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WLM Edizioni: romanzi storici, gialli, cucina
Narrativa: libri ed ebook

LE VERITA DEGLI INCUBI

17,00

Romanzo distopico, romanzo giallo

2030, a Roma l'avvocato Ian Martina viene coinvolto nella sperimentazione di una macchina cattura sogni. Morti misteriose, attentati e segreti militari intersecano l'ingarbugliata vicenda. Storie d'amore o di sesso nascondono verità.

 

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Romanzo distopico, romanzo giallo

Ian Martina è un avvocato friulano trapiantato a Roma. Brillante ma apatico, misantropo e tendenzialmente pigro, svolge il suo lavoro senza entusiasmo, avendo da tempo abbandonato il suo sogno: aprire un'agenzia investigativa. Un giorno, recatosi per riparare un computer da Matteo Sermonti, geniale amico conosciuto ai tempi dell'università, viene coinvolto nella folle idea di costruire una macchina in grado di registrare i sogni, diventando il primo a testarla. A marchingegno ormai completato, l'inventore muore in circostanze ambigue e l'avvocato friulano si ritrova coinvolto in un vortice di misteri e violenza. Braccato da inquietanti personaggi, tutti recanti uno strano simbolo sopra l'occhio sinistro, e perseguitato da incubi ricorrenti, sarà costretto a una corsa contro il tempo per scoprire cosa c'è dietro al progetto della macchina chiamata Atena. Aiutato dall'eccentrico Moses Macchiavelli, ex socio dell'amico defunto, Ian dovrà svelare Le verità degli incubi, per non venirne travolto.

«Ian, ti presento Atena, la macchina cattura sogni!»

Additional Information

Prezzo di copertina

€ 17,00

In copertina

La strada e l'incubo, opera grafica di Davide Borgobello

Pagine

218

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo distopico, romanzo giallo

Ambientazione

Roma, Umbria, Friuli

Brand

Davide Borgobello

Davide Borgobello

Davide Borgobello è nato nel 1989 a Gemona del Friuli in provincia di Udine. Inizia a scrivere racconti all’età di sedici anni e pubblica la sua prima raccolta nel 2008.
Diplomatosi a Roma in Sceneggiatura cinematografica si occupa di scrittura, regia e produzione, assumendo nel 2022 il ruolo di direttore artistico dell’Ortona Film Festival e co-direttore artistico del Cinema Teatro Zambra di Ortona (Chieti) con la compagnia Unaltroteatro.
Autore di diversi racconti con cui vince svariati riconoscimenti in ambito nazionale, Le verità degli incubi è il suo primo romanzo, già finalista al Giallo Festival di Bologna e pubblicato a seguito della vittoria del premio Narrativa Indipendente.

Anteprima

CRONACHE DI QUARTIERE

 

Maggio 2030

 

Ian si guardò ancora un attimo indietro, prima di ricominciare a correre.

L’essere che lo inseguiva sembrava ormai lontano, eppure lui sentiva la sua presenza minacciosa estremamente vicina.

Il fiato cominciava a mancargli, il suono del suo respiro e quello delle scarpe che correvano sull’asfalto scandivano il ritmo della fuga.

Scoppiò un temporale e l’acqua iniziò a scivolare sui capelli e sui vestiti, mischiandosi al sudore e alla polvere che si alzava durante la corsa.

Il vicolo sembrava restringersi intorno a lui, i muri delle case crollargli addosso.

D’improvviso un lampione si spense, e un attimo dopo un altro, e un altro ancora finché, avvolto dal buio, dovette fermarsi.

Paralizzato, mantenendo un’immobilità quasi irreale, tentò persino di trattenere il fiato per non fare rumore. Dei passi si avvicinavano, lenti ma inesorabili, regolari nella loro cadenza come il ticchettio di un metronomo.

Ian frugò nelle tasche, alla disperata ricerca di qualcosa che potesse fare un po’ di luce mentre quei passi pesanti, troppo pesanti, schioccavano sul terreno bagnato quasi all’unisono con i tuoni del temporale.

Come cessarono, l’uomo sentì il respiro di quell’essere sul collo, un respiro freddo, denso e profondo.

Freneticamente riprese a rovistare nelle tasche, finché riuscì a trovare una scatola di fiammiferi e ne accese uno, voltandosi rapido.

Il terrore si disegnò sul suo volto quando vide ciò che gli stava di fronte…

Programma standard terminato

Ian era ormai sveglio. Sbuffò, fissando corrucciato per un attimo l’interno del cilindro in plastica nel quale si trovava.

«Atena, apri vano superiore!» esclamò in tono autoritario e nervoso.

«Vano superiore aperto, riconfigurazione del sistema in corso…»

Il pannello sopra di lui scivolò obliquamente, aprendosi, e l’uomo uscì da quella che assomigliava in tutto e per tutto a un’apparecchiatura per la risonanza magnetica. All’interno un materasso e un cuscino, piuttosto logori, avevano l’aspetto di un giaciglio per cani.

 

«Ok, Atena, adesso vai a cagare!»

«Comando non riconosciuto…» rispose la voce meccanica dell’apparecchio.

«Va in mone, stupid cjosul!»*

«Comando non riconosciuto…»

Ian continuò a inveire ancora un paio di volte contro la macchina, in friulano, lingua madre da lui utilizzata soprattutto nei momenti di rabbia.

Si trovava in uno stanzone buio, illuminato solo da una piccola lampada al neon che penzolava dal soffitto.

Ian si sedette alla scrivania di fronte al computer e aprì il file del video appena registrato.

Si soffermò sul momento in cui accendeva il fiammifero; subito dopo il video terminava.

Provò a fermare le immagini più e più volte e rimase a lavorare sopra quel file quasi tutta la mattinata, ma non ottenne ciò che desiderava: il volto della creatura che lo inseguiva.

Quando alla fine desistette e osservò l’orologio a parete sopra di lui, erano le 11:30.

Spense il computer e si alzò dalla sedia. Uscì dalla stanza, che si trovava nello scantinato comune di un condominio, chiuse la pesante porta in ferro, imboccò uno stretto corridoio e salì in un ascensore che lo portò al settimo piano.

Entrò in appartamento e, giunto in cucina, sollevò la moka, per poi scuoterla, nella vana ricerca di un goccio di caffè avanzato.

Aprì spazientito il frigo, ma anch’esso sembrava la rappresentazione culinaria del deserto del Gobi.

“Prima o poi farò una spesa seria nella mia vita!” pensò fra sé mentre già usciva per recarsi al suo bar abituale.

Percorse rapidamente le fatiscenti vie del quartiere Quadraro, alla periferia sud-est di Roma.

Notò un paio di persone che gli sembrava di conoscere uscire dal condominio accanto al suo, ma non si fermò a salutarle. Un po’ perché tendenzialmente misantropo, un po’ perché aveva troppa fame per intrattenersi in insulsi convenevoli.

Entrò nel solito bar e chiese un caffè corretto con la grappa, due brioche e qualche pasticcino.

«E portami anche qualcuno dei tuoi biscotti alla marijuana, Lollo!»

«Come se tu non fossi già abbastanza rincoglionito di tuo!» commentò il barista.

 

*Vai al diavolo, stupido aggeggio!

 

«Portami almeno il giornale!»

«Pijatelo da solo và. Sta là!»

Ian sbuffò, prese il giornale del quartiere dal bancone e si sedette fuori, quindi accese una sigaretta e iniziò a leggere.

Scorse di fretta la cronaca e si soffermò un po’ sugli articoli sportivi, con scarso interesse. Quando arrivò la sua ordinazione stava dando una rapida letta alle ultime pagine.

Prese in mano la tazzina del caffè, ma d’improvviso gli cadde a terra, frantumandosi in mille pezzi.

«T’ho detto che stai rincoglionito, no?» osservò sereno il barista, andando a raccogliere i cocci, ma Ian non sembrò nemmeno sentirlo.

I suoi occhi, quasi vitrei, fissavano il giornale. Era impallidito vistosamente, pareva voler dire qualcosa, ma le labbra si muovevano senza emettere alcun suono. Lo sguardo era posato su un trafiletto, sul quale c’era scritto: Matteo Sermonti, giovane imprenditore della zona, è morto venerdì sera all’età di 36 anni per arresto cardiaco. Ne piangono la morte i parenti e la moglie Susanna.

«Che te succede, furlano?» domandò Lollo, accorgendosi che qualcosa davvero non andava.

Ian deglutì e riuscì a sussurrare solo qualcosa con un filo di voce.

«Matt è morto…»

 

 

 

NUOVE FRONTIERE

 

Gennaio 2030

 

Ian sedeva come al solito in cucina con il portatile aperto sul tavolo sommerso di fogli, alcuni macchiati di caffè.

Scriveva e cancellava subito dopo quello che aveva appena scritto, freneticamente, come per paura che qualcuno potesse leggerlo e deriderlo.

Voleva a tutti i costi partorire qualcosa di decente: un racconto, un romanzo breve, un insieme di frasi, qualunque cosa.

Era solito dilettarsi con passatempi stravaganti, che cambiava di sovente e che portava avanti con alterne fortune.

Da poco aveva rispolverato il vecchio hobby della scrittura, abbandonato in concomitanza con la laurea.

Gli era balzata in testa l’idea malsana di cimentarsi di nuovo e con rinnovata testardaggine in quella che, già all’epoca dell’università, era palese non fosse la sua strada.

La sua reale occupazione, invece, era quella di avvocato. Era piuttosto bravo, pur trattandosi di un avvocato d’ufficio che molti, fra gli addetti ai lavori, consideravano poco più che un impiegato.

Aveva scelto di inserirsi nella lista dei difensori d’ufficio del tribunale perché era appunto troppo pigro per procacciarsi i clienti da solo, troppo misantropo per associarsi a uno studio, troppo squattrinato per aprirne uno da solo.

Il suo intuito e uno spiccato talento per l’investigazione, tuttavia, lo aiutavano a fronteggiare spesso cause apparentemente perse in partenza e rifiutate da avvocati più blasonati, rendendolo di fatto un nome con una reputazione non del tutto trascurabile.

In quel momento il portatile si bloccò e apparve una schermata di errore, impedendogli di salvare il lavoro fin lì svolto.

«Cumò lu disfi!»* esclamò con rabbia. Chiuse con violenza lo schermo e quindi infilò il computer nella borsa a tracolla, spazientito.

Non era la prima volta che un disguido del genere accadeva e decretò fosse giunto il momento di portarlo a riparare.

