L’ULTIMO INGANNO PRIMA CHE FACCIA NOTTE

Prezzo di listino 11,30 incl. IVA

Un pulp fiction alla Quentin Tarantino racconta di ventenni cinici, estremi nelle abitudini, violenti e spregiudicati nelle relazioni. Droga, sesso, soldi e sangue divengono dei simboli.

 

EAN: 9788897382188 COD: 386 Categoria: Tag: , ,

Descrizione

Pulp fiction.

Prima l’Era Post-Atomica.
Poi l’Era Post Guerra-Fredda.
Il Giangi sostiene ci sia stato anche il Post-Rock.
Infine, le veline.
Mutazioni…
Siamo rimasti con gli assegni post-datati e i Post-it.
Dove andremo a finire?

L’autore, Stefano Belotti, di questo L’ultimo inganno prima che faccia notte, ci immerge immediatamente nel mondo giovanile degli Anni 90 ma, appena cominciamo a leggere le prime righe, ci accorgiamo che le date sono solo dei pretesti, il mondo che viene narrato è quello che vediamo intorno a noi anche ai giorni nostri. Orfani della figura del padre, abitano o frequentano Bergamo, Milano e Rimini, abbandonati nel mondo del Consumo. Cinismo, ecco la prima parola che ci viene in mente. I personaggi di questa storia ci fanno penetrare in un groviglio di relazioni che possiamo solo definire come gratuite. L’atteggiamento è incredibilmente distaccato, la droga, il sesso, i soldi, perfino il sangue diventano solo dei simboli. Nulla di vero. Ecco qual è lo spirito che aleggia in questa storia, la chiave per comprendere davvero ciò che stiamo leggendo: lo scambio simbolico. I ragazzi che vivono tra queste pagine non utilizzano degli oggetti per le proprie relazioni, ma trasformano ogni cosa in un simbolo. Ne sono circondati, addirittura soffocati. Questa operazione fa sì che ogni accadimento sia solo sfondo, qualcosa senza un significato reale. Il lettore ha così la sensazione di vivere in un presente continuo, senza passato o futuro, un’operazione che è allo stesso tempo televisiva e profonda insieme, un vuoto che risuona dell’eco di un immenso boato: lo svilimento dei sentimenti a favore del cinismo, la perdita del significato a favore del simbolo, l’impossibilità di provare compassione per l’altro, perché l’altro si è trasformato in una merce, valore di scambio, solo un corpo che deve soddisfare i bisogni.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

13,30

In copertina

Innocenza Olio su tela di Rita Zarnitchii, collezione privata.

Pagine

136

Lingua

Italiano

Genere letterario

pulp fiction, romanzo noir, romanzo di formazione

Ambientazione

provincia milanese, Bergamo, Rimini

Anteprima

Solo perché abbiamo addominali scolpiti e fattezze da paura, non vuol dire che non possiamo morire facendo la guerra con la benzina, siamo figosi, mica immortali!

Derek Zoolander

Zoolander, film di Ben Stiller

 

 

«Ieri sera ho fatto all’amore» mi dice il Giangi.

«Davvero? Bravo! Quanto hai speso?»

Il Giangi, che è alla guida della Skoda amaranto, volta lo sguardo nella mia direzione e mi fulmina.

«Scherzavo!» dico mentre alzo le mani imitando il calciatore che finge di non aver commesso fallo.

È Domenica pomeriggio, fine Luglio dell’anno 2000. Siamo di rientro da un pomeriggio di struscio da saldi sul sentierone di Bergamo bassa e percorriamo i pochi chilometri che separano il centro della città lombarda dal casello dell’autostrada.

È una giornata calda, afosa. Il cielo è sgombro e di un colore azzurro incredibilmente brillante.

So d’aver appena colpito il Giangi su un nervo scoperto e lui infatti sta per controbattere, ma in un attimo accade l’imponderabile.

Nella direzione opposta alla nostra procede un grosso autobus, tipo double-decker. Ho il tempo d’immaginare un’allegra comitiva dopolavorista teutonica quando a pochi metri da noi vedo il portellone laterale sinistro ― quello che si solleva per permettere il deposito e il ritiro dei bagagli ― aprirsi e alzandosi sporgere perpendicolarmente al mezzo.

Capto il pericolo e mi stampo, aderendo come pellicola trasparente, allo sportello della Skoda.

Ho l’istinto di urlare ma riesco a strozzare il suono alla base della gola. Non voglio che il Giangi si allarmi, non voglio che abbia il tempo di reagire. È un vantaggio che non gli devo concedere.

Lui vede il mio strano movimento, ma nemmeno si rende conto di quanto stia per accadere.

Il portellone aperto colpisce il vetro anteriore della nostra auto. In uno schianto il cristallo si infrange in un milione di pezzi.

Il Giangi inizia a comprendere, ma il pensiero non riesce ad attraversargli l’intera rete neurale, perché la testa gli viene prima ghigliottinata di netto.

La Skoda, ormai scoperchiata, prosegue per alcune decine di metri e rallentando si va a fermare contro un basso marciapiede alla nostra destra.

Ed è silenzio. Uno strano, inquietante silenzio.

Attraverso lo specchietto laterale destro, rimasto integro, vedo alcune persone che accorrono verso di noi.

È la scena di un film, non c’è audio e tutto è in slow-motion. Mi sembra che queste persone ci stiano mettendo un’infinità di tempo per coprire i pochi metri che li separano dal rottame della nostra macchina.

È come uno di quegli strani sogni in cui si cerca di raggiungere un luogo e ci si muove pianissimo portando un peso enorme sopra sé.

Si formano nella mia mente una quantità incredibile di immagini sino a quando vedo la testa mozzata del Giangi in una pozza di sangue al centro della carreggiata.

È incredibile che il Giangi sia morto penso.

Credevo davvero non gli potesse succedere. Non è forse l’erba cattiva a non morire mai? È sopravvissuto a tutti i miei tentativi di farlo fuori. Ero giunto alla conclusione che fosse davvero immortale, tipo un qualche stronzissimo vampiro.

«Stai bene?» una voce alla mia destra interrompe i miei pensieri.

«Ora sì, finalmente…» e indicando col mento la testa ghigliottinata, aggiungo: «…finalmente giustizia è stata fatta!»

 

 

Un anno prima…

 

steph

Giovedì, 21.15 p.m.

 

“Se non puoi vincere imbroglia!” sta scritto a grandi lettere rosso-spray sul muro laterale della New Bank of Lost Angeles di Piazza San Babila.

È Giovedì sera, l’ultimo di Luglio. Anno di (dis)grazia 1-9-9-9.

Si respira sempre un’aria piuttosto particolare nella laboriosa Milano in questa parte dell’anno. Un misto di eccitazione e nevrosi. Un’ansia d’attesa unita a un velato senso di colpa.

Le vacanze. Un obiettivo ormai tangibile eppure così sfuggente.

Negli uffici le ultime formalità vengono svolte con estrema perizia e attenzione.

Domani alle 18.00 — in un rito collettivo che unirà simbolicamente ogni angolo della nostra città — i pc verranno spenti.

