SOGGETTI SMARRITI

Prezzo di listino 13,35 incl. IVA

Raccolta di interviste realizzate dal giornalista Alessandro dell’Orto a personaggi famosi che hanno caratterizzato varie epoche della storia recente della nostra Italia.

EAN: 9788897382171 COD: 398 Categoria: Tag:

Descrizione

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Raccolta di interviste del giornalista Alessandro dell’Orto. Ciascuna intervista è introdotta nel libro da una foto del personaggio famoso intervistato.

«La più grande scoperta dell’uomo non è stata la luna, ma il linguaggio.» Tito Stagno

 
Diceva Indro Montanelli, riprendendo il concetto di Leo Longanesi, che riprendeva il concetto di chissà chi, che le interviste sono un articolo rubato. La qual cosa dimostra che anche i più grandi sbagliano. […] L’intervista non è un articolo rubato ma un articolo, e sublime, regalato al lettore e anche all’intervistato. A patto che sia realizzata con gli ingredienti indispensabili alla bellezza del mondo, che si parli di una minestra o di un quadro, di un palazzo o di un vaso di gerani: con curiosità, passione, intelligenza, un po’ di talento e tanto, tanto impegno.
Alessandro Dell’Orto conta parecchio per me, è meglio lo si chiarisca subito. È stato mio compagno di classe in quarta ginnasio, trentuno anni fa. È stato mio collega agli esordi, a “Bergamo-Oggi“, oltre due decenni fa. […] Quando cominciò le sue interviste su Libero, prima agli sportivi, poi ai soggetti smarriti, lo osservavo nella fase di preparazione. […] Una fase lunga, la peggiore. Perché è come cercare il filone d’oro. Non si sa dove infilare le mani, dove sbattere la testa. Alessandro partiva […] con addosso quella placcatura di platino che è lo spirito del pioniere, di chi si entusiasma già di ciò che andrà scoprendo, perché qualcosa scoprirà, sebbene ancora non sappia cosa. Con questi presupposti tirava fuori l’impensabile. Tornava in redazione con l’entusiasmo decisivo di un bambino, perché l’intervistato […] a colloquio con Alessandro, […] raccontava il mai raccontato, trovava il coraggio dimenticato di riesumare l’amarezza o la gioia sepolta, di consegnare all’estraneo il lampo mai nemmeno consegnato a se stesso. Quello che rubano, queste interviste, è soltanto un po’ di tempo, restituito sotto forma di un soffio di vita.
Mattia Feltri

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 15,70

Pagine

280

Lingua

Italiano

Genere letterario

raccolta di interviste

Anteprima

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TITO STAGNO

 

 

«Ha toccato, ha toccato il suolo lunare!». Applausi, entusiasmo, emozione, adrenalina e un piccolo mistero (Ruggero Orlando da Houston: «Qui dicono che mancano ancora 10 metri»). È il ventunlugliomillenovecentosessantanove, tutto il mondo con il pensiero all’insù e Italia appiccicata a quel moderno elettrodomestico che trasmette immagini in bianco e nero. A raccontare lo sbarco sulla luna – momento storico dell’umanità – è Tito Stagno, giornalista di 39 anni con il ciuffo biondo, il viso abbronzato e due occhiali spessi così. La sua voce è e sarà per la sempre la sigla italiana dell’impresa del secolo. Stagno, giornalista storico della Rai che ci ha descritto gli eventi più importanti degli anni Sessanta e Settanta e ha condotto per 17 anni la Domenica Sportiva, ora ha 78 anni, è in pensione e insegna comunicazione.

 

Tito Stagno complimenti, sembra quello di 40 anni fa. Anzi, quasi più giovane: gli occhialoni con lenti a fondo di bottiglia che fine hanno fatto?

«Il laser fa miracoli, mi ha restituito quasi tutte le diottrie che mi mancavano ai tempi della luna. Il ciuffo biondo invece mi ha punito, ma non mi lamento: a gennaio ne compio 79 e sono ancora in forma.»

Non si stupisca per la domanda: è scaramantico?

«No, perché?»

Molti la credono morto… Che fa, ride?

«Colpa di Jovanotti. Un giorno mia moglie riceve una telefonata. “Signora, sono Lorenzo Cherubini ed è successa una cosa terribile: nel mio libro ho scritto che suo marito è morto, mi sono sbagliato…»

Beh, allunga la vita.

«Già, e se penso che mia madre se ne è andata a 103 anni non è male.»

E Jovanotti? L’ha perdonato?

«Certo, per scusarsi mi ha mandato a casa il libro e due bottiglie di Champagne. Poi ci siamo incontrati.»

Il segreto per restare così in forma?

«Tanto sport e una vita sana. Non amo la mondanità, odio i buffet e mangiare in piedi. Preferisco organizzare cene qui a casa con amici.»

Niente feste e poche apparizioni pubbliche. Che fa ora Tito Stagno?

«Tengo lezioni sulla comunicazione verbale: esprimersi bene, farsi capire, suscitare interessi. Modero dibattiti, insegno a stare di fronte a una telecamera, a raccontare con semplicità quello che si vede. La più grande scoperta dell’uomo non è stata la luna, ma il linguaggio.»

Buona questa. E la gente, quando la riconosce, che chiede?

«Stagno, ma ci sono andati davvero sulla luna? Io rispondo che…»

Si fermi, ne parliamo dopo. Andiamo avanti a raccontare di lei. La tv la guarda?

«Solo Sky, c’è tutto. Sulla Rai seguo i Tg. Come si fa a vedere roba tipo “Vita in diretta”?»

E i reality show come “L’isola dei famosi”?

«Per carità! Però so che conduce la Ventura. L’ho lanciata io, sa? Era a Tele MonteCarlo, l’ho voluta alla Domenica Sportiva. Vespa era perplesso, Ciotti poco entusiasta perché attaccato alla Ruta. Ho avuto ragione…»

Ora torniamo indietro e parliamo un po’ dei suoi inizi.

«Nasco a Cagliari il 4 gennaio 1930, primo di otto figli. Papà è dirigente di Confindustria e ci trasferiamo a Parma, poi a Pola in tempo di guerra.»

