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Non sono un alieno 1° Capitolo
Non sono un alieno
© 2008 WLM EDIZIONI
Stezzano-BG-IT
www.wlmedizioni.com
wlmedizioni@tiscali.it
Prima edizione: ottobre 2008
Prima ristampa: gennaio 2009
Seconda ristampa: settembre 2009
ISBN 978-88-902596-4-7

Gabriele Sannino
NON SONO UN ALIENO
ROMANZO
NOTA EDITORIALE
«Non sono un alieno» è un romanzo dedicato al pubblico più giovane, ma anche a chi, più adulto, voglia tornare per un attimo a sognare un mondo positivo, prendere un nuovo slancio per vivere il suo amore, per cercarlo se lo ha perduto.
Argomento privilegiato del romanzo è l’Amore ideale, un amore senza compromessi, limpido, senza ipocrisie.
Un amore che tutti abbiamo sognato da giovani, quando vivevamo ancora nel mondo delle favole. Walter, il protagonista del romanzo, trasforma la favola in realtà.

Walter Manzoni

Hanno collaborato alla pubblicazione di questo libro Michela Tafelli, dottoressa in Lettere moderne, Filosofia e letteratura italiana, e Simone De Andreis, dottore in Scienze dell’educazione, studioso di Filosofia Teoretica presso l’Università di Genova, di cui potrete leggere, nella prossima pagina, la prefazione.