 

* Adesso lo distruggo

 

A una fermata di métro da casa sua, un amico aveva aperto un negozio di informatica.

Era stato proprio l’avvocato a trovargli il locale adatto e a buon prezzo, essendo in ottimi rapporti con un agente immobiliare che lavorava nella zona.

Ian indossò la giacca, raccolse la borsa con il portatile e uscì.

Salutò cordialmente, passandoci accanto, l’uomo di etnia cingalese che gestiva il negozio di frutta e verdura sotto casa sua, uno dei tanti personaggi particolari con cui intratteneva rapporti di amicizia. Vide poi due coatti, ragazzo e ragazza, che litigavano dall’altra parte della strada e quasi arrivavano a spintonarsi; nulla di nuovo da quanto era abituato a vivere nel quartiere e non pensò nemmeno di intromettersi.

Osservò distrattamente i maestosi e fatiscenti palazzoni che intasavano il cielo, adornati da piccoli e insulsi balconi, utili a malapena per appoggiarci sopra un economico vaso di gerani.

Il Quadraro, dopo undici anni, era diventato in qualche modo la sua seconda casa, per quanto così diverso dalla campagna friulana in cui era cresciuto, e di sicuro, durante i lockdown ai tempi della pandemia, aveva rimpianto di non trovarsi ancora là a vagare serenamente per i campi, invece di restare chiuso in quattro mura strette.

Il quartiere era affollato, non era bello, non era ben frequentato, ma, tutto sommato, era adatto a una persona come lui.

Dopo una mezz’ora, districandosi fra ritardi della metropolitana e strade più o meno sporche e intasate di traffico pedonale, arrivò al negozio del suo amico; visto da fuori sembrava piuttosto grande, con due ampie vetrine in cui erano messi in mostra alcuni portatili e vari accessori come hard disk, monitor e impianti audio.

Entrò e notò Matt, impegnato a mostrare un computer a un cliente, che sembrava tuttavia non troppo propenso all’acquisto; egli continuava infatti a porre domande sulle prestazioni hardware o sulle capacità della RAM, solo per dare l’apparenza di una persona istruita in materia, benché fosse palese che non se ne intendesse affatto.

Matt, dopo un po’, notò Ian e lo salutò con un cenno della mano, ma passò ancora qualche minuto prima che il cliente si decidesse a liberarlo dalla trattativa.

«Quindi sei vivo!» esclamò il titolare del negozio, ironico, avvicinandosi al friulano, e questi si strinse nelle spalle.

«Non ho una gran vita sociale.»

«Sei rimasto in quarantena dal tempo del Covid?»

«Ero in isolamento volontario anche prima.»

«In isolamento anche telefonico? Ti avrò chiamato venti volte»

Era vero. Matt lo aveva invitato innumerevoli volte al negozio o a casa sua, ma Ian aveva sempre rimandato e non gli aveva risposto al cellulare.

«Come va il negozio?» domandò l’avvocato bypassando volutamente il discorso.

«Non mi lamento» rispose in modo vago Matt, ma Ian, guardandolo negli occhi, capì che stava mentendo.

Si conoscevano da tanto, da quando entrambi si erano trasferiti, uno dal Friuli e l’altro dall’Umbria, nella Città eterna per frequentare l’università. Le loro carriere scolastiche erano state decisamente differenti: Matt, studente modello, aveva conseguito due lauree, una in ingegneria, l’altra in matematica, con il massimo dei voti. Ian, al contrario, era stato bocciato due volte alle superiori e aveva perso due anni di finta università in quel di Udine. Bevendo dalla mattina alla sera con amici dalla dubbia moralità e falsificando i libretti degli esami, aveva portato all’esasperazione i genitori ed era stato spedito da uno zio di Roma, nell’estremo tentativo di fargli conseguire la laurea e alla fine, non senza fatica e a trent’anni suonati, aveva ottenuto l’agognato pezzo di carta.

Nonostante i diversi approcci alla vita, coltivavano un’amicizia molto schietta, cosicché mentirsi fra loro facendola franca era davvero difficile.

Ian decise tuttavia che, per il momento, non avrebbe indagato oltre sulla bugia dell’amico, o perlomeno non di fronte a qualcun altro.

Dietro al bancone della cassa un ragazzo con i capelli rossi e l’aria furba trafficava su di un circuito elettronico. Era piuttosto basso, il volto squadrato con dei grandi occhi azzurri e indossava un buffo maglione con le renne.

Matt notò lo sguardo perplesso di Ian puntato sul suo collega e glielo presentò.

«Questo è Moses Machiavelli, il mio dipendente!»

Moses tese la mano verso Ian, che raccolse la stretta.

«Sì, Moses è il mio vero nome. Sì, Machiavelli è il mio vero cognome e no, non sono imparentato con Niccolò!» sviscerò questi in breve, per poi tornare a lavorare sul circuito.

Ian, interdetto, volse lo sguardo a Matt, che sorrise e uscì da dietro il bancone.

«Dai, andiamo a bere un caffè. Moses, guarda tu il negozio per un po’!»

Il ragazzo dai capelli rossi e i modi bizzarri si limitò ad alzare il pollice senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro, quindi i due vecchi amici uscirono e si recarono al bar.

 

«È normale?» chiese Ian perplesso durante il tragitto, riferendosi allo strano modo di fare del ragazzo.

«Credo di sì, più o meno.»

Giunsero al bar in poco tempo e Matt fece per entrare.

«Sediamoci fuori!» sentenziò Ian, prendendo già posto.

«Ma siamo a gennaio!»

«Non fa così freddo…»

«Saranno 5 gradi!»

«Devo fumare!»

Matt sbuffò e si sedette all’esterno di fronte all’avvocato, consapevole che c’era poco da fare quando questi si impuntava su qualcosa.

Ordinarono entrambi un caffè, Matt lungo e Ian corretto con la grappa.

«Non ti ho mai visto prendere un caffè senza dell’alcol dentro.»

«Se non è corretto vuol dire che è sbagliato» rispose impassibile il friulano che, nel mentre, si accese una sigaretta. Nell’espirare formò degli anelli col fumo.

«Comunque non mi fido dei rossi…» aggiunse poi.

«Sei razzista?»

«Razzista, colorista, non so come si possa dire…»

«Si dice luoghi comuni! Come ad esempio ‘tutte le bionde sono stupide!’»

«E neanche le more sono così sveglie…» concluse caustico il friulano, spaccando la cenere, nel momento in cui il cameriere con i loro caffè giungeva al tavolo.

«Susanna come sta, a proposito?»

«Bene, si sta preparando a dare l’ultimo esame, poi c’è la tesi.»

«A 35 anni era anche ora!»

«Hai una parola buona per tutti, eh?!»

«Almeno non è bionda…»

«Allora, perché sei passato in negozio? Non solo per fare commenti razzisti e sessisti, spero…»

L’altro mugugnò qualcosa di incomprensibile, poi posò la sigaretta che aveva in bocca per scandire meglio le parole.

«Avrei il computer da riparare…» dichiarò quindi, estraendo dalla borsa il suo vecchio portatile e appoggiandolo sul tavolo.

«Ancora lui?!»

«Ci sono affezionato.»

«Dovresti porre fine alle sue sofferenze!»

Il friulano riprese in bocca la sigaretta e non disse nulla, mentre l’amico iniziava a trafficare col desueto marchingegno.

«Allora? Qual è la diagnosi?»

«Una sola? Avrà cento virus differenti! O me lo lasci per qualche tempo, oppure lo lanci nel primo bidone e ne compri uno nuovo!»

«Vedi che puoi fare…» concluse l’avvocato, e i due finirono di bere il caffè senza dire altro per alcuni minuti.

Ian, in realtà, desiderava approfondire le problematiche economiche del negozio che aveva carpito precedentemente, ma non sapeva da che parte iniziare ad affrontare il discorso.

«Il negozio non va molto bene…»

Fu Matt a parlare, togliendosi gli occhiali per pulirli e spiazzando Ian, che si sentì quasi letto nel pensiero.

«Non te l’ho detto prima per non allarmare Moses, ma siamo partiti piuttosto male.»

«Quindi che vuoi fare?»

«Qualcosa mi verrà in mente. Per il momento il negozio non è la mia preoccupazione principale, ho un altro progetto in ballo…»

Ian si irrigidì. Quando Matt estraeva dal cilindro nuove idee, per lui erano sempre stati guai.

«Che progetto?»

«Non posso parlartene ancora!»

«Perché?»

«È una questione delicata.»

«Cioè?»

«Cioè niente! Non voglio immischiarti in questa faccenda, perlomeno non adesso.»

«E allora perché ne parli?!»

«Perché, conoscendoti, chissà quando ti rivedo! Magari, mettendoti la pulce nell’orecchio, poi mi rispondi al telefono…»

Il friulano, corrucciato, fissò nuovamente l’amico, accorgendosi solo ora delle due profonde occhiaie nere che solcavano lo spazio intorno alle sue orbite.

«Da quanto non dormi?»

«Dormo un paio d’ore al giorno…» rispose Matt sbadigliando, come se si fosse ricordato solo in quel momento di avere sonno, «ma ne vale la pena.»

«…come l’ultima volta.»

«Ora è diverso.»

«…come l’ultima volta.»

«Smettila! …Quello che sto per fare entrerà nella storia, aprirò nuove frontiere per l’umanità!»

Ian guardò l’amico perplesso e questi placò di colpo il suo entusiasmo e la sua verve, rendendosi conto di aver già parlato troppo.

«Vabbè, fai come ti pare!» decretò il friulano alzandosi dal tavolo e i due, dopo aver pagato, tornarono sui loro passi per rientrare al negozio.

 

Quando giunsero davanti all’ingresso, dalla vetrina notarono Moses che mostrava alcuni modelli di hard disk nuovi a un signore di mezza età calvo, il quale li osservava da dietro un paio di occhiali spessi. Dall’espressione dell’individuo si poteva dedurre che gli sembrassero tutti uguali.

Entrarono giusto in tempo per sentire il potenziale cliente asserire in tono poco convinto «Ci penserò», e vederlo uscire dalla porta del negozio.

«Come va?» chiese Matt appena entrato, mentre il suo dipendente tentava di infilare con difficoltà un hard disk nella scatola.

«Quello che hai visto uscire è stato l’unico, fastidioso, cliente…»

Matt, senza dire nulla, andò dietro al banco e aiutò Moses nell’operazione di riordino rivelatasi inaspettatamente complicata, sotto lo sguardo poco interessato di Ian.

