CIVITAS INVICTA ePub

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Romanzo storico. Un affascinante affresco della Puglia medievale nell’epoca angioina, storie di uomini e donne che si sono prodigati nella difesa della propria città. Problemi religiosi, razzie, assedi di borghi e castelli, eroi e spietati mercenari, leggende raccontate da menestrelli…

EAN: 9788897382508 COD: 7668 Categoria: Tag: , , ,

Descrizione

Romanzo storico

Civitas Invicta, romanzo storico, è il racconto del tentativo di due comunità pugliesi, Butuntum e Palium, di salvare la propria gente e la propria città dalle conseguenze della guerra di successione angioina al Regno di Napoli, dopo la morte di re Roberto. La legittima erede, Giovanna D’Angiò, rimasta vedova del cugino Andrea, duca di Calabria, in conseguenza di una congiura di palazzo, sposa il cugino Luigi d’Angiò, principe di Taranto. Nel 1349 è rientrata da poco in possesso del suo regno, occupato dall’ex cognato, Luigi re d’Ungheria, le cui truppe resistono in Puglia comandate dal fratello minore Stefano, voivoda di Transilvania. Sotto la guida di Niccolò Acciaiuoli, assoldato Giovanni Pipino, palatino di Altamura, si tenta di espellere gli invasori. A complicare la situazione, le due comunità parteggiano per le due opposte fazioni. I giovani di entrambe le città, partecipanti a milizie cittadine, si dimostreranno protagonisti nei due assedi alle rispettive città e i veri artefici della soluzione…

Il primo eroe. Dopo qualche giorno dalle nozze, Petruccio era pronto a riprendere con entusiasmo il suo servizio nella milizia cittadina… Aveva una bellissima moglie, una casa, un lavoro stabile presso le terre del miles Paolo de Ferraris, una reputazione di valoroso nel servizio per la sua città, un giorno avrebbe avuto dei figli e … tutto gli sembrava un sogno…

Vedi il video Facebook della presentazione presso la Libreria Raffaello – Mondadori Point di Bitonto (BA) a cura di RadioTV 00 e del quotidiano online Da Bitonto:

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Informazioni aggiuntive

Prezzo di copertina eBook ePub

€ 7,99

In copertina

Civitas Invicta, opera di Andrea Gatti, collezione privata: rielaborazione in grafica digitale di particolari di affreschi raffiguranti la regina Giovanna I di Napoli con il secondo marito Luigi di Taranto e la regina Giovanna I di Napoli con il figlio Carlo di Calabria, avuto dal primo marito Andrea d'Ungheria; riproduzioni in grafica digitale da de-stra verso sinistra del Torrione di Bitonto, della Porta Baresana di Bitonto, della cattedrale di Bitonto, della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli in Balsignano frazione di Modugno e della chiesa di Santa Maria della Croce in Auricarro frazione di Palo del Colle; rie-laborazione in grafica digitale del grifo bitontino presente in mosaico nel pavimento antico della cattedrale di Bitonto; gli affreschi, gli edifici e il mosaico sono tutti contemporanei, cioè già presenti, alle vicende raccontate nel romanzo e sono una valida testimonianza della cultura e arte medievale pugliese e napoletana, alcuni di epoca angioina. Nel medaglione riproduzione in grafica digitale dell'Ercole presente sulla chiesa madre di Palo del Colle, di esecuzione rinascimentale.

Lingua

Italiano

Genere letterario

romanzo storico medievale

Ambientazione

Bitonto, Palo del Colle, Auricarro, Bari, Basigliano, Modugno, Altamura, Gravina, Minervino, Matera, Barletta, Ruvo di Puglia, Aversa…

Anteprima

BUTUNTUM, ANNO 1349

 

Il Torrione di Butuntum, alto e possente si ergeva sulla cinta muraria della città, sulle chiese, sui palazzi e sulle dimore di un popolo operoso e forte. Era una poderosa costruzione disegnata da un architetto al seguito di re Carlo I d’Angiò, che andava a potenziare l’antico donjon di epoca normanno-sveva riservato al dominus, a difesa di Porta della Marina. Il Torrione, con le sue finestre disposte a diversa altezza, era un formidabile bastione. Come vigile sentinella, scrutava l’intero territorio e per mezzo di cunicoli sotterranei era collegato alle altre ventisette torri a difesa della città.

Era il pomeriggio di una rigida giornata di fine febbraio 1349 e il Castellano aveva invitato i quattro rappresentanti più autorevoli della Universitas di Butuntum sulla terrazza del Torrione: i syndici Francesco Bove e Leone Castanea e i milites Errico Labini e Paolo de Ferraris. Loro erano abituati a osservare l’orgoglioso manufatto difensivo dal piano stradale, dal quale si potevano vedere le casematte adibite a ospitare il presidio di difesa, oppure ad alzare lo sguardo verso la sommità per mirare la caratteristica merlatura.

I convenuti manifestarono la loro sorpresa per il panorama che si presentava ai loro occhi. Quel pomeriggio, i raggi di un timido sole cercavano di riscaldare i cinque uomini, ma un leggero vento di levante tendeva a gelare i loro volti, mentre i loro occhi, non abituati a quell’altitudine, quasi lacrimavano. I due syndici, più avanti negli anni degli altri presenti, si strinsero nelle loro cappe di tessuto di lana, mentre il Castellano osservava il territorio, che arrivava sino alla marina. I rappresentanti della Universitas lo imitarono. Affacciandosi, guardarono la spianata del castello, le strette vie che da essa si dipartivano, le case, le chiese, i palazzi signorili e, subito dopo le mura, gli orti, le viti e gli uliveti. Nelle campagne si notavano alcune costruzioni locali a trullo, costruite dagli stessi contadini per il ricovero nelle giornate di pioggia o per dimora serale. L’olio, conosciuto per la sue eccelse qualità, veniva esportato.

Il Castellano, col suo sguardo severo, dopo aver superato la vista del monastero di San Leone, fuori città, fissò a nord l’azzurro lontano del mare costellato da tante macchie bianche ove si intravedevano lontanissime costruzioni.

Erano le città del vicino mare Adriatico. Dopo aver posato lo sguardo sull’antico e vicino Locus Sancti Spiritus, naturale propaggine di Butuntum e suo porto per eccellenza, diresse lo sguardo verso la vicina e rivale città di Barium e di seguito, in senso orario, verso Meduneum, Vitetum, Vinetum e più lontano verso Grumum, Turictum e infine verso la vicinissima Palium.

Indicando con l’estensione del braccio le città da Barium fino a Palium, il Castellano esclamò: «Tutte di parte filo-angioina. Noi però, abbiamo giurato fedeltà al re d’Ungheria e continueremo a prestar fede al nostro proposito. È ormai passato più di un anno dacché il nostro precedente signore, Carlo di Dyrrachion, è stato sommariamente giudicato e condannato a morte. È stato defenestrato nello stesso castello di Aversae, dove il consorte della Regina ha visto miseramente finire i suoi giorni…»

Il Castellano riferiva della morte del precedente feudatario di Butuntum, Carlo d’Angiò duca di Dyrrachion e cugino della regina Giovanna I di Neapolis, il 23 gennaio del passato 1348. Luigi d’Ungheria lo sospettava di aver partecipato alla congiura che i baroni avevano ordito a danno del fratello, Andrea d’Angiò duca di Calabria, il 18 settembre del 1345. L’assassinio era avvenuto mentre, nonostante i rumori d’arme e le invocazioni d’aiuto, la bella regina rimaneva rinchiusa nelle sue stanze. Ma ad aumentare le colpe del duca di Dyrrachion, erano state le sue mire sul trono di Neapolis, dopo aver sposato fraudolentemente Maria d’Angiò, sorella della regina, già promessa in sposa allo stesso Luigi, nel testamento di re Roberto I, il nonno di Giovanna.

Durante una pausa verbale del Castellano, il signor Francesco Bove, detto Cicco, fattosi ardito, prese la parola: «Chiedo scusa, non vorrei fare l’avvocato difensore del passato signore della nostra città. Se è vero che da questa ha potuto godere delle 385 once annuali di rendita, è anche vero che con le amministrazioni di Carlo e, prima di lui della Regina Sancia, la nostra città ha potuto godere di relativa pace e della realizzazione di diverse opere di pubblica utilità e di difesa. La cinta muraria e le nuove torri di difesa, le elargizioni per la costruzione del complesso conventuale di San Domenico, sono lì a ricordarcelo. I nobili bitontini al suo seguito, sono una chiara testimonianza del nostro recente passato.»

Cicco era figlio di Sergio Bove, uomo molto potente e rispettato per il suo trascorso di miles in prima linea nella battaglia di Beneventum, che segnò la disfatta di re Manfredi e del potere svevo a favore di Carlo I d’Angiò, del partito guelfo e del Papato nell’Italia meridionale.

Il Castellano, con calma, riprese: «Signori rappresentanti della Universitas, so che nella nostra città ci sono molti estimatori del defunto Carlo di Dyrrachion, della casa d’Angiò in generale e della regina Giovanna. Vi voglio però rammentare che il re d’Ungheria è venuto da quelle lontane contrade, oltre che per vendicare il fratello, anche per infliggere alla cognata la giusta punizione per non aver permesso al defunto marito Andrea, di condividere con lei il potere col titolo di Re, come stabilito nel testamento dal predecessore re Roberto. Ora, ha costituito signore delle terre e di tutti i beni che erano stati del già duca di Dyrrachion e dei suoi fratelli, il generoso signore Stefano, conte di Zomith e voivoda di Transilvania, suo fratello minore, nobilissimo capitano e suo luogotenente nel regno di Neapolis dopo la sua partenza. Orbene, noi siamo riuniti qui, in segreto, senza sguardi e voci inopportune, per superare le posizioni che legano ciascuno di noi a una parte in conflitto, perché con animo libero, si possa leggere meglio gli avvenimenti che la storia sta dettando alla nostra terra. In questa posizione ci si potrà meglio orientare per decidere l’atteggiamento da tenere in questa guerra per il bene della nostra amata città. Certamente, il fatto di essere stato feudo di Carlo d’Angiò non ci sta giovando. Egli, nella sua esuberanza giovanile, aveva osato molto. Indubbiamente, con l’ausilio di suo zio, cardinale di Pietracora, della Curia Romana, aveva lavorato per differire il tempo dell’incoronazione a re del duca Andrea d’Ungheria, consorte di Giovanna. Anche se non partecipante attivo nell’agguato teso ad annientarlo, e fattosi anzi persecutore di quei miserabili e poi latore di lettere presso la regia corte ungherese per invocare il castigo contro la regina di Neapolis, all’arrivo del re d’Ungheria era ad attenderlo nei pressi di Aquile con potente esercito a contrastargli il passo. È chiaro che aveva invocato la discesa di re Luigi per abbattere la sovranità della regina Giovanna e poter restare, dopo la morte di suo marito, solo padrone del Regno con la moglie Maria, ultima discendente al trono.»

