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WLM Edizioni: romanzi storici, gialli, cucina
Narrativa: libri ed ebook

VENT'ANNI

17,00

Romanzo di formazione.

Nino Novelli è un ventenne irrequieto. Lascia l’Italia e raggiunge la Scozia, dove inizia una nuova fase della sua vita. Scoprirà che non è il luogo il problema, è lui. Riuscirà a superare l’inquietudine che sente dentro? Una notizia inaspettata lo costringerà a tornare nel paese natio...  

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Romanzo di formazione.

Nino Novelli è un ventenne che vive in un paesino della provincia romana. Irrequieto, matura l’idea di lasciare l’Italia. Concretizza le sue azioni, lasciandosi alle spalle i genitori, gli amici di una vita, un possibile amore. Raggiunge la Scozia dove inizia una nuova fase del suo percorso, ma comprende proprio lì che non è il luogo il problema. È lui, l’inquietudine che sente dentro. Decide allora di compiere una scelta di vita ancora più radicale, spinto dall’incontenibile impeto dei vent’anni, volendosi mettere ancor più alla prova. Eppure, proprio quando le cose sembrano prendere una direzione fluida e soddisfacente, un episodio inaspettato lo costringerà a tornare da dov’era partito...

I veri protagonisti di questo romanzo sono i vent’anni, raccontati dal protagonista che ormai ne ha più del doppio, consapevole che quell’età feroce e meravigliosa è un momento unico e cruciale per la storia di tutti. Vent’anni che si pronunciano senza apostrofo, tutti d’un fiato, perché durano quanto un battito d’ali, vent’anni quando ogni confine sembra trasparente o maledettamente insuperabile.    

«…non devi accontentare qualcun altro se segui la tua verità…»

Additional Information

Prezzo di copertina

€ 17,00

In copertina

Vent'anni, opera fotografica di Marcello Di Fazio

Pagine

184

Lingua

Italiano

Genere letterario

Romanzo di formazione, romanzo d'introspezione

Ambientazione

Masino, Corfù, Oban

Brand

Marcello Di Fazio

Marcello Di Fazio

Marcello Di Fazio è nato a Marino (RM) nel 1975. Autore di favole, gestisce la pagina Le fiabe dei papà su Facebook. Ha pubblicato i romanzi: La memoria nascosta (0111 Edizioni, 2014), Il sole sorge anche di notte (0111 Edizioni, 2017), Il tessuto bianco (2019), per il quale riceve nel 2021 la menzione d’onore al Premio Internazionale di poesia e narrativa “I fiori sull’acqua”, dedicato a testi che trattano la violenza di genere. Sempre nel 2019 il racconto inedito Come spighe di grano, sul tema della buona politica, ottiene una menzione speciale dal comune di Marudo (LO). Nel 2020 pubblica il romanzo breve Il tempo piegato e la raccolta di racconti Nove versi più uno, fra i quali spicca Inverso, premiato nel 2018 al Premio letterario nazionale città di Aversa “Marco Polo”. Nel 2021 vince il Premio Narrativa Indipendente con il romanzo inedito Vent’anni (WLM, 2022).

Prefazione

PREFAZIONE

 

“Avevo una paura folle di spingermi su qualcosa che potesse assumere una forma solida: quello che avevo dentro era troppo liquido.” Quando Marcello Di Fazio mi ha dato il manoscritto di Vent’anni sono rimasto molto colpito da questo passaggio, che secondo me racchiude appieno la caratteristica principale del romanzo: il suo essere estremamente fluidodinamico nel senso fisico e chimico del termine.

A prima vista Vent’anni è senza dubbio un romanzo di formazione che attinge alla sfera esperienziale e dei ricordi, il titolo del resto non lascia molti dubbi al riguardo. Ma andando affondo nella lettura viene fuori una struttura talmente varia e dinamica, che abbandona via via il solo concetto di memoria per catapultarsi nell’universalità delle esperienze umane, viste più dal punto di vista psicologico e sociale che emotivo. Ed è precisamente in questa trasformazione che entra in gioco la “liquidità” del romanzo il quale, proprio come un fluido che lascia un contenitore per prendere una forma altra e riempire completamente il nuovo volume che lo accoglie, scorre dall’intreccio principale ai vari sotto intrecci senza uscire mai dalla linearità tematica o per meglio dire dalla sua circolarità.

Passando a un’analisi più letteraria va subito detto che il romanzo di Di Fazio, appare fin da subito come un incastro perfetto di piani narrativi, costruiti con periodi brevi e diretti che arrivano facilmente al lettore, supportati da una punteggiatura azzeccatissima che spesso diventa anche protagonista dei periodi stessi, fornendo alla struttura un alternarsi di passaggi veloci e pause di riflessione che ne rendono la lettura piena di ritmo e scorrevolezza.

Questa varietà narrativa trova forza e compattezza nei personaggi che incarnano ognuno un aspetto del “vivere”, inteso come esistere e non solo come “essere in vita”, acquisendo anch’essi una forma più liquida che solida. Tra questi spiccano Nino, il protagonista, che, per rispondere al suo bisogno di mantenersi “liquido”, sente la necessità di fuggire dal paese natio, la mamma che rappresenta la sorgente ancestrale, gli amici d’infanzia che, come piccoli corsi d’acqua inermi, vanno a confluire nel grande fiume della vita. E successivamente incontriamo Edna, che rappresenta lo stagno da cui far uscire un nuovo se stesso, i “nuovi elfi” che, come un variopinto delta, sgorgano nel mare della gioventù e infine la “ragazza luna”, Una, il grande amore che riporta Nino alla sorgente stessa della vita, spalancando dinanzi a lui le rotte del nuovo domani.

Altra parentesi va aperta per la loro interessante caratterizzazione che viene spesso lasciata agli stessi dialoghi, tralasciando la mera descrizione fisica che viene utilizzata invece per le figure minori come a volerne rappresentare solo l’esteriorità. I personaggi, quindi, vengono delineati quasi esclusivamente dalle emozioni e dai conflitti che esprimono, catapultando il romanzo in una chermes antropologica di figure universali, che incarnano tutte le peculiarità della gioventù, rappresentandone allo stesso tempo la bellezza e la vulnerabilità.

Poi ci sono le ambientazioni che addirittura assumono a volte il ruolo di coprotagonista e allora, ecco il paese natale Masino che rappresenta l’asfissiante diga che soffoca il protagonista, la Grecia un piccolo ruscello che nel corso del romanzo lascia poi il posto alla Scozia e al fiume Tay “che avanza maestoso verso il mare” che rappresenta il vero guado di Nino, il passaggio catartico che contribuisce a formare il nuovo contenitore dentro cui riporre il suo diventare uomo.

Anche la scelta del titolo risulta assumere un diverso significato passando di capitolo in capitolo, arrivando a creare un connubio tra passato, presente e futuro, che trascende quello letterale e si trasforma in una riflessione sulla natura stessa dell’esperienza umana. Non a caso nel romanzo ritroviamo temi come amore, felicità, voglia di vivere, ma anche dolore, tristezza, solitudine, il tempo che scorre schiacciando le nostre vite, l’alienazione e le ferite dell’anima a cui fanno da contraltare il coraggio delle proprie scelte, il rapporto con il mondo che ci circonda, la propulsione della giovinezza e la speranza nel futuro.

Possiamo concludere, per tornare alla metafora del fluido, affermando che la trama del romanzo è come una sorgente d’acqua cristallina, gli intrecci sono i corsi d’acqua che essa forma, le ambientazioni sono contenitori in cui essi vengono di volta in volta raccolti e i molteplici personaggi ne delineano le differenti forme o, in questo caso, i volumi. Ed è proprio questo suo continuo fluire e confluire in se stesso, la vera essenza del romanzo e andando avanti nella lettura la sorpresa lascia il posto al coinvolgimento emotivo e alla profondità letteraria in cui ti catapultano le avventure narrate dall’autore. Una dimensione dell’animo che racchiude tutte le emozioni e i sentimenti della giovinezza, uno spaccato di vittorie e fallimenti che fanno parte della “stagione dell’amore” e contribuiscono al suo propagarsi come un flusso di note sul pentagramma della vita. Questa è la gioventù e questa è la forza, al tempo stesso narrativa ed evocativa, delle esperienze che in essa facciamo.

 

Andrea Esposito

 

Pioggia

 

Goccia dopo goccia
La vetrata fa ruvida la pelle
Un istante che non muore mai,
Inciso in un acquazzone estivo.

Una manciata di vite sedute
In un caffè noir di periferia,
Sorseggiano tristezze bagnate
In attesa che ritorni il sole

E i voli della giovinezza,
Ti sfiorano il viso distratto
E il tuo sorriso raccoglie
Il blu di un’estate bambina,

Mentre un cielo di piombo
Rimasto fuori dalla finestra
Bussa, implorando i tuoi occhi
Come un uccello pazzo,

Che appeso alla pioggia
Si bagna di un amore inatteso,
Quando arriva la sera
Fresca pulita squillante,

La sera come addio al giorno
Come speranza di un ritorno,
I lampioni che si allungano
Verso l’abbraccio della notte

E le ombre, come corde tese
Sulla chitarra del tempo,
Che si tengono compagnia
Sulle note di un blues strozzato.

 

Andrea Esposito

Anteprima

UNO

 

 

Ricordo la cappa di fumo che avvolgeva l’aria. Tutto era irrespirabile, eppure correvamo a destra e sinistra, senza pause, senza apnee, per ore, servitori nobili di tutti quegli avventori che finivano per caso o per ragione all’Antico Mitreo. Quando ripenso a quegli anni, in realtà, la foschia si dissolve e i ricordi diventano tridimensionali. Non ho difficoltà a ritrovare i volti, dei miei amici e perfino di alcuni clienti più assidui che s’incrociarono inesorabili con la mia vita. Eppure, sono passati un paio di decenni, ma dicono che i ricordi dei primi vent’anni, tanto come le amicizie, sono quelli che attecchiscono con più forza sulle pareti della memoria, come il fumo che impregnava le nostre divise da camerieri, come le nuvole dei nostri sogni, gonfie ed erranti, spinte dal vento della gioventù.

