PETRA RUBEA ePub

3,99

Un medioevo crudele e spietato, un paesaggio selvaggio e rigoglioso, una vera è propria saga ricca di colpi di scena, vede questo romanzo storico coinvolgere un’umanità molteplice e variegata di servi, religiosi, soldati, ancelle, balie e contadini, nelle lotte per il predominio che vedono contrapposte le famiglie ghibelline dei Montefeltro di Urbino, Petra Rubea (oggi Pietrarubbia) e San Leo alla famiglia guelfa dei Malatesta di Rimini.

EAN: 9788897382515 COD: 7718 Categoria: Tag: , ,

Descrizione

Romanzo storico. Petra Rubea 2^ edizione, ancor più bella e curata della prima.

[…] un libro ben scritto che si presenta in maniera del tutto accogliente e permette la lettura ad un pubblico molto vasto. […]
Le Tate Libraieh

In queste pagine ho sorriso nei momenti felici di queste persone, ho pianto leggendo le crudeli vicende… […]
Sara Quiriconi, Thriller Storici e Dintorni

[…] Il romanzo di Bianchini denota una profonda conoscenza delle vicende storiche narrate, sapientemente intrecciate con il racconto che scorre fluido… […] …riesce a trascinare nel turbine della storia passata anche il lettore più pigro.
Paola Marchese, Septem Literary

Il Montefeltro e la Romagna, nel XIII secolo, sono teatro di innumerevoli battaglie tra guelfi e ghibellini. Ponendosi alla testa delle due fazioni in lotta, secondo le convenienze del momento, per prestigio e tornaconto, le nobili casate dei Montefeltro e dei Malatesti rivaleggiavano fra loro. Nel 1285, il conte Guido di Montefeltro, capo del partito ghibellino, signore di Urbino e capitano del popolo a Forlì e Faenza, è costretto ad arrendersi all’esercito guelfo e, dopo avere consegnato due figli in ostaggio a Papa Onorio IV, viene confinato a Chioggia. Nell’estate del 1289, il conte Corrado di Pietrarubbia, appartenente a un ramo cadetto dei Montefeltro, occupa Urbino, cacciando dalla città i guelfi alleati dei Malatesti e richiamando in patria gli esuli ghibellini. Questo avvincente romanzo, ambientato con grande fedeltà storica, riporta alcune vicende documentate, come l’imboscata di Cesena, dove gli uomini di Corrado di Pietrarubbia attentano alla vita di Malatesta da Verucchio, futuro signore di Rimini, e il trattato d’alleanza di Montescudo, che Taddeo di Pietrarubbia stipula successivamente con l’acerrimo nemico. È in questo contesto storico che Pio Bianchini inserisce il suo racconto delle genti di Petra Rubea, nome latino di Pietrarubbia. L’antico e cadente maniero di Monte San Lorenzo è retto da Bonzio, fido vassallo dei fratelli Corrado e Taddeo. Alvisio e Fraudolente, loschi figuri al soldo del conte Corrado, imperversano, sia in pace sia in guerra, commettendo atroci efferatezze e provocando radicali cambiamenti ai delicati e instabili equilibri tra le diverse fazioni politiche…

Malatesta si fermò e scoprì la testa di capelli rossi e arruffati per farsi riconoscere. L’individuo che aveva di fronte era imponente ma, al cospetto di un prode guerriero, qualunque ladro, per quanto ardimentoso e robusto, sarebbe fuggito.
Lo fissò sprezzante.
Marino sostenne impavido lo sguardo fiero del nemico.
Con ostentata indifferenza, Malatesta appoggiò la mano sull’impugnatura in madreperla della basilarda che cingeva al fianco.
«Che vuoi? Lasciami il passo!»
Il tono era quello di colui che fosse solito comandare per essere obbedito.
Il gigante non si mosse di un pelo. Anzi, ghignò soddisfatto. Era un atteggiamento insolito.
Poi Malatesta capì: dall’oscurità uscirono altri uomini che brandivano corte spade e lunghi coltelli.
Marino sorrise. «Prego, mio signore, passate pure!»
Con un inchino beffardo si fece da parte. Ma la strada era occupata dagli altri.

