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Il postulante 1° Capitolo
© 2009 WLM EDIZIONI
Stezzano-BG-IT
Tel.: 0039 0354540154
www.wlmedizioni.com
wlmedizioni@tiscali.it
Prima edizione: novembre 2009
ISBN 978-88-902596-9-2

ANTONIO SELMI

IL POSTULANTE

ROMANZO

NOTA EDITORIALE

Il postulante è un romanzo in cui Antonio Selmi, con una sensibilità nostalgica e fortemente evocativa, lascia riecheggiare fra le righe suggestioni di alto profilo letterario nella tradizione del «romanzo di formazione» europeo del secolo scorso, in particolare del Bildungsroman di lingua tedesca (da Hesse a Musil), e, nelle dispute filosofiche e teologiche fra i seminaristi, ci riporta all’atmosfera densa di tensione conflittuale che pervadeva il capolavoro cinematografico degli anni ’70 di Marco Bellocchio, Nel nome del padre.
Un romanzo intimista e profondo, quindi, in cui nulla risulta banale, e tantomeno scontato. L’«educazione sentimentale» del protagonista Fabio si snoda attraverso una tecnica narrativa che intriga e coinvolge, arieggiata da dialoghi che mettono in luce il travaglio interiore dei personaggi senza mai snaturarne la spontanea quotidianità. Un racconto capace di suscitare grandi emozioni.

Walter Manzoni

Ha collaborato alla pubblicazione di questo libro in veste di redattore Guglielmo Colombero, scrittore torinese, già direttore di sala del cinema Giardino d’Essai, autore dei romanzi storici Himilce la sposa di Annibale e Tomyris la signora delle tigri, entrambi editi da Falzea.

Prefazione

Esordire nella narrativa in un paese come il nostro, dove si legge poco (e spesso anche male), ha sempre il sapore di una sfida quasi temeraria. Ma esistono autori che, pur tutt’altro che acerbi come Antonio Selmi, debuttano con una disinvoltura e una maturità stilistica che sorprendono anche i lettori più smaliziati.
Il postulante mi ha colpito nel profondo: è una storia raccontata con immediatezza e semplicità, ma nel contempo densa di molteplici echi emozionali. Tanti sassolini che piombano nell’acqua, e danno vita a cerchi concentrici di vibrazioni dell’anima che,
talvolta laceranti come un grido, altre volte sommesse come un sussurro, lasciano comunque un sedimento lungo il loro percorso interiore. L’autore riversa tutto il suo background filosofico e letterario (di ampio e variegato spessore) in una prosa che, pur vicina a noi, conserva l’impronta potente dei romanzi mitteleuropei del primo Novecento. Il suo Fabio (un poco Dedalus, e un poco Törless) si addentra nello spinoso crocevia del conflitto agostiniano
fra l’Anima e la Carne, e, in aderenza al principio del libero arbitrio, compie le sue scelte pienamente consapevole che la linfa vitale del Dubbio impregna la Fede e la mantiene viva.
Innocenza e turbamento, confidenze a volte subdole e a volte sincere, mani e volti che si sfiorano in un germogliare sobrio e quasi indistinto di una passione che è anche «affinità elettiva», talmente radicata nei sentimenti da non cedere il passo se non di fronte all’amore più totale e assoluto, quello che porta il credente a donarsi interamente a Dio, senza riserve mentali e senza compromessi.
Il nucleo più autentico del romanzo di Selmi palpita, a mio avviso, nelle pagine indimenticabili del colloquio tra Fabio e il padre maestro: «Entrando in convento noi religiosi dedichiamo con i voti tutta la nostra affettività a Dio e gli offriamo la nostra rinuncia al mondo, amore e sesso compresi. Credo che a lui poco importi se rinunciamo all’amore verso un uomo o verso una donna, al sesso con l’uno o con l’altra. Credo che a lui interessi solo la volontà di dedizione totale, che con la nostra rinuncia esprimiamo».

Guglielmo Colombero

Bussate e vi sarà aperto.
Matteo, 7:7
NOTE SULL’AUTORE

Antonio Selmi è nato a Modena nel 1946 e si è laureato in Lingue e Letterature straniere moderne presso l’Ateneo di Bologna. Ha poi approfondito gli studi di germanistica alla Goethe Universität di Francoforte, interessandosi soprattutto di didattica. In Italia si è dedicato all’insegnamento, all’aggiornamento dei docenti e alla redazione di testi per la scuola. Il Postulante è la sua prima opera letteraria.

