«Ritorno a Brokeback Mountain» è un romanzo che affronta il tema della diversità con una delicatezza e una sensibilità squisitamente femminili. Immettendosi nel solco tracciato da Annie Proulx in Brokeback Mountain (1998) pubblicato in Italia col titolo Gente del Wyoming e poi rititolato in I segreti di Brokeback Mountain (traduzione di Mariapaola Dèttore per Baldini Castoldi Dalai editore, in libreria nella collana «I tascabili BCDe», codice ISBN 978-886073883-7) dopo l’uscita dell’omologo film del regista Ang Lee, che vi invitiamo rispettivamente a rileggere e a rivedere, Enrichetta Pellegrini rielabora il soggetto con una certa dose di originalità, evitando elegantemente la trappola che sempre si annida nelle serializzazioni letterarie. Conquistata dai personaggi del racconto della Proulx attraverso, soprattutto, la trasposizione cinematografica della vicenda, l’autrice, innamorata dell’amore, sceglie di offrire a Ennis e a Jack e al loro profondo sentimento una seconda possibilità.
Walter Manzoni
Ha collaborato alla pubblicazione di questo libro in veste di redattore Guglielmo Colombero, scrittore torinese, già direttore di sala del cinema Giardino d’Essai, autore dei romanzi storici Himilce la sposa di Annibale (in cui predomina la tematica dell’omosessualità femminile in epoca ellenistica) e Tomyris la signora delle tigri, entrambi editi da Falzea.
Voglio dedicare questo romanzo alla mia famiglia e ai miei amici che, da quando ho iniziato a scrivere, credono in me e mi spronano a continuare. E poi al mio Heath Ledger che, apparsomi spesso in sogno, mi ha ispirato questo racconto: un nuovo finale per la storia dove lui veste i panni di Ennis Del Mar.
Enrichetta Pellegrini
NOTE SULL’AUTRICE Enrichetta Pellegrini è nata a Napoli il 20 agosto 1969. Dopo il conseguimento dei diplomi di segretaria d’azienda e di perito informatico e alcune esperienze lavorative, si è sposata e ha scelto di prendersi cura dei suoi due figli. Ora fa la casalinga, ma nei ritagli di tempo si dedica alla sua passione letteraria. Questo è il primo fra i suoi scritti che viene pubblicato.
Capitolo I
Ennis Del Mar guidava piano il suo pickup, un pickup vecchio e malandato, sulla strada malconcia che, verso nord, lo avrebbe portato a Lightning Flat, dopo Gillette a est di Buffalo, sotto il sole cocente di una giornata d’agosto. Sembrava non accorgersi nemmeno del calore, niente lo faceva patire più del dolore che provava dentro. Si aggiustò l’inseparabile cappello Stetson che, con la solita camicia a righe larghe, gli usurati jeans e gli stivaloni con la punta, il tacco alto e la suola profonda, faceva di lui un vero «cowboy» dei primi anni ’80. Con gli occhi fissi sulla strada, Ennis si accese una sigaretta e ne aspirò l’aroma acre. Si sentiva esausto. Da quando era partito da Riverton, nella riserva indiana di Wind River, aveva percorso senza sosta circa duecentocinquanta miglia. Era già trascorso un anno da quando vi si era recato a trovare la famiglia di Jack, appena dopo aver saputo della tragedia che gli aveva tolto per sempre il suo amico, strappandogli via il cuore. Dopo la sua morte era caduto sempre più in basso, oltre ogni limite. Lavorava, senza grandi risultati né profitti, come mandriano in un ranch vicino casa, il Rafter b, visto che conosceva il proprietario da una vita, e spesso lo aveva aiutato nei momenti critici. Si occupava del raduno del bestiame, della marchiatura e anche dell’accoppiamento e della vendita dei capi migliori. La figlia maggiore, Alma jr, si era sposata, mentre la minore, Francine, stufa di sopportare il patrigno, e un poco delusa del fatto che la loro madre dedicasse attenzioni quasi esclusivamente al giovane