PayPal
Cerca libro

Ricerca avanzata
Newsletter
Indirizzo email
Box Lingua
 Change language
Attendere...
Viaggio verso me 1° Capitolo
Viaggio verso me
© 2009 WLM EDIZIONI
Stezzano-BG-IT
Fax: 0039 0354540154
www.wlmedizioni.com
wlmedizioni@tiscali.it
Prima edizione: novembre 2009
ISBN 978-88-902596-8-5
Gabriele Sannino


VIAGGIO VERSO ME
Dedicato a Marco, Debora e Alessandro.
Il vostro amore incondizionato a volte mi commuove.
Grazie per essere nella mia vita.
Dedicato anche alla mia dolce sorella Anna.
Ti voglio profondamente bene.
Siamo cresciuti insieme e insieme cresceremo ancora…
Con immenso affetto e gratitudine verso tutti voi.
Gabriele Sannino
NOTE SULL’AUTORE
Gabriele Sannino, nato nel 1978 e campano d’origine, vive nel Nord-Italia dove fa il militare di professione. Ha esordito come romanziere con Non sono un alieno, pubblicato da WLM Edizioni nel 2008.
In copertina le foto dell’autore realizzate da Marco Castellaro.

Premessa

Ho scritto questo breve romanzo durante un periodo molto particolare della mia vita: un momento in cui ti senti profondamente introspettivo, anche se non esiste una ragione apparente. Un momento dove vedi la realtà e la vita intorno a te con occhi diversi, più puliti, più sinceri, e non sai esattamente il perché, ma ringrazi comunque il destino per quello che stai vivendo e in qualche modo provando. Un
momento in cui da una patina di tristezza e di malinconia scaturisce un profondo contatto con te stesso. Un momento, insomma, in cui puoi quasi toccare con mano la tua anima, accarezzarla, accudirla, dialogare con lei, come poche volte nella vita si riesce a fare.
Questo racconto descrive un viaggio, un cammino fisico ma soprattutto mentale, un percorso fuori e dentro se stessi, e Dio solo sa quanto ci sia bisogno in questo mondo, specie oggi, di una maggiore profondità e interiorità, in tutte le cose
e in tutte le manifestazioni degli uomini. Sono fortemente convinto che, di tanto in tanto, gli esseri umani abbiano bisogno di porsi delle domande e di trovare delle risposte, anche se apparentemente impossibili, anche se personalissime.
Non si può per sempre navigare a vista, talvolta bisogna fermare il timone e prendere coscienza della direzione che si sta seguendo, dello scopo del nostro viaggio, anche se oggi parecchi affermano l’esatto opposto, generando confusione e spaesamento. Anche se è difficile trovare le risposte che cerchiamo, in questi momenti preziosi possiamo contattare concretamente il nostro io, imparare a conoscerlo davvero, e –perché no? – ad amarci per quello che siamo.
Dedico questo viaggio a tutti quelli che, come me, hanno cercato o cercheranno, seppure in un frammento di tempo della loro fugace esistenza, la loro più intima essenza. Vi assicuro che è un tragitto che vale la pena di percorrere.

Gabriele Sannino


Prefazione

Ben presto, l’osservatore conobbe ogni linea e posa di un corpo eletto che così liberamente si offriva al suo sguardo; e salutava con letizia sempre nuova ogni bellezza già nota, con un’ammirazione e un delicato piacere dei sensi che non avevano fine.
(Thomas Mann, La morte a Venezia).