«Ok, vi lascio ai vostri trabiccoli» asserì quest’ultimo avviandosi verso la porta.

«Ti chiamerò presto per quello di cui abbiamo parlato!» dichiarò Matt, volgendogli una fugace occhiata.

«Tu pensa a riparare il computer» ribadì l’avvocato senza voltarsi, uscendo dal negozio con le mani nelle tasche.

«Aprirò nuove frontiere per l’umanità!»

 

Ian, tornando verso casa, ripensò alle parole dell’amico, chiedendosi cosa stesse macchinando.

Per il momento, d’altronde, preferiva non saperlo. Voleva solo cercare qualcosa da bere avanzato, nascosto magari in fondo al frigo, sedersi in poltrona e guardare immondizia alla TV.

Era a metà strada fra il negozio e la fermata della métro, quando notò il signore calvo di mezza età che aveva fatto impazzire Moses con gli hard disk. Telefonava fermo al centro del marciapiede, aveva dei modi concitati e un aspetto inquietante, ora che lo osservava meglio.

Notò anche una strana cicatrice a forma di elle sopra l’occhio sinistro, di questi e rimase a fissare come inebetito quell’inconsueto dettaglio per un po’, senza saper nemmeno bene perché, poi distolse lo sguardo e riprese a camminare.

La poltrona e il programma Camionisti in trattoria lo aspettavano!

 

 

 

LA CHIAMATA, LA RAGAZZA E IL CASO

 

Febbraio 2030

 

Ian era in cucina penna alla mano e sigaretta in bocca.

Anche senza computer non aveva rinunciato alla scrittura, anzi forse vi si era dedicato ancora di più, raggiungendo però gli stessi insulsi risultati.

Lesse ciò che aveva appena scarabocchiato, poi accartocciò il foglio e lo lanciò in un punto non ben definito della stanza.

Si lasciò scivolare sulla sedia e portò le mani dietro la nuca. Aveva dormito poco quella notte ed era quasi ora di andare al lavoro.

Si alzò stancamente e si recò in camera da letto. Aprì l’armadio guardaroba e tirò fuori un po’ a casaccio della biancheria pulita, un maglioncino leggero marrone e un paio di jeans; un abbigliamento che ai più sarebbe potuto non sembrare consono né alla stagione né a un avvocato.

Lanciò il tutto sul letto e andò in bagno per farsi una doccia. Si stava ancora insaponando, quando sentì la suoneria in lontananza, rendendosi così conto di aver lasciato il cellulare in cucina.

Di norma avrebbe ignorato gli squilli insistenti, ma aspettava un’importante sentenza dal tribunale, cosicché, imprecando ad alta voce più volte, zampettò con i piedi ancora bagnati fino al suo telefono.

«Ci sono riuscito!»

La voce squillante di Matt per poco non gli fece saltare un timpano. Allontanò l’altoparlante dall’orecchio.

«Ma che cazzo, abbassa la voce!»

«Ho finito!»

«Era ora! Quando vengo a prenderlo?»

«Che cosa?»

«Il computer, no?»

«Il computer?» ripeté stralunato l’altro, che sembrava non ricordarsene neppure. «Parlo del mio progetto, quello di cui abbiamo discusso al bar!»

Ian se n’era del tutto scordato. Era passato un mese ed era stato troppo impegnato nel lavoro, nella scrittura e nel bere perché la questione fosse stata di suo interesse.

«Dobbiamo assolutamente vederci. Ti va bene questo pomeriggio nella mia casa in Umbria?» domandò in tono ansioso Matt.

«In Umbria?!»

«Vieni o no?»

«Ma perché in Umbria e non qui a Roma?»

«Ho lasciato l’appartamento a Roma e sono tornato là.»

«Perché? E chi segue il negozio?!»

«Lo segue Moses… Senti, vieni e vedrai!»

«Ho una settimana di merda… Facciamo giovedì prossimo?»

«Giovedì prossimo! Alle 20.00 puntuale da me.»

Matt riagganciò, senza nemmeno lasciare a Ian il tempo di ribattere. Questi tornò in bagno alquanto perplesso e vagamente turbato. Ripensandoci, ora si sentiva un po’ in colpa per aver trascurato il suo amico in quel periodo, ma, contemporaneamente, aveva paura che, qualunque guaio potesse aver combinato, fosse ormai irreparabile. Ormai poteva fare ben poco, se non aspettare giovedì, per capirci qualcosa.

Tornò in doccia e finì di lavarsi, fischiettando un pezzo di John Lee Hooker cosicché l’acqua fece scivolare via il pensiero di Matt dalla testa insieme allo shampoo.

 

Una settimana passò in fretta, fra casi di poco conto e scartoffie del tribunale.

Arrivò così il fatidico giorno dell’appuntamento con Matt.

Dopo essersi lavato Ian si vestì rapidamente e si diede una fugace controllata allo specchio. Sistemò alla buona i folti capelli neri, che non riusciva mai a far stare in ordine, quindi uscì di casa per recarsi in ufficio.

Durante il tragitto dal condominio alla macchina si ritrovò a meditare sull’incontro che lo attendeva quella sera.

Quale progetto, probabilmente inutile, poteva aver occupato il tempo del suo amico?

Cinque anni prima Matt aveva provato a brevettare quella che doveva essere l’intelligenza artificiale definitiva da applicarsi alle macchine a controllo numerico, e il risultato era stato 30.000 € di debiti oltre un lungo periodo depressivo-autolesionista.

Ian era riuscito a salvarlo, ora però non aveva più le possibilità economiche di un tempo e non voleva sopportare l’ennesima crisi esistenziale dell’amico.

Immerso nei suoi pensieri, salì sulla sua vecchia Renault Laguna color imbarazzo, come lo definiva lui, una sorta di grigio chiaro a metà fra quello di un topo e quello di una giornata-tipo in Val Padana.

Era l’auto che gli aveva regalato suo padre quindici anni prima, quella che aveva dismesso acquistandone una nuova, unico dono utile del vecchio. Riusciva ancora a fare il suo onesto mestiere, con qualche manutenzione qua e là.

Mise in moto e partì. Aveva percorso neanche cento metri che iniziò a cimentarsi in una serie di imprecazioni articolate, bloccato nel traffico nevrotico di Roma.

Di solito si muoveva in métro, per centellinare l’uso del suo vecchio macinino, per non consumare benzina e per evitare quell’incubo a forma di strada che era la Tuscolana. Quando tuttavia era costretto a spostarsi in auto, scopriva di conoscere molte più bestemmie di quanto pensasse.

Accese l’autoradio per passare il tempo e distrarsi; cambiò diverse stazioni finché non trovò un giornale radio.

«Una donna è stata pugnalata questa mattina nella periferia di Palermo. Si sospetta che l’ex marito, in preda a un raptus, dovuto alla gelosia per il nuovo compagno della donna…»

Gli venne in mente un commento alquanto razzista sui terroni e le loro abitudini, ma cercò di reprimerlo sul nascere.

Aveva percorso solo un paio di chilometri in un’ora e il traffico non intendeva minimamente sbloccarsi. Sbuffò e accese una sigaretta.

«…le borse oggi hanno registrato un forte calo. Milano ha subito una flessione di quattro punti percentuali…»

«Parcè no statu a cjase? Moniga!»* urlò Ian in friulano stretto dal finestrino a un vecchio dentro la sua utilitaria che avanzava a passo d’uomo.

Quando fu prossimo all’ufficio, decise di parcheggiare nel primo posto disponibile e percorrere la parte conclusiva del tragitto a piedi.

«Ieri notte è stato trafugato un oggetto da un importante centro ricerche del Paese…»

Ian, che stava imboccando un posteggio in retromarcia, alzò il volume poiché la notizia gli parve interessante.

«Le autorità non hanno ancora rilasciato dichiarazioni sull’entità del problema. I sospetti si sarebbero concentrati su Paolo Carlino, ex dipendente licenziato qualche settimana fa, tuttora irreperibile e ricercato dalla polizia…»

 

* Perché non stai a casa? Demente!

 

“Ma sono scemi?! Come hanno fatto a non togliergli subito i codici d’accesso?” pensò Ian, che detestava oltremodo, quando le ascoltava, notizie che la sua intelligenza catalogava come non plausibili.

«…possiamo rasserenarvi sul fatto che ciò che è stato trafugato non possa arrecare danno alla salute pubblica…» commentava ora un intervistato, la cui voce a Ian parve stranamente familiare.

“…’sta menata della salute pubblica non la mollano dai tempi del Covid” meditò il friulano proseguendo l’ascolto.

«…sono assolutamente certo che le autorità compiranno ogni sforzo possibile per recuperarlo, ma in ogni caso vi posso assicurare, nell’interesse di tutti, che potete dormire sonni tranquilli!»

Il tono di voce con cui venne pronunciata quell’ultima osservazione, parve a Ian avere una strana sfumatura, quasi divertita. Non riuscì in ogni caso a ricordare chi fosse l’individuo in questione e il giornalista non ne specificò il nome. Concluse che doveva trattarsi di uno scienziato abbastanza famoso, probabilmente apparso in qualche programma TV di divulgazione scientifica.

«E ora il meteo…»

Ian spense l’autoradio e uscì dalla macchina recandosi nel suo ufficio; era collocato al quinto piano di una palazzina in zona Appia Antica, composto da una sola stanza abbastanza grande, arredata senza particolare gusto, disordinata e dai toni un po’ retrò.

La giornata lavorativa passò in fretta, fra carte da compilare e un paio di casi nuovi da analizzare in fase preliminare.

Doveva difendere un uomo che in una rissa aveva spaccato il naso a un altro, e un impiegato che aveva preso a sprangate la macchina di un suo collega.

Ian era un penalista, ma tali casi sperava di passarli poi a un altro avvocato, poiché, a parer suo, erano di scarso interesse.

Durante la pausa pranzo mangiò in un fast-food e riprese a lavorare dopo una mezz’ora.

Verso le 17.00 l’agenda del telefono gli ricordò di un appuntamento con una potenziale cliente, quindi mise via tutte le sue carte in borsa e uscì.

 

Una donna dalla voce sensuale lo aveva chiamato qualche giorno prima, affermando di aver bisogno di un avvocato.

Il luogo in cui si erano dati appuntamento era uno storico bar di quella zona di Roma, poco lontano dall’ufficio. Camminò per poco più di un quarto d’ora.