fratellastro, era andata a vivere dalla sorella e dal cognato. Ad Alma jr aveva fatto immensamente piacere la presenza di suo padre il giorno delle nozze, anche se a metà della festa lo aveva rimproverato per la sua scarsa partecipazione emotiva e per non aver spiccicato parola per tutto il tempo. Ennis si era chiuso ancora di più in se stesso, diventando un vero e proprio eremita. Era divorato dai sensi di colpa e dai rimpianti per aver capito e accettato troppo tardi la realtà dei fatti. La sua era stata una lenta e inesorabile discesa volontaria verso l’annientamento. Nel vecchio rimorchio, dove sopravviveva in totale solitudine, c’erano solo puzza di whisky e spazzatura dappertutto, ma nel vecchio armadio era appeso un tesoro per lui inestimabile: una vera e propria ancora di salvezza, quando Jack gli mancava talmente che pensava proprio di non farcela. In quei momenti prendeva le camicie dall’armadio e le stringeva forte a sé come a voler resuscitare quell’abbraccio che non sarebbe più stato possibile. In preda al rimorso e al rimpianto, Ennis sperava di addormentarsi e di sognare Jack. Pensava giorno e notte a lui, al ragazzo che lo aveva amato e assecondato per vent’anni, che aveva capito e rispettato le sue paure e i suoi complessi, che non aveva esitato un attimo a macinare quattordici ore di macchina senza batter ciglio, pur di vederlo. Il ragazzo che sempre gli chiedeva di mollare tutto e tutti per costruire una vita insieme, e che puntualmente riceveva solo rifiuti per poi tornarsene a casa con le lacrime agli occhi e un nodo alla gola. Era sempre stato il più consapevole della loro diversità, sopportando a malapena l’astinenza sessuale e proprio per ciò (Ennis ne era certo) aveva perso la vita, nonostante quello che gli avevano voluto far credere riguardo all’incidente. Ennis si era reso conto che, se gli fosse stato più vicino, Jack non avrebbe cercato altro, e sapeva benissimo che lo aveva fatto soprattutto per tentare di compensare il bisogno che aveva di lui. «Potendo tornare indietro nel tempo», pensò,«come mi sarei comportato? Forse sarei morto anch’io». In fondo, il primo a non accettarsi era stato proprio lui. Un camion lo superò e qualcuno gli bussò forte distraendolo dai suoi pensieri: — Togliti da davanti, coglione! In altri tempi lo avrebbe inseguito e riempito di botte, ma adesso tutto gli scivolava addosso. «Mica è colpa mia », pensò, «se il camioncino non si muove da terra». Si guardò nello specchietto retrovisore, e si trovò vecchio e trascurato. E pensare che era sempre stato un uomo attraente, lui. Aveva da poco compiuto quarant’anni, ma nello spirito si sentiva decrepito. Dal suo stato di agitazione intuì che era di nuovo arrivato a destinazione, e stavolta non sarebbe tornato indietro come stava facendo da ore, sarebbe andato fino in fondo. E, per l’ennesima volta da quando era partito, cercò di capire i reali motivi che lo avevano spinto a tornare lì. Si sentiva in procinto di scoprire qualcosa di importante, che magari gli era sfuggito l’anno prima, ed era davvero una strana sensazione. Poi, come assistendo a un film, rivide tutto il percorso di vita che aveva condiviso con Jack. Lo vide ragazzo, giovane, vivace, poi confuso e appassionato, poi amante instancabile, poi afflitto dalla separazione. Poi lo rivide più maturo e sicuro, felice e speranzoso, infine deluso e rassegnato… E lui, praticamente sempre uguale, chiuso a qualsiasi prospettiva di vita che non fosse quella che gli altri si aspettavano da lui. Povero amico, quanto si era illuso in tutti quegli anni, quanto aveva sperato che, prima o poi, qualcosa per loro cambiasse. Percorse inquieto il vialetto che lo avrebbe condotto verso casa sua e