 

Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina

€ 3,99

In copertina

elaborazione fotografica di Pio Bianchini, collezione privata.

Pagine

206

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo storico medievale

Ambientazione

Marche e Romagna, antica diocedi di Montefeltro, Pietrarubbia, Urbino, Cesena, Secchiano di Novafeltria, Montescudo

Edizione

2^ Edizione

Anteprima

 

MEDIOEVO

 
Sulla riva destra del torrente Conca, quasi al confine tra Romagna e Marche, sulla sommità del Monte San Lorenzo e di fronte al borgo di Montegrimano, un tempo un castello dominava la valle. Sul sentiero per il fiume, in prossimità di una fonte, c’era una chiesa, e la leggenda vuole che, in origine, fosse un’antichissima pieve.
Alla fine del XIII secolo, il vecchio maniero era retto da un vassallo dei conti di Pietrarubbia, un ramo cadetto dei Montefeltro.
La vita, a quei tempi, era breve e durissima, soprattutto per coloro che non avessero avuto la fortuna di nascere nobili e ricchi. La povera gente non aveva di che sfamarsi, era legata a una casa e a una terra che non le appartenevano e costretta a dividere i frutti del suo lavoro con i padroni. Le malattie, le carestie, le guerre, la scarsissima igiene, la fame, il freddo, le approssimative conoscenze mediche e l’ignoranza mietevano un numero incredibile di vittime. La mortalità infantile era elevata, e molte donne morivano di parto.
I nobili e il clero, talvolta corrotto, vivevano in un altro mondo, e godevano degli agi negati ai servi. Ben nutriti, i ricchi non lavoravano e, molto spesso e proprio per questo motivo, erano più alti, forti, belli, allegri e longevi di chi avesse sofferto la fame e si fosse abbruttito per generazioni faticando nei campi.
Per quanto si sostenga che il Medioevo sia stato un periodo barbaro e buio, coloro che vissero o sopravvissero in quell’epoca provarono gli stessi sentimenti e le emozioni degli uomini di oggi: amarono e odiarono, gioirono e soffrirono, risero e piansero come qualsiasi essere umano.

 