Entrando notò subito una donna, seduta a un tavolo accanto alla parete.

Aveva dei lunghi capelli castani che le ricadevano sulle spalle, coprendo in parte una maglietta nera legata posteriormente a incrocio, che lasciava così la schiena parzialmente nuda. Quando le fu di fronte, notò gli splendidi occhi verdi e le labbra carnose di una trentenne. Non poté evitare di far cadere lo sguardo sui seni sodi, risaltati da un’ampia scollatura.

Data la stagione fredda, per quanto si trovassero all’interno di un locale, Ian pensò che un abbigliamento tanto scoperto fosse un modo per mettersi il più possibile in mostra.

Le porse la mano, che lei strinse con fermezza.

«Piacere, io sono Caterina, ci siamo sentiti al telefono, lei dev’essere il dottor Martina…»

«Mi chiamo Ian.»

Il friulano si sedette di fronte alla ragazza e si passò la mano fra i capelli, un suo gesto consueto quando era leggermente nervoso.

«Ian?»

«Già.»

«Di dove sei?»

«Friulano.»

«È un nome molto usato dalle tue parti?»

«No.»

«È un nome strano.»

«Sì, lo so.»

L’avvocato era sempre seccato quando doveva affrontare quella prima conversazione. Ogni persona alla quale si presentava, iniziava a chiedere delucidazioni sul suo strano nome di battesimo, che lui puntualmente non desiderava dare.

«Cosa prendi? Io ho già ordinato uno spritz Hugo» disse lei.

«Un cocktail Martini» rispose l’avvocato.

«Come James Bond?»

«No, lui prendeva un vodka Martini.»

«Cosa cambia?»

«Che uno è un cocktail serio, l’altro no.»

«Ok, allora un Martini per il dottor Martina!» concluse lei verso il barista, ridendo poi per la sua stessa battuta e Ian, se avesse avuto sotto mano un lanciafiamme, le avrebbe dato fuoco; le donne troppo belle e frivole lo innervosivano.

«Allora, come posso aiutarti?»

«Beh, in realtà non lo so esattamente. Ho un problema con il mio ex ragazzo…»

«Ti perseguita?»

«Più o meno…»

«Chiamate? Minacce?»

«Non mi perseguita per il motivo che sospetti. Lui vuole che io liberi il suo appartamento.»

«Il suo appartamento?!»

Ian era seriamente stupito. I modi della potenziale cliente lo infastidivano, ma le faccende strane e curiose lo interessavano a prescindere dalla fonte.

«L’appartamento è suo, ma ci vivevamo assieme da quattro anni e gli pagavo un affitto.»

«Con regolare contratto?»

«No, contanti.»

Ian sorrise con fare sarcastico. «Dubito di poterti aiutare.»

«Ma io non so dove andare, e comunque lui mi aveva promesso che potevo restare lì, tanto ha altre case di proprietà. Poi ha iniziato a chiamarmi perché me ne andassi. All’inizio pensavo che fosse solo una ripicca perché l’avevo lasciato, ma è diventato insistente. È arrivato addirittura a mandarmi una lettera dal suo legale.»

La ragazza tirò fuori la lettera in questione dalla borsetta e la porse a Ian, che iniziò a leggerla meditabondo. Non conosceva lo studio che l’aveva inviata, ma era scritta in modo esaustivo.

«Quindi è abbastanza ricco da mandare avanti la causa all’infinito, l’appartamento è suo e tu non puoi dimostrare di essere in affitto» disse rialzando lo sguardo dopo qualche istante.

«Già» rispose la ragazza un poco a disagio per la schiettezza con la quale l’avvocato Martina si era posto.

«In ogni caso non posso aiutarti…» affermò Ian, restituendo la lettera alla ragazza e prendendo il suo bicchiere in mano, «e non solo perché mi pare una causa persa in partenza, ma perché sono un penalista e questa è una causa civile.»

«Ma lui mi perseguita! Non può essere considerato stalking questo?»

«Non se il tutto è condito da una lettera di uno studio legale e da legittime richieste.»

La ragazza abbassò lo sguardo e a Ian parve le venissero gli occhi lucidi.

«Io però non so cosa fare. Non ho nemmeno più un lavoro. Lui mi aveva fatto delle promesse e io ci sono cascata, per tutti questi anni…»

Ian osservò la ragazza davanti a lui che riusciva a rendere sensuale anche l’asciugarsi gli occhi dalle lacrime. Quella era una donna a cui madre natura aveva elargito senza dubbio il dono di rendere erotico qualsiasi gesto, probabilmente anche il mettersi le dita nel naso. L’avvocato sospirò, alzò gli occhi al cielo e bevve un sorso dal suo bicchiere prima di rivolgersi a Caterina.

«Comunque la prossima volta che ci vediamo devi portarmi alcune cose…»

La ragazza sollevò lo sguardo stupita.

«Non hai detto che non puoi seguire il caso?»

«Posso però analizzarlo in fase preliminare e poi consigliarti un collega al quale affidarti… e poi dovrai pregare!»

«Oddio! Grazie mille, davvero!» disse lei asciugandosi di nuovo le lacrime e prendendo le mani dell’uomo, che dopo poco le ritrasse.

«Quindi cosa devo portarti la prossima volta?» domandò Caterina.

«Mi servono delle foto tue insieme al tuo ex, possibilmente datate e scattate all’interno dell’appartamento, magari sui social. Che ne so, tipo quelle cagate di selfie o storie di Instagram, Tik Tok…»

La ragazza annuì, iniziando a segnarsi quello che Ian diceva su una piccola agendina tascabile.

«L’appartamento è suo. Se è arrivato a impuntarsi in questo modo, può persino mettere in dubbio l’aver convissuto con te. Partiamo dalla base, proprio! Poi mi servono le copie dei tuoi estratti conto di quel periodo, i movimenti dell’home banking, portami insomma tutti i documenti bancari che possano attestare prelievi costanti per pagare l’affitto» concluse l’avvocato seccamente, mentre Caterina continuò ad annuire con maggiore convinzione; quindi Ian ragionò rapidamente se gli servisse qualcos’altro.

«Per il momento basta così, poi vedremo.»

Il friulano finì il suo Martini e, dopo aver chiesto scusa a Caterina, si alzò per pagare il conto tornando poi al tavolo.

«Spero che non abbia pagato tutto tu…» disse la ragazza, e l’altro alzò gli occhi al cielo.

«In effetti non potrei permettermelo ultimamente. Facciamo che te lo tratterrò dal mio compenso, ok?» commentò ironico, e la ragazza sorrise.

In quel momento l’uomo guardò l’ora e si ricordò dell’appuntamento con Matt in programma per quella sera.

«Devo andare…»

«Quando ci rivediamo?»

«Non so, a te quando va bene?»

«Se vuoi anche sabato a quest’ora, al mio appartamento… Beh, insomma, nell’appartamento del mio ex» disse lei con incredibile nonchalance, benché la proposta avesse l’aria di un invito di natura tutt’altro che professionale.

«Va bene» acconsentì Ian senza troppo entusiasmo. «Dove abiti?»

«A un minuto da qui, su questa strada proseguendo sulla destra, è il condominio al numero 116 della via.»

 

I due infilarono i cappotti, uscirono dal bar e si salutarono. Caterina si allontanò e Ian osservò il sinuoso movimento dei suoi glutei all’interno dei jeans.

Non si poteva certo dire che non fosse straordinariamente attraente, ma a pelle gli sembrava anche una altrettanto straordinaria portatrice di guai. Distolse infine lo sguardo dal posteriore della ragazza e si avviò verso la macchina.

Quando fu praticamente al parcheggio si fermò d’improvviso, perché ebbe come la sensazione che qualcuno lo osservasse.

Si voltò di scatto e gli sembrò di intravedere, fra la gente che camminava sul marciapiede, un uomo  che lo fissava.

Strinse gli occhi e squadrò quel volto più attentamente. Gli parve l’individuo calvo con gli occhiali e la cicatrice sopra l’occhio sinistro, quello che aveva visto un mese prima al negozio di Matt.

Passarono pochi secondi, poi l’uomo scomparve in mezzo alla folla di rientro dal lavoro.

Inizialmente il friulano si mosse verso il punto nel quale lo aveva visto, come per cercare di scovarlo fra la gente, ma alla fine decise che era meglio lasciar perdere.

Anche fosse stato davvero lui, cosa gli avrebbe detto, una volta approcciato? Che riteneva lo stesse pedinando?

Magari ne avrebbe parlato più tardi con Matt, domandandogli se per caso quel tizio fosse ripassato nel suo negozio, ma nemmeno quella, in fin dei conti, gli parve una grande idea.

Il suo amico non era certo la persona più indicata per quel genere di cose, talmente distratto da non riconoscere un volto neanche fosse stato distinguibile come un quadro di Picasso.

L’avvocato salì dunque in macchina e mise in moto. Benché avesse una strana sensazione in merito sia all’inquietante individuo sia al fantomatico progetto del suo amico, per quanto il suo sesto senso gli dicesse in tutti i modi di inventarsi una scusa qualsiasi e tornare a casa, alla fine imboccò comunque il Grande Raccordo Anulare, dirigendosi verso Spoleto.

Reviews

Recensione di Valerio Marchi sunta dal quotidiano Messaggero Veneto pagina 40 Culture 3 Agosto 2022 «Quello che sto per fare entrerà nella storia, aprirò nuove frontiere per l’umanità!»: l’ambiziosissimo proposito, espresso da uno dei protagonisti del libro […] ci riporta alla mente il temerario e catastrofico entusiasmo del dottor Frankenstein, impegnato a infondere la vita alla sua creatura. E, proprio come nel Frankestein di Mary Shelley, anche l’intricato thriller fantascientifico Le verità degli incubi di Davide Borgobello (WLM Edizioni) gli esiti tragici non si fanno attendere. […] «Quella macchina aveva portato alla luce il marcio, le menzogne»… e, forse, era proprio questa la sua «funzione ultima»… Comunque sia, le rivelazioni riescono solo a scalfire il mistero, mentre il futuro rimane aperto e inquietante (altra analogia con il Frankenstein). Ciò detto, la “creatura” di Borgobello, ricca di colpi di scena, è senz’altro originale nell’intreccio, nell’ambientazione, nella costruzione dei personaggi, nella struttura narrativa, nello stile. In filigrana, poi, pulsano vene di ironia e di umorismo […]. Sono curiosi e divertenti, sia il continuo avvicendamento tra la lingua friulana e la parlata romanesca sia gli incroci fra due mondi così diversi.

