domanda, Cri!

È st-stato un aborto spontaneo? ― balbettò lei.

Oh, no che non lo è stato! ― disse, indicando Riccardo. ― La gomitata che mi ha dato la tua dolce metà dopo il nostro ultimo Risiko ha ucciso il mio bimbo: ero piegata in due dai dolori, vi ho chiesto di portarmi all’ospedale, ma voi ridevate tutti, mi davate della piagnona, così ho riso anch’io mentre morivo dentro e solo perché quello che desideravo più di tut-to era stare bene con voi!

Tamara ci tolse rabbiosamente i piatti e li spaccò in terra uno dopo l’altro, sparpagliando ossa di pollo e residui di pa-tate sulle piastrelle lucide.

E ora leggi la tua, Stella!

La mano mi tremava, mentre sollevavo il foglio: ― Ti ab-biamo mai invitata alle nostre serate?

Credete che non sapessi che fuori di qui ridevate di me? ― ci chiese. ― Sono sempre stata l’outsider del gruppo! Era-vate tutti così fichi, così convinti delle vostre scelte, coi geni-tori a pararvi il culo e l’università come alibi, ma se mi aveste coinvolto anche una sola volta, io, per voi…

Restò con l’indice sollevato e inghiottì il seguito della frase, poi ci servì una generosa fetta di torta: aveva un aspetto invi-tante, ma nessuno di noi aveva più fame.

Adesso alzate i sottopiatti ― disse. ― E scoprirete chi è l’assassino di tutte queste persone.

Ubbidimmo e trovammo tutti la solita parola: ― Tu.

Ho prosciugato gli ultimi risparmi di Camillo per orga-nizzare questa cena ― continuò Tamara. ― Perciò, mangiate quel cazzo di dolce e dopo sarete liberi. Per sempre.

Affondai il cucchiaio nella panna, ma sentii le palpebre pe-santi: guardai Tamara salire le scale e la vidi sfocata. Avrei vo-luto dirle qualcosa, anche solo una parola — scusa, avrei vo-luto dirle quella… — ma mi uscì una frase senza senso, che neppure mi ricordo.

Pensavo di essere spacciata, sa? È finita la corsa! ecco quello che pensai, ma poi un raggio di sole filtrò dalla finestra e io mi svegliai: Luca mi teneva per mano e stava bene — stiamo ancora insieme, a proposito! — Mi guardai attorno ed erano tutti vivi e vegeti, anche Marco e Gaia, il dottor Corsini e Camillo.

Porco mondo! pensai. O sono all’Inferno o Tamara è un cazzo di genio e ha organizzato la miglior cena con delitto di sempre!

Ci ha drogati? ― chiese Katia, stringendosi a Cristiana.

È sicuro ― rispose Riccardo.

Marco e Gaia evitavano di guardarsi e Camillo evitava di guardare loro.

Io la denuncio quella pazza! ― disse il dottor Corsini.

Io smaniavo per difenderla: avevo capito e volevo dirle quanto mi dispiaceva, ma non appena aprii bocca, una grossa goccia mi si spiaccicò sulla fronte. Alzai lo sguardo e vidi un’enorme gora sul soffitto; salii le scale, gli altri mi seguirono e quando aprii la porta un po’ lo immaginavo cosa avrei vi-sto… era tutto allagato, le nostre schede erano sparpagliate per terra, ormai illeggibili.

Tamara non si era tagliata le vene, troppo complesso, non aveva inghiottito un flacone intero di antidepressivi, troppo costosi, ma aveva acceso lo stereo — c’era una vecchia compi-lation che le avevo registrato io nel vano delle cassette — e poi l’aveva fatto cadere nell’acqua.

Se c’è altro? Beh, era abbarbicata all’orsacchiotto orbo, quello che Gaia aveva gettato nel cassonetto condominiale.

Se ho altro da dichiarare? Nient’altro, no… o forse sì: credo che Tamara abbia scritto la cosa giusta sui sottopiatti e se l’avessi capito prima, l’avrei fatta vincere a Risiko qualche vol-ta in più. Magari sempre.

LA NERA NOTTE DEL GRANDE NERO

di

Pietro Rainero

Il tenente Granata disse: ― Calibro 38, è stato ucciso con una calibro 38. ― E i miei processi mentali, che, lo ammetto, non sono certo paragonabili a quelli del mio sferico signore, stabilirono immediatamente una relazione con il numero di volumi che, la sera prima, io e Wolfe avevamo ammirato nella bella vetrina principale della libreria “Terme”, sotto i portici di corso Bagni.

Tra i vari tomi, facevano mostra di sé titoli come Leopard Rock di Wilbur Smith, Schindler’s List di Thomas Keneally, La sera delle promesse di Lorraine Fochet e Il metodo Catalanotti, scritto da un autore a me sconosciuto ma che in Italia va per la maggiore, un certo Andrea Camilleri.

Sarei ovviamente in grado, tranquillamente, di citarvi pure titolo e autore degli altri 34 libri che abitavano la vetrina, gra-zie alla mia ferrea memoria: io posso riferire, ad esempio, il contenuto di un discorso parola per parola, dato che la sola differenza tra me e il magnetofono è che quest’ultimo non può mentire. Se vi interessa, visto che si parla di libri, in quei gior-ni Wolfe stava leggendo La mistica della femminilità di Betty Friedan. Ne aveva letto un terzo.

Ah, mi presento: mi chiamo Archie Goodwin, e abito al-l’estremità ovest della Trentacinquesima strada di New York, a meno di un isolato dal fiume Hudson, dove si trova una ca-sa celebre non per la sua architettura, ma per chi la abita. Consta di quattro piani, contando anche la serra sul tetto, la facciata è di arenaria rossiccia e la gradinata che conduce al-l’ingresso è fatta di sette scalini.

Qui abita Nero Wolfe con il suo luogotenente-biografo-braccio destro, che sarei poi io, con Fritz Brenner, maggior-domo-cuoco-tuttofare, e con Theodore Horstmann, il “balio” delle orchidee.

Se volete sapere cosa Wolfe, di solito tanto avaro di parole, pensa del sottoscritto, vi dirò che egli non ha esitato più volte ad affermare: “Io non faccio niente senza il signor Goodwin… È l’investigatore per eccellenza, impetuoso, svelto, disincan-tato, pertinace e pieno di risorse”.

Il visitatore che si avventura su per i sette gradini che por-tano a quell’olimpo del genio investigativo si trova a contem-plare la propria immagine su di una lastra di cristallo a spec-chio, ma ignora che dall’altra parte la lastra è trasparente e qualcuno sta già osservandolo per decidere se aprirgli o meno la porta. Naturalmente, in caso affermativo, sono io a fargli gli onori di casa; in mia assenza questa incombenza spetta a Fritz. Mai a Nero Wolfe. Verrebbe meno ai suoi principi, lui il suo lavoro lo svolge nell’immobilità più assoluta, usando solo il cervello e non uscendo mai di casa.

Beh, quasi mai. Il grande — e grosso, la sua stazza è dav-vero imponente — Nero Wolfe è anche l’abitudine fatta per-sona: ore 8 prima colazione in camera, alle 9 lettura dei quo-tidiani, poi fino alle 11 coltivazione e cura delle orchidee nella serra dove ritornerà dalle 16 alle 18, dalle 11 alle 13 lavoro — in caso di necessità anche dalle 18 all’ora di cena —, poi alle 19 cena.

Quando arriva nel suo studio, egli procede dritto verso la celebre poltrona costruita su misura per la sua mole e al sa-luto del visitatore risponde con un mugugno, lo sguardo fisso sulla scrivania. Inutile perdersi in preamboli e convenevoli: se è lì, significa che ha accettato di sottoporsi al supplizio di la-vorare.

Ho detto che Wolfe non esce quasi mai dalla sua casa sulla Trentacinquesima strada, eccezion fatta per recarsi a votare o a una mostra di orchidee. Vi domanderete dunque cosa ci fa-ceva, accompagnato dal fedele aiutante, in Italia, addirittura ad Acqui Terme, in quel fine settembre del 2018.

