ANTOLOGIA DELL’ASSENZA

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Poesia

 

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EAN: 9788890476846 COD: 469 Categoria: Tag:

Descrizione

Poesia. A metà strada fra la tensione lirica e lo sviluppo narrativo, le poesie di Alessandro Marconetti esprimono il disagio per una realtà imperfetta, in cui i sentimenti personali non s’incontrano mai, le sensazioni più appaganti non appartengono mai al presente e le azioni sono una modesta merce di scambio, incapace di aprire mondi nuovi, più umani e coinvolgenti; dalle mille sfaccettature di caratteri abbozzati con linguaggio asciutto e laconico, si giunge a condividere un mondo in cui ognuno cerca una soddisfazione personale, che raramente è inclusiva delle ragioni altrui. L’amore, però, non è merce di scambio, né può essere relegato all’emozione di un secondo.

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 10,00

In copertina

particolare dell'incisione Nazzarena di Andrea Varca.

Pagine

104

Lingua

Italiano

Genere letterario

poesia

Anteprima

Gli sguardi silenziosi

Guardami ancora
dietro lo specchio
di queste notti orientali.
Il vento solleva le tende
e io soffio sul tuo corpo
addormentato. Non
svegliarti adesso.
Dipingerò un lenzuolo,
per coprire i tuoi occhi
e lasciarti solo respirare.

 

Se un giorno il destino

Se potessi tornare indietro
e ritrovare quel giorno lontano
in cui entrai nella tua vita
con tanta leggerezza,
l’appesantirei a tal punto
da non poterci nemmeno pensare.
Così, resterei sulla soglia,
per qualche misero istante
e tornerei rapidamente sui miei passi.
Senza voltarmi indietro. Mai.

 

Plus fort que nous

Vaine est la recherche des distances,
jamais satisfaisantes,
sans parler de la mer, du ciel
des ouragans, des catastrophes.
C’est plus fort que nous, les victimes.
L’inquiètante force magnètique
remue les terres,
provoque entiers dèplacements de failles
qui se heurtent à la fin.
Et voilà la rupture.
Presque toujours fatale.*
È inutile cercare distanze, mai sufficienti,
niente mari o cieli, uragani o catastrofi.
È più forte di noi, restarne vittime.
L’inquietante forza magnetica
muove le terre,
spinge a naufragare faglie,
a scontrarsi.
Ed ecco lo schianto…
quasi sempre fatale.

*Traduzione dall’Italiano al Francese a curadi Claude Fouscecourt

Prefazione

Quando il presente è assente

A metà strada fra la tensione lirica e lo sviluppo narrativo, le poesie di Alessandro Marconetti esprimono il disagio per una realtà imperfetta, in cui i sentimenti personali non s’incontrano mai, le sensazioni più appaganti non appartengono mai al presente e le azioni sono una modesta merce di scambio, incapace di aprire mondi nuovi, più umani e coinvolgenti; dalle mille sfaccettature di caratteri abbozzati con linguaggio asciutto e laconico, si giunge a condividere un mondo in cui ognuno cerca una soddisfazione personale, che raramente è inclusiva delle ragioni altrui.

L’amore, però, non è merce di scambio, né può essere relegato all’emozione di un secondo. Nella poesia Se un giorno il destino il “misero istante” diventa perciò il termine di misura con cui si compie una scelta. L’illusione di poter riconoscere un sentimento in un’emozione improvvisa, porta con sé l’errore che continua a riproporsi e, nell’omonima poesia, scatena un senso di sconfitta per chi “ha aspettato con pazienza”, solo “per la paura di restare solo”.

L’amore è lo spontaneo fluire di fascinazione e desiderio, delirio e instancabile attrazione. La presa d’atto di essere stati gli unici attori in una scena scritta per due, fa però emergere come una storia possa esistere al di là del reciproco riconoscersi. Il timore del rifiuto si scontra con l’ingestibile forza attrattiva che rende l’altra persona una vera e propria ossessione. Allora le sensazioni si rubano con discrezione, si vivono nel solitario piacere di piccoli desideri soddisfatti. Tutto diventa fragile, silenzioso e profondo. E proprio nel silenzio si celano le attenzioni che non possono essere rifiutate, si creano le situazioni che non sarebbero altrimenti mai nate.