Il syndicus precedentemente intervenuto riprese.

«La regina Giovanna d’Angiò, meno di un mese fa ha riorganizzato i baroni dalla sua parte e il 17 gennaio ha riconquistato il Maschio Angioino. Qualche settimana fa, il giorno 16 febbraio, al suo secondo marito, Luigi di Tarento, cui ha imposto il nome di Ludovico, è stato conferito il titolo di Re. Ora a Neapolis, in qualità di Gran Siniscalco, c’è l’astuto Niccolò Acciaiuoli, accreditato anche come suo amante. Egli ha favorito le nozze di Giovanna e Ludovico ed è il feudatario della vicinissima Palium. L’Acciaiuoli ha riavvicinato alla casa d’Angiò il temerario Giovanni Pipino, e i suoi fratelli. Al palatino di Altamura e al suo esercito di mercenari è stato affidato il compito di contrastare gli ungheresi in Puglia.»

Leone Castanea volle prendere la parola: «Non voglio contraddire il mio collega Cicco. Non essendo io uomo di parte, posso asserire che il matrimonio fra Giovanna d’Angiò e Ludovico di Tarento non è dei più felici. È sulla bocca di tutti che a corte, trascorsi i primi mesi di matrimonio, il Tarantino, sostenuto dall’Acciaiuoli, ha sempre premuto sulla consorte per condividere il potere con lei, accusandola e rimproverandola, anche platealmente, di avere relazioni extraconiugali. Di contro, la regina Giovanna gli rimprovera le sue scarse attitudini in campo militare. Neapolis e l’intero Regno sono nel caos, con i vari baroni e le Universitas che non sanno decidere per chi parteggiare, e in balia di uomini facinorosi che pensano ai loro interessi.»

«Signori della Universitas,» riprese il Castellano, «non saranno questi i motivi che ci faranno intimorire o ci faranno prendere decisioni affrettate circa il nostro eventuale intervento in questa sporca guerra. Questa ha richiamato nelle nostre terre eserciti e bande armate di mezza Europa. Personalmente non ho nessun rancore contro la regina Giovanna d’Angiò. Anzi, di lei mi piace ricordare il rescritto ottenuto dalla nostra amata città di Butuntum che recita testualmente: Nobilitas morum plus valet quam genitorum. Proprio per questo motivo occorre ponderare ogni nostra decisione, che deve essere presa senza timore di sorta, con determinazione e collegialmente, nell’esclusivo interesse dei cittadini della nostra magnifica città.»

Il pallido sole invernale stava volgendo a tramonto e la brezza si era acquietata. Lassù sul Torrione, gli uomini erano ancora intenti nei loro discorsi, ma un senso di tranquillità era sceso sui loro volti. La certezza che le decisioni sarebbero state condivise nell’interesse di tutti, dava fiducia nel loro destino e in quello della loro antica città. A un tratto tutti furono in silenzio.

Dalla sommità del Torrione si notavano le vie di campagna in terra battuta e quelle principali ricoperte di pietrisco, in particolar modo quelle con profonde tracce lasciate dai carri nel loro procedere per condurre al lavoro nei campi. La via che si riconosceva a prima vista, lastricata con basole e cippi miliari era la Traiana che, provenendo da Rubo, dopo aver costeggiato la città e superato la lama del letto del torrente Tiflis, si dirigeva a levante verso Meduneum e Barium.

Gli ulivi predominavano per il loro colore verde ceruleo su tutte le altre piante arboree, per lo più mandorli e altre piante legnose da frutto, tutte prive di foglie. Alcune di esse però, avevano le gemme quasi dischiuse con il particolare colore bianco roseo che dava un senso di sacralità e purezza a quel mondo che andava incontro alla sera. La quasi totalità degli altri alberi, invece, presentava solo le gemme ingrossate, avide soltanto di altro calore per poter prepotentemente aprirsi alla vita e al ciclo annuale fissato da madre natura. Negli orti in prossimità della città, i contadini erano ancora intenti a curare le novelle e fragili piantine di fave o a tagliare le rape da portare nelle proprie dimore, legate in grandi fasci o nelle capienti bisacce.

Da un grande vigneto di viti ad alberello, particolarmente nane per la potatura ricevuta, già ripartivano i braccianti che avevano trascorso la giornata, occupati nella zappatura. Negli uliveti, lasciate le scale, i potatori ponevano i loro arnesi sul carro per rientrare, chi sul carro stesso e chi a piedi. Su alcune strade e viottoli in terreno battuto alcuni asinelli caricati col basto avanzavano verso la città affiancati dai loro proprietari. Più avanti, alcuni contadini con la zappa sull’omero o con la bisaccia ad armacollo, procedevano con passo stanco ma ancora spedito. Anelavano raggiungere le desiate dimore per trovare conforto alla loro fatica giornaliera e il meritato riposo. Dietro di loro due donne si tiravano dietro alcune caprette, mentre giungevano le note di una campana annunciante i Vespri.

Fu al tocco di quella campana che il Castellano invitò i rappresentanti della Universitas a seguirlo giù al secondo piano del Torrione per una frugale cena e per continuare il discorso sulle vicende che stavano investendo Butuntum e tutte le città del Regno in quel periodo cruciale per la loro storia. Lì, il Castellano invitò i due syndici e i due militi, ad avvicinarsi al camino che riscaldava l’ambiente e diede ordine ai suoi servitori di approntare la cena per gli ospiti.

 

Inizialmente, sulla tavola posta di fronte al camino, vennero portate caraffe in gres decorate con figure floreali, contenenti acqua, vino bianco e rosso e contemporaneamente venne servito qualche vaso di vetro contenente latte di mandorla. Vennero portati anche pane, noccioli di mandorla tostati, ceci e fave abbrustolite, olive bianche e nere, verdure fresche o sotto aceto, rape in umido, molti piatti di cavoli fritti, uova sode, ricotta. A completare le vivande arrivarono larghi piatti contenenti pezzi di agnello arrostito, dal quale i commensali si sarebbero serviti col coltello. Il Castellano invitò i suoi ospiti a prendere posto a tavola e a servirsi dei cibi portati.

I rappresentanti della Universitas apprezzarono molto quanto era stato loro offerto. A fine cena Errico, figlio di Petruccio Labini, miles di Sorrento esordì: «Signor Castellano e signori syndici, voi siete più anziani e più esperti di me e del mio collega Paolo che serviamo in armi la nostra città. Parlando anche per il mio amico di cui conosco i sentimenti, penso di non sbagliarmi se, considerati i fatti che avvengono a Neapolis e i pericoli che noi tutti ci troveremo ad affrontare, vi dichiaro che inizialmente, se comuni e se presi unitariamente, asseconderemo i vostri propositi.»

«È vero» riprese il miles Paolo de Ferraris. «Non avvenga qui da noi quanto accaduto in altre città del Regno, ove i governanti e il popolo si dividono in fazioni. Neanche ci si impegni, è questo il mio pensiero, in favore di una regina che passa disinvoltamente da un letto a un altro o per un re manesco nei confronti della moglie, incapace sul campo militare e talmente disposto alla menzogna e all’inganno da farsene un vanto.»

Pacatamente, il syndicus Leone Castanea intervenne dicendo: «Mi sa che in questi avvenimenti determinati in massima parte dalla regina Giovanna, si stia riscrivendo quanto avvenuto, tanti secoli fa, con Elena di Troia … Una donna innamorata di un altro uomo, con l’aggravante della morte del marito, gli intrighi di corte, le città schierate a difesa di interessi di pochi, la guerra con la morte sui campi di battaglia e in più dovuta ai vari focolari della pestilenza che sta mietendo vittime. Dovremo cautelarci anche contro questa epidemia che, voglia il buon Dio, non giunga qui da noi.»

«È vero,» proseguì Francesco Bove, detto Cicco, «la peste, venuta da lontano, sta ammorbando anche il nostro Regno. Occorrerà premunirsi per evitare fonti di contagio e nell’estrema ipotesi, individuare già da ora, una dimora da trasformare in ospitale per poter ricoverare gli ammalati, e provvedere alla loro sepoltura.»

A questo punto il Castellano riprese la parola: «Cari amici, vedo che noi tutti, in buona fede, siamo concordi nella considerazione degli avvenimenti nefasti che stanno investendo il nostro percorso e nel cercare le soluzioni idonee atte a superarle. Per quanto riguarda le alleanze e per tutti gli altri problemi che si presenteranno, noi siamo buoni cittadini e come tali resteremo sempre fedeli al bene comune della nostra amata città. Ora alzerò il bicchiere di questo vino per brindare a un patto che spero coinvolga tutti.»

Detto questo, si levò in piedi e, ad alta voce, pronunciò: «Pro Butunto.»

Gli altri si alzarono e all’unisono gridarono con forza: «Pro Butunto.» Dopo, deposti i bicchieri, si abbracciarono commossi.