Come saprete, da alcuni anni la cittadina termale del Pie-monte è sede di un appuntamento culturale, la manifestazio-ne “Notti nere”, dedicata all’incontro con alcuni autori di gial-li e organizzata dalla già menzionata libreria “Terme”. Parti-colarmente interessante è il dibattito che si tiene alla sera presso il vecchio castello della città.

Il pubblico può venire così a conoscenza delle idee e del modo di scrivere e di ispirarsi di vari giallisti italiani di suc-cesso. E Wolfe, in via del tutto eccezionale, aveva accettato un invito in qualità di esperto nel risolvere casi intricati, e giu-stamente, perché — a modesto avviso dello scrivente — nes-suno, compresi i vari Ellery Qeen, Miss Marple, Hercule Poirot o Jules Maigret, lo avrebbe meritato più di lui, ricco d’adipe e investigatore per quattrini ma anche per il piacere di mostrare agli altri la sua genialità, filosofo, artista e attore nato.

Dunque quella sera, la sera della vigilia del dibattito pub-blico, io e il mio signore, dopo aver passeggiato piacevol-mente in corso Bagni e aver fatto una capatina nel negozio di fiori “Fratelli Gullino”, dove il più grande detective del mon-do aveva disquisito di fertilizzanti per la coltivazione delle orchidee in casa, quali il Super Orchid Mix o il Silvabark, o ancora il Wonderlizer, avevamo osservato con interesse le vetrine della libreria “Terme” e ci eravamo poi diretti, a pochi passi di distanza, verso la hall dell’hotel “Nuove Terme”, do-ve ci avevano riservato due camere per la notte.

Dopo la cena, ottima ma ovviamente non all’altezza delle prelibatezze che a casa ci somministra Fritz, Wolfe mi aveva, bontà sua, reso edotto della intenzione di ritirarsi presto in camera, al che io avevo replicato che mi sarei recato invece a visionare la mostra di un famoso pittore, mostra allestita pro-prio di fronte all’albergo, e lo avevo invitato ad accompa-gnarmi.

Questa la testuale risposta del grande genio: ― Non spreco il mio tempo a guardare tele rovinate da tagli più o meno numerosi! ― affossando così definitivamente l’opera di Lucio Fontana, l’affermato autore al quale era dedicata quell’anno l’Antologica.

Il mio elefantiaco principale poi, dopo avermi consigliato di andare comunque a vedere i quadri dicendo “Un giovane non deve mai perdere l’occasione di accrescere la propria cultura”, si ritirò per la notte, quella notte che, secondo le sue aspettative, sarebbe stata apportatrice di un tranquillo sonno ristoratore.

Cosa che feci anche io, dopo aver dato un’occhiata ai tagli e agli strappi di Fontana e, nella hall dell’albergo, al quotidiano La stampa che riportava il resoconto di alcuni bisticci fra per-sonalità politiche al governo del Paese, perlomeno stando alla traduzione che mi fece l’addetto alla reception.

Quando vengo svegliato di soprassalto, senza aver goduto delle necessarie ore di riposo, la mia prima sensazione è quel-la di avere il capo ripieno di piume bagnate, sensazione desti-nata a passare dopo alcuni minuti.

E le piume le sentii anche quella notte, verso le tre, alle due e cinquantaquattro per la precisione, quando un enorme trambusto si impossessò dei corridoi dell’hotel, con conse-guente risveglio di molti dei clienti.

Aperta la porta della mia camera e affacciatomi sul cor-ridoio, scoprii il motivo di tutto quell’andirivieni: un omici-dio! Dico io, due o tre volte all’anno mi capita di lasciare la nostra abitazione in compagnia del capo, e proprio in una di queste circostanze doveva succedere un omicidio?

Comunque… la vittima era un certo Andrea Vinotti e, udite udite, egli era uno degli scrittori ospiti di “Notti nere 2018”. Era stato trovato riverso sulla scrivania, a pochi passi dal let-to, con un foro all’altezza del torace. La serratura della porta risultava forzata. Un inserviente che transitava nelle vicinanze della stanza aveva udito un colpo e visto in lontananza una persona che correva rapidamente. Ed era stato proprio l’inser-viente a scoprire il corpo e a dare l’allarme.

Quando io giunsi in prossimità della camera della vittima, camera posizionata molto distante dalla mia — altrimenti il colpo di pistola, anche se sparato con il silenziatore, non mi sarebbe sfuggito — erano già sul luogo i Carabinieri, guidati dal tenente Granata, all’apparenza un tizio molto efficiente.

Lo stesso tenente, commentando il calibro dell’arma usata, diede adito all’associazione di idee descritta all’inizio di que-sta storia.

Poiché la cosa non mi toccava personalmente — dopotutto non ero io la vittima — né aveva l’aria di poter fruttar quattri-ni al mio principale, me ne tornai sui miei passi diretto alla mia camera da letto.

Transitando accanto alla stanza di Wolfe, in prossimità del-la mia, avvertii un rumore che mi permise di dedurre che il mio signore e padrone era sveglio.

Bussai e il gran capo venne ad aprirmi. Quadro! Lo spet-tacolo che mi si presentò era notevole: una montagna rivestita di giallo. Già, un enorme investigatore, il più gross… scusate, il più grande del globo, immerso in un pigiama giallo cana-rino. Per fortuna solo il sottoscritto vide quella orribile scena!

Vedendolo furibondo, Wolfe disdegna di essere disturbato, lo informai del motivo di tutti quei rumori, ottenendo in ri-sposta un: ― Accidenti! Che tragedia! ― Non lasciatevi in-gannare, la tragedia a cui si riferiva Wolfe non era l’assassinio in sé, ma il disturbo e il fastidio che lui avrebbe dovuto ancora digerire per il resto della nottata, disturbo e fastidio che a-vrebbero rumorosamente evitato di fargli riprender sonno.

Richiusi in fretta la porta per risparmiarmi altri commenti e improperi, e ritornai velocemente sotto le lenzuola.

Riuscii, ma proprio non saprei spiegare come, a riprendere il sonno per poche ore, solo per essere poi risvegliato verso le sette, alle sei e quarantanove per i pignoli, da alcuni colpi sul-la mia porta.

Chi bussava era Granata il quale, saputo che l’albergo ave-va l’onore di ospitare il numero uno degli investigatori, aveva pensato bene di venire a implorare aiuto, evidentemente tro-vandosi sì in una città termale, ma in cattive acque.

Per sua fortuna aveva evitato di disturbare Wolfe diretta-mente, schivando in tal modo la paurosa vista di quest’ultimo in pigiama e, soprattutto, le terribili ire del mio datore di la-voro.

Quando, su richiesta del tenente che si esprimeva in un inglese più che accettabile, raggiunsi insieme a lui la camera del delitto, mi mise al corrente dello stato dell’arte: l’omicida, con tutta probabilità, doveva ricercarsi tra gli ospiti dell’hotel, poiché il portiere non aveva notato nessuno che fosse uscito durante la notte. Questa informazione, anche da sola, ci a-vrebbe consentito, se fossimo stati a New York e con Wolfe assunto da qualche facoltoso cliente, di scoprire sicuramente nel giro di qualche giorno, grazie alle mie indagini e alla men-te del mio capo, l’identità del colpevole e di chiudere il caso.

Ma a seimila e settecento chilometri di distanza dal fiume Hudson e con un Wolfe al quale non passava logicamente per la mente la voglia di lavorare, lavorare gratis intendo, le pre-occupazioni del buon Granata erano di certo giustificate.

Infatti dalle sue parole appresi che nulla di rilevante era stato trovato nella stanza, né l’arma del delitto, né indizi di altro genere. Si aspettava, il tenente, di trovare solo le impron-te digitali della vittima e dei componenti lo staff dell’albergo. Sicuramente poi l’assassino si era già, in qualche modo, di-sfatto della pistola usata per uccidere.