FRAUDOLENTE

 
A Sant’Angelo in Vado, poco prima dell’alba del 20 luglio del 1262, un neonato in fasce fu abbandonato sul sagrato davanti alla chiesa di San Michele. Nero come la pece, era un bimbo stupendo che, disperato per la fame, urlava a squarciagola. Fu allattato da una giovane puerpera, il cui figlio, morto tragicamente subito dopo il parto, lasciò in eredità al nuovo venuto il suo insolito nome: Fraudolente. Educato e cresciuto dai chierici, trascorse l’infanzia nella vecchia canonica. Era vivace, sano, molto intelligente e furbo. L’anziano parroco, un omino piccolo ma con una grande forza d’animo, era un vero presbitero, degno e seriamente votato alla castità. Amava Fraudolente come un figlio.
Il fattaccio che sconvolse la vita del ragazzo accadde all’inizio dell’estate del 1274.
In occasione delle funzioni religiose, Martina era solita trascinarsi sul sagrato, zoppicando faticosamente, per chiedere la carità. Era una giovane orfana sfortunata, senza casa e famiglia, nata leggermente gobba e con una gamba più corta. Piccola e malaticcia, tossiva spesso con violenza e, agitando la chioma arruffata, rada e rossiccia, contorceva il viso pallido ed emaciato in una smorfia orrenda e quasi raccapricciante. Ringraziava per le elemosine con un timido e orrendo sogghigno sdentato. Non si sapeva bene come fosse riuscita a sopravvivere durante l’ultimo gelido inverno. Aveva trovato rifugio nel rudere di un vecchio e umido porcile, dove dormiva raggomitolata nella paglia e nelle vesti rabberciate e lerce.
Dietro la chiesa, presso il cimitero, c’erano un piccolo orto e un pozzo. Il domino Giuliano li trovò all’ombra del fico, avvinghiati sul praticello, in un turbinio di stracci fetenti. La mendicante, che sembrava ebete contemplare il cielo, sorrideva estatica gemendo, mentre il fanciullo, frenetico, palpava ovunque quel povero corpo martoriato.
Il prete inorridì e rimase senza fiato per la sorpresa e lo sgomento. Lanciò un urlo acuto.
«Disgraziati! Che fate?»
Fraudolente cercò di divincolarsi dall’abbraccio di Martina, e ci riuscì dopo qualche istante. La lasciò a terra da sola e in preda ancora a mille smanie.
Il domino Giuliano sospirò per il sollievo: era intervenuto appena in tempo.
Colto in quell’atto lascivo e abietto, il ragazzo era terrorizzato. Il parroco non disse nulla e, senza curarsi della peccatrice, preso Fraudolente per un orecchio, lo condusse al pozzo. Appoggiata all’abbeveratoio c’era la flessibile e robusta verga di salice che si adoperava per governare gli animali da cortile. Il domino la prese in mano e, agitandola, la fece fischiare nell’aria. Quindi condusse il peccatore nella celletta della canonica.
«Spogliati!» gli intimò. Con gli occhi bassi e le labbra tremule, soffocando a fatica il pianto per la paura, Fraudolente obbedì.
«Giù!»
Il ragazzo, rassegnato, si adagiò sull’inginocchiatoio.
Lo fustigò con rabbia, sfogando con ciò delusione e frustrazioni represse. Come aveva potuto l’ingrato tradire così la sua fiducia?
Fraudolente non supplicò, non urlò e non pianse. Alla fine, sconvolto dal dolore e dall’umiliazione, svenne e scivolò sul pavimento di pietra.
Il presbitero uscì e, richiusa la porta della cella, abbandonò Fraudolente a terra, nudo e sanguinante. Si mise alla caccia di Martina e ritornò nell’orto: la povera donna era sparita. Andò a cercarla nel vecchio porcile.
Era fuggita.

 

1285

 
Alvisio e Fraudolente erano amici fraterni, compagni di bisbocce e di razzia.
Abile a nascondersi per colpire alle spalle, nelle poche occasioni in cui si era trovato faccia a faccia col nemico, Fraudolente, lesto e robusto, era sempre riuscito a farla franca.
Alvisio, invece, sembrava un tipo tranquillo, diventato soldato quasi per sbaglio. Basso e tarchiato, con il naso a patata sotto gli occhi chiari e distanti, a dispetto delle apparenze era vigoroso, ma vile e prudente.
Come il suo compare, Alvisio era un trovatello. Raccolto in fasce, malato e denutrito, da una cesta abbandonata sulla soglia di Combarbio, sopravvisse alla carestia grazie alla carità dei religiosi.
Cresciuti nell’abbondanza garantita dalla Chiesa, i due ragazzi dimostrarono poca attitudine per la vita religiosa. Inadatti alla tonsura, i loro presbiteri li raccomandarono come famigli alla corte dei Pietrarubbia. Fraudolente, che sapeva leggere e scrivere, divenne lo scudiero di Corrado, e Alvisio un semplice arciere.