Poi, nel solito moto immobile, ci incolonneremo verso casa e da lì verso l’agognata villeggiatura.

Tutti noi — chi più chi meno — ci riprometteremo che Settembre sarà un nuovo inizio. Ci attenderà la prospettiva di un nuovo lavoro, magari, o forse la speranza di vivere meno miseramente quello attuale.

Naturalmente non accadrà nulla di tutto questo ma almeno ci saremo illusi che un’altra vita sia possibile. Ciò — spesso — è già abbastanza.

Sono seduto a un tavolo del Pink-bar in attesa del Giangi.

Fa un caldo al limite dell’insopportabile. La classica afa per la quale arrivo a maledire il luogo in cui vivo e l’assurda escursione termica tra l’Inverno e l’Estate.

Mi fumo la sigaretta d’ordinanza. Non che ne abbia voglia, ovviamente, ma il gesto stesso di portare la meravigliosa alla bocca mi stende i nervi e mi lascia un leggero senso di stordimento. Che non guasta.

L’anno scorso sono passato alle light. Il cancro mi verrà comunque. Però, con tutta probabilità, vivrò una settimana in più.

Indosso jeans slavati e stretti, la maglietta di “Atom-Heart-Mother” dei Pink Floyd, porto le gazelle Adidas nere con strisce color verde.

Sorseggio le ultime due dita di una vodka-lemon mentre mi guardo intorno spazientito dall’ennesimo ritardo del mio amico.

Lo vedo arrivare imbradipito dal Corso.

Incrocia una coppia di ragazze che passeggiano tenendosi per mano. Strizza loro l’occhio e dopo averle superate si gira sfacciato per valutare la consistenza dei loro sederi.

«E che cazzo, Giangi!» esclamo ad alta voce attirando gli sguardi accusatori di una coppia di avventori del Pink-bar.

«Che volete?» rispondo loro chiudendo l’incidente.

Il Giangi, che ora mi ha finalmente visto e si sta avvicinando a grandi passi verso il mio tavolino, una volta a portata mi dice: «Guarda che ti ho sentito!»

«E le due tipe hanno sentito il tuo sguardo sulle chiappe! Dai, che hai 30 anni e quelle faranno la terza Liceo!»

«Pensa per te Steph! L’ultima con cui sei stato aveva appena dato la Maturità…»

«Sì, ma tu sei più vecchio di me di 8 anni. Quelle rughe che hai in fronte stanno a significare proprio quello»

«Rughe? Queste sono linee d’espressione…»

«Allora dovresti cercare di essere meno espressivo perché sembra che ti abbiano arato la fronte. Poi — quante volte te l’ho detto? — la pelle va idratata! Mica tutti invecchiano come Sean Connery…»

«Ok, ma questo cosa c’entra con quelle due?»

Sbuffo e chiudo.

Col Giangi è una battaglia persa, specie da quando è stato mollato dalla Elena. È diventato più famelico con ogni essere di sesso femminile e in generale più acido e indisponente.

Però è un “socio”, chiaro? E con i “soci” non si bada a certe questioni di lana caprina.

Non appena si siede inizio a cantilenare: «Dammi tre parole… Giangi col tumore!»

Lui mi brucia con lo sguardo e io subito preciso:

«Tranquillo bello, scherzavo! Comunque la melodia non è male! Pensa a una delle solite rime stupide tipo: Sole, cuore, amore… non credi potrebbe avere un buon successo commerciale?»

«Mah, secondo me dovresti smetterla di scrivere canzoncine nella tua testa. Anche quando suonavi nel gruppo… eri veramente una schiappa nello scrivere i testi. Prova semplicemente a considerare l’ipotesi di non avere alcun tipo di talento! Sarebbe molto più semplice per tutti noi…»

«Mi sa che non hai tutti i torti» convengo scon-solato.

«Cosa vi porto?» Irrompe sulla scena la cameriera. Sembra si sia materializzata dal nulla.

Il Giangi alza la testa in direzione della ragazza e rimane a bocca aperta: «Mah… ehm… io… ecco…»

«Giangi, parla in stampatello!» dico, e poi diretto a lei: «Portagli un Gin-tonic e per me un’altra vodka-lemon, grazie!»

Lei gira leggermente la testa verso di me. I nostri sguardi si incontrano per pochi attimi ed è… love at first sight.

Sento il fiato mancarmi per una frazione di secondo. Rimango senza parole e mi si dipinge sul volto quello che temo sia uno sguardo non particolarmente intelligente.

Mi sembra che le si arrossino leggermente le guance. Mi sorride dolcemente e si allontana.

Guardo il Giangi cercando di capire se abbia inteso il mio imbarazzo ma quello sta solo lisciando la basetta mentre fissa il vuoto dinnanzi a sé.

«Bella?» dico.

«Già…» fa lui senza particolare interesse.

«Tutto qui?»

«Di che?» controbatte lui.

Il Giangi — a volte — ha la capacità espressiva di un criceto sotto metanfetamina.

Intercetto una cameriera del Pink-bar. Non è la stessa di prima e le due non sono nemmeno lonta-namente paragonabili in fatto di appeal.

«Scusa, hai un foglietto da darmi? E anche una biro da prestarmi? …Te la rendo subito!»

La tipa mi porge una Bic smangiucchiata. La raccolgo non senza qualche titubanza.

Poi le dico: «Un’ultimissima cosa e non ti stresso più…», lei mi guarda storto, «…come si chiama la tua collega carina?», e indico la Dea.

«Sara!» lo dice quasi ringhiando.

«Grazie, molto gentile! Tra un attimo ti restituisco anche questa… grazie, scusa ancora.»

Lei sbuffa e si allontana dandomi le spalle. Io, con spregio, mimo il gesto internazionale della fallatio e sussurro: «‘sta troia!»

Sul foglietto a quadretti bianchi, strappato dal blocchetto degli ordini, scrivo:

 

“Non è mia abitudine fare una cosa del genere ma dopo averti vista non posso esimermi… eccoti una mia breve poesia:

 

A Sara

 

La Donna per la quale

Ogni mattina il Sole

Umile si leva

Sperando d’esser inebriato dal di Lei splendore.

 

P.s.(1): Ti prego, chiamami! Il mio numero è: 335/31…

P.s.(2): Questa poesia l’ho scritta molto tempo fa, una mattina, dopo un sogno stupendo nel quale ho incontrato l’Amore!

L’ho capito non appena ti ho vista… quella notte di molti anni fa ho sognato te!

P.s. (3): Mi chiamo Steph.”

 

 

 

 

sara

Venerdì, 02.31 a.m.

 

In questo momento avrei bisogno che Loris fosse qui con me, che mi stringesse. Riuscirei a rilassare i miei nervi tesi e finalmente a prendere sonno. Sono a letto, distesa supina e guardo il soffitto. La tapparella, non perfettamente abbassata, lascia filtrare un poco di luce. Avverto di tanto in tanto il rumore di un auto che passa. Poi silenzio, assoluto silenzio. L’unico rumore è quello dei miei pensieri.

Riprendo in mano il foglietto che quel tizio mi ha passato al Pink-bar. Lo rileggo avidamente. “Chiamami!” dice.

