PREMIO GIALLO INDIPENDENTE. ANTOLOGIA 2018

9,35

Racconti gialli in diverse sfumature, dalla città alla collina, dal fiume al lago, luoghi incantevoli resi cupi da vicende misteriose e inquietanti.

 

5 disponibili

EAN: 9788897382423 COD: 181 Categoria: Tag: ,

Descrizione

Racconti gialli

Quest’antologia raccoglie cinque racconti gialli selezionati da una giuria di qualità nell’ambito del Premio Giallo Indipendente, premio e concorso letterario ideato per dare visibilità a quelle autrici e quegli autori pubblicati dall’editoria indipendente. Troverete piacevoli racconti in diverse sfumature del giallo, ambientati in Italia da Alessandria a Torino, a Verbania, dal lago Maggiore al ramo di Lecco del lago di Como, al lago di Garda. Dalla città alla collina, dal fiume al lago, luoghi incantevoli resi cupi da vicende misteriose e inquietanti, ma che ritorneranno alla loro bellezza una volta risolti gli enigmi, con l’aiuto delle forze dell’ordine.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 11,00

In copertina

Cittadella di Alessandria, veduta aerea, opera grafica di Andrea Gatti, collezione privata.

Pagine

78

Lingua

Italiano

Genere letterario

Giallo, noir

Ambientazione

Alessandria, Voltaggio, Torino, Verbania, Stresa, Lago Maggiore, Lago di Como, Lago di Garda

Anteprima

UNA TESTA DURA

di

Roberto Masini

 

PROLOGO

― Alzati, non essere vigliacco… anche se quelli come te, che fanno il tuo mestiere devono essere dei vigliacchi per natura. Hai ancora una possibilità di cavartela: se vinci, sei un uomo libero!

Antonio sapeva che quell’uomo mentiva. A quel suo perfido e cruento gioco avevano perso tutti gli altri che lo avevano preceduto e, quindi, lui pensava che avrebbe subito la stessa sorte: avrebbe perso e per sempre o forse no. Quando l’uomo, dopo averlo sciolto, cercò di colpirlo, schivò il colpo e gli assestò un calcio ai testicoli; mentre l’altro si contorceva a terra per il dolore, lui cominciò a correre. Percorse cunicoli rischiarati dalla fioca luce di torce inserite alle pareti; iniziò a salire sensibilmente, finché andò a cozzare contro una specie di botola. Cedette alla sua spinta e uscì; si ritrovò in un bosco e ricominciò a correre. Gli alberi si diradarono e raggiunse una strada asfaltata. Non passava nessuno ma era ormai sicuro di essere in salvo.

Echeggiò uno sparo. La pallottola lo colpì in piena fronte. Bestemmiando, l’uomo lo raggiunse e cominciò a scavare una buca poco profonda nel terreno. Ricoprì la terra smossa con le foglie cadute. Nessuno lo aveva visto ma, quando terminò l’opera, giurò a se stesso che non avrebbe più commesso errori e che il prossimo l’avrebbe ucciso nell’unico modo nel quale meritavano di morire tutti quelli come lui.

 

THE PIMP KILLER

― Che cosa ci fanno qui tutte queste puttane? ― domandò nella sala d’aspetto del Comando Provinciale di Alessandria, con quel suo inimitabile linguaggio forbito, il maresciallo capo Salvatore Chiaromonte detto Totò.

Gli appuntati Agostino Nisticò e Giuseppe Spadafora, scattati sugli attenti, risposero all’unisono: ― È sparito un altro pappone: Antonio Lo Castro; aveva una grande attività qui in città al quartiere Cristo, in un appartamento vicino a piazza Ceriana.

― E queste messaline cos’hanno dichiarato? ― domandò il barbuto tenente Carmine Iannaccone, sopraggiunto in quell’istante.

Lo sguardo incredulo che si scambiarono i due appuntati gli fece capire che doveva impartire loro l’ennesima lezione di storia:

― Vedo che non sapete chi era Messalina. Valeria Messalina, nata a Roma nel 25 e morta sempre a Roma nel 48 dopo Cristo, era figlia di Marco Valerio Messalla Barbato, console, e di Domizia Lepida; appena quindicenne fu costretta, per capriccio dell’imperatore Caligola, a sposare il cinquantenne cugino della madre, Claudio. Dopo che il 24 gennaio del 41 i pretoriani uccisero Caligola, lei e suo marito Claudio furono eletti imperatori di Roma. Insieme al marito fece uccidere gli assassini di Caligola. Ma passiamo a quello che ci interessa di più. Messalina non amava molto la vita di corte; conduceva invece un’esistenza trasgressiva e sregolata. Priva di amore, schiava degli amplessi… dei coiti… sì insomma… non mi guardate così!… Dei rapporti sessuali, vuota e insoddisfatta, trovò la sua strada nel vizio sfrenato. Di lei si raccontano ancora le storie più squallide: che avesse imposto al marito di ordinare a tutti i giovani e bei sudditi di cederle, che avesse avuto relazioni incestuose con i fratelli, che si prostituisse nottetempo nei bordelli sotto il falso nome di Licisca dove, completamente depilata, i capezzoli dorati, gli occhi segnati da una mistura di antimonio e nerofumo, si offriva a marinai e gladiatori per qualche ora al giorno. Plinio il Vecchio racconta che una volta sfidò in gara la più celebre prostituta dell’epoca e la vinse nell’avere venticinque concubitus cioè rapporti in ventiquattro ore. Fu proclamata invicta cioè invincibile e, a detta di Giovenale, “lassata viris, nondum satiata, recessit” cioè stanca, ma non sazia, smise. Beh, spero di essere stato chiaro. Quindi ora vi rifaccio la domanda: queste messaline cos’hanno dichiarato?

Gli appuntati relazionarono che le dieci prostitute non vedevano Antonio Lo Castro da più di tre giorni. Due di loro, la Sbobba e la Gradisca, avendo le chiavi, si erano recate nell’appartamento del protettore in via Trotti e l’avevano trovato in perfetto ordine, senza nessun particolare indumento mancante e con la presenza di due valigie vuote; avevano dedotto che non si era certo allontanato per un viaggio, quand’anche corto.

Quando la folta chioma biondo ramato del tenente sparì, Totò li redarguì: ― Ma è mai possibile che vi facciate cogliere con quello sguardo interrogativo, come se non sapeste chi è Messalina?

― Maresciallo… ― rispose Nisticò, ― ma noi non sapevamo chi fosse Messalina!

― Quante volte vi ho detto di fingere di sapere così da evitare queste rompiture di cazzo e scartavetramento di coglioni delle sue spiegazioni!

― Maresciallo, ― proseguì Spadafora, ― il tenente Iannaccone si è laureato in lettere classiche; è naturale che…

― Io me ne fotto delle sue lettere! Non lo sopporto, quando parla in latino. Perciò fate in modo che non vi dia mai spiegazioni sui nomi astrusi che usa. Finché potete, fate finta di sapere. Fate finta! E adesso andate.

 

Il giorno dopo il tenente fu convocato dal capitano Vicinanza.

― Carmine, dobbiamo fare il punto della situazione. Domani avrò un incontro con il vice questore e non vorrei aver tralasciato nulla.

― Le confermo che i protettori spariti sono dieci: Antonio Vrenna, di anni 45, residente a Novi Ligure, Giuseppe Arcuri di anni 51, residente a Valenza, Francesco Pugliese, di anni 49, residente a Casale, Giovanni Russo, di anni 38, residente ad Acqui, Gabriele Greco di anni 55, residente a Ovada, Giuseppe Rotundo, di anni 61, residente a San Salvatore, Antimo Filice, di anni 40, residente a Serravalle Scrivia, Roberto Laganà, di anni 35, residente a Gavi, Arturo Gallo, di anni 66, residente ad Alessandria e infine quello di ieri, Antonio Lo Castro, di anni 57, residente, pure lui, ad Alessandria.

― Mi conferma che è stato ritrovato solo il corpo di Giovanni Russo?

― Sì, esattamente, anche se in avanzato stato di decomposizione.

― E le cause della morte?

― Giorgetti, l’anatomopatologo, si è fatto aiutare dal professor Bonadeo, antropologo forense; dalle tracce rilevate sul cranio, hanno formulato l’ipotesi di un’emorragia subaracnoidea: un oggetto largo e piatto, non ancora identificato, gli ha procurato un trauma cranico e poi la morte.

― Relazioni tra le vittime?

― Oltre al fatto assodato che erano tutti prosseneti… ― continuò Iannaccone, sillabando bene il termine ricercato, sicuro che il capitano, ignorando la presenza di quel nome sul vocabolario, gli avrebbe chiesto spiegazioni. Invece l’accorto capitano si era già documentato su tutti i possibili sinonimi di sfruttatore di prostitute; quindi non si lasciò impressionare dall’oratoria ricercata del tenente e lo pregò di continuare.

Deluso per non aver potuto dare dotte spiegazioni sui prosseneti, Iannaccone aggiunse: ― L’unica altra analogia tra le vittime è che erano tutti calabresi, chi da nobili famiglie e chi di umili origini, tutte però in odore di ‘ndrangheta!

― È un po’ poco; altre tracce sul corpo del Russo?

― Niente DNA se non quello del cadavere. Tutte le ossa dello scheletro, escluse quelle del cranio, non presentano traumi recenti. Nessuna traccia utile, quindi.

― Ancora una cosa, la più importante: lo scheletro è stato identificato con certezza? Si tratta di Russo?

― Non sono stati necessari rilievi antropometrici e genetici perché è stato riconosciuto dall’arcata dentale. Il suo dentista ha fornito tutti i suoi dati: i due impianti al titanio di un molare e premolare inferiori sono i suoi.

 

UNA LUCE NEL BUIO

L’incontro delle forze dell’ordine con il vice questore era stato inconcludente: era solo servito a esplicitare le velate minacce che il prefetto aveva lasciato trapelare alla stampa. I vertici di polizia e carabinieri sarebbero stati sostituiti, se entro il mese non ci fossero stati risultati concreti. Il Pimp Killer, il killer dei papponi aveva innescato reazioni a catena all’inizio inimmaginabili. Infatti molte prostitute avevano denunciato che i loro clienti erano fuggiti senza pagare; alcune erano state fatte oggetto di violenze ripetute. Nel mese precedente tre erano state ritrovate strangolate; tutte nella campagna ovadese.

 

Dopo tre mesi erano spariti altri due sfruttatori; le battute palmo a palmo dell’intera provincia con l’ausilio di unità cinofile non avevano portato a nulla. I vertici di carabinieri e polizia erano stati nel frattempo sostituiti. Poi accadde qualcosa.

