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Il mio angelo 1° Capitolo
WLM EDIZIONI
Il mio angelo
quando gli angeli mettono la coda
ma non perdono le ali
1^ Edizione Novembre 2007
Codice ISBN 978-88-902596-1-6

NOTA EDITORIALE
Ogni nuovo testo letto, scelto, stampato, promosso e distribuito è per me una nuova avventura, una scommessa con la vita e per la vita.
Vivere con libertà, guardare il mondo senza paraocchi, è molto bello, sensato ma forse anche temerario. Lasciarci liberi di vivere nuove esperienze senza ostacolarci con inutili preconcetti, può aiutarci a capire le persone che ci circondano e noi stessi.
La libertà può anche farci correre il rischio di perdere di vista chi siamo e cosa vogliamo nel nostro intimo profondo, può divenire una trappola; senza accorgerci potremmo finir per vivere in una ‘libera’ prigione.
In questa eventualità l’unico modo per uscirne è volersi bene, ritrovare un nostro nuovo equilibrio. Solo allora potremo amare ed essere riamati.
Questo libro tra gioie e dolori esplora la vita nelle sue naturali contraddizioni.
Sono molto felice di pubblicare questo romanzo tanto vicino al mio sentire.
A Eliana Matania Ruggiero che l’ha scritto un abbraccio.

Walter Manzoni

Hanno collaborato alla pubblicazione di questo libro Michela Tafelli, dottoressa in Lettere moderne, Filosofia e letteratura italiana, e
Simone De Andreis, dottore in Scienze dell’educazione, studioso di Filosofia teoretica presso l’Università di Genova, autore di numerosi saggi filosofici.
Seguono un commento di Michela Tafelli e la Prefazione di Simone De Andreis.

Estratto del commento al testo di “IL MIO ANGELO

Il romanzo si apre senza preamboli come uno spaccato sull’attualità di un periodo chiave della vita di una persona che sembra far risuonare alle orecchie il celebre incipit <>; ma da subito si avverte il forte e costante impulso al cambiamento, alla positività, alla ricerca incessante della felicità. Tutti i turbamenti, le avversità e le incomprensioni diventano prove da superare verso un miraggio di luce che si vuole ad ogni costo raggiungere. L’incitamento è verso un’immagine positiva dell’esistenza, che accomuna tutti e si dipana lavorando e lottando giorno per giorno al fianco delle persone che ci affiancano lungo la strada, grazie al loro sostegno e nonostante i loro difetti.
La voce narrante dell’autrice presenta spassionatamente la propria vita, e spiega con disinvoltura il proprio punto di vista sugli argomenti più svariati: dalle occupazioni quotidiane a vissuti personali ed intimi; tutto sempre con la massima sincerità e candore, senza nascondere nulla, senza imporre giudizi né temere quelli altrui. Una vera sfida alle falsità e alle ipocrisie che spesso le persone usano come mezzo di difesa della propria intimità; a volte per il solo motivo di non esporre il proprio nucleo più sensibile e vulnerabile, per mancanza di fiducia e apertura verso il prossimo.

In cerca d’Amore
protendiamo le mani
graffiandoci, pungendoci,
con le spine affilate del mondo.
Fenici intrepide
spalanchiamo le ali
nonostante le bufere
del dolore, e sfidiamo il Fato
per trovare la compagna di volo
che ci apra l’altra metà del cielo.

Michela Tafelli

www.wlmedizioni.com

Un ringraziamento particolare a Eliana Matania Ruggiero per la gentile concessione dell’immagine che è servita per la copertina.
Si tratta della foto di un dipinto su marmo eseguito da suo padre Bruno Matania.
Maggiori informazioni riguardo le opere di Bruno Matania sono a disposizione sul sito web http://utenti.lycos.it/brunomatania/ .