Un ordine, questo è un ordine. E me l’ha impartito un perfetto sconosciuto. Come si è permesso? Ecco quale è stata la mia prima reazione.

Sono stata abbordata in tutti i modi possibili: simpaticamente, spesso con cafoneria o con tanta delicatezza e classe. Mi hanno mandato rose a casa o si sono avvicinati a tastarmi il culo mentre ballavo in discoteca. Mi hanno riempita di sms o mi hanno lasciata giorni ad aspettare la risposta a un mio messaggio.

Mai nessuno però, con una noncuranza tanto voluta, mi ha scritto qualcosa di anche solo vagamente così romantico.

Una poesia, una breve dolce poesia. Mi chiedo se sia abitudine di quel ragazzo — Steph, si è firmato così — fare una cosa tanto azzardata.

Mi chiedo se abbia senso che stia a scervellarmi per uno che probabilmente ha solo voluto mostrare all’amico la propria sbruffoneria.

Eppure non riesco a smettere di pensarlo. Ho vivo in mente il suo sguardo furbo, le sue labbra carnose e il modo di tenere la sigaretta tra le dita.

Vorrei che Loris fosse un po’ così. Vorrei che Loris mi dedicasse una poesia. Non sarebbe importante che fosse bella, vorrei che almeno avesse il pensiero di scriverla per me. Vorrei fosse dolce e comprensivo e che si interessasse di quello che desidero per il futuro. O dei miei bisogni.

Sono sicura che Loris mi ami, ma vorrei che mi trattasse un po’ meno da bambola gonfiabile, a volte. Vorrei, e so che è assurdo che lo stia pensando, che fosse più come quel tizio conosciuto stasera al Pink-bar.

Steph, che è riuscito a colpirmi anche se indossava una t-shirt verde con un’enorme mucca stampata sul davanti.

 

steph

 

La mia infanzia. Ricordo nitidamente le passeggiate della Domenica pomeriggio con i miei e le coppie di loro amici.

Le donne attardate a guardar le vetrine. Gli uomini con la radiolina portata all’orecchio. “Tutto il calcio minuto per minuto”. Ricordo che perfetti sconosciuti si rivolgevano l’un l’altro quasi come se si conoscessero già: «Cosa fa la Juve? Il Milan?»

Goal di Virdis, di Serena, doppietta di Platini.

Ricordo le autoradio, accrocchi mostruosi grandi come un vocabolario. Era normale vedere delle persone in giro con questi aggeggi enormi in mano.

Ricordo i gettoni. Color ottone, 200 Lire.

Ricordo la mia adolescenza, i primi anni ’90.

Conoscevi una ragazzina, magari al Palazzetto del Ghiaccio il Sabato pomeriggio. Ti dava il numero di telefono. Il numero di casa. Allora nemmeno il prefisso si faceva se era di Milano.

La Domenica non esisteva proprio che tu la chiamassi.

Il Lunedì era troppo presto, si sarebbe data l’impressione di non attendere altro.

Martedì alle 4 sembrava perfetto.

Prima cosa bisognava sperare che il numero fosse quello vero. Poi che non rispondesse uno dei genitori, evitando così figure barbine.

Se — dopo tutta una serie di coincidenze astronomiche, le stesse che gli italiani impararono a invocare solo qualche anno dopo con l’arrivo del SuperEnalotto — la telefonata fosse andata a buon fine, ci si sarebbe dati appuntamento per il week-end successivo.

Chiaramente, se la ragazza avesse avuto un contrattempo all’ultimo momento, non avrebbe mai potuto avvisarti e te ne saresti stato due ore ad attenderla… vestito della festa e col capello imbrillantinato.

Ora, il 1999. Solo pochi anni dopo.

Le cose sono ben diverse. Esistono i cellulari. Ci si manda gli sms. Quando si telefona la prima domanda non è più “Come stai? ma “Dove sei?”.

Ci sono le autoradio col frontalino estraibile. Ci sono Mtv Italia e le partite di Campionato si vedono alla pay-tv. Niente più vinili ma solo cd. Hi-fi così sofisticati che una Laurea in Ingegneria potrebbe non essere sufficiente. Che poi, alla fine, i compact non ti danno nemmeno lontanamente quella soddisfazione che solo il fruscio del disco sa darti.

Oggi, è tutta un’altra faccenda.

E io non so se ne uscirò vivo. Posso solo sperare di incontrare una donna che mi cambi la vita. Forse l’ho già incontrata e serve ai tavoli di un bar per 10.000 Lire all’ora.

 

 

sara

Venerdì, 02.47 a.m.

 

Sara è a letto. Stanza al quarto piano di una palaz-zina fine Anni ’70 in un piccolo paese alla periferia sud-est di Milano.

Normalmente è una benedizione vivere lì. Condominio tranquillo, gente a posto che lavora per pagarsi il mutuo e fa pochi problemi. Tutti educati e nei limiti gentili.

A Sara piace la propria camera. È la stessa da quando è nata e rispecchia il suo carattere dolce ma anche forte. È tinteggiata di un rosa leggero come un bacio. Ha trasformato la parete alla sinistra del letto in una sorta di enorme lavagna dove disegnare, scrivere pensieri e attaccare foto.

È stupendo, d’Inverno, alzare le tapparelle e guardare il parchetto sottostante. La leggera nebbia, ospite fisso, rende tutto irreale… quasi magico.

Sara ama svegliarsi e tuffarsi in quel mondo fantastico, socchiudere gli occhi e sognare ancora un po’ prima di affrontare la vita con le proprie fatiche e sfide.

In questo momento, invece, per Sara è impossibile dormire. È caldo in un modo quasi asfissiante e la finestra spalancata non aiuta affatto.

Madida di sudore, non fa altro che rigirarsi nel letto. Non riesce a rilassarsi. Sente il collo, specie nella parte destra, rigido e indolenzito.

Tiene il cellulare posato sulla pancia, senza suoni ma con la funzione di vibrazione attiva. Nonostante sia certa che se ne accorgerebbe se le arrivasse un messaggio ogni un paio di minuti prende in mano il telefonino e controlla il display. Solitamente Loris le manda l’sms della buonanotte poco dopo l’una, ma oggi non le è arrivato nulla.

Sicuramente si sarà addormentato sul divano. In questo periodo sta lavorando come un pazzo nell’officina di suo padre.

Sara vorrebbe solo addormentarsi, chiudere gli occhi e riaprirli a mezzogiorno.

 

 

 

steph

Venerdì, ore 02.48 a.m.

 

Un tipo romantico non lo sono mai stato. Io vengo dalla scuola dei Sex Pistols, di Tarantino, di Breat Easton Ellis.

Io — ma questo vale anche per il Giangi e gli altri — non sono quel tipo di persona che si innamora della compagna di banco a 16 anni, che mette la testa a posto, che il Sabato va alla partitella di calcetto e lava la macchina se non piove.

Le parole dolci che ho pronunciate negli ultimi 10 anni le posso contare sulle dita di una mano monca.

Quella poesiola — simpatica, ok — l’ho scritta molti anni fa proprio per queste occasioni. È mia — d’accordo — ma è un qualcosa di standard che ho usato decine di volte.