Non a caso due delle poesie più intime portano con sé il tema del silenzio. Ne Gli sguardi silenziosi Marconetti suggerisce un’immagine rarefatta, in cui il movimento quasi impercettibile del vento si unisce al soffio dell’autore, in una ricerca di contatto impossibile. Il lieve velo di pudore che si alza è però scosso dal timore del risveglio, per le conseguenze che anche un gesto innocente, in un rapporto irrisolto, potrebbe provocare:

Il vento solleva le tende

e io soffio sul tuo corpo

addormentato. Non

svegliarti adesso.

Dipingerò un lenzuolo,

per coprire i tuoi occhi

e lasciarti solo respirare.

L’amore unilaterale emerge dunque con tutta la sua forza, mostrando come sia possibile e dolorosa una storia vissuta da soli, senza mai raggiungere quel nobile senso di complicità che struttura la coppia. Da questo squilibrio i versi riescono, però, a trarre il maggior beneficio. La figure irraggiungibili, da Beatrice a Laura, ci hanno insegnato come la poesia d’amore riesca a catturare frammenti di sublime, quando il desiderio resti inappagato. È l’eterno incontro fra Pòros e Pènia, in cui Pènia non darà mai alla luce Eros, ma continuerà a viverlo come proiezione di un bisogno. È la straziante violenza dell’assenza che percuote i sentimenti più puri, per mano di quel convitato di pietra stigmatizzato nel fermo rifiuto dell’offerta d’amore:

Questo è il mio dolore di te

che ristagna sul fondo

di un bicchiere vuoto da cui bevo,

ubriacandomi di niente.

Il discorso, costretto a restare un monologo, quando supera il limite dell’illusione, trova la propria frustrazione nella sempre più incerta volontà di divenir dialogo, e porta, nel sua stanca ricerca di certezze, un inevitabile naufragio tra riflessioni disarmoniche e inconcludenti, in cui l’invettiva e la considerazione cinica, diventano l’unico approdo possibile, per un sentimento mai totalmente espresso e che fonda nella colpa altrui l’alibi della propria disperazione.

E so già che non imparerai mai ad amare.

Non si può apprendere qualcosa che

nessuno ti può insegnare.

I toni si fanno allora più accesi e le immagini più cariche. La bocca non è più chiusa per onorare il silenzio, ma è cucita con il filo come ne L’amore buio:

Cuci la mia bocca con ago e filo,

così non potrò

dire nemmeno una parola

Quello che appare con grande chiarezza nelle poesie di Marconetti è la volontà di raccontare situazioni e intrecciare periodi con il supporto del fatto unico, nel suo vissuto, ma universale nella sua condivisione col lettore. L’autore non cede mai alla tentazione di voler rappresentare il mondo con la rassegnazione di chi accusi tutta la società di lasciarsi attrarre da una più generale deriva dell’individualismo. Per l’autore un mondo migliore è possibile e nei suoi versi, come in un romanzo giallo, c’è sempre un colpevole.

Le lacrime non sono l’ornamento di una poesia romantica in cerca di consolazioni. Quello che si stacca dalle parole, poche e mai sovrabbondanti, è la rabbia che brucia nella sua consapevolezza che la storia avrebbe potuto avere un’altra sorte.

Affetti inespressi o mutilati e speranze deluse non sono, comunque, un’esclusiva del capitolo intitolato La ruggine dei sentimenti. In un mondo in cui i legami vengono visti come forza in grado di salvare da un’esistenza vuota, non è difficile scorgere qua e là altre situazioni in cui si ritorna sul concetto.

Un legame spezzato con prepotenza è al centro della poesia Hijos, in cui una madre, il primo fra i legami possibili, recide all’origine quel tentativo di creare un mondo di affetti di cui si sazia la fragile psicologia del neonato. Il mondo diventa quindi un giardino abbandonato, al cui interno il figlio, sbocciato come un fiore, non trova l’abbraccio materno, ma un deserto di emozioni, con l’ennesimo approdo al tema dell’assenza:

La vita sboccia,

come un fiore solitario

nel giardino abbandonato.