PREFAZIONE

“…la vita quale arte dell’incontro….” canta Vinicius de Moraes; e l’incontro rappresenta il filo conduttore della vita di Giulia.
Lo comprendiamo già dalla prima pagina, là dove leggiamo: << […] fu la naturale conseguenza di un percorso durato 33 anni, un percorso che ha portato a conoscermi attraverso gli uomini che hanno attraversato la mia vita […] >>.
Un incontro, più incontri, dunque. Questo non solo nell’esistenza della nostra protagonista.
Se pensiamo alle nostre vite, quanti volti abbiamo guardato, quante mani abbiamo stretto, in quanti occhi ci siamo persi per ritrovarci e quante spalle abbiamo visto voltarsi e allontanarsi.
La terra ci ha inghiottito ad ogni incontro.
Sempre la terra ci ha restituito alla Luce.
Certamente con più ferite da rimarginare, lungo un cammino all’apparenza infinito ma che ci ha permesso di prenderci cura del nostro Io, di amarlo come solamente una madre può fare con il proprio figlio, perché carne della sua carne.
Noi, ricordiamolo sempre, siamo il nostro Io.
Siamo anche gli incontri che abbiamo fatto, e quelli che faremo.
Passato e futuro che si abbracciano nel presente.
Alle volte però non si tratta solamente di un incontro, bensì di un re-incontro. Ne sono certo, o quanto meno lo sento nel profondo del mio spirito.
La mente mi conduce nel fertile terreno del Karma e delle relazioni karmiche, ovvero a quegli incontri che si ripetono di vita in vita, di reincarnazione in reincarnazione.
Incontri sottesi allo svolgersi del proprio essere.
Chissà, se provassimo a lasciarci andare, questa razionalità che sta soffocando il nostro mondo si porrebbe a livello delle altre dimensioni che compongono quel poliedro che è l’uomo, e potremmo sentire l’antichità di uno spirito incarnatosi in quella persona che si è accostata a noi.
Naturalmente questo è un volo pindarico del mio pensiero, ma perché non dargli un po’ di fiducia?
Giulia sembra non avere ancora consapevolezza di questa possibilità, e ciò può essere dovuto alla brevità di alcuni dei suoi incontri unita molto spesso all’intensità, all’irruenza e alla violenza che hanno contraddistinto alcuni di essi, impedendole di assaporare il momento con più calma.
Forse il suo angelo è un re-incontro.
Noi non lo sappiamo, ma se lo è, lei lo scoprirà con il tempo, con le prove che il Destino ha preparato loro.
Il re-incontro però non avviene esclusivamente con una persona “positiva”, ma anche con coloro che all’apparenza ci fanno del male.
Si sa, le regole non le facciamo noi e la Vita è sempre dietro un angolo, pronta a stupirci, nel bene come nel male.
L’angolo può essere anche lo scompartimento di un treno.
Che ironia! La nostra protagonista inizia un viaggio alla scoperta di sé proprio su di un treno. Quale luogo migliore di questo? Forse un aereo, che però non aggiungerebbe nulla, o forse solamente il brivido dell’alta quota. Ma Giulia di brividi, di scossoni, di paure, di timori ne incontrerà, e quanti ne incontrerà, in questo viaggio.
Viaggio teso allo svolgimento di sé. Perché più che di scoperta di sé, credo si tratti proprio di svolgimento di ciò che è Giulia e di ciò che siamo noi.
“Gothi sauton”, “Nosce te ipsum”, Conosci te stesso dunque, come ricorda a noi l’iscrizione sul Tempio di Apollo a Delphi e fatta propria da Socrate: <>.
I romantici nord-europei dell’Ottocento parlano di Wanderung, di viaggio formativo nelle contrade italiche.
Di questo si tratta, di un viaggio di formazione in noi stessi anziché nel Bel Paese.
Giulia, dopo avere intrapreso la conoscenza di se stessa, avvia un processo fondamentale nella vita di ogni uomo, ossia la difesa del proprio essere.
Esemplificativo lo sfogo della giovane: << […] Come si fa a snaturarmi? Ma che razza di vita sarebbe poi se non vivessi la mia natura? […] >>.
Quanta strada ha già percorso Giulia!
Ma il cammino è ancora lungo.
Percorso iniziato sicuramente ben prima del fatidico incontro nello scompartimento del treno.
Lo si può dedurre dalla descrizione degli uomini che hanno costellato la vita della protagonista fino a quel momento: << […] Aldo […] amore di letto che servì a farmi vivere finalmente il mio essere femminile […] Raimondo […] un vero e proprio esaurimento nervoso […] E Alfredo […] unione dell’amore fisico come di quello mentale […] primo uomo realmente femminile nel cuore, ma maschio nel carattere […] E Dario […] unione perfetta o quasi d’ogni parte di me fino a questo momento conosciuta […]. Quante emozioni in quel brevissimo periodo che siamo stati insieme, e quanto dolore infinito e profondo, mai provato fino ad ora […]>>.
Uomini che non sono unicamente fidanzati, compagni, amanti, ma anche padri e amici.
Profondo e viscerale il rapporto tra Giulia e i suoi padri, poche pennellate che l’Autrice utilizza per dare forma ad un affresco quanto mai sereno e rassicurante. Oasi di pace in un mare in tempesta.
Gli amici, vera ancora di salvezza per la protagonista.
Spesso può accadere di avere accanto persone che ci amano, e noi lo ignoriamo. Ciò non accade a Giulia. Lei sente e vive l’amore che Antonio, Natascha e Alfredo provano per lei, e lo ricambia.
L’amicizia è un tema ben presente in quest’opera e non può essere diversamente dal momento in cui l’Autrice afferma: << […] quell’avventura continua che è la mia stessa vita come lo è la vita di tutti noi […] quando non smettiamo di vivere […] >>; ed è proprio quando decidiamo di non smettere di vivere, che facciamo di noi stessi delle casse di risonanza per l’amore che riceviamo e che doniamo.
Se vivere vuol dire amare, è proprio vero che Giulia non ha smesso di vivere, anche nel dolore dell’abbandono.
Infatti credo che la giovane donna senta nel profondo di sé che un uomo non è distrutto finché piange ancora di qualcosa o di se stesso. La nullificazione giunge nel momento in cui, nella disperazione totale, non trova più un solo motivo per piangere.
Il nulla non lo si tocca nell’abbandono, ma in quella tremenda parola che è il “tutto qui”, il “tutto uguale” senza più distacco e senza più ribellione.
Giulia riesce a ribellarsi, certo compiendo un grande sforzo, ma ci riesce. Un raggio d’ottimismo alla fine penetra la coltre di dolore e porta la nostra protagonista ad affermare che: << […] Comunque è stata un’esperienza importante, che mi ha permesso di avvicinarmi a questo mondo, e a questa parte di me. Lo sai che alla fine io trovo sempre qualcosa di positivo in tutto. Ogni evento ha una sua ragione! […]>>.
Proprio perché ogni evento ha una sua ragione, dobbiamo sforzarci di comprendere e vivere pienamente anche i momenti di solitudine.
Questo è un tema che sento presente al pari di una nebbiolina nel testo. Ovvero non emerge mai in modo eclatante, ma c’è. Non può essere altrimenti. Se viviamo nella superficie delle cose, allora tutto va bene, ma se cerchiamo le profondità, ecco emergere le prove. La solitudine è una prova: per conoscersi e per temprarsi.
Bisogna conoscersi e volersi bene, ma spesso non ci conosciamo e non ci vogliamo bene. Da qui il bisogno di “fare” e di “riempire” le giornate.
A questo non sfugge Giulia.
A tal proposito mi ha colpito una frase che la protagonista pronuncia dopo aver accettato un paio di appuntamenti: << […] e così la settimana è completa […] >>.
Quante volte anche noi abbiamo pensato o detto una frase del genere. E con quale sollievo.
Apparente sollievo.
Se non stiamo bene con noi stessi, la solitudine può essere una condanna, un ergastolo.
Allora si prepara la fuga.
Ma da cosa?
Da sé stessi!
Allora anche la fuga si fa carcere.
È solo quando bastiamo a noi stessi e ci sentiamo completi in questo che possiamo veramente aprirci all’altro, donando il nostro esistere.
Giulia, con il tempo, le fatiche, il dolore ma anche con la gioia e le risate, arriverà a questo.
“Basta” conoscersi, non smettendo di vivere.