L’ho trascritta su tovagliolini di carta, sul retro di scontrini fiscali, su millini e foglietti di block-notes… quando mi andava di lusso e ne recuperavo uno.

Me la sono sempre immaginata la commessa di supermercato o la cameriera di un bar, dopo qualche ora di lavoro sottopagato, che riceve quello che crede sia un pensiero unico e speciale. Ho sempre pensato che, fossi stato al loro posto, la cosa mi avrebbe fatto un gran piacere.

Ecco il perché di quel biglietto. Un modo insolito e forse carino di abbindolare qualche bella ragazza. Sulla quantità funziona, ho testimoni al riguardo.

Con Sara non ho fatto altro che usare la solita vecchia tecnica.

Sono un po’ dispiaciuto però d’averla adottata oggi. Sento che questa volta ho davvero avvertito qualcosa di diverso quando ho incrociato il suo sguardo, e mi sono sentito un po’ in colpa per non aver saputo trovare niente di nuovo per lei se non la solita dedica.

Per la prima volta ho provato una sensazione di inadeguatezza. È come se avessi timbrato il cartellino. Non ho saputo tirar fuori niente di originale per Sara.

Cazzo, forse ha ragione il Giangi, come posso pensare di diventare uno scrittore se con le parole non so fare meglio di così?

 

 

loris

Venerdì, ore 02.49 a.m.

 

Ok, sono un figlio di puttana. Ma è la mia natura, credo.

Sono certo che Sara stia aspettando ancora adesso il messaggio della buonanotte, ma anche stasera ho dimenticato di mandarglielo.

Il motivo è semplice, mi ha chiamato Chiara.

Chiara ha telefonato e un quarto d’ora dopo ero già in tangenziale che andavo verso casa sua. Il tutto, naturalmente, dopo aver verificato la quantità di preservativi rimasti dall’ultimo incontro dell’altro giorno.

Chiara non è bellissima ma sexy come poche. È piccolina ma con un fisico snello e tornito dalle ore passate in palestra ad allenarsi per non so quale inutile sport.

È fidanzata pure lei ma con un concetto di fedeltà molto labile. Secondo me è pure mezza ninfomane. Lei si concede con una passione, come a poche altre ragazze ho visto fare. Ha sempre voglia e le va sempre di provare cose nuove. Ha un desiderio innato di fare sesso e quando me la scopo si scioglie letteralmente in gridolini e gemiti da film porno. Insomma, è una vera soddisfazione andarci a letto e sto approfittando del fatto che i suoi genitori siano in vacanza e le lascino la casa libera per incontrarla quasi ogni giorno.

In quanto a Sara… beh, mi spiace trattarla così, ma, se lei fosse un po’ più disponibile a fare tutto il sesso di cui ho bisogno, forse sarei meno bastardo.

Però le voglio molto bene, che sia chiaro, e sono convinto che prima o poi me la sposerò pure, perché comunque è una bella ragazza e una tipa ok.

Mi piace stare con lei, e il fatto che mi scopi Chiara ogni tanto non ha davvero alcuna importanza.

Domani dirò a Sara di essermi addormentato sul divano e mi scuserò per non averle mandato la buonanotte. Il lavoro in officina col vecchio mi sta ammazzando — che è anche vero — ma non sono ancora messo così male da perdere i sensi sopra un cazzo di divano come avessi 50 anni e la pancia piena di birra comprata al discount.

 

 

 

 

sara

Venerdì, ore 2.50 a.m.

 

Il cellulare di Sara si illumina e vibra solleticando la pancia della ragazza.

Lei sobbalza e afferra il telefonino mostrando dei riflessi rapidi quanto quelli di Ben Johnson ai blocchi di partenza. È arrivato un sms.

“Amore, sei sveglia?” Bea, la migliore amica di Sara, tende a essere sempre molto dolce.

“Sì, perché?”

“Ti posso chiamare? È importante!”

Dopo il benestare di Sara arriva a stretto giro la telefonata.

«Amore, scusa se ti ho disturbata, ma ti devo dire una cosa e non ce la facevo ad aspettare ancora. Sono 5 giorni che non dormo e non ci sto più dentro! Mi sono rigirata nel letto 1000 volte pensando se fosse giusto che tu sapessi questa cosa e mi dispiace se c’ho messo tanto a decidere… cioè, davvero, non so come fare a dirtelo e se è giusto farlo…»

«Bea,» interviene Sara per interrompere il lungo e contorto monologo dell’interlocutrice, «stai calma e cerca di spiegarmi che cosa è successo! Ma, è tutto ok? Stai bene?»

«Sì, cioè… no! Mi dispiace, giuro! Non volevo dirtelo perché non volevo soffrissi. Ma, cioè… Domenica sera sono stata al Café Solaire con Vanessa. Ti ricordi che te l’avevo chiesto…, ma tu dovevi lavorare, no?»

«Certo che ricordo, ma cosa caspita mi devi dire a quest’ora di così importante?»

«Amore… insomma! Ho visto Loris con un’altra.»

Silenzio.

«Amore, ci sei? Mi dispiace, scusa! Non sai quanto mi dispiace…»

 

 

sara

Venerdì, ore 02.55 a.m.

 

“Sei un pezzo di merda!!!”

Loris legge l’sms e senza neanche rendersene conto bestemmia.

Il messaggio è lapidario, ma non inteso come lapide.

Sara deve averlo beccato, non c’è altra spiegazione.

Loris preme il tasto verde del cellulare e, in automatico, parte la chiamata al numero di Sara. Non scommetterebbe 100 Lire sul fatto che lei risponda al telefono, ma — inaspettatamente — al terzo squillo la sente dire: «Cosa vuoi?»

«Secondo te?»

«Secondo me, cosa? Mi insulti senza che abbia fatto nulla!»

«Tu mi insulti, insulti la mia intelligenza.»

«Mah, mi vuoi dire cosa pensi di sapere?»

«Cazzo, certo che non sei davvero un fenomeno della dialettica! Cosa significa “mi vuoi dire cosa pensi di sapere”? Praticamente hai appena confessato!»

«Ok, ma cosa?»

«Ti hanno visto, verme! Ti hanno visto al Café Solaire tu e un’altra stronza. Potevi almeno scegliere un posto che non frequentiamo insieme o che frequentano le mie amiche! Sei stupido o cosa?»

«Sara, Amore, ti posso spiegare!»

«Cazzo, non chiamarmi Amore! Tu, e pure quella stronza di Bea, tutti a chiamarmi “Amore” e tutti a cercare di rovinare la mia vita. Vi siete messi d’accordo?»

«Sara, stai sbroccando!»

«Non sto sbroccando! E non cambiare argomento!»

«Amo… eh, scusa, Sara. Possiamo parlarne con calma?»

«Vengo da te, subito.»

«Ok, ti aspetto…»

 

 

sara

Venerdì, ore 5.47 a.m.

 

STUNZ, STUNZ… STUNZ, STUNZ…

Un deplorevole 4/4 di musica house viene diffuso dall’impianto stereo del furgone bianco.

Sara è seduta sul lato passeggero, Bartolo guida stando stravaccato.