I
VILLA F.

Dopo essere sceso da uno sbuffante treno a carbone nella piccola stazione di L., Fabio si sgranchì le gambe e si massaggiò i glutei. Il viaggio era durato poche ore, ma i duri sedili di legno della terza classe si erano ben presto rivelati una tortura. Si guardò intorno e rimase stupito di trovarsi in aperta campagna. Scorse in lontananza l’agile campanile della chiesa del paese, che svettava nel cielo limpido di quella luminosa mattinata di settembre a guardia delle case ai piedi della collina, raggruppate attorno ad esso come pecore intorno al pastore.
Il ragazzo fu attratto dalla bellezza del paesaggio. Sullo sfondo i profili irregolari delle alte montagne ricoperte di boschi di conifere, il cui verde scurissimo si stemperava, procedendo con lo sguardo verso l’orizzonte, nel grigio-azzurro della lontananza; sulle colline, morbidamente degradanti verso la pianura, boschi di latifoglie, campi coltivati e prati, piccoli borghi lontani, come armenti addormentati al sole sul prato; sui colli, poco al di sopra del paese, alcune costruzioni isolate al centro di vasti parchi, in cui gli spazi erbosi si alternavano a folte macchie di vegetazione. Forse anche Villa F.,
la meta di Fabio, era una di quelle, ma bisognava arrivarci. Chiese informazioni a un ferroviere, che incrociò mentre raggiungeva l’uscita. L’uomo gli disse che c’era una corriera, in sosta sul piazzale antistante alla stazione, che lo avrebbe portato in
paese. Però doveva sbrigarsi, se voleva prenderla, dato che la prossima sarebbe passata di lì a un’ora.
— Il servizio è compreso nel prezzo del biglietto ferroviario! — gridò poi, mentre il ragazzo, dopo averlo ringraziato in gran fretta ed essersi sistemato il pesante zaino sulle spalle, stava già correndo verso l’uscita. La corriera era in partenza, ma l’autista lo vide e si fermò. Fabio salì e lo ringraziò con voce trafelata, mostrandogli il biglietto ferroviario.
Sentì subito il naso e la gola riempirsi dell’odore sgradevole dei sedili in materiale sintetico, mescolato a quello dei gas di scarico del tubo di scappamento. Un cocktail micidiale per il suo olfatto, che tante volte lo aveva fatto vomitare da bambino, quando andava in montagna con la mamma, e che anche adesso riusciva a malapena a sopportare. Il ragazzo si liberò dello zaino e si sedette esausto accanto a un’anziana signora, che lo guardò e gli sorrise.
— Lei sta andando a Villa F., vero? — gli chiese la donna dopo qualche minuto.
— Come avrà fatto a capirlo? — si domandò lui, mentre accennava di sì con la testa. Poi pensò che certamente non dovevano essere molti i ragazzi di fuori che arrivavano fino a quel posto sperduto, la mattina di un giorno feriale, a parte quelli diretti appunto alla villa.
— O forse ho già la faccia da prete? — si chiese, sentendosi un po’ a disagio.
Poco prima del paese la corriera rallentò, fino a fermarsi accanto a una piccola edicola sacra quasi ricoperta di fiori, all’incrocio della strada principale con un viottolo di campagna che conduceva a un casolare isolato. L’anziana signora si avviò verso l’uscita.
— Grazie, Gigi, mi hai risparmiato un bel po’ di strada —, disse all’autista. Poi, prima di scendere, si voltò verso Fabio e lo salutò con un cenno della mano.
— Che Dio ti benedica! — esclamò.
— Grazie, ne ho proprio bisogno, signora —, pensò Fabio, ricambiando il saluto con la mano. Arrivati a quella che sembrava la piazza centrale (o forse era, più probabilmente, l’unica) del paese, la corriera si fermò e l’autista annunciò, rivolto a Fabio, certamente l’unico interessato tra i pochi passeggeri:
— Fine della corsa…
Fabio scese e si trovò davanti al portone sbarrato di una grande chiesa barocca, ai piedi di quel campanile che aveva visto dalla stazione. Si guardò intorno e non ebbe bisogno di chiedere indicazioni, per sapere dove andare. La strada davanti a lui, l’unica abbastanza larga e con qualche negozio, conduceva dritta alla lunga scalinata d’ingresso al parco della villa, i cui tetti s’intravedevano appena al di sopra degli alberi che nascondevano completamente