Gabriele Sannino, dopo il «come eravamo» dei primi anni ’90 racchiuso nelle pagine di Non sono un alieno, riprende a tessere una ragnatela struggente di nostalgia e di ricordi, raccontando in prima persona il percorso spesso doloroso e denso di rimpianti del protagonista Alessio, che, come l’Adriano della Yourcenar, dedica questa confessione epistolare al suo amatissimo compagno Luca, immerso nelle ombre crepuscolari di una raggiunta quiete interiore.
La metafora è trasparente: il viaggio di Alessio è in realtà un pellegrinaggio interiore, in cui tante verità nascoste riaffiorano come i relitti di un naufragio esistenziale. E, svanito il tempo delle ipocrisie e degli inganni, è un’«anima nuda» quella che emerge dal suo monologo così intimo e sofferto. Alessio esorcizza i propri fantasmi familiari – l’ombra ancora minacciosa del padre violentemente omofobo e incapace di dialogare, il balbettio patetico di una madre succube e sottomessa, il viscido perbenismo di Giacomo che non vuole far sapere in giro che ha un «fratello frocio» – e una volta sconfitta la cupa sonnolenza dello sconforto, riscopre un nuovo fermento di vitalità, assapora ogni istante di vita entrando in simbiosi con la natura che lo circonda. Non a caso l’itinerario di Alessio inizia in mezzo a una distesa di papaveri rossi per poi sfociare nell’azzurra visione rasserenante del mare, del suo eterno fluire senza tempo. La cadenza che Sannino ha impresso al suo racconto aderisce a quella che potremmo definire una poetica del «sommesso pudore delle emozioni», gioiose o angoscianti che siano:
una prosa a tratti scarna e affilata (la brutale aggressione con cui il padre di Alessio sancisce il definitivo sradicamento dalla famiglia), altre volte invece densa di sprazzi quasi lirici e surreali (il primo bacio sulle labbra di Luca che «scongela» l’anima di Alessio e lo trasporta oniricamente in un paesaggio innevato, emblema della purezza di quel sentimento).
Le pennellate di colore che Sannino infonde alla narrazione sono particolarmente ricche di sfumature, sgargianti o delicate a seconda della percezione emotiva rispecchiata nei suoi personaggi: una complessa e affascinante alchimia di sensazioni spesso contrastanti (che coinvolgono tutti e cinque i sensi, come il gelo polare della solitudine che si contrappone al caldo tepore dell’amicizia), ma sempre coinvolgenti per un lettore attento e sensibile a certi dettagli, a certe rifiniture apparentemente secondarie e invece fondamentali per l’economia del racconto.
In definitiva, Sannino ripercorre le tappe di un viaggio alla ricerca della propria identità, costellandolo di suggestive metonimie narrative, e ci sussurra continuamente il linguaggio spesso criptico e segreto dei sentimenti più reconditi. Solo l’amore può donare un senso all’esistenza umana, e questa semplice verità si espande a macchia d’olio nel corso del suo racconto, fino a illuminare i profili dei personaggi con una luce magica che si sprigiona dalla loro interiorità.
Un amore fragile come una candela che galleggia sul pelo dell’acqua, ma che ancora riesce a emanare una fievole luce nelle tenebre. Fino a mostrarsi più forte della morte.

Guglielmo Colombero



Parte prima

Ci sono due scopi nella vita:
il primo è di ottenere ciò che vogliamo;
il secondo di godercelo.
Solo gli uomini più saggi
riescono a realizzare il secondo.
(L. P. Smith)