«Bartolo, grazie per l’aiuto che mi stai dando.»

«Cazzo dici? Minchia, tu sei mia cugina. Non me le devi neanche dire certe cose! Te l’ho sempre detto che quando hai bisogno basta che chiami. Senti, guarda nel cassettino lì sotto!»

«Questo?» Sara indica il vano portaoggetti.

«Sì, quello! Passami quella cassetta che c’è lì sopra che ‘sta musica mi ha cagato il cazzo. Radio Disco di merda!»

«Eccoti…»

Bartolo infila la musicassetta nell’autoradio…

STUNZ, STUNZ… STUNZ, STUNZ…

«Cazzo, meglio!»

L’angolo destro della bocca di Sara fa una piccola smorfia. La musica della musicassetta è praticamente identica a quella della radio. Preferisce non commentare, la situazione è già abbastanza surreale così.

20 minuti dopo Bartolo parcheggia sotto un anonimo caseggiato in zona San Siro. A due passi dal Meazza, al terzo piano di una palazzina molto working-class, vive Loris.

Poco dopo la ragazza suona il citofono.

 

 

bartolo

Venerdì, ore 06.13 a.m.

 

Bartolo scatta alle spalle di Loris rapido come un monaco Shaolin e in un istante, compiendo quello che sembra un unico fulmineo movimento, blocca il ragazzo in una Full Nelson.

Appena il tempo di rendersi conto della situazione e Loris inizia a divincolarsi, ma oppone resistenza per poco, più per desiderio scenografico che altro, perché immediatamente comprende che gli è impossibile liberarsi.

Mentre mentalmente considera che solo delle gran belle parole potrebbero tirarlo fuori dall’attuale situazione di impasse, Loris riceve il primo 1-2 in pieno volto.

Sara colpisce l’ormai ex-fidanzato con una serie di colpi forti e precisi: sinistro-destro, sinistro-destro-sinistro-gancio destro, sinistro-destro-sinistro-gomi-tata di destro.

Appena dopo aver visto il piede sinistro di Sara avanzare di un passo per rendere più efficace l’ultima combinazione di colpi, Bartolo lascia la presa permet-tendo così a Sara di bloccare la testa di Loris in un clinch.

Il giovane infedele riceve anche due ginocchiate nei testicoli, una ginocchiata in volto e crolla a terra dopo un violentissimo low-kick.

«Se ti riavvicini a mia cugina ti spacco la minchia!»

La minaccia lanciata da Bartolo rimane come sospesa nell’aria mentre la coppia di aggressori lascia Loris steso a terra come una pelle di daino.

Sara è contenta d’aver finalmente messo in pratica gli insegnamenti appresi durante le lezioni di Krav-Maga.

 

 

sara

Venerdì, ore 09.10 a.m.

 

«Pronto?» Nel medesimo istante in cui Sara ri-sponde al cellulare dall’altra parte si sente un sospiro. Un sospiro di sollievo.

«Amore, come stai? Tutto bene? Temevo non mi rispondessi…» Bea pronuncia la frase con una tale rapidità da costringere Sara a concentrarsi per comprendere il significato di quello che ha appena udito.

«Sì, tutto ok. Perché non avrei dovuto rispondere?»

«Non so, magari eri arrabbiata con me per averti detto di Loris. Scusami tanto, non volevo!»

«Bea, tranquilla! È tutto apposto. Hai fatto bene a dirmi come stavano le cose…»

«Eh, ok. Grazie. C’ho pensato tanto prima di chiamarti… non ho dormito per una settimana. Non volevo farti star male però… ecco, insomma, mi sembrava giusto che tu lo sapessi. No?»

«Hai fatto benissimo!» Sara ha una voce estremamente calma. Non sembra affatto incazzata o ango-sciata. Almeno, questa è l’impressione che ne ha Bea. Ed è felice per questo.

«Amore, hai sentito Loris?»

«Più o meno… quello è un pezzo di merda! Ma, meglio così. Meglio averlo saputo ora che più avanti. Non so, è strano, ma non ci sto troppo male. Un po’ me l’aspettavo a esser sincera»

«Uno deve esser solo un povero sfigato per tradire una come te!»

«Sai che lo credo anch’io? Cioè, non mi fraintendere, non me la voglio tirare! Però… insomma, io c’ho messo tanto in questo rapporto e se lui è arrivato a tradirmi vuol proprio dire che è uno che non ci sta dentro per niente.»

«Sì, sì!»

«Voi siete in partenza, giusto?»

«Sì, vuoi venire con noi in Costa Azzurra? Tanto c’è posto, l’appartamento che abbiamo affittato ha 6 posti letto e con te saremmo in 5» la voce di Bea è squillante e carica d’entusiasmo.

Sara riflette un istante, ha tra le mani il biglietto che la sera prima quel tizio le ha dato al Pink-bar e dice:

«Ti faccio sapere rapidissimamente. Voi a che ora partite?»

 

 

sara

 

Naturalmente Sara non è stata del tutto sincera con Bea.

La voce tranquilla e il tono pacato sono solo un velo dietro il quale nasconde il proprio reale stato d’animo. Però è davvero convinta che sia un bene averlo saputo ora, un rapporto basato sulla menzogna sarebbe l’ultima cosa di cui aver bisogno.

Lei le cose preferisce saperle, anche se le fanno male.

 

 

sara

Venerdì, ore 11.42 a.m.

 

IL TELEFONO DELLA PERSONA CHIAMATA NON È AL MOMENTO RAGGIUNGIBILE. LA PREGH///

«Fuck!» Sara preme il tasto rosso del telefono e sbuffa: “Sapevo che sarebbe andata così! Quello di ieri sera era solo un altro cretino che voleva fare il fenomeno con l’amico. Evidentemente il numero che mi ha dato non è vero… sono le 11 passate e lo cerco dalle 9. È impossibile che abbia ancora il telefono spento! Faccio un ultimo tentativo tra 10 minuti e se non risponde butto via il biglietto. Peccato però, era un tipo carino…”

 

giangi

Venerdì, ore 11.50 a.m.

 

L’oscuro giro di basso di Sky Pup dei Melvins sveglia il Giangi da un sonno sudato e poco riposante. Il nostro… si è già chiesto molte volte se far partire la radiosveglia con un pezzo di uno dei più ortodossi gruppi stoner in circolazione sia la scelta migliore per iniziare la giornata, ma oggi se ne sente stranamente soddisfatto. Si alza dal letto e raggiunge lo specchio appeso al muro della stanza. Si guarda, quello che vede non gli piace. Osserva la stempiatura che sta lentamente salendo e nota un capello bianco. Non sa se rallegrarsene o meno… il fascino del capello brizzolato è indubbio, ma si reputa ancora troppo giovane per sbiancare. Recupera una pinzetta in bagno e lo estirpa, non senza difficoltà. Raggiunge il cesso e orina con soddisfazione.

Ieri sera lui e Steph hanno concordato la partenza per Rimini attorno alle 18.30, un week-end pulp li attende mentre vorrebbe solo mettersi sotto il lenzuolo e continuare a piangersi addosso per Elena. Pensava che il tempo avrebbe lenito il dolore, ma il pensiero è sempre rivolto all’ex fidanzata.