ritrovò lo stesso scenario di desolazione dell’altra volta, solo rovine e miseria. Poi, mentre si avvicinava alla proprietà dei genitori di Jack, fu spettatore di una scena irreale che, a sua insaputa, gli avrebbe cambiato di nuovo la vita. Era ancora abbastanza lontano per essere notato o per poter distinguere un viso, quando la porta di casa Twist si spalancò e un uomo molto somigliante a Jack, ma visibilmente claudicante, uscì di casa sbattendo la porta e urlando: — Papà, non rompere, accidenti a te! «Ma sembra proprio la voce di Jack», pensò Ennis, «sarà il sole che ho preso in testa!» Che cosa stava succedendo? Chi era quell’uomo che tanto gli somigliava? Forse un fratello segreto di Jack? Un peccato di gioventù del padre, solo ora rivelato alla moglie? Stava vivendo un sogno, o forse un incubo? Nel frattempo lo zoppo si guardò intorno: sembrava che avesse scorto il furgone da distante. Ennis ebbe tutto il tempo di osservarlo meglio, sia pure da lontano: certo, vestiva proprio come lui, stesso cappello di sempre tipicamente texano, camicia di jeans, stesso tipo di pantaloni e stessi stivali. Si diede un pizzicotto e sentì dolore: allora era sveglio! Poi il suo sguardo si posò per la prima volta sul furgone rosso parcheggiato proprio fuori casa, identico a quello di Jack. «Cosa c’è di strano?», pensò, «lo avranno regalato al padre in ricordo del figlio». C’era da capire solo chi fosse lo zoppo che tanto somigliava a Jack e che aveva anche la sua voce. Si stava rodendo il cervello quando, all’improvviso, la figura del padre di Jack si stagliò sulla soglia di casa. — Dove vai, Jack? Torna indietro! Lo zoppo di nome Jack si diresse strisciando la gamba verso il pickup rosso e vi salì. Ennis, come inseguito da un fantasma, fece inversione di marcia sgommando paurosamente e alzando nuvole di polvere. Cercò di raggiungere la massima velocità, e stranamente il furgone parve accelerare più del solito. «Forse anche lui ha paura dei fantasmi», pensò. Ennis doveva capire cosa aveva visto: com’era possibile chiamare due figli con lo stesso nome? Forse non avrebbe dovuto scappare, ma tentare invece di comprendere il significato di quanto stava capitando. Tutto sommato non era andato apposta lì per saperne di più? Ecco il perché delle sue strane sensazioni: effettivamente c’era qualcosa che gli era sfuggito. Lo avrebbe scoperto presto… Il pickup rosso era dietro di lui, e procedeva più velocemente del suo, poi iniziò a lampeggiare per segnalargli di fermarsi. Un oscuro timore spingeva Ennis a proseguire la corsa ma il furgone rosso continuò a tallonarlo e lo costrinse a fermarsi sul ciglio della strada. Poi si affiancò, ed Ennis sentì lo sportello che si apriva e qualcuno che scendeva. «Sicuramente lo zoppo somigliante a Jack», pensò. La figura si avvicinò a lui che era ancora al posto di guida: ora lo avrebbe guardato e finalmente si sarebbe reso conto che era stato solo un equivoco o magari un miraggio, ma prima ancora che alzasse lo sguardo verso di lui, lo zoppo parlò: — Ehi, amico, hai bisogno di aiuto? È tutto a posto? Ho visto che uscivi dalla mia proprietà. Non c’erano dubbi, era proprio la voce di Jack. Ennis alzò finalmente gli occhi e lo zoppo si toccò il cappello come solo Jack poteva fare, poi finalmente lo guardò in faccia… Impossibile, eppure sembrava proprio lui! Ennis si sentì mancare. Cosa significava tutto questo? Si era aspettato certo delle novità… ma queste erano cose dell’altro mondo! Ennis lo guardò meglio, sempre senza dire una parola. Lo shock era stato talmente forte che continuava a rimanere immobile e silenzioso. Jack era proprio come lo ricordava: stessi baffetti, solite basette, qualche capello bianco in più