Ricordo ancora i sapori, gli odori e i colori di quella mattina. Era ormai primavera inoltrata, e i gelsomini emanavano già le loro fragranze, mentre un tappeto rosso fiammante di papaveri, costellato di fiori di campo, mi accompagnava con il suo splendore a perdita d’occhio in quel viaggio in auto.
Un viaggio che ero ben felice di affrontare. Volevo rivederti. Volevo ritrovare il tuo incantevole e dolcissimo sorriso. La musica scandiva quella sorta di marcia. Mi teneva compagnia mentre, costeggiando il panorama variopinto della campagna veronese, mi affrettavo verso l’autostrada, per avvicinarmi sempre di più a te, a quella tua bocca che avevo baciato per la prima volta due anni prima, e che ancora immaginavo sorridente a ricevere i miei baci.
Anch’io a quel pensiero le sorridevo, ma era l’intera situazione a infondermi gioia. Quel sabato era davvero speciale per me. Tutto il mondo sembrava partecipe della mia contentezza, felice per me e con me. Anche quei prati verdi e zeppi di papaveri sembravano
danzare giocosi al mio passaggio, al ritmo di quella musica piacevolmente festosa, squisito condimento per la nostra esistenza. Tutto questo mentre il sole, quella mattina più radioso che mai, illuminava il mio viso e il paesaggio ridente intorno a me. Tutto mi sembrava veramente luminoso, forse perché anche la mia anima lo era, come non accadeva ormai da molto tempo.
Mi divertiva l’idea che, durante il tragitto, la gente mi vedesse in auto e pensasse che fossi diventato matto: cantavo a squarciagola, agitavo il pugno sinistro fuori dal finestrino, mi dimenavo come un danzatore tra i sedili. E di tanto in tanto alzavo il volume della musica per poi scoppiare in una fragorosa risata, come un bambino spensierato o un adulto euforico e folleggiante.
Grazie a te, finalmente sprizzavo energia positiva da tutto il mio essere. Ci frequentavamo da un paio d’anni appena, eppure sembrava che ci conoscessimo da una vita, o addirittura che ci fossimo incontrati in qualche esistenza precedente. Chissà!
Se solo ci ripenso, tutto mi sembra ancora così incredibile, così immaginifico, quasi filmico…
Tu eri in compagnia di quattro amici, che poi tanto amici non erano, visto che dopo, anche se in maniera diversa, ci hanno provato uno dopo l’altro con me. Quanto ne abbiamo riso poi di quelle storie… Eri seduto al bar di quella discoteca con tanto di piscina, in una serata di tarda primavera già intrisa di un tepore quasi estivo. E io, non a torto, ti avevo notato. Mi piacevi, ma temevo che la tua bellezza fosse per me inaccessibile. Sono sempre stato un po’ insicuro. Questo lo sai bene.
Tu eri assorto nei tuoi pensieri, intento a fissare un punto preciso del bancone, senza mai distogliere lo sguardo, mentre io mi sforzavo goffamente di incrociare il tuo. Eri magnifico con la tua birra in mano… Parlo in questo modo perché sai che sono praticamente astemio! L’alcool, del resto, mi dà subito alla testa. Io ero lì con una mia vecchia amica, partecipe di tante vicende della mia – fino a quel momento – triste e solitaria esistenza, e avevo iniziato a ballare con lei.
Fu proprio lei a chiedermi come mai guardassi sempre nella direzione del bar, e le bastò un attimo per vederti e per capire. Elisa conosceva bene i miei gusti, anche perché – e ne rido affettuosamente – erano speculari ai suoi.
«Peccato che sia gay», «peccato che sia etero», erano decisamente le nostre frasi più gettonate, ma erano anche quelle che ci facevano sempre scoppiare in una grassa e complice risata. E anche quella sera lei, nel vederti, disse la sua. Poi mi invitò al bar. A suo avviso tu non potevi non accorgerti di me.
Quando raggiungemmo il bancone tu eri sempre lì, ancora pensieroso, e io cercavo in tutti i modi di catturare la tua attenzione, anche solo per un attimo. Avevo già imparato a leggere negli occhi delle persone, a carpire da un solo sguardo la sensazione istantanea di poter piacere o meno.
Mi consideravo abbastanza attraente. Alto un metro e ottanta, biondo con gli occhi azzurri, con un fisico scolpito nonostante una scarsa attività sportiva. Tuttavia, benché consapevole di non passare inosservato, un persistente senso di insicurezza continuava a intrappolarmi la mente e il corpo. Fa parte del mio carattere, lo so. Sono sempre stato così.
A un certo punto Elisa notò che ero un po’ affranto. Mi abbracciò e poi, come di consueto, mi venne in soccorso. Ti chiese se poteva presentarti un suo amico, mentre io ero fortemente imbarazzato e in preda a un evidente disagio. Finalmente il tuo sguardo si volse verso di me, con un’espressione di sorpresa che lasciava ben sperare.