Bambino modello?

«Una peste. Picchio e le prendo, scatenato.»

Tanto che a 12 anni diventa attore in “Marinai senza stelle”.

«Esperienza bellissima. Ma senza un seguito, anche perché torniamo a Cagliari, sono tempi duri, mi iscrivo a Medicina. Finché nel ’49 cercano un collaboratore per Radio Cagliari. Ed è l’inizio della carriera.»

Nel ’54 la Rai bandisce il primo concorso nazionale per telecronisti.

«Tra gli aspiranti ci siamo io, Furio Colombo, Gianni Vattimo e Umberto Eco.»

Urca, tutti baby fenomeni. Un ricordo di ognuno.

«Colombo era grossissimo, Eco mingherlino. Vattimo sembrava un bambino. Come dire, tutti ventenni, ma si respirava già un grande senso di potere…»

Lei vince il concorso e inizia a lavorare alla Rai di Roma. Primo servizio?

«Precipita un aereo sul Terminillo, a bordo c’è anche Marcella Mariani, Miss Italia. Mi arrampico in compagnia del cineoperatore fin quasi ai rottami, tra la neve.»

Direttore del telegiornale è Vittorio Veltroni, papà di Walter.

«Era terrorizzato dal parere degli uomini di potere. Un giorno c’è da fare un servizio sul Papa, le immagini sono buie e allora l’operatore gira la pellicola a meno fotogrammi e accelera un po’. Va in onda il Tg e poco dopo chiama qualcuno dal Vaticano: “Il Papa è arrabbiato, nelle vostre immagini cammina come Ridolini!” E Veltroni va nel panico…»

Differenze tra padre e figlio?

«Walter è più colto. Vittorio però era un giornalista di razza.»

Nel ’56 la mandano alle Olimpiadi invernali di Cortina.

«Primo sforzo Rai, c’è l’Eurovisione. Ci dovrebbe andare Mike Bongiorno, ma “Lascia e raddoppia” va troppo bene. Veltroni allora sceglie me come vice di Baccarelli. Arriviamo sul posto, la nostra cabina è la numero 17, il collega è scaramantico e si volta: “Questa telecronaca falla tu.” Non so che dire, mi viene la folgorazione: la tv è in bianco e nero? Bene, allora descriverò nei dettagli le divise colorate degli atleti. Un successo.»

Ed è il boom. Tutti i servizi più importanti li fa Stagno. Raccontiamone qualcuno.

«Napoli, 1963, c’è Kennedy. Lo seguo dall’Ambasciata all’aeroporto. La gente lo blocca, ci impieghiamo due ore. Lui in piedi, sull’auto scoperta, indica le persone una a una. E le fissa negli occhi. Grande personalità. Ma quella volta della Loren…»

Dica.

«Sta partendo da Ciampino, va per la prima volta a Hollywood. Le metto il microfono davanti, ma anziché parlare inizia a piangere per l’emozione. Io, zitto, riprendo tutto.»

Sport, cronaca e spettacoli. Ma non solo. Stagno diventa l’inviato al seguito di Papa Giovanni XXIII.

«Il Papa si mostrerà in Piazza San Pietro dopo una malattia e c’è da decidere chi mandare. Il direttore Vecchietti mi guarda: “Vai tu.” E io: “Ma sono un laico terribile!”“Non importa.” Mi invento un servizio particolare, primo piano sulle suorine spagnole e poi, appena esce il Papa, zoom sulla folla. Funziona. La sera un messo del vaticano mi porta a casa un rosario, la foto autografata di Giovanni XXIII e le medaglie del Pontificato.»

Stagno, vero che i nomi delle sue due figlie li ha suggeriti il Pontefice?

«C’è un incontro ufficiale, prende un attimo di pausa e si avvicina. Chiede: “Lei è sposato?” “Sto per diventare papà.” “Se è femmina la chiami Brigida. E se avrete una seconda bambina chiamatela Caterina, un’altra santa che si battè per far tornare il Papa a Roma.”»

Naturalmente…

«…ho due figlie, Brigida e Caterina.»

Giovanni XXIII parla di lei nel suo diario.

«Deve venire a visitare le borgate di Roma, sono in anticipo e aspetto, mi appoggio a un palo per fumare. A sorpresa passa l’auto con il Papa e la macchina scoperta della Rai scatta per inseguirlo e riprenderlo. Io me ne accorgo tardi e…»

Scusi, perché si è alzato?

«Così capisce meglio la scena. Corro manco fossi Mennea e pum, mi tuffo sul sedile dell’auto per non restare a piedi. Il Papa vede da lontano e ride. Qualche tempo più tardi, sul suo diario, al racconto di quella giornata viene riportato: “Il Santo Padre è divertito dalle acrobazie di Tito Stagno.”»

Mica male. Altri servizi che non dimenticherà mai?

«I funerali di Togliatti nel ’64. Granzotto e Zatterin si rifiutano, troppo delicato politicamente… Tocca a me. E preparo un servizio di cronaca pura, descrivo tutto senza commenti, tanto che “L’Avanti” il giorno dopo si complimenterà.»

Tito Stagno, ci siamo. C’è da commentare lo sbarco sulla luna. Prima curiosità. Perché proprio lei?

«Puro caso. Le telescriventi battono la notizia che l’Urss manderà in orbita il primo satellite, preparo una breve e da quel momento inizio a occuparmi di tutte le spedizioni nello spazio. Un giorno mi chiama il direttore. “Devono arrivare delle immagini dagli Usa su Gemini 11, stasera il Tg lo apri tu.” Mi informo, cerco di sapere di cosa si tratta, ma non si capisce. Parte la diretta e non so nulla, prendo tempo: “Buonaseeera, stiamo aspettando immagini da Houston e bla bla bla.” Il tempo passa, niente immagini. Panico, le mani sudano, non so più che dire. Dalla regia una voce: “Eccole.” Schermo buio e un puntino bianco che si muove.»

E lei?