 

Le mogli, come spesso accade, non sono più leggiadre delle amanti e, di conseguenza, capita altrettanto di frequente che i bastardi siano più piacenti dei loro legittimi fratelli.
Filippuccio, fratellastro di Corrado, era un bastardo del vecchio Taddeo di Pietrarubbia. Sui vent’anni, forte e vigoroso, ma non troppo alto, aveva ereditato dal padre i lineamenti e lo spirito ribelle e, dalla madre, la statura, i capelli castani e gli occhi chiari.
Nel 1283, Forlì e Cesena si erano arrese alle truppe guelfe, e il capo ghibellino, il conte Guido di Montefeltro, cugino dei Pietrarubbia, era stato costretto a riparare a Urbino.
I rapporti tra i Malatesti e i Pietrarubbia, entrambi appartenenti alla fazione guelfa vittoriosa, per gli antichi contrasti tra i due casati confinanti, erano rimasti burrascosi.

 

All’imbrunire di un giorno di ottobre del 1285, Filippuccio e Corrado, con Giovanni Bartolini, Raniero, Marino della Faggiola, Alvisio e Fraudolente, attendevano nell’ombra.
Dopo una lunga e chiassosa giornata di gozzoviglie, si erano appostati, con le armi sotto i tabarri, nel vicoletto dietro alla casa degli Eremitani di Cesena.
L’uomo camminava spedito in mezzo alla strada.
Marino uscì per primo dall’ombra. Era il più anziano, ma anche il più grosso, il più forte e il più temibile del manipolo di attentatori.
Malatesta si fermò e scoprì la testa di capelli rossi e arruffati per farsi riconoscere. L’individuo che aveva di fronte era imponente ma, al cospetto di un prode guerriero, qualunque ladro, per quanto ardimentoso e robusto, sarebbe fuggito.
Lo fissò sprezzante.
Marino sostenne impavido lo sguardo fiero del nemico.
Con ostentata indifferenza, Malatesta appoggiò la mano sull’impugnatura in madreperla della basilarda che cingeva al fianco.
«Che vuoi? Lasciami il passo!»
Il tono era quello di colui che fosse solito comandare per essere obbedito.
Il gigante non si mosse di un pelo. Anzi, ghignò soddisfatto. Era un atteggiamento insolito.
Poi Malatesta capì: dall’oscurità uscirono altri uomini che brandivano corte spade e lunghi coltelli.
Marino sorrise. «Prego, mio signore, passate pure!»
Con un inchino beffardo si fece da parte. Ma la strada era occupata dagli altri.
Volgersi e fuggire sarebbero stati la sua fine. Con la coda dell’occhio intravide, al di là dei suoi nemici, la porta del convento.
Fu imprevedibile e non diede loro neppure il tempo di pensare. Estratto il pugnale, si avventò sul più esile degli avversari.
Colto alla sprovvista, Filippuccio rimase immobile, esterrefatto. Impossibile evitare il colpo!
Non era nell’indole di Fraudolente fare l’eroe, ma quello era il fratello del padrone, e stava per essere trafitto. Senza riflettere, si lanciò tra l’uomo e l’arma. La lama acuminata oltrepassò la cotta di maglia e lo ferì al fianco. Il dolore fu lancinante. Urlò, disperato per il timore di morire.
Filippuccio cadde all’indietro.
La strada si riempì di grida, e gli uomini esitarono per non colpire il loro signore. Malatesta, freddo e lucido nonostante il pericolo, si avvide che il portone del convento si era socchiuso. Colse tutti alla sprovvista: con un balzo si infilò nel pertugio e tentò di richiudere.
Marino spinse l’anta con grande vigore e riuscì a spalancarla. Malatesta fuggì verso il chiostro, e tutti i nemici, tranne il ferito, inseguirono la preda.
In pochi attimi, i congiurati si trovarono circondati dai frati, severi e minacciosi.
Senza riflettere, Marino lasciò cadere le armi. Privo del conforto di Fraudolente, Alvisio ne seguì l’esempio, e lo stesso fecero gli altri. Prima di arrendersi, Filippuccio imprecò con una bestemmia.
Appoggiato a una colonna, Fraudolente stringeva con una mano il fianco.
«Vigliacchi…» sussurrò prima di cadere a terra svenuto.