«Piacere, io sono Luca».
«Piacere, io mi chiamo Alessio», risposi piuttosto agitato.
Ti ero piaciuto da quell’esatto momento. Tu invece mi piacevi da mezz’ora e forse più. Raccontasti a entrambi che eri rappresentante di un’azienda che produceva orologi, mentre io ti confidai che lavoravo con scarso entusiasmo in una banca.
E se penso al sarcasmo di quella tua indovinata boutade ancora mi vien da sorridere…
«Io vendo il tempo e tu i soldi, noi sì che non falliremo mai…»
Poi accennasti un brindisi con la birra, mentre io ero sempre più avvolto da quella tua aria enigmatica, da quella tela che stavi intessendo su di me e dalla quale faticavo già a liberarmi.
I tuoi amici ci raggiunsero al bancone del bar e si presentarono a me e a Elisa. Qualcuno commentò anche che ero un bel ragazzo e che sapevi rimorchiare bene. Cominciarono a farmi le solite domande subdole, finalizzate a un solo scopo che già ben conoscevo, e io ne ero compiaciuto, anche se non vedevo l’ora di condividere qualche momento unicamente con te.
Rimanemmo lì, tutti insieme, per un po’ di tempo, mentre io e te, di tanto in tanto, ci guardavamo e ci sorridevamo con complicità, quasi per non far scorgere quel tesoro prezioso
che avevamo intenzione di precludere agli altri.
Scendemmo in pista a ballare. Io con Elisa. Tu mi guardavi da lontano e i tuoi profondi occhi neri mi offrivano un qualcosa che fino a quel momento non avevo mai trovato, ma che in fondo, forse, avevo sempre cercato. Occhi che donavano speranza, che esprimevano bontà.
Io ballavo e ti guardavo. Ma non avevo il coraggio di ricambiare a fondo i tuoi sorrisi. Ero un po’ su di giri per la tua presenza, mi sentivo felice ma nel contempo ero anche turbato.
Perché pensavo che, dopo anni e anni sperperati in feste affollate di luci colorate quanto artificiali, e infarcite di chiacchiere sterili, ora finalmente mi trovavo davanti qualcosa di vero, di reale. Qualcosa che poteva avere senso.
Avevo paura che tutto ciò non fosse altro che una mia fantasia, temevo per l’ennesima volta di sbagliarmi. Nonostante la mia insicurezza, una piccola parte di me, quella che mi voleva un po’ di bene e che mi aveva permesso di sopravvivere a me stesso fino a quell’esatto momento, mi suggeriva che era meglio non lasciarsi andare troppo. Non ancora. Non questa volta.
«Ma allora quando?», continuavo a chiedermi senza sosta.
«Quando?»
Tu invece mantenevi sulle labbra quel sorriso ammaliante, quasi angelico, che mi offriva un approdo sereno, mi tranquillizzava. Sensazioni che a quel tempo mi erano quasi sconosciute,
visto il mio ritmo di vita decisamente frenetico e sbrigativo. Del resto, spesso è proprio la timidezza a spingerci verso simili comportamenti.
Abbassai lo sguardo. Forse ti compiacevi di quel mio senso di insicurezza, e della ritrosia che ne derivava. Chissà, forse volevi approfittartene anche tu, chi poteva saperlo?
Elisa, di tanto in tanto, mi sussurrava delle carinerie nell’orecchio, del genere «guarda come ti fissa», oppure «hai fatto colpo anche stavolta, mi sa!», o cose simili. E io continuavo a sondare i tuoi occhi, per comprendere se eri sincero oppure no. Ma quelle luci stroboscopiche mi impedivano di distinguere il tuo sorriso, che di tanto in tanto ricambiavo con un accenno del mio. La musica era assordante, a malapena riuscivo a comunicare con Elisa. Ero rapito da te e da quel tuo sorriso, tutto intorno a me mi sembrava rallentato in quegli istanti. L’unica accelerazione che percepivo era quella della mia fervida immaginazione.
Mi ritrovai immerso nei miei ricordi: rivivevo il mio passato, ripensavo al ragazzo che per anni mi aveva preso in giro dichiarando di amarmi. In realtà, l’unica cosa che aveva amato per davvero era stata il sesso in tutte le sue forme e in tutte le sue … posizioni. Inutile nasconderlo. Quel sesso a suo dire «fatto bene», cioè con persone perennemente arrapate
come lui.
Non che tra noi il sesso non funzionasse, tutt’altro: solo che, una volta venuto a conoscenza dei suoi ripetuti e costanti tradimenti, avevo perso ogni fiducia in lui. Ero pieno di risentimento, e la mia stima nei suoi confronti era sprofondata giù, in un abisso senza fondo.