«Azzardo. “Ecco, è la notte orbitale dall’altra parte della terra.” Pochi secondi, le immagini si fanno più precise, si vede l’antenna del satellite: avevo proprio ragione. E via, adrenalina a mille e cinque minuti alla grande: “Guardate, questa è la nostra terra.” Finisco la diretta e passo in regia e Alberto Ronchey in visita alla Rai mi chiede: “Ma Tito, quando avevi registrato questo commento?” E io penso: “Beato lui che non ha fatto questa esperienza…”»

Complimenti. A proposito di luna, all’inizio diceva della domanda più ricorrente che le fanno. Ci sono andati sì o no? Sa che ci sono mille teorie sull’imbroglio.

«Non capisco perché tutti questi dubbi. Primo, la conquista della luna era una sfida all’interno della Guerra Fredda tra Usa e Urss. I sovietici, fosse stata una balla, lo avrebbero potuto capire e sarebbero stati in grado di denunciarlo e provarlo subito. Secondo, mentre Armstrong e Aldrin passeggiano nel Mare della Tranquillità, sulle loro teste volava “Lunik 14”, la sonda sovietica che fotografava tutto.»

Perché l’uomo non è più andato sulla luna?

«Troppo costoso.»

Lei, sinceramente, ha mai avuto nessun dubbio?

«Mai. Il problema è che ora non si crea nulla, si cazzeggia. E allora viene da smitizzare il passato.»

Torniamo al 20 luglio 1969. Inizia una diretta che durerà 29 ore e 20 minuti.

«Lunga, ma non difficile. Mangio solo Vitamina C e bevo acqua. Tengo con la mano la cuffia per sentire il dialogo tra gli astronauti e i tecnici di Houston. Gli ultimi 12 minuti sono interminabili, senza immagini. Devo tradurre le sigle e i numeri del dialogo tra gli astronauti e il centro di controllo. Intanto Orlando che è in sala stampa a Houston — Dio lo benedica — sta zitto. Parlo solo io, il Lem sta scendendo e sento: “We’ve got land!” Abbiamo toccato il suolo. E lo annuncio in diretta.»

Ruggero Orlando però ribatte: «Qui dicono che mancano ancora 10 metri.» E lei: «No Ruggero»…

«Era nelle mie stesse condizioni. La verità è che io ho annunciato che la navicella aveva toccato il suolo per verificare la possibilità di atterrare, lui ha annunciato che era atterrata definitivamente.»

Aldo Grasso ha detto: “Stagno ha scippato l’annuncio, non avrebbe mai tollerato di arrivare secondo.”

«Grasso non parla bene nemmeno di sua madre… È bravissimo, ma mi ha dato fastidio questa storia. Ma quale scippo?»

L’uomo sbarca sulla luna. E il giorno dopo Tito Stagno che fa?

«Me ne vado a Fregene, crollo di schianto sulla sabbia e dormo tutto il pomeriggio. La gente, che mi aveva appena visto in tv per due giorni, passa e dice: “Anvedi Stagno, pare morto.”»

Il prossimo luglio sono 40 anni.

«Mi piacerebbe ideare, scrivere e condurre una trasmissione per celebrare l’anniversario. Chiamerei anche Armstrong, Aldrin e Collins.»

Già, vi siete conosciuti vero?

«A Roma, sei mesi dopo. A cena con la Lollo.»

Scusi, e la Lollobrigida che c’entra? Perché sorride?

«Era molto amica di tutti e tre, in particolare — si dice — di Armstrong.»

Stagno, sia sincero. Ma essere quello della luna non l’ha un po’ stufata?

«La mia carriera non si può ridurre a una notte, ho fatto di tutto. Però capisco che è stata una trasmissione storica.»

Appunto, andiamo oltre. Nel ’76 diventa responsabile dello sport su Rai Uno. E cura la “Domenica Sportiva” per 17 anni, creando un memorabile gruppo di lavoro. Facciamo un giochino: scelga due colleghi storici della Ds e li racconti.

«Beppe Viola, geniale, brillante. I suoi commenti sono indimenticabili. È dicembre, e racconta “Il Milan schiera la difesa a presepe.” Oppure: “Episodio da Libro Cuore: Calloni batte una punizione e regala il pallone a un omino dei popolari.”»

È morto a soli 42 anni.

«Mangiava, fumava molto. Torna da San Siro, sta parlando con Sassi e all’improvviso si mette una mano in testa e si siede. Gradualmente, dalla fronte in giù, diventa bianco, ha le convulsioni. Lo portiamo al Pronto Soccorso, non c’è niente da fare.»

Secondo nome?

«Gianni Brera, l’unica sbronza della mia vita. Nel ’76 lo voglio alla Ds. Mi chiede 500 mila lire a puntata, cifra pazzesca per la Rai a quei tempi. Decidiamo che ne vale la pena, vado a casa sua con Carlo Sassi per firmare il contratto. Vino, vino, vino, vino. Me ne vado che non sto in piedi, salgo in macchina e dopo dieci metri tiro su l’anima. Il giorno dopo Brera mi chiama e dice: “Ti guardavo e pensavo: adesso casca, adesso casca. Bravo, mi hai stupito!” Ma in Argentina…»

Cioè?

«Mondiali del ’78, lo vado a trovare in albergo e resto senza parole. Mutande in giro, panni stesi, fumo che non si vede nulla, bottiglie ovunque. Sembrava di stare con Hemingway.»

Tito Stagno, ultime domande veloci. 1) Il giornalista tv più bravo di sempre?

«Piero Angela.»

2) Tra i giovani?

«Marco Franzelli.»

3) Il più grande della carta stampata?

«Gianni Brera.»

4)Un personaggio pubblico di adesso che le piacerebbe raccontare?

«Berlusconi e Sarkozy.»

5) Il suo rapporto con la religione?

«Da sempre laico. Ma per le nozze d’oro con mia moglie Edda Lavezzin, lo scorso 29 settembre, ho fatto la comunione.»

6) Paura della morte?

«Mi scoccia.»

7) Hobby preferito?

«Leggere, leggere e ancora leggere.»

8) Pensa ai tanti anni trascorsi alla Rai e…

«Mi spiace che l’azienda non si serva del patrimonio di chi ha fatto la storia della tv per insegnare ai giovani. Farei lezioni anche gratis.»

9) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?

«Tutti i primi maestri che mi hanno insegnato questo mestiere.»

Ultimissima. Il prossimo passo che può fare l’uomo nello spazio?

«Tornare sulla luna e fondare delle colonie. Penso sia possibile tra 10 anni.»

Tito Stagno ci andrebbe sulla luna?

«No, grazie. Sono uno che ama stare con i piedi per terra.»

 

(Intervista realizzata nell’ottobre 2008, nella sua casa di Roma)

 

 

CANIGGIA

 

 

L’argentino Claudio Paul Caniggia detto Figlio del vento era veloce velocissimo, scattava leggermente ingobbito e – capelli lunghi, biondi e svolazzanti – era come vedere una scia luminosa che squarciava in due il campo e gli avversari. Impossibile fermarlo. Claudio era un fenomeno, un campione. Ha divertito e fatto sognare i tifosi dell’Atalanta (’89-’92) e della Roma (’92-’94), ma soprattutto quelli della nazionale argentina con allunghi, assist e reti in coppia con l’amico Maradona. Noi italiani ce lo ricordiamo bene, Claudio Paul: fu lui a segnare il famoso gol all’Italia e a Zenga nei Mondiali di Italia ’90, unoauno e poi eliminazione ai rigori. Caniggia ha smesso di giocare 5 stagioni fa in Qatar. Ora, a 42 anni, porta in giro il figlio che è pilota di go-kart e cerca giovani calciatori da lanciare in Europa.

 

Claudio Paul Caniggia, complimenti. Il fisico è ancora da atleta.

«Visto che pettorali? Sono in forma, mi tengo bene: palestra e qualche partita con gli amici.»

Gioca ancora?

«Claro que sì. In Spagna, dove vivo, mi diverto con il calcio a 7. Qui invece faccio parte del Berghem Soccerteam, squadra ideata e costruita da Serse Pedretti: riunisce personaggi famosi legati alla città e all’Atalanta, si scende in campo per beneficenza.»

Anche la capigliatura regge. Sempre biondo, ma sotto…?

«No, nessun capello grigio. Li tingo ogni tanto, come ho sempre fatto. Ma non ce ne sono di bianchi. Per fortuna e mi tocco le palle.»

Perché?

«Un mese fa, in Argentina per una rimpatriata con le vecchie glorie della nazionale, mi trovo di fronte Goicoechea, il portiere. E mi viene un colpo: completamente grigio! Se succedesse a me che farei?»

Che farebbe?

«Non so. Li terrei lunghi e grigi, forse. Ma a 60 anni, non ora.»

Caniggia, diceva che vive in Spagna.

«A Marbella con Mariana, mia moglie, e i tre figli. Alexander e Charlotta sono gemelli e hanno 16 anni. Axel ne ha 19. Non mi guardi male: sì, si chiama proprio come il profumo: idea di mia moglie.»

E che ci fa a Bergamo?

«Ci passo spesso perché questa è la mia città e ho molti amici. E perché porto mio figlio in Italia per correre. Gareggia con i go-kart.»

Vince?

«È bravo. Ora dovrebbe diventare pilota della Formula Renault, il suo sogno è la Formula Uno.»

Anche a lei sono sempre piaciute le auto potenti, vero? Perché ride?

«Atalanta, quella con Mondonico allenatore. Il mister ogni lunedì mattina fa un allenamento leggero, poi lascia il martedì di riposo. E ne approfitto.»

Cioè?

«Due giorni a Montecarlo. Il mercoledì mattina, poi, sveglia alle 6.30 e partenza: Principato-Bergamo in due ore e mezza, in Porsche, a 240 km all’ora.»

Urca, mai fermato?

«Spesso. A volte con multa, a volte no: “Sei Caniggia? Vai pure, ma prima fammi l’autografo.”»

Mondonico se ne è mai accorto?

«No. Con il mio fisico mi allenavo bene anche se avevo dormito poco e le volte che arrivavo in ritardo dicevo di aver trovato traffico a Colognola, in periferia di Bergamo…»

Claudio, torniamo a oggi. Che fa? Vero che c’è un progetto per aprire una scuola di calcio con Maradona?

«La proposta viene da Arnold Milchan, produttore di Hollywood. Vorrebbe mettere insieme me e Diego per insegnare ai ragazzini. Il progetto è in stand-by, vedremo. Nel frattempo faccio da tramite tra Argentina e Inghilterra per cercare giocatori. Ma non chiamatemi procuratore, non mi piace quel ruolo.»

Scusi la sfacciataggine, ma con che soldi vive?

«Quelli guadagnati giocando. Ho investito bene. Ho 5 case in Argentina, due negli Stati Uniti, 3 suite a Miami. Gli affitti rendono bene.»

Lei ha smesso nel 2004: finora cosa ha fatto?

«Il marito e il papà. Mi sono riposato, ma ora inizio ad annoiarmi.»

Il calcio lo segue? Le piace?

«Mi diverte anche se è cambiato, è più fisico. Non tutti i miei compagni di un tempo ora giocherebbero.»

Lei invece sarebbe un campione anche adesso: la sua velocità farebbe la differenza.

«Sono sempre stato rapidissimo, fin da piccolo.»

Allora facciamo insieme una veloce corsa indietro.

«Nasco ad Henderson il 9 gennaio ’67. Bambino introverso.»

Idolo?

«Garrincha, gambe storte e grandi dribbling.»

Il baby Caniggia va a mille all’ora, e la chiamano “Figlio del vento”.

«Seguro, sicuro. Velocissimo e amo l’atletica. Gareggio e vinco a livello regionale nei 100, 200 e 400 metri e in salto in lungo. Ma gioco anche a calcio e a 15 anni esordisco nelle giovanili del River Plate.»

A 18 anni la prima volta in serie A. E a 19 l’esordio in Nazionale.

«A Zurigo, Italia-Argentina 3-1. Negli spogliatoi mi trovo di fronte Maradona, che ha appena vinto il Mondiale in Messico, è il miglior giocatore del mondo e fino a quel momento l’avevo visto solo in tv. Mi osserva: “Claudio, mio fratello mi ha parlato molto bene di te.” Si immagini l’emozione. Da quel momento diventiamo grandi amici.»