Verso la mezzanotte i piedi bruciavano; cercavamo le famose zone d’ombra dove prendere fiato, in attesa che il ristorante si svuotasse, permettendoci di recuperare le ultime energie per risistemare le sale.

Marco Perni era l’addetto agli angoli scuri, meticoloso come quando suonava la sua chitarra, lo trovavi a ripulire il bar, il telefono e qualsiasi altra zona piccola e tranquilla, di quelle che per tutti gli altri, erano dissociate dal contesto del ristorante. Magro fino all’osso, con i suoi capelli neri lunghi, alla fine aveva optato per Architettura, senza convinzione, un po’ come tutti noi, che percepivamo il futuro come una meta lontana, perché gli anni si misuravano ancora in distanze astronomiche.

Quando l’ultimo cliente lasciava il locale, era una corsa per tirare su le sedie, preparare i frigoriferi, lavare i pavimenti. Mentre io e Andrea Moro caricavamo la lavabicchieri, nella cucina non mancavano mai due boccali di birra, compagni fedeli per dissetare le gole secche di fine serata.

«Ma quanti cavolo erano stasera?» chiese Andrea mentre azionava la macchina.

«Boh, forse duecento persone le abbiamo fatte.»

Lo rivedo, basso e curvo con lo sguardo perso sui cristalli.

«Nino, vieni, che mancano questi!»

Era Pasquale, il proprietario.

Già: io sono Nino, Nino Novelli per l’esattezza, non molto diverso dai miei amici. Magro, capelli lunghi castani raccolti in un codino e un futuro all’epoca ancora tutto da scrivere.

«Alla nostra!»

«Mi mandate in rovina con tutta la birra che vi bevete.» Pasquale era un uomo buono, di terra come si definiva lui. Non amava tanto i fronzoli, concreto e determinato.

L’ultimo cameriere era Danilo Missoni, il pittore. Epiche le sue serate chiuso nella cantina della nonna a tirare giù quadri. Un altro capellone, però biondo, un cuore d’oro, anche se il suo umore seguiva la luna, illuminandosi o scurendosi da un minuto a un altro.

Usciti dal ristorante andavamo a spendere le mance al pub vicino, un locale stile irlandese: Il Dublino.

Così ci ritrovavamo esausti intorno a un tavolo di legno, incapaci di mettere a letto la nostra inquietudine.

«Dove state provando adesso?» chiese Danilo sbadigliando.

«Una vecchia cantina, era del nonno del Corvo. L’abbiamo sistemata bene, poi non rompiamo le palle a nessuno» rispose Marco mentre allungava il collo per cercare qualcuno che li servisse.

«Hai scritto altri pezzi?» Stavolta Danilo si rivolse ad Andrea, che era il cantante oltre che l’autore di quasi tutte le canzoni.

«Due, non mi sembrano male.»

«Ché fai il modesto? Tanta roba, amico mio!» Marco gli assestò un colpo sulle spalle.

Nel frattempo era arrivato Sandrino con le pinte e i panini.

«A proposito di scrivere, tu come procedi con quel tuo romanzo?» mi chiese Danilo.

«Sono a buon punto. Sto lavorando sul finale.»

Sandrino si fermò, gli davamo la scusa per rifiatare un po’ a fine serata facendo due chiacchiere.»

«E di cosa parla questo romanzo?» domandò stringendo il vassoio vuoto al petto.

«È la storia di un tizio che in pratica vive due vite» risposi allungando le parole, non era facile da presentare.

«In che senso due vite: muore e ritorna?»

«No no, niente del genere. In pratica, ogni volta che si addormenta, viene catapultato in una realtà parallela ed è come se vivesse in un’altra dimensione… Non sono sogni è proprio un’altra esistenza. Il sonno è come se fosse una porta da un mondo all’altro e lui ricorda perfettamente tutto.»

«Oh, sembra fico! Certo ti frulla quella testa.» Sorrise e si allontanò.

 

«Lo sai che è davvero interessante? Non vedo l’ora di leggerlo.» Andrea mi si era avvicinato e mi guardava con gli occhi sgranati.

«Poi, dopo tutte queste birre, lo sai come si aprono e chiudono bene quelle porte!» Danilo aveva allargato le braccia e allungato le gambe. Alla fine aveva optato per Architettura anche lui, mentre io e Andrea per Lettere e Filosofia, come se l’università fosse un modo per prendere ancora tempo da non so bene cosa, di certo avrebbe allontanato la naia.

Dopo il pub, finalmente me ne tornavo a dormire. Ricordo il tragitto deserto: vivevamo a Masino, un piccolo paese della provincia romana, dove alle due di notte non giravano neppure i cani. Eppure, quel buio, interrotto dalla luce tremolante dei lampioni, mi faceva bene, e mi dava la possibilità di vedere le cose con una prospettiva diversa, forse più reale.

Gli episodi che sto per raccontare nacquero lì, quasi un quarto di secolo fa, quando ero acerbo e indefinito come la strada della vita che avevo davanti, inconsapevole del viaggio che avrei intrapreso.

 

Mia madre la trovavo sempre semi addormentata sulla poltrona. In cucina, la televisione accesa, una copertina addosso. Mi aspettava ogni sera, ormai erano cinque anni che facevo il cameriere.

«Ancora qui sei?» le domandai una sera, lei sussultò.

«Stavo finendo di vedere il film e mi sono assopita.»

«D’accordo, adesso vattene a letto!» le ingiunsi, sgarbatamente.

Soltanto oggi mi rendo conto della pazienza di un genitore. Forse i migliori sono quelli che sanno aspettare di più. Con un figlio è tutta un’attesa, dalle piccole alle grandi cose.

La mia cameretta era lunga e stretta: armadio, letto e scrivania. Non avevo bisogno di altro, per me era anche troppo. Non ero tipo da poster attaccati al muro, da collezioni di oggetti. In quel periodo ero ancora più disancorato da tutto, c’erano i miei libri e i miei fogli sparsi, con racconti mozzati, poesie improvvisate, come mi sentivo io, stretto, non per via dell’ambiente che mi circondava ma per quello che mi pressava dentro.

C’era quella storia che stava per chiudersi, una prima forma di romanzo, tutta mia, con quel povero cristo del protagonista, tale Nabo Etes che avevo inzuppato delle mie aspettative represse, sogni da ragazzo. E pensare che Nabo era uscito per caso, una sera al Dublino.

Ero al bancone a parlare con Sandrino, avevo chiuso il turno feriale — d’inverno capitava di lavorare soli durante la settimana, dividendosi i giorni con gli altri. Dietro, vedevo queste bottiglie di whisky capovolte, lessi Nabo, in realtà era Oban al contrario. Mi piacque e lo scelsi, come Etes il contrario di sete. In fondo era una storia viceversa, pensai.

Così le ultime energie della giornata le riversavo sul manoscritto. Era un’ora obliqua, si prestava bene, né giorno né notte, un momento sospeso, ideale per accompagnare Nabo nei suoi due mondi.

Masino era un paese chiuso. Non ero molto attratto dalla grande metropoli, ma recarmi all’università era un modo per uscirne, viaggiare.

Studiavo a casa o nella piccola biblioteca del paese, in tarda mattina. Mentre la sera stavo quasi sempre al ristorante. Il locale aveva preso il nome da un antico mitreo, ritrovato per caso in fondo a una delle grotte di Masino e capace di attirare un discreto numero di turisti. Eppure, più che un paese mi appariva un villaggio preistorico. Di attrattive Masino ne avrebbe avute molte, ma gli abitanti sembravano voler tenere ben nascoste le perle che avevano tra le mani, creando distanze e difficoltà con chi non fosse del posto.

Ancora non mi è chiaro il motivo di quella mentalità. Gli altri paesi facevano di tutto per integrarsi, allargare i propri orizzonti, rendere più facile la vita di tutti. Masino invece andava controcorrente, refrattario alla “confusione”, aggrappato alle proprie terre da coltivare a olio e vino. Noi giovani eravamo a disagio, da un lato le radici che ci spingevano a terra, dall’altro i nostri desideri immaturi e frenetici che ci spingevano in alto, rami che volevano aggrapparsi al cielo e filare via.

 

Era marzo inoltrato quando iniziai a maturare seriamente l’idea di andarmene; stavo con Andrea al bar della villa in tarda mattinata.

«Stavo pensando di fare un’esperienza fuori» dissi senza tanti giri di parole.

«Fuori dove?»

«Ancora non ho deciso bene, ma qui non voglio restare.»

Andrea mi osservava. Capitava spesso di fantasticare soluzioni di vita alternative, ci assecondavamo. Comunque eravamo al riparo, in fondo erano soltanto parole.

«Sì, forse è la cosa migliore.» Ma nei suoi occhi vedevo la mancanza di convinzione.

«Guarda che sono serio. Cosa cazzo stiamo a fare qui? È un paese morto, che prospettive abbiamo?»

«Prospettive? Ah, abbiamo preso Lettere e Filosofia… che prospettive vuoi?» disse Andrea puntandomi la mano.

«Appunto per questo.»

«Fammi capire: tu quindi cosa vorresti fare? Non dico sul viaggio, dico della tua vita.» Ed eccolo lì, secco e diretto.

Aveva ragione, non avevo idea di quello che volevo nella vita. Come anche lui, credo. E come invidiavo quelli della mia età che sembravano avere delle visioni belle chiare, oppure semplicemente assecondavano quelle di qualcuno, per esempio dei loro genitori. Chi voleva fare l’ingegnere, chi il medico, chi voleva seguire l’attività del padre…

Almeno c’era una parvenza di definito, di futuro. Invece guardavo i miei occhi e quelli dei miei amici e leggevo nel fondo tutta quella trepidazione, la forza di un mare chiuso in una bottiglia.

«Non ne ho la più pallida idea.» Abbassai lo sguardo. «In questo momento l’unica cosa che so è dove non vorrei stare. Magari un viaggio servirà a schiarirmi le idee.»