che spiccava in mezzo alla sua chioma corvina, e alcune rughe, che prima non c’erano, agli angoli dei meravigliosi occhi blu, e pure il naso, praticamente perfetto, era il suo. Solo la scarsa adipe che aveva accumulato nel corso degli anni sui fianchi e sullo stomaco era scomparsa: Jack appariva visibilmente dimagrito. — La tieni la lingua, amico? Sembra che hai visto un fantasma! «Ma è sicuramente lui!», pensò Ennis, e non sapeva se ritenerlo un miracolo oppure un disegno ben architettato, chissà da chi e perché. Ora doveva solo capire cosa era successo e perché Jack sembrava non ricordarsi di lui. Poi Ennis si lasciò sfuggire un «Jack» che aveva un tono di stupore e sollievo. — Ci conosciamo? — domandò lui meravigliato. — Sì. Jack sembrò dispiaciuto di non rammentarsi di lui, ma poi, come se non aspettasse altro che poter narrare a qualcuno la sua storia, si profuse in un racconto preciso e dettagliato dell’accaduto. — Chi sei? Il fatto è che ho avuto un grave incidente in Texas, dove vivevo prima. A causa del trauma cranico che ho subito, non ricordo niente, ma i medici dicono che la memoria tornerà all’improvviso, o un po’ per volta. Non ricordo nemmeno la faccia di mia moglie e di mio figlio. Dopo l’incidente mi hanno mandato qui per la convalescenza: si vede, vero, che sono ridotto male? Poi indicò la gamba e il braccio sinistro, e solo allora Ennis notò che anche l’arto superiore era un po’ rigido. Infine l’amico si tolse il cappello mostrandogli una grossa cicatrice sulla tempia. «Povero Jack!», pensò Ennis, convinto ormai che fosse veramente lui. Cosa gli avevano fatto? Per questo non lo aveva riconosciuto e sicuramente non rammentava nulla della loro storia. — Ma cosa mi succede? Raccontare tutto, così, a una persona che nemmeno ricordo. Non è da me: di solito sono restio a parlarne, ma, non so perché, mi è venuto spontaneo raccontarlo a te, — disse, stupito dalle sue stesse rivelazioni improvvise. Poi fece una smorfia molto familiare per Ennis, muovendo l’angolo della bocca, e lui ebbe uno slancio affettivo verso di lui e gli mise una mano sulla spalla. Era ancora incredulo di fronte a quanto stava accadendo. — Forse perché non siamo estranei, Jack. Siamo amici da tanto tempo, molto amici. Gli occhi di Jack s’illuminarono per lo stupore. — Davvero? E come ti chiami? Vieni, torniamo a casa mia che ci beviamo due birre e mi racconti tutto. «Chissà se sentendo il mio nome avrà qualche reazione», pensò Ennis. — Mi chiamo Ennis. — Ennis… Ennis come? Un cognome non te lo hanno dato? Ennis non ebbe dubbi, era il suo Jack. — Ennis Del Mar. Jack meditò per qualche istante, ripassandosi più volte il nome in mente. Sperava che gli si accendesse una lampadina. Quel nome aveva un suono familiare, ma non gli ricordava nulla. — No, questo nome non mi dice niente, mi spiace. Sei di queste parti? — No, sono nato a Sage e ora abito a Riverton. — Avanti, andiamo dentro. — Davvero, amico mio, ora non posso. Mi sono ricordato di un appuntamento importante. Ci si vede poi, promesso. Ennis non poteva rimanere oltre. Doveva realizzare cosa era successo. Aveva bisogno di bere, e parecchio anche. Jack lo guardava con aria sospettosa e incuriosita. — Dì un po’, come hai detto che ti chiami? Ennis, vero? Ma se è vero che siamo tanto amici, perché ti sei fatto vivo solo oggi? Cosa gli avrebbe risposto adesso? — Beh, sai come vanno certe cose, il lavoro, la famiglia, solo ora ho potuto sganciarmi. — Va bene, se proprio devi andare, vai, però ricordati che mi hai promesso di rifarti vivo presto, ok? — Ci puoi scommettere! —, e detto questo Ennis offrì la mano a Jack e montò sul camioncino. Si fermò qualche chilometro più avanti, si prese il viso fra