Poi racconteremo del Pibe. Scusi, una curiosità: lei come conosceva Hugo Maradona?

«Con Hugito avevo giocato i Mondiali Under 19 in Cile».

Torniamo alla sua carriera. Titolare nel River fino al 1988 (53 gare e 8 reti), poi il trasferimento in Italia. Verona. Primo impatto?

«Bagnoli è bravo, gran lavoratore. Ma lo spogliatoio non è compatto, ci sono troppi gruppetti.»

Lei si mette in evidenza, velocità e tecnica. Ma si frattura una gamba.

«Stop di quattro mesi.»

E qualcuno maligna per le sue amicizie e per le frequentazioni con Lele Mora.

«Fa il parrucchiere. Lo conosco perché, come altri compagni, vado a tagliare i capelli da lui.»

Stagione 1989-90, trasferimento all’Atalanta. Guardi qui le figurine. Questo è Evair.

«Non sembrava nemmeno un brasiliano. Silenzioso, tranquillo e un po’ permaloso, sempre sulle sue.»

Questo invece è un giovane Glenn Stromberg.

«Ragazzo serio, un leader capace di stare zitto e parlare nei momenti giusti. Un esempio per tutti.»

Il più stravagante, quello più simile a lei?

«Careca Bianchezi. Simpatico, folle.»

Vi sfidavate in auto, dal campo di allenamento a Bergamo e viceversa.

Ricorda? Perché quello sguardo?

«La gara più divertente è quella con Doni nel 2000, durante la mia seconda esperienza a Bergamo.»

Pronti, via. Raccontiamo.

«Una mattina sto andando al campo e a due km dal centro sportivo Cristiano mi sorpassa. Suono il clacson: “Dove vai? Se accelero te caghi sotto.” E scatta la sfida.»

Auto?

«Io una Mercedes 290, lui non ricordo. Supero, mi risupera, freno, si avvicina, finché arriviamo a Zingonia, lo sorpasso definitivamente ed entro al campo d’allenamento per primo, a tutta velocità che tanto non c’è nessuno. Parcheggio di fianco a Vavassori, che è appena arrivato con la sua Panda e il tagliaerba nel baule. Apro la portiera, il mister urla come un matto: “Noooooo!!!” Mi volto, c’è Doni rosso, quasi viola per l’imbarazzo. “Scusi mister, scusi, scusi, non l’avevo visto.”»

Non rida, finisca.

«Cristiano, arrivando dopo di me, ha investito il cane da caccia di Vavassori! Niente di grave, gli ha solo toccato la zampa e il muso con la carrozzeria. Ma il mister è furibondo. Incazzato. E saluta tutti. “L’allenamento fatevelo da soli, vado dal veterinario.” E sparisce fino al giorno dopo.»

Buona questa. Caniggia, ancora qualche ricordo della sua prima esperienza a Bergamo. Il primo allenatore è Mondonico.

«Simpatico, un personaggio. Con lui avevo un buon rapporto.»

Il secondo tecnico è Frosio, che dura poco. Lo sostituisce Bruno Giorgi.

«Giorgi è uno dei migliori allenatori che ho avuto. Brava persona, corretta.»

A Bergamo, lei, diventa immediatamente un idolo. Senza rivali. Corre, segna, fa segnare e sognare con l’Atalanta in Europa. E sembra immarcabile. A proposito, c’è qualche difensore che soffriva particolarmente?

«Vierchowod era molto rapido. E poi Ferrara: fingeva di intervenire e invece ti faceva fare la prima mossa per poi fregarti.»

I più cattivi?

«Che picchiatore Contratto! Ora siamo amici e l’ultima volta l’ho preso in giro: “Certo che eri proprio un bastardo.” Pasquale Bruno invece ti minacciava dal primo all’ultimo minuto. Ma a me non fregava nulla, nessuna paura.»

Lei era veloce, ma anche molto corretto. Mai una simulazione.

«Questione di rispetto. Anzi, cercavo di saltare per restare in piedi: ricordate la famosa azione ai Mondiali contro il Camerun?»

Corretto in campo, vivace fuori. Si è sempre detto che Caniggia fosse mezzo matto. Feste in casa, vizi, muri delle pareti rotti per far passare il trenino dei figli, camere d’albergo demolite dai cani…

«Falsità. Mi hanno etichettato come matto per i capelli lunghi: mai fatto una festa a casa mia, sono un solitario.»

L’invenzione su di lei che l’ha più infastidita?

«Le allusioni ai miei vizi, soprattutto quando ero infortunato e non potevo giocare.»

Estate 1990. Mondiali in Italia. Tra sei mesi sono passati 20 anni.

«E tutti si ricordano ancora di me. L’altro giorno mi ferma un tizio: “Casso, Caniggia, non dovevi fare quel gol.” È il bello di voi italiani, passionali che non dimenticate. In Francia se ne fregherebbero.»

Italia-Argentina, testa di Caniggia, unoauno e poi azzurri eliminati ai rigori. Bravo lei o scarso Zenga?

«Bravo io, Walter è incolpevole. Anche restando in porta avrebbe preso gol, probabilmente Ma il calcio è così: una settimana sei un eroe, quella dopo un coglione.»

Caniggia fa fuori la nazionale di Vicini e i tifosi dell’Atalanta si inventano un coro che l’accompagnerà per sempre: “Vola, Caniggia vola, elimina l’Italia, e portaci in Europa, col sachelì de coca (sacchetto di coca)…”

«Questa città è sempre stata con me, credo che i bergamaschi siano stati gli unici, con i napoletani, a festeggiare anche se l’Italia era stata cacciata.»

Napoli uguale Diego. Diego Maradona. Suo compagno e amico.

«Un esempio per tutti. Leader correttissimo, non ha mai influenzato le scelte del ct. E poi ragazzo dal cuore d’oro, pronto ad aiutare i compagni.»

Fuori dal campo, però…

«Facile parlare senza conoscere, bisognerebbe mettersi nei suoi panni. Non ha mai potuto vivere una vita normale, sempre sotto pressione. E comunque come persona è molto meglio di tanti che giudicano.»