Prefazione
«Nihil umanum a me alienum puto» ovvero «Nulla di ciò che appartiene all’esperienza umana lo ritengo a me estraneo».
Le parole di Terenzio di cui sopra, credo esprimano bene il vissuto di Walter, il protagonista del libro.
L’esperienza che forma, trasforma e alle volte de-forma, ma che sempre accompagna il fiume verso il mare, suo compimento. Inutile dirlo – tanto meno ribadirlo – che la vita la si vive in diretta, senza prove generali.
Siamo stati messi su un palcoscenico, si è aperto il sipario e via… ognuno a fare il proprio meglio, potendo fare affidamento in fin dei conti solamente su se stesso.
Il percorso che intraprende Walter è un percorso di Bildung,
parolona tedesca che esprime un concetto universale:
ossia la formazione umana intesa quale sentiero che conduce nell’essenza più intima e spirituale di ciascun individuo, là dove il microcosmo umano si rispecchia nel macrocosmo dell’Universo.
È un riallacciarsi alla Paideia greca, all’Humanitas latina e alla Caritas medioevale.
Chi di noi non è accecato dai riflettori e assordato dagli applausi del pubblico pagante si cerca, e lo fa proprio intraprendendo un viaggio che può essere denominato per l’appunto Bildung.
Esso richiama a sé il concetto di Umanità, di Amicizia, di Emancipazione sociale, di Cultura e di Tolleranza.
Quanto di tutto ciò possiamo ritrovare nell’esperienza viva, fatta di carne e di sangue, di Walter?
A mio parere, molto.
A cominciare proprio dal senso di umanità, di un destino comune presente nei pensieri del giovane protagonista mano a mano che cresce, che si affaccia alla vita ricevendo non solo carezze, ma anche schiaffi.
Naturalmente leggendo il romanzo è possibile «sentire» e «vivere» tutto il travaglio interiore che ha portato Walter dal vedersi come una monade leibniziana, chiusa nel proprio solipsismo, al percepirsi membro attivo di una comunità.
Pensiamo alle sue considerazioni sull’interiorità: «È incredibile come gli esseri umani tendano a soppiantare la loro natura. Lo fanno con la natura fisica, quella che vediamo appunto, la fauna e la flora per essere più precisi, ma anche con la natura della loro stessa anima. Ed è questo il punto più inquietante. Se elimini la tua natura interiore, figuriamoci cosa combini con quella che è intorno a te».
Poi l’Amicizia, vero sottofondo spirituale di tutto il romanzo,tanto da rendere impossibile scegliere e riportare una sola citazione al riguardo.
Tanti nel testo i passaggi in cui viene preso di petto questo strano sentimento, mai nettamente distinguibile dall’Amore proprio perché sua sfumatura. Chissà, è forse l’amicizia una venatura dell’Amore, o è vero il contrario? Nonostante gli sforzi di molti filosofi che ci hanno preceduto, non si è mai giunti a una soluzione dell’enigma… meglio così, perché credo fermamente che ogni definizione uccida ciò che tenta di definire.
Allora rimaniamo nell’ambiguità dei sentimenti, nel chiaroscuro dell’esistenza.
Cerchiamo di andare oltre il principio di non contraddizione di aristotelica memoria, in forza del quale A non può essere anche non A.
Io personalmente guardo al grande Eraclito e alla sua armonia dei contrari!
La parola Amore credo possa essere considerata al pari di uno scrigno che racchiude in sé l’essenza di ciò che chiamiamo umanità, umano e uomo.
Libera tutti noi dall’Inumanità proprio perché, per quanto la vita possa essere dolore, quando diviene esistenza si intreccia ai fili della Speranza.
Speranza anche di un’emancipazione sociale: infatti Walter «lotta» proprio per affermare se stesso come persona libera da sensi di colpa, imbarazzi, pregiudizi o quant’altro individui acefali cerchino di rovesciargli addosso.
A tal proposito facciamo memoria di un passaggio tratto dal testo: «L’ottusità e il buio continuano a imperare e ad avanzare in un eterno vuoto dilagante. Continuiamo di fatto a essere etichettati e derisi, continuiamo a essere scherniti, e ad alimentare questo processo ci pensano proprio gli stereotipi che gli omofobi si aspettano. E la giostra continua a girare, col suo carico di meraviglia, di perbenismo, e di stupidità».
Utilizzo il verbo rovesciare in quanto lo ritengo appropriato a esprimere l’ondata di violenza più o meno subdola e più o meno evidente che il ragazzo si trova a dover in qualche modo fronteggiare nello sviluppo delle vicende narrate.
Nel leggere tutto ciò, quanti di noi corrono con la memoria agli anni della propria adolescenza?
Purtroppo penso non pochi.
Anni spesso difficili, contrassegnati da solitudine e dolore, eppure fortemente intrisi di Bildung. Le difficoltà e il silenzio da cui ci si sente circondati rafforzano, plasmano il carattere e ci permettono di scorgere la luce di quel diamante che si cela nelle profondità e nelle oscurità della nostra interiorità.
Un pensiero di Antoine de Saint-Exupery credo possa aiutarmi ad esprimere meglio il mio sentire: «Mi è sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio».
Alla fine in molti ce l’abbiamo fatta: la Vita, realizzatasi in amicizia vera e sincera e in profonda forza interiore, ci ha aiutato a superare in un modo o nell’altro l’ottusità dilagante e a imboccare il sentiero del divenire ciò che siamo.
Il tutto nell’ottica di una cultura della tolleranza: intesa, come ci ricorda tra gli altri Voltaire, come rispetto per il pensiero e la persona dell’altro.
Infatti il protagonista sogna per sé e per le persone che ama «un mondo dove ciò che conta non è con chi ti va di costruire un futuro o semplicemente con chi ti va di andartene a letto, ma chi sei veramente, che valori hai, che tipo di persona
sei e cosa sei in grado di offrire di buono a questo mondo».
Walter ha intrapreso un lungo percorso, iniziato sui banchi del liceo e che proseguirà ben oltre le pagine di questo libro.
Una strada che lo condurrà a divenire sempre più intimo con la persona che è, e che scoprirà nelle sue mille e una sfaccettature attraverso la sua stessa Esistenza.
A Gabriele, autore del testo, e a tutti i lettori auguro di continuare «seguendo» le orme di Walter nel sentiero che lui indica a noi; e lascio loro, come guida, un aforisma di Antoine de Saint-Exupery che da sempre è una delle mie bussole:
«… bisogna vivere per poter scrivere…»

Simone De Andreis


Dedicato alla mia famiglia, in particolare a Carmen e Claudia che, per prime, hanno letto il romanzo e creduto in me.
Gabriele Sannino

NOTE SULL’AUTORE
Gabriele Sannino, nato nel 1978 e campano d’origine, vive nel Nord-Italia dove fa il militare di professione. Questo libro pieno di ottimismo è la sua prima fatica letteraria.