Erano stati interrogati tutti i clienti che avevano trascorso la notte in hotel, a eccezione del sottoscritto e, ovviamente, di Wolfe, e tutti avevano dichiarato di non aver sentito o visto rumori o movimenti sospetti. Nulla di nulla.

Di molto rilevante, invece, c’era una importante dichiara-zione fatta da un tale di nome Giorgio Milazzo, anche lui tra i giallisti presenti ad Acqui e amico di lunga data della vittima. Milazzo aveva affermato che, durante la visita fatta quel tardo pomeriggio da lui e da Vinotti alla concessionaria Rolandi Auto — entrambi erano appassionati di fuoristrada — il suo amico gli aveva confidato di avere con sé un documento di estrema rilevanza, e si era raccomandato con veemenza di in-formare gli investigatori dell’esistenza di questo documento, nel caso gli fosse capitata una disgrazia. Vinotti pareva inoltre anche molto preoccupato. Evidentemente, pensava Granata, questo scritto, se ritrovato, avrebbe inchiodato l’assassino, svelando il movente dell’omicidio e magari anche il nome di chi lo aveva compiuto.

Il problema, per il povero Granata, consisteva nel fatto che, nonostante le assicurazioni della vittima, la stanza del delitto era stata setacciata scrupolosamente millimetro quadro dopo millimetro quadro, senza nulla rinvenire. Anche tutti i file presenti sul desktop o tra i documenti del computer erano sta-ti visionati dagli specialisti, che non avevano trovato niente di anomalo.

Insomma, la vittima aveva sostenuto che nella camera do-vesse esserci necessariamente un documento con il movente del delitto, ma questo documento non esisteva. Non poteva essere stato rubato dal colpevole, mi disse Granata, perché su-bito dopo lo sparo quest’ultimo si era dileguato immediata-mente.

Lo scritto che doveva esserci non c’era!

Nonostante la ristretta cerchia dei sospettati, si profilavano dunque all’orizzonte di Granata mesi e mesi di duro lavoro.

Abbandonai nel suo sconforto il tenente e tornai da Wolfe. Doveva essere sveglio ormai, alle sette e mezza, ammesso che fosse riuscito a riposare.

E infatti lo trovai ben sveglio, già liberato dal pigiama e ve-stito a puntino, pronto a scendere per la colazione, del tutto disinteressato agli eventi successi durante quella terribile not-te e sul piede di guerra per i disagi che aveva dovuto soppor-tare, intollerabili a suo dire. Dopo le tre del mattino non era infatti più riuscito a chiudere occhio.

Poco dopo, non appena ebbi finito di riportare parola per parola i dialoghi avuti con Granata, l’immane genio si limitò a far uscire dalle labbra un: ― Non mi scocci con queste scioc-chezze, Archie! Devo scendere per colazione. Ci pensi lei a consigliare il tenente su cosa fare. È talmente semplice che può riuscirci benissimo da solo!

Mi sentii punto sul vivo. Voleva mettermi alla prova? Ac-cipicchia, dovevo riuscirci, dovevo dimostrargli che pure io sapevo far funzionare le meningi!

Saltai la colazione, a malincuore. Avrei volentieri accompa-gnato un capiente bicchiere di latte freddo con della pancetta affumicata, ma dovevo concentrarmi e, se avessi ingurgitato qualcosa, non lo avrei digerito, pancetta o latte che potesse es-sere. Avevo bisogno che tutto il sangue affluisse al cervello e snobbasse sia lo stomaco sia il fegato.

Andai nella hall dell’hotel e sprofondai comodamente in una poltrona. Avvertii solo in sottofondo, mentre ero intento a riflettere, la voce del ragazzo della reception che consegnava chiavi ai clienti, registrava i documenti dei nuovi arrivati o raccomandava a qualche ospite di fare una capatina sulle me-ravigliose colline del Monferrato, che facevano da cornice alla cittadina termale e che, in quel periodo di vendemmia, con gli spettacolosi colori di fine estate avrebbero incantato chiun-que.

Pensavo… mi sforzavo di immedesimarmi nella vittima. Come mi sarei comportato io se fossi stato nei suoi panni? Per un bel po’ di tempo, durante il quale lo sferico, grande investi-gatore finì con comodo la colazione ed ebbe fatto in tempo a leggere il primo capitolo di un volume in inglese che aveva trovato, non lontano da un ripostiglio, posato su un divano — credo si intitolasse I saggi del profeta Elia , nei vari ripostigli della mia mente non mi si affacciò nulla, ma poi, come d’in-canto e del tutto inaspettata, ebbi l’idea!

Balzai dalla poltrona, sotto lo sguardo perplesso e preoccu-pato di Wolfe, salii le scale tre gradini per volta e raggiunsi la stanza del delitto.

Tenente. La posta!

Come?

Allora… si metta nei panni della vittima: lei deve tra-scorrere una notte in un hotel, e viene a sapere solo verso sera che nello stesso albergo sarà ospitato qualcuno che può volere la sua morte; siete convinti che l’assassino sia uno dei clienti, vero?

Sì, con tutta probabilità il colpevole non ha lasciato l’ho-tel.

Bene. Lei prende le necessarie precauzioni, chiude tutto a chiave, eccetera. Ma sa che questo potrebbe non bastare; scrive dunque velocemente un testo in cui spiega per filo e per segno chi vuole ucciderla e perché, ma non ha il tempo di consegnarlo a un notaio né, lontano da casa, a una persona di assoluta fiducia. Ha solo il tempo di raccomandare a un col-lega scrittore, amico suo, di avvertire la Polizia, in caso di disgrazia, che questo scritto esiste sicuramente. Non vuole che l’assassino, nella peggiore delle ipotesi, lo possa trovare nella sua stanza, o lo possa comunque facilmente scovare. Cosa fa?

Uhm…

Lo spedisce!

Lo spedisce?!

Certo. Lo spedisce a sé stesso, nella stessa città e presso l’albergo in cui è ospitato. Già l’indomani, dato che la città di ricevimento coincide con quella di spedizione, nella hall sarà consegnata una busta indirizzata a lei!

Ho capito! Se, malauguratamente, sarò ucciso gli inve-stigatori avranno a disposizione la posta arrivata per me in albergo. Potranno aprirla e venire a conoscenza del perché del delitto e dell’identità del colpevole. Una lettera spedita a sé stesso. Geniale, Goodwin. Finalmente si spiegherebbe perché nulla è stato rinvenuto nella camera o tra i file del computer portatile. Penso che lei possa aver ragione. Mando subito un mio incaricato a verificare presso l’ufficio postale, che è qui vi-cino. La terrò aggiornato, naturalmente.

Grazie, a dopo, tenente.

E, fiero della mia pensata, ritornai all’ingresso dell’hotel “Nuove Terme”, che il mio padrone e signore aveva già ab-bandonato per recarsi ai piani superiori a crogiolarsi nelle vasche colme di acqua calda termale e per farsi fare un gra-devole massaggio sul corpo — impresa non poco ardua vista la superficie in questione.

Io, in preda a una strana agitazione, uscii a far quattro passi per il Corso principale della graziosa cittadina e, al ritorno, non dovetti aspettar molto per incrociare nuovamente il tenente Granata, che mi portava le ultime novità sull’in-tricato caso.

Siccome nel mio lavoro di detective, e non faccio per van-tarmi, ho una certa esperienza, capii subito dalla sua faccia che la mia teoria del plico postale non stava in piedi. Acci-denti!

Abbiamo fatto un buco nell’acqua, Goodwin. Non c’è nessuna busta indirizzata all’hotel e a nome di Andrea Vinot-ti. Siamo nei pasticci come prima.

Lo confesso, ero molto deluso. E molto abbacchiato: crede-vo proprio di aver avuto un colpo di genio paragonabile a quelli ai quali mi ha abituato il mio capo, e invece… niente!

Accidenti ancora! Ora ci voleva Wolfe; chi altri avrebbe po-tuto far rapidamente luce sulla situazione?

Ma avrei dovuto convincerlo a mettersi a lavorare, impresa titanica lontano dal suo studio e dalle amate orchidee e senza la prospettiva di remunerazioni.