― Tenente, tenente, hanno telefonato da Lerma! ― gridò trafelato Nisticò. ― Hanno ritrovato il cadavere di Antonio Lo Castro. Un trifolau con il suo cane l’ha disseppellito a una profondità di circa un metro e sembra ancora ben conservato. Si spera si possano trovare finalmente delle tracce, sangue o DNA.

 

― Claudio, che mi dici? ― domandava con tono apprensivo il tenente Iannaccone all’amico anatomopatologo.

― Carmine, scusa, sono passati solo quindici giorni! A breve ti arriverà la relazione.

― Io ti ho telefonato per avere qualche anticipazione. Felix qui potuit rerum cognoscere causas. Beato chi poté conoscere la causa delle cose!

― Sei noioso come sempre! Non tradurre: io so il latino; non sono uno dei tuoi sottoposti! Comunque ecco: è morto per un colpo d’arma da fuoco che lo ha raggiunto esattamente al centro della fronte. Ho estratto il proiettile. Si tratta di un calibro 50, con tutta probabilità esploso da un fucile di precisione Browning. Aveva appena consumato un lauto pasto. Ti dico a memoria tutto ciò che ho trovato in sequenza: tortino di castagne al cacao, insalata mista, bollito con salsa verde e rossa, corzetti con sugo di castrato, una crema di erbe selvatiche, della cagliata di latte con miele, zucchini, carote e cipolle in carpione e infine crostone di polenta con intingolo di funghi porcini. Ti basta?

― Hai detto lauto pasto? Mi sembra pantagruelico! Ci aiutano questi piatti?

― No: sono tipici della zona tra Ovada e Arquata Scrivia ma ormai nelle sagre puoi trovare di tutto.

― A quando risale la morte?

― Questo te lo posso dire con più certezza: alle prime ore del pomeriggio del 4 ottobre.

― Grazie! Sei disponibile come sempre.

― Penso che inizierò a essere maldisposto nei tuoi confronti se continui, come dici tu con quel termine aulico… ah, sì… a deteriorarmi quelli che l’etimologia latina vuole quali testimoni.

― Touché, Claudio. Ad maiora!

― Alla malora a te, Carmine!

 

MODUS NECANDI

Alla fine dell’anno furono ritrovati altri due corpi che facevano salire le vittime a quattordici. Erano stati sepolti in fosse profonde ma il finissimo naso di alcuni cani da cadavere dei Carabinieri era riuscito a individuarli ugualmente. L’avanzato stato di decomposizione non aveva aiutato gli investigatori ma, su entrambi i resti, la causa della morte era stata individuata in un trauma cranico. Per la prima volta Claudio Giorgetti, l’anatomopatologo, aveva formulato l’ipotesi che fosse stata una testata a procurare la morte di entrambi.

Nei primi tre mesi dell’anno successivo non ci furono più sparizioni di protettori. Il capitano Vicinanza formulò l’ipotesi, osteggiata da Iannaccone, che il serial killer fosse morto, e le indagini si arenarono.

Ma ad Aprile ne sparì un altro, gettando nel panico Carabinieri e Polizia.

 

― Vieni avanti, Carmine. Volevi parlarmi?

― Capitano, volevo sapere cosa ne pensava del mio progetto di pattugliamento continuo sotto le case dei noti lenoni ― domandò, accarezzandosi la barba.

― Mi vuoi prendere in giro? Ti ho già risposto ieri; non abbiamo i mezzi sufficienti neppure contando anche quelli della Polizia! E poi c’è un altro problema che tu ben conosci e cioè che non c’è stato ancora il censimento dei… protettori. Quando parli, con tutti, ti pregherei di usare il termine protettori, così tutti capiscono… Alcuni li conoscevamo, altri erano per noi sconosciuti. Dopo queste domande alle quali io ti ho già dato un’esaustiva risposta, dimmi, qual è il vero motivo della visita?!

― Capitano, ho sentito dire che Roma ha avocato le indagini e che proprio a Roma è stato formato un pool di magistrati ad hoc. Ubi maior, minor cessat!

― Ah, ecco qual era la domanda! La notizia non è ancora ufficiale ma purtroppo è vera. Questa strage di protettori anziché essere di sprone per la battaglia contro la prostituzione, è soltanto materia di scontro politico sull’inefficacia delle forze dell’ordine. Non credo che Roma possa fare di più e meglio ma, come si dice da noi: usi obbedir tacendo…

E tacendo morir! ― concluse il tenente, e poi aggiunse: ― Non so ancora fino a quando!

― Come direbbe Totò: Nihil sub solem novum! ― disse Vicinanza, scoppiando a ridere.

Anche Iannaccone non poté trattenersi.

 

INDAGINI PRIVATE

Tutte le carte dell’inchiesta erano state spedite a Roma ma, prima di farlo, il tenente Carmine Iannaccone si era letto tutti gli atti, uno per uno. “Non me la sento,” pensò, “di buttare via tutto questo lavoro. Non adesso! Come diceva Lucano? Rompi gli indugi: è sempre stato dannoso rinviare le imprese pronte. Tolle moras: semper nocuit differre paratis. Devo ricordarmi di ripeterla a Totò!”

Si recò nuovamente da Vicinanza e gli chiese il permesso di continuare.

― Caro il mio Carmine, vedo che t’intestardisci nel cercare una verità che ci è sempre sfuggita. Non ti posso permettere ufficialmente di svolgere indagini parallele a quelle di Roma. Ne va del mio posto. Ma se tu, in ferie o con permessi, vuoi continuare a fare il detective, io sarò muto come un pesce. Vai. E per oggi non ti far più vedere!

― Amicus certus in re incerta cernitur! ― esclamò Iannaccone, salutando.

Il capitano non lo fermò per avere la traduzione.

 

Il tenente aveva un piano che non aveva rivelato a nessuno. Lui si era concentrato sulla figura di Antonio Lo Castro, ritrovato, sommariamente sepolto vicino al paese di Lerma. Era l’unico protettore ucciso con un colpo d’arma da fuoco anziché con una testata, come invece era stato il destino di tutti gli altri. Proprio per questo la Polizia aveva affermato che, nel suo caso, non aveva agito il killer oppure che c’era un imitatore il quale però non conosceva il suo modus necandi. Invece Iannaccone pensava che Antonio Lo Castro si fosse liberato e fosse scappato, prima che il serial killer lo ammazzasse nel suo solito modo. Di conseguenza l’assassino seriale era stato costretto a ucciderlo, sparandogli. E doveva trovarsi nei pressi della sua tana!

Non aveva però intenzione di pattugliare Lerma giorno e notte. Infatti, navigando su Internet era stato colpito dal menù proposto in una sagra autunnale; riportava gli stessi alimenti rinvenuti nello stomaco di Antonio Lo Castro. E la sagra si svolgeva a Voltaggio, un paese vicino a Lerma.

Prese un mese di ferie, si rasò completamente il capo, si tagliò la barba e cominciò a bighellonare per Voltaggio, proponendosi per fare lavoretti come aggiustare un cancello, cambiare le tapparelle a una finestra e così via.

Frequentando i due bar del paese, con discrezione e astuzia, riusciva a conoscere vita e miracoli di molti avventori. Ma non c’era nessuno degno di sospetto.

Era arrivato alla fine delle sue ferie e avrebbe detto a Totò che in aquam scripserat che poi gli avrebbe tradotto con fare un buco nell’acqua. Mentre pensava a cosa avrebbe raccontato proprio a Totò, in quell’assolato pomeriggio di agosto, nel bar centrale del paese entrò un gigante che lui non aveva mai visto. Portava un cappellaccio floscio marrone che nascondeva i lineamenti del viso e indossava abiti lisi. Ordinò un bicchiere di Gavi di Gavi e si mise a sedere a un tavolino un po’ discosto da tutti gli altri. Non parlò mai; emise solo alcuni grugniti nei confronti dell’oste che, comprendendo quel maialesco linguaggio, gli portò alcuni panini al formaggio.

Quando se ne fu andato, Iannaccone chiese informazioni all’oste: ― Chi è quel colosso?

― È Mero Maggiolo, il fabbro del paese.

Quando si dice il physique du rol!” pensò il tenente.

Andò a trovarlo nella sua bottega il giorno dopo. Tutto il tempo in cui Iannaccone parlò, lui rispose solo al saluto iniziale; poi si chiuse in un irritante mutismo e il tenente se ne andò.

Fu molto più fortunato con il signor Anfosso detto De André, il più vecchio pensionato di Voltaggio.

― È una triste storia quella di Mero. La nonna materna lavorava nella grande filanda qui a Voltaggio ma la figlia, una ragazza a detta di tutti bellissima, non ne voleva sapere. E così scappò a Genova, dove iniziò a fare la prostituta; uno dei suoi clienti la mise incinta e poi sparì. Dopo un po’ di tempo Gianna, questo era il nome di sua madre, decise di abbandonare quel mestiere per amore del figlio e se ne ritornò a Voltaggio, dove si guadagnava da vivere facendo la sarta. Intanto Mero cresceva grande e grosso e ben voluto da tutti. Ma un brutto giorno arrivò in paese il vecchio magnaccia della madre il quale pretendeva che la donna tornasse a Genova e riprendesse a fare la puttana. Ci fu un diverbio in presenza del figlio. Durante il litigio, l’uomo assestò un pugno a Gianna che cadde a terra, sbatté il capo e morì… Per un mese Mero non disse una parola; quando riprese a parlare, non fu mai un testimone attendibile per catturare l’assassino di sua madre… Diventato il fabbro del paese, trascorreva le sue giornate tra bottega e la casa della signora Maria, una ricca vedova senza figli che gli fece da seconda mamma. Mero stravedeva per lei; la chiamava zia ma la rispettava come fosse sua madre. E la signora Maria riusciva sempre a tirarlo fuori da situazioni pericolose in cui si andava a cacciare perché era un tipo irascibile. Lei lo riportava all’ordine. A volte in paese vedevamo quel gigante con il capo chino che precedeva la piccola vecchina con la scopa in mano, intenta a sgridarlo ad alta voce. Due anni fa è morta, gettando Mero nello sconforto. Da quel giorno è diventato ancor più ombroso e scontroso. Per di più sembra sia in lite con alcuni parenti di Genova che hanno impugnato il testamento nel quale la signora Maria lo nominava erede universale.

― Volevo ancora chiederle, signor Anfosso…

― Mi chiami De André, qui nessuno mi chiama Anfosso!

― D’accordo. Allora De André, volevo ancora chiederle due cose. Come si chiamava di cognome la signora Maria e come mai Mero ha questo nome strano? Che significa?» domandò Iannaccone, accendendo il sigaro che il vecchio si era portato alla bocca.