Capitolo I

La più grande cosa del mondo è saper appartenere a se stessi.
Michel de Montaigne

Ho sempre saputo di essere «diverso» da quella che chiamano «normalità terrestre», e questo sin da piccolo. Dicono che la coscienza e i ricordi nel bambino prendano forma e consistenza verso i sei anni.
Fin dal mio ingresso a scuola i miei amici mi erano molto più simpatici delle mie amiche, li sentivo più vicini (chissà poi perché?). Stringevo con loro piccole alleanze, cercando di avere più complicità possibile, specie con quelli carini. Ricordo con affetto il mio primo giorno di scuola in prima elementare: quando, appena entrato in classe, mi sedetti vicino a un bambino che buffamente aveva il banco pieno zeppo di
pupazzetti. Era sicuramente il suo modo per sentirsi meno solo, per affrontare quella nuova e misteriosa avventura culturale e sociale che è la scuola in quella candida età. Preso posto, gli chiesi se potevo giocare con uno dei suoi giocattoli
(caspita, com’ero sveglio a provarci già in maniera così subitanea!). Lui, dopo un po’ di renitenza, mi prestò uno dei suoi Snoopy, con il quale mi trasullai fino a quando la maestra non iniziò a imporre la sua presenza e la sua disciplina, staccandomi dal balocco.
Mi piaceva quel bambino e mi piacevano i suoi giochi. Già a quell’età sentivo questo tipo di trasporto. Gli anni alle scuole elementari e medie passarono velocemente
tra piccole cotte (che oscillavano tra il quotidiano e il mensile) accompagnate da sguardi furtivi; talvolta, intendiamoci, anche generosamente ricambiati. Crescevo con i miei dubbi, le lacune scolastiche, le marachelle, le prime note di
demerito a scuola; insomma crescevo come può crescere qualsiasi adolescente, ma con un tormento interiore che cercavo di soffocare e di sopire a tutti i costi: cioè la mia passione segreta per i ragazzi. Doveva essere il piccolo segreto che mi sarei tenuto per sempre dentro, per non far soffrire tutte le persone che mi stavano vicino e che volevano quello che mia madre voleva per me.
Capii quali fossero i suoi desideri un giorno quando a sei anni mi chiese: «Ti piace quella bambina?» Io le risposi che mi piaceva un bambino che giocava più in là, nel parco. Contrariata lei mi disse: «Ma caro, ti devono piacere le bambine non i bambini!» «Ma a me piacciono i bambini» replicai, riconfermando i miei gusti. «Perché sei piccolo. Vedrai che quando sarai più grande ti piaceranno le bambine!», affermò lei con vigore.
Mi ripetevo e mi ridicevo: «beh, nessuno è perfetto!», per giustificare il persistere nelle mie spontanee convinzioni. «L’importante è che loro (gli altri) non lo sappiano e io sono a posto, poi magari cambierò per davvero! Chissà, forse la mamma ha ragione.»
Talvolta questi pensieri prendevano il sopravvento e tutto ciò era decisamente ansiogeno per me, ma quando le mie paure mollavano la presa, mi sentivo come tutti gli altri.
Mi sentii finalmente uguale ai miei compagni di scuola e di gioco quando frequentai le medie. Iniziai con loro a parlare dell’altro sesso talvolta, anzi sovente, in maniera sessista.
Forse il solo modo che conoscono gli adolescenti per parlare dell’altro sesso: non avendo ancora avuto il benché minimo confronto con esso ed essendone, in fondo, anche abbastanza spaventati. Io, per spirito di emulazione, mi divertivo a parlare delle donne in maniera dispregiativa. Mi sentivo uno di loro, un «vero uomo»!
Avevo iniziato a sentire storie del tipo che quello che va con gli uomini e che si fa infinocchiare è uno detto «frocio», che è diverso, che è negativo, che più che un uomo vero è una mezza donnicciola.