Beh, però l’ultimo sfogo da ct della nazionale…

«Guardi, per quello che gli tocca sopportare poteva fare anche molto peggio.»

Compagno serio e generoso in campo, ma anche compagnone fuori. Vi siete divertiti molto insieme?

«Claro que sì, ma non immaginatevi chissà quali cose. Come tutti. Però sono affari nostri, rispetto la sua privacy e non racconterò mai nulla.»

La carriera di Maradona è stata stroncata definitivamente a Usa ’94.

«Si sono serviti di lui e l’hanno usato.»

Ops. Cioè? Spieghi meglio.

«Quattro mesi prima dei Mondiali gli organizzatori chiamano Diego: “Devi venire a Usa 94’, abbiamo bisogno di te.” Capito? L’obiettivo è avere un fuoriclasse come lui per far decollare la manifestazione e lanciare il soccer negli Stati Uniti. Diego è perplesso. Risponde che non è pronto e non vuole fare figuracce, che manca troppo poco tempo per allenarsi. Insistono: “Fai tutto quello che vuoi e che ti serve pur di andare in forma.” E fanno capire che, una volta là, lo lasceranno in pace, niente controlli, non lo toccheranno.»

Diego accetta.

«Lavora duramente, ma in soli 4 mesi è impossibile allenarsi e tornare in condizione. Si aiuta con qualche sostanza, probabilmente integratori.»

Dopo le partite vinte con Grecia e Nigeria lo fermano per doping: efedrina, sostanza stimolante.

«L’hanno ingannato, Claro que sì.»

Torniamo a lei. Nel 1992 Caniggia saluta Bergamo e va a Roma, 15 presenze e 4 gol. A proposito, oggi si gioca Atalanta-Roma. Per chi tifa?

«Troppo facile scegliere. Bergamo è la mia seconda casa.»

In giallorosso lei segna quella rete meravigliosa al Milan, 10 marzo 1993, semifinale di Coppa Italia.

«Contropiede e parto veloce dalla mia metà campo. Rallento, osservo il portiere, penso cosa fare e batto Cudicini con un pallonetto. Forse il mio gol più bello.»

Guardi le figurine di quella squadra.

«Non era un gruppo affiatato. Da una parte la vecchia guardia, dall’altra il resto della rosa.»

Questo è un giovanissimo Totti.

«Ragazzo appena arrivato in prima squadra. Ma bravissimo. Si capiva che sarebbe diventato un campione.»

L’allenatore è Boskov.

«Mi ha voluto lui. Mister strano. Due soli minuti di tattica e poi solo partitelle.»

La sua esperienza a Roma inizia bene, ma finisce male. Il 21 marzo 1993 viene trovato positivo alla cocaina.

«Un errore mio.»

Quindi ammette?

«Ho sbagliato. E ho pagato.»

Squalifica di 13 mesi.

«Esagerata. La regola è ridicola, perché la cocaina non permette di giocare meglio. È solo un vizio privato, come può esserlo l’alcol.»

Caniggia, secondo lei esiste il doping nel calcio?

«Il nostro è uno degli sport più puliti. Avete idea di cosa si assume nel ciclismo, nell’atletica o nel nuoto?»

Dopo la squalifica lei va al Benefica (23 partite e 8 gol). Poi due anni al Boca Juniors con Maradona (46 gare, 17 reti), finché litiga con i dirigenti. E sta fermo due stagioni. Nel 1999 torna a Bergamo, serie B, ma è una delusione: 17 partite e un solo gol. Perché?

«Non sono un giocatore da serie B. Ci sono calciatori bravissimi nel torneo cadetto e irriconoscibili in serie A. Io, al contrario, non sono adatto alle categorie minori. Giocavo e mi chiedevo: “Ma che casso ci faccio qui?”»

Rapporto con Vavassori?

«Poco feeling. Ma rispetto. Mi sono allenato pensando alla stagione successiva.»

Già, al Dundee. Scozia: 21 gare e 7 gol. E poi Rangers, 50 partite, 13 reti e una clamorosa convocazione in nazionale per i Mondiali di Giappone. Infine, ultimo anno in Qatar.

«Io, Batistuta, Guardiola ed Effenberg. E divento lo Stromberg della squadra.»

Cioè?

«Arrivo per primo ad allenarmi, sono sempre puntuale, corro da solo mentre i ragazzini della squadra si presentano mezz’ora dopo. Che rabbia…»

Caniggia, ultime domande veloci. 1) Miglior giocatore di sempre?

«Maradona.»

2) Di adesso?

«Messi.»

3) C’è un nuovo Caniggia?

«Non ne vedo.»

4) Il migliore allenatore avuto?

«Bilardo, un pazzo scatenato. Ossessivo.»

5) Rapporto con la religione?

«Normale.»

6) Paura della morte?

«No, non ci penso.»

7) Rapporto con il sesso?

«È una cosa bella, fisiologica.»

Ricorda la prima volta?

«A 16 anni, la conoscevo da dieci. Non è stato un granché.»

Ma Caniggia è così veloce anche nel sesso?

«Ahahah. Non come nel calcio, per fortuna.»

8) Una cazzata che non rifarebbe?

«Ne ho fatte molte, ma non le racconterò mai.»

9) Potesse scegliere una squadra italiana in cui giocare adesso?

«Il Milan per organizzazione societaria. L’Inter perché in Italia è la formazione più forte.»

Ultimissima. Scelga gli undici migliori suoi compagni della carriera e faccia la nazionale di Caniggia.

«In porta Pumpido o Goicoechea. In difesa Caceres, Ruggeri, Gamboa e Chamot. A centrocampo Redondo, Stromberg e Doni. Davanti io, Maradona e Batistuta. Bella squadra eh? Anzi, saremmo così forti che in mezzo potrei permettermi di far giocare Serse, l’organizzatore della Berghem Soccerteam!»