alla vista il corpo dell’edificio. Padre Martini gliela aveva descritta proprio così, prima della
sua partenza.
Fabio si incamminò in quella direzione, per scoprire però, una volta che l’ebbe raggiunta, che la scalinata era in disuso e in uno stato di evidente degrado: molti gradini erano sbeccati, le statue in pietra arenaria delle balaustre a colonne in gran parte monche di teste o braccia, le fontane secche, le aiuole nelle terrazze invase da erbacce gialle.
— La guerra è passata anche di qui —, pensò il ragazzo, ma era evidente che i padri l’avevano dismessa anche prima dell’inizio del conflitto, forse ritenendo quella fastosa struttura, pensata originariamente per l’imponente villa dei prìncipi di G., poco consona al noviziato a cui, da qualche decennio, Villa F. era adibita. Una fitta cortina di edera ricopriva ormai quasi completamente il grande portone d’ingresso.
— Dovete prendere quella stradina e salire per qualche centinaio di metri. Vedrete senz’altro l’ingresso alla villa —, gli disse una passante alla quale Fabio si era rivolto per chiedere informazioni. Lo zaino diventava sempre più pesante, via via che Fabio saliva sotto il sole la ripida strada che costeggiava il parco, finché finalmente vide l’insegna della villa.
Si sedette su un muretto, prima di percorrere il sentiero a gradini che dalla strada conduceva all’edificio, diversi metri più in alto. Estrasse da una tasca esterna dello zaino un pacchetto di sigarette: ne conteneva ormai una sola, che aveva conservato proprio per quel momento.
— Questa sarà forse l’ultima che fumerò in vita mia —, pensò, cercando di farla durare il più a lungo possibile. Infine si alzò e salì i gradini del sentiero che si arrampicava con curve a gomito tra il folto degli alberi.
Si trovò nel mezzo di un piazzale a terrazza, illuminato da una luce quasi abbagliante per i suoi occhi abituati all’ombra fitta del parco. Fabio si guardò attorno. La terrazza inghiaiata
era chiusa dalla parte della strada da una siepe di bosso e abbellita da statue portafiori e da aiuole ben curate. Alla sua sinistra vide la facciata di una piccola chiesa, che forse accoglieva per le funzioni festive anche la gente del paese, almeno quella che aveva voglia di salire fin lassù.
Un lato della chiesa si univa ad angolo a un lungo edificio a un piano con grandi vetrate, intonacato di giallo e spoglio di ogni addobbo: erano il colore caldo della costruzione e i raggi del sole sulle vetrate a intriderlo di quella luce. Il fabbricato non apparteneva di certo al corpo centrale della villa, di cui Fabio riusciva ora a vedere l’elegante fiancata. Probabilmente faceva parte degli edifici di servizio sul retro dell’antica dimora principesca, quelli che ospitavano gli alloggi per la servitù, le scuderie e il deposito dei carri. Raggiunse il portone d’ingresso. Sopra il campanello era ben evidente il cartello CLAUSURA.
Fabio sentì per un attimo il desiderio di lasciar perdere tutto e di tornarsene a casa, ma premette invece con decisione il pulsante. Di lì a poco venne ad aprirgli un converso, un uomo di mezza età, di aspetto vigoroso. Guardò Fabio schermandosi la luce con una mano, e per un po’ non disse nulla.
Sembrava meravigliato di vederlo. Il ragazzo notò che era molto più alto di lui e aveva folti capelli neri, con solo qualche filo bianco sulle tempie. Indossava una tonaca aperta sul collo e un logoro grembiale in cuoio da giardiniere, dalla cui tasca spuntavano i manici di un paio di cesoie. Finalmente il frate gli rivolse un sorriso aperto, che riempì di rughe il suo viso abbronzato.
— Benvenuto —, gli disse, stringendogli la mano.