Io non dovevo essere una mezza donnicciola, dovevo essere un uomo al cento per cento, ma che dico, al mille per mille! Per cui quelle cose, quei desideri che ancora mi riguardavano, dovevo farli sparire dalla mia mente, perché oramai era giunta l’ora di farlo, se volevo essere pienamente come gli altri.
In quel periodo iniziai una sorta di quotidiano e costante training autogeno, soprattutto nei miei momenti di solitudine a casa, nei quali mi concentravo sull’eliminazione del problema.
Non potete neanche immaginare quanto mi sia grato per quei giorni. Quei momenti così ispettivi della mia personalità mi hanno fatto sviluppare l’abitudine al parlarmi, all’interrogarmi.
Se solo la gente si parlasse e soprattutto si ascoltasse un po’ più spesso…
Forse al mondo ci sarebbe meno stupidità.
Io all’epoca però mi parlavo solamente, e infinite volte lo facevo in maniera imperativa, ma era pur sempre l’inizio di un percorso importante ed evolutivo. Mettiamola così!
Un episodio molto importante e perturbante durante la mia adolescenza si verificò all’età di sedici anni, cioè esattamente quando ero al terzo anno del mio mitico e tanto agognato liceo scientifico.
Ricordo che un giorno, in classe, durante un intervallo tra una lezione e l’altra, una mia amica, Benedetta, mi si avvicinò dicendomi:
— Sai Walter, c’è la tipa della terza B… Hai presente Veronica?
Quella carina, bionda, con gli occhi verdi; lei dice che gli piaci un casino ma che non ha il coraggio di dirtelo e soprattutto di chiederti di uscire.
— Cosa? Io? Perché io?
Non mi sembrava vero; e questo non solo per via della mia età e della mia poca esperienza, ma soprattutto perché era una donna!
— Sì, scemo, proprio tu! Dai che è carina! Potresti anche farcelo, un pensierino…
— Sì, hai ragione, ma…
— Cosa? Dai, timidone, fatti avanti!
In quel frangente di conversazione, un mio compagno di classe esordì con una dichiarazione che proprio non mi aspettavo, visti i miei sforzi nel nascondere le mie pulsioni e il mio ostentato machismo in fatto di donne:
— Ma Benedetta, forse a Walter piace qualcun altro o qualcos’altro…, e scoppiò in una risata sarcastica.
— Cosa vorresti dire, Fabio? Che Walter è frocio? Ma dimmi un po’, come ti permetti! Ma Walter, digli qualcosa, no?
Rimasi come impietrito. Mi sentii come se il castello che avevo eretto in difesa di quel piccolo segreto fosse stato improvvisamente espugnato, e per giunta non da un’orda di cavalieri efferati ma da uno solo di quelli! E avevo l’incubo che dopo di lui anche gli altri avrebbero finito col demolire il prezioso e bugiardo maniero.
Dopo quella sensazione di terrore, fui mosso da uno scatto d’ira allorché mi difesi:
— Frocio sarai tu, idiota che non sei altro! Chi ti credi di essere? Allora, vuoi vedere chi è frocio? Dai, fatti sotto cretino, che ti mostro io chi è la checca qui… lo hai capito o no?!
Tentai di avanzare verso di lui, decisamente minaccioso.
— Smettila Walter… Dai, Fabio scherzava, non prendertela in questo modo, — replicò Benedetta, spaventata dalla mia reazione così forte.
— Deve dirmelo lui se stava scherzando, e poi io non gli credo! Su queste cose non si dovrebbe mai neanche scherzare!
A quel punto Fabio, tra lo stizzito e l’impaurito, voltò le spalle come per scrollarsi quella situazione divenuta pesante, bollando:
— Ma stai zitto, cosa fai ora, il frocio-filosofo?! Ma va…
Mi scaraventai su di lui, lo voltai e gli diedi un pugno in faccia, e poi un altro e un altro ancora; oramai la mia mente era completamente sconvolta dall’ira. Benedetta era atterrita e iniziò a urlare e a richiamare l’attenzione degli altri compagni di classe, che nel frattempo si erano tutti stretti a cerchio cercando di dividerci.