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2030, a Roma l’avvocato Ian Martina viene coinvolto nella sperimentazione di una macchina cattura sogni. Morti misteriose, attentati e segreti militari intersecano l’ingarbugliata vicenda. Storie d’amore o di sesso nascondono verità.

 

Disponibilità: 36 disponibili (ordinabile)

EAN: 9788897382577 COD: 9259 Categoria: Tag: ,

Romanzo distopico, romanzo giallo

Ian Martina è un avvocato friulano trapiantato a Roma. Brillante ma apatico, misantropo e tendenzialmente pigro, svolge il suo lavoro senza entusiasmo, avendo da tempo abbandonato il suo sogno: aprire un’agenzia investigativa. Un giorno, recatosi per riparare un computer da Matteo Sermonti, geniale amico conosciuto ai tempi dell’università, viene coinvolto nella folle idea di costruire una macchina in grado di registrare i sogni, diventando il primo a testarla. A marchingegno ormai completato, l’inventore muore in circostanze ambigue e l’avvocato friulano si ritrova coinvolto in un vortice di misteri e violenza. Braccato da inquietanti personaggi, tutti recanti uno strano simbolo sopra l’occhio sinistro, e perseguitato da incubi ricorrenti, sarà costretto a una corsa contro il tempo per scoprire cosa c’è dietro al progetto della macchina chiamata Atena. Aiutato dall’eccentrico Moses Macchiavelli, ex socio dell’amico defunto, Ian dovrà svelare Le verità degli incubi, per non venirne travolto.

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Davide Borgobello

Davide Borgobello è nato nel 1989 a Gemona del Friuli in provincia di Udine. Inizia a scrivere racconti all’età di sedici anni e pubblica la sua prima raccolta nel 2008.
Diplomatosi a Roma in Sceneggiatura cinematografica si occupa di scrittura, regia e produzione, assumendo nel 2022 il ruolo di direttore artistico dell’Ortona Film Festival e co-direttore artistico del Cinema Teatro Zambra di Ortona (Chieti) con la compagnia Unaltroteatro.
Autore di diversi racconti con cui vince svariati riconoscimenti in ambito nazionale, Le verità degli incubi è il suo primo romanzo, già finalista al Giallo Festival di Bologna e pubblicato a seguito della vittoria del premio Narrativa Indipendente.

Prezzo di copertina

€ 17,00

In copertina

La strada e l'incubo, opera grafica di Davide Borgobello

Pagine

218

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo distopico, romanzo giallo

Ambientazione

Roma, Umbria, Friuli

Anteprima

CRONACHE DI QUARTIERE

 

Maggio 2030

 

Ian si guardò ancora un attimo indietro, prima di ricominciare a correre.

L’essere che lo inseguiva sembrava ormai lontano, eppure lui sentiva la sua presenza minacciosa estremamente vicina.

Il fiato cominciava a mancargli, il suono del suo respiro e quello delle scarpe che correvano sull’asfalto scandivano il ritmo della fuga.

Scoppiò un temporale e l’acqua iniziò a scivolare sui capelli e sui vestiti, mischiandosi al sudore e alla polvere che si alzava durante la corsa.

Il vicolo sembrava restringersi intorno a lui, i muri delle case crollargli addosso.

D’improvviso un lampione si spense, e un attimo dopo un altro, e un altro ancora finché, avvolto dal buio, dovette fermarsi.

Paralizzato, mantenendo un’immobilità quasi irreale, tentò persino di trattenere il fiato per non fare rumore. Dei passi si avvicinavano, lenti ma inesorabili, regolari nella loro cadenza come il ticchettio di un metronomo.

Ian frugò nelle tasche, alla disperata ricerca di qualcosa che potesse fare un po’ di luce mentre quei passi pesanti, troppo pesanti, schioccavano sul terreno bagnato quasi all’unisono con i tuoni del temporale.

Come cessarono, l’uomo sentì il respiro di quell’essere sul collo, un respiro freddo, denso e profondo.

Freneticamente riprese a rovistare nelle tasche, finché riuscì a trovare una scatola di fiammiferi e ne accese uno, voltandosi rapido.

Il terrore si disegnò sul suo volto quando vide ciò che gli stava di fronte…

Programma standard terminato

Ian era ormai sveglio. Sbuffò, fissando corrucciato per un attimo l’interno del cilindro in plastica nel quale si trovava.

«Atena, apri vano superiore!» esclamò in tono autoritario e nervoso.

«Vano superiore aperto, riconfigurazione del sistema in corso…»

Il pannello sopra di lui scivolò obliquamente, aprendosi, e l’uomo uscì da quella che assomigliava in tutto e per tutto a un’apparecchiatura per la risonanza magnetica. All’interno un materasso e un cuscino, piuttosto logori, avevano l’aspetto di un giaciglio per cani.

 

«Ok, Atena, adesso vai a cagare!»

«Comando non riconosciuto…» rispose la voce meccanica dell’apparecchio.

«Va in mone, stupid cjosul!»*

«Comando non riconosciuto…»

Ian continuò a inveire ancora un paio di volte contro la macchina, in friulano, lingua madre da lui utilizzata soprattutto nei momenti di rabbia.

Si trovava in uno stanzone buio, illuminato solo da una piccola lampada al neon che penzolava dal soffitto.

Ian si sedette alla scrivania di fronte al computer e aprì il file del video appena registrato.

Si soffermò sul momento in cui accendeva il fiammifero; subito dopo il video terminava.

Provò a fermare le immagini più e più volte e rimase a lavorare sopra quel file quasi tutta la mattinata, ma non ottenne ciò che desiderava: il volto della creatura che lo inseguiva.

Quando alla fine desistette e osservò l’orologio a parete sopra di lui, erano le 11:30.

Spense il computer e si alzò dalla sedia. Uscì dalla stanza, che si trovava nello scantinato comune di un condominio, chiuse la pesante porta in ferro, imboccò uno stretto corridoio e salì in un ascensore che lo portò al settimo piano.

Entrò in appartamento e, giunto in cucina, sollevò la moka, per poi scuoterla, nella vana ricerca di un goccio di caffè avanzato.

Aprì spazientito il frigo, ma anch’esso sembrava la rappresentazione culinaria del deserto del Gobi.

“Prima o poi farò una spesa seria nella mia vita!” pensò fra sé mentre già usciva per recarsi al suo bar abituale.

Percorse rapidamente le fatiscenti vie del quartiere Quadraro, alla periferia sud-est di Roma.

Notò un paio di persone che gli sembrava di conoscere uscire dal condominio accanto al suo, ma non si fermò a salutarle. Un po’ perché tendenzialmente misantropo, un po’ perché aveva troppa fame per intrattenersi in insulsi convenevoli.

Entrò nel solito bar e chiese un caffè corretto con la grappa, due brioche e qualche pasticcino.

«E portami anche qualcuno dei tuoi biscotti alla marijuana, Lollo!»

«Come se tu non fossi già abbastanza rincoglionito di tuo!» commentò il barista.

 

*Vai al diavolo, stupido aggeggio!

 

«Portami almeno il giornale!»

«Pijatelo da solo và. Sta là!»

Ian sbuffò, prese il giornale del quartiere dal bancone e si sedette fuori, quindi accese una sigaretta e iniziò a leggere.

Scorse di fretta la cronaca e si soffermò un po’ sugli articoli sportivi, con scarso interesse. Quando arrivò la sua ordinazione stava dando una rapida letta alle ultime pagine.

Prese in mano la tazzina del caffè, ma d’improvviso gli cadde a terra, frantumandosi in mille pezzi.

«T’ho detto che stai rincoglionito, no?» osservò sereno il barista, andando a raccogliere i cocci, ma Ian non sembrò nemmeno sentirlo.

I suoi occhi, quasi vitrei, fissavano il giornale. Era impallidito vistosamente, pareva voler dire qualcosa, ma le labbra si muovevano senza emettere alcun suono. Lo sguardo era posato su un trafiletto, sul quale c’era scritto: Matteo Sermonti, giovane imprenditore della zona, è morto venerdì sera all’età di 36 anni per arresto cardiaco. Ne piangono la morte i parenti e la moglie Susanna.

«Che te succede, furlano?» domandò Lollo, accorgendosi che qualcosa davvero non andava.

Ian deglutì e riuscì a sussurrare solo qualcosa con un filo di voce.

«Matt è morto…»

 

 

 

NUOVE FRONTIERE

 

Gennaio 2030

 

Ian sedeva come al solito in cucina con il portatile aperto sul tavolo sommerso di fogli, alcuni macchiati di caffè.

Scriveva e cancellava subito dopo quello che aveva appena scritto, freneticamente, come per paura che qualcuno potesse leggerlo e deriderlo.

Voleva a tutti i costi partorire qualcosa di decente: un racconto, un romanzo breve, un insieme di frasi, qualunque cosa.

Era solito dilettarsi con passatempi stravaganti, che cambiava di sovente e che portava avanti con alterne fortune.

Da poco aveva rispolverato il vecchio hobby della scrittura, abbandonato in concomitanza con la laurea.

Gli era balzata in testa l’idea malsana di cimentarsi di nuovo e con rinnovata testardaggine in quella che, già all’epoca dell’università, era palese non fosse la sua strada.

La sua reale occupazione, invece, era quella di avvocato. Era piuttosto bravo, pur trattandosi di un avvocato d’ufficio che molti, fra gli addetti ai lavori, consideravano poco più che un impiegato.

Aveva scelto di inserirsi nella lista dei difensori d’ufficio del tribunale perché era appunto troppo pigro per procacciarsi i clienti da solo, troppo misantropo per associarsi a uno studio, troppo squattrinato per aprirne uno da solo.

Il suo intuito e uno spiccato talento per l’investigazione, tuttavia, lo aiutavano a fronteggiare spesso cause apparentemente perse in partenza e rifiutate da avvocati più blasonati, rendendolo di fatto un nome con una reputazione non del tutto trascurabile.

In quel momento il portatile si bloccò e apparve una schermata di errore, impedendogli di salvare il lavoro fin lì svolto.

«Cumò lu disfi!»* esclamò con rabbia. Chiuse con violenza lo schermo e quindi infilò il computer nella borsa a tracolla, spazientito.

Non era la prima volta che un disguido del genere accadeva e decretò fosse giunto il momento di portarlo a riparare.

 

* Adesso lo distruggo

 

A una fermata di métro da casa sua, un amico aveva aperto un negozio di informatica.