Sperai di trovarlo di luna buona dopo bagni caldi e mas-saggi vari ed effettivamente, quando, a metà mattinata ormai, bussai alla sua camera, lo trovai, divertito, che si cimentava in un cruciverba riportato sulle pagine di quel quotidiano tori-nese, “La stampa”.

Archie, si è nutrito a sufficienza? Vuole che le ordini un caffè in camera? Come ha impiegato il suo tempo, è andato a zonzo in città o che altro?

No, grazie, signor Wolfe. Niente caffè, mi andrebbe di traverso.

E perché, di grazia?

Nonostante tutti gli sforzi dei Carabinieri siamo al pun-to di partenza.

Loro sono al punto di partenza ― affermò Wolfe sottoli-neando con enfasi quel “sono”. ― Non è un suo caso, Good-win, ma dei gendarmi italiani.

Non sono gendarmi, si chiamano Carabinieri. Inoltre mi piacerebbe aiutarli, il caso è intrigante.

Lei dice?

Certo. ― E, approfittando del momento di attenzione che mi prestava il gran capo, mi affrettai a illustrargli gli ulti-mi sviluppi. Quando finii il resoconto, parola per parola, dei fatti accaduti e dei dialoghi intercorsi tra il sottoscritto e Gra-nata, l’immane genio nonché investigatore mi disse: ― Bene, Goodwin. L’idea della missiva inviata a proprio nome presso l’albergo è brillante. Molto bene.

Già, sarà anche molto bene, come dice lei, e sarà pure una intuizione che a lei può piacere molto, peccato che possa funzionare solo per un racconto giallo; nella realtà i fatti non si conformano a quella ipotesi.

Uhm… Non sia così tassativo, Goodwin ― e, detto ciò, incominciò a sporgere e rientrare le labbra, come in catalessi, incurante di tutto l’universo intorno a sé. Quando le sue lab-bra cominciano a muoversi, sporgendosi in fuori, venendo risucchiate dentro e così via, il suo cervello è al lavoro e nulla, neppure il più devastante dei terremoti, potrebbe distrarlo.

Dopo pochi minuti il pesante mio datore di lavoro si posò nuovamente su questa terra, e se ne uscì con un: ― L’idea è veramente molto bella, Goodwin, ed è anche l’unico appiglio per risolvere velocemente la questione. Vada, vada dunque a controllare la posta.

Guardai colui che mi paga in modo strano: ― Forse non sono stato sufficientemente chiaro, signor Wolfe ― dissi — l’idea che lui potesse aver capito male non mi sfiorò neppure. ― Il controllo sulla posta è già stato fatto!

Goodwin! Mi stupisco di lei. La posta, la posta, la [email protected]! ― pronunciò le ultime parole della frase come le vedete scrit-te: la postchiocciola!

Capii immediatamente — di solito non sono uno di quegli individui che definireste “un po’ addormentati”.

Mi precipitai, volando per le scale, nella camera di Vinotti, dove trovai uno sconsolato Granata che discuteva animata-mente con due dei suoi sottoposti.

Tenente! ― gridai. ― La posta elettronica! Non abbiamo controllato le mail!

Come?

Lo sfortunato Vinotti potrebbe benissimo aver inviato a se stesso una e-mail, invece di una lettera!

Ah! ― Anche Granata afferrava rapidamente i concetti e quindi si mise subito alla tastiera del computer dello scrittore deceduto, la cui password di entrata, molto semplice, costitui-ta solo dal suo nome di battesimo seguita dall’anno di nascita, era ben nota ai suoi uomini.

Osservò l’immagine sullo schermo e si collegò a Internet.

Quando il collegamento si perfezionò, in alto a sinistra comparve, cliccando sulla dicitura “Più visitati”, la scritta “Libero Mail. Posta”, informando così lo scrupoloso tenente che il caro Vinotti usava quel portale per il servizio di posta elettronica.

L’indirizzo era facile da indovinare, e dopo pochi tentativi si rivelò essere [email protected], così come la password vera e propria, che Granata, dopo non molti tentativi, centrò digi-tando questa volta cognome e anno di nascita.

Evidentemente, ― commentò lo sveglio tenente, ― il nostro Andrea Vinotti voleva in qualche modo che l’accesso ai dati più nascosti non fosse impossibile.

Questa osservazione, che coincideva con il mio pensiero, mi confortò: lo scrittore voleva che, avendo a disposizione cal-ma e tempo sufficiente, le sue mail fossero accessibili, accessi-bili alle indagini!

Non lo trovò subito, Granata, il file. Non era tra quelli in-viati o ricevuti. Lo scovò invece nel cestino, unica comuni-cazione non ancora aperta, senza testo e con un allegato, e proveniente da [email protected] L’allegato era un file PDF che Granata immediatamente aprì, mettendosi a leggerlo con avidità.

Finita la lettura del documento, il caro tenente ordinò: ― Rossi, Lo Presti, andate a prelevare il signor Belpasso, guar-date se è ancora in albergo e portatelo in caserma: ci deve for-nire un bel po’ di spiegazioni.

E così quel giorno stesso alle prime ombre della sera, nel cortile dell’Ora d’aria delle vecchie prigioni, sotto le mura del castello, non furono sette i protagonisti dell’interessante dibat-tito con il pubblico presente, perché due scrittori, per motivi diversi, non poterono partecipare: Andrea Vinotti, ormai al-lontanatosi da questo nostro strano pianeta, e Stefano Belpas-so, intento, nella caserma cittadina, a rispondere a variegate domande postegli da una nostra vecchia conoscenza, il cu-rioso tenente Granata.

In compenso, nel cortile del castello, ebbe un’ottima acco-glienza e fu subissato di domande un grasso signore prove-niente da un quartiere newyorchese, quello stesso signore al quale, qualche ora prima, il sottoscritto aveva sottoposto una esauriente, completa relazione sul delitto, al termine della quale sempre il signore dalla ingente massa aveva espresso il proprio commento affermando: ― Sarà contento, Goodwin, dopotutto aveva ragione: la chiave di volta si nascondeva pro-prio nella posta.

Sì, anche se in un tipo di posta un po’ diversa da quella tradizionale.

Già. Chi è l’assassino?

Un certo Stefano Belpasso, scrittore di noir e gialli pure lui. Pare che il caro Vinotti, che non doveva essere esattamen-te uno stinco di santo, lo ricattasse per via di una vecchia que-stione sulla vera paternità di un romanzo di successo, e Bel-passo non abbia trovato di meglio che chiudere la faccenda con una pallottola calibro 38, esplosa da una pistola che non è stata ancora ritrovata.

Accidenti a lui! Ho trascorso la notte più nera della mia esistenza. Una notte insonne.

Beh…. comunque, tra poco, il grande Nero Wolfe, dopo aver passato una terribile notte nera, si potrà esibire, accon-tentando il suo io megalomane, quale protagonista delle Notti nere, al castello.

A questo punto Wolfe emise quel suono che secondo lui dovrebbe essere una risatina e alzò il dito nella mia direzione.

RAPSODIA IN GRIGIO

di

Giuseppe Borasi e Gianluca Ongaro

Guido Marengo, vicequestore della Polizia di Alessandria, seduto nel suo studio, con gli occhi pesanti e il respiro affan-nato, attese che l’elegante swing del piano di Oscar Peterson si estinguesse del tutto nella coda rallentata di Easy Does It, per poi alzarsi un po’ malfermo e ciondolante sulle gambe. In-dossò un pigiama azzurro stirato e profumato, entrò lenta-mente in camera da letto e si infilò sotto le coperte. La moglie Franca dormiva già da un pezzo. Il suo viso era soltanto de-bolmente rischiarato dalla tenue luce di un quarto di luna che filtrava attraverso le tapparelle. Guardarla gli trasmetteva una profonda sensazione di serenità. Fuori, Alessandria era im-mersa nella prima nebbia di ottobre, un velo di fumo opale-scente e muto.