Dopo quell’incontro ce ne fu ancora un altro, in cui i milites Paolo ed Errico, di comune accordo, proposero di organizzare corsi di addestramento alle armi per i cittadini della Universitas. Si trattava di insegnare ai giovani a saper cavalcare e renderli abili nell’uso di spade, di archi e balestre, per essere preparati nel caso in cui l’Universitas si trovasse costretta a difendersi o a scendere in guerra. I syndici impegnarono il denaro a loro disposizione per l’acquisto di nuove balestre e altre armi. Molto denaro proprio fu elargito dal nobile Cicco del signor Sergio e da parte di altri facoltosi possidenti che dimoravano a Butuntum. Per lo più era una nobiltà giunta in città sotto il regno di Carlo I d’Angiò e dei suoi successori. Da Ravello, cittadina della costa amalfitana, giunsero le famiglie Bove, Labini, Planelli e Rogadeo, che portarono intraprendenza commerciale e prosperità.

In quel momento storico che metteva a repentaglio i loro stessi averi, gli esponenti di queste nobili famiglie si prodigavano per la stabilità dei rapporti e per la difesa dei loro stessi interessi. Vennero acquistati anche cavalli per l’addestramento dei popolani che non ne possedevano e fatte scorte di viveri. Nei sedili dei nobili e dei popolani, da parte dei più responsabili e informati, senza diffondere timore, venivano tenuti discorsi per preparare l’animo dei cittadini all’eventualità di una partecipazione alla guerra. Venne organizzata anche un’assemblea straordinaria della Universitas, nella quale vennero responsabilizzati maggiormente il Mastrogiurato per la tutela dell’ordine pubblico, i due baiuli per la polizia nelle campagne, gli addetti alla scaldaria per la tutela sanitaria, la portulania e l’erario licteratus.

Per quanto riguarda i corsi di addestramento proposti, il fatto più eclatante e sotto qualche aspetto anche un po’ imbarazzante per i due milites, fu la decisione delle loro giovani consorti di partecipare agli stessi. Dopo averlo riferito con noncuranza ai rispettivi mariti, non senza trovare qualche motivo di dissenso, donna Regina Perrese, moglie di Errico e donna Lucia, moglie di Paolo de Ferraris, si presentarono a Porta della Marina con Giovanna e Felicia, le ragazze al loro servizio. Si presentò anche donna Caterina, figlia di Cicco Bove, seguita da Nicola Angelo Labini, suo giovanissimo marito e da Costanza, che prestava servizio nella casa della nobile famiglia. Donna Caterina e il marito Nicola Angelo, erano i più signorili nel portamento e nell’abbigliamento. A quel primo appuntamento erano presenti una trentina di giovani.

Il miles Paolo, accigliato nel vedere la consorte partecipare a quel primo raduno senza il suo espresso consenso, esclamò: «Sono questi i difensori della nobile città di Butuntum? Le nostre donne che dovrebbero badare ai loro figlioletti, le loro serve e i giovani che non hanno mai maneggiato un’arma?»

La risposta di donna Lucia non si fece attendere: «Caro marito, qui non ci sono serve né padrone. Felicia è al mio servizio ed è la mia confidente e la mia amica. Con lei passo in casa più tempo che con te. Se l’Universitas ha bisogno di braccia per la sua difesa, ci sono anche le braccia di noi donne e la passione e la determinazione che sappiamo mettere nei nostri comportamenti.»

Il miles Errico Labini invece, mostrando un volto soddisfatto, intervenne: «L’Universitas è grata a voi uomini e donne di Butuntum che per primi avete risposto positivamente all’invito rivolto alla cittadinanza. Sono sicuro che al prossimo appuntamento saremo ancora più numerosi. Ora ci divideremo in due gruppi, uno con me e l’altro col miles Paolo de Ferraris e cominceremo l’addestramento. Inizieremo con l’allenamento fisico, la corsa e poi verrà dato un saggio sull’uso della spada e della lancia. Prossimamente impareremo a usare l’arco e, dopo, le balestre. L’arte di arciere e quella di balestriere sono le discipline nelle quali voglio prendiate maggior confidenza. Sono le armi che più ci serviranno nel caso di un assedio, perché nostra ferma intenzione è quella di addestrarci per una guerra di difesa. Non è nelle nostre intenzioni portare offesa ad alcuno se non siamo attaccati. Questo è il nostro fermo proposito: la nostra difesa.»

Continuò il miles Paolo De Ferraris: «Concittadini, terminato questo primo ciclo di addestramento, sarà importante, per chi non è pratico, imparare a montare un cavallo. Sarà utile, perché il nostro territorio è molto vasto e occorre collaborare con i nostri baiuli nella polizia delle campagne. Organizzeremo alcune squadre atte a percorrerlo per poterlo attraversare e vigilare sulle persone e sui beni colà dislocati, dall’aspra zona murgiana fino al Castello di Archito nella nostra marina. Si dovrà vigilare sulle ville, sui casolari, sui palmenti e sui trappeti, sul bestiame, su tutte le terre che sono la ricchezza e il sostentamento della nostra città.»

Dopo l’affaticamento nella corsa e in altri esercizi fisici della prima giornata, venne dato, da parte degli istruttori, un saggio sull’uso delle armi e, subito dopo, una breve dimostrazione sull’uso dell’arco. Erano tutti nei pressi del Torrione, che sembrava vegliare contento e protettivo su quei giovani figli che volevano prendersi cura della difesa della città. Con la sua possanza li incoraggiava, dando loro conforto e garanzia di successo. Nel frattempo, una folla di curiosi osservava, a debita distanza, l’addestramento di quelle due squadre e la prova sull’uso dell’arco offerta dagli istruttori. I loro occhi esprimevano una sana invidia verso i partecipanti e un rammarico per essersi lasciati perdere una bella occasione per far parte di un gruppo con intenti così nobili.

 

Verso mezzodì i due milites chiamarono a raccolta i partecipanti a quel primo appuntamento ed Errico, con la sua voce alta e forte, lanciò il grido «Pro Butunto» e tutti i presenti risposero con un duplice «Urrà, urrà.»

Venne fissato l’incontro per l’indomani e Paolo disse al suo amico Errico: «Certamente al prossimo incontro, visto l’entusiasmo di oggi, saremo in tanti. Sarà meglio chiedere al signor Castellano qualche istruttore in grado di svolgere il compito che ci siamo proposti.»

Detto questo, si fecero annunciare su al Torrione, per esprimere la loro richiesta. Il Castellano, dalla sua finestra al secondo piano, aveva osservato l’opera svolta quella mattina e rispose che al prossimo appuntamento si sarebbe messo a disposizione lui stesso con qualche altro soldato.

Nelle prime due settimane di marzo di quella primavera del 1349 tanti giovani bitontini passarono dalla spianata del castello per imparare a usare una spada, la lancia, l’ascia, l’arco e la balestra. Le donne vennero formate per lo più nell’addestramento fisico e nell’uso dell’arco. L’entusiasmo cresceva per l’aumentata fiducia nei propri mezzi e, ancora molto più, per avere dei capi che sapevano interpretare e ben orientare l’animosità dei propri concittadini.

Dopo i corsi di addestramento con le armi, in cui ebbero modo di esercitarsi, a turno, tantissimi giovani, venne proposto, a chi si sentiva idoneo, l’addestramento a cavallo. Vennero inoltre segnalati e allertati quanti avevano primeggiato in quelle attività, per formare altri capi squadra e istruttori di nuovi combattenti.

Stava sopraggiungendo anzitempo il caldo tepore della primavera e il primo giorno di addestramento a cavallo, si presentò donna Caterina, accompagnata dal giovanissimo e aitante marito Nicola Angelo e, seguita dalla sua bella dama di compagnia, come lei amava definire Costanza.

Donna Caterina portava nel gruppo un po’ di brio e di sobria eleganza. Si presentò vestita con un ampio pantalone alla turca che le permetteva di muoversi agevolmente come sa fare un uomo. Sul pantalone indossava una camicia di cotone ricamata a collo alto, sotto la quale aveva indossato un busto per contenere e modellare la vita e l’addome, e sopra, una tunica di color amaranto con maniche larghe a ricoprire il tutto. Sul capo portava un ampio cappello di velluto dello stesso colore della tunica. Sul bordo del copricapo, a contatto con la fronte, scorreva una cordicella che permetteva di stringere la stessa alla misura desiderata dietro la nuca per non farlo volare. Alle mani indossava un bel paio di guanti di pelle chiara.

Ma ciò che più rifulgeva, era lo splendore del suo viso chiaro ornato da una bella chioma color biondo castano, quella mattina divisa in due parti e con i capelli raccolti in due trecce che ornavano le sue spalle. Donna Caterina era sempre capace di suscitare tenerezza e interesse per la sua sensibilità e delicatezza e per la sua figura di donna pronta al sacrificio e all’abnegazione.

La giovane era fiera e ben consapevole di essere portatrice di una bellezza esteriore derivante da una compostezza e bellezza interiori. Aveva un forte senso estetico, ma, con gli occhi di donna innamorata, era capace di trasmettere la sua gioia agli altri e persino all’aria che respirava. Solo a guardare la determinazione dei suoi vividi occhi, si capiva che era una donna che pretendeva rispetto oltre che a darlo. In caso non lo ricevesse, lanciava furiosi strali di disapprovazione.

Il marito, Nicola Angelo Labini, indossava un farsetto chiaro dalla manica lunga con abbottonatura sulla parte anteriore, calzoni stretti a calzamaglia di color marrone e stivaletti a mezza gamba di pelle giallastra. Era un bel giovane elegante, forte e virile allo stesso tempo, una persona con cui si entra in sintonia appena conosciuta o che cerchi di evitare perché già sai in partenza che la sua concezione di vita non collima con la tua, una copia al maschile di ciò che era sua moglie.