Mentre la zuffa era quasi arrivata al suo epilogo, il professore di matematica entrò in classe e, scorgendo la situazione, ci divise definitivamente chiedendo cosa fosse successo.
Nessuno parlava, nessuno voleva dire qual era stato il vero motivo, eppure tutti lo avevano sentito dire quelle «fantasticherie» sul mio conto.
Come in genere capita in questi casi, andammo entrambi dal preside e, dopo aver fatto anche lì scena muta, fummo espulsi per tre giorni ma con l’obbligo della frequenza.
Ricordo nitidamente quel giorno, mentre tornavo a casa. Ero fiero di me. Avevo affrontato chi per primo aveva osato chiamarmi «frocio», di petto, picchiandolo addirittura. Era la prima volta in assoluto che mi capitava.
Io. Sì, proprio io che ero sempre stato un pacifista convinto. Ma andava più che bene così. Nessuno doveva dirmi che io ero uno di quelli… Insomma… Uno di quei gay… Che magari si truccano, si travestono, si camuffano da donne. Sì perché con tutto rispetto, a meno che non cambino definitivamente sesso, la loro è comunque di fatto una mascherata. Il bello è che ancora oggi sono più o meno di quest’ultimo
avviso. Anche se con molte più sfumature e soprattutto con molto più rispetto verso tutto ciò che può sembrare «diverso».
Certo di queste piccole e intense ma tanto tormentate riflessioni, tornai a casa col volto leggermente tumefatto.
Mia madre fu inorridita al mio apparire e subito mi fornì del ghiaccio per quei lividi che iniziavano a ingrossarsi.
— Walter dimmi, cosa diamine ti è successo? Non hai mai fatto a pugni con nessuno… Non ti è mai piaciuto picchiare la gente!
— Mamma ti prego non farne un dramma! Capita… C’è sempre una prima volta, no?
— Dai, ti prego raccontami quello che ti è successo, ho il diritto di saperlo, non credi?
— Niente, mamma. Ti prego non farmi più domande. Non è successo proprio nulla. Fabio mi ha spinto mentre uscivamo di classe e io, arrabbiato, mi sono scaraventato su di lui.
— Se non me lo dici, lo chiedo ai tuoi professori, — replicò, tranquilla, percependo che mentivo.
— Ok, ti dirò la verità. Ma devi promettermi che non ti arrabbierai per quello che sto per dire.
— Te lo prometto, tesoro mio.
— Vedi, Benedetta, durante l’intervallo, mi si è avvicinata e mi ha detto che Veronica, una ragazza della terza B, vorrebbe uscire con me, ma non ha il coraggio di chiedermelo. Così mentre parlavo con lei, Fabio si è introdotto bruscamente
nella conversazione, dicendomi che… lui per primo le ha chiesto di uscire. E mi ha minacciato che se l’avessi fatto me l’avrebbe fatta pagare!
— Allora ti piace? — esclamò stupefatta, mentre i suoi occhi erano bassi e fissavano silenti e riflessivi il pranzo che stava preparando.
— No… Cioè sì… Certo che sì. Il punto è che lui, dopo avermi minacciato, mi ha strattonato e io mosso dall’ira gli ho sferrato un pugno.
— Capisco. Tesoro, non vale la pena fare a pugni per le donne, — disse sorridendo per quello che aveva appena sentito.
— Certo mamma, me lo ricorderò. Ora vado a cambiarmi, mi metto più comodo. Tu hai già mangiato? Papà e Agnese ci sono per il pranzo oggi?
— Tua sorella oggi esce alle sedici da scuola e tuo padre aveva un pranzo di lavoro. Purtroppo saremo solo noi. Dai, vatti a cambiare che nel frattempo metto su la pasta.
Fu così che me la cavai con mia madre, alias una donna investigativa e difficile da ingannare, e il mio castello di menzogne, almeno in casa, fu nuovamente eretto più forte che mai.
— A proposito mamma, mi hanno sospeso per tre giorni con obbligo di frequenza.
— Cosa?! Ma tu sei matto?!


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