Ultimamente gli succedeva di prendere sonno con diffi-coltà. Allora cercava di concentrarsi su un particolare che ave-va destato la sua attenzione di recente. Non doveva necessa-riamente essere un elemento insolito o inusuale. Era un per-corso mentale che gli uomini della sua squadra ormai cono-scevano bene. La maggior parte di loro gli rimproverava quel metodo; alcuni lo consideravano soltanto inconcludente, altri del tutto incomprensibile. Nessuno osava però contraddirlo apertamente. Del resto, Guido Marengo era sempre riuscito a portare a termine le proprie indagini e questo per i piani alti era sufficiente.

Se poi, per andare da un punto A a un punto C, non si accontentava quasi mai di passare per B come avrebbe fatto qualsiasi altra persona, ma era solito spingersi fino a S, se non addirittura a Z, non tralasciando magari di chiedersi perché F avesse esattamente quella forma e non un’altra, ma soprat-tutto perché si trovasse proprio tra E e G e non altrove, non doveva poi avere una grande importanza, dal momento che lui a C sarebbe comunque arrivato, mentre di molti altri non si sarebbe potuto dire la stessa cosa. L’unica persona che accettava senza obiezioni la procedura del vicequestore era il suo ispettore Luigi Verdastro. Un uomo sulla cinquantina, alto e magro come un osso, con un viso dai lineamenti spi-golosi e i capelli castani quasi sempre in disordine. Dava a tutti un’impressione complessiva di trascuratezza. Non aveva figli e non si era mai sposato; a dire il vero, lungo i corridoi del commissariato correva voce che non avesse mai visto una donna. In un contesto simile, il confine tra un innocente sarcasmo e una crudele persecuzione poteva diventare molto sottile. Soltanto il prestigio del grado che ricopriva e il legame di amicizia con Guido Marengo avevano impedito che l’ispettore Verdastro diventasse un bersaglio ancora più in-difeso del cameratismo di quel luogo. Luigi e Guido ormai si conoscevano da una trentina d’anni e tra di loro si era con-solidato un rapporto di stima reciproca, diventata nel tempo, amicizia vera. Marengo gli evitava gli interrogatori e le per-quisizioni delle prostitute che quasi ogni giorno venivano condotte in caserma, proteggendolo dagli sguardi dei colle-ghi. Verdastro era sempre disponibile a seguire i ragiona-menti del vicequestore, avventurandosi nelle derive della sua mente, anche quando ciò poteva significare intere nottate di riflessioni in apparenza senza senso. In possesso di una cul-tura quasi enciclopedica, maturata nel corso di anni di soli-tudine e isolamento dalla società, sapeva ricondurre sul sen-tiero dell’indagine le sue tortuose escursioni e gli offriva sem-pre, con risposte erudite, l’approdo sicuro della scienza, per sostenere le sue volubili costruzioni basate sulla teoria e sul-l’ipotesi.

Anche adesso Marengo, nel buio della sua camera da letto, stava per dare inizio a uno dei suoi viaggi senza ritorno.

La domenica precedente aveva visitato una mostra a Palaz-zo Cuttica sulla raffigurazione degli animali nell’Arte. Tra le centinaia di dipinti e statue esposti, aveva potuto ammirare altrettanti esemplari di animali: alcuni erano reali, altri estinti o appartenenti a un bestiario fantastico. A volte un dipinto, allo stesso modo di una registrazione musicale, riuscivano a coinvolgerlo fino a un livello estatico, in cui la commozione mista a una sorta di turbamento depressivo subentravano a un primo appagamento intellettuale. Aveva autodiagnosticato tali sintomi come il quadro clinico della sindrome di Stendhàl, gli stessi che lo scrittore francese raccontava di aver sperimen-tato all’inizio dell’Ottocento di fronte alle meravigliose opere d’arte di Roma, Napoli e Firenze. E l’aveva subito orgogliosa-mente ribattezzata sindrome di Marengo.

Un’immagine in particolare continuava a ripresentarsi da-vanti ai suoi occhi. Una mucca che lo fissava placidamente mentre pascolava. Gli pareva di ricordare che il titolo esatto del quadro fosse Mucca bruna all’abbeveratoio di Giovanni Segantini; quel dipinto sprigionava un fascino immediato, per la sua naturalezza e per la gioiosità priva di retorica del paesaggio alpino, ridotto all’essenziale. Il muso di quell’ani-male assetato, col grande occhio spalancato verso l’osserva-tore, assumeva i tratti di una cosa vera, al centro di una na-tura benigna e pacifica. La sua mente ritornò all’improvviso indietro di vent’anni, a quel 6 novembre 1994, quando un’on-da di piena sprofondò Alessandria nella peggiore alluvione di cui si avesse mai avuto memoria. Su alcune abitazioni del quartiere Orti erano ancora visibili i segni del livello raggiun-to dalle acque fangose del Tanaro. Marengo ricordava bene il sentore di umido e nafta che era rimasto nell’aria per settima-ne e le carcasse di quelle mucche che galleggiavano nel vorti-ce della corrente. 

Nel susseguirsi delle analogie tra immagini bovine, Maren-go risalì fino all’inizio del Dodicesimo Secolo, al tempo in cui un’Alessandria ormai allo stremo sotto l’assedio delle truppe imperiali del Barbarossa riuscì a sopravvivere grazie all’astuto stratagemma del pastore Gagliaudo Aulari. Mentre il Consi-glio degli Anziani era in riunione nel castello di Rovereto per decidere se firmare la resa o meno, Gagliaudo fece nutrire la mucca Rosina con gli ultimi viveri rimasti in città e uscì dalle mura per portarla a pascolare. Venne catturato dai nemici che uccisero la vacca; poi fu convocato al cospetto dell’imperatore e riferì che la città era ben lungi dall’arrendersi, perché i suoi abitanti avevano così tante provviste da poter resistere all’as-sedio ancora per mesi. E così Alessandria fu salva. Alessan-dria, la città dei mandrogni. Marengo aveva sentito dire che quel nome fosse una storpiatura dialettale di mandriani, per indicare i predoni saraceni che avevano colonizzato la pia-nura da dove poi si sarebbe sviluppata la città.

La mente del vicequestore riprese ancora a correre… i mandriani svizzeri conducevano le mucche al pascolo e per ripor-tarle nel recinto si servivano di quello strano richiamo… yooohelidi-dudu ioledidodeeiohuuuùù… Erano parole che aveva letto nel catalogo della mostra e che subito associò alla serie dei tredici brani scritti da Jimmie Rodgers tra il 1927 e il 1933. Tra quelli, in cima alla sua personale classifica, c’era Blue Yodel No. 9 perché incisa con Louis Armstrong alla tromba e la moglie Lil Hardin al piano. Come aveva fatto quel richiamo per le muc-che a finire dalla vecchia Europa nelle canzoni della prima star della musica country, nata e cresciuta nel Mississippi? Quello doveva essere stato il suo ultimo pensiero perché al-l’improvviso scivolò in un sonno profondo.

Erano quasi le 8.30 della mattina seguente quando l’ano-nimo squillo della suoneria del cellulare di Marengo ruppe il silenzio della palazzina al civico 79 di via Galileo Galilei.

Dottor Marengo, sono Bergamaschi. Abbiamo ricevuto una segnalazione…un cadavere in via Pisacane 21… ultimo piano… una donna.

Vada sul posto con la squadra e avverta la Scientifica… io vi raggiungo.

Marengo si mise lentamente a sedere sul bordo del letto e si alzò solo dopo aver sbuffato incomprensibili imprecazioni a mezza voce. Si diresse verso il bagno e poi in cucina. Franca era in piedi, vicino ai fuochi, nella sua vestaglia bianca.

Ti sto preparando un caffè, Guido.

Impegnata nella chiusura della moka, gli chiese: ― Vuoi dirmi che cos’è successo?

La sua voce era pacata, distesa. Marengo alzò le folte so-pracciglia e rispose con un sospiro: ― C’è un morto in un pa-lazzo davanti alla centrale del latte.