— Tu sei certamente Fabio. Io sono Ferdinando, o fratel Ferdinando, se preferisci. Padre Martini ci ha avvertito che saresti arrivato oggi. Fatto buon viaggio? E come sta quell’ipocondriaco?
Fabio si meravigliò un poco di sentir parlare in quei termini di padre Martini, il suo ieratico padre spirituale.
— Ha tanti problemi di salute, credo abbastanza seri, ma è sempre molto impegnato, soprattutto con i giovani della parrocchia —, rispose.
— Li ha sempre avuti, i suoi seri problemi di salute, fin da quando era novizio qui. Credo che non stia bene, se non ha qualche acciacco di cui lamentarsi! Ma sto scherzando, sai? Voglio molto bene a Filippo. Siamo entrati in noviziato insieme, un secolo fa, e mi piace prenderlo un po’ in giro, ogni tanto. So che è un bravo padre spirituale e un ottimo confessore. E poi gli dobbiamo essere grati, se ci ha mandato te, no? Bene, adesso ti accompagno nella tua stanza e ti aiuto a sistemarti.
Il frate tolse dalla schiena di Fabio il pesante zaino e – senza ascoltare ragioni – se lo caricò sulle spalle e si avviò, precedendo il ragazzo per fargli strada.
La portineria dava all’interno su un grande cortile pavimentato di ciottoli di fiume, al di là del
quale Fabio vide l’altra ala della barchessa, un fabbricato simile e parallelo a quello dal quale provenivano. Il lato a valle del rettangolo era chiuso dal retro della villa, quello a monte era aperto verso la collina. Tra una coppia di enormi ippocastani partiva un sentiero che si perdeva in mezzo agli alberi. Fratel Ferdinando notò lo sguardo di Fabio e gli disse:
— Il parco è grande e ancora rigoglioso, anche se non riusciamo più a curarlo come ai tempi del prìncipe. Ma lui aveva tanta servitù e noi invece non siamo in molti. Ti piacerà! C’è anche una casa colonica, sull’altro versante della collina, con una stalla e una bella vigna.
Attraversarono il cortile ed entrarono nell’edificio di fronte.
— Ecco, qui a sinistra c’è l’infermeria. In questo momento non c’è nessuno, ma è spesso affollata. Qui alla villa non ci sono solo i novizi, ma anche gli anziani, che ci tornano dopo una vita di apostolato in giro per il mondo, per godersi in pace gli ultimi anni di vita. Ciclo completo, come vedi. Prendendo a destra, percorsero uno stretto corridoio, sul quale si affacciavano alcune porte. Ferdinando ne aprì una:
— C’è solo l’imbarazzo della scelta. Al momento sei l’unico postulante —, disse entrando.
— L’unico? — chiese Fabio.
— Sì, sono arrivati altri cinque ragazzi, prima di te. Tre dal seminario minorile e due dal nostro Liceo di Milano, ma hanno già messo la tonaca e dormono in camerata con gli altri novizi. Tu invece vuoi attendere un po’, mi hanno detto.
— Sì. Preferisco aspettare qualche tempo, prima di chiedere di essere ammesso al noviziato. Padre Martini mi ha detto che è possibile —, rispose Fabio.
— Certo che sì. Nessuno ti metterà fretta. È meglio essere sicuri, prima di fare una scelta così importante b—, disse Ferdinando, deponendo a terra lo zaino.
La stanza era grande e luminosa, arredata nel modo più semplice con un letto in ferro battuto, un piccolo scrittoio che fungeva anche da comodino, una sedia, un armadio e l’inginocchiatoio ai piedi di un grande crocefisso di legno.
— Da qui hai una magnifica vista sull’orto. E spesso su fratel Ferdinando in lotta impari contro le erbacce. In teoria dovrei occuparmi dell’infermeria, ma sono anche portinaio, giardiniere, guardarobiere e molto altro ancora. Un tuttofare che fa tutto male, ma tutto ad maiorem Dei gloriam, naturalmente. Dì un po’, non avresti per caso una sigaretta? Le ho finite ieri sera e stamattina non sono ancora sceso in paese per la posta.
— Mi spiace, fratel Ferdinando —, rispose stupito Fabio, — ho fumato l’ultima che avevo prima di entrare. Credevo che qui non fosse consentito.