― La signora Maria faceva di cognome De Angelis. Per il nome, non lo so, ― rispose il pensionato, ― qui tutti in paese lo chiamano così, senza chiedersi che significa.

“Prostitute, sfruttatori; la faccenda sembrava farsi interessante” pensò.

Telefonò a Nisticò, pregandolo d’informarsi su tutto ciò che riusciva a trovare su Mero Maggiolo e su Maria De Angelis.

Dopo due giorni comparve un lungo messaggio sul suo cellulare:

Il vero nome di Maggiolo è Termero; è nato a Genova il 27 luglio del 1954 Codice fiscale MGLTMR54l27D969P. Iscritto all’ITIS di Alessandria, non ha finito le scuole superiori. Ha fatto il militare a Nocera Inferiore nel corpo dei Bersaglieri.

Concluso il militare, ha fatto il garzone del fabbro di Voltaggio. Alla morte del suo datore di lavoro ha preso il suo posto. Ha subito alcune condanne per lesioni procurate a terzi durante alcune zuffe. In particolare l’ultima con un ‘ndraghetista accusato di sfruttamento della prostituzione.

La signora Maria De Angelis, nata a Voltaggio, il 24 aprile 1929, era sposata con il generale di brigata aerea Laerte Rossi, medaglia d’oro al Valor Militare. Il marito era anche proprietario di vasti vigneti tra Voltaggio e Bosio che Maria eredita alla sua morte avvenuta nel 1981. Nel 1984 accoglie Mero Maggiolo, rimasto senza più parenti, dopo l’omicidio della madre Gianna Maggiolo. Due anni fa, il 18 ottobre 2003, la donna muore, lasciando erede universale Mero. Confermo che il testamento è stato impugnato da alcuni lontani parenti di Laerte Rossi e quindi Mero Maggiolo non è ancora entrato in possesso delle proprietà.”

Ritornò precipitosamente in Alessandria con quel nome che gli ronzava in testa: Termero.

Al computer comparve una schermata e per lui fu la rivelazione:

Termero (greco Τέρμερος) era nella mitologia greca un pirata lelego cioè appartenente a una popolazione greca che viveva nella parte sud-occidentale dell’Asia Minore o, secondo Plutarco, un brigante che compiva scorrerie in Asia Minore. Aveva l’abitudine di sfidare i suoi prigionieri in una gara di testate, da cui l’antico modo di dire greco “una perfidia da Termero”; si scontrò con Eracle, che lo uccise con un poderoso colpo di testa. Eracle restituì poi il corpo di Termero ai compagni che fondarono in suo onore la città caria di Termera.”

 

― Capitano, volevo informarla ufficiosamente delle mie indagini.

― Mi dica, Carmine, sono tutto orecchi ― rispose Vicinanza, mentre, alzando gli occhi al cielo, contraddiceva con il gesto ciò che aveva detto.

― Dunque, ho un sospetto. Si chiama Termero Maggiolo, un omone cinquantenne che fa il fabbro a Voltaggio. Ho iniziato a indagare in quel paese perché il cibo trovato nello stomaco di Antonio Lo Castro corrisponde al menù proprio delle sagre di Voltaggio. Quest’uomo ha subito molti traumi nella sua vita ma soprattutto due l’hanno segnato: la morte della madre e la morte della zia. La madre, che faceva la prostituta, fu uccisa dal suo protettore con un pugno. Il Pimp killer ha cominciato a uccidere nel dicembre del 2003 dopo la morte della vedova che a Voltaggio aveva svolto la funzione di seconda mamma del sospettato. Questa seconda morte aveva significato per Mero Maggiolo la disperazione più nera e aveva fatto riaffiorare il suo odio per i protettori, uno dei quali aveva ammazzato sua madre. Decise quindi di vendicarsi, ammazzando i protettori. Ritengo che la modalità con cui li uccideva gli sia stata suggerita dal suo strano nome che, per intero, è Termero, il nome di un brigante della mitologia greca che uccideva la gente proprio a testate! Non so perché sua madre avesse scelto per lui questo strano nome ma non si può dire che, a un certo punto della sua vita, non diventasse mortalmente evocativo!

― Fantasioso! ― commentò, sferzante, il capitano e aggiunse ― Non otterrai mai un mandato per entrare a casa sua su queste basi. Anche se lo ottenessi, non abbiamo mai rilevato tracce di DNA. Potresti forse trovare il fucile che ammazzò Lo Castro? Non credo. L’unico sistema sarebbe di prenderlo con le mani nel sacco, ma forse è impossibile, perché lui è solo un irascibile fabbro di paese!

Si alzò, tese la mano e Iannaccone fu congedato.

 

L’INCREDIBILE PIANO

― Ma tu sei matto! ― fece Melissa, battendosi la mano sulla fronte.

― È l’unica possibilità che ho d’incastrarlo! ― rispose agitato Iannaccone.

― Io, dovrei fare la puttana per attirare un serial killer?! Ripeto, tu sei fuori di testa!

― Ti prego, non gridare e ascoltami. Tu dovrai solo attirare la sua attenzione. Io e i miei colleghi, Nisticò e Spadafora, ci alterneremo, fingendoci tuoi clienti. Tu salirai solo sulle nostre auto. I carabinieri della stazione di Voltaggio sanno già tutto e fingeranno ogni tanto di controllarti. Nei brevi periodi che sarai in strada, sarai sempre, e dico sempre, sorvegliata a distanza; se dovesse avvicinarsi qualcuno, tu ti rifiuterai di salire e io interverrò, facendo la parte del prosseneta.

― Di che?

― Volevo dire del pappone. Così attireremo la sua attenzione su di me. E quando tenterà di rapirmi, lo cattureremo. Chiaro?

― Chiaro un cazzo! Non se ne parla proprio!

Melissa se ne andò, sbattendo la porta ma dal suo sguardo il tenente aveva capito che, lavorando ancora un po’, l’avrebbe convinta.

 

Era passata una settimana; tutta Voltaggio sapeva che c’era una ragazza bionda che batteva vicino alla casa di Mero Maggiolo; tutta Voltaggio conosceva quel rude barbuto pappone che ormai tutti chiamavano Barbarossa; tutta Voltaggio sapeva che il suddetto pappone abitava nella vicina Gavi. Ma Mero Maggiolo non aveva mai degnato di uno sguardo Melissa, mentre usciva tutte le notti per adescare prostitute giovanissime vicino a Ovada, come avevano scoperto i carabinieri di quella città e riferito a Iannaccone. Non aveva neppure seguito il tenente, come lui sperava, fino all’abitazione di Gavi.

Melissa era stata chiara: gli aveva dato tempo una settimana e il tempo era scaduto, senza risultati.

 

IL CACCIATOR CACCIATO

Quel pomeriggio congedò i colleghi, accompagnò la ragazza nel suo paese, a Castelletto d’Orba e ritornò nel suo rifugio di Gavi per prendere dei documenti e consegnare le chiavi alla padrona di casa.

Il sole era già tramontato da un pezzo. Attivò l’interruttore ma la luce non si accese. Riprovò più volte, poi intravide un’ombra davanti a sé e subito dopo svenne.

Quando si svegliò, si ritrovò, imbavagliato e legato a una sedia, in una vasta stanza priva di mobili e rischiarata dalle fiamme di due torce infilate nel muro. Davanti a lui, a braccia conserte, stava Mero Maggiolo e sghignazzava.

Iannaccone tentò di parlare ma il bavaglio glielo impediva e dopo ripetuti mugolii, si calmò. Fu allora che il gigante incominciò a parlare: ― Tu credevi di essere più furbo di me, dato che io sono solo un semplice fabbro e tu un colto carabiniere. Ma anch’io ho studiato e non sono uno stupido. Tu volevi catturare… come mi chiamate?… il Pimp Killer ma non ci riuscirete perché io ho deciso di smettere; prima di farlo però, voglio concludere la mia attività: dopo aver punito quella feccia della società che ha provocato la rovina di tutta l’esistenza di mia madre e poi la sua morte, oggi punirò il rappresentante di quella legge che non è riuscita a far condannare l’assassino di mia madre. Io però sono uno sportivo e voglio darti una possibilità di salvezza, come ho fatto con tutti i papponi. Ti batterai a testate con me; se vincerai, sarai libero e io dovrò scappare e nascondermi; se perderai, ti assicuro, nessuno ti troverà mai più. Ora ti slego e non cercare di colpirmi nei coglioni perché, prima di te, qualcuno ha tentato di farlo con un certo successo, ma ora ho messo la conchiglia e quindi faresti inutili sforzi.

Iannaccone, vista la sua pistola d’ordinanza appoggiata su un vicino tavolino, capì di avere un’unica possibilità di sopravvivenza, una possibilità a cui nessuna delle sue precedenti vittime aveva pensato, dato il volto immacolato di Mero.

Anziché cercare di evitare il colpo, attaccò per primo, sferrando una micidiale testata sul naso del gigante. Il rumore del setto nasale rotto, seguito allo svenimento, fu accolto con soddisfazione dal tenente.

 

EPILOGO

Afferrata una corda, legò il serial killer, riprese la sua pistola e il suo cellulare.

«Pronto, pronto, Totò, sono Iannaccone; mi trovo nel rifugio sotterraneo, dove Mero Maggiolo uccideva i prosseneti a testate. Ora non può più nuocere. Acta est fabula. La commedia è finita! Non so di preciso dove sono ma se segui il mio GPS, mi troverai subito. Festina lente! Affrettati lentamente!»

«Iannaccone, non la sento bene: non c’è campo. Esca dal rifugio così la raggiungiamo. Spero che lei mi abbia sentito… Nisticò, prepara la gazzella; andiamo a prendere Carmine. L’ho individuato: si trova nel Parco delle Capanne di Marcarolo. Morisse lui e il suo latino! Mi ha ancora preso per il culo dicendomi di arrivare in fretta ma piano! Che cagacazzo! Deve aver catturato il killer dei papponi… Avvisa il comandante!»

 

L’ARIA DI LAGO FA BENE AI COBRA

di

Riccardo Landini

 

La voce è lo strumento perfetto per dar corpo alla musica generata dalla sua follia. E quella voce si innalza su toni acuti, si interrompe per ridere, si strofina contro la brezza per creare un abbozzo di pianto, infine si trasforma in filastrocca.

 

Sei, cinque, quattro, tre,

Gira la carta ed ecco il re

Un re che non parla e non ci sente

Gira la carta ed ecco il serpente

Il serpente striscia, beve un liquore

Gira la carta ed ecco il dottore

Il dottore allora incontra il serpente

Gira la carta e non resta più niente..