Alla loro comparsa, tutti si fermarono ad ammirarli. In particolare osservavano donna Caterina, perché indossava i pantaloni di foggia orientale che comunemente non si vedevano in giro. Anche Costanza era vestita come la sua padrona. I tre personaggi, arrivati al piccolo trotto, sembravano giunti da una reggia tali erano la loro maestria nel saper cavalcare e la loro eleganza. Sembravano usciti da una singolare e spettacolare casa dei sogni, per la miscela di ideale umano e divino, fantastico e reale.

Altre donne, invece, per l’addestramento, si presentarono in abbigliamento più pratico. Sotto la tunica portavano generalmente calzamaglie di lana o di spesso cotone lavorate in casa dalle nonne o dalle mamme. Su di queste indossavano una veste che, benché larga, poteva impedire i loro movimenti specialmente a cavallo. In tanti si presentarono per l’appuntamento equestre, chi a cavallo e chi a piedi.

Con le loro cappe al vento, tenute strette al collo per mezzo di un laccio di cuoio, giunsero al galoppo, per il ritardo all’appuntamento, anche Cicco Bove e Leone Castanea. Fu uno spettacolo vederli arrivare come felini sulle loro prede. Erano un po’ avanti negli anni rispetto ai presenti, ma avevano energia da vendere e vennero accolti con un applauso per popolarità e prestigio essendo i due syndici in carica.

Cicco del signor Sergio si levò il cappuccio del mantello a scoprirsi la testa brizzolata in segno di saluto, dopo aver fermato il suo bel cavallo murgese nero. Sceso repentinamente da esso, con la elegante tunica modellata alla cintura da una cinghia terminante con la testa di un bue, si scusò: «Non potevamo restare ancora inoperosi mentre la nostra città ha bisogno di cavalieri e come syndici in carica, Leone ed io, da abili cavallerizzi qual siamo, ci mettiamo al servizio dei nostri concittadini per addestrarli a saper cavalcare.»

Leone Castanea, robusto nella persona, col suo viso bonario, roseo e rassicurante proseguì: «Amici carissimi, è tempo che anch’io mi addestri e riprenda con voi il bel vezzo di andare a cavallo, non per andare nelle mie terre o a caccia, ma per il bisogno della nostra città. Un syndicus deve saper ben interpretare i desideri della sua città.»

I milites Paolo ed Errico confabularono fra loro e subito furono concordi nello scegliere i syndici Cicco e Leone e ancora, la giovane Costanza, donna Caterina e il marito Nicola Angelo come istruttori per il corso di equitazione.

 

Le ragazze furono affidate alla figlia di Cicco Bove e a Costanza, che si allontanarono verso un piazzale poco distante per cominciare l’addestramento.

Erano sei ragazze popolane, che per l’occasione avevano indossato calzamaglie maschili su cui portavano una casacca a mezza gamba. Avevano anche il reale timore di entrare in contrasto, fuori dal gruppo, con gli esponenti locali di sesso maschile, gli unici ad avere la prerogativa di indossare quel tipo di indumento. Donna Caterina le incoraggiò e le ringraziò per la loro presenza. Una delle ragazze, un po’ intimorita dalla signorilità di tale istruttrice esclamò: «Donna Caterina, voi siete molto bella ed elegante. Sapete ben cavalcare e sapete farvi rispettare. Noi non siamo del vostro rango e siamo un po’ come colombe impaurite.»

«Coraggio Anna» esclamò la nobildonna. «Io ti conosco un po’ e so che diventerai, con un po’ d’impegno, un’abile amazzone. Coraggio anche voi, care ragazze, Noi sapremo dimostrare di non essere da meno dei nostri uomini e la nostra scommessa si gioca nel provare, non dico pari abilità, ma pari impegno a quello degli uomini.»

Detto questo, fatti portare i cavalli per le ragazze che ne erano sprovviste, si misero all’opera.

A fine giornata, donna Caterina, attorniata dalle sue allieve, parlò loro con cuore aperto: «Questa guerra ci sta dando l’opportunità unica di far valere il nostro ruolo nella società. Siamo donne, ma oggi ci vien chiesto di saper anche usare le armi, cavalcare, combattere come gli uomini. Sono compiti ai quali noi stesse non siamo preparate, ma, come abbiamo constatato, siamo capaci di svolgerli altrettanto bene. Il contesto in cui siamo chiamate a operare è irripetibile. Abbiamo notato le reazioni negative che provoca la nostra partecipazione a queste esercitazioni. Soltanto l’animo gentile di alcuni uomini è capace di comprendere la situazione e di incitarci a proseguire. Oggi, in questo contesto difficile, noi tutte possiamo essere le protagoniste di una nuova epoca. Voi donne popolane in particolare, avete la possibilità di emanciparvi e di ritagliarvi un nuovo ruolo, come è giusto che sia. Vi basti osservare quello che solo le nobili come me riescono a fare. Per voi è molto più difficile. Per il fatto che vi state ritagliando questo tempo, sappiate che è tempo che dedicate a voi stesse prima che alla comunità cittadina. Il mio desiderio è quello di vedere, già da domani, nuove allieve per questo corso e per questo nuovo modo di intendere la vostra vita. Invitate le vostre amiche. Sapremo dare una svolta decisiva, oltre che alla guerra, anche al nostro ruolo nella nostra società.»

E poi ancora: «Ho visto che avete un po’ di difficoltà nel vostro abbigliamento. Vi procurerò gli stessi pantaloni che indosso io, a mie spese. Conosco il mercante Daniel, e qualche altro bottegaio nella nostra Giudecca, che commercia questi capi di abbigliamento un po’ rari.»

«Grazie donna Caterina, siete molto gentile» fu la risposta unanime.

 

Dopo i primi giorni di addestramento a cavallo, Leone Castanea e Cicco Bove ritennero che i loro giovani fossero pronti per poter effettuare una prima puntata a cavallo fino al convento di San Leone. Anche donna Caterina disse che le sue ragazze erano pronte a fare altrettanto e a un cenno le incitò a seguirla al galoppo.

Nella sorpresa generale il syndicus Cicco, un po’ infastidito, fu quello che si riprese per primo e ordinò a tutti di raggiungere le donne. Quando furono alle loro calcagna indicò a tutti con larghe bracciate di superarle. I cavalieri più abili riuscirono nell’intento.

Donna Caterina e la fedele Costanza furono nella ristretta cerchia dei primi che giunsero a destinazione.

Ci fu qualche sguardo torvo verso le donne, per ragioni di supremazia maschile, ma Leone Castanea, sopraggiunto subito dopo, fu molto abile nel volgere in positivo ciò che poteva rischiare chi creare qualche attrito.

«Complimenti donna Caterina, a te e a tutte le tue ragazze. Avete dato un saggio delle vostre eccellenti doti di amazzoni. La gradita presenza di voi donne, onora tutti noi e ci spinge a dare il nostro meglio per i compiti che ci siamo prefissi.»

«Grazie signor Leone, siete un vero gentiluomo» rispose donna Caterina.

Il miles Errico, entusiasta per come procedeva la giornata, propose un applauso per le giovani e al suo «Urrà» tutti, in un tripudio collettivo, ad alta voce, gridarono: «Urrà.»

 

 

IL PRIMO SCONTRO ARMATO

 

Le esercitazioni proseguivano con diversi gruppi di giovani che, rispondendo all’appello della Universitas, andavano a esercitarsi all’uso delle armi. In media i corsi duravano dodici giorni, per poter permettere la loro frequentazione a tutte le persone che desideravano rendersi utili in caso di bisogno. I giovani più validi e promettenti venivano trattenuti per ulteriori esercitazioni e per diventare, a loro volta, istruttori in altri corsi di addestramento. In particolar modo nell’uso dell’arco e della balestra si cercava di preparare quanta più gente possibile per poter avere almeno duemila arcieri o balestrieri.

Si cercava anche, di formare abili cavalieri da poter impiegare per raggiungere le tante massarie, le taverne, i frantoi e le torri disseminate nel vasto territorio dell’ager butuntinus. I più abili nelle varie discipline vennero proposti come capi di squadre di dieci giovani. Fra coloro che si distinsero ci furono i giovani Paulo, Lanardo, Cosimo, Petruccio, Dominico, Antonello, mastro Matteo e mastro Donato, due valenti fabbri e il mastro sellaro Bartolomeo. A Lanardo, Dominico, Petruccio e Bartolomeo, per la loro abilità nel saper cavalcare, venne affidato il comando di dieci uomini a cavallo in appoggio alle squadre degli istruttori Cicco, Leone, Nicola Angelo, donna Caterina e Costanza.

Nelle esercitazioni miste c’erano già stati gli occhi di Dominico che avevano incontrato quelli di Costanza, mentre gli occhi di Lanardo avevano incontrato quelli di Giovanna, la ragazza a servizio in casa del miles Errico Labini. C’era invece Petruccio, che per la sua timidezza non alzava mai gli occhi a incrociare quelli di Felicia, la ragazza a servizio presso la casa del miles Paolo de Ferraris. In tutti i modi Felicia cercava di farsi notare da Petruccio che rimaneva sempre silenzioso e non rivolgeva la parola, se non occasionalmente, che ai suoi amici.

Donna Caterina e il marito Nicola Angelo, un giorno che era già giunta la primavera e le giornate erano diventate abbastanza calde, proposero al gruppo di istruttori una puntata alla marina di Butuntum, il Locus Sancti Spiritus. Sarebbero arrivati al castello di Argiro, per poi terminare la giornata col mettere i piedi nell’acqua del mare. Nicola Angelo Labini, in qualità di responsabile del gruppo, prima della partenza, tenne un breve discorso imperniato sulla mitica figura di Ettore, l’eroe troiano cantato da Omero.