Era stato proprio l’avvocato a trovargli il locale adatto e a buon prezzo, essendo in ottimi rapporti con un agente immobiliare che lavorava nella zona.

Ian indossò la giacca, raccolse la borsa con il portatile e uscì.

Salutò cordialmente, passandoci accanto, l’uomo di etnia cingalese che gestiva il negozio di frutta e verdura sotto casa sua, uno dei tanti personaggi particolari con cui intratteneva rapporti di amicizia. Vide poi due coatti, ragazzo e ragazza, che litigavano dall’altra parte della strada e quasi arrivavano a spintonarsi; nulla di nuovo da quanto era abituato a vivere nel quartiere e non pensò nemmeno di intromettersi.

Osservò distrattamente i maestosi e fatiscenti palazzoni che intasavano il cielo, adornati da piccoli e insulsi balconi, utili a malapena per appoggiarci sopra un economico vaso di gerani.

Il Quadraro, dopo undici anni, era diventato in qualche modo la sua seconda casa, per quanto così diverso dalla campagna friulana in cui era cresciuto, e di sicuro, durante i lockdown ai tempi della pandemia, aveva rimpianto di non trovarsi ancora là a vagare serenamente per i campi, invece di restare chiuso in quattro mura strette.

Il quartiere era affollato, non era bello, non era ben frequentato, ma, tutto sommato, era adatto a una persona come lui.

Dopo una mezz’ora, districandosi fra ritardi della metropolitana e strade più o meno sporche e intasate di traffico pedonale, arrivò al negozio del suo amico; visto da fuori sembrava piuttosto grande, con due ampie vetrine in cui erano messi in mostra alcuni portatili e vari accessori come hard disk, monitor e impianti audio.

Entrò e notò Matt, impegnato a mostrare un computer a un cliente, che sembrava tuttavia non troppo propenso all’acquisto; egli continuava infatti a porre domande sulle prestazioni hardware o sulle capacità della RAM, solo per dare l’apparenza di una persona istruita in materia, benché fosse palese che non se ne intendesse affatto.

Matt, dopo un po’, notò Ian e lo salutò con un cenno della mano, ma passò ancora qualche minuto prima che il cliente si decidesse a liberarlo dalla trattativa.

«Quindi sei vivo!» esclamò il titolare del negozio, ironico, avvicinandosi al friulano, e questi si strinse nelle spalle.

«Non ho una gran vita sociale.»

«Sei rimasto in quarantena dal tempo del Covid?»

«Ero in isolamento volontario anche prima.»

«In isolamento anche telefonico? Ti avrò chiamato venti volte»

Era vero. Matt lo aveva invitato innumerevoli volte al negozio o a casa sua, ma Ian aveva sempre rimandato e non gli aveva risposto al cellulare.

«Come va il negozio?» domandò l’avvocato bypassando volutamente il discorso.

«Non mi lamento» rispose in modo vago Matt, ma Ian, guardandolo negli occhi, capì che stava mentendo.

Si conoscevano da tanto, da quando entrambi si erano trasferiti, uno dal Friuli e l’altro dall’Umbria, nella Città eterna per frequentare l’università. Le loro carriere scolastiche erano state decisamente differenti: Matt, studente modello, aveva conseguito due lauree, una in ingegneria, l’altra in matematica, con il massimo dei voti. Ian, al contrario, era stato bocciato due volte alle superiori e aveva perso due anni di finta università in quel di Udine. Bevendo dalla mattina alla sera con amici dalla dubbia moralità e falsificando i libretti degli esami, aveva portato all’esasperazione i genitori ed era stato spedito da uno zio di Roma, nell’estremo tentativo di fargli conseguire la laurea e alla fine, non senza fatica e a trent’anni suonati, aveva ottenuto l’agognato pezzo di carta.

Nonostante i diversi approcci alla vita, coltivavano un’amicizia molto schietta, cosicché mentirsi fra loro facendola franca era davvero difficile.

Ian decise tuttavia che, per il momento, non avrebbe indagato oltre sulla bugia dell’amico, o perlomeno non di fronte a qualcun altro.

Dietro al bancone della cassa un ragazzo con i capelli rossi e l’aria furba trafficava su di un circuito elettronico. Era piuttosto basso, il volto squadrato con dei grandi occhi azzurri e indossava un buffo maglione con le renne.

Matt notò lo sguardo perplesso di Ian puntato sul suo collega e glielo presentò.

«Questo è Moses Machiavelli, il mio dipendente!»

Moses tese la mano verso Ian, che raccolse la stretta.

«Sì, Moses è il mio vero nome. Sì, Machiavelli è il mio vero cognome e no, non sono imparentato con Niccolò!» sviscerò questi in breve, per poi tornare a lavorare sul circuito.

Ian, interdetto, volse lo sguardo a Matt, che sorrise e uscì da dietro il bancone.

«Dai, andiamo a bere un caffè. Moses, guarda tu il negozio per un po’!»

Il ragazzo dai capelli rossi e i modi bizzarri si limitò ad alzare il pollice senza distogliere lo sguardo dal suo lavoro, quindi i due vecchi amici uscirono e si recarono al bar.

 

«È normale?» chiese Ian perplesso durante il tragitto, riferendosi allo strano modo di fare del ragazzo.

«Credo di sì, più o meno.»

Giunsero al bar in poco tempo e Matt fece per entrare.

«Sediamoci fuori!» sentenziò Ian, prendendo già posto.

«Ma siamo a gennaio!»

«Non fa così freddo…»

«Saranno 5 gradi!»

«Devo fumare!»

Matt sbuffò e si sedette all’esterno di fronte all’avvocato, consapevole che c’era poco da fare quando questi si impuntava su qualcosa.

Ordinarono entrambi un caffè, Matt lungo e Ian corretto con la grappa.

«Non ti ho mai visto prendere un caffè senza dell’alcol dentro.»

«Se non è corretto vuol dire che è sbagliato» rispose impassibile il friulano che, nel mentre, si accese una sigaretta. Nell’espirare formò degli anelli col fumo.

«Comunque non mi fido dei rossi…» aggiunse poi.

«Sei razzista?»

«Razzista, colorista, non so come si possa dire…»

«Si dice luoghi comuni! Come ad esempio ‘tutte le bionde sono stupide!’»

«E neanche le more sono così sveglie…» concluse caustico il friulano, spaccando la cenere, nel momento in cui il cameriere con i loro caffè giungeva al tavolo.

«Susanna come sta, a proposito?»

«Bene, si sta preparando a dare l’ultimo esame, poi c’è la tesi.»

«A 35 anni era anche ora!»

«Hai una parola buona per tutti, eh?!»

«Almeno non è bionda…»

«Allora, perché sei passato in negozio? Non solo per fare commenti razzisti e sessisti, spero…»

L’altro mugugnò qualcosa di incomprensibile, poi posò la sigaretta che aveva in bocca per scandire meglio le parole.

«Avrei il computer da riparare…» dichiarò quindi, estraendo dalla borsa il suo vecchio portatile e appoggiandolo sul tavolo.

«Ancora lui?!»

«Ci sono affezionato.»

«Dovresti porre fine alle sue sofferenze!»

Il friulano riprese in bocca la sigaretta e non disse nulla, mentre l’amico iniziava a trafficare col desueto marchingegno.

«Allora? Qual è la diagnosi?»

«Una sola? Avrà cento virus differenti! O me lo lasci per qualche tempo, oppure lo lanci nel primo bidone e ne compri uno nuovo!»

«Vedi che puoi fare…» concluse l’avvocato, e i due finirono di bere il caffè senza dire altro per alcuni minuti.

Ian, in realtà, desiderava approfondire le problematiche economiche del negozio che aveva carpito precedentemente, ma non sapeva da che parte iniziare ad affrontare il discorso.

«Il negozio non va molto bene…»

Fu Matt a parlare, togliendosi gli occhiali per pulirli e spiazzando Ian, che si sentì quasi letto nel pensiero.

«Non te l’ho detto prima per non allarmare Moses, ma siamo partiti piuttosto male.»

«Quindi che vuoi fare?»

«Qualcosa mi verrà in mente. Per il momento il negozio non è la mia preoccupazione principale, ho un altro progetto in ballo…»

Ian si irrigidì. Quando Matt estraeva dal cilindro nuove idee, per lui erano sempre stati guai.

«Che progetto?»

«Non posso parlartene ancora!»

«Perché?»

«È una questione delicata.»

«Cioè?»

«Cioè niente! Non voglio immischiarti in questa faccenda, perlomeno non adesso.»

«E allora perché ne parli?!»

«Perché, conoscendoti, chissà quando ti rivedo! Magari, mettendoti la pulce nell’orecchio, poi mi rispondi al telefono…»

Il friulano, corrucciato, fissò nuovamente l’amico, accorgendosi solo ora delle due profonde occhiaie nere che solcavano lo spazio intorno alle sue orbite.

«Da quanto non dormi?»

«Dormo un paio d’ore al giorno…» rispose Matt sbadigliando, come se si fosse ricordato solo in quel momento di avere sonno, «ma ne vale la pena.»

«…come l’ultima volta.»

«Ora è diverso.»

«…come l’ultima volta.»

«Smettila! …Quello che sto per fare entrerà nella storia, aprirò nuove frontiere per l’umanità!»

Ian guardò l’amico perplesso e questi placò di colpo il suo entusiasmo e la sua verve, rendendosi conto di aver già parlato troppo.

«Vabbè, fai come ti pare!» decretò il friulano alzandosi dal tavolo e i due, dopo aver pagato, tornarono sui loro passi per rientrare al negozio.

 

Quando giunsero davanti all’ingresso, dalla vetrina notarono Moses che mostrava alcuni modelli di hard disk nuovi a un signore di mezza età calvo, il quale li osservava da dietro un paio di occhiali spessi. Dall’espressione dell’individuo si poteva dedurre che gli sembrassero tutti uguali.

Entrarono giusto in tempo per sentire il potenziale cliente asserire in tono poco convinto «Ci penserò», e vederlo uscire dalla porta del negozio.

«Come va?» chiese Matt appena entrato, mentre il suo dipendente tentava di infilare con difficoltà un hard disk nella scatola.

«Quello che hai visto uscire è stato l’unico, fastidioso, cliente…»

Matt, senza dire nulla, andò dietro al banco e aiutò Moses nell’operazione di riordino rivelatasi inaspettatamente complicata, sotto lo sguardo poco interessato di Ian.