Questa volta, però, il legame non è totalmente rotto. C’è una sottile corda a cui aggrapparsi, la garanzia che prima di quel giardino abbandonato il fiore appena sbocciato ha avuto la sua terra, il suo legame privilegiato. La lontananza o il luogo ignoto in cui ora vive la madre, mai conosciuta e fuggita con i suoi perché, non escludono di trovare in noi un’appartenenza, che ci accompagna nel fatto stesso di essere vivi.

Eppure vivi ancora,

in qualche luogo sconosciuto e lontano

di cui colgo il respiro.

Ascoltandomi.

Nel capitolo Teatri di carta il fulcro di ogni sentimento non è più la rabbia, ma la necessità di capire e di spiegare. Il concetto di verità si unisce a quello di identità. In una vita che procede sempre secondo un copione già scritto, il poeta cerca se stesso ed esclude di essere nelle sue poesie:

Niente di ciò che sono

si è mai trovato fra queste righe.

La poesia è un’ulteriore maschera in cui l’autore non riesce a riconoscere la propria identità nella puntigliosa ricerca di sé. Per prendere atto, poco dopo, che dietro quelle parole ci sono fatti e storie vere, mattoni che giorno per giorno hanno costruito la sua vita. Ma neanche in quelle si riconosce. Lui non è ciò che gli è accaduto, ma la forza che lo porta a ripetere tutto ciò che ha fatto e che rifarebbe in un abbraccio gioioso della vita, in un ‘amor fati’ che spinge l’attore che è in ognuno di noi a cimentarsi su un palco logoro senza rimpianti:

Rifarei tutto come prima

senza cancellare una parola,

una virgola o un punto,

fra le cose che ho già scritto.

D’altra parte nella poesia Serpenti mette in chiaro di non riuscire a trovare se stesso nelle vite passate, ma, a questo punto, nella ‘voglia di vivere’ sì. Non un semplice istinto di sopravvivenza, ma un vero e proprio lasciarsi abbracciare dalla sorte, senza temere di sbagliare.

Se in Fado y flamenco il fazzoletto è conservato per piangere il destino, nei Teatri della nostra mente c’è spazio per una battuta cinica:

Siamo stati due attori mediocri

sulle tavole ruvide della nostra mente.

Ma è ne Il cimitero degli elefanti che Marconetti trova l’ultima declinazione di questa voglia di vivere, nella fuga dal rumore e dagli eccessi.

Il capitolo intitolato Lanciano, affronta un tema che in seguito verrà ripreso ne Le stagioni interiori: la memoria. Lanciano è il piccolo paese abruzzese in cui l’autore ha passato parte del la sua infanzia e in cui ripercorre le sue esperienze con l’occhio di chi vive nel presente.

Il tema della memoria era già stato affrontato nella poesia Serpenti, del capitolo precedente. Lì il poeta, pur rimanendo ancorato alla sua ricerca di identità, aveva detto esplicitamente di volersi liberare delle vite passate:

Io non credo alle vite passate:

le lascio indietro, me ne libero.

Appare, quindi, in modo esplicito, come il ricordo non possa essere la riedizione, nella propria mente, di un’esperienza passata; ma si tratta, invece, di una situazione vissuta nel presente, con gli occhi di una persona nuova, in grado di guardare con distacco a ciò che è stato.

Nella poesia Terra l’autore è un bambino che corre scalzo tra gli orti. La memoria si ferma sulla voce della madre che si perde attraverso i campi. A differenza di Hijos, qui il legame è solido e, nonostante l’afa che soffocava le serre tenda ad attutire il richiamo, è il concetto stesso di ‘terra’, quale archetipo di vita, a esaltare la presenza della donna e a renderla uno con il figlio.

La voce di mia madre,

che si perdeva attraverso i campi,

attutita dall’afa che soffocava le serre.