Con la sua tipica flemma mandrogna, raggiunse la camera matrimoniale e indossò i pantaloni di vigogna grigi, la ca-micia bianca e il girocollo cammello appoggiati alla poltrona di fronte ai piedi del letto. In ultimo il loden verde e il suo amato Camigo Borsalino in pelo di lepre.

Io vado, ci sentiamo.

Sì, fai attenzione. ― Franca sapeva che non avrebbe chiamato e che se tutto fosse andato come al solito, l’avrebbe rivisto per cena.

Quando arrivò sul posto, le due volanti della Mobile erano già parcheggiate di sbieco vicino al cancelletto dell’abitazione, rimasto spalancato. L’ambulanza era poco più avanti. Trovò un buco lungo la parte opposta della strada, scese e diede un’occhiata a quel palazzo di recente costruzione, considerato da molti un esempio di architettura civile d’avanguardia: quella prospettiva verticale dal basso all’alto, gli diede un senso di sopraffazione. Il vicequestore abbassò lo sguardo e attraversò il giardino antistante, poi si fece condurre dall’a-scensore fino all’attico dei coniugi Maffei.

Immobile sul ballatoio, con la porta socchiusa dell’appartamento davanti ai suoi occhi, Marengo pensò di trovarsi nel mezzo di una camera anecoica; all’interno di quel palazzo ogni rumore esterno era come annullato e quando entrò, gli unici suoni che poteva percepire erano quelli di un brusio diffuso e dei flash della Scientifica. In fondo all’ampio salone, vide l’ispettore capo Verdastro bofonchiare con il sovrinten-dente Perfumo e gli agenti Pellottieri, Macrì e Bergamaschi; riuscì anche a scorgere il nastro bianco e rosso che delimitava una zona piuttosto ristretta a ridosso della lunga vetrata che dava sul terrazzo.

Verdastro gli si avvicinò con aria tesa: ― Non abbiamo ancora toccato nulla.

Nome della vittima?

Eleonora Pasino, moglie del notaio Maffei, è stata di-chiarata morta dal medico del 118 ― rispose Verdastro indicando con gli occhi un uomo calvo che indossava un parka rosso acceso con strisce rifrangenti.

Il corpo di Eleonora Pasino in Maffei se ne stava riverso su un fianco, la gamba destra leggermente piegata di lato, gli occhi spalancati e vitrei. Ecchimosi violacee e segni di lesione cutanea erano evidenti su tutta la circonferenza frontale del collo, alla base del mento fino all’altezza dei lobi delle orecchie. Marengo spinse lo sguardo sopra di sé e osservò per alcuni secondi il voluminoso ventilatore da soffitto a pale metalliche che aveva notato non appena messo piede nell’appartamento. A pochi centimetri dal volto, giacevano sul gres porcellanato una sedia a gambe all’aria e una corda spessa, di buon diametro.

Marengo si avvicinò a Verdastro: ― Strano il nodo della corda…

L’ispettore capo rispose continuando a fissare il volto della donna: ― È il nodo a gassa d’amante, detto anche cappio del bombardiere… dopo il semplice e il savoia, è il più facile da realizzare.

Marengo annuì, poi con una certa circospezione chiese: ― Visto quante telecamere?

Sì…piuttosto singolare la cosa.

Già…Va bene, io chiamo in procura. Mi raccomando, niente repertamento prima dell’arrivo del medico legale. Intanto proviamo a sentire i vicini.

Non aveva ancora finito di parlare quando gli si piazzò davanti Emma Lamagna, la pimpante decana della cronaca locale, con la penna e il taccuino d’ordinanza.

Cosa ci può dire, commissario?

Dopo tutti quegli anni passati a fare e raccogliere dichiarazioni, Marengo non riusciva a spiegarsi perché si dessero ancora del lei.

Ho appena riferito al PM, abbiamo la vittima, la scena del fatto e niente di più.

Tutto farebbe pensare a un suicidio…

Per dire questo dobbiamo aspettare il medico legale.

E del marito, cosa sapete dire?

Per ora non posso dire altro, va bene così… ― Poi la fissò negli occhi abbastanza a lungo perché lei ricordasse che quello sguardo significava che non lui non avrebbe più aperto bocca.

Quando arrivò il dott. Giulio Bernardotti, ci fu una serie di strette di mano e pacche sulle spalle. Le operazioni non durarono più di 15 minuti, poi Bernardotti prese in disparte Marengo.

Ho buoni motivi di pensare si tratti di suicidio… è morta di asfissia e non ci sono segni di colluttazione evidenti sul corpo. Ma ho anche ragionevoli dubbi su questa stessa ipotesi, perché una donna che si impicca difficilmente si strappa i capelli… ― nel dirlo, gli mostrò una ciocca di fili castani all’interno di una busta trasparente. A prima vista, colore e lunghezza corrispondevano a quelli di Eleonora Pasi-no. Poi aggiunse: ― Erano sotto la guancia sinistra.

Mi stai dicendo che dobbiamo aprire le indagini, giusto?

Sì e che avrai parecchio lavoro nei prossimi tempi.

Marengo si fece consegnare l’involucro con i capelli della vittima, poi chiamò a raccolta la sua Squadra e gli agenti della Scientifica. In un attimo quegli uomini fecero sfoggio di tutta la panòplia del loro armamentario investigativo.

Un poliziotto in tuta bianca, mascherina e calzari si avvicinò alla vetrata e premette il pulsante per abbassare le tapparelle elettriche. La chemiluminescenza bluastra del luminol evidenziò intorno al cadavere decine di macchie di varia natura, impronte digitali e di suole di scarpe. Passarono una trentina di secondi, la luce si spense e l’algido chiarore del mattino filtrò nuovamente nel salone.

Un quarto d’ora dopo, Marengo vide il sovrintendente Perfumo venirgli incontro a passo spedito: ― Dottore, abbiamo trovato il cellulare della vittima.

Prendiamo tutto ― disse Marengo. Ai lati della porta d’ingresso del salone notò due grandi vasi di mandarini cinesi, si avvicinò e si chinò a osservarli per un istante. L’uomo seduto di fronte al televisore spento aveva un volto già visto. Marengo sospettò fosse il notaio Maffei e ne ebbe conferma dopo averlo chiesto a Verdastro. L’uomo, in abito scuro e sbarbato di fresco, aveva gli avambracci sulle ginocchia e fissava un punto nel vuoto con occhi vacui e immobili.

I due si strinsero la mano e Marengo si sedette accanto al notaio. ― Le porgo le mie condoglianze e se permette, le rivolgerei due domande… La devo informare che questa conversazione finirà agli atti ― disse Marengo estraendo dalla tasca sinistra del loden un piccolo registratore portatile.

Sì commissario, faccia pure ― ribatté Maffei, dopo essersi passato le mani sul volto.

Senta notaio… come sono andati i fatti questa mattina?

Mi sono alzato verso le 7.30 come tutti i giorni, non ho trovato Eleonora nel letto e ho pensato fosse da qualche parte in casa… poi sono andato un secondo in bagno.

Quando è uscito dal bagno?

Mi ricordo che ero in corridoio, ho iniziato a chiamarla e lei non rispondeva… l’avrò chiamata due o tre volte, ma non era in casa. Non l’ho trovata una cosa insolita, perché a volte mia moglie scendeva a fare jogging di buon mattino e vedendomi dormire non si preoccupava di avvisarmi. Sono sceso a fare colazione al bar qua sotto, sarò rimasto non più di una mezzora; prima di risalire, guardando in alto, mi è parso di vedere qualcuno agitarsi nel nostro salone, mi sembrava una donna e ho creduto che mia moglie fosse appena rientrata, ma era in piedi su una sedia e mi sembrava anche di vedere una corda, poi il sole riflesso sui vetri della finestra mi ha abbagliato e sono salito di corsa perché temevo che mia moglie fosse in pericolo.

E quando è entrato… ― Il notaio si fermò, fece cenno con il capo verso il punto della sala in cui si trovava la moglie. Sembrava essere caduto in una trance, incapace di continuare a parlare. ― …l’ha vista pendere dal ventilatore…?