 

Gli attentatori del Magnifico Signor Malatesta de Verucolo, catturati, furono processati davanti a Giacomo da Tolentino e a Benedetto da Spoleti, giudici generali della provincia.
Furono condannati, dopo una solenne ramanzina, a un’ingente pena pecuniaria e a risarcire la loro vittima illustrissima. Corrado provvide a sostenere tutte le spese.
Non conveniva al papa e al partito guelfo che si alimentassero diatribe tra alleati.

 

Vi fu comunque un vincitore: Fraudolente, per avere salvato da morte certa Filippuccio, fu celebrato dai Pietrarubbia come un eroe e, da quel momento, divenne l’uomo di fiducia di Corrado.
Marino, invece, ne uscì piuttosto male. Qualcuno malignò che fosse da troppi anni al servizio dell’antica famiglia comitale, e a sessant’anni troppo vecchio per la vita del soldato.
Nel chiostro del convento di Cesena, era stato il primo a deporre le armi all’accorrere dei frati. Si era arreso per non compiere un atto sacrilego in terra consacrata, ma anche per l’incertezza di doverne rispondere, di lì a poco, al Creatore. Non era vera e propria viltà, bensì un tentennamento dovuto alla prudenza, all’esperienza e all’età.
Fraudolente non glielo aveva perdonato. Come? Il vecchio prediletto del conte Corrado si era arreso in tal modo, come un bambino al cospetto del padre?

 

Fraudolente attese il conte nella corte. I cavalli fremevano sbuffi di vapore nell’aria gelida del mattino. Corrado afferrò le redini e balzò in groppa. Sotto il mantello indossava una giubba di cuoio e cingeva la spada.
«Dov’è il tuo compare?»
«Mio signore, Alvisio tosse e scatarra. Ma, se volete, vado a chiamarlo.»
«Tosse e scatarra? O è sbronzo da questa notte.»
Il conte squadrò il famiglio da capo a piedi. Di rimando, Fraudolente provò a sostenere lo sguardo.
«Signore…» iniziò abbassando gli occhi.
«Signore un accidente!» lo interruppe Corrado calando il cappuccio. «Andiamo» ordinò.
Salirono al crinale e imboccarono la strada per Petra Fagnana. Una nuvola copriva la vetta del Carpegna, ma il sole aveva iniziato a sciogliere il ghiaccio sul lastricato. Corrado preferì l’erba sul ciglio del sentiero, e Fraudolente si accodò.
Attese il pascolo di Monteboaggine per affiancarlo. Come dirglielo? Adesso o mai più!
«Signore, Marino è un vigliacco!» gli uscì senza preavviso, in barba ai giri di parole concordati con Filippuccio.
«Un vigliacco e un traditore!» rincarò la dose.
Corrado fermò il cavallo, la brina luccicava sull’erba, e scopri la testa per godere il tepore del sole. Tacque, e attese che Fraudolente continuasse.
«Per colpa sua, vostro fratello ha rischiato la morte! Va punito, e merita almeno il bando.»
«Non spetta a te decidere la sorte di Marino, e neppure a Filippo» sancì il conte.
Basta beghe! I bovari di Monteboaggine avevano rimosso i termini, e Antonio da Montecopiolo lo attendeva sul confine per decidere dove riposizionarli.
Passò dallo sdegno all’indifferenza: «Muoviamoci, ché mio cugino mi aspetta prima di pranzo.»
Al passo, imboccarono la strada per Monteacuto.

 

Corrado lo convocò nella sala grande del castello. Il conte era seduto in alto, su un enorme scanno simile a un trono. Marino aveva indossato la veste migliore.
«Marino, mi hai servito fedelmente per tanti anni, in pace e in guerra, ma è ora che tu te ne vada.»
Marino incrociò lo sguardo del conte e scorse la sofferenza per la decisione.
«Signore, voi comandate, e io sono servo vostro.»
Abbassò il capo e si sottomise al volere del padrone.
«Tornerai da tuo figlio a San Lorenzo.»
Così lo congedò il conte.