le mani e meditò a lungo. Appena si sentì pronto a ripartire, guidò fino a Gillette. Poi entrò nel primo bar incontrato lungo la strada e bevve whisky fino a stordirsi. Fece mille ipotesi, ma la verità la potevano sapere solo il padre e la moglie, che un anno prima gli avevano voluto far credere deliberatamente che Jack fosse morto. E il perché era facilmente intuibile, visto che la prima e unica volta che aveva incontrato suo padre aveva avuto l’impressione che sapesse tutto. La stessa sensazione l’aveva provata durante un colloquio telefonico con sua moglie: gli era parsa gelida e scostante. Jack aveva avuto realmente un incidente, visto com’era conciato, e loro avevano approfittato della conseguente amnesia per cancellare la parte della sua vita che non approvavano. E sua moglie aveva colto l’occasione per levarselo definitivamente dai piedi, visto che a malapena lo sopportava, come Jack gli aveva sempre confidato. Questa era perlomeno la ricostruzione degli avvenimenti che parve più logica a Ennis. «Penso proprio che il signor Twist riceverà presto una mia visita», fu la sua riflessione ad alta voce. La notte, nel suo furgone ai margini della strada, Ennis non riuscì a chiudere occhio. La gioia di aver ritrovato Jack era incontenibile, paragonabile all’improvviso risveglio da un incubo atroce, in cui ricompare al tuo fianco quella persona che hai temuto di perdere, anche se persisteva in lui tanta diffidenza verso tutto e tutti. Il mattino dopo, si appostò nei pressi della casa di Jack. Aveva lasciato il furgone lontano e si era avviato a piedi per evitare di essere visto. Dopo alcune ore di attesa, alzò gli occhi al cielo sperando di vedere qualche nuvola che portasse un po’ di sollievo a quell’inconsueta calura, ma il cielo non era mai stato così limpido. Aveva perso ogni speranza che Jack uscisse, quando all’improvviso, dopo tre ore di veglia, finalmente lo vide spuntare e avviarsi zoppicando verso il suo pickup rosso. Aspettò che si allontanasse abbastanza, e quando la distanza fu tale da far svanire il rumore del motore, Ennis si diresse verso la casa: aveva ripassato mille volte il copione del discorso da tenere dopo aver oltrepassato quella soglia, e, sforzandosi di assumere un contegno tutt’altro che remissivo, bussò alla porta. Fu proprio il padre di Jack che venne ad aprire. L’uomo lo riconobbe subito, nonostante lo avesse visto una volta sola e parecchio tempo prima. Aveva lo stesso sguardo gelido e formale della volta passata. Senza nemmeno parlare si scostò di lato e lo lasciò entrare. La casupola era come la ricordava, spoglia e fredda come l’animo del proprietario. Ennis vide in un angolo della cucina, vicino a una delle due finestre, la madre di Jack, che accennò un saluto con la testa e subito si defilò in un'altra stanza. Era giunto il momento tanto atteso. — Si ricorda di me, signor Twist? — Come potrei non ricordare chi ha rovinato la vita di mio figlio? «Ha proprio gettato la maschera», pensò Ennis. «Dove è andata a finire la finta cortesia dell’altra volta?» Intuiva che la commedia era finita. — Non si vergogna di farsi vedere ancora in giro? — continuò, fissandolo con odio. Ma Ennis non si sentì ferito più di tanto e fece quello che intendeva fare: chiedere spiegazioni. — Cosa pensava, signor Twist, che la farsa sarebbe durata in eterno? Poteva anche funzionare, se non mi fossi accorto che qualcosa non quadrava. Ennis tacque un attimo e poi aggiunse: — Lei e la moglie avete organizzato tutto per bene, vero? Anche lei mi raccontò la stessa storiella, solo che non avevate fatto i conti col destino. Ora voglio sapere tutto per filo e per segno, se no da qui non me ne vado, signor Twist. Il padre di Jack