Di conseguenza anche il mio affiatamento sessuale con Antonio si era logorato: facevamo l’amore sempre più raramente, dato che quella intimità lui era disposto a concederla a chiunque altro. Ma ciononostante non me l’ero ancora sentita di lasciarlo: lo amavo troppo, e una parte di me sperava sempre che lui cambiasse, che si accorgesse finalmente di me e del mio amore.
Se solo ci penso! Il mio amore con lui è rimasto fermo sulla soglia: di tanto in tanto bussava sommessamente e chiedeva invano di entrare. Solo quando nel suo animo infuriava qualche tempesta emotiva, lui lo faceva entrare un po’, per colmare un vuoto momentaneo. Poi tutto tornava come prima. Quando quel suo sole artificiale tornava a risplendere, io puntualmente mi ritrovavo su quel pianerottolo, prigioniero di quel limbo, sospeso in bilico tra il paradiso e l’inferno.
Il mio amore con Antonio è rimasto parcheggiato lì per più di tre anni. Poi, un giorno, la mia insicurezza ha lasciato spazio a una briciola di orgoglio che, dopo tanti pianti e soprattutto
dopo altrettanti tentennamenti, ha messo lui alla porta. L’ho lasciato al freddo, al mio posto: ma non credo che Antonio ci sia rimasto molto. Avrà sicuramente trovato qualcun altro che gli tenesse compagnia, qualcun altro disposto a ricoprire quel ruolo. Sì, perché sono tante le persone prive di rispetto per se stesse.
Come avevo potuto pensare che Antonio potesse amarmi in quel modo? Come avevo potuto illudermi che il suo fosse stato, in fondo, amore? Ancora me lo chiedevo.
L’amore è forse il moto più delicato dell’anima. Le sue caratteristiche sono quelle della persona stessa. Se non sei sensibile, come può esserlo il tuo amore? Se non sei profondo,
come può esserlo un tuo sentimento? Il modo in cui si ama è il modo in cui si è. L’amore è qualcosa di irrazionale e scende nelle viscere del nostro essere, per cui riflette pienamente
la nostra anima. Il mio cuore aveva paura di soffrire ancora in quel modo.
Ed è per questo che mia nonna, un giorno, mi aveva insegnato qualcosa di prezioso che ho trasmesso anche a te, e di cui vado molto fiero: come leggere negli occhi delle persone. Appresi da lei, infatti, che saper carpire i segreti di uno sguardo significa acquisire fiducia in se stessi e negli altri, e migliorare la propria vita. Me lo disse perché pensava che soffrissi per una ragazza. Avrei dovuto confessarle la verità, e invece mia nonna è morta senza conoscermi per davvero…
Ma forse lei aveva letto nei miei occhi anche questo, e aveva compreso tutto di me. Proprio tutto. Il segreto – diceva sempre lei – è cogliere quanto è racchiuso negli occhi degli altri: non è questione di tecnica, quindi, semplicemente bisogna saper scrutare negli altri le emozioni, piccole o grandi che siano. E poi lasciare che sia il nostro istinto a suggerirci la via
giusta. L’istinto non mente mai. Una persona capace di provare emozioni è una persona ancora viva. E di questo ci si può accorgere in qualsiasi momento: una persona sensibile
lo è sempre, non procede a corrente alternata.
Mia nonna mi suggeriva sempre di portare una ragazza al cinema per vedere insieme a lei un film romantico. Era a suo avviso un ottimo punto di partenza. Era disarmante nella sua ingenuità… Ma era così autentica, così speciale.
Giurai a me stesso che se avessi trovato un uomo capace di commuoversi davanti a un film romantico, lo avrei addirittura sposato. Chissà! Magari poteva accadere per davvero. Grazie alla tenera semplicità di mia nonna, avevo iniziato a capire che Antonio non era il tipo giusto per me. Lui, infatti, si sarebbe trovato bene con qualcuno simile a lui… Del resto mia nonna diceva sempre che «l’amore, quello vero, è prima di tutto un incontro tra anime simili». E grazie a Dio la mia non era per niente simile a quella di Antonio.
A volte mi capita ancora di pensare a lui e alla sua labile personalità: a quell’io così apparentemente vincente, sicuro e onnipotente, ma in realtà intimamente assai fragile, che rischiava di vivere come un trauma devastante anche la più piccola delusione. Sì, perché Antonio non guardava mai dentro di sé, ma al contrario sempre all’esterno. Era destinato a quel genere di tonfi. Era un perdente nato…
La mia mente continuava a macinare pensieri, quando Elisa mi diede una pacca sulla spalla per svegliarmi. Tornai desto. Disco music… Elisa… Caos… Luca… Tu non ballavi più in pista, ma eri tornato al bar, mentre Elisa mi rimproverava la noncuranza verso i tuoi sorrisi, i tuoi sguardi più o meno languidi. Mi rifugiai in bagno, per reprimere i pensieri angosciosi che mi tormentavano.