Non era la prima volta che Ettore ricorreva nei suoi discorsi. Per lui rappresentava l’ideale del combattente per la sua città e il marito ideale cui cercava di ispirarsi nella sua vita, per cui disse: «Noi siamo la componente armata del popolo di Butuntum. Siamo parte della milizia cittadina e siamo dei figli che, tralasciando la loro abituale attività, si vestono in armi in difesa della propria terra. Tanti sono gli eroi a cui noi uomini possiamo ispirarci e le eroine, che al pari di noi uomini, sono intervenute nella grande storia e possono ben rappresentare i personaggi a cui la parte femminile del nostro gruppo può far riferimento. Ormai voi tutti conoscete il personaggio al quale io cerco di ispirarmi: Ettore, il mitico eroe difensore della città di Troia. È il personaggio più idoneo a rappresentare gli ideali cavallereschi che noi perseguiamo. A distanza di secoli, la fama di questo eroe omerico è sempre viva e rappresenta la sintesi perfetta di combattente impavido e del cittadino esemplare. Quest’oggi vorrei parlarvi del suo ardimento che allontanò i greci dalle mura di Troia e li ricacciò fino alle loro navi. In quel frangente, Ettore volle inseguire gli invasori mentre il suo luogotenente Polidamante voleva frenarlo, sicuro di andare incontro a morte certa. In cielo era apparso un presagio che frenò i troiani e molti comandanti: sobillati da Polidamante, chiedevano di ritirarsi. Il principe troiano esortò i guerrieri a combattere anche a costo della loro vita e insorse contro colui che con le sue parole demoralizzava i combattenti apostrofandolo con parole di fuoco.»

Fissando in modo particolare i giovani, Nicola Angelo Labini riferì le parole di Ettore: «Perché tu tremi di fronte alla battaglia e alla guerra? Se anche noi infatti restiamo tutti uccisi accanto alle navi greche, rischio non c’è per te di morire. Tu non hai cuore da affrontare il nemico, da batterti in campo. Ma se lascerai la battaglia, o qualcun altro, frastornandolo con le tue parole distoglierai dalla guerra, perderai all’istante la vita, trafitto dalla mia lancia.»

Dopo una pausa riprese: «Ettore guidò con successo il suo esercito alle navi greche riuscendo nell’intento di incendiarne molte. Avendo narrato questo episodio, il mio intento non è certo quello di portarvi all’estremo sacrificio, ma solo quello di incitarvi a non aver timore dei nostri nemici.»

Donna Caterina applaudì convinta il discorso ascoltato, prontamente imitata dagli altri presenti: «Mi sa che da oggi ti chiameremo Ettore, come il tuo eroe. Sarà il tuo nome di battaglia. Anzi … ti chiameremo Ettorre» disse sorridendo.

«È vero, ti chiameremo Ettorre» ribadì all’istante Costanza, mentre si levava un coro cadenzato di voci che omaggiavano Nicola Angelo Labini col nome di battaglia di Ettorre.

Dopo le ovazioni di omaggio rivolte al loro comandante, la formazione a cavallo si mise al seguito di Ettorre avanzando al piccolo trotto verso Trappeto del Feudo. Era un grande complesso sulla via della marina, costituito da due ampi lamioni voltati a botte, uno adibito alla molitura e l’altro riservato al ricovero degli animali, con tetto spiovente e copertura a chiancarelle.

 

All’approssimarsi al trappeto-massaria, vennero uditi chiaramente forti latrati di cani, poi niente più. Al suo ingresso, due cani erano riversi per terra morti, uno colpito alla testa e l’altro con i segni di un forcone nel ventre. Inoltre, vennero scorti cinque uomini in atteggiamenti spavaldi e decisi. Avevano, infatti, colpito in malo modo il fattore, in quel momento all’aperto in un recinto di cavalli, lasciandolo ferito per terra e si accingevano a far uscire gli animali dalla staccionata. Erano uomini armati solamente di coltellacci e grossi randelli, ma dallo sguardo e dal modo di agire non c’erano dubbi sulla loro determinazione: erano soldati.

A sfidare i cavalieri di Butuntum e a ingaggiar battaglia, questi si disposero in semicerchio a una certa distanza l’uno dall’altro. Ettorre, forte della superiorità numerica, ordinò ai suoi di non colpirli a morte. Avrebbero cercato soltanto di disarmarli e farli prigionieri.

Il compito era abbastanza arduo, considerata la destrezza dei cinque uomini. Questi, armatisi di grossi bastoni, tentarono di opporsi alla carica dei cavalieri colpendo le gambe degli uomini e gli arti degli animali.

Subito un pugnale tagliò l’aria sfiorando il braccio destro di Ettorre, mentre il cavallo di Felicia, colpito duramente a una zampa, vacillò e cadde fra atroci nitriti dopo aver proseguito la corsa per pochi metri. Ettorre, comandò a quattro suoi uomini di seguirlo in un secondo assalto verso i soldati appiedati, mentre gli altri si sarebbero mossi subito dopo, cercando di prenderli alle spalle. Comandò anche a Petruccio e a sua moglie Caterina di cercare di recuperare la giovane Felicia, che giaceva per terra dolorante.

Fu la prima volta che Petruccio fissò la giovane caduta a terra e, concentrato nei movimenti, in un baleno le fu accanto a donarle il braccio per farla montare sul suo cavallo.

Felicia afferrò la sua mano come un’ancora di salvezza e con grande agilità fu subito alle spalle del suo salvatore.

A Petruccio non sembrava vero di avere sul suo cavallo la ragazza di cui fino al giorno prima non riusciva a reggere lo sguardo e che aveva subito simpatizzato per lui. In un attimo di distrazione voleva continuare la corsa per chissà dove. Poi, rientrato in sé, tornò verso i suoi compagni.

«Grazie Petruccio, mi hai salvato da quei bruti» disse Felicia con grazia. I suoi occhi fissarono gli occhi del giovane, che per la prima volta fu lieto di guardarla intensamente senza alcun timore, ma senza saper rispondere adeguatamente alla giovane amica. Farfugliando qualcosa, mosse solo le labbra che si sciolsero in un sorriso.

Nel frattempo l’opposizione dei cinque uomini era stata vinta, anche perché due di loro non opposero una valida resistenza. Ettorre comandò che venissero legati e frustati. Cercava di capire chi fossero, ma dalla loro bocca uscivano solo parole incomprensibili in un altro idioma.

Quando venne la volta degli ultimi due, sentì uno di loro che, con voce bassa e sottomessa, diceva: «Noi due siamo lombardi al servizio di Giovanni Pipino. Siamo stati disarmati dai soldati al servizio del voivoda Stefano e lasciati liberi. Cerchiamo di raggiungere la nostra compagnia e avendo bisogno di cavalli, di viveri e di armi, siamo giunti in questa massaria.»

«Come mai siete stati lasciati liberi dai vostri nemici?» chiese Ettorre.

«Non siamo nemici di nessuno, siamo mercenari. Fra le milizie alemanne, lombarde e ungheresi vige il patto che, dopo uno scontro armato, i soldati presi prigionieri, privati delle armi, possono andare a riprendere servizio con chi più gli aggrada, con i filo napoletani o con i filo ungheresi.»

Ettorre e i suoi rimasero senza parole a questa dichiarazione. Ettorre comandò ai mercenari di allontanarsi dal territorio di Butuntum, perché una seconda volta non sarebbe stata loro risparmiata la vita. Dopo di ciò, fatto riprendere il fattore e bendata la sua ferita alla testa, il gruppo si fermò per una sosta ristoratrice.

Il fattore offrì loro dell’acqua, del vino, pane e formaggio. Dopo, allontanatosi per andare nel recinto degli equini, scelse il più bello e prestante e al ritorno, lo offrì a Felicia.

«Tieni questo bel morello, è il migliore fra quelli che possiedo ed è il mio dono per te come ringraziamento a tutti voi per l’azione che avete compiuto. Il tuo cavallo non potrà esserti più utile ormai. Lascialo qui, così che possa rendermi conto di ciò che potrò farne e … se potete, cercate di passare ancora da queste parti, sarete sempre miei graditi ospiti.»

«Grazie signore» disse Felicia.

«Sono io che ringrazio voi tutti per il vostro provvidenziale arrivo. Avrei perduto la vita e tutti i miei cavalli.»

Dopo aver salutato il fattore, Ettorre comandò ai suoi di riprendere la strada verso la marina. Felicia era euforica. Con la sua testa riccioluta e col sorriso sulle labbra, impostando la sua voce come a discorso solenne, dopo aver pronunciato ad alta voce un «Avanti prodi di Butuntum» scattò in testa al gruppo fra l’ilarità e il giubilo di tutti.

Giunti che furono al Castello di Argiro, allertati gli uomini alla sua guardia del pericolo incombente e assicurandoli che giornalmente sarebbe giunta da Butuntum una squadra di cavalieri, tutti si diressero poco oltre per prendere un po’ di refrigerio nell’acqua del mare.

Le donne erano le più entusiaste e, legati i cavalli a dei capaci arbusti, consumarono un frugale pasto e bevvero il vino offerto loro dal fattore, tutti seduti su due grandi sassi. Subito dopo, donna Caterina si diresse verso l’acqua, seguita da Costanza, da Felicia e Giovanna. Anche Petruccio seguì prontamente le donne. Ma queste riguadagnarono subito la riva con un forte urlo di meraviglia e di brivido per un’onda che le aveva bagnate inaspettatamente.

Donna Caterina si riprese subito, dopo scoppiò in una fragorosa risata e si mise a bagnare gli uomini indirizzando loro l’acqua con larghe bracciate. Le compagne fecero altrettanto e soltanto mastro Bartolomeo, un po’ in disparte, non fu raggiunto dagli schizzi dell’acqua.

Dopo l’euforia per quell’insolito pomeriggio alla marina. Ettorre riportò la comitiva all’ordine. Dovevano asciugarsi alla meglio per poter rientrare alle loro case prima del calar del sole.

Felicia e Costanza imprecavano: «Quanto tempo ci vorrà per asciugare i pantaloni alla turca e la casacca?»