«Forse sì. Forse siamo noi che abbiamo troppe aspettative, non lo so.»

«Tu dici? Ultimamente sento che vado avanti per inerzia, questa cosa mi logora. Ho messo una discreta somma da parte, quest’estate potrebbe essere quella giusta, in fondo abbiamo vent’anni… se non ora, quando?»

«Magari vengo con te. Ci penso» promise infine Andrea.

Ci guardavamo intorno, stranieri nel nostro paese. Poi vidi Marta venire verso di noi, bella da togliere il fiato, con i suoi colori scuri, gli occhi penetranti come una lama. Forse l’unico buon motivo per non andarmene.

 

 

 

 

 

 

DUE

 

 

Avevo già la salivazione azzerata. La conoscevo dai tempi delle superiori, del liceo artistico. Era tutto dire. L’unica scuola superiore era una scuola d’arte: chi non voleva spostarsi nei paesi vicini o in città, aveva un seme di pazzia, poco aveva a che fare con i concetti d’identità rigida e staticità emotiva dei paesani più vecchi.

«Ciao, vuoi qualcosa?» le chiese Andrea.

«No, vado di fretta. Sto studiando.»

Ci guardava dall’alto. Mi domandavo spesso come ci vedessero gli altri. Forse ci consideravano scomodi.

«Una piccola pausa puoi concedertela, no?» dissi con gli occhi socchiusi per via del sole.

«In effetti potrei… ma sì, dai.» Si sedette.

Distolsi lo sguardo dalla luce, i miei occhi verde chiaro già lacrimavano.

«Allora, che combinate di bello?»

«Niente di che, si parlava del più e del meno. Tu, piuttosto, cosa stai studiando?» domandai.

«Un mattone di psicologia.»

«Quindi se avrò problemi di testa verrò da te.»

«Perché non ne hai già abbastanza?» disse Andrea.

«No, gli amici meglio di no» rispose lei. «Non sarebbe professionale.»

Sorrise, due fossette le solcarono le guance: due fossette che mi facevano impazzire.

Per Marta sentivo che c’era qualcosa, probabilmente più di una simpatia. Eppure, all’epoca, nella mia vita tutto rimaneva maledettamente incompiuto. Avevo una paura folle di spingermi su qualcosa che potesse assumere una forma solida; quello che avevo dentro era troppo liquido.

Poi ci fu silenzio, sguardi sfuggenti.

«Ok, si è fatto tardi, torno al mattone.»

 

La vidi andar via, provai sollievo e rammarico.

«Si può sapere che aspetti?»

«A fare cosa?»

«Hai capito benissimo.» Andrea si era fatto serio. «Guarda che non ti aspetterà per sempre.»

«Aspettare? Fa bene, non deve aspettare nessuno.»

«Contento tu…»

 

Dopo un po’ arrivarono Marco e Danilo. Col passo veloce, si guardavano intorno, nascosti nei loro occhiali da sole neri.

«Per stasera roba buona, ragazzi.» Marco si accese una sigaretta.

«Sì, come quella dello scorso sabato.» Andrea fece per mandarlo a quel paese.

«No no, quest’erba è da serie A, vero?» disse, e guardò fitto Danilo.

«Per quanto l’abbiamo pagata voglio proprio vedere.»

Li osservai: furtivi, come se dovessero scassinare una banca.

Ero l’unico a non fumare, non che non avessi provato in passato, ma non era tra le mie fisse. Probabilmente avevo preso a odiare la puzza di fumo, dentro casa, al ristorante, ovunque.

Poi c’era la parte di me sportiva: amavo correre, mi faceva bene soprattutto alla testa e il fumo non mi avrebbe aiutato.

Rivedo la scena fuori campo: quei tre ragazzi tanto distanti dai loro coetanei più saldi. Molti erano cresciuti in parrocchia, all’oratorio. Non che non l’avessi frequentato, ma in me non avevano mai attecchito certi discorsi. All’epoca la religione era per me un repellente, anche per via della famiglia comunista che avevo alle spalle. Così, la Chiesa, più che un approdo la percepivo come una trappola, qualcosa da tenere bene alla larga, come se Dio, o chiunque ci fosse dietro, fosse affare mio e basta.

Avevo comprato diversi libri sulle religioni, sulle loro origini. Come se fosse una questione di stile: bastava trovare il vestito più adatto e indossarlo. Con il tempo mi resi conto che non era così, non bastava leggere libri per raggiungere una mia spiritualità. Almeno mi ero fatto un’idea su alcuni concetti.

 

Il sabato sera il ristorante era un delirio. Nonostante la meticolosa preparazione, a un certo punto sembrava di perdere il controllo, lottavamo su tre fonti: cucina, sala, pizzeria. Sì, perché non c’erano soltanto i clienti da accontentare, dovevamo sopportare anche la cuoca e il pizzaiolo.

La cuoca era una donna matura di origini venezuelane. I tratti sudamericani, la chioma bionda e una voce rauca che tuonava quando chiamava.

«Tesori, le fettuccine! Venite a prendere le fettuccine, che si freddano!»

«Eccomi, Anita» mi annunciai.

«Non facciamo tutti primi diversi che qui ci blocchiamo, capito?»

«Non posso mica dire alla gente cosa mangiare» obbiettai.

«Un buon cameriere sa indirizzare, amore.»

Era tutto un siparietto, per non parlare di Robert, il pizzaiolo polacco. Di qualche anno più grande di noi, ex buttafuori con un figlio piccolo lasciato nel suo paese insieme alla giovane moglie.

«Puoi farla metà boscaiola e metà formaggi?» chiesi.

«Italiani di merda, oggi mi rompono…» gli sentii dire, esasperato. Poi si scusò per l’improperio, vedendo il mio sconcerto stampato in viso.

Tutto in quel posto era surreale, grottesco, ma mi sentivo bene, era come una seconda famiglia. Quando terminavamo di riordinare, il grande Pasquale ci apriva un bel rosato che accompagnavamo con salumi e formaggi.

Ero esausto, ma sapevo che sarebbe stato provvisorio. E, a quei tempi, io e la provvisorietà andavamo molto d’accordo.

 

Era quasi aprile, in paese si preparavano i banchetti per le comunioni. Dopo la birreria, il sabato soprattutto, capitava di concludere la serata alla vecchia terrazza.

Era sempre vuota, lontana dalle prime case, rivolta verso la vallata. Un posto perfetto dove fumare un po’ d’erba.

«Insomma dove vorresti andare?» chiese Marco mentre finiva di rollare.

«Non ho ancora deciso… Inghilterra o Irlanda credo.»

«Per l’inglese?»

«Non soltanto, anche se una volta imparato bene potrei andare ovunque.»

Mentre parlavamo, seduti con le gambe incrociate, iniziavo a concretizzare le azioni che avevo nella testa. La preparazione dello zaino, l’aereo, la nuova città.

«I tuoi che dicono?» chiese Danilo.

«Ancora nulla, visto che non ci ho parlato. Capiranno, credo.»

«Dici? È una generazione diversa. Vengono dagli anni Sessanta, l’America l’avevano a casa.» Andrea inspirò il fumo.

«Non è solo questo. Probabilmente avevano aspettative diverse, progetti di vita più delineati.» Marco sospirò e scosse la testa.

«Progetti di vita. Forse hai ragione… Oggi sembra tutto così incerto.» Respinsi la canna, preferivo sorseggiare la mia birra fresca.

«Siamo noi incerti e facciamo bene a esserlo. Almeno tentiamo di capirci qualcosa, non seguiamo sentieri prestabiliti.» Andrea si alzò. «Forse dovrei davvero venire con te, chissà.»

«Per quanto tempo pensavi di stare fuori? E con l’università?» Danilo si alzò barcollando.

«L’università è un modo per non fare la naia. Sul tempo non ne ho idea, i soldi da parte mi servono per iniziare, poi troverò un lavoro lì.»

«Sembri davvero convinto.» Adesso anche Marco era in piedi.

«Sì, dopo l’estate faccio i bagagli.» Adesso avevo anche un orizzonte temporale.

 

Tornai a casa elettrizzato, e riversai le mie immaginazioni sul libro. Nabo era lì, pronto a dare voce ai miei pensieri. Stavo cercando un titolo adatto, per la testa avevo Tra sogni e realtà. Non mi convinceva del tutto, però c’era tempo. Volevo chiudere prima della partenza, almeno avrei avuto qualcosa di risolto, capivo che era importante.

L’amore per la letteratura era stato un dono della mia professoressa d’italiano delle superiori. Carla Galati. Avevo un’ammirazione incredibile per quella donna, uno dei miei pochi punti di riferimento. Stravagante, non per scelta, perché era la sua indole. Distratta e bellissima nonostante gli anni si mostrassero sul suo volto. Mi faceva leggere di tutto, molti libri fuori dal programma, e io li divoravo. Narrativa russa, americana, francese, inglese. Classici e moderni, decadenti e romantici non facevo differenza. Era appassionata dei miei temi, mi dava consigli pratici sulla costruzione delle storie, sul ruolo dei protagonisti, sulla circolarità dei racconti, sulla tridimensionalità dei personaggi in generale.

Mi piaceva scrivere, il personaggio di Nabo era uscito lentamente, dopo diversi tentativi andati a vuoto. All’inizio avevo immaginato un Nabo di giorno e un personaggio femminile per la vita parallela, ma poi ho dovuto tirare il freno a mano. Non avevo nessun elemento per poter narrare qualcosa che raccontasse un personaggio femminile. Allora provai con un Nabo catapultato in due epoche diverse, una sovrapposizione di presente e passato. Non mi dispiaceva questo gioco temporale, ma la storia rischiava di intrecciarsi troppo.