Prefazione

Avvalendosi di libri che narrano le vicende che, nel tardo Medioevo, hanno determinato la storia dell’antica regione del Montefeltro e traendo particolare spunto dalle opere di vari scrittori di un tempo, quali Orazio Olivieri, Antonio Maria Zucchi Travagli, Giambattista Marini, Luigi Tonini, fino alle più recenti di Francesco Vittorio Lombardi e altri, comprese quelle composte e pubblicate dallo scrivente, l’Autore si è avventurato nella stesura di questo avvincente e scorrevole “romanzo”, attraverso il quale, ricostruendo in maniera in gran parte fantasiosa frammenti della storia locale realmente accaduti, ha inteso far rivivere nell’immaginario collettivo taluni aspetti di vita quotidiana che, sul finire del XIII secolo, hanno accompagnato-condizionato le popolazioni vissute in quella parte del territorio feretrano compreso fra il versante di sinistra del fiume Foglia e il bacino fluviale del Marecchia.

È vero, si tratta di avvenimenti storici liberamente rielaborati, cioè romanzati e dunque scevri da ogni vincolo di citazioni documentali o bibliografiche, ma il costante e frequente riferimento a fatti tangibili e a personaggi realmente esistiti, consentirà al cortese lettore di rituffarsi, quasi per incanto, in quella specifica dimensione epocale che, con difficoltà e atrocità di ogni genere, ha connotato questo àmbito di particolarismo feudale.

Già autore di un altro avvincente romanzo, dal titolo “La leggenda di Ca’ Battaglia”, Pio Bianchini è uno scrittore dal tratto sobrio e convincente. Dotato di indiscutibile e innata proprietà letteraria, ha dato vita a due sorprendenti testi che, con dovizia di particolari, talora commoventi e in altri casi esilaranti, restituiscono, con stupefacente e apparente veridicità, alcuni risvolti della travagliata esistenza delle popolazioni che vissero, perlopiù di stenti, di privazioni e di tirannie, in un’epoca lontana e quasi dimenticata, in un’area di quel mitico territorio feretrano così ricco di storia e di cruente vicissitudini tra confinanti e rivali famiglie dominanti e, perciò, anche di affascinanti e verosimili leggende come quelle raccontate nella sua precedente opera e in questo altrettanto intrigante ed encomiabile secondo volume.

            Mercatino Conca, 10 agosto 2014

                  Luciano Alberelli

Autore

Pio Bianchini nasce a Bologna nel 1957. Dopo il liceo classico, lascia l’università a pochi esami dalla laurea in Giurisprudenza e diventa imprenditore nel settore immobiliare. Romagnolo e grande appassionato di trekking e mountain bike, studia la storia dei luoghi che visita e la genealogia delle famiglie che li hanno abitati. Scopre così vicende antiche, avvincenti e dimenticate.
Ha pubblicato nel 2012 il romanzo storico La leggenda di Ca’ Battaglia, per il quale è stato premiato con la Menzione d’onore al Premio letterario internazionale Città di Cattolica 2014 e con la Targa Montefiore al Premio letterario internazionale Montefiore 2014.
Per il romanzo storico Petra Rubea (WLM), uscito nel 2015 e riproposto in seconda edizione sempre da WLM nel 2021, ha ricevuto nel 2015 il Prix Special Associations Culturelles al World Literary Prize 2015 a Parigi e la Targa Montefiore al Premio letterario internazionale Montefiore 2018. Particolare successo ha avuto l’edizione nel formato e-Book Kindle di Amazon.
Nel 2017 è uscito il suo terzo romanzo storico Hadriaticum (Augh!), riproposto in seconda edizione da WLM nel 2021, per il quale ha ricevuto il Premio della Giuria al Premio letterario Milano International 2017 e il Diploma d’onore con menzione d’encomio al Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti 2017.
Presto ci sorprenderà con un nuovo romanzo.

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