 

La sua risata riprende più forte, accompagnando di nuovo le parole della nenia.

 

 

Serata di fine giugno. Parco di Villa Rosmini a Stresa. Concerto del Robert Forbes Trio. Tre musicisti irlandesi che suonano violino, violoncello e pianoforte. Un pubblico distratto segue l’esibizione tutt’altro che indimenticabile dei tre anziani artisti d’oltremanica. In dodicesima fila uno degli spettatori pare dormire della grossa, con il capo reclinato sul petto. I brani classici si susseguono senza particolari emozioni sino a quando, dopo l’unico bis concessole, la folla numerosa di astanti si disperde, vociando lungo le vie della cittadina, chi verso casa e chi alla ricerca di un localino dove consumare le ultime ore della notte estiva. Gli addetti alle pulizie si avvicinano alla fila dodici e notano il corpo riverso di un uomo. Inizialmente ridacchiano, pensando si sia appisolato e non si sia neppure accorto che il concerto è finito.

Ma quello non dorme, è proprio morto.

 

 

― Allora, Bertace, cerchiamo di sbrigarci o no?

Sbraita il commissario Luciano Nero, gli occhi stropicciati come l’abito infilato in fretta per recarsi sul luogo dove è stato rinvenuto il cadavere. Attorno, pochi nottambuli curiosi premono sulle transenne poste a delimitare l’area del concerto, ora presidiate da un manipolo di agenti del servizio notturno della Questura di Verbania.

― Possibile, ― riprende Nero, ― che non ci fosse un ispettore capo, un mio vice, un qualunque funzionario a cui rompere i coglioni a quest’ora? Proprio me dovevate chiamare per un tizio che si è beccato un infarto a causa della musica scadente?

― Scusi, commissario, però tra ferie e orari di servizio… Insomma, lei era l’unico reperibile.

― Ho capito, la mia solita fortuna. Comunque, se il dottor Bercellino avesse terminato i suoi rilievi, potremmo far portare via il corpo così tornerei a letto.

L’ultima parte della frase viene pronunciata a voce più alta affinché chi sta intorno la possa udire distintamente.

Il consulente medico, mingherlino e con una barba corta grigio ferro, si sta avvicinando proprio in quel momento al commissario e lo guarda dal basso verso l’alto tenendo la testa leggermente inclinata a destra, l’aria dubbiosa.

― Non credo affatto sia stato un malore ― biascica, quasi parlasse tra sé e sé.

― Cosa intende dire? Che il concerto è risultato talmente orrendo da spingere il tizio al suicidio?

― No, caro Nero. Apprezzo le sue freddure, soprattutto in una notte calda come questa, tuttavia temo di dover essere io a gelare lei.

Il poliziotto comincia a sentire quel prurito che gli preannunzia guai a raffica in arrivo sulla sua testa come anatre a volo radente.

― Secondo me quest’uomo è stato avvelenato.

“Ecco” pensa il poliziotto, “con questa bella notizia sono incastrato, anzi cotto a puntino per tutti i prossimi giorni.”

 

 

― Se ho ben capito, secondo gli esami tossicologici sarebbe stato il morso di un cobra a uccidere questo… questo…

Il Procuratore della Repubblica sfoglia le carte davanti a sé, sparpagliate come se fosse esplosa una piccola bomba all’interno del faldone relativo all’indagine in corso.

― Brando Azzali, farmacista, divorziato, di anni quaranta ― Gli suggerisce Nero che non ne può più di starsene in quell’ufficio mal ventilato a sentire le sfuriate del dottor Tassoni.

― Quindi dovrei ritenere che in giro per Stresa ci sia un serpente velenosissimo che nessuno ha visto, nessuno tranne il morto ovviamente. Vogliamo scherzare, vogliamo finire su tutti i telegiornali in qualità di comici del cabaret?

― Non lo so, signor Procuratore, me lo dica lei che sa sempre tutto.

― Intanto, ― risponde l’altro senza neppure badare alla risposta del poliziotto seduto davanti a lui, ― ordinerò una nuova autopsia e nuovi esami di ogni tipo, incaricando professionisti seri, altro che questo… questo…

― Dottor Aldo Bercellino.

― Esattamente! E sia ben chiaro che sino a quando non saprò come stanno davvero le cose, la notizia non deve uscire da questa stanza. Comunicheremo ufficialmente che il farmacista è morto per infarto al miocardio. E lei commissario veda di approfondire subito la questione, indaghi, interroghi i familiari, scavi nel passato di questo…

― Azzali ― esclama Nero, levando gli occhi al cielo e stringendo i pugni.

“Che imbecille, Santa Madonna” pensa e non dice, alzandosi dalla poltroncina cigolante su cui era seduto e uscendo finalmente dagli uffici della Procura.

Fuori l’aria è tenera come solo in certe sere dell’estate verbana, fragrante di lago e di colline insieme. L’idea di camminare sino in questura non gli dispiace affatto.

 

La mattina è limpida. Il cielo appare terso, quasi uno specchio celeste nel quale si muovono liquide le poche nubi a batuffolo, riflettendosi nel Maggiore. Da Verbania la strada verso Gignese, dove il defunto gestiva una farmacia e abitava, gira attorno al lago quindi si inerpica verso il Mottarone con uno strappo stupendo di boschi e acqua. Nero ha preteso di guidare l’auto di servizio, asserendo che lo aiuta a concentrarsi. Stranamente ripensa a una poesia di Sereni sull’inverno a Luino che aveva studiato ai tempi del liceo.

Ti stendi e respiri nei colori ― recita tra sé. ― Nel golfo irrequieto, nei cumuli di carbone al sole

L’agente Bertace, al suo fianco, dormicchia, con la testa appoggiata al finestrino che gli sobbalza a ogni curva, un filo di bava gli cola sul mento. Di colpo si rianima.

― Diceva qualcosa, commissario?

― Stavo pensando che Bercellino è convinto si sia trattato del morso di un cobra e ha pure individuato i segni dei denti veleniferi sul collo del morto. Mi fido di quanto ha scritto, è un professionista preparato e di lunga esperienza, non può essersi sbagliato. Si vede che l’aria del lago fa bene ai cobra. Il Procuratore, che invece è uno stronzo fatto e finito, non gli vuol credere e ha ordinato nuovi esami. E a noi tocca ingoiare tutta questa strada per indagini non meglio precisate. Se avessi dato retta al suggerimento di mia madre sarei diventato insegnante; adesso sarei in ferie, sdraiato in riva al mare in Sardegna, senza altri pensieri che abbronzarmi e scegliere in quale ristorante andare a cena. Potevo fare il professore di liceo e invece io, testardo…

― Che posso consigliarle, commissario?

Nero si gira verso il suo sottoposto e lo fissa torvo.

― Tu non stavi dormendo?! Allora vedi di continuare sino a che non arriviamo.

La farmacia è situata proprio in centro. I due poliziotti la raggiungono in fretta attraversando le viuzze strette del paese. La serranda è mezza abbassata, ma entrano lo stesso, chinandosi. Dietro il banco un vecchio in camice bianco e con un gran paio di occhiali a lenti bifocali sta scrivendo al computer.

― Siamo chiusi per lutto ― li ammonisce senza alzare lo sguardo. ― Solo urgenze.

― Sono il commissario Nero. Questo è l’agente Bertace ovvero il mio supporto logistico. Dovrei farle qualche domanda, signor…?

― Belli, Rosario Belli. Sono o meglio ero l’aiutante del povero dottor Azzali.

Le domande di routine scorrono lisce, senza che emergano particolari di rilievo. Risultano informazioni già messe a verbale, secondarie. Quando stanno per accomiatarsi, tuttavia, il vecchio butta lì una frase.

― Lo sapeva, commissario, che il povero dottore era bisessuale?

― Che cosa?

Nero assume la stessa espressione beota di quando a scuola veniva interrogato su argomenti che non aveva studiato, avendo confidato esclusivamente sulla fortuna di non essere chiamato alla cattedra.

― Ma sì! Aveva un’amante e pure un fidanzato.

Bertace fatica a trattenere una smorfia divertita, ma si controlla. Sa bene che il suo superiore non gradirebbe per nulla, gli toccherebbe sorbire una ramanzina per tutto il viaggio di ritorno.

― E chi sarebbero i due oggetti del desiderio di Azzali?

― Lei è la moglie del notaio De Vitis, una bella donna, parecchio vistosa, anche se, diciamocelo, un po’ sfiorita; il ganzo invece è un tipo losco, uno straniero che vive in mezzo ai boschi qua intorno. Un mezzo eremita che campa, pensi lei, allevando serpenti.

I due poliziotti si girano, entrambi leggono lo stupore sul viso dell’altro. Il colpo di scena è stato davvero cinematografico. Manca soltanto, in sottofondo, uno stacchetto musicale alla Hitchcock.

 

 

L’abitazione del notaio si trova a qualche chilometro dal paese, riscendendo verso Stresa. Si tratta di una villa elegante, circondata da larici e faggi. La signora De Vitis, alta, bionda e con una misura di reggiseno non inferiore alla quinta — secondo l’occhio esperto di Bertace — li accoglie con un sorriso freddo. Non li fa accomodare in casa, non offre loro neppure un bicchier d’acqua, nonostante il caldo si faccia sentire e i due poliziotti appaiano visibilmente sudati. La conversazione si svolge sotto la veranda che s’affaccia sul giardino curato, dove i roseti la fanno da padrone.

― Conoscevo appena il dottor Azzali. Non capisco perché mi siate venuti a interrogare in merito alla sua morte. E poi non si è trattato di un infarto dovuto allo stress?

Nero lascia passare qualche secondo prima di mollare la stoccata.

― Qualcuno, invece, ci ha sussurrato che lei intratteneva rapporti piuttosto intimi con il defunto.

― Ma come si permette? Io sono una donna sposata e, aggiungo, felicemente! Si figuri se mai potrei tradire mio marito, uno stimatissimo notaio, conosciuto in tutta la provincia! Anzi, sa che cosa le dico? Gli parlerò di questo colloquio, lui che conosce tutti i magistrati della zona, se non dell’intero Piemonte.

― Faccia come le pare, signora. Mi spiace per suo marito se davvero frequenta certa gente.

 

― Speriamo che le sospensioni tengano ― borbotta Bertace, mentre l’Alfa sobbalza tra una buca e l’altra della strada non asfaltata. Stavolta tocca a lui guidare. Il cosiddetto fidanzato del farmacista vive in una specie di casolare sperduto sulle pendici del Mottarone, vicino alla sorgente del torrente Agogna. Non è stato facile rintracciarne l’indirizzo e non lo è nemmeno raggiungerlo.