Così avevo scritto di due vite su due dimensioni diverse, impossibili da sovrapporsi. Stesso periodo temporale su spazi diversi. Avevo creato due mondi, uno era il nostro e uno tutto mio, un riflesso dove mi divertivo a raccontare quello che avrei voluto, quello che immaginavo, ma anche le mie paure e angosce più intime. Mi piaceva l’idea di avere la possibilità di “radere al suolo” tutto quello  che conoscevo, per ricostruire da capo una dimensione tutta mia, non soltanto da un punto di vita fisico, ma anche e soprattutto emotivo, dove vigevano valori diversi da quelli noti, perlomeno a me. Volevo ribaltare il piattume che ruotava intorno ai sentimenti. Provavo fastidio nel sentire che le mie gelosie, paure, attrazioni e passioni in realtà non fossero tanto diverse da quelle di qualunque altro, soltanto che vivevano in un altro contenitore.

All’epoca la solidarietà che nasceva dall’essere in qualche modo tutti uguali, non mi rassicurava. Tutto il contrario, ero troppo solo ed egoista per accorgermi veramente di qualcun altro. Era come se avessi una lente d’ingrandimento puntata su me stesso. Ciò che era all’esterno mi appariva poco interessante, da non considerare. Cercavo l’originalità, ma poi avevo timore di trovarla per davvero.

 

 

 

 

 

 

TRE

 

 

Qualche sera feriale, capitava di fare il turno in due. Quando ero con Danilo, dopo il pub passavo a vedere i suoi dipinti.

La cantina di sua nonna era al centro del paese, annessa a due palazzi di case popolari dove viveva anche la mia, di nonna materna.

Come due topi percorrevamo il lungo corridoio al buio, non c’era l’illuminazione, non avevamo una torcia e nemmeno potevamo utilizzare allo stesso scopo i cellulari, come si può fare oggi. All’epoca non li avevamo, i primi stavano uscendo ma non erano di certo la nostra priorità.

Doveva dare un paio di botte alla porta per aprirla. Dentro, tra passate di pomodori in vetro e bottiglie di vino, c’erano ammassati i quadri di Danilo. Per terra al centro la tela sulla quale stava lavorando in quel momento.

«Ecco, questa è la Libertà» Indicò dall’alto. Ormai aveva sciolto i lunghi capelli biondi, gli zigomi alti e fieri come il suo sguardo.

«Continua il periodo Pollock» affermai, osservando il dipinto da diverse angolazioni. M’immaginai Danilo e il suo dripping, il trambusto che ne scaturiva. «Come ti vengono i nomi, perché Libertà?»

«Continuo sul filone che ho iniziato: emancipazione, indipendenza… tutto ciò che non è regola voglio che finisca qua sopra. Un ordine diverso delle cose genera il caos, no?»

Mi guardò di traverso senza aspettarsi davvero una risposta. Ero uno dei pochi a cui era permesso accedere all’improbabile laboratorio.

«Hai mai pensato a una mostra?»

«Dove, a Masino? Ah!»

«Perché no, alla chiesa sconsacrata, non è male come posto.»

«Non lo so, l’idea di esporli l’ho avuta, ma non mi convince.»

Era sincero. Conoscevo bene Danilo, era pieno di insicurezze, tutti quei dipinti impolverati ne erano la prova più evidente. In fondo noi quattro eravamo simili, chi più chi meno: l’idea di un pubblico ci metteva ansia. Così le nostre espressioni d’arte rimanevano confinate, dove noi restavamo i lati di un quadrato impermeabile dall’esterno.

«Il tuo romanzo, invece, sei quasi alla fine?»

«Diciamo di sì, anche se ho ancora dubbi. Due mondi paralleli, due dimensioni diverse…  La morte in uno implica la morte nell’altro? Oppure no? Sto facendo dei ragionamenti del genere.»

«Su due piedi ti direi per forza, ma in effetti non è così scontato. Hai pensato al dopo? Credi di provare a pubblicarlo?»

Adesso eravamo a parti invertite, però le aspettative erano di nuovo su un piano orizzontale.

«Non lo so, forse finirà con tutti i fogli nella mia camera.»

«Sarebbe un peccato.»

«Be’, è un peccato vedere anche questi quadri ammucchiati.»

Ridemmo.

 

«Perché non andiamo in Grecia quest’anno? Dopo Ferragosto, quando chiude il ristorante, un paio di settimane.» Danilo lo disse mentre stava richiudendo la cantina.

«Non lo so, ho bisogno di soldi se devo trasferirmi.»

«E che spendiamo? Andiamo in qualche campeggio.»

«Non è male come idea. Ne hai parlato con Marco e Andrea?»

«Ancora no, mi è balenata solo ora questa cosa per la testa. Mi viene di farla questa vacanza. Abbiamo vent’anni e tu parli di andare via, forse si sta per chiudere un’epoca»

Aveva ragione. La nostra amicizia era cresciuta con noi. Il ristorante l’aveva consolidata. Iniziavamo però a premere sul nostro domani, quel micro-mondo stava per giungere alla fine.

«Lo credo anch’io. Non hai pensato anche tu di venire via dall’Italia?»

«Certo che ci ho pensato. Lo sai come sono fatto, magari parto con te all’ultimo minuto. Adesso però non riesco a focalizzare la cosa, renderla reale.»

«Forse sono decisioni che vanno prese d’istinto, come i colori sui tuoi quadri.»

Ci salutammo. Era una serata fresca, avevo freddo nel mio maglioncino di filo verde. Mentre tornavo a casa, osservai il paesaggio, statico. Ebbi la sensazione di vivere in qualcosa che faceva parte del mio passato.

 

Scelsi una sera come tante per parlare con i miei, probabilmente un lunedì, visto che il ristorante era chiuso. Cenavamo alle otto, in cucina con il telegiornale come sottofondo. Mio padre operaio, mia madre operaia.

Non ero mai andato male a scuola, i miei si domandavano spesso da chi avessi preso quella vocazione per lo studio. L’università poi restava un motivo di orgoglio, anche se vista sempre con un po’ di diffidenza. In fondo, le lotte di classe erano contro quelli che avevano studiato. Ma ormai eravamo negli anni Novanta, sulla coda degli anni di piombo, con una classe operaia che, tutto sommato, era andata in paradiso. Percepivo una lontananza dall’attivismo politico nella mia generazione, la politica in noi non aveva attecchito. Neofascisti, comunisti, anarchici, in paese c’era un po’ di tutto. Ormai però non era questione di rischiare la pelle, sembrava più uno scimmiottare comportamenti del passato, con la certezza di avere comunque un buon piatto di minestra, abbondante e caldo a tavola e magari, perché no, un bel posto fisso. Prima c’erano stati gli anni Ottanta che, per concezione, stridevano come una frenata improvvisa sull’asfalto con le convinzioni socialiste dell’Italia del dopo guerra. Mio padre a tavola leggeva l’Unità.

«Quest’anno dopo la chiusura del ristorante pensavo di fare un’esperienza all’estero» Tirai la cosa così, avevo preparato una sorta di discorso, esperienza mi sembrava la parola adatta, sapeva di non definitivo, e credevo potesse essere digerita meglio.

«Che cosa vuol dire, Nino?»

«Vuol dire che voglio andare un po’ via dall’Italia, imparare bene l’inglese, vedere che cosa c’è oltre queste colline.»

«Carlo, hai sentito? Lascia perdere quel giornale!»

Mio padre aveva sentito, piegò il giornale e lo posò di lato. «Cosa, Giovanna? Cosa?»

«Tuo figlio vuole andare via dall’Italia, dopo l’estate.»

Mi sentivo come una pallina da tennis.

«È maggiorenne, perché no?»

«Che vuol dire è maggiorenne? Ha vent’anni, ma cosa dici?!»

«Dico che noi poco più grandi di lui eravamo già sposati.»

«È un’altra cosa» rispose a mio padre. Poi si rivolse a me: «Dove pensi di andare, così senza conoscere nessuno, come pensi di vivere?! Con l’aria, sotto un ponte?»

Adesso mia madre m’incalzava; ricordo il caldo, la sensazione di fastidio che iniziò a salirmi per il corpo fino a bruciarmi il viso.

«Quale ponte?! Non sono così sprovveduto. Ho da parte una discreta somma, mi serve per ambientarmi, poi troverò un lavoro, qualcosa.»

«E con l’università? Sei così bravo con i libri, è un peccato lasciare tutto così…»

«Posso sempre tornare per gli esami» abbozzai.

Ora lei scosse la testa con le mani poggiate sopra, sconcertata.

«E lascialo stare che non gli farà male.»

Non nascondo che mio padre mi sorprese. Anche se in fondo non avevamo mai avuto un grande rapporto, non avevo ricordi di cose fatte insieme. Aveva le sue abitudini, il lavoro, poi il bar con gli amici. Quella complicità finì per procurarmi lo stesso fastidio che mi era salito con mia madre, provai a bilanciare.

«Senti, mamma, lo so che mi dici queste cose a fin di bene, ma è la mia vita. Ho bisogno di fare questa cosa.» Le presi la mano.

In realtà non c’era in lei soltanto la paura di perdermi, mi conosceva fin troppo bene. La mia inquietudine, la mia voglia di indipendenza. Probabilmente alla base c’erano anche le cose irrisolte tra i miei, che inevitabilmente sarebbero tornate a galla con più prepotenza. Il ritrovarsi nella dimensione solo loro due avrebbe richiesto nuove energie e nuovi equilibri da cercare.

«Che cos’è che non va qui? Pensi che da un’altra parte sia diverso?» Adesso il tono di voce era più basso, rassegnato. Mio padre aveva ripreso il giornale dal tavolo.

«Non è questione di cosa non va qui, lo sai anche tu» conclusi.

Fu come se, attraverso un tunnel buio, vedessi un bagliore illuminare la nostra cucina. Mia madre intuì benissimo che quell’esperienza, come la chiamavo io, avrebbe finito per impattare violentemente sulla mia vita, segnando un punto di non ritorno. Indubbiamente più di me, che ero avvolto da quella sorta di incoscienza figlia dell’età che mi avrebbe accompagnato durante il viaggio.