«Ok, vi lascio ai vostri trabiccoli» asserì quest’ultimo avviandosi verso la porta.

«Ti chiamerò presto per quello di cui abbiamo parlato!» dichiarò Matt, volgendogli una fugace occhiata.

«Tu pensa a riparare il computer» ribadì l’avvocato senza voltarsi, uscendo dal negozio con le mani nelle tasche.

«Aprirò nuove frontiere per l’umanità!»

 

Ian, tornando verso casa, ripensò alle parole dell’amico, chiedendosi cosa stesse macchinando.

Per il momento, d’altronde, preferiva non saperlo. Voleva solo cercare qualcosa da bere avanzato, nascosto magari in fondo al frigo, sedersi in poltrona e guardare immondizia alla TV.

Era a metà strada fra il negozio e la fermata della métro, quando notò il signore calvo di mezza età che aveva fatto impazzire Moses con gli hard disk. Telefonava fermo al centro del marciapiede, aveva dei modi concitati e un aspetto inquietante, ora che lo osservava meglio.

Notò anche una strana cicatrice a forma di elle sopra l’occhio sinistro, di questi e rimase a fissare come inebetito quell’inconsueto dettaglio per un po’, senza saper nemmeno bene perché, poi distolse lo sguardo e riprese a camminare.

La poltrona e il programma Camionisti in trattoria lo aspettavano!

 

 

 

LA CHIAMATA, LA RAGAZZA E IL CASO

 

Febbraio 2030

 

Ian era in cucina penna alla mano e sigaretta in bocca.

Anche senza computer non aveva rinunciato alla scrittura, anzi forse vi si era dedicato ancora di più, raggiungendo però gli stessi insulsi risultati.

Lesse ciò che aveva appena scarabocchiato, poi accartocciò il foglio e lo lanciò in un punto non ben definito della stanza.

Si lasciò scivolare sulla sedia e portò le mani dietro la nuca. Aveva dormito poco quella notte ed era quasi ora di andare al lavoro.

Si alzò stancamente e si recò in camera da letto. Aprì l’armadio guardaroba e tirò fuori un po’ a casaccio della biancheria pulita, un maglioncino leggero marrone e un paio di jeans; un abbigliamento che ai più sarebbe potuto non sembrare consono né alla stagione né a un avvocato.

Lanciò il tutto sul letto e andò in bagno per farsi una doccia. Si stava ancora insaponando, quando sentì la suoneria in lontananza, rendendosi così conto di aver lasciato il cellulare in cucina.

Di norma avrebbe ignorato gli squilli insistenti, ma aspettava un’importante sentenza dal tribunale, cosicché, imprecando ad alta voce più volte, zampettò con i piedi ancora bagnati fino al suo telefono.

«Ci sono riuscito!»

La voce squillante di Matt per poco non gli fece saltare un timpano. Allontanò l’altoparlante dall’orecchio.

«Ma che cazzo, abbassa la voce!»

«Ho finito!»

«Era ora! Quando vengo a prenderlo?»

«Che cosa?»

«Il computer, no?»

«Il computer?» ripeté stralunato l’altro, che sembrava non ricordarsene neppure. «Parlo del mio progetto, quello di cui abbiamo discusso al bar!»

Ian se n’era del tutto scordato. Era passato un mese ed era stato troppo impegnato nel lavoro, nella scrittura e nel bere perché la questione fosse stata di suo interesse.

«Dobbiamo assolutamente vederci. Ti va bene questo pomeriggio nella mia casa in Umbria?» domandò in tono ansioso Matt.

«In Umbria?!»

«Vieni o no?»

«Ma perché in Umbria e non qui a Roma?»

«Ho lasciato l’appartamento a Roma e sono tornato là.»

«Perché? E chi segue il negozio?!»

«Lo segue Moses… Senti, vieni e vedrai!»

«Ho una settimana di merda… Facciamo giovedì prossimo?»

«Giovedì prossimo! Alle 20.00 puntuale da me.»

Matt riagganciò, senza nemmeno lasciare a Ian il tempo di ribattere. Questi tornò in bagno alquanto perplesso e vagamente turbato. Ripensandoci, ora si sentiva un po’ in colpa per aver trascurato il suo amico in quel periodo, ma, contemporaneamente, aveva paura che, qualunque guaio potesse aver combinato, fosse ormai irreparabile. Ormai poteva fare ben poco, se non aspettare giovedì, per capirci qualcosa.

Tornò in doccia e finì di lavarsi, fischiettando un pezzo di John Lee Hooker cosicché l’acqua fece scivolare via il pensiero di Matt dalla testa insieme allo shampoo.

 

Una settimana passò in fretta, fra casi di poco conto e scartoffie del tribunale.

Arrivò così il fatidico giorno dell’appuntamento con Matt.

Dopo essersi lavato Ian si vestì rapidamente e si diede una fugace controllata allo specchio. Sistemò alla buona i folti capelli neri, che non riusciva mai a far stare in ordine, quindi uscì di casa per recarsi in ufficio.

Durante il tragitto dal condominio alla macchina si ritrovò a meditare sull’incontro che lo attendeva quella sera.

Quale progetto, probabilmente inutile, poteva aver occupato il tempo del suo amico?

Cinque anni prima Matt aveva provato a brevettare quella che doveva essere l’intelligenza artificiale definitiva da applicarsi alle macchine a controllo numerico, e il risultato era stato 30.000 € di debiti oltre un lungo periodo depressivo-autolesionista.

Ian era riuscito a salvarlo, ora però non aveva più le possibilità economiche di un tempo e non voleva sopportare l’ennesima crisi esistenziale dell’amico.

Immerso nei suoi pensieri, salì sulla sua vecchia Renault Laguna color imbarazzo, come lo definiva lui, una sorta di grigio chiaro a metà fra quello di un topo e quello di una giornata-tipo in Val Padana.

Era l’auto che gli aveva regalato suo padre quindici anni prima, quella che aveva dismesso acquistandone una nuova, unico dono utile del vecchio. Riusciva ancora a fare il suo onesto mestiere, con qualche manutenzione qua e là.

Mise in moto e partì. Aveva percorso neanche cento metri che iniziò a cimentarsi in una serie di imprecazioni articolate, bloccato nel traffico nevrotico di Roma.

Di solito si muoveva in métro, per centellinare l’uso del suo vecchio macinino, per non consumare benzina e per evitare quell’incubo a forma di strada che era la Tuscolana. Quando tuttavia era costretto a spostarsi in auto, scopriva di conoscere molte più bestemmie di quanto pensasse.

Accese l’autoradio per passare il tempo e distrarsi; cambiò diverse stazioni finché non trovò un giornale radio.

«Una donna è stata pugnalata questa mattina nella periferia di Palermo. Si sospetta che l’ex marito, in preda a un raptus, dovuto alla gelosia per il nuovo compagno della donna…»

Gli venne in mente un commento alquanto razzista sui terroni e le loro abitudini, ma cercò di reprimerlo sul nascere.

Aveva percorso solo un paio di chilometri in un’ora e il traffico non intendeva minimamente sbloccarsi. Sbuffò e accese una sigaretta.

«…le borse oggi hanno registrato un forte calo. Milano ha subito una flessione di quattro punti percentuali…»

«Parcè no statu a cjase? Moniga!»* urlò Ian in friulano stretto dal finestrino a un vecchio dentro la sua utilitaria che avanzava a passo d’uomo.

Quando fu prossimo all’ufficio, decise di parcheggiare nel primo posto disponibile e percorrere la parte conclusiva del tragitto a piedi.

«Ieri notte è stato trafugato un oggetto da un importante centro ricerche del Paese…»

Ian, che stava imboccando un posteggio in retromarcia, alzò il volume poiché la notizia gli parve interessante.

«Le autorità non hanno ancora rilasciato dichiarazioni sull’entità del problema. I sospetti si sarebbero concentrati su Paolo Carlino, ex dipendente licenziato qualche settimana fa, tuttora irreperibile e ricercato dalla polizia…»

 

* Perché non stai a casa? Demente!

 

“Ma sono scemi?! Come hanno fatto a non togliergli subito i codici d’accesso?” pensò Ian, che detestava oltremodo, quando le ascoltava, notizie che la sua intelligenza catalogava come non plausibili.

«…possiamo rasserenarvi sul fatto che ciò che è stato trafugato non possa arrecare danno alla salute pubblica…» commentava ora un intervistato, la cui voce a Ian parve stranamente familiare.

“…’sta menata della salute pubblica non la mollano dai tempi del Covid” meditò il friulano proseguendo l’ascolto.

«…sono assolutamente certo che le autorità compiranno ogni sforzo possibile per recuperarlo, ma in ogni caso vi posso assicurare, nell’interesse di tutti, che potete dormire sonni tranquilli!»

Il tono di voce con cui venne pronunciata quell’ultima osservazione, parve a Ian avere una strana sfumatura, quasi divertita. Non riuscì in ogni caso a ricordare chi fosse l’individuo in questione e il giornalista non ne specificò il nome. Concluse che doveva trattarsi di uno scienziato abbastanza famoso, probabilmente apparso in qualche programma TV di divulgazione scientifica.

«E ora il meteo…»

Ian spense l’autoradio e uscì dalla macchina recandosi nel suo ufficio; era collocato al quinto piano di una palazzina in zona Appia Antica, composto da una sola stanza abbastanza grande, arredata senza particolare gusto, disordinata e dai toni un po’ retrò.

La giornata lavorativa passò in fretta, fra carte da compilare e un paio di casi nuovi da analizzare in fase preliminare.

Doveva difendere un uomo che in una rissa aveva spaccato il naso a un altro, e un impiegato che aveva preso a sprangate la macchina di un suo collega.

Ian era un penalista, ma tali casi sperava di passarli poi a un altro avvocato, poiché, a parer suo, erano di scarso interesse.

Durante la pausa pranzo mangiò in un fast-food e riprese a lavorare dopo una mezz’ora.

Verso le 17.00 l’agenda del telefono gli ricordò di un appuntamento con una potenziale cliente, quindi mise via tutte le sue carte in borsa e uscì.

 

Una donna dalla voce sensuale lo aveva chiamato qualche giorno prima, affermando di aver bisogno di un avvocato.

Il luogo in cui si erano dati appuntamento era uno storico bar di quella zona di Roma, poco lontano dall’ufficio. Camminò per poco più di un quarto d’ora.

Entrando notò subito una donna, seduta a un tavolo accanto alla parete.