― Come hai detto che si chiama questo tizio? ― chiede il commissario. ― Rodrigo e poi?

― Carlos Rodrigo Mendez, di nazionalità boliviana, anche se pare viva in Italia da almeno una quindicina d’anni. Nessun precedente. Potrebbe chiedere la cittadinanza italiana.

― Sono proprio curioso di vedere questo allevamento di serpenti. Che cacchio se ne farà, li venderà ai ristoranti cinesi per i loro piatti di specialità di lago?

Davanti a loro la strada spiana in una piccola radura al cui centro vi è una costruzione malmessa.

― Ecco la casa. Però sembra sia abbandonata.

L’Alfa grigia, con un ultimo sforzo, raggiunge lo spiazzo davanti a una bicocca cadente, il cui tetto pare possa scivolare verso il terreno da un attimo all’altro. Le finestre sono chiuse, ma un fil di fumo filtra dal comignolo composto da pietre diseguali.

Un uomo basso, dal volto scavato e dalla carnagione olivastra, esce da un’altra baracca di legno poco distante. È vestito con un paio di braghe sbrindellate e una canottiera che, da nuova, doveva essere bianca, ma il cui attuale colore risulta difficile da identificare.

Chiede ai due chi siano e cosa vogliano. L’accento tradisce la sua origine sudamericana. Dopo essersi qualificato, mostrando il tesserino, il commissario non perde tempo e gli chiede se sia vero che alleva rettili e a quale scopo.

― Vuole scherzare?! ― ribatte Mendez con un sorriso poco attraente cui manca almeno un molare. ― Tengo galline, conigli, qualche pecora e un cane che di giorno dorme e fa la guardia di notte.

― Ma lei… ― lo incalza Nero, ― cosa fa per campare?

― Raccolgo mirtilli, erbe, radici, prodotti del sottobosco che rivendo a diversi clienti. Mi arrangio insomma. Come noterà, non ho bisogno di molto per vivere.

― Conosceva un certo Brando Azzali?

― Certamente! Era un caro, carissimo amico. Mi ha aiutato tanto quando ero in difficoltà economiche. I primi anni in Italia sono stati parecchio duri, sinché non ho trovato questa sistemazione grazie a lui.

― Lo sa che è deceduto una decina di giorni fa?

― Purtroppo sì, l’ho saputo e ho pianto tanto per lui.

Con un certo imbarazzo, il poliziotto gli domanda se tra loro ci fosse stato soltanto un rapporto di amicizia. La risposta lo spiazza.

― Devo dire la verità: lui rappresentava qualcosa di più per me. Era il mio innamorato.

 

 

La strada verso Verbania sembra più lunga di quando l’avevano percorsa all’andata. Il panino al formaggio, mangiato in fretta in un bar di Gignese, non è servito a togliere loro né la fame, né tantomeno la stanchezza di una giornata pesante. Sta guidando ancora l’agente Bertace e Nero ne approfitta per socchiudere gli occhi. Vorrebbe riflettere su quanto ha appreso, però la sua mente vaga verso altri pensieri: le ferie ancora lontane, il figlio che vuol diventare attore nonostante la laurea in giurisprudenza, il prossimo campionato di Serie D con il Verbania Calcio che punta alla promozione in Lega Pro.

D’un tratto gli suona il cellulare, una marcetta che lo sottrae a quello stato di coma apparente in cui era caduto. Un collega lo avvisa che il notaio De Vitis ha chiamato in Procura per lamentarsi dell’interrogatorio incivile cui è stata sottoposta quella santa donna di sua moglie, nonché per sollecitare indagini a carico di Rosario Belli, i cui traffici con il boliviano Mendez sarebbero, invece, assai poco trasparenti.

― Ecco, ― conclude Nero, dopo aver riferito il colloquio al suo sottoposto, ― ci mancava tirassero in ballo anche costui. A questo punto ne abbiamo per tutti, anche se, in realtà, non ci sono indizi precisi a carico di nessuno.

― Il Procuratore, ― suggerisce Bertace, ― potrebbe disporre una perquisizione nella stamberga di quel sudamericano. Forse nasconde della droga. Altro che mirtilli, quello ha una gran faccia da spacciatore.

― Lasciamo perdere, servirebbe a poco. Piuttosto una bella perquisizione la ordinerei nella farmacia del dottor Azzali.

― E cosa penserebbe di trovarci?

― Se le cose stanno come credo, il bandolo della matassa.

L’agente non replica, si concentra sulla guida. Quel che gli preme è che il suo turno finisca a breve per potersene andare a casa, infilarsi sotto la doccia e bere una birra gelata come Dio comanda.

 

 

Tre giorni dopo. Questura di Verbania. Fuori piove a dirotto, le strade sembrano oceani sporchi di smog e fango. Dietro i vetri del suo ufficio, il commissario Nero si tormenta il naso con le dita, in attesa che arrivi il documento che sta attendendo già da qualche ora. Bussano alla porta. L’ispettore Binaghi gli porge il foglio che potrebbe mettere la parola fine alle indagini.

― Si conferma… ― legge, ― la vendita di centoventi grammi di veleno di cobra nel febbraio scorso all’utente segnalato. Prezzo pagato: novanta euro.

La comunicazione viene inserita nel fascicolo dell’inchiesta Azzali. Con un sospiro di soddisfazione, il commissario si dirige verso la stanza accanto.

― Bertace, tutto confermato. Possiamo andare in Corso Europa a trovare il Procuratore. Ah, piglia l’ombrello.

 

― Dunque, commissario, mi ripeta per cortesia tutta la storia dal principio. Devo inquadrarla correttamente.

“Come volevasi dimostrare, dato che sei un coglione che non riesce a distinguere la sua scarpa destra dalla sinistra” pensa Nero, sfoggiando però un sorriso ebete verso il dottor Tassoni e annuendo con la testa.

― Vede, signor Procuratore, sono partito da una considerazione che mi è balzata in testa mentre tornavo da Gignese e l’agente Bertace pensava a torto che stessi dormendo. Mi sono detto: e se mentissero tutti?

― Con questo intende riferirsi alle tre persone che aveva interrogato quel giorno?

― Proprio così.

― Continui, commissario. Fin qua la seguo agevolmente.

― Ho riflettuto a lungo e sono arrivato alla conclusione che ognuno dei personaggi coinvolti nella vicenda aveva cercato di sviarmi dalla verità. Belli, ad esempio, con la storia della bisessualità di Azzali. La moglie del notaio che ha voluto negare la sua relazione con il morto e pure Mendez che, al contrario, me l’ha voluta confermare.

― Ma scusi, ― lo interrompe Tassoni, ― perché avrebbero dovuto mentire in questo modo?

― Ho svolto una piccola indagine di paese, diciamo così. Raccolto chiacchiere, pettegolezzi, voci da bar… Come sa, amo i vecchi sistemi che non falliscono mai, altro che Dna e intercettazioni! Così ho avuto conferma della relazione tra il morto e la signora De Vitis, del fatto che Belli odiasse il proprio datore di lavoro e che cercasse di screditarlo in ogni occasione, di come Mendez sia un omosessuale affetto da satiriasi per cui crede che ogni maschio con cui entra in contatto si innamori perdutamente di lui.

― E tutto questo l’ha capito raccogliendo le dicerie della gente di Gignese?

― Esattamente, signor Procuratore. Mi sono fatto il quadro della situazione e, a questo punto, ho capito chi poteva essere l’assassino.

― E chi è? Me lo dica, su, non mi tenga sulle spine.

Nero solleva una mano e ne mostra il palmo al magistrato che lo osserva stralunato.

― Calma, andiamo con ordine. Il supplemento di perizia che lei ha ordinato ha confermato che il dottor Azzali è deceduto per collasso cardiocircolatorio attribuibile all’azione di una neurotossina contenuta nel veleno del cobra. Il secondo consulente medico ha specificato anche che i piccoli segni rinvenuti sul collo del cadavere sono compatibili con il morso dei denti veleniferi di quel rettile. Bene, indovini un po’? Ho effettuato qualche ricerca scoprendo che, tramite internet, si possono acquistare su alcuni siti indiani e non solo, sia il veleno che il cranio di un cobra. Le arrivano direttamente a casa nel giro di qualche giorno. E provi a immaginare dove sono stati rinvenuti questi ineludibili elementi d’accusa?

― Me lo dica lei, commissario ― sbuffa il magistrato. ― Non stiamo giocando a Rischiatutto!

― Sono stati trovati nel retrobottega della farmacia Azzali, nascosti in un bauletto di proprietà del caro signor Belli.

― Quindi l’assassino è lui! ― sbotta Tassoni, fregandosi le mani. ― L’avevo capito subito.

― Però c’è un piccolo particolare, ― riprende Nero, ― che ho verificato in seguito e che mi ha portato a smascherare il vero colpevole. Sulla busta di plastica che conteneva il veleno c’erano le impronte di…

― Di chi, di chi, per la miseria?

― Del notaio Gianandrea De Vitis! È lui che, volendo vendicarsi dell’amante della moglie, ha ucciso il dottor Azzali. Gli è bastato pungerlo con i denti del cobra intinti nel veleno durante il concerto a villa Rosmini, mentre la gente seguiva attenta lo spettacolo. Ho trovato traccia della sua prenotazione on-line del posto in tredicesima fila, esattamente alle spalle di quello del morto. Così come ho rintracciato l’ordine d’acquisto del materiale, diciamo così, cobresco. Dopo di che il notaio ha cercato di addossare la responsabilità della morte a Belli, di cui conosceva l’odio verso il proprio datore di lavoro, nascondendo presso di lui l’arma del delitto, in occasione di una recente visita in farmacia. Non ha usato i guanti però.

― Lo faccio arrestare subito!

― Già fatto, dottor Tassoni. Lui nega tutto, ma credo che crollerà presto. Piuttosto, ritengo che la moglie, la nostra santa donna, sarà davvero contenta della notizia. Finalmente potrà considerarsi libera di frequentare chi vuole.

 

 

In mezzo ai boschi, sotto l’ombra del Mottarone, Carlos Rodrigo Mendez cammina lentamente verso la baracca di legno ai confini del prato. Vi entra.

― Eccomi, amico mio, ti ho portato un bel topo fresco per il pranzo.

Il cobra, con i suoi occhiali disegnati sul dorso, lo ringrazia silenziosamente saettando la linguetta verso il vetro della gabbia traforata.

― Mi sei sempre fedele tu. Non come quel traditore di Brando che voleva lasciarmi. Tu però mi hai vendicato e la polizia non c’ha capito proprio niente.