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LE VERITA DEGLI INCUBI

Romanzo di formazione Vent'anni di Marcello Di Fazio

VENT’ANNI

17,00

Romanzo di formazione.

Nino Novelli è un ventenne irrequieto. Lascia l’Italia e raggiunge la Scozia, dove inizia una nuova fase della sua vita. Scoprirà che non è il luogo il problema, è lui. Riuscirà a superare l’inquietudine che sente dentro? Una notizia inaspettata lo costringerà a tornare nel paese natio…  

Disponibilità: 34 disponibili (ordinabile)

EAN: 9788897382591 COD: 9434 Categoria: Tag: ,

Romanzo di formazione.

Nino Novelli è un ventenne che vive in un paesino della provincia romana. Irrequieto, matura l’idea di lasciare l’Italia. Concretizza le sue azioni, lasciandosi alle spalle i genitori, gli amici di una vita, un possibile amore. Raggiunge la Scozia dove inizia una nuova fase del suo percorso, ma comprende proprio lì che non è il luogo il problema. È lui, l’inquietudine che sente dentro. Decide allora di compiere una scelta di vita ancora più radicale, spinto dall’incontenibile impeto dei vent’anni, volendosi mettere ancor più alla prova. Eppure, proprio quando le cose sembrano prendere una direzione fluida e soddisfacente, un episodio inaspettato lo costringerà a tornare da dov’era partito…

I veri protagonisti di questo romanzo sono i vent’anni, raccontati dal protagonista che ormai ne ha più del doppio, consapevole che quell’età feroce e meravigliosa è un momento unico e cruciale per la storia di tutti. Vent’anni che si pronunciano senza apostrofo, tutti d’un fiato, perché durano quanto un battito d’ali, vent’anni quando ogni confine sembra trasparente o maledettamente insuperabile.    

«…non devi accontentare qualcun altro se segui la tua verità…»

Brand

Marcello Di Fazio

Marcello Di Fazio

Marcello Di Fazio è nato a Marino (RM) nel 1975. Autore di favole, gestisce la pagina Le fiabe dei papà su Facebook. Ha pubblicato i romanzi: La memoria nascosta (0111 Edizioni, 2014), Il sole sorge anche di notte (0111 Edizioni, 2017), Il tessuto bianco (2019), per il quale riceve nel 2021 la menzione d’onore al Premio Internazionale di poesia e narrativa “I fiori sull’acqua”, dedicato a testi che trattano la violenza di genere. Sempre nel 2019 il racconto inedito Come spighe di grano, sul tema della buona politica, ottiene una menzione speciale dal comune di Marudo (LO). Nel 2020 pubblica il romanzo breve Il tempo piegato e la raccolta di racconti Nove versi più uno, fra i quali spicca Inverso, premiato nel 2018 al Premio letterario nazionale città di Aversa “Marco Polo”. Nel 2021 vince il Premio Narrativa Indipendente con il romanzo inedito Vent’anni (WLM, 2022).

Prezzo di copertina

€ 17,00

In copertina

Vent'anni, opera fotografica di Marcello Di Fazio

Pagine

184

Lingua

Italiano

Genere letterario

Romanzo di formazione, romanzo d'introspezione

Ambientazione

Masino, Corfù, Oban

Prefazione

PREFAZIONE

 

“Avevo una paura folle di spingermi su qualcosa che potesse assumere una forma solida: quello che avevo dentro era troppo liquido.” Quando Marcello Di Fazio mi ha dato il manoscritto di Vent’anni sono rimasto molto colpito da questo passaggio, che secondo me racchiude appieno la caratteristica principale del romanzo: il suo essere estremamente fluidodinamico nel senso fisico e chimico del termine.

A prima vista Vent’anni è senza dubbio un romanzo di formazione che attinge alla sfera esperienziale e dei ricordi, il titolo del resto non lascia molti dubbi al riguardo. Ma andando affondo nella lettura viene fuori una struttura talmente varia e dinamica, che abbandona via via il solo concetto di memoria per catapultarsi nell’universalità delle esperienze umane, viste più dal punto di vista psicologico e sociale che emotivo. Ed è precisamente in questa trasformazione che entra in gioco la “liquidità” del romanzo il quale, proprio come un fluido che lascia un contenitore per prendere una forma altra e riempire completamente il nuovo volume che lo accoglie, scorre dall’intreccio principale ai vari sotto intrecci senza uscire mai dalla linearità tematica o per meglio dire dalla sua circolarità.

Passando a un’analisi più letteraria va subito detto che il romanzo di Di Fazio, appare fin da subito come un incastro perfetto di piani narrativi, costruiti con periodi brevi e diretti che arrivano facilmente al lettore, supportati da una punteggiatura azzeccatissima che spesso diventa anche protagonista dei periodi stessi, fornendo alla struttura un alternarsi di passaggi veloci e pause di riflessione che ne rendono la lettura piena di ritmo e scorrevolezza.

Questa varietà narrativa trova forza e compattezza nei personaggi che incarnano ognuno un aspetto del “vivere”, inteso come esistere e non solo come “essere in vita”, acquisendo anch’essi una forma più liquida che solida. Tra questi spiccano Nino, il protagonista, che, per rispondere al suo bisogno di mantenersi “liquido”, sente la necessità di fuggire dal paese natio, la mamma che rappresenta la sorgente ancestrale, gli amici d’infanzia che, come piccoli corsi d’acqua inermi, vanno a confluire nel grande fiume della vita. E successivamente incontriamo Edna, che rappresenta lo stagno da cui far uscire un nuovo se stesso, i “nuovi elfi” che, come un variopinto delta, sgorgano nel mare della gioventù e infine la “ragazza luna”, Una, il grande amore che riporta Nino alla sorgente stessa della vita, spalancando dinanzi a lui le rotte del nuovo domani.

Altra parentesi va aperta per la loro interessante caratterizzazione che viene spesso lasciata agli stessi dialoghi, tralasciando la mera descrizione fisica che viene utilizzata invece per le figure minori come a volerne rappresentare solo l’esteriorità. I personaggi, quindi, vengono delineati quasi esclusivamente dalle emozioni e dai conflitti che esprimono, catapultando il romanzo in una chermes antropologica di figure universali, che incarnano tutte le peculiarità della gioventù, rappresentandone allo stesso tempo la bellezza e la vulnerabilità.

Poi ci sono le ambientazioni che addirittura assumono a volte il ruolo di coprotagonista e allora, ecco il paese natale Masino che rappresenta l’asfissiante diga che soffoca il protagonista, la Grecia un piccolo ruscello che nel corso del romanzo lascia poi il posto alla Scozia e al fiume Tay “che avanza maestoso verso il mare” che rappresenta il vero guado di Nino, il passaggio catartico che contribuisce a formare il nuovo contenitore dentro cui riporre il suo diventare uomo.

Anche la scelta del titolo risulta assumere un diverso significato passando di capitolo in capitolo, arrivando a creare un connubio tra passato, presente e futuro, che trascende quello letterale e si trasforma in una riflessione sulla natura stessa dell’esperienza umana. Non a caso nel romanzo ritroviamo temi come amore, felicità, voglia di vivere, ma anche dolore, tristezza, solitudine, il tempo che scorre schiacciando le nostre vite, l’alienazione e le ferite dell’anima a cui fanno da contraltare il coraggio delle proprie scelte, il rapporto con il mondo che ci circonda, la propulsione della giovinezza e la speranza nel futuro.

Possiamo concludere, per tornare alla metafora del fluido, affermando che la trama del romanzo è come una sorgente d’acqua cristallina, gli intrecci sono i corsi d’acqua che essa forma, le ambientazioni sono contenitori in cui essi vengono di volta in volta raccolti e i molteplici personaggi ne delineano le differenti forme o, in questo caso, i volumi. Ed è proprio questo suo continuo fluire e confluire in se stesso, la vera essenza del romanzo e andando avanti nella lettura la sorpresa lascia il posto al coinvolgimento emotivo e alla profondità letteraria in cui ti catapultano le avventure narrate dall’autore. Una dimensione dell’animo che racchiude tutte le emozioni e i sentimenti della giovinezza, uno spaccato di vittorie e fallimenti che fanno parte della “stagione dell’amore” e contribuiscono al suo propagarsi come un flusso di note sul pentagramma della vita. Questa è la gioventù e questa è la forza, al tempo stesso narrativa ed evocativa, delle esperienze che in essa facciamo.

 

Andrea Esposito

 

Pioggia

 

Goccia dopo goccia
La vetrata fa ruvida la pelle
Un istante che non muore mai,
Inciso in un acquazzone estivo.

Una manciata di vite sedute
In un caffè noir di periferia,
Sorseggiano tristezze bagnate
In attesa che ritorni il sole

E i voli della giovinezza,
Ti sfiorano il viso distratto
E il tuo sorriso raccoglie
Il blu di un’estate bambina,

Mentre un cielo di piombo
Rimasto fuori dalla finestra
Bussa, implorando i tuoi occhi
Come un uccello pazzo,

Che appeso alla pioggia
Si bagna di un amore inatteso,
Quando arriva la sera
Fresca pulita squillante,

La sera come addio al giorno
Come speranza di un ritorno,
I lampioni che si allungano
Verso l’abbraccio della notte

E le ombre, come corde tese
Sulla chitarra del tempo,
Che si tengono compagnia
Sulle note di un blues strozzato.

 

Andrea Esposito

Anteprima

UNO

 

 

Ricordo la cappa di fumo che avvolgeva l’aria. Tutto era irrespirabile, eppure correvamo a destra e sinistra, senza pause, senza apnee, per ore, servitori nobili di tutti quegli avventori che finivano per caso o per ragione all’Antico Mitreo. Quando ripenso a quegli anni, in realtà, la foschia si dissolve e i ricordi diventano tridimensionali. Non ho difficoltà a ritrovare i volti, dei miei amici e perfino di alcuni clienti più assidui che s’incrociarono inesorabili con la mia vita. Eppure, sono passati un paio di decenni, ma dicono che i ricordi dei primi vent’anni, tanto come le amicizie, sono quelli che attecchiscono con più forza sulle pareti della memoria, come il fumo che impregnava le nostre divise da camerieri, come le nuvole dei nostri sogni, gonfie ed erranti, spinte dal vento della gioventù.