Il ricordo di quella voce, in quel binario costituito fra ieri e oggi, fa correre la locomotiva dell’emozione alla condivisione dell’esperienza con una figura, quella materna, che viaggia oltre i limiti del tempo.

La memoria diventa celebrazione nella poesia Serafina: 23 marzo 1909, in cui, anche in assenza di un riferimento al tipo di rapporto esistente, appare chiaro come la destinataria di quei versi sia la nonna. La classica messa da requiem, però, è sostituita da un canto sereno, appena turbato dall’assenza di una persona a cui si sarebbe almeno voluto registrare la voce, per continuare a sentire la sua presenza.

Mi manca la voce, così roca e così dolce,

dei tuoi novant’anni: così coraggiosi.

Avrei voluto registrarla.

E lasciarmi ancora sfiorare dall’impeto

della vita che rompe gli schemi e le stagioni,

per arrivare intatta fino a me. Qui.

Più complesso il gioco degli Irregolari, in cui Marconetti si diletta nella ricerca di significati attraverso lo strumento della poesia narrativa. Il centro del mondo non è più il poeta, ma veri e propri personaggi che vivono, per lui, le proprie esperienze. Compaiono allora figure storiche come Saffo, Penelope o Medea. Scrittori come Bukowsky o personaggi letterari come Orlando di Virginia Woolf.

L’irregolarità del personaggio, però, non porta mai con sé un giudizio di merito. Anzi sembra che sia proprio l’unicità dei protagonisti a renderli veramente vivi e al di là di ogni possibile valutazione. Un po’ come voler suggerire che ognuno ha la sua vita e deve viverla così come gli è stata assegnata, senza voler sempre essere altro da sé.

In queste cinque raccolte, scritte in anni diversi, Marconetti mostra, nel suo sviluppo tematico, un progresso contenutistico oltre che di stile. La riflessione che sembra coinvolgere tutti i versi, in un crescendo sempre più apprezzabile, chiude nell’ultima raccolta con una resa, che potremmo definire costruttiva.

Non è facile accettare la vita che ci è stata assegnata e neppure accogliere gli eventi con un benvenuto, scabro di emozioni. Siamo uomini, centri di passioni insostenibili e di dolori mai realmente benaccetti.

Nelle stagioni interiori, tornano alcune incertezze e debolezze che sembravano ormai superate. Il divenire e il senso di precarietà che si cela nel ciclo delle stagioni, fa affiorare il difficile rapporto con il tempo. Come già emerso nei versi figli della memoria, a vivere è il presente che prende il passato su di sé e non la malinconia che chiude qualsiasi rapporto con l’oggi. Ma è proprio la malinconia che torna in questi versi come un incubo.

E ci sveglia con una cupa malinconia

che si dilata oltre il momento

e credi possa essere eterna.

La paura di un presente troppo ancorato al passato, trova, però, un nuovo raggio di luce nella speranza, che come una brezza può gonfiare le vele del desiderio verso un nuovo obiettivo. Se poi questo obiettivo è frutto d’amore, non ci saranno tempeste in grado di spegnere nel diluvio il cammino intrapreso.

La poesia di Marconetti non è mai pessimista, al massimo la si può leggere in chiave esistenzialista. Non a caso nella poesia 29 settembre fa eco la voce di Prévert e dell’autunno parigino. I tre fiammiferi sono un chiaro riferimento alla Parigi di notte dell’autore francese. Il primo avrebbe dovuto rischiarare il viso, il secondo gli occhi e il terzo la bocca, per poterli ricordare durante il buio, in un tenero abbraccio.

In questa prova di poesia narrativa, la leggerezza di ogni gesto è rappresentata dalla pioggerellina, che non è il facile sinonimo del pianto, ma il fresco piacere di un cielo scuro che si rompe nel gradevole senso di intimità, stigmatizzato nell’abbraccio e nel discreto scambio di effusioni, che solo l’autunno, nelle sue tinte calibrate, sa dare.

Forse, in fondo, quando c’è l’amore, anche la pioggia può essere la fragile amica di un sogno.

23 agosto 2010

Gianluca Polastri

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