 

(Intervista realizzata nel novembre 2009 a Spirano, provincia di Bergamo)

 

 

 

MAGO ALEXANDER

 

 

Alexander, il mago timido. Quello che non servono superlativi, aggettivi o chissà quale formula per presentare un esperimento, basta un semplice – ma sempre sorprendente – gesto; quello che lo guardi negli occhi e resti a bocca aperta mentre ti legge nel pensiero, anticipa quello che dirai e intanto, senza che te ne accorgi, ti sfila l’orologio o la cravatta; quello che niente frac o vestiti eleganti, sono sufficienti un maglioncino e una camicia, niente bacchetta, cisono soltanto le dita. Il mago Alexander, Elio Alexander Degrandi all’anagrafe, primi posti (nel ’73) al “Festival Internazionale della magia” di Saint Vincent e al Congresso Mondiale di Parigi, ha 56 anni, un passato da star televisiva (da “Domenica In” a “Zim Zum Zam” fino a “Bulli e pupe”), qualche anno di telecamere spente (e un’assurda vicenda giudiziaria – con un errore clamoroso – negli Emirati Arabi), un presente di convention ed esperimenti e un futuro a teatro. Con un solo, unico obiettivo: stupire.

 

Alexander, iniziamo come inizierebbe un qualsiasi curiosone: prima della fine ci svelerà un trucco?

«Troppo comodo…»

Beh, è la prima cosa che viene da chiedere a un mago. Come mai quella smorfia?

«Ho sempre odiato la parola mago, preferisco essere chiamato illusionista. Anche perché ultimamente mi dedico poco alle magie, preferisco fare esperimenti di psicologia, studiare le potenzialità del cervello. In estate farò uno spettacolo a teatro.»

Teatro sì, tv no. Perché?

«Chi decide i palinsesti evidentemente non ritiene necessari programmi di illusionismo. Meglio i reality o le fiction…»

Le manca la tv?

«Un po’, però non è indispensabile: non ci andrei per giochi o giochini, ma solo per esperimenti importanti. Nel frattempo faccio altro: convention, corsi, sfide. Come l’ultima con “Il Gazzettino”.»

Cioè?

«Il 26 febbraio ho consegnato un documento a un notaio: prevedevo un fatto di sangue che sarebbe andato in prima pagina sul Gazzettino del 9 marzo. Guardi, legga la profezia.»

Racconta che vede una donna uccisa a coltellate, descrive l’arredamento e le ferite. È poi successo?

«A Malcontento di Mira, l’8 marzo, un uomo di 42 anni (Alessandro Darisi) ha ammazzato la madre malata (Gelsomina Veronesi, 80 anni). E il giorno dopo il Gazzettino ha dovuto raccontare questa drammatica vicenda…».

Da brividi.

«Sono rimasto turbato anche io.»

Cosa è, parapsicologia?

«No, nella mente umana ci sono particolari fenomeni fisici che permettono di avere intuizioni che poi si verificano. Ma nessun trucco. Le faccio un esempio: ha un libro?»

No.

«Ne prenda uno dalla libreria.»

Ecco, è “Monsone” di Wilbur Smith.

«Dica stop mentre sfoglio le pagine. Ora legga con il pensiero velocemente, si fermi e si concentri sulle prime tre parole della pagina di sinistra, le ripeta mentalmente.»

Fatto.

«Ok. La prima è brevissima, come una preposizione. È con

Sì.

«La seconda…Vedo come un 8 rovesciato, mi dà senso di lontananza. Forse è infinito? La terza… recepisco una donna dispiaciuta, ha lo sguardo basso. La parola finisce con la “o”. Vedo anche una “m” e una “a”. È rammarico

Con infinito rammarico”, tutto giusto. Inquietante…

«Questo esperimento si chiama book-test.»

Mai commesso qualche errore clamoroso?

«Diretta Rai a “Domenica In”, un tizio del pubblico deve scegliere una rivista e poi una parola. Sono convinto di averla capita, la scrivo trionfante sulla lavagna, lo guardo: “È questa, vero?” Lui, freddamente: “No.”»

Come ha recuperato?

«Non c’è possibilità di recupero: se sbagli, sbagli. A volte, però, l’errore dà credibilità, essere beccato ti rende umano.»

A proposito di beccare: lei insegna alla Polizia come trovare i borseggiatori.

«Sono un esperto da quando, a 16 anni, ho imparato il “Pick pocket” da un maestro francese. Posso sfilare portafoglio, orologio e cravatte senza che nessuno, nemmeno tra chi osserva, se ne accorga.»

Sia sincero: ha mai rubato?

«Una sola volta: un pennarello quando avevo 11 anni.»

Beh, ormai è in prescrizione… Come era da bambino?

«Vado a scuola dai gesuiti e il maestro, Padre Navone che ora è missionario in Madagascar, è un prestigiatore. Lo osservo e mi appassiono alla manipolazione.»

Primo gioco che le hanno fatto?

«Avvolgono uno stuzzicadenti in un fazzoletto, me lo fanno rompere in tanti pezzi, poi apro il fazzoletto e lo stuzzicadenti è intatto.»

Ha scoperto subito il trucco?

«Avevo 11 anni, ci pensavo ogni sera e dicevo le “Ave Maria” sperando di capirlo. Niente da fare. Dopo una settimana me lo sono dovuto far spiegare.»

E naturalmente lo tiene per sé. Vabbè, continuiamo.

«Da adolescente mi iscrivo al “Circolo amici della magia”, ma il sogno è fare psichiatria.»

E intanto si tiene in forma con il calcio. Gioca nelle giovanili del Torino e poi in serie D, in una squadra che si chiama Sociale. Che c’è?

«Come sa queste cose?»

Il potere della mente: intervista test, tipo il suo book-test.

«Ehhh?»

No, tranquillo: è semplicemente il potere di Internet, in rete c’è tutto.

«Faccio il portiere nel Toro, dai Giovanissimi alla De Martino. Mi alleno con il grande idolo, Lido Vieri, e gli carpisco i segreti. Poi mi mandano in serie D, ma mi rompo menisco e spalla. E smetto.»

Tifoso granata?

«Tifosissimo.»

Torniamo alla magia. Nel ’73 vince i concorsi di Saint Vincent e Parigi. Nel ’76, poi, la svolta: la invitano a “Domenica In”.