Verso la mezzanotte i piedi bruciavano; cercavamo le famose zone d’ombra dove prendere fiato, in attesa che il ristorante si svuotasse, permettendoci di recuperare le ultime energie per risistemare le sale.

Marco Perni era l’addetto agli angoli scuri, meticoloso come quando suonava la sua chitarra, lo trovavi a ripulire il bar, il telefono e qualsiasi altra zona piccola e tranquilla, di quelle che per tutti gli altri, erano dissociate dal contesto del ristorante. Magro fino all’osso, con i suoi capelli neri lunghi, alla fine aveva optato per Architettura, senza convinzione, un po’ come tutti noi, che percepivamo il futuro come una meta lontana, perché gli anni si misuravano ancora in distanze astronomiche.

Quando l’ultimo cliente lasciava il locale, era una corsa per tirare su le sedie, preparare i frigoriferi, lavare i pavimenti. Mentre io e Andrea Moro caricavamo la lavabicchieri, nella cucina non mancavano mai due boccali di birra, compagni fedeli per dissetare le gole secche di fine serata.

«Ma quanti cavolo erano stasera?» chiese Andrea mentre azionava la macchina.

«Boh, forse duecento persone le abbiamo fatte.»

Lo rivedo, basso e curvo con lo sguardo perso sui cristalli.

«Nino, vieni, che mancano questi!»

Era Pasquale, il proprietario.

Già: io sono Nino, Nino Novelli per l’esattezza, non molto diverso dai miei amici. Magro, capelli lunghi castani raccolti in un codino e un futuro all’epoca ancora tutto da scrivere.

«Alla nostra!»

«Mi mandate in rovina con tutta la birra che vi bevete.» Pasquale era un uomo buono, di terra come si definiva lui. Non amava tanto i fronzoli, concreto e determinato.

L’ultimo cameriere era Danilo Missoni, il pittore. Epiche le sue serate chiuso nella cantina della nonna a tirare giù quadri. Un altro capellone, però biondo, un cuore d’oro, anche se il suo umore seguiva la luna, illuminandosi o scurendosi da un minuto a un altro.

Usciti dal ristorante andavamo a spendere le mance al pub vicino, un locale stile irlandese: Il Dublino.

Così ci ritrovavamo esausti intorno a un tavolo di legno, incapaci di mettere a letto la nostra inquietudine.

«Dove state provando adesso?» chiese Danilo sbadigliando.

«Una vecchia cantina, era del nonno del Corvo. L’abbiamo sistemata bene, poi non rompiamo le palle a nessuno» rispose Marco mentre allungava il collo per cercare qualcuno che li servisse.

«Hai scritto altri pezzi?» Stavolta Danilo si rivolse ad Andrea, che era il cantante oltre che l’autore di quasi tutte le canzoni.

«Due, non mi sembrano male.»

«Ché fai il modesto? Tanta roba, amico mio!» Marco gli assestò un colpo sulle spalle.

Nel frattempo era arrivato Sandrino con le pinte e i panini.

«A proposito di scrivere, tu come procedi con quel tuo romanzo?» mi chiese Danilo.

«Sono a buon punto. Sto lavorando sul finale.»

Sandrino si fermò, gli davamo la scusa per rifiatare un po’ a fine serata facendo due chiacchiere.»

«E di cosa parla questo romanzo?» domandò stringendo il vassoio vuoto al petto.

«È la storia di un tizio che in pratica vive due vite» risposi allungando le parole, non era facile da presentare.

«In che senso due vite: muore e ritorna?»

«No no, niente del genere. In pratica, ogni volta che si addormenta, viene catapultato in una realtà parallela ed è come se vivesse in un’altra dimensione… Non sono sogni è proprio un’altra esistenza. Il sonno è come se fosse una porta da un mondo all’altro e lui ricorda perfettamente tutto.»

«Oh, sembra fico! Certo ti frulla quella testa.» Sorrise e si allontanò.

 

«Lo sai che è davvero interessante? Non vedo l’ora di leggerlo.» Andrea mi si era avvicinato e mi guardava con gli occhi sgranati.

«Poi, dopo tutte queste birre, lo sai come si aprono e chiudono bene quelle porte!» Danilo aveva allargato le braccia e allungato le gambe. Alla fine aveva optato per Architettura anche lui, mentre io e Andrea per Lettere e Filosofia, come se l’università fosse un modo per prendere ancora tempo da non so bene cosa, di certo avrebbe allontanato la naia.

Dopo il pub, finalmente me ne tornavo a dormire. Ricordo il tragitto deserto: vivevamo a Masino, un piccolo paese della provincia romana, dove alle due di notte non giravano neppure i cani. Eppure, quel buio, interrotto dalla luce tremolante dei lampioni, mi faceva bene, e mi dava la possibilità di vedere le cose con una prospettiva diversa, forse più reale.

Gli episodi che sto per raccontare nacquero lì, quasi un quarto di secolo fa, quando ero acerbo e indefinito come la strada della vita che avevo davanti, inconsapevole del viaggio che avrei intrapreso.

 

Mia madre la trovavo sempre semi addormentata sulla poltrona. In cucina, la televisione accesa, una copertina addosso. Mi aspettava ogni sera, ormai erano cinque anni che facevo il cameriere.

«Ancora qui sei?» le domandai una sera, lei sussultò.

«Stavo finendo di vedere il film e mi sono assopita.»

«D’accordo, adesso vattene a letto!» le ingiunsi, sgarbatamente.

Soltanto oggi mi rendo conto della pazienza di un genitore. Forse i migliori sono quelli che sanno aspettare di più. Con un figlio è tutta un’attesa, dalle piccole alle grandi cose.

La mia cameretta era lunga e stretta: armadio, letto e scrivania. Non avevo bisogno di altro, per me era anche troppo. Non ero tipo da poster attaccati al muro, da collezioni di oggetti. In quel periodo ero ancora più disancorato da tutto, c’erano i miei libri e i miei fogli sparsi, con racconti mozzati, poesie improvvisate, come mi sentivo io, stretto, non per via dell’ambiente che mi circondava ma per quello che mi pressava dentro.

C’era quella storia che stava per chiudersi, una prima forma di romanzo, tutta mia, con quel povero cristo del protagonista, tale Nabo Etes che avevo inzuppato delle mie aspettative represse, sogni da ragazzo. E pensare che Nabo era uscito per caso, una sera al Dublino.

Ero al bancone a parlare con Sandrino, avevo chiuso il turno feriale — d’inverno capitava di lavorare soli durante la settimana, dividendosi i giorni con gli altri. Dietro, vedevo queste bottiglie di whisky capovolte, lessi Nabo, in realtà era Oban al contrario. Mi piacque e lo scelsi, come Etes il contrario di sete. In fondo era una storia viceversa, pensai.

Così le ultime energie della giornata le riversavo sul manoscritto. Era un’ora obliqua, si prestava bene, né giorno né notte, un momento sospeso, ideale per accompagnare Nabo nei suoi due mondi.

Masino era un paese chiuso. Non ero molto attratto dalla grande metropoli, ma recarmi all’università era un modo per uscirne, viaggiare.

Studiavo a casa o nella piccola biblioteca del paese, in tarda mattina. Mentre la sera stavo quasi sempre al ristorante. Il locale aveva preso il nome da un antico mitreo, ritrovato per caso in fondo a una delle grotte di Masino e capace di attirare un discreto numero di turisti. Eppure, più che un paese mi appariva un villaggio preistorico. Di attrattive Masino ne avrebbe avute molte, ma gli abitanti sembravano voler tenere ben nascoste le perle che avevano tra le mani, creando distanze e difficoltà con chi non fosse del posto.

Ancora non mi è chiaro il motivo di quella mentalità. Gli altri paesi facevano di tutto per integrarsi, allargare i propri orizzonti, rendere più facile la vita di tutti. Masino invece andava controcorrente, refrattario alla “confusione”, aggrappato alle proprie terre da coltivare a olio e vino. Noi giovani eravamo a disagio, da un lato le radici che ci spingevano a terra, dall’altro i nostri desideri immaturi e frenetici che ci spingevano in alto, rami che volevano aggrapparsi al cielo e filare via.

 

Era marzo inoltrato quando iniziai a maturare seriamente l’idea di andarmene; stavo con Andrea al bar della villa in tarda mattinata.

«Stavo pensando di fare un’esperienza fuori» dissi senza tanti giri di parole.

«Fuori dove?»

«Ancora non ho deciso bene, ma qui non voglio restare.»

Andrea mi osservava. Capitava spesso di fantasticare soluzioni di vita alternative, ci assecondavamo. Comunque eravamo al riparo, in fondo erano soltanto parole.

«Sì, forse è la cosa migliore.» Ma nei suoi occhi vedevo la mancanza di convinzione.

«Guarda che sono serio. Cosa cazzo stiamo a fare qui? È un paese morto, che prospettive abbiamo?»

«Prospettive? Ah, abbiamo preso Lettere e Filosofia… che prospettive vuoi?» disse Andrea puntandomi la mano.

«Appunto per questo.»

«Fammi capire: tu quindi cosa vorresti fare? Non dico sul viaggio, dico della tua vita.» Ed eccolo lì, secco e diretto.

Aveva ragione, non avevo idea di quello che volevo nella vita. Come anche lui, credo. E come invidiavo quelli della mia età che sembravano avere delle visioni belle chiare, oppure semplicemente assecondavano quelle di qualcuno, per esempio dei loro genitori. Chi voleva fare l’ingegnere, chi il medico, chi voleva seguire l’attività del padre…

Almeno c’era una parvenza di definito, di futuro. Invece guardavo i miei occhi e quelli dei miei amici e leggevo nel fondo tutta quella trepidazione, la forza di un mare chiuso in una bottiglia.