«Fra breve dovremo assolutamente ripartire» disse Ettorre. «C’è ancora un bel sole, una leggera brezza e all’arrivo saremo completamente asciutti.»

«Ma guarda un po’ se mi vedesse mia moglie…» disse mastro Bartolomeo il sellaro, il più avanti negli anni dell’allegra comitiva.

Intanto Caterina aveva slacciato la camicia per prendere un po’ di sole sul petto e si era seduta su un largo sasso piatto, in disparte dagli altri. Ettorre la raggiunse, la cinse con le braccia alle sue spalle e si fermò in quella posizione a sussurrarle dolci parole d’amore.

Anche Felicia aveva allargato il laccio di stoffa della sua camicia, in modo che si poteva notare o quanto meno immaginare il suo seno e si era sistemata su una roccia piatta per asciugarsi.

Gli occhi di Petruccio andarono a cercare il suo petto. Era una bella ragazza quasi diciottenne, i suoi riccioli ispiravano simpatia e nel guardarla si sentiva confuso. Si fermò sul suo corpo vellutato per più di qualche istante, perché la giovane sembrava avere gli occhi chiusi, in realtà controllava i suoi movimenti. Petruccio non sapeva che fare, si sentiva eccitato e in difficoltà. Pensò che sarebbe stato tutto diverso se avesse avuto la facilità della parola e dell’intrattenimento e invece… Chissà quando avrebbe avuto occasione di stringere il suo corpo, mentre lei … lei si divertiva a mostrarsi indifferente. Le sembrava una leonessa forte e tenera, che cercava qualcosa di formidabile e unico, sempre allerta, sveglia, vigile, pronta ad affrontare il pericolo o qualunque genere di evenienza. I suoi occhi sembravano vivide stelle in eterna rotazione per tenere tutto sotto controllo.

Il giovane, un po’ in imbarazzo, e non reggendo la situazione, si andò a sedere su un altro largo sasso bianco da solo. Felicia, quel giorno, era particolarmente euforica come non le era mai successo.

Si alzò, subito si accostò all’amico e dolcemente gli sussurrò all’orecchio: «Tu sei il mio eroe.» E lo strinse alle sue spalle in un forte abbraccio. Dopo, però, prontamente si levò e andò a stendersi nuovamente sulla sua roccia piatta ad asciugarsi. A qualche metro da lei, Petruccio continuava a guardarla intensamente.

Aveva una pelle di un bel colorito chiaro e baciato dal sole da farla sembrare quasi abbronzata e i capelli chiari le davano un aspetto particolarmente solare, ma anche due occhi che se lo guardavano, sapevano fissarlo con una intensità tale che lui non riusciva mai a reggere lo sguardo.

La palla rotonda del sole rossastro aveva iniziato il suo percorso discendente verso la superficie del mare ed Ettorre, consapevole dei suoi compiti, sollecitò la partenza. In breve tutti furono a cavallo pronti a rientrare a Butuntum.

All’arrivo in città incrociarono il syndicus Cicco Bove che si intratteneva a parlare col nobile Giacomo Rogadeo.

«Ben arrivati ragazzi, siete abbastanza in ritardo. Portate buone nuove?» disse Cicco, mentre il Rogadeo, che conosceva la giovane Felicia continuò sorridendo: «Felicia, ti vedo con un bellissimo cavallo. È un dono di qualche gentiluomo che si è innamorato di te?»

«No, signore,» rispose seria Felicia, «Ora vi racconta tutto Ettorre.»

«Chi è questo Ettorre» chiese sorpreso Cicco Bove.

«È vostro genero Nicola Angelo Labini. Ettorre è il suo nome di battaglia» disse la giovane.

«Tutto bene» disse sorridente Ettorre scendendo da cavallo e facendo intendere che avrebbe voluto riferire qualcosa in più, si avvicinò ai due.

«Raccontaci tutto, non tenerci sulle spine» disse Cicco.

«Ebbene, abbiamo avuto uno scontro armato. Tutto però si è risolto in nostro favore.» disse il giovane. «Ci siamo imbattuti in dei mercenari e … si vede che il loro buon destino li porti a superare i combattimenti con la sola perdita delle loro armi. Li abbiamo lasciati andare intimando loro di non rimetter piede nel nostro territorio.»

A quel punto il nobile Giacomo Rogadeo, rivolto ai giovani cavalieri che conosceva e sapeva non essere in condizioni di potersi pagare un’armatura adeguata, li invitò a passare da casa sua dopo un paio di giorni, perché avrebbe loro donato delle corazze, maglie metalliche ed elmi per la loro difesa, dicendo: «È bene che, almeno voi che siete i più esposti ai rischi di eventuali combattimenti, abbiate qualcosa per la vostra protezione.»

I giovani ringraziarono, mentre il syndicus Cicco si commosse. Ritenendo quindi utile che i giovani rientrassero, abbracciò Ettorre e: «Bravo» gli disse. «Fra un po’ vi raggiungo a casa per la cena e mi racconti tutto.»

I giovani presero congedo. Intanto si era formata una cerchia di curiosi, prima di tutto per ammirare il gruppo a cavallo e dopo, intendendo parzialmente quanto accaduto, per conoscere meglio i fatti. Fu a quel punto che il syndicus Cicco Bove, additando platealmente i giovani a cavallo, pronunciò con forza: «I nostri eroi.»

Subito dopo batté forte le mani, immediatamente imitato da tutti i presenti.

 

 

UNA GIORNATA A BALSINIANUM

 

Per la cena di quella sera era riunita tutta la famiglia, che venne messa al corrente del nuovo nome imposto a Nicola Angelo. Era presente anche il giovane Sergio, figlio di Francesco Bove, che restò molto attento al racconto e che anzi pendeva dalle labbra di Ettorre e di Caterina. Dopo i particolari appresi dalla narrazione del genero, Cicco Bove, silenzioso, si era soffermato ammirato sul suo volto.

«Che stai guardando padre?» chiese Ettorre.

«Il volto di quand’ero io giovane» rispose Cicco, che continuò: «Sono fiero dei miei figli e sono fiero di te. Da quando sei entrato in questa casa, ci hai ulteriormente arricchito. Sei il degno emulatore delle gesta del mio glorioso padre Sergio. Butuntum ha bisogno di giovani come te. Sei un cavaliere esemplare. Dimostri continuamente, con le tue azioni, che le armi migliori del cavaliere sono coraggio, virtù e verità. Il cavaliere di oggi è votato al coraggio e la sua spada è al servizio della città, mentre la sua furia si abbatte sui nemici malvagi.»

«Grazie della fiducia, padre» disse Ettorre.

«Col vostro permesso, vorrei unirmi anch’io al vostro gruppo» chiese il giovane Sergio.

Dopo aver guardato Cicco per una conferma, Ettorre rispose: «Sei il benvenuto, giovanotto.»

Quella sera, Caterina ed Ettorre, dopo la cena con i genitori di casa Bove, si ritirarono nelle loro stanze. Erano stanchi, ma i loro visi mostravano contentezza per l’intensa giornata trascorsa, anche se non mancavano presentimenti e preoccupazione per gli avvenimenti che si stavano preannunciando.

Caterina aveva i suoi capelli biondo castani legati posteriormente a formare una treccia, con l’estremità fermata da un anello di cuoio. Si sedette su una sedia e ammirava il giovane marito.

«Come sei forte e coraggioso, ma … anche generoso, umano, buono. Lo sei stato anche stamani con quei mercenari sventurati con i quali ci siamo scontrati … il mio Nicola Angelo, l’eroico Ettorre.»

«Sì Cara, ma anche tu non sei da meno. Se fuori casa sei Caterina, anzi donna Caterina, qui per me sei semplicemente Cara, il nome con cui ti hanno chiamato in questa casa fin da quando eri una bambina. Quello che ammiro molto in te è la capacità di aver contribuito a imporre la presenza femminile fra i partecipanti ai corsi di addestramento. E … io vedo che i costumi si sono ingentiliti. Non ci sono volgarità, non si odono pronunciare parole e discorsi sconci e tutto ciò non era assicurato, tenendo presente che molti giovani e ragazze prestano servizio presso le ricche famiglie bitontine. Ho saputo, anzi, che sono state proprio loro, le famiglie nobili di Butuntum a proporre loro la partecipazione ai nostri corsi. Li hanno incoraggiati in tutto. Le varie famiglie Rogadeo, Gentile, Planelli, Regna… hanno mostrato un comportamento davvero encomiabile in questa circostanza.»

«È vero marito mio, come anche la nostra famiglia» disse Cara, che subito continuò: «Tu stesso Ettorre, non ti sei fatto nessun problema quando ti ho manifestato il mio proposito di addestrare le giovani ad andare a cavallo. Riesci ad assecondarmi in tutto. Non c’è un argomento in cui cerchi di ostacolarmi.»

«Come potrei vita mia, la tua anima si è legata alla mia» rispose Ettorre che continuò: «Era nella volontà del Padre Eterno. Ritengo di essere stato fortunato e benedico sempre il giorno in cui i nostri sguardi si incrociarono.»

«Io mi misi a desiderarti nell’istante preciso in cui ci guardammo» disse Cara e poi ancora: «Fu da quel giorno che il mio modello di uomo si è trasferito da mio padre Francesco, che pur amo e sempre amerò, verso di te. Egli ha sempre avuto un debole per me, ha sempre apprezzato alcuni miei caratteri di forza, addirittura di testardaggine. Può darsi, anche, che in certi comportamenti non sia tanto femminile.»

«Che dici amore, non bestemmiare. Sei perfetta come donna e per me … sei sempre desiderabile.»

Detto questo Ettorre la sollevò sulle braccia e si diresse nella stanza da letto. Togliendosi a mala pena le scarpe, i due si abbandonarono sul letto. Il giovane riuscì in fretta a slacciare la camisa della moglie, cercò la sua bocca e si abbandonò fra i suoi seni. Quella sera i giovani sposi, si amarono intensamente.