Avrei voluto lavarmi non solo la faccia, ma anche le meningi, in modo da smettere persino di pensare, almeno per quella sera. Ero davanti allo specchio con il viso bagnato e con gli occhi chiusi per ossigenarmi un po’ la mente: quando li ho riaperti, all’improvviso mi sei comparso davanti, regalandomi dallo specchio un altro dei tuoi teneri sorrisi. Stavolta lo vidi bene, in tutta la sua pienezza, e finalmente mi fu possibile ricambiarlo nel modo giusto. In quel momento dilagò in me la meravigliosa percezione che i tuoi occhi erano sinceri. Mi guardavano, luminosi e densi di vitalità, e mi resi conto che potevo fidarmi di te, che potevo lasciarmi andare.
Potevo davvero rimettermi in gioco, senza più futili finzioni. «Tutto bene?», mi domandasti.
«Sì, avevo solo bisogno di darmi una rinfrescata», fu la mia risposta.
Prendemmo qualcosa da bere al bar, ed Elisa si rallegrò
quando ci vide insieme. Vedendoci uscire nello stesso momento dai bagni, non escludo che le sia balenata in mente qualche congettura mordace… Non ho mai avuto modo di chiederglielo. Dopo aver sorbito entrambi una coca-cola, per la prima volta ballammo insieme. Tu mi guardavi dritto negli occhi, e io non sempre reggevo il tuo sguardo. La mia insicurezza mi inibiva. Tu sorridevi ancora di questa mia timidezza, in fondo ti piaceva. E a me piaceva che a te piacesse.
Poi feci una mossa del tutto inaspettata. Ti misi le braccia intorno al collo e ballammo quel pezzo dance come se fosse stato una ballata struggente. Sorridemmo entrambi in quel momento, mentre i tuoi occhi neri brillavano sempre più e sembravano pulsare come stelle.
A quel punto, deposi un bacio sulle tue labbra carnose e turgide, e in quell’istante un brivido mi corse lungo la schiena per poi propagarsi in tutto il corpo. Mi sollevai sulle punte dei piedi per allineare la mia bocca alla tua, e quello fu il nostro primo, indimenticabile bacio.
Qualcosa di inafferrabile per chiunque non fosse noi in quel momento. Qualcosa di così tenero e soffice da suscitare in me la sensazione che fossimo stati catapultati in un bosco pieno zeppo di neve. E noi eravamo lì ad assaggiare le nostre labbra calde, sfidando la morsa del gelo. Tutto intorno a noi regnava un silenzio irreale. Tutto era come ovattato dalla neve. E io, dopo averti baciato, contemplavo il cielo, azzurro più che mai, e in mezzo a quel biancore, il verde brillante dei pini e il profilo lontano delle montagne innevate… e ringraziavo Dio per quel bacio, puro, cristallino, candido più della neve che ci circondava.
In quel momento fui pervaso dal senso di una natura che, seppellita dalle macerie di chissà quale cataclisma scatenato dall’uomo, era pronta a rifiorire e a tornare rigogliosa.
Toccava proprio a me scegliere se bonificare la mia anima, se trasformarla in una riserva naturale dei miei sentimenti e del mio possibile amore. Continuai a baciarti più volte, e più volte ancora guardai il cielo e il paesaggio. Avvenne qualcosa di simile a una sublimazione: mi sembrò per un attimo che la neve che faceva da sfondo a tutte quelle emozioni avesse iniziato a sciogliersi repentinamente. Quel bel panorama, romantico ma freddo, stava cedendo il passo a qualcosa di più rigoglioso. Tutto iniziava a diventare verde e lussureggiante. Il ghiaccio si ritirava sciogliendosi in pochi istanti. Riuscivo a vedere anche i primi fiori variopinti sbocciare sugli alberi, il tutto a una velocità impressionante. Anche la mia anima iniziava a rinverdire in quei momenti: il ghiaccio che la intrappolava da sempre cominciava a frantumarsi.
E la mia anima rigenerata era simile a un bimbo appena uscito dal grembo materno, incredulo per quel cambiamento così brusco e immediato. La mia anima si scongelava, il mio cuore iniziava davvero a pulsare. E questo grazie a te, grazie a quel dono. Sì, perché è stato davvero un dono quel tuo primo bacio. L’inizio di un favoloso avvenire per un’esistenza, la mia, che solo da quel momento in avanti cominciava a diventare autentica vita
vissuta pienamente.


Login utente
Username
Password
Nel tuo carrello
Prodotti nel carrello: 0
Visualizza carrello
Scelta genere letterario
Scelta categoria
Contatore visite
Pagine viste: 54011
Carte di credito e modalità di pagamento accettate
© WLM EDIZIONI di Walter Manzoni - P.IVA 03321980165 C.F. MNZWTR68D07A794H CCIAA BG REA 368208 - Via Monfalcone, 20 Stezzano (BG) 24040 - Tel: 0354540154/3496388350; Sfondo pagine by Webgif