si passò un dito fra i denti e sputò qualcosa per terra, si sedette accanto al tavolo e bevve qualcosa da una tazza poggiata lì. Poi si girò verso la finestra, da dove filtrava una luce fioca: in lontananza si vedevano dei cavalli pezzati, dentro un recinto malconcio. A Ennis parve strano che si potessero permettere tanti cavalli, anche se lui da vero intenditore riconobbe che non erano pregiati, ma solo dei Quarter House. — Se vuole sapere altro, si rivolga a mia nuora, signor Del Mar. Io non aggiungerò una parola, ne può essere certo. E se non se ne va immediatamente, Jack verrà subito a conoscenza della triste realtà, parola mia. Detto questo, con un dito gli indicò la porta e, prima che Ennis uscisse, aggiunse: — Se poi le è rimasto ancora un barlume di buon senso e di pudore, lasci in pace mio figlio. Non sa niente di quello che era prima, potrebbe rifarsi una vita. Senza capire bene il perché, Ennis si sentì comunque in dovere di rassicurarlo. — Può esser certo che da me Jack non saprà nulla, a meno che non ricordi lui, ma non lo abbandonerò mai più ora che l’ho ritrovato, e le giuro che mai più la vita di suo figlio sarà in pericolo… Me ne vado, ma dica a Jack che sono stato qui e che ritornerò presto. Mi saluti la sua signora. Andò via insoddisfatto: non era riuscito a cavarne un ragno dal buco. Non gli rimaneva altro da fare che recarsi in Texas a parlare con la moglie di Jack. Sicuramente era stata lei la mente del complotto: il suocero le era servito per tenere il marito il più lontano possibile da lei e dal figlio. Ma presto anche lei lo avrebbe dovuto ascoltare. Tornò al suo pickup, diventato la sua casa in quel periodo, visto che non poteva permettersi di meglio. Il giorno dopo, di buon’ora, si mise in viaggio per il Texas. Aveva sempre con sé l’ultima cartolina che aveva mandato a Jack e che poi era tornata indietro, su cui c’era l’indirizzo preciso. Dopo circa novecento miglia e una sosta a Pueblo, in Colorado, arrivò a Childress, dove Jack aveva vissuto con la sua famiglia. Chissà se lui ora si stava chiedendo dove fosse e perché non era tornato a trovarlo come gli aveva promesso. Il padre sicuramente non gli aveva riferito niente. Provava delle strane emozioni nel camminare per quelle strade. Ogni uomo che passava aveva qualcosa che gli ricordava una movenza o un atteggiamento di Jack, visto che dopo tanti anni di permanenza laggiù era diventato in tutto e per tutto un vero texano. La casa era grande e lussuosa, il patio spazioso, le finestre ben illuminate erano ornate di tendine tutte uguali. Dopo la morte del suocero di Jack, Lureen aveva ereditato tutto: sarebbe stato molto felice anche lui di sbarazzarsi di Jack, se non fosse morto prima dell’incidente. Bussò alla porta che era quasi buio, e fu proprio sua moglie ad aprire. Non si era sbagliato: mobili lucidi e costosi, divani pregiati e lampadari di lusso. La donna lo fissò dall’alto in basso. «E questa bambola di porcellana sarebbe la moglie di Jack?» — si domandò Ennis. A prima vista sembrava proprio una vera signora, molto distinta ed elegante, ben truccata e curata, i capelli tinti di biondo lunghi e vaporosi. Ma negli occhi aveva il gelo e niente tradiva in lei un lutto recente. — Buona sera, chi desidera? — gli chiese la donna con freddezza. — Lei è la moglie di Jack? — E lei chi è? Lureen lo fissò di nuovo, sprezzante, chiedendosi chi fosse quel morto di fame che la cercava e che aveva nominato il marito. — Sono Ennis Del Mar, un amico di Jack. L’espressione di Lureen si tinse di sospetto. — Prego, si accomodi — disse assumendo un atteggiamento di finta benevolenza —, mi ricordo di lei, mi chiamò poco dopo la disgrazia… C’è qualcos’altro che voleva