Dopo quelle intense sensazioni di amore Cara si stringeva ancora forte al suo Ettorre, mentre gli parlava: «Amore mio, stamani ho avuto tanta paura quando quel coltellaccio è stato lanciato verso di te. Sei stato fulmineo a schivarlo, ma … se ti avesse colpito? Che sarebbe stato di me? Noi siamo giovani, io ventunenne e tu qualche anno in più, siamo sposati da circa tre anni e … non abbiamo ancora un erede.»

«Anima mia» riprese Ettorre dopo una pausa. «Dio buono ci accorderà anche questo dono, ma … non rattristiamoci per questo. Conduciamo una vita molto intensa, piena di interessi e ora stiamo vivendo questo periodo molto critico per tutta la città. È il momento di non disperare e di avere fiducia … Dio provvede.»

«È vero Ettorre, Dio provvederà, e poi … sia fatta la sua volontà. Grazie, marito mio per avermi distolto dai miei cupi pensieri. Vivere dell’amore che tu sai darmi è già un dono di cui sono enormemente grata alla Provvidenza.»

Proseguì poi Cara: «Vorrei recarmi un giorno, se sei d’accordo, in visita alla Madonna della Grotta nei pressi di Meduneum.»

«Va bene» disse il marito che, abbracciandola ancora, continuò: «Anche per me, il tuo amore è così pieno e totale che non oso chiedere altro. Però, è ora di toglierci questi vestiti di dosso, perché è già tardi e voglio amarti ancora, vita mia.»

Poco prima di separarsi dopo il plauso del syndicus Bove, Petruccio si era avvicinato a Felicia e bisbigliando sommessamente le aveva detto: «Ti potrei incontrare qualche sera?»

«Va bene Petruccio … domani. Dopo la santa messa vespertina ti aspetterò nei pressi della chiesa di Santa Caterina d’Alessandria.»

Fu così che, l’indomani sera, Felicia si presentò coperta da un grande fazzoletto scuro a coprire la testa, che la rendeva quasi irriconoscibile.

«Non voglio che tu soffra tanto Petruccio, vedo come mi guardi e noto la tua difficoltà di parola» iniziò Felicia. «Tu sei sempre nei miei pensieri. Se sono da sola, penso sempre a quando potremo annunciare a tutti il nostro amore. Ora non è il momento, però. Sono venuta qui per darti la mia promessa e tu la darai a me, davanti a questa chiesa, perché da questa notte i nostri pensieri saranno un solo pensiero. Solo i nostri corpi saranno ancora divisi, ma non per molto. Se sei d’accordo, dammi solo le tue mani, io ti darò le mie e reciteremo insieme un’Ave Maria alla Madonna come giuramento e garanzia della promessa fra di noi.»

Petruccio le strinse forte le mani e recitò la preghiera fissando Felicia negli occhi. Cercò poi di darle un bacio, ma non riuscì neanche a sfiorarla perché la ragazza scappò via in un baleno.

 

Il giorno dopo Felicia si confidò con Costanza e Giovanna.

«Hai visto Petruccio, da essere il più timido è diventato il più intraprendente» disse Costanza.

«I nostri spasimanti, invece, non si sono ancora dichiarati» riprese Giovanna.

«Sono certa che non faranno passare molto tempo per dichiararsi anche loro» disse Felicia.

Nel frattempo Petruccio confessò il suo approccio con Felicia ai suoi amici Dominico e Lanardo, che da quel momento si impegnarono a cercare l’occasione per dichiarare il loro amore a Costanza e Giovanna.

La domenica successiva, i tre giovani aspettarono le loro amiche fuori dalla chiesa dopo la santa messa vespertina e chiesero di poterle accompagnare. Di mattina erano stati intenti nelle loro attività, per lo più al lavoro nei campi, per non far pesare molto, nelle loro famiglie, il loro impegno negli addestramenti. Erano un po’ stanchi, ma la mattinata era trascorsa pensando al momento in cui si sarebbero trovati di fronte alle ragazze nell’insolito ruolo di corteggiatori. Se fino ad allora erano stati abbastanza disinvolti, quella sera erano un po’ impacciati. Solo Petruccio era tranquillo.

«Che dite se vi accompagnassimo ad ammirare la nostra cattedrale?» chiese Dominico rivolgendosi a Costanza.

«Saresti capace di descriverla?» rispose la ragazza.

«Descriverla bene no, ma penso che potremmo ammirarla … ne dicono tutti un gran bene» disse Dominico.

«Nel frattempo potremmo ammirare anche le nostre belle amiche» intervenne sorridendo Lanardo.

Intanto avevano già percorso un pezzo di strada e i giovani, col lo sguardo all’insù, osservavano lateralmente la cattedrale, ma era già buio e non c’era poi modo per ammirarne i dettagli. Intervenne Petruccio, che parlando a nome di Lanardo e Dominico, disse che i suoi amici volevano tanto dichiararsi a Giovanna e Costanza.

Fu in quel momento che Dominico, fattosi audace cominciò: «Io sono poco più che un giovane come anche Lanardo, ma so soltanto che da quando ho avuto l’opportunità di frequentare questo bel gruppo e ho visto te Costanza, giungere a cavallo con donna Caterina, sei entrata nella mia mente come la regina di tutti i miei pensieri.»

«Grazie dell’interesse» disse Costanza.

Intervenne quindi Lanardo che, guardando Giovanna negli occhi, disse che anche lui, per la prima volta, aveva sentito la passione per una fanciulla, sapendo che sarebbe stata, se consenziente, la sua donna per sempre.

«Fantastico … che domenica speciale» disse Giovanna, che però continuò: «Ragazzi, noi sull’argomento amore ci siamo già consultate fra noi. Eravamo già al corrente del vostro interesse e questa sera siamo felici di questo vostro dichiararvi. Il problema è che tutti noi, che abbiamo una giovanissima età, stiamo vivendo questa avventura di guerra come un gioco, ma gioco assolutamente non è. Qualche giorno fa abbiamo avuto il primo scontro con alcuni soldati stranieri e, stanno giungendo notizie sui comportamenti che le milizie mercenarie hanno verso i residenti delle varie città. Sono notizie allarmanti, perché sono soldati dediti al saccheggio e a portar violenza alle donne. Noi vi proponiamo di restare in amicizia e di rimandare a tempi migliori la realizzazione dei nostri sogni d’amore.»

«Certo … certamente…» balbettò Lanardo. «Questo vuol dire parlare saggio … Vuol dire che per ora ci accontenteremo solo di sognare le vostre carezze.»

«Però … dateci almeno un pegno del vostro amore» disse Dominico.

«Va bene, al prossimo incontro ognuna di noi vi donerà un fazzoletto o un nastro o qualcos’altro che voi porterete fino a quando i nostri propositi non si saranno realizzati» così disse Costanza, decisa.

 

Al tramonto di due giorni dopo, come da invito di Giacomo Rogadeo, tutti si recarono nella magnifica dimora del nobile bitontino. Al pian terreno, disposte su cassapanche e tavoli, c’erano corazze, elmi, bracciali, guanti, cotte di maglia metallica, cosciali, schinieri. C’erano anche bardature a piastre d’acciaio per la protezione dei cavalli.

Avvertiti dalla servitù, giunsero don Giacomo Rogadeo e la gentile consorte.

Il nobiluomo indossava una chemise, una speciale sopra veste di foggia semplice aderente alla vita per mezzo di una cintura, sulla quale portava un giubbotto di velluto color verde scuro. Sulla testa un berretta della stessa stoffa del giubbotto e ai piedi, due stivaletti in pelle di cuoio, chiusi alla caviglia con speciali stringhe, davano al nobile un aspetto austero e aristocratico nello stesso tempo.

La sua signora, invece, vestiva un sotano in cotone, una speciale camicia lunga fino ai piedi a scollatura quadrata, impreziosita con guarnizioni ricamate lungo il bordo e fermata alla vita da una cintura di stoffa ornata di applicazioni dorate. Su questa indossava una guarnacca color vinaccia aperta sul davanti, mentre sui capelli raccolti in trecce annodate dietro la nuca, indossava un copricapo sempre color vinaccia.

La presenza dei padroni di casa incuteva un certo rispetto per la loro presenza sobria e raffinata allo stesso tempo, ma la signora con la sua gentilezza e un sorriso appena accennato, mise tutti a loro agio: «Sono scesa a dare personalmente il benvenuto a questi giovani della mia città che vogliamo aiutare facendo loro dono di indumenti essenziali alla loro protezione. Altre nobili famiglie come la nostra, mi hanno riferito che forniranno di armi adeguate tanti altri vostri coetanei, perché è in gioco il nostro stesso destino. Bene, ora potete provare e prendere tutto ciò che trovate di vostro gradimento.»

«Grazie di cuore» risposero quasi in coro i convenuti e aiutandosi l’un l’altro, cominciarono a indossare velocemente ciò che era stato loro messo a disposizione.

In quelle sere, i giovani pensavano alle parole intercorse, ai segreti progetti d’amore che invitavano a sognare a occhi aperti. Costanza era al servizio nella casa di donna Caterina dall’età di tredici anni.

Era stata sempre benvoluta e trattata come una figlia essendo di qualche anno più giovane di Cara, com’era chiamata Caterina. Le condizioni economiche dei genitori non potevano permettere altro per lei che una vita al servizio di una ricca famiglia. La ragazza sapeva stare al mondo. Era educata, rispettosa e impegnata giornalmente fino a sera nei lavori domestici.

Bruna dai lunghi capelli, severo il profilo, di un bel rosso vivo le labbra, composta e quasi altera la sua figura, con una consapevolezza assoluta del dovere, Costanza aveva subito conquistato la benevolenza della famiglia Bove. Sembrava, anzi, una componente stessa della famiglia. Loro non mancavano di invitarla per i ricevimenti e le feste che si davano in occasione degli eventi familiari, anche per insistenza di Caterina, che nei confronti della giovine aveva subito impostato un rapporto di parità.