— In realtà non è ben visto, e in effetti nessuno dei novizi fuma. Ma né tu né io lo siamo, no? In ogni caso, fai bene ad approfittare dell’occasione per smettere. Tutta salute guadagnata. Magari ce ne fumiamo una insieme quando torno, tanto per festeggiare il tuo arrivo qui…
Fabio accettò volentieri e lo guardò con simpatia, grato del tono cordiale di quell’accoglienza, ben diversa da quella formale che si era aspettato.
— Ora ti lascio sistemare le tue cose. Ci vediamo nel refettorio a mezzogiorno. Non so se padre Martini te lo ha detto: c’è la regola del silenzio anche durante i pasti. Fabio lo sapeva già, chiese invece se doveva presentarsi subito al padre rettore.
— Qui lo chiamiamo padre maestro —, rispose il converso. — Adesso sta facendo lezione ai novizi sulla spiritualità dell’Ordine. Immagino che ti dirà lui stesso quando potrete parlare. È sempre molto occupato, ma vedrai che ti manderà a chiamare, appena possibile.
— Grazie, fratel Ferdinando. Posso chiederle un’ultima cosa? È una sciocchezza, ma non riesco davvero a capire perché la stazione si trovi così lontana dal paese. Non ci sono ostacoli naturali, che giustifichino questa scelta.
— Infatti, non si è trattato di ostacoli naturali. Devi sapere che questa villa apparteneva ai prìncipi di G., e fu il principe Ottaviano, agli inizi del secolo, a chiedere e ottenere che questo tratto ferroviario passasse lontano dal paese, così che i treni non disturbassero la sua pace, anche se questo avrebbe causato non pochi disagi alla gente. Erano molto potenti, come vedi. E prepotenti.
Il viso di fratel Ferdinando si era improvvisamente incupito.
— Ma ormai non lo sono più. E la villa adesso appartiene a noi. Alla Chiesa, volevo dire. Sic transit gloria mundi. Amen.
Il frate uscì, dopo aver spiegato al ragazzo dove si trovava il refettorio, informandolo che si pranzava alle 12.10 precise con la raccomandazione di essere sempre puntuale.
Bussarono alla porta dopo pochi secondi. Era di nuovo fratel Ferdinando:
— Scusa, Fabio, mi sono dimenticato di dirti una cosa importante. I servizi sono in fondo al corridoio. Puoi farti una doccia, se vuoi. Ti ho portato gli asciugamani. Tossicchiò imbarazzato.
— Noi qui facciamo la doccia con le mutande… ma tu non sei ancora novizio. E poi, omnia munda mundis. Insomma, vedi un po’ tu.
Fabio lo ringraziò, senza far commenti.
— Dovrò adattarmi a molte cose nuove. Tanto vale incominciare subito. E poi così lavo anche le mutande, mentre faccio la doccia —, pensò mentre incominciava a estrarre dallo zaino le sue cose.
Si trovò subito tra le mani il piccolo crocefisso d’argento che gli aveva regalato Francesco, il suo compagno di banco al liceo. Durante il viaggio lo zaino gli era caduto a terra e Fabio constatò con disappunto che uno dei bracci della croce si era incurvato, ma solo un poco. Cercò di raddrizzarlo, senza riuscirci.
Fu subito curioso di vedere se la caduta avesse danneggiato anche il mastodontico e costosissimo rasoio elettrico che, inaspettatamente, padre Martini gli aveva consigliato di farsi regalare dai genitori prima della partenza, perché in noviziato i tempi per ogni cosa sono ristrettissimi e bisogna fare tutto in fretta. Evidentemente non si era accorto che Fabio aveva appena un leggero accenno di barba. Il ragazzo inserì la spina nella presa accanto al letto e il rasoio incominciò a ronzare rumorosamente. Funzionava, meno male… Solo in quel momento si rese conto per contrasto del silenzio totale del posto. In pochi minuti sistemò i suoi pochi abiti e i suoi tanti libri, poi si inginocchiò ai piedi del crocefisso.
— Grazie, Signore, per avermi portato fin qui. Fa che io possa restare per sempre nella Tua casa.