E Carlos ride, ride forte, di pancia. Poi comincia a snocciolare la sua filastrocca.

Sei, cinque, quattro, tre, gira la carta ed ecco il re…

Il vento che entra nelle fessure della baracca si confonde con i sibili dell’animale.

 

L’ABBIAMO VISTA TUTTI

di

Giuseppe Borasi e Gianluca Ongaro

 

Si può fare ritorno a casa per tanti motivi: c’è chi torna per nostalgia, chi per rimorso, chi per ritrovare qualcuno o abbandonare qualcun altro, chi perché non ha un posto migliore per nascondersi…

Il commissario Dante Zanatta ritornava a Baveno perché, dopo la perdita della moglie Eleonora, non vi era altro luogo in cui avrebbe voluto vivere. Si erano conosciuti dodici anni prima a una cena di beneficenza al Teatro Regio di Torino, seguita da una rappresentazione dell’Othello a cura della Compagnia dei Bravi. Gli attori erano tutti detenuti del carcere Le Vallette: nessuno di loro, neppure il fondatore, avrebbe saputo dire se il nome scelto per quel disgraziato manipolo di teatranti derivasse da una innocente facezia o da una solenne citazione, seppur inconsapevole, di manzoniana memoria.

Eleonora Corbetta conosceva bene quei teatranti: aveva appena ottenuto il diploma di assistente ai Servizi Sociali, era entusiasta e convinta di poter dare conforto e forse addirittura redimere quelle anime che avevano smarrito la propria strada e che lei chiamava creature. Quella sera avrebbe voluto essere in compagnia di Valeria, docente di educazione fisica al Liceo Scientifico Carlo Cattaneo. All’ultimo momento l’amica le aveva comunicato di non poter essere presente per un impegno familiare; sicura che le avesse mentito, senza serbarle rancore, aveva deciso di partecipare ugualmente alla cena. Dante Zanatta, invece, non aveva altri impegni ed essere lì, anziché a casa o da qualsiasi altra parte, per lui non faceva alcuna differenza. Dopo lo spettacolo, Eleonora e Dante si ritrovarono seduti uno di fronte all’altro, quasi fosse un appuntamento al buio pianificato con astuzia dai loro amici. Nel mese successivo, Eleonora e Dante si incontrarono diverse altre volte e la loro intesa si consolidò velocemente. Era però sempre Eleonora a invitarlo al cinema, a telefonargli per prima, ad augurargli la buonanotte con un messaggio quasi ogni sera. Il commissario si limitava ad accettare questi inviti e a dare un seguito al corteggiamento, consapevole di essere sul punto di innamorarsi. Non dovettero passare più di tre mesi prima che Eleonora si trasferisse nel bilocale del commissario a Torino, acquistato due anni prima e non ancora del tutto arredato. Si sposarono quello stesso anno, poi partirono per una romantica luna di miele in Provenza. Al loro ritorno, lei lo incoraggiò a dare un’anima a quella piccola dimora e lo convinse anche a comprare un cane, un grazioso Schnauzer nano dal pelo grigio che non abbaiava mai; da parte sua, Zanatta riuscì a rendere la recente solitudine di Eleonora un brutto sogno da cui ormai si era svegliata per sempre. Insieme formavano una di quelle coppie guardate con nostalgia e rimpianto dagli anziani seduti nei bar il sabato pomeriggio in piazza Castello. Anche il lavoro di recente li gratificava: il commissario aveva concluso con una serie di arresti una lunga indagine relativa a un traffico di stupefacenti sulla collina torinese, mentre Eleonora seguiva diverse attività, dai centri di recupero alle cooperative, dalle carceri alle mense dei senzatetto.

Una sera, mentre stava rientrando a casa, il commissario Zanatta ricevette una chiamata.

― Commissario, sono Amato.

― Mi dica, ispettorecapo… ― La voce dell’ispettorecapo Amato, un uomo sulla cinquantina abituato a non fare domande, gli sembrò stranamente incerta.

― Dovrebbe raggiungerci al parco del Valentino. È stato… rinvenuto un cadavere.

A Dante parve di percepire ancora un’esitazione, una pausa prima che l’ispettorecapo terminasse la frase. Un altro elemento poi gli dava da riflettere, ma sul momento non riuscì a rendersi conto di cosa fosse.

Quando arrivò all’Orto Botanico, certi dettagli contribuirono a disegnargli un quadro anomalo della situazione: i suoi uomini erano rivolti tutti verso di lui, allineati e immobili, quasi tutti avevano lo sguardo basso, nessuno di loro parlava. Ma la cosa che pareva ancora più strana era che nessuno stesse fumando. In occasioni analoghe, i membri della sua squadra non rinunciavano ad atteggiamenti di divagazione: qualcuno parlava al cellulare, qualcun altro fumava una sigaretta e l’ispettore Bisoglio era solito raccontare barzellette che non facevano ridere nessuno. Era tutta una serie di comportamenti a cui Dante Zanatta aveva finito per abituarsi, anzi tollerava, finché non avessero finito per compromettere le indagini. Come quando durante un matrimonio, o un funerale, la maggior parte dei presenti partecipa alla gioia o al lutto dei protagonisti, sebbene alcuni facciano commenti sull’abito della sposa o sulle dispute intorno all’eredità, senza per questo inficiare la sacralità dell’evento.

Concentrato su pensieri di questo tipo, il commissario si rese conto all’improvviso di cosa lo avesse lasciato perplesso durante la breve telefonata di un attimo prima: l’ispettorecapo Amato, forse per la prima volta nella sua carriera, non aveva specificato il sesso del cadavere ritrovato. In ogni caso, l’essere stato informato di un dettaglio del genere non avrebbe potuto prepararlo a quella visione.

Eleonora giaceva sui gradini di fronte all’ingresso dell’Orto Botanico, distesa su un fianco, come se stesse dormendo. L’unico dettaglio che escludeva questa ipotesi erano i suoi occhi, rimasti spalancati nella fissità surreale della morte, come quelli di una volpe uccisa e poi resuscitata da un esperimento di galvanismo. Indossava ancora la camicia bianca e la gonna celeste scelte quella mattina stessa, prima di recarsi alla comunità Cascina Abele. Era bella Eleonora, aveva una piccola ancora nera tatuata sulla scapola destra. Nemmeno il sangue fuoriuscito da quel corpo deturpava la grazia della sua figura, perché le 13 coltellate ricevute erano state inferte da dietro; l’assassino, con tutta evidenza, si trovava alle sue spalle quando colpì e soltanto un lungo rivolo ormai raggrumato era adesso visibile lungo gli scalini. Nessun poliziotto aveva trovato il coraggio di dare inizio alle rilevazioni; soltanto la borsetta di Eleonora era stata imbustata e data all’ispettorecapo Amato, che adesso la stava consegnando al commissario.

― Faremo di tutto commissario ― gli promise con voce spezzata.

Il patologo Maggione stava riepilogando le prime informazioni dedotte da un prematuro esame visivo: presumibilmente la causa della morte è stata la recisione dell’arteria femorale, le altre coltellate sono…

Nel frattempo, alcuni degli uomini più fidati del commissario gli comunicavano, solo con lo sguardo, il proprio sgomento.

La reazione di Dante Zanatta non era stata preventivata da nessuno dei presenti. Rimase alcuni minuti immobile, con lo sguardo fisso sulla gonna di Eleonora: non urlò di disperazione, come aveva immaginato l’ispettorecapo Amato, né prese a scagliarsi con la furia di una belva contro ogni cosa o persona avesse davanti. Non pianse neppure una lacrima. Continuava stolidamente a pensare se la gonna celeste fosse la stessa che le aveva regalato a Natale o se Eleonora l’avesse comprata da sola in un’altra occasione. Lo psichiatra Guido Zanatta, suo fratello, gli avrebbe potuto spiegare che quello altro non era che un meccanismo ancestrale di difesa del cervello: l’essere umano è indotto a concentrarsi su un particolare, al fine di relegare in profondità la devastante totalità di un trauma, per affrontarlo, destrutturato, e quindi depotenziato, successivamente. Gli avrebbe anche spiegato che questo stratagemma della psiche ha una scarsa efficacia e comunque una durata di pochi minuti. Il conflitto tra quello che restava della parte analitica della sua mente e le reazioni combinate del sistema nervoso simpatico — battito cardiaco accelerato, rilascio di adrenalina… — con quelle di vasodilatazione e aumento della secrezione ghiandolare del parasimpatico, si risolse in un irrefrenabile conato di vomito che lo fece piegare sulle ginocchia, stremato.

Alla fine si rialzò, si diresse verso Eleonora, le chiuse delicatamente gli occhi e fece ritorno a casa senza parlare.

 

Nei giorni seguenti, dopo l’autopsia, si tenne il funerale alla presenza dei pochi parenti di Eleonora e dell’intero Corpo di Polizia.

Al termine delle esequie il commissario si congedò dai suoi uomini con queste parole: ― Domani formalizzo le mie dimissioni. Torno a Baveno, non avete bisogno di me più di quanto io non abbia bisogno di voi; so di lasciare questa città in buone mani.

― Non lo faccia. Prenderemo quel bastardo, non può…

Con un cenno della mano Dante interruppe la frase e si diresse alla sua auto, lasciando dietro di sé sentimenti di stima e smarrimento.

 

Cinque giorni dopo, in via Rosolino Pilo 23, al quarto piano di un vecchio palazzo, fu rinvenuto il corpo senza vita di Landolfo Mezzanotte, una creatura della comunità Cascina Abele: nessuno in commissariato osò mettere in dubbio l’ovvietà di quel suicidio simulato. Aveva indagato in totale solitudine il commissario, prima di arrivare a quel balordo. Poi era entrato in quell’appartamento e aveva fatto le cose per bene. Amato fu il primo a vedere il corpo dell’assassino di Eleonora Corbetta e nessuno degli uomini della squadra pensò che fosse necessario avvisare il commissario del ritrovamento. Del resto quella era la sua squadra e i suoi uomini non gli avrebbero mai voltato le spalle.

Quando da corso Giulio Cesare imboccò la A26, Zanatta era consapevole di lasciarsi alle spalle una vendetta che non l’avrebbe mai liberato.

Nell’attimo in cui il crepuscolo sta per finire, ma l’oscurità non ha ancora preso il sopravvento, quando la luce è fioca, ma ancora sufficiente a definire le sagome delle persone e i profili delle abitazioni, in quel preciso istante Zanatta spegneva il motore della sua X3 verde smeraldo in piazza Dante Alighieri, in quel tratto del lungolago dove meglio si poteva ammirare l’isola Maggiore.