L’episodio peggiore della fine della storia con Elena, tuttavia, risale a Giugno. Incredibilmente, il colpo più duro all’autostima del Giangi non gli viene inferto dalla traditrice ma dai suoi genitori, persone che conosceva da anni e alle quali si era ormai affezionato.

Non è passato molto tempo dalla separazione tra lui ed Elena quando, in preda al delirio di riconquista, il Giangi mette mano al portafoglio e acquista un meraviglio peluche. 120mila Lire per un bellissimo orsacchiotto. Si mette d’accordo con la mamma di lei e glielo porta un pomeriggio in cui Elena lavora, in modo che al rientro a casa trovi la sorpresa. Naturalmente prima passa anche dal fioraio e spende un botto in rose rosse.

Il pomeriggio è caldo, il Giangi raggiunge l’abitazione dell’ex ascoltando l’ultimo album dei Blink 182. Li odia ma, è costretto ad ammettere, sono un’ottima band se si ha bisogno di un po’ di carica.

I genitori di Elena fanno i custodi di un’azienda metalmeccanica della zona sud di Milano, lui parcheggia appena fuori dal grande cancello dipinto di rosso. Citofona e un minuto dopo è in casa. Prova una sensazione strana e, cosa ancor più preoccupante, un leggero formicolio al braccio sinistro. Quando la mamma dell’ex gli apre la porta, però, prova sollievo. È come se, la familiarità di quel posto e il viso sorridente che lo accoglie, lo facciano sentire a casa propria.

«Giancarlo, entra! Come stai?» l’ex quasi-suocera ha un tono caldo e spinge a sé il giovane per stampargli un bacio sulla guancia.

«Signora, sono felice di vederla!»

Dopo un caffè e qualche convenevole il Giangi tocca il tasto dolente: «Ed Elena, come sta?»

L’interlocutrice sospira e poi in modo neutro risponde: «Te l’ha detto che si è innamorata?»

Il cuore del Giangi manca un battito, sente un sibilo sordo partirgli nelle orecchie e vede i muri attorno oscillare.

«Co… co… come? Come ha detto?»

«Sì, sì! Si è innamorata di un collega.»

«Ma io pensavo che ci saremmo sposati!»

«Dai, Giancarlo, è solo una ragazzina… cosa ti aspettavi?»

Il Giangi comprende che è inutile argomentare. La freddezza con la quale gli è stata data la notizia, che sembra quasi nascondere un astio represso per troppo tempo, lo lascia completamente allibito. Con una scusa si congeda, non senza prima aver pregato la madre di Elena di consegnare comunque alla figlia i doni che già si pente d’aver acquistati.

Una stretta di mano, due frasi di circostanza e il Giangi è in strada. Si approssima alla Skoda amaranto, inserisce la chiave e fa per aprire ma si blocca… un attimo dopo vomita a terra tutto il disgusto che ha appena provato.

 

 

steph

Venerdì, ore 01.00 p.m.

 

“Milano va a casa, andiamo a casa anche noi.”

Steph si sveglia con queste parole in testa. Non se ne riesce a liberare, neanche fosse una power ballad in giro di Do. Dove avrà mai sentito quella frase e chi l’avrà pronunciata? Ma, soprattutto, perché gli è venuta in mente ora?

Apre gli occhi stancamente. Ha la bocca impastata dal troppo alcool ingerito la sera precedente. Si allunga per raccogliere dal comodino la bottiglietta di acqua naturale che tiene a portata di mano ogni notte e ne prende una lunga sorsata.

«Cazzo, è calda come il piscio di un lama!»

Mentre sta ancora imprecando suona il cellulare.

Lo impugna e guarda il display. Non riconosce il numero e valuta l’ipotesi di non rispondere affatto. Al terzo squillo, invece, accetta la chiamata e abbaia un «Sì!» con tono incazzoso.

«Ciao, disturbo? Sono Sara…»

«Sara chi? Ah, cazzo… quella Sara! Scusa, è… è che non pensavo mi avresti chiamato!»

«Mi sembri sorpreso, infatti»

«Già. Pensavo mi avessi preso per il solito sfigato che ci prova. Te ne capiteranno ogni giorno…»

«In effetti sì.»

«Beh, come stai? È davvero un piacere sentirti… e un’enorme sorpresa. Ma quello già lo sai…»

«Ti va se ci prendiamo un aperitivo insieme questa sera?»

Steph ha un leggero sussulto e avverte un principio d’erezione: «Ah, così? Subito? Non mi rendi il lavoro neanche un po’ complicato?»

«Sì, è il tuo giorno fortunato.»

«Lo vedo!»

«E poi… probabilmente non dovrei dirlo perché non ti conosco… ma, diciamo che ho bisogno di distrarmi un po’ e… comunque, è solo un aperitivo.»

«Certo, va benissimo! Anzi, no… mi spiace ma alle 18.30 parto per un week-end di vacanza.»

«Ah!»

«Eh, sì. Scusa, è organizzato da tempo. Sai, un amico che si è lasciato con la morosa e gliel’ho promesso.»

«Ok, capisco…»

«Sì. Cioè, no! Non è come pensi! Faccio il bravo, lo accompagno solo…»

«Va bene, ma non mi devi nessuna giustificazione, nemmeno mi conosci! E, comunque, dico davvero… capisco benissimo. Un caffè nel pomeriggio?»

«Oggi pomeriggio lavoro. Finisco alle 18.00 e partiamo praticamente subito dopo. Sei libera Lunedì?»

 

 

sara

Venerdì, 01.16 p.m.

 

«Bea, so che è tardi! A che punto siete?» Sara spera di non essere arrivata troppo tardi e di essere ancora in tempo per raggiungere le amiche in partenza per la Francia.

«Amore, ciao… stiamo per partire. Ti avevo detto che saremmo partite all’una e un quarto/una e mezza. Perché, hai deciso di venire?»

«Sì, veramente sì! Devo preparare ancora tutto però… potete aspettarmi mezz’ora?»

«Aspetta un attimo, sento le altre…»

Sara rimane in attesa, probabilmente Bea ha coperto il microfono del cellulare ma Sara sente comunque confabulare, anche se non capisce quanto si stiano dicendo le amiche.

«Eh… amore, scusa ma… siamo già pronte. Cioè, praticamente stiamo partendo. Ci raggiungi là?»

Sara sarebbe tentata di rispondere male ma sa che non è colpa dell’amica. Sicuramente la colpa è di quelle stronze di Vanessa e Giulia. Non le ha mai sopportate quelle due fighette.

 

 

denise

Venerdì, ore 02.02 p.m.

 

Denise ha solo 16 anni ma la bellezza perfetta che solo a quella età è possibile avere. Ha capelli neri lunghissimi, gli occhi del colore della notte. La carnagione scura la fa sembrare sempre abbronzata e il viso è dolce, come quello che potrebbe avere un an-gelo caduto dal cielo.

È seduta sul divano di pelle sintetica blu del salotto. Tiene le gambe incrociate e accarezza il gatto domestico infondendogli tutto l’amore che sente di poter donare.