«Sorprendo tutti con il tavolo che vola, durante il numero si bruciano due telecamere su tre e tutti pensano a chissà quale energia.»

Invece?

«Probabilmente un caso…»

Il vero boom, però, è con i cucchiaini che si piegano.

«Leggo che un certo Uri Geller lo fa, decido di provarci, invito la gente a seguire l’esperimento da casa e i cucchiaini effettivamente diventano storti tra lo stupore.»

Come si spiega?

«Non sono poteri sovrannaturali, ma un po’ di paranormale c’è. Il segreto è sfruttare l’energia degli altri e l’autoconvinzione. Da quel momento ho iniziato ad appassionarmi alle potenzialità del cervello. Che sono infinite, come quelle della memoria.»

Cioè?

«Insegno mnemotecnica, prenda un foglio che le faccio un esempio. Io scrivo i numeri fino a 30, poi lei, senza un ordine preciso, dica ad alta voce i numeri uno a uno e abbini un oggetto.»

Fatto. Andava bene? E ora?

«Li ricordo tutti, chieda pure.»

22?

«Polipo.»

12?

«Carte.»

(Tutte le risposte saranno esatte e Alexander infine ripeterà l’elenco completo senza errori).

Pazzesco, davvero.

«Posso ricordarne fino 2000. E lascia tutti senza parole.»

Un po’ come il segreto per fare il quadrato di un numero che finisce per 5. Lo sa, vero, come funziona?

«No, questa no. Me la spieghi.»

Il risultato finisce sempre per 25, e per la prima cifra bisogna moltiplicare l’inizio del numero per il suo successivo. Esempio: per il quadrato di 35 basta fare 3×4 (12) e aggiungere 25 finale. Cioè 1225.

«Però… Interessante.»

Trucco per trucco: cosa ci regala in cambio?

«Ricorda il gioco dello stuzzicadenti? Il segreto è infilarne un altro nel bordo: è quello che fai spezzare. Così quando poi riapri il fazzoletto, c’è solo quello integro al centro.»

Proveremo. Torniamo a lei. Dopo “Domenica In” tanta tv di successo. Nel 1981 “Zim Zum Zam” fa 13 milioni di spettatori su Rai1.

«Magie, gente incollata al video e ospiti eccezionali: ho avuto Kate Bush e Dionne Warwick, che è la cugina di… Sì, di… Beh, mi sfugge il nome.»

Scusi, ma fa ridere. Ricorda perfettamente 30 nomi e poi non le viene in mente Whitney Houston!

«Sa, è la differenza tra memoria artificiale e memoria naturale.»

Ha fatto programmi di ogni genere e ha lavorato con molti artisti: quello con cui ha legato meno?

«Bonolis. Umanamente non avevamo un grande rapporto, sembrava che si sentisse superiore.»

Quelli che ricorda di più?

«Carrà per la professionalità, Ambra per la brillantezza, Ave Ninchi per l’intelligenza. Modugno per l’entusiasmo prima del malore, poi per la depressione.»

Già, la depressione. Nel mondo dello spettacolo capita spesso.

«È successo anche a me 15 anni fa. Mai pensato al suicidio, ma ho avuto voglia di non risvegliarmi, mi sembrava tutto senza senso. Ne sono uscito coi medicinali, sono rinato. E non ho più avuto problemi, nemmeno quando…»

…nel ’97 è stato al centro di un clamoroso errore giudiziario.

«Sono a Dubai per una convention della Fiat, la sera faccio un giro in città con la guida, un ragazzo di 36 anni dello Sri Lanka. Camminiamo, ci sono 40 gradi, entro in un bagno pubblico a fare pipì, mi lavo le mani e intanto arriva anche lui. All’improvviso un’irruzione, c’è la polizia in borghese, raccolgono un profilattico usato, ci arrestano, siamo accusati di avere avuto un rapporto omosessuale — che la Sharia, la legge coranica, considera reato — vado in ospedale per una serie di esami, poi in carcere 12 giorni e infine torno in albergo in libertà condizionata per due mesi.»

Poi?

«Mandano il profilattico in Inghilterra per l’esame del Dna che mi scagiona. E si scusano come niente fosse: “Non c’entrava niente, può andare”. Ingiustizia bestiale.»

La cosa che l’ha ferita di più?

«Lo squallore delle accuse. A farmi male è stata l’idea che secondo loro avrei avuto bisogno di fare del sesso in un bagno…»

Come è uscito da questa vicenda?

«Rafforzato, ma anche diffidente. Professionalmente, senza problemi: se ora vado poco in tv non è certo per quel fatto.»

Ultime domande . 1) L’illusionista più bravo della storia e quello che le piace di più in Italia?

«Copperfield. Adoro il Mago Forrest. Irresistibile.»

2) Sopravvalutato e sottovalutato?

«Sopravvalutato Houdini. Francesco Scimemi meriterebbe di più.»

3) Un pregio e un difetto di Silvan?

«È come Mandrake, di lui mi piace la teatralità. Il modo di parlare però è molto aulico…»

4) Quando le chiedono di svelare un trucco che risponde?

«Che ho poca memoria e non li ricordo.»

Buona questa. Ultimissima: numero 22?

«Polipo, naturalmente.»

 

(Intervista realizzata nel marzo 2007, nella sua casa di Torino)

 

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Alessandro Dell’Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a “Bergamo Oggi” si specializza in sport, calcio soprattutto, seguendo per cinque stagioni le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla “Gazzetta di Parma” ed è tra i fondatori de il “Nuovo Giornale di Bergamo”, dove è capo servizio dello sport. Dopo alcune brevi esperienze presso la “Gazzetta di Lecco”, 1999, e “Avvenire”, 2000, viene assunto a tempo indeterminato a “Libero” agosto 2000, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratti di calciatori spariti e oltre 200 per la rubrica “Soggetti Smarriti”.
Alessandro Dell’Orto da alcuni anni è docente presso l’Università di Pavia, Facoltà CIM dove tiene il corso di “Linguaggi del giornalismo”, oltre a collaborare con lezioni in vari altri ambiti interdisciplinari. A Milano collabora con l’Università Statale e la Scuola di giornalismo Walter Tobagi.

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