«Non ne ho la più pallida idea.» Abbassai lo sguardo. «In questo momento l’unica cosa che so è dove non vorrei stare. Magari un viaggio servirà a schiarirmi le idee.»

«Forse sì. Forse siamo noi che abbiamo troppe aspettative, non lo so.»

«Tu dici? Ultimamente sento che vado avanti per inerzia, questa cosa mi logora. Ho messo una discreta somma da parte, quest’estate potrebbe essere quella giusta, in fondo abbiamo vent’anni… se non ora, quando?»

«Magari vengo con te. Ci penso» promise infine Andrea.

Ci guardavamo intorno, stranieri nel nostro paese. Poi vidi Marta venire verso di noi, bella da togliere il fiato, con i suoi colori scuri, gli occhi penetranti come una lama. Forse l’unico buon motivo per non andarmene.

 

 

 

 

 

 

DUE

 

 

Avevo già la salivazione azzerata. La conoscevo dai tempi delle superiori, del liceo artistico. Era tutto dire. L’unica scuola superiore era una scuola d’arte: chi non voleva spostarsi nei paesi vicini o in città, aveva un seme di pazzia, poco aveva a che fare con i concetti d’identità rigida e staticità emotiva dei paesani più vecchi.

«Ciao, vuoi qualcosa?» le chiese Andrea.

«No, vado di fretta. Sto studiando.»

Ci guardava dall’alto. Mi domandavo spesso come ci vedessero gli altri. Forse ci consideravano scomodi.

«Una piccola pausa puoi concedertela, no?» dissi con gli occhi socchiusi per via del sole.

«In effetti potrei… ma sì, dai.» Si sedette.

Distolsi lo sguardo dalla luce, i miei occhi verde chiaro già lacrimavano.

«Allora, che combinate di bello?»

«Niente di che, si parlava del più e del meno. Tu, piuttosto, cosa stai studiando?» domandai.

«Un mattone di psicologia.»

«Quindi se avrò problemi di testa verrò da te.»

«Perché non ne hai già abbastanza?» disse Andrea.

«No, gli amici meglio di no» rispose lei. «Non sarebbe professionale.»

Sorrise, due fossette le solcarono le guance: due fossette che mi facevano impazzire.

Per Marta sentivo che c’era qualcosa, probabilmente più di una simpatia. Eppure, all’epoca, nella mia vita tutto rimaneva maledettamente incompiuto. Avevo una paura folle di spingermi su qualcosa che potesse assumere una forma solida; quello che avevo dentro era troppo liquido.

Poi ci fu silenzio, sguardi sfuggenti.

«Ok, si è fatto tardi, torno al mattone.»

 

La vidi andar via, provai sollievo e rammarico.

«Si può sapere che aspetti?»

«A fare cosa?»

«Hai capito benissimo.» Andrea si era fatto serio. «Guarda che non ti aspetterà per sempre.»

«Aspettare? Fa bene, non deve aspettare nessuno.»

«Contento tu…»

 

Dopo un po’ arrivarono Marco e Danilo. Col passo veloce, si guardavano intorno, nascosti nei loro occhiali da sole neri.

«Per stasera roba buona, ragazzi.» Marco si accese una sigaretta.

«Sì, come quella dello scorso sabato.» Andrea fece per mandarlo a quel paese.

«No no, quest’erba è da serie A, vero?» disse, e guardò fitto Danilo.

«Per quanto l’abbiamo pagata voglio proprio vedere.»

Li osservai: furtivi, come se dovessero scassinare una banca.

Ero l’unico a non fumare, non che non avessi provato in passato, ma non era tra le mie fisse. Probabilmente avevo preso a odiare la puzza di fumo, dentro casa, al ristorante, ovunque.

Poi c’era la parte di me sportiva: amavo correre, mi faceva bene soprattutto alla testa e il fumo non mi avrebbe aiutato.

Rivedo la scena fuori campo: quei tre ragazzi tanto distanti dai loro coetanei più saldi. Molti erano cresciuti in parrocchia, all’oratorio. Non che non l’avessi frequentato, ma in me non avevano mai attecchito certi discorsi. All’epoca la religione era per me un repellente, anche per via della famiglia comunista che avevo alle spalle. Così, la Chiesa, più che un approdo la percepivo come una trappola, qualcosa da tenere bene alla larga, come se Dio, o chiunque ci fosse dietro, fosse affare mio e basta.

Avevo comprato diversi libri sulle religioni, sulle loro origini. Come se fosse una questione di stile: bastava trovare il vestito più adatto e indossarlo. Con il tempo mi resi conto che non era così, non bastava leggere libri per raggiungere una mia spiritualità. Almeno mi ero fatto un’idea su alcuni concetti.

 

Il sabato sera il ristorante era un delirio. Nonostante la meticolosa preparazione, a un certo punto sembrava di perdere il controllo, lottavamo su tre fonti: cucina, sala, pizzeria. Sì, perché non c’erano soltanto i clienti da accontentare, dovevamo sopportare anche la cuoca e il pizzaiolo.

La cuoca era una donna matura di origini venezuelane. I tratti sudamericani, la chioma bionda e una voce rauca che tuonava quando chiamava.

«Tesori, le fettuccine! Venite a prendere le fettuccine, che si freddano!»

«Eccomi, Anita» mi annunciai.

«Non facciamo tutti primi diversi che qui ci blocchiamo, capito?»

«Non posso mica dire alla gente cosa mangiare» obbiettai.

«Un buon cameriere sa indirizzare, amore.»

Era tutto un siparietto, per non parlare di Robert, il pizzaiolo polacco. Di qualche anno più grande di noi, ex buttafuori con un figlio piccolo lasciato nel suo paese insieme alla giovane moglie.

«Puoi farla metà boscaiola e metà formaggi?» chiesi.

«Italiani di merda, oggi mi rompono…» gli sentii dire, esasperato. Poi si scusò per l’improperio, vedendo il mio sconcerto stampato in viso.

Tutto in quel posto era surreale, grottesco, ma mi sentivo bene, era come una seconda famiglia. Quando terminavamo di riordinare, il grande Pasquale ci apriva un bel rosato che accompagnavamo con salumi e formaggi.

Ero esausto, ma sapevo che sarebbe stato provvisorio. E, a quei tempi, io e la provvisorietà andavamo molto d’accordo.

 

Era quasi aprile, in paese si preparavano i banchetti per le comunioni. Dopo la birreria, il sabato soprattutto, capitava di concludere la serata alla vecchia terrazza.

Era sempre vuota, lontana dalle prime case, rivolta verso la vallata. Un posto perfetto dove fumare un po’ d’erba.

«Insomma dove vorresti andare?» chiese Marco mentre finiva di rollare.

«Non ho ancora deciso… Inghilterra o Irlanda credo.»

«Per l’inglese?»

«Non soltanto, anche se una volta imparato bene potrei andare ovunque.»

Mentre parlavamo, seduti con le gambe incrociate, iniziavo a concretizzare le azioni che avevo nella testa. La preparazione dello zaino, l’aereo, la nuova città.

«I tuoi che dicono?» chiese Danilo.

«Ancora nulla, visto che non ci ho parlato. Capiranno, credo.»

«Dici? È una generazione diversa. Vengono dagli anni Sessanta, l’America l’avevano a casa.» Andrea inspirò il fumo.

«Non è solo questo. Probabilmente avevano aspettative diverse, progetti di vita più delineati.» Marco sospirò e scosse la testa.

«Progetti di vita. Forse hai ragione… Oggi sembra tutto così incerto.» Respinsi la canna, preferivo sorseggiare la mia birra fresca.

«Siamo noi incerti e facciamo bene a esserlo. Almeno tentiamo di capirci qualcosa, non seguiamo sentieri prestabiliti.» Andrea si alzò. «Forse dovrei davvero venire con te, chissà.»

«Per quanto tempo pensavi di stare fuori? E con l’università?» Danilo si alzò barcollando.

«L’università è un modo per non fare la naia. Sul tempo non ne ho idea, i soldi da parte mi servono per iniziare, poi troverò un lavoro lì.»

«Sembri davvero convinto.» Adesso anche Marco era in piedi.

«Sì, dopo l’estate faccio i bagagli.» Adesso avevo anche un orizzonte temporale.

 

Tornai a casa elettrizzato, e riversai le mie immaginazioni sul libro. Nabo era lì, pronto a dare voce ai miei pensieri. Stavo cercando un titolo adatto, per la testa avevo Tra sogni e realtà. Non mi convinceva del tutto, però c’era tempo. Volevo chiudere prima della partenza, almeno avrei avuto qualcosa di risolto, capivo che era importante.

L’amore per la letteratura era stato un dono della mia professoressa d’italiano delle superiori. Carla Galati. Avevo un’ammirazione incredibile per quella donna, uno dei miei pochi punti di riferimento. Stravagante, non per scelta, perché era la sua indole. Distratta e bellissima nonostante gli anni si mostrassero sul suo volto. Mi faceva leggere di tutto, molti libri fuori dal programma, e io li divoravo. Narrativa russa, americana, francese, inglese. Classici e moderni, decadenti e romantici non facevo differenza. Era appassionata dei miei temi, mi dava consigli pratici sulla costruzione delle storie, sul ruolo dei protagonisti, sulla circolarità dei racconti, sulla tridimensionalità dei personaggi in generale.

Mi piaceva scrivere, il personaggio di Nabo era uscito lentamente, dopo diversi tentativi andati a vuoto. All’inizio avevo immaginato un Nabo di giorno e un personaggio femminile per la vita parallela, ma poi ho dovuto tirare il freno a mano. Non avevo nessun elemento per poter narrare qualcosa che raccontasse un personaggio femminile. Allora provai con un Nabo catapultato in due epoche diverse, una sovrapposizione di presente e passato. Non mi dispiaceva questo gioco temporale, ma la storia rischiava di intrecciarsi troppo.