Aveva dei lunghi capelli castani che le ricadevano sulle spalle, coprendo in parte una maglietta nera legata posteriormente a incrocio, che lasciava così la schiena parzialmente nuda. Quando le fu di fronte, notò gli splendidi occhi verdi e le labbra carnose di una trentenne. Non poté evitare di far cadere lo sguardo sui seni sodi, risaltati da un’ampia scollatura.

Data la stagione fredda, per quanto si trovassero all’interno di un locale, Ian pensò che un abbigliamento tanto scoperto fosse un modo per mettersi il più possibile in mostra.

Le porse la mano, che lei strinse con fermezza.

«Piacere, io sono Caterina, ci siamo sentiti al telefono, lei dev’essere il dottor Martina…»

«Mi chiamo Ian.»

Il friulano si sedette di fronte alla ragazza e si passò la mano fra i capelli, un suo gesto consueto quando era leggermente nervoso.

«Ian?»

«Già.»

«Di dove sei?»

«Friulano.»

«È un nome molto usato dalle tue parti?»

«No.»

«È un nome strano.»

«Sì, lo so.»

L’avvocato era sempre seccato quando doveva affrontare quella prima conversazione. Ogni persona alla quale si presentava, iniziava a chiedere delucidazioni sul suo strano nome di battesimo, che lui puntualmente non desiderava dare.

«Cosa prendi? Io ho già ordinato uno spritz Hugo» disse lei.

«Un cocktail Martini» rispose l’avvocato.

«Come James Bond?»

«No, lui prendeva un vodka Martini.»

«Cosa cambia?»

«Che uno è un cocktail serio, l’altro no.»

«Ok, allora un Martini per il dottor Martina!» concluse lei verso il barista, ridendo poi per la sua stessa battuta e Ian, se avesse avuto sotto mano un lanciafiamme, le avrebbe dato fuoco; le donne troppo belle e frivole lo innervosivano.

«Allora, come posso aiutarti?»

«Beh, in realtà non lo so esattamente. Ho un problema con il mio ex ragazzo…»

«Ti perseguita?»

«Più o meno…»

«Chiamate? Minacce?»

«Non mi perseguita per il motivo che sospetti. Lui vuole che io liberi il suo appartamento.»

«Il suo appartamento?!»

Ian era seriamente stupito. I modi della potenziale cliente lo infastidivano, ma le faccende strane e curiose lo interessavano a prescindere dalla fonte.

«L’appartamento è suo, ma ci vivevamo assieme da quattro anni e gli pagavo un affitto.»

«Con regolare contratto?»

«No, contanti.»

Ian sorrise con fare sarcastico. «Dubito di poterti aiutare.»

«Ma io non so dove andare, e comunque lui mi aveva promesso che potevo restare lì, tanto ha altre case di proprietà. Poi ha iniziato a chiamarmi perché me ne andassi. All’inizio pensavo che fosse solo una ripicca perché l’avevo lasciato, ma è diventato insistente. È arrivato addirittura a mandarmi una lettera dal suo legale.»

La ragazza tirò fuori la lettera in questione dalla borsetta e la porse a Ian, che iniziò a leggerla meditabondo. Non conosceva lo studio che l’aveva inviata, ma era scritta in modo esaustivo.

«Quindi è abbastanza ricco da mandare avanti la causa all’infinito, l’appartamento è suo e tu non puoi dimostrare di essere in affitto» disse rialzando lo sguardo dopo qualche istante.

«Già» rispose la ragazza un poco a disagio per la schiettezza con la quale l’avvocato Martina si era posto.

«In ogni caso non posso aiutarti…» affermò Ian, restituendo la lettera alla ragazza e prendendo il suo bicchiere in mano, «e non solo perché mi pare una causa persa in partenza, ma perché sono un penalista e questa è una causa civile.»

«Ma lui mi perseguita! Non può essere considerato stalking questo?»

«Non se il tutto è condito da una lettera di uno studio legale e da legittime richieste.»

La ragazza abbassò lo sguardo e a Ian parve le venissero gli occhi lucidi.

«Io però non so cosa fare. Non ho nemmeno più un lavoro. Lui mi aveva fatto delle promesse e io ci sono cascata, per tutti questi anni…»

Ian osservò la ragazza davanti a lui che riusciva a rendere sensuale anche l’asciugarsi gli occhi dalle lacrime. Quella era una donna a cui madre natura aveva elargito senza dubbio il dono di rendere erotico qualsiasi gesto, probabilmente anche il mettersi le dita nel naso. L’avvocato sospirò, alzò gli occhi al cielo e bevve un sorso dal suo bicchiere prima di rivolgersi a Caterina.

«Comunque la prossima volta che ci vediamo devi portarmi alcune cose…»

La ragazza sollevò lo sguardo stupita.

«Non hai detto che non puoi seguire il caso?»

«Posso però analizzarlo in fase preliminare e poi consigliarti un collega al quale affidarti… e poi dovrai pregare!»

«Oddio! Grazie mille, davvero!» disse lei asciugandosi di nuovo le lacrime e prendendo le mani dell’uomo, che dopo poco le ritrasse.

«Quindi cosa devo portarti la prossima volta?» domandò Caterina.

«Mi servono delle foto tue insieme al tuo ex, possibilmente datate e scattate all’interno dell’appartamento, magari sui social. Che ne so, tipo quelle cagate di selfie o storie di Instagram, Tik Tok…»

La ragazza annuì, iniziando a segnarsi quello che Ian diceva su una piccola agendina tascabile.

«L’appartamento è suo. Se è arrivato a impuntarsi in questo modo, può persino mettere in dubbio l’aver convissuto con te. Partiamo dalla base, proprio! Poi mi servono le copie dei tuoi estratti conto di quel periodo, i movimenti dell’home banking, portami insomma tutti i documenti bancari che possano attestare prelievi costanti per pagare l’affitto» concluse l’avvocato seccamente, mentre Caterina continuò ad annuire con maggiore convinzione; quindi Ian ragionò rapidamente se gli servisse qualcos’altro.

«Per il momento basta così, poi vedremo.»

Il friulano finì il suo Martini e, dopo aver chiesto scusa a Caterina, si alzò per pagare il conto tornando poi al tavolo.

«Spero che non abbia pagato tutto tu…» disse la ragazza, e l’altro alzò gli occhi al cielo.

«In effetti non potrei permettermelo ultimamente. Facciamo che te lo tratterrò dal mio compenso, ok?» commentò ironico, e la ragazza sorrise.

In quel momento l’uomo guardò l’ora e si ricordò dell’appuntamento con Matt in programma per quella sera.

«Devo andare…»

«Quando ci rivediamo?»

«Non so, a te quando va bene?»

«Se vuoi anche sabato a quest’ora, al mio appartamento… Beh, insomma, nell’appartamento del mio ex» disse lei con incredibile nonchalance, benché la proposta avesse l’aria di un invito di natura tutt’altro che professionale.

«Va bene» acconsentì Ian senza troppo entusiasmo. «Dove abiti?»

«A un minuto da qui, su questa strada proseguendo sulla destra, è il condominio al numero 116 della via.»

 

I due infilarono i cappotti, uscirono dal bar e si salutarono. Caterina si allontanò e Ian osservò il sinuoso movimento dei suoi glutei all’interno dei jeans.

Non si poteva certo dire che non fosse straordinariamente attraente, ma a pelle gli sembrava anche una altrettanto straordinaria portatrice di guai. Distolse infine lo sguardo dal posteriore della ragazza e si avviò verso la macchina.

Quando fu praticamente al parcheggio si fermò d’improvviso, perché ebbe come la sensazione che qualcuno lo osservasse.

Si voltò di scatto e gli sembrò di intravedere, fra la gente che camminava sul marciapiede, un uomo  che lo fissava.

Strinse gli occhi e squadrò quel volto più attentamente. Gli parve l’individuo calvo con gli occhiali e la cicatrice sopra l’occhio sinistro, quello che aveva visto un mese prima al negozio di Matt.

Passarono pochi secondi, poi l’uomo scomparve in mezzo alla folla di rientro dal lavoro.

Inizialmente il friulano si mosse verso il punto nel quale lo aveva visto, come per cercare di scovarlo fra la gente, ma alla fine decise che era meglio lasciar perdere.

Anche fosse stato davvero lui, cosa gli avrebbe detto, una volta approcciato? Che riteneva lo stesse pedinando?

Magari ne avrebbe parlato più tardi con Matt, domandandogli se per caso quel tizio fosse ripassato nel suo negozio, ma nemmeno quella, in fin dei conti, gli parve una grande idea.

Il suo amico non era certo la persona più indicata per quel genere di cose, talmente distratto da non riconoscere un volto neanche fosse stato distinguibile come un quadro di Picasso.

L’avvocato salì dunque in macchina e mise in moto. Benché avesse una strana sensazione in merito sia all’inquietante individuo sia al fantomatico progetto del suo amico, per quanto il suo sesto senso gli dicesse in tutti i modi di inventarsi una scusa qualsiasi e tornare a casa, alla fine imboccò comunque il Grande Raccordo Anulare, dirigendosi verso Spoleto.

Recensioni

  1. wlmedizioni

    Recensione di Valerio Marchi sunta dal quotidiano Messaggero Veneto pagina 40 Culture 3 Agosto 2022
    «Quello che sto per fare entrerà nella storia, aprirò nuove frontiere per l’umanità!»: l’ambiziosissimo proposito, espresso da uno dei protagonisti del libro […] ci riporta alla mente il temerario e catastrofico entusiasmo del dottor Frankenstein, impegnato a infondere la vita alla sua creatura. E, proprio come nel Frankestein di Mary Shelley, anche l’intricato thriller fantascientifico Le verità degli incubi di Davide Borgobello (WLM Edizioni) gli esiti tragici non si fanno attendere. […] «Quella macchina aveva portato alla luce il marcio, le menzogne»… e, forse, era proprio questa la sua «funzione ultima»… Comunque sia, le rivelazioni riescono solo a scalfire il mistero, mentre il futuro rimane aperto e inquietante (altra analogia con il Frankenstein). Ciò detto, la “creatura” di Borgobello, ricca di colpi di scena, è senz’altro originale nell’intreccio, nell’ambientazione, nella costruzione dei personaggi, nella struttura narrativa, nello stile. In filigrana, poi, pulsano vene di ironia e di umorismo […]. Sono curiosi e divertenti, sia il continuo avvicendamento tra la lingua friulana e la parlata romanesca sia gli incroci fra due mondi così diversi.

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