Per una casualità, o solo per una banale coincidenza, subito dopo aver chiesto il trasferimento era venuto a sapere della domanda di pensionamento del commissario Burlando, a capo del Dipartimento di Polizia di Omegna da oltre 30 anni. Erano buoni amici e Burlando gli aveva proposto di collaborare fianco a fianco nel suo ultimo mese di servizio. Si erano dati appuntamento la mattina seguente a Baveno: un abbraccio, un caffè, poche intime confidenze e sarebbe stato come se tutti quegli anni non fossero mai passati, ne era sicuro. Consumò in fretta un modesto pasto al ristorante Amèlie e uscì, diretto alla Locanda Nelia, dove avrebbe passato la prima notte.

Chiuso in un paltò marrone, troppo largo per contenere il freddo di quella sera, venne come risucchiato nei vapori umidi della foschia, ingobbito e curvo su sé stesso.

 

 

In quella limpida mattina di gennaio, l’azzurro del cielo era perfino accecante. La potenza del Mergozzo stava per affievolirsi, accendendo e spegnendo puntini d’argento sulla lastra metallica del Lago Maggiore. Zanatta conosceva quel vento traditore, in grado di sopraggiungere dal lago senza nessuna avvisaglia. Un vento che non aveva mai portato niente di buono.

Adamo Burlando arrivò puntuale all’appuntamento.

― Dante, amico mio. Non pensavo che saresti tornato.

― Anche per me è un piacere rivederti.

― Devi raccontarmi un sacco di cose. Ho saputo che ti sei… ― Burlando non ebbe il tempo di terminare la frase perché fu costretto a rispondere a una chiamata.

― Ho capito… vengo immediatamente ― disse dopo una pausa, prima di infilarsi il cellulare in tasca. ― Temo che per oggi non potrò farti compagnia. C’è stato un omicidio a Villa Branca. Mi dispiace, mi aspettano…

― Ci aspettano, Adamo.

Dante si accese una Davidoff e lo seguì senza dire altro. Il Mergozzo si era alzato di nuovo e Zanatta pensò a quale castigo avrebbe portato quella folata gelida che sentì sul collo.

Fu lo stesso Burlando che, lungo il tragitto, raccontò a Zanatta la storia di Villa Branca. Il commissario aveva già sentito in passato storie su quella villa, ma rimase ad ascoltare in silenzio. Con dovizia di particolari, lo informò che fu costruita nel 1871 su commissione di Charles Henfrey, un ingegnere ferroviario inglese. Partito per il Bengala nel 1851, ritornò vent’anni dopo a Baveno dove volle ricreare un angolo della sua Inghilterra: la villa infatti era un magnifico esempio di stile gotico, con i suoi mattoni rossi, le torrette a pianta quadrata, le guglie, i pinnacoli e i terrazzi in marmo. Gli descrisse anche il parco, che si estendeva fino alla sponda del lago e ospitava uno straordinario esempio di giardino all’inglese.

Quando Zanatta gli chiese informazioni sui proprietari recenti, Burlando gli spiegò che la villa, in origine nota come Villa Clara, fu acquistata dalla contessa Maria Scala Branca, moglie dello speziale Bernardino Branca e che fu quest’ultimo, con l’aiuto del medico svedese Fernet, a mettere a punto un preparato di 27 erbe e radici per la cura del colera e della malaria, a quel tempo molto frequenti.

La ricetta del Fernet-Branca non è stata divulgata fino ad ora e, ancora oggi, ogni volta 5 di quelle 27 spezie, con modalità, tempi e temperature di estrazione delle essenze che rimangono segrete, vengono miscelate da un biologo che svolge l’operazione da solo, a porte chiuse.

Per i bambini la villa è il castello delle fiabe, per i turisti è la dimora estiva di nobili e regnanti provenienti da tutto il mondo, per gli anziani di Baveno è il rifugio delle anime dei loro antenati condannati a non trovare pace nemmeno nell’aldilà.

Per Dante Zanatta altro non era che il teatro dell’ennesimo atto di malvagità degli uomini.

Il commissario continuava a pensare all’insensatezza della vita e alla presenza del male, che era un tratto congenito degli esseri umani, come lo erano gli occhi azzurri, i capelli rossi e il naso aquilino. Non era mai riuscito a farsene una ragione, anzi non aveva proprio mai capito la vita: gli tornò alla mente l’ultima immagine di suo padre, ormai molto anziano. Ogni ruga del suo volto indicava forse un fallimento, come gli anelli degli alberi indicano gli anni della loro vita e le protuberanze legnose ogni mutilazione. Il picasass Franco non aveva avuto una vita facile, ma aveva reso lui e suo fratello Guido quello che erano oggi, due uomini. In giardino, quella sera di agosto, quando ormai anche respirare gli costava uno sforzo enorme, gli mise in mano una foglia. ― Figliolo, guarda questo bruco. Si impegna con tutte le sue forze nel percorrere il diritto della foglia per scoprire cosa c’è dietro e quando, dopo difficoltà di ogni genere, si erge finalmente a vederne il rovescio, scopre una superficie esattamente uguale che lo condurrà all’inizio e alla fine del proprio fallimento. È impossibile uscire dalla vita e anche conservarla.

Quella fu l’ultima volta che lo vide.

Il cadavere di Donatella Branca, o quello che ne rimaneva, era ancora assiso sul trono del salone principale del castello; quel finto maniero diroccato era stato costruito allo scopo di creare uno schermo nei confronti dell’edificio adiacente, Villa Durazzo, successivamente riconvertita nel Lido Palace Hotel. Il corpo della vittima presentava uno strano pallore grigiastro, quasi ferrigno, sia sugli arti che lungo tutto il busto; non era dato sapere se lo stesso fenomeno avesse coinvolto anche altre parti anatomiche, perché Donatella era stata decapitata; anche le mani le erano state asportate e non erano ancora state rinvenute dopo la prima serie di rilevazioni. All’arrivo della polizia la porta del salone risultava chiusa dall’esterno; da una grande pozza di sangue, fuoriuscito dal collo e dai monconi delle braccia mutilate, si diramava una scia ematica che arrivava fino alle finestre della parete rivolta a ovest, protette da inferriate perfettamente sigillate. Al commissario Burlando e a tutta la sua squadra fu subito chiaro che quello era un classico enigma della camera chiusa, non proprio il genere di caso che si sarebbe augurato un commissario vicino alla pensione.

Nel salone della villa erano radunati tutti i testimoni, che sarebbero stati anche i principali sospettati: 23 persone, compreso il padrone di casa e la servitù. Tutti avevano un alibi perfetto e tutti avevano avuto la possibilità di prendere la chiave del salone nel castello. Il conte Guidobaldo Branca se ne stava in disparte, affranto per la perdita della sorella, appena ritrovata. Soltanto un mese prima, infatti, Guidobaldo, dopo una ricerca genealogica durata più di un anno, era venuto a sapere dell’esistenza della sorellastra Donatella, segregata per 38 anni in una clinica svizzera, al fine di coprire un adulterio della madre Sveva Romualda Branca con uno stalliere, adulterio dal quale venne generato quel frutto peccaminoso che avrebbe dovuto essere tenuto lontano dalla vista di chiunque. Entusiasta della scoperta, Guidobaldo aveva organizzato una sontuosa cerimonia per presentare la sorella ai nobili invitati sopraggiunti a Villa Branca la sera prima, desideroso — e lo andava ripetendo da un mese in tutta Baveno — di restituirle la dignità perduta e il ruolo che le spettava di diritto. Erano gli unici discendenti della gloriosa dinastia Branca e ora ne rimaneva soltanto uno.

Anche dopo due settimane di indagini, tutti i testimoni-sospettati continuavano a confermare la stessa identica versione, sia negli interrogatori di gruppo, sia presi singolarmente: ciascuno di loro ricordava un particolare differente della serata, una parola, un gesto, un dialogo, ma, ricomposte in una visione più generale, tutte quelle tessere formavano sempre lo stesso mosaico. Vennero alla luce anche strani dettagli anatomici della fu Donatella: non doveva godere di buona salute se era vero, come dichiarato da Guidobaldo, che quel grigiore epidermico era presente in lei anche da viva e se allo stesso modo era vero che aveva le dita delle mani “a bacchetta di tamburo”. — Le dita ippocratiche presentano un caratteristico ingrossamento dell’ultima falange con unghie a vetrino d’orologio, dovute a una deformazione ossea progressiva sintomo di numerose malattie croniche — aveva sentenziato il patologo Moltrasio. Di quelle mani però non c’era più traccia e bisognava fidarsi di testimonianze approssimative e non verificabili. Inoltre dietro la nuca sembrava che presentasse un rigonfiamento, probabilmente un tumore benigno. Dopo la cena il gruppo di invitati si era recato in paese per mostrare a Donatella la bellezza di quei luoghi, poi avevano preso il traghetto per raggiungere l’isola dei Pescatori e si erano concessi un cocktail in piazza Dante. Tutti gli abitanti di Baveno confermavano quella singolare descrizione di Donatella, la sua complicità con il fratello ritrovato, la spensieratezza di quel consesso di sangue blu. Circa 500 testimoni, 23 sospettati e altrettanti alibi inattaccabili, una stanza sigillata dall’esterno, un cadavere con un rigor mortis di almeno tre ore: come poteva essere accaduto, se il gruppo aveva fatto ritorno alla villa solo un quarto d’ora prima del ritrovamento della vittima, dopo essersi congedati da Donatella, che aveva espresso il desiderio di farsi ancora un’ultima passeggiata da sola sul lungolago? La polizia continuava a non avere uno straccio di ipotesi.

Per la verità una era stata proposta dall’agente Valentina Cacciabue, ma era così assurda da aver scatenato l’ira del placido Burlando.

― Non potrebbe essere che un animale particolarmente agile si sia arrampicato, entrando dalla finestra e…

Burlando rimase un attimo a bocca aperta, prima di rispondere: ― E ha decapitato la contessa e poi le ha mozzato le mani? Magari era un orango tango del Borneo vero? Mi state prendendo per i fondelli o siete tutti fuori di testa?! Questa è la soluzione dei Delitti della Rue Morgue di Poe!

― Scusi capo, forse ho letto troppi gialli.