Sì, ― riprese il notaio con un flebile tremolio nella voce, ― e ho iniziato a correre, l’ho sollevata prendendola per le gambe, poi sono montato sulla sedia… anzi no… prima ho preso un coltello dalla cucina, sono salito e ho tagliato la cor-da. Poi siamo caduti sul pavimento…la sedia si è rovesciata… lei era… era come una bambola, non dava segni di vita… l’ho strattonata, gridavo il suo nome… ma niente.

A quel punto ha chiamato i soccorsi?

Sì, prima i soccorsi, poi la polizia… Quando è arrivato, il medico del 118 ha solo constatato la morte.

Va bene, signor Maffei… senta, ultimamente è successo qualcosa? Voglio dire, un evento che ha turbato la vostra vita o quella di sua moglie? ― chiese Marengo continuando a fis-sare oltre l’ampia finestra della stanza. Il notaio gli rispose dopo una breve pausa: ― No, tutto procedeva come al solito… una vita come tante altre, forse anche noiosa. Magari troppo ― pronunciò le ultime due parole con voce mesta, come afflitta da un dolore insanabile. ― Io ero sempre fuori casa per lavoro, ― proseguì, ― e mia moglie, quando non si trovava qui, era nella nostra casa di campagna a Frascaro. Si prendeva cura del parco e del giardino botanico che aveva appena ultimato. Da alcuni anni ormai aveva questa passione che le occupava gran parte del suo tempo.

Ho capito. Quindi secondo lei sua moglie non aveva motivi seri per farla finita?

Direi di no… o per lo meno, non riesco a pensare a nulla di così grave da portarla a mettersi una corda al collo ― a quel punto il notaio sbottò in un pianto sommesso, simile al latrato di un cane. Marengo prese aria e aspettò.

Mi scusi commissario… ― disse Maffei tentando di trattenere le lacrime.

Sono io a scusarmi… capisco perfettamente la situazione, le assicuro che ho quasi finito…

Dica pure commissario…

Senta signor Maffei… avete subìto qualche furto o rapina negli ultimi anni?

No, perché me lo chiede?

Mi domandavo il perchè di tutte quelle telecamere…

Beh, con un lavoro come il mio la sicurezza non è mai troppa… ― disse il notaio allargando le mani.

Sì certo… Pensa che possano aver ripreso qualcosa del gesto di sua moglie?

Il notaio inarcò le sopracciglia: ― No… le aziono io solo quando esco di casa…

E poteva capitare che sua moglie venisse ripresa durante le ore in cui lei era al lavoro o fuori per qualche motivo?

Sì, anche se io e mia moglie avevamo orari piuttosto simili… come le ho detto, quando non era nel suo ufficio a scuola, se ne stava a Frascaro tra le sue piante…

Signor Maffei, lei è un notaio, penso sappia perfettamente che noi abbiamo l’obbligo, in casi come questo, di entrare in possesso di tutti gli elementi di interesse riguardo la vittima… registrazioni delle telecamere incluse.

Sì, certo… rispose il notaio Maffei, come se non avesse ascoltato le parole del vicequestore.

Dovrebbe anche cercarsi una sistemazione per i pros-simi giorni… l’appartamento dovrà essere sottoposto a sequestro.

Mi scusi ma mia moglie si è suicidata e…

Sì, ― intervenne Marengo, cercando il tono di voce più conciliante di cui fosse capace, ― ma ci sono altri rilievi da fare…non si preoccupi, tornerà presto a casa.

Il notaio rimase come paralizzato e non disse più nulla.

Verso mezzogiorno arrivò il nullaosta del PM e il corpo di Eleonora venne trasferito alla sezione di Medicina Legale dell’Ospedale Civile.

Prima di lasciare l’edificio, il vicequestore chiamò l’agente Luciano Macrì, arrivato in città nel giugno di quello stesso anno da Benestare, un piccolo paese tra l’Aspromonte e la costa della Locride. Era un tipo a posto Luciano, ossequioso e zelante come può esserlo solo un poliziotto alle prime armi.

Che dicono i vicini?

Tutti la stessa cosa, dottore.

Brave persone, gente di classe, stimati professionisti…

In pratica sì, dottore… e nessuno ha sentito rumori o altro.

Va bene, ora vai in ufficio e stendi il verbale, magari fatti aiutare da Perfumo.

Grazie dottore.

Poco a poco l’appartamento dei coniugi Maffei si svuotò.

Che cosa ne pensi? ― esordì Verdastro seduto in un bar di via Testore insieme a Marengo. Sull’insegna c’era scritto BAR LATTERIA, ma tutti lo chiamavano semplicemente Da Oscar.

Non so, stavo pensando alla barba.

La barba? ― fece Verdastro con gli occhi sbarrati. Come sempre, pensava di essere riuscito a immedesimarsi nella testa del commissario e invece gli confessò: ― Avrei detto che stessi pensando a quei due vasi. Non ho potuto fare a meno di notare che li hai guardati più di una volta.

Oh, i vasi, certo pensavo anche a quelli.

La barba di chi? ― e pronunciò queste parole lentame-nte, come un esploratore che muove i passi con prudenza nella foresta, per paura di finire nelle sabbie mobili.

La barba del notaio Maffei.

Ma non aveva la barba! ― esclamò Verdastro, pensando che lo stesse prendendo per i fondelli.

Appunto… in base a quello che ci ha detto, appena alzato, non vedendo la moglie, è sceso in fretta al bar a cercarla. Poi da laggiù gli è sembrato di vederne la sagoma alla finestra. Questo significa che non ha avuto il tempo di farsi la barba prima del ritrovamento.

Che intendi dire?

Niente, soltanto che non mi piacciono gli uomini che si fanno la barba dopo aver trovato la propria moglie impiccata.

Già, neanche a me. E i vasi invece?

Sono vasi identici, li ho guardati bene. Stessa forma, stessa quantità di terra, stessi mandarini.

D’accordo, quindi dove vuoi arrivare? ― chiese adden-tando la sua focaccia.

Identici in tutto, tranne nel terriccio. Uno era asciutto, l’altro ancora umido. Una donna come Eleonora, dedita alla botanica come a una religione, avrebbe riservato le stesse attenzioni a entrambi. Che senso aveva innaffiare uno e non l’altro? Guarda che hai la guancia destra piena di maionese.

Quindi vuoi dire che ha innaffiato un vaso e poi si è interrotta?

Oppure è stata interrotta.

Capisco. Questa maionese è la migliore del mondo.

Sono d’accordo. Oscar dice che è merito delle uova, mi pare che una volta abbia detto che si rifornisce esclusivamente da un contadino di Frugarolo. Devo chiedergli l’indirizzo, vorrei che Franca imparasse a farla identica.

Nel pomeriggio, sotto un cielo basso e plumbeo, Marengo attraversò il cortile interno della Questura in Corso Lamar-mora e si recò nel suo ufficio. Sentì il freddo di quei giorni di fine ottobre infilarsi tra il bavero del loden e il mento, per arrivargli fino al collo. Nella sala video della Squadra Mobile, il primo a incrociare fu il sovrintendente Perfumo. Quando Marengo gli chiese cosa fosse saltato fuori dalla USB delle telecamere di Maffei, rispose che tutto quadrava con le dichiarazioni del notaio. ― Dottore, abbiamo passato in rassegna più di 720 ore di immagini e tutte raccontano la stessa storia… il video parte all’incirca alle 8:30 del mattino e ter-mina più o meno verso le 20:00 della sera… e questo per tutti i santi giorni di ogni settimana di settembre e ottobre…

E cosa si vede?

Nulla, assolutamente nulla… l’immagine resta fissa sul-la sala, sulla camera matrimoniale, sulla cucina e sul bagno padronale…

A quel punto Marengo domandò se la vittima fosse comparsa in qualche sequenza e Perfumo rispose che Eleonora si era intravista solo in tre momenti in tre date differenti. ― Nelle prime due ― riferì ― porta con sé un innaffiatoio, entra ed esce dal terrazzo, nella terza è in camera da letto, sembra stia piegando degli indumenti… poi esce dalla stanza e di lei più nessuna traccia.