sapere? Stava continuando la sua squallida commedia. — Mi dispiace conoscerla solo ora che Jack è morto —, cinguettò. — Davvero, signora Twist? Ne è proprio sicura? Il fatto è che sono stato di recente a Lightning Flat, e il resto è inutile che glielo dica, vero? O vuole continuare ancora con la commedia? Voglio sapere tutta la verità su quello che è successo, visto che Jack non ricorda niente. La donna si sedette su una comoda poltrona e si aggiustò i capelli con una mano. Poi lo guardò con altezzosa noncuranza, senza nemmeno invitarlo a sedersi. — Vuole davvero che io parli? Le conviene? — Sono qui apposta —, rispose Ennis guardandola dritto negli occhi. — Cosa crede, signor Del Mar? — esordì la donna, — per quasi vent’anni ho finto di credere alle vostre battute di caccia e di pesca, e al vostro amore per la natura, ma solo perché mi conveniva tacere. Avevamo un figlio insieme e per lui suo padre era un vero uomo: ne era orgoglioso, raccontava sempre ai suoi amici che il suo papà da giovane era stato un campione dei rodei. E poi, se mio padre avesse capito qualcosa lo avrebbe fatto a pezzi, già lo detestava così. Solo i primi tempi forse ci ho creduto, ma poi ho capito tutto, dopo ogni vostro incontro Jack non si avvicinava a me per settimane intere… Non che mi importasse più di tanto. Accompagnò la frase con un’alzata di spalle e poi continuò. — Se proprio lo vuole sapere, Jack è stato vittima di una spedizione punitiva, era insieme a un amichetto e naturalmente li volevano ammazzare. Ho saputo che li avevano presi di mira da tempo. Ma lei che fine aveva fatto? Scaramucce fra innamorati? Ennis non le rispose. Sentiva di odiarla per tutto quello che aveva appena detto. — L’hanno pestato fino a crederlo morto —, proseguì Lureen, — lasciandolo in un lago di sangue. Fortunatamente per lui sono passate di lì alcune brave persone che lo hanno soccorso e portato in ospedale. È rimasto sospeso fra la vita e la morte per diversi giorni. Poi si è svegliato dal coma, ma senza ricordare più niente del suo passato. Trauma cranico, secondo i medici… Una volta ristabilito e dimesso dall’ospedale, lo abbiamo spedito dai genitori. «Insieme a una cospicua somma di denaro», interloquì mentalmente Ennis. — Fui io stessa a raccontare tutta la verità a mio suocero, che non mi sembrò particolarmente stupito: gli raccomandai di non farlo tornare più qui… Vede, signor Del Mar, sul posto dell’aggressione abbiamo messo una lapide, mentre al cimitero di Childress c’è una tomba col suo nome. Per tutti Jack è morto quel giorno per lo scoppio di un pneumatico. La moglie di Jack si sistemò di nuovo i capelli e si guardò le unghie laccate. Poi continuò il tragico racconto come stesse descrivendo un fatto accaduto a un estraneo. — Cosa gli abbia detto il padre è affar suo, l’importante è che sia sparito. Mio figlio Bobby non saprebbe proprio cosa farsene di un padre così. Un uomo che non è tale. Lo disse con fredda cattiveria, cercando di dissimulare la rabbia che aveva dentro nel trovarsi di fronte colui che gli aveva rubato l’amore del marito, o quello che aveva creduto che Jack provasse per lei, quando si erano sposati. Persona amata o giocattolo che fosse, quell’uomo le aveva portato via il suo Jack. Ennis se ne andò senza nemmeno salutare quell’avvoltoio vestito da donna. La frase che lo aveva ferito di più era stata «lo abbiamo spedito dai genitori». Lei aveva trattato Jack come un pacco, un oggetto da buttare via. Adesso che il destino gli aveva donato una preziosa quanto inattesa possibilità di riscatto per le sue mancanze, pensò, non l’avrebbe più lasciato solo. Gli sarebbe stato vicino, anche in assenza di qualsiasi ricordo del loro passato legame.