Costanza le era grata per tutto questo e si impegnava in tutto ciò che poteva arrecare utilità nei suoi impegni nella nobile casa. Molto spesso capitava che dopo aver pettinato i capelli di Caterina, questa voleva ricambiare l’amorevole cura riservata ai suoi capelli, a quelli di Costanza. Anche i vestiti di Caterina andavano in regalo alla giovane.

Tutta questa bellezza nel corpo e nel portamento avevano acceso lo sguardo di qualche ricco signore, che pensava di trarre la giovane ai propri personali piaceri. Costanza, nell’aprile dell’anno precedente, mentre un’aria calda inondava di benessere persone e natura col suo soffio caldo e nell’aria si udivano dolci parole d’amore anche senza pronunciarle, era stata sul punto di cedere all’amore richiesto da un corteggiatore. Ma la fiamma che può provocare una eruzione si arrestò al ricordo delle parole di Caterina che l’ammoniva a non lasciarsi andare e seppe reprimere nell’intimo la sequenza di baci che fanno sussultare i cuori amanti. Così, dopo aver preso il suo consiglio, Costanza non volle più avventurarsi in simili incontri.

Ora si sentiva libera e pronta per un serio impegno amoroso, aveva la padronanza della situazione, anche perché si trattava di relazionarsi con un giovane della sua stessa condizione sociale ed era contenta di cimentarsi con lui e ne determinava, anzi, i movimenti.

 

Tre giorni dopo Ettorre, uscendo da Porta Maja, portò una squadra di cavalieri al castello di Balsinianum, evitando il passaggio da Meduneum, in quel periodo, feudo dell’arcivescovo Bartolomeo Carafa. La delegazione avrebbe portato ufficialmente un messaggio della Universitas di Butuntum ai reggitori di quella piazzaforte, che aveva promesso fedeltà al re d’Ungheria. Dopo, per tener fede all’impegno preso con la sua signora, si sarebbero recati alla vicina grotta di Santa Maria in Gryptam.

Il villaggio di Balsinianum, in posizione strategica, sorgeva a difesa di un’antica via a ridosso di una profonda lama e rappresentava chiaramente la trasformazione di un villaggio rurale in un centro fortificato. Era un fenomeno che dai due secoli precedenti stava trasformando il paesaggio agrario della Terra di Barium, punteggiandolo e arricchendolo per ogni dove, di mura, torri e castelli.

Presentatisi agli armati di guardia, giunsero prontamente i milites Simonello e Jacopo Angelo, addetti alla difesa del casale. Ettorre fu felice di porgere loro i saluti dell’amica città di Butuntum e la lettera della sua Universitas in cui si esprimevano i timori del presente e altri aggiornamenti sugli spostamenti dell’esercito della regina di Neapolis e di Giovanni Pipino. Dopo, il miles Simonello invitò i giovani della milizia bitontina a rinfrescarsi, a prendere ristoro in una vicina sala ove fu felice di dar loro il benvenuto ufficiale, mentre aveva dato ordine agli addetti di provvedere al ristoro dei cavalli. Infine, volle affidare gli ospiti al maestro Raffaele Macina, un dotto anziano, punto di riferimento culturale del casale, per un breve giro all’interno del villaggio fortificato.

Lo storico balsignanese, ricercata guida per mostrare i tesori del posto, in quel periodo della sua vita, dopo essere stato in giro per il mondo, stava lavorando proprio alla ricostruzione della storia del suo casale. Con la sua cordialità e sapienza, portò gli ospiti in giro per il villaggio, narrando le vicende dell’originario nucleo insediativo fortificato tra il X e XI secolo, nell’epoca bizantina. Narrò a grandi cenni di una sua prima distruzione a opera dei saraceni nell’anno 988 e della donazione del casale da parte del duca normanno Ruggero, all’abazia benedettina di San Lorenzo ad Aversae.

A questi si doveva la erezione della bellissima chiesa di San Felice, raccontava l’erudito Faele, come veniva chiamato comunemente lo storico Macina. Al suo seguito, Ettorre, donna Caterina, Costanza e gli altri cavalieri costeggiarono il lato sud-est del castello in pietra calcarea, cui il tempo stava donando una patina giallo-rosata, tipica tinta che stavano assumendo anche le costruzioni in pietra, sorte nell’epoca dell’imperatore Federico II.

Dirigendosi verso la chiesa di San Felice, lo storico Faele la indicava come uno degli esempi più antichi di struttura a cupola pugliese, essendo il risultato di una sintesi originale, di elementi occidentali, bizantini e orientali. La chiesa, a unica navata a croce, terminante con un’abside semicircolare, si presentava coperta da una volta a botte, al cui centro si elevava una cupola a tamburo ottagonale. La facciata orientata a mezzogiorno, così come quella principale, era decorata con archetti pensili alternativamente poggiati su peducci e lesene. Il motivo conduttore dell’intero manufatto era rappresentato dalla decorazione a denti di sega, dalla quale venivano interessate tutte le parti della struttura.

Ritornando verso il castello e ammirandolo nella sua interezza, veniva messa in risalto l’imponenza delle due possenti torri collegate da un corpo a due piani. Da un portale ogivale di ottima fattura, si poteva accedere alla spaziosa corte interna del casale e alla magnifica chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, con il suo sobrio portale d’ingresso, di struttura elegante, pur senza particolari ornamenti.

La chiesa era interamente affrescata ed entrando, sulla parete di sinistra, due figure di santi in stile bizantino, catturarono subito l’attenzione degli ospiti. Questi vennero poi attratti da una piccola abside a forma semicircolare anch’essa affrescata. Nella calotta si imponeva la figura del Redentore benedicente in mezzo agli angeli. Sotto, la Vergine tra due angeli in ginocchio e, più in alto, due santi. Infine, nell’ordine inferiore, i dodici apostoli.

Lo storico Faele, sforzandosi di dialogare, poteva osservare le espressioni stupite e molto spesso smarrite dei suoi ospiti e la loro felicità mista a stupore per essere accompagnati da un così valente dicitore. Infine, a conclusione della visita, all’ombra di un alto e fresco noce, l’anziano Faele volle narrare agli ospiti l’appassionante storia di due personaggi locali.

Autore

Vito Tricarico, narratore e poeta, appassionato di storia, è nato a Palo del Colle (BA) il 4 settembre 1948. Ha lavorato in Germania presso un’azienda automobilistica, in Francia presso un’agenzia doganale e in alcune città italiane per un’azienda nazionale. Attualmente vive e lavora a Palo del Colle, ove inizia il suo percorso artistico-letterario nel 2010. Nel 2011 esordisce con Una storia palese, un po’ cronaca e un po’ romanzo. Nell’anno seguente pubblica il romanzo Erculea proles (Cultura Fresca). Vincitore del Concorso Il Cavaliere nel 2013, pubblica Cavalieri e vergini guerriere (Vitale) una raccolta di racconti e poesie. Seguono Itinerari alla riscoperta di Palo del Colle (Favia) nel 2017 e All’ombr’ du Spiaun, poesie in dialetto, nel 2018. Molte poesie e diversi racconti sono pubblicati in antologie in conseguenza della classificazione in concorsi letterari. In particolare vince nel 2017 e nel 2018 il Premio Cultora, nel 2019 e nel 2020 il Concorso Racconti pugliesi. Nel 2019 con l’inedito Civitas Invicta vince il Premio Il Romanzo Storico, pubblicato nel 2020 da WLM.

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3 recensioni per CIVITAS INVICTA ePub

  1. wlmedizioni

    wlmedizioni – Giugno 22, 2021

    Recensione sulla rivista letteraria Thriller storici e dintorni a cura di Maria Marques del 15 giugno 2021

    […] Vito Tricarico, racconta, ovviamente romanzandole, le vicende della guerra soffermandosi su quanto accadde alle due cittadine, rendendo voce ai loro abitanti e ricostruendo in modo preciso l’organizzazione sociale dell’epoca. Tricarico sceglie di narrare un evento della storia pugliese, ricco di personaggi e di avvenimenti, adottando uno stile volutamente arcaico che dona alla narrazione un ritmo più lento ma non per questo meno ricco di eventi. Un libro per scoprire un altro tassello di quell’affresco incredibile che è la storia, privilegiando luoghi e avvenimenti meno noti, dando voce a uomini e donne di ogni estrazione sociale che divennero protagonisti di un momento drammatico del nostro passato.

  2. wlmedizioni

    Recensione di Paola Nevola sulla rivista letteraria Septem Literary 7 Maggio 2021

    […] Una narrazione epica e colta, con espressioni latine e in volgare, che rivela un mondo medievale autentico e vitale delineandone le caratteristiche, i valori e i sentimenti, in cui si inseriscono personaggi vividi e peculiari in un intreccio tra finzione e realtà.

    Racconta la vita rurale arcaica della terra pugliese con usanze e costumi pennellando scorci paesaggistici molto suggestivi e descrizioni storiche ed evocative di castelli, torri, fortezze e chiese.

    Una ricostruzione storica molto accurata dai tratti saggistici che rivela la conoscenza profonda e appassionata dello scrittore e poeta Vito Tricarico. […]

  3. wlmedizioni

    Recensione di Paola Nevola sulla rivista letteraria Septem Literary 7 Maggio 2021

    […] Una narrazione epica e colta, con espressioni latine e in volgare, che rivela un mondo medievale autentico e vitale delineandone le caratteristiche, i valori e i sentimenti, in cui si inseriscono personaggi vividi e peculiari in un intreccio tra finzione e realtà.

    Racconta la vita rurale arcaica della terra pugliese con usanze e costumi pennellando scorci paesaggistici molto suggestivi e descrizioni storiche ed evocative di castelli, torri, fortezze e chiese.

    Una ricostruzione storica molto accurata dai tratti saggistici che rivela la conoscenza profonda e appassionata dello scrittore e poeta Vito Tricarico. […]

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