Poi si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto. Pensò ai suoi genitori, rivide le loro facce quando quella mattina lo avevano accompagnato in stazione. Suo padre cercava di darsi un contegno, parlava come se lo stesse accompagnando a prendere il treno per una breve vacanza. Chissà quanta fatica gli costava, poveretto. Sua madre invece non riusciva a nascondere la disperazione per quella che lei percepiva come la perdita dell’unico figlio. Fabio aveva finto per un po’ di non vedere le sue lacrime, poi non ce l’aveva fatta più e, abbracciandola, si era messo a piangere con lei, mentre cercava di consolarla, dicendole che sarebbero rimasti sempre in contatto, che sarebbe stato comunque con loro, anche se in modo diverso da prima:
— Dai, mamma, qua stiamo a disperarci, che forse neanche mi prendono.
Sembrava una battuta, ma Fabio qualche dubbio lo aveva davvero. Sua madre aveva risposto di sì con la testa, aveva anche cercato di abbozzare un sorriso, ma continuava a piangere.
Fabio si era sentito sollevato, quando l’altoparlante aveva annunciato l’arrivo del suo treno.
Provò un senso di gratitudine e di ammirazione per i suoi genitori, che avevano accettato quella sua scelta, che non capivano, solo per amor suo.
— Se solo avessero un po’ di fede anche loro…
—, sospirò.
Quando gliene aveva parlato, subito dopo la maturità, erano rimasti senza parole per lo stupore, ma non avevano cercato in alcun modo di fargli cambiare idea. Suo padre gli aveva solo chiesto di rifletterci bene, di familiarizzare un po’ con l’ambiente, prima di prendere una decisione definitiva. In fondo Fabio si era accostato alla religione da poco tempo, gli chiedeva solo prudenza. Tra i parenti, invece, c’era stata una specie di sollevazione: suo zio Alfonso, lo zio ricco, aveva tuonato che lui non avrebbe mai consentito che suo figlio si facesse prete (per suo cruccio aveva una sola figlia, la cugina Anna Maria, che fortunatamente non ambiva certo a farsi suora) e che Fabio aveva anche dei doveri verso la famiglia, perché era l’unico discendente maschio, destinato, secondo lui, a tramandare ai posteri l’augusto nome dei de Biasi.
Quello delle nobili origini della famiglia era il pallino dello zio Alfonso, che aveva anche commissionato delle costose ricerche araldiche, ma senza grandi risultati. La zia Iolanda, invece, aveva consigliato a suo padre di sottoporre il ragazzo a una visita psichiatrica, perché forse c’era qualcosa che non andava. Il che aveva fatto infuriare la madre di Fabio, che per tutta risposta aveva domandato alla cognata perché lei non avesse fatto la stessa cosa con il figlio, il cugino Paolo, che a sedici anni aveva usato violenza a una domestica, mettendola incinta, e che, dopo i suoi trascorsi nelle squadracce fasciste, nel dopoguerra aveva preferito cambiare aria emigrando in Brasile.
La reazione degli zii paterni avrebbe avuto il solo effetto di rafforzare Fabio nella sua decisione, se ce ne fosse stato bisogno; il dolore dei genitori invece gli causava un profondo malessere, che egli cercava di offrire a Dio nelle sue preghiere, chiedendogli di concedere loro un po’ di consolazione. Sentì l’impulso di chiamarli al telefono, ma non sapeva se fosse consentito farlo. Scrisse allora una breve lettera, nella quale li rassicurava che il viaggio era andato bene, che il posto era incantevole, che avrebbe fatto sapere loro appena possibile quando sarebbero potuti venire a trovarlo. Affrancò la busta e se la infilò in tasca, ripromettendosi di consegnarla a fratel Ferdinando non appena lo avesse visto, poi uscì dalla stanza per raggiungere il refettorio.
Dall’atrio vide un gruppo di una ventina di giovani in tonaca attraversare il cortile. Camminavano accoppiati, senza però parlare tra di loro. Fabio capì che erano i novizi, che, finita la lezione con il padre maestro, si stavano recando alla mensa. Uscì anch’egli sul cortile, chiuse alle sue spalle il portone dell’infermeria e li seguì.


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