Intanto Zanatta si era recato alla farmacia del Dr. Erma per seguire un’ultima pista: Donatella era stata vista anche lì, per comprarsi un analgesico. La farmacista Federica Lastrucci gli mostrò i filmati delle telecamere di sorveglianza; Donatella aveva comprato una scatola di Moment e se ne era uscita. Aveva dato l’impressione di essere molto simpatica. Il commissario, nonostante la qualità non eccelsa del filmato, notò qualcosa; chiese alla Lastrucci di tornare indietro con le immagini e vide che a Donatella era caduto un piccolo pezzetto di carta dalla tasca…

 

Il giorno dopo, Dante Zanatta se ne stava seduto a un tavolino del Miralago Lounge Bar. Ordinò un Mai Tai, toccandosi la guancia ruvida di barba e, con lo sguardo fisso sulle scintille di luce che tagliavano la superficie dell’acqua, scivolò nel passato. La sua mente raggiunse un tempo lontano, molto prima che il buio calasse sulla sua esistenza. Aveva otto anni e il padre lo teneva sulle ginocchia mentre guidava piano giù per via Brera. ― Ecco Dante, questa è la tua città ― gli disse Franco Zanatta, con una punta d’orgoglio. Davanti ai suoi occhi sfilavano trattorie, salumifici, vinerie e fresche latterie che sapevano di caglio, dove le donne si attardavano in lunghi racconti di vita domestica. Quella era la città in cui, nelle sere d’estate, giocava a nascondersi con i suoi amici dietro il monumento del picasass1ritratto in una curiosa posizione che era in realtà l’unico modo per lavorare ore e ore senza sentire la fatica — mentre le loro madri chiacchieravano sulle panchine. Per qualche istante il commissario immaginò di essere in compagnia di Alessandro Forneris, Paolo Migali e Fulvio Gualtieri a tirare calci a un pallone nel giardino davanti a casa, in via Camponuovo. Erano ormai nomi senza volto quelli, sbiaditi dal passare degli anni. Non seppe più nulla di loro, finché una certa Lorenza Bolognini, compagna di classe alle scuole elementari, non reperì il suo recapito torinese: con un telegramma lo informava della morte di Paolo, in seguito a uno schianto sulla tangenziale Ovest di Milano. Aveva gli occhi buoni Paolo, era seppellito nel cimitero di Pallanza, in viale delle Rimembranze a Verbania. Con il bicchiere stretto nella mano capì che quella città non gli apparteneva più, forse perché era lui a non appartenere più a sé stesso. Cercò di scavare a fondo per artigliare almeno un brandello della beatitudine di quei giorni d’infanzia, ma non riuscì neanche a lambirla. Erano cose sepolte in un abisso inviolabile. Ora gli sembrava soltanto di aggirarsi come uno spettro in un paese straniero, dove nessuno parlava la sua lingua e provava dolore in ogni angolo di strada. E tutti quei passanti nella luce violenta del sole gli davano l’impressione di essere maiali capaci di saltare sulle disgrazie altrui.

Per un attimo il suo sguardo rimase incollato sulla carta delle consumazioni: Liquori / Fernet-Branca / 3,00 euro. Finì il Mai Tai in poche sorsate, si alzò, andò a pagare il conto, si infilò gli occhiali scuri e quando fece ritorno alla locanda, preparò il suo zaino in fretta e furia; non avrebbe dovuto perdere nemmeno un minuto.

 

 

Nell’ufficio del commissario Burlando, all’interno della sede operativa della Polizia di Stato di Omegna, c’erano quasi tutti, stravaccati su precarie sedie di plastica grigia. Gli agenti Filippo Binelli, Valentina Cacciabue, Roberto Bellana, Fortunato Bo, il sovrintendente capo Massimiliano Berzero, gli assistenti Enrico Tudino e Marcello Valzania. Burlando se ne stava dietro la sua scrivania, con le mani intrecciate sul ventre. Erano appena tornati da una notte insonne, passata a setacciare ogni minuscolo angolo della città. Nella mattinata e nel pomeriggio lo stesso trattamento era toccato alle città di Baveno e di Stresa. Non erano alla ricerca dell’assassino di Villa Branca ma di una persona scomparsa. Era ormai mercoledì, mancavano pochi minuti alle quattro. Nella luce al neon che filtrava attraverso una spessa cortina di fumo, parlavano e guardavano la pioggia scendere giù a catinelle attraverso finestre strette e alte, quasi completamente appannate.

― Non abbiamo niente, maledizione, stiamo solo perdendo del tempo ― disse Bellana, a nessuno in particolare.

― Quello era sempre sbronzo come uno straccio, chissà che fine ha fatto… Tutti si voltarono. Era stato Berzero a parlare, seduto proprio davanti a Burlando.

Erano ormai più di 48 ore che Zanatta non dava notizie di sé. Avrebbe dovuto presentarsi in commissariato verso le 9 della domenica precedente per fare il punto della situazione e un ulteriore sopralluogo sulla scena del crimine. Burlando tentò senza sosta di rintracciarlo al cellulare: l’utente non è raggiungibile, riprovare più tardi. Nelle prime ore del dopopranzo di quello stesso giorno infame, Tudino e Valzania erano in piedi davanti alla portineria della locanda Nelia. Stando alle affermazioni della proprietaria, si era presentato quella mattina nella piccola sala da pranzo intorno alle 8, aveva fatto colazione, letto alcune pagine dell’Eco Risveglio, fumato una sigaretta nel dehor. Poi era uscito senza salutare, come al solito. Da allora nessuno aveva più visto Dante Zanatta.

― Mi permetto di dire che ha perso la moglie da poco… ― disse fiacca Valentina Cacciabue, alzando le sopracciglia e torcendo il collo verso il muro.

― Ma chissenefrega ― ribatté Berzero, guardando in cagnesco. ― Abbiamo un fottuto caso da risolvere e questo relitto umano, questo alcolizzato… ce lo sta mandando a puttane!

― Adesso basta! ― sbottò Burlando, alzandosi in piedi con le mani sulla scrivania.

Seguirono alcuni secondi di silenzio.

Parlò a mezza voce Berzero, rabbioso: ― Sapete cosa vi dico? Andatevene tutti a fare in culo. ― Poi si girò e si fece largo tra le sedie.

Ormai tutti erano in piedi. Tudino, che non dormiva da una settimana per via della nascita della primogenita Greta, sussurrò qualcosa all’orecchio di Valzania.

Bellana s’infilò l’impermeabile, poi emise alcune parole con un filo di voce: ― Signori, io vado a dormire.

Uno dopo l’altro, se ne andarono tutti. Poi Burlando rimase solo, la debole luce della lampada da scrivania a illuminargli la parte sinistra del viso. Le gocce di pioggia formavano dei bellissimi motivi sui vetri delle finestre. Nel parcheggio sottostante, i fasci luminosi dei fari delle auto penetrarono nella stanza inscenando sulle pareti una danza macabra di scheletri impazziti.

 

 

Quando Zanatta fece il suo ingresso in commissariato, la mattina seguente, di fronte alla meraviglia e allo sconcerto dei presenti, vi trovò il conte Guidobaldo, che si era precipitato lì come quasi ogni giorno per sollecitare le indagini.

― Conte, mi fa piacere trovarla qui, ci farà risparmiare tempo. La dichiaro in arresto per l’omicidio di sua sorella.

― Ma lei è pazzo! Io vi faccio perdere il posto, i miei avvocati… ― tuonò il conte.

― Lei ha tentato di avvelenare sua sorella, facendole somministrare per anni, in quella clinica, argento colloidale, ma non sapeva che per causare la morte sarebbero state necessarie quantità molto più alte… a quei bassi dosaggi provoca soltanto argiria, quella colorazione grigiastra della pelle, ma nessuna complicazione. Visto che l’avvelenamento non aveva dato gli esiti sperati, ha architettato questa messinscena, facendola tornare e convincendola del fatto che l’avrebbe riaccolta in famiglia. Appena arrivati alla villa, l’ha uccisa brutalmente, poi ha ingaggiato un’attrice per interpretare il suo ruolo davanti a tutto il paese; nessuno l’aveva mai vista prima e nessuno poteva avere dei sospetti. Ha detto all’attrice di truccarsi le dita delle mani con quella strana deformazione e la nuca con quella finta e posticcia protuberanza tumorale. Donatella in realtà era sanissima, a parte quell’argento, ma le servivano altri elementi da sbattere sotto gli occhi di tutto il paese e rendere credibili le testimonianze: l’hanno vista tutti, ma hanno visto quello che lei voleva vedessero. Le mani e la testa le ha mozzate per privarla della sua identità anche da morta, Donatella non era una Branca, non lo era mai stata e non avrebbe dovuto esserlo. Prima che lei dica che non ho delle prove, sarà stupito di sapere che gli ioni argento si legano all’emoglobina per formare un composto che precipita creando minuscoli cristalli nel sangue. Lei si è lavato con cura, ma quei cristalli che erano nel sangue di Donatella sono ancora sulla sua pelle… Sono sicuro che i nostri tecnici di laboratorio ne troveranno in grande quantità sulle sue mani e sul suo corpo.

Il conte taceva, come se fosse caduto in uno stato catatonico. Mentre gli agenti gli mettevano le manette ai polsi, Zanatta si girò e uscì dall’ufficio. Burlando lo rincorse: ― Dante, ma come hai fatto? Tutta quella storia del sangue e dell’argento che…

― Quello era tutto inventato per farlo crollare… Ho interrogato Roberta De Sanctis, attrice dell’Accademia d’Arte Drammatica di Como… Aveva perso un biglietto da visita in farmacia che ho ritrovato nel cestino dei rifiuti, non ha avuto problemi a raccontarmi tutte le richieste del conte, non ne sapeva nulla del suo piano criminale e non lo sa ancora adesso. Ora devo proprio andare, non dormo da due giorni.

 

Villa Branca prese fuoco intorno alle ore 14,00 di mercoledì 24 gennaio. Dante Zanatta venne svegliato circa venti minuti dopo dalla telefonata del commissario Burlando, che lo informava dei fatti. Zanatta raggiunse Villa Branca in meno di dieci minuti. Il vento era forte e spingeva sulle lingue di fuoco che salivano dai pinnacoli, dalle torrette e da tutta la carcassa dell’edificio producendo rumori infernali, come boati mostruosi2. Lasciò che i suoi occhi pesti assorbissero tutta la vastità di quella scena finché non si fissarono sul violento getto d’acqua di uno degli idranti. Si chiese quanto tempo ci sarebbe voluto per sedare le fiamme. S’inumidì le labbra secche e disidratate, poi rimase a guardare verso l’alto. Era una magnifica giornata di sole, con un cielo senza nuvole.

Autrici e autori

Autrici e autori

Le autrici e gli autori di quest’antologia di racconti gialli provengono quest’anno dal solo Nord d’Italia. Eccone l’elenco in base all’ordine di apparizione dei loro racconti: Roberto Masini, Riccardo Landini, Giuseppe Borasi e Gianluca Ongaro, Bruno Volpi, Anna Allocca.

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