Guarda Sara. La sorella, che è seduta al tavolo, sta spiluccando un piatto di carote tagliate à la julienne. Hanno un colore troppo vivace e uniforme per non essere sospette ma la dieta che sta affrontando non le concede altro.

Denise vorrebbe essere Sara, a volte. Per lei prova una serie di sentimenti contraddittori che difficilmente riesce a spiegarsi. Spesso vorrebbe essere figlia unica, di quello ne è certa. Ma sa anche che Sara è quanto di più vicino lei abbia a un modello da seguire. Sara è ormai adulta, è bella e ha la fila di ragazzi interessanti che le fanno la corte.

E poi — anche se è dura ammetterlo — è intelligente, piena di energia e voglia di vita.

Visto dal di fuori il loro rapporto sembra sempre teso e al limite della sopportazione reciproca. Spesso i loro brevi scambi di battute sono accompagnati da accenti caustici e ironie più o meno velate ma il loro legame è indissolubile.

Tra qualche anno, quando Denise avrà esaurito la propria rabbia adolescenziale e Sara avrà finalmente raggiunto la stabilità sentimentale che merita, potranno essere due persone profondamente legate e saranno in grado di sostenersi nei difficili momenti che la vita presenterà loro.

Ma, ora, sono solo due persone che vivono sotto lo stesso tetto e che faticano a comunicare.

«Che hai?» Denise interrompe il silenzio.

«Niente, perché?»

«Sembri arrabbiata?»

«Non sono arrabbiata!» Sara risponde seccamente.

«Beh, non hai sicuramente la faccia di una persona felice…»

«Vaffanculo Denny!»

«Vaffanculo tu! Perché sei sempre così stronza?»

«Perché tu mi disturbi. Lasciami mangiare in pace e continua a fare quello che stai facendo!»

Sara si pente immediatamente di essere stata così brusca con la sorella. Non ce l’ha con lei, ovviamente. Però è facile prendersela con la prima persona a tiro. Il vero problema è Loris e, di quello, sicuramente Denise non ha colpa.

Le due non dicono più nulla.

Il persiano, stanco di ricevere carezze, lascia Denise sola a mordersi il labbro.

 

 

sara

 

Scartata per forza di cose l’ipotesi di aggregarsi alle amiche, Sara — per una vacanza cheap e last-minute — sa di avere poche opzioni.

La scelta di trascorrere un week-end a Rimini, meta caotica e antropologicamente dedita al divertimento, le sembra subito la possibilità migliore.

Vuole non pensare. Non pensare a quel bastardo di Loris, non pensare all’Università e alla decisione in-fausta presa l’anno prima di iscriversi a Lettere Antiche. Una decisione che ha riconsiderato con raccapriccio diverse volte negli ultimi 12 mesi e che le ha comunicato ormai da tempo la sensazione di non andare da nessuna parte.

Sara Lunedì sentirà Steph, ma fino ad allora vuole lasciare la propria vita in sospeso.

 

 

steph

Venerdì, 05.42 p.m.

 

Steph ha trascorso gli ultimi 20 minuti rovistando nella cassettiera della propria scrivania alla ricerca di un 1000 Lire con sopra appuntato il numero di una ragazza conosciuta l’anno prima: «È possibile che non riesca mai a trovare un cazzo in questi cassetti?»

Rosy, la collega dirimpettaia, solleva lo sguardo al cielo in modo plateale.

Quindi, ancora Steph: «È inutile che fai quelle smorfie! Muoviti, renditi utile e vieni a darmi una mano!»

La ragazza — 22 anni, mora, di origine calabrese e con una delle migliori paia di tette mai viste — si alza e raggiunge il compagno d’ufficio, che subito le ordina: «Tu passa i due cassetti sotto, io controllo i due in alto!»

«Ok, ma… esattamente cosa cerchi?»

«Una banconota, c’è un numero di telefono scritto sopra, di una tipa che ho conosciuto a Rimini l’anno scorso. Dai, te ne avevo parlato. Quella con cui mi sono consolato l’Estate scorsa dopo che tu mi hai lasciato.»

«Per lasciarsi saremmo dovuti prima stare insieme…»

«Pensala come vuoi, ma intanto ti ho castigata!»

Rosy da una sberla in testa a Steph: «Sei un bastardo!»

«Anch’io ti amo, lo sai…» Steph tira verso sé la giovane e le bacia dolcemente il collo.

Lei sorride, è un peccato che abbiano passato gli ultimi due anni a rincorrersi l’un l’altra senza mai effettivamente raggiungersi. Sarebbero davvero una bella coppia, se solo lo volessero.

 

 

sara

 

Aspetto logistico ed economico a parte, Rimini ha un profondo significato per Sara. È lì, infatti, che ha fatto l’amore per la prima volta.

Agosto del 1995, era un periodo particolare per lei quello. I genitori si erano separati in Primavera e la ragazza aveva cercato una via d’uscita al dolore che l’attanagliava allungando i capelli, accorciando le gonne e attraverso l’ascolto ossessivo di alcune cassette punk-rock che una cugina più grande le aveva passato.

“Dookie”, il terzo pluripremiato lp dei Green Day, l’aveva letteralmente fatta impazzire. Non credeva esistesse qualcosa di così potente, di energico. Appena rientrata da scuola, prima ancora di levarsi le scarpe, faceva play sullo stereo in camera ed era musica sino all’ora di dormire. Musica a palla e preoccupazioni lontane, oltreoceano.

In pochi mesi avevano fatto la loro comparsa anche un orecchino al naso e dei riflessi violacei tra i bei capelli.

A causa dell’impegno scarsissimo la media scolastica era paurosamente scesa sino ad avvicinarsi in più di una materia all’insufficienza, ma la ragazza era troppo intelligente per rischiare davvero la bocciatura.

Si era anche messa a frequentare un gruppetto di coetanee non troppo brillanti. Vanessa, Beatrice… simpatiche, a loro modo carine. Un po’ oche e svampite, però. Non erano certo tipe da rischiare di vincere il Nobel per la Chimica.

Per l’Estate, tuttavia, con le amiche era stata messa in preventivo la prima vacanza senza genitori. La vacanza a Rimini era stata organizzata a lungo risparmiando praticamente su ogni cosa, a partire dalle sigarette e dalle consumazioni al pub il Sabato sera.

Dovevano essere 10 giorni memorabili e le aspettative furono ampiamente rispettate.

10 dì appunto, diventati poi 11 perché l’ultimo giorno Sara e le altre trovano ancora qualche decina di migliaia di Lire in tasca sufficienti a garantire un’altra notte. Fortuna vuole che l’albergatore le abbia prese in simpatia e lasci loro la stanza per il giorno aggiuntivo. La cosa divertente per le ragazze è vedere la compagnia di amici pisani, che avevano regolarmente prenotato e che avrebbero dovuto occupare la loro stanza, venir relegati in una camera priva di porta in un’ala dell’albergo in fase di ristrutturazione. Sono piccoli privilegi che quando sei un’adolescente carina puoi avere. Dopo i 35 anni, quando ormai la forza di gravità avrà esercitato sufficiente attrazione da avvicinare di troppi centimetri il sedere al suolo, la medesima ex-adolescente se li potrà tranquillamente scordare.