Così avevo scritto di due vite su due dimensioni diverse, impossibili da sovrapporsi. Stesso periodo temporale su spazi diversi. Avevo creato due mondi, uno era il nostro e uno tutto mio, un riflesso dove mi divertivo a raccontare quello che avrei voluto, quello che immaginavo, ma anche le mie paure e angosce più intime. Mi piaceva l’idea di avere la possibilità di “radere al suolo” tutto quello  che conoscevo, per ricostruire da capo una dimensione tutta mia, non soltanto da un punto di vita fisico, ma anche e soprattutto emotivo, dove vigevano valori diversi da quelli noti, perlomeno a me. Volevo ribaltare il piattume che ruotava intorno ai sentimenti. Provavo fastidio nel sentire che le mie gelosie, paure, attrazioni e passioni in realtà non fossero tanto diverse da quelle di qualunque altro, soltanto che vivevano in un altro contenitore.

All’epoca la solidarietà che nasceva dall’essere in qualche modo tutti uguali, non mi rassicurava. Tutto il contrario, ero troppo solo ed egoista per accorgermi veramente di qualcun altro. Era come se avessi una lente d’ingrandimento puntata su me stesso. Ciò che era all’esterno mi appariva poco interessante, da non considerare. Cercavo l’originalità, ma poi avevo timore di trovarla per davvero.

 

 

 

 

 

 

TRE

 

 

Qualche sera feriale, capitava di fare il turno in due. Quando ero con Danilo, dopo il pub passavo a vedere i suoi dipinti.

La cantina di sua nonna era al centro del paese, annessa a due palazzi di case popolari dove viveva anche la mia, di nonna materna.

Come due topi percorrevamo il lungo corridoio al buio, non c’era l’illuminazione, non avevamo una torcia e nemmeno potevamo utilizzare allo stesso scopo i cellulari, come si può fare oggi. All’epoca non li avevamo, i primi stavano uscendo ma non erano di certo la nostra priorità.

Doveva dare un paio di botte alla porta per aprirla. Dentro, tra passate di pomodori in vetro e bottiglie di vino, c’erano ammassati i quadri di Danilo. Per terra al centro la tela sulla quale stava lavorando in quel momento.

«Ecco, questa è la Libertà» Indicò dall’alto. Ormai aveva sciolto i lunghi capelli biondi, gli zigomi alti e fieri come il suo sguardo.

«Continua il periodo Pollock» affermai, osservando il dipinto da diverse angolazioni. M’immaginai Danilo e il suo dripping, il trambusto che ne scaturiva. «Come ti vengono i nomi, perché Libertà?»

«Continuo sul filone che ho iniziato: emancipazione, indipendenza… tutto ciò che non è regola voglio che finisca qua sopra. Un ordine diverso delle cose genera il caos, no?»

Mi guardò di traverso senza aspettarsi davvero una risposta. Ero uno dei pochi a cui era permesso accedere all’improbabile laboratorio.

«Hai mai pensato a una mostra?»

«Dove, a Masino? Ah!»

«Perché no, alla chiesa sconsacrata, non è male come posto.»

«Non lo so, l’idea di esporli l’ho avuta, ma non mi convince.»

Era sincero. Conoscevo bene Danilo, era pieno di insicurezze, tutti quei dipinti impolverati ne erano la prova più evidente. In fondo noi quattro eravamo simili, chi più chi meno: l’idea di un pubblico ci metteva ansia. Così le nostre espressioni d’arte rimanevano confinate, dove noi restavamo i lati di un quadrato impermeabile dall’esterno.

«Il tuo romanzo, invece, sei quasi alla fine?»

«Diciamo di sì, anche se ho ancora dubbi. Due mondi paralleli, due dimensioni diverse…  La morte in uno implica la morte nell’altro? Oppure no? Sto facendo dei ragionamenti del genere.»

«Su due piedi ti direi per forza, ma in effetti non è così scontato. Hai pensato al dopo? Credi di provare a pubblicarlo?»

Adesso eravamo a parti invertite, però le aspettative erano di nuovo su un piano orizzontale.

«Non lo so, forse finirà con tutti i fogli nella mia camera.»

«Sarebbe un peccato.»

«Be’, è un peccato vedere anche questi quadri ammucchiati.»

Ridemmo.

 

«Perché non andiamo in Grecia quest’anno? Dopo Ferragosto, quando chiude il ristorante, un paio di settimane.» Danilo lo disse mentre stava richiudendo la cantina.

«Non lo so, ho bisogno di soldi se devo trasferirmi.»

«E che spendiamo? Andiamo in qualche campeggio.»

«Non è male come idea. Ne hai parlato con Marco e Andrea?»

«Ancora no, mi è balenata solo ora questa cosa per la testa. Mi viene di farla questa vacanza. Abbiamo vent’anni e tu parli di andare via, forse si sta per chiudere un’epoca»

Aveva ragione. La nostra amicizia era cresciuta con noi. Il ristorante l’aveva consolidata. Iniziavamo però a premere sul nostro domani, quel micro-mondo stava per giungere alla fine.

«Lo credo anch’io. Non hai pensato anche tu di venire via dall’Italia?»

«Certo che ci ho pensato. Lo sai come sono fatto, magari parto con te all’ultimo minuto. Adesso però non riesco a focalizzare la cosa, renderla reale.»

«Forse sono decisioni che vanno prese d’istinto, come i colori sui tuoi quadri.»

Ci salutammo. Era una serata fresca, avevo freddo nel mio maglioncino di filo verde. Mentre tornavo a casa, osservai il paesaggio, statico. Ebbi la sensazione di vivere in qualcosa che faceva parte del mio passato.

 

Scelsi una sera come tante per parlare con i miei, probabilmente un lunedì, visto che il ristorante era chiuso. Cenavamo alle otto, in cucina con il telegiornale come sottofondo. Mio padre operaio, mia madre operaia.

Non ero mai andato male a scuola, i miei si domandavano spesso da chi avessi preso quella vocazione per lo studio. L’università poi restava un motivo di orgoglio, anche se vista sempre con un po’ di diffidenza. In fondo, le lotte di classe erano contro quelli che avevano studiato. Ma ormai eravamo negli anni Novanta, sulla coda degli anni di piombo, con una classe operaia che, tutto sommato, era andata in paradiso. Percepivo una lontananza dall’attivismo politico nella mia generazione, la politica in noi non aveva attecchito. Neofascisti, comunisti, anarchici, in paese c’era un po’ di tutto. Ormai però non era questione di rischiare la pelle, sembrava più uno scimmiottare comportamenti del passato, con la certezza di avere comunque un buon piatto di minestra, abbondante e caldo a tavola e magari, perché no, un bel posto fisso. Prima c’erano stati gli anni Ottanta che, per concezione, stridevano come una frenata improvvisa sull’asfalto con le convinzioni socialiste dell’Italia del dopo guerra. Mio padre a tavola leggeva l’Unità.

«Quest’anno dopo la chiusura del ristorante pensavo di fare un’esperienza all’estero» Tirai la cosa così, avevo preparato una sorta di discorso, esperienza mi sembrava la parola adatta, sapeva di non definitivo, e credevo potesse essere digerita meglio.

«Che cosa vuol dire, Nino?»

«Vuol dire che voglio andare un po’ via dall’Italia, imparare bene l’inglese, vedere che cosa c’è oltre queste colline.»

«Carlo, hai sentito? Lascia perdere quel giornale!»

Mio padre aveva sentito, piegò il giornale e lo posò di lato. «Cosa, Giovanna? Cosa?»

«Tuo figlio vuole andare via dall’Italia, dopo l’estate.»

Mi sentivo come una pallina da tennis.

«È maggiorenne, perché no?»

«Che vuol dire è maggiorenne? Ha vent’anni, ma cosa dici?!»

«Dico che noi poco più grandi di lui eravamo già sposati.»

«È un’altra cosa» rispose a mio padre. Poi si rivolse a me: «Dove pensi di andare, così senza conoscere nessuno, come pensi di vivere?! Con l’aria, sotto un ponte?»

Adesso mia madre m’incalzava; ricordo il caldo, la sensazione di fastidio che iniziò a salirmi per il corpo fino a bruciarmi il viso.

«Quale ponte?! Non sono così sprovveduto. Ho da parte una discreta somma, mi serve per ambientarmi, poi troverò un lavoro, qualcosa.»

«E con l’università? Sei così bravo con i libri, è un peccato lasciare tutto così…»

«Posso sempre tornare per gli esami» abbozzai.

Ora lei scosse la testa con le mani poggiate sopra, sconcertata.

«E lascialo stare che non gli farà male.»

Non nascondo che mio padre mi sorprese. Anche se in fondo non avevamo mai avuto un grande rapporto, non avevo ricordi di cose fatte insieme. Aveva le sue abitudini, il lavoro, poi il bar con gli amici. Quella complicità finì per procurarmi lo stesso fastidio che mi era salito con mia madre, provai a bilanciare.

«Senti, mamma, lo so che mi dici queste cose a fin di bene, ma è la mia vita. Ho bisogno di fare questa cosa.» Le presi la mano.

In realtà non c’era in lei soltanto la paura di perdermi, mi conosceva fin troppo bene. La mia inquietudine, la mia voglia di indipendenza. Probabilmente alla base c’erano anche le cose irrisolte tra i miei, che inevitabilmente sarebbero tornate a galla con più prepotenza. Il ritrovarsi nella dimensione solo loro due avrebbe richiesto nuove energie e nuovi equilibri da cercare.

«Che cos’è che non va qui? Pensi che da un’altra parte sia diverso?» Adesso il tono di voce era più basso, rassegnato. Mio padre aveva ripreso il giornale dal tavolo.

«Non è questione di cosa non va qui, lo sai anche tu» conclusi.

Fu come se, attraverso un tunnel buio, vedessi un bagliore illuminare la nostra cucina. Mia madre intuì benissimo che quell’esperienza, come la chiamavo io, avrebbe finito per impattare violentemente sulla mia vita, segnando un punto di non ritorno. Indubbiamente più di me, che ero avvolto da quella sorta di incoscienza figlia dell’età che mi avrebbe accompagnato durante il viaggio.

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