Il vicequestore chiese di poter esaminare quei tre passaggi, ma una volta terminata la visione non poté fare altro che confermare le parole del sovrintendente Perfumo.

E dal cellulare, cosa sappiamo? ― chiese infine il vice-questore.

Solo messaggi di poco conto e telefonate al marito, alle colleghe e alle amiche… abbiamo già controllato i nominativi ― rispose Perfumo, prima di congedarsi.

Trascorsero circa tre mesi e le indagini erano ferme a un punto morto. Il caso Maffei continuava a essere catalogato come suicidio. Marengo se ne stava seduto in poltrona, nel suo studio. Teneva tra le mani un catalogo di dipinti antichi e fissava l’immagine di un quadro di Segantini.

Mi hai invitato a quest’ora da te solo per parlare di Arte?

Il viso di Marengo esibì un’espressione che denotava sol-lievo e amarezza allo stesso tempo. ― Non solo, anche per informarti che stiamo per andare ad arrestare il notaio Maffei, per l’omicidio della moglie. Ci tenevo che lo sapessi prima degli altri.

Uxoricidio… ― rimuginò tra sé Verdastro, prolungando più del necessario la pronuncia della X. ― E come ci sei arrivato? Fino a un minuto fa ero convinto che non avessimo an-cora nessuna prova e nessun sospettato.

Grazie a quella ― e gli aveva indicato un dipinto di Segantini.

Vuoi dire, grazie a una mucca?

No, io mi riferivo all’ombra. Questo dipinto rappresenta una scena di vita campestre, con in primo piano una mucca che si sta abbeverando. L’ho visto di recente a una mostra e mi è capitato di pensarci spesso in questi giorni, casualmente anche la sera prima dell’omicidio. La scena è illuminata dal primo sole del mattino, infatti la luce proviene da est e genera l’ombra della roccia che si allunga verso sinistra.

Verdastro ora guardava il dipinto con sempre maggiore curiosità.

Il notaio ha dichiarato che quella mattina, non vedendo la moglie e pensando fosse andata a correre, era sceso al bar sotto casa a chiedere se qualcuno l’avesse vista. Ha detto di essersi trattenuto pochi minuti, poi, prima di rincasare, aveva guardato in alto e gli era sembrato di vedere una donna nel salone che si agitava in piedi su una sedia e anche una corda, che certo la distanza era troppa per distinguere un particolare di questo tipo, ma era quasi sicuro si trattasse di una corda, però dopo non era riuscito a vedere più niente perché il sole riflesso sulla finestra del salone l’aveva accecato. Quindi era salito di corsa in preda al panico e aveva trovato quello che sappiamo. Ma non era possibile che il sole riflesso a quell’ora illuminasse la loro casa, è questo il punto. Nel giardino della casa adiacente al bar ci sono delle splendide begonie. Non ho potuto fare a meno di notarle e ho fatto i complimenti per il suo pollice verde alla anziana proprietaria di casa. Vive da sola sai e ha quasi novant’anni, è proprio una graziosa vecchietta. Mi ha detto che era merito di Eleonora Pasino, era lei a occuparsi del suo giardino e a farle compagnia di tanto in tanto. Era lei che le aveva detto di seminare le begonie, che crescono bene soltanto al primo sole del mattino, e quella era la posizione ideale perché si trovava a est, quindi poteva godere ogni giorno dei raggi dell’alba. Ma se il bar e il giardino delle begonie si affacciano a est, significa che la casa del notaio si affaccia a ovest e non poteva esserci sole a quell’ora, perché la facciata era in ombra ed è illuminata soltanto dopo mezzogiorno.

Ho capito, una delle tue strabilianti deduzioni, come al solito. Ma sei sicuro che questa volta sarà sufficiente? Non abbiamo nessun movente e nessuna prova, solo il particolare di un uomo che forse si rade la barba pochi minuti dopo aver trovato il cadavere della moglie e una storia di luci, ombre e mucche. L’occasione l’avrebbe avuta, questo sì, ma…

Mio caro, quell’uomo ci ha mentito due volte. È ora di andare a prenderlo.

Come Gagliaudo, Marengo aveva giocato d’astuzia e raccontato una balla colossale. Disse al notaio che avevano prove schiaccianti e che sarebbero potuti rimanere in quella stanza anche una settimana intera, finché non si fosse deciso a confessare.

Quando, messo alle corde, il notaio crollò, l’interrogatorio era in corso da circa tre ore. Rivelò di essere stato in preda a una profonda gelosia e di essere certo dei tradimenti della moglie, pur senza aver trovato delle prove, nonostante tutte le telecamere. Poi quella mattina, dopo l’ennesimo litigio, aveva perso la testa.

Due settimane dopo, Marengo e Verdastro scoprirono che la moglie aveva sotterrato nella casa di Frascaro, al di sotto delle orchidee, i fiori del peccato, un baule con lettere e foto che rivelavano un suo effettivo tradimento, ma ritennero opportuno tenere quel segreto solo per sé, senza rivelarlo ad anima viva, tantomeno al notaio in carcere. Accanto alle orchidee, in armonica successione, crescevano rose rosse, giacinti e calendule, in una simbolica sequenza di amore, delusione e pentimento. Eleonora sapeva davvero far parlare i suoi fiori.

In una tiepida domenica di febbraio, terminato il pranzo, Franca stava sparecchiando la tavola in cucina mentre Guido e Luigi se la raccontavano nel salone. Dalle casse dello stereo fuoriuscivano le note della Rhapsody In Blue di Gershwin.

Marengo si voltò verso Verdastro. ― Ascolta, ― disse, ― ascolta Luigi… questo è il clarinetto di Ross Gorman… qui entra il pianoforte che precede l’orchestra con il tema principale… ora la melodia si fa più complessa… e adesso siamo nella parte più dolce, prima del crescendo… e ora eccola qui la coda maestosa e trionfale… ― Verdastro era ammutolito. ― Mi sono sempre chiesto, ― aggiunse il vicequestore ― come sia possibile, dal silenzio, creare un’opera come questa.

Benché tu mi abbia sempre considerato il tuo oracolo tascabile, ― ribatté Verdastro puntando l’indice con aria goliardica, ― a questa cosa non so proprio risponderti… se vuoi però posso dirti che secondo la leggenda, George Gershwin scrisse il pezzo in pochi giorni e lo eseguì per la prima volta all’Aeolian Hall di New York nel febbraio del ’24 senza neanche avere avuto il tempo di scriverne la partitura…

Questa grosso modo la sapevo… ma perché il titolo Rapsodia?

La rapsodia non è soltanto una composizione strumentale basata su temi popolari, ma è anche una forma di narrazione epica… come uno dei rapsodi dell’Antica Grecia, Gershwin voleva cantare la sua città, la follia metropolitana.

Anche noi ― disse Marengo con un sorriso disegnato sul volto ― ne avremmo di storie folli da raccontare…

Sì, ma dalle nostri parti non le potremmo chiamare rapsodie in blu… ― replicò Verdastro.

Dovremmo cambiare colore… ― concluse Marengo mettendosi a ridere e indicando un punto qualsiasi attraverso la fitta nebbia, oltre la finestra.

Risero entrambi come fossero parti diverse di un’unica somma, con la sensazione precisa di essere intimamente legati e la convinzione che la fiducia che ognuno riponeva nell’altro non sarebbe mai stata tradita.

Autori

AA. VV.

Le autrici e gli autori di quest’antologia di racconti gialli provengono quest’anno dal Centro e dal Nord Italia. Eccone l’elenco in base all’ordine di apparizione dei loro racconti: Francesca Santi, Pietro Rainero, Giuseppe Borasi e Gianluca Ongaro, Fabio Massa, Chiara Alaia, Fulvio Rombo, Raffaella La Villa, Carlo Musso.

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