Sara aveva assecondato le amiche per tutta la vacanza. Plastique, Baia, Cocco. Lei però voleva andare al Carnaby Street, le avevano detto che lì — al livello seminterrato della discoteca — suonavano musica Rock e lei non vedeva l’ora di andarci. Ma non era disposta ad andare sola, così, c’aveva rinunciato per tutta la vacanza. Aveva trovato, infine, il coraggio di barattare l’adesione alla notte extra in cambio della disponibilità a trascorrere una serata dove proponeva lei. Le compagne di viaggio, seppur riluttanti, avevano accettato.

Il pomeriggio è di preparativi: t-shirt di qualche gruppo musicale, acquisto di bombolette spray per colorarsi i capelli e di collant di nylon da indossare strappati.

Al Carnaby si presentano intorno all’una di notte dopo un paio di birre medie bevute in un pub sul lungomare. Pochi minuti e Sara è già al piano sotto, seduta sopra un cubotto posizionato ai bordi della pista da ballo. Indossa una maglietta degli Offspring, shorts neri, calze a rete e Dr. Marten’s. È sola, le amiche l’hanno già abbandonata e sono salite al piano superiore dove viene passata musica più commerciale. Giù — nonostante si sia solo a inizio serata e nessuno abbia ancora cominciato a ballare — si sono già sentiti i Pixies e “100%” dei Sonic Youth.

La ragazza è assorta nei propri pensieri. Le immagini della vacanza appena trascorsa, ormai prossima a finire, le si accavallano in mente. Sente una voce, sembra che sia rivolta a lei. Sara si ridesta, è in un mondo dove tutto si muove a livelli più alti e scollegati, e nota che un ragazzo le si è avvicinato e le ha parlato. Il tizio ripete: «È da tanto che ascolti gli Offspring?»

Sara ci riflette un attimo. In effetti, della band americana conosce solo un paio di pezzi che ha sentito su MTV e quindi si arrischia a rispondere: «Sì, li ascolto dal primo album.»

Il tizio sorride, evidentemente di dischi ne hanno fatto più di uno.

 

 

steph

Venerdì, ore 07.30 p.m.

 

“Ed è come se non ci fossi mai stato

a bere birra su quella panchina.

Che le strade della mia vita le ho ripercorse tutte,

alcune per caso, altre no.

Alcune mi hanno fatto male,

altre mi hanno lasciato quasi indifferente.

Quasi, però…

Mi sorprendono ancora i “se e i ma”,

i colori che tornano sempre e come,

ancora oggi,

senta di non appartenere a nessun posto.”

Appena finito di leggere mentalmente mi viene automatico esclamare: «Giangi, cos’è questa merda?»

Il Giangi stacca lo sguardo dalla corsia dell’autostrada e mi guarda.

Senza vergogna gli mostro d’aver tra le mani una piccola agenda nera che poco prima, mentre ero alla ricerca di un cd da ascoltare, ho trovato nel vano portaoggetti del lato passeggero.

«Cosa cazzo stai facendo, Steph?»

«Niente, sto solo leggendo… non dirmi che è roba tua!»

«Sì, è roba mia. E allora?»

«Cazzo, fa schifo! Eri ubriaco quando l’hai scritta?»

«Tu, fatti i cazzi tuoi! E comunque, quella è una bella poesia.»

«Ma sei fatto o cosa? Giangi, ti ricordi il concerto dei Valvola che abbiamo visto l’anno scorso?»

«Sì, ma cosa cazzo c’entra?»

«Ti ricordi che il tizio alle tastiere a metà concerto è sceso dal palco ed è andato a pisciare nel cesso del locale? Incredibile, non avevo mai visto niente del genere. Questo sfigato durante un cazzo di concerto si ferma e va a pisciare. Non ci volevo credere! Ti ricordi che Marullo è andato al cesso per vedere cosa stava facendo? Al momento abbiamo detto: “Quello vorrà fare un colpo di teatro! Magari si cambia d’abito o rientra con qualche cazzo di effetto speciale!” Invece Marullo l’ha visto bello tranquillo che cambiava l’acqua al merlo…»

«Mi ricordo, ma che cazzo c’entra con la mia poesia?»

«C’entra, perché a te quel concerto è piaciuto, ti sei pure fatto autografare il cd da quei 4 coglionazzi. Il tuo concetto di bello non è attendibile. Eravamo in 200 a quella serata ed è piaciuto solo a te. Ci sarà un motivo! Scommetto che se la tua “poesia” — e dico poesia ma nota il gesto delle virgolette — la faccio leggere a 100 persone tu sei l’unico a cui piace… e l’hai scritta tu. Il che è tutto dire!»

«Vaffanculo Steph!» il Giangi me lo dice cercando di strapparmi di mano l’agendina mentre io — di puro istinto — allontano la mano. Lui si protende ancora di più sino ad afferrare l’oggetto e, in un attimo, vedo l’auto sterzare verso destra e avvicinarsi in modo preoccupante alle ruote di un camion che sta percorrendo la prima corsia.

Urlo: «Giangi! La strada!» E tiro un pugno a martello sulla spalla destra del socio.

Lui finalmente si accorge della possibile collisione e sterza appena in tempo per evitarci di finire contro il pneumatico dell’autoarticolato.

«Un giorno o l’altro ci lasci le penne se non guardi la strada mentre guidi!»

Autore

Stefano Belotti

Stefano Belotti è nato nel 1978. Vive e lavora in Provincia di Bergamo.

Librerie

  • Lo trovi anche da Amazon.it e Libroco.it
  • Lo puoi ordinare in tutte le librerie Mondadori e Feltrinelli grazie a una convenzione con Libroco, in tutte le librerie IBS-Libraccio, Ubik e in tutte le librerie indipendenti grazie a una convenzione con Fastbook, in tutte le cartolibrerie grazie a una convenzione con Centro Libri Brescia.

E-Book Kindle

Lo trovi anche nella versione E-Book Kindle

1 recensione per L’ULTIMO INGANNO PRIMA CHE FACCIA NOTTE

  1. wlmedizioni

    Recensione del giornalista Gianlorenzo Barollo del romanzo noir L’ULTIMO INGANNO PRIMA CHE FACCIA NOTTE di Stefano Belotti sunta dal quotidiano L’Eco di Bergamo del 06 08 2014

    Quasi un omaggio a Quentin Tarantino e alla cruda fantasmagoria della sua trilogia pulp. […] racconta di ventenni impregnati di cinismo, estremi nelle abitudini, violenti e spregiudicati nelle relazioni. Storie che viaggiano in parallelo, ma che gli accadimenti imprevisti della vita, in una contorsione stilistica alla Milan Kundera, fanno irrevocabilmente incrociare. Una incursione nel contesto giovanile degli anni ’90 tra Bergamo, Milano e Rimini. […] ci accorgiamo che i riferimenti temporali appaiono solamente come dei pretesti. Infatti il mondo che viene raccontato è quello che vediamo intorno a noi anche ai giorni nostri. […]

Aggiungi una recensione