Simone De Andreis

Eliana Matania Ruggiero
IL MIO ANGELO
quando gli angeli mettono la coda
ma non perdono le ali
Romanzo

IL MIO ANGELO
quando gli angeli mettono la coda
ma non perdono le ali

Storia lievemente romanzata
di quell’avventura continua che è la mia stessa vita
come lo è la vita di tutti noi
quando non smettiamo di
sognare ridere giocare amare cambiare
rimetterci in gioco
rischiare
scoprire i nostri limiti e superarli
vivere le nostre fantasie e non diventarne dipendenti
Quando non smettiamo di vivere!
Di
ELIANA MATANIA RUGGIERO

A Cristina mia compagna di vita
Che mi ha fatto scoprire
cosa significa essere realmente amate
Ad Antonio Natacha e Alfredo
Che non hanno mai smesso per un attimo
di credere in me e di essermi amici
Alla mia famiglia
Che mi ha cresciuto nelle mie diversità
Accettandole sempre tutte
Senza mai smettere di amarmi
A mio padre
Che non è più tra noi
Tutto ciò che io sono lo devo a lui
tutta la gioia di vivere
l'amore per l'arte
l'onore nella vita
l'intrepida curiosità
le ampie vedute fino ad orizzonti ancora sconosciuti

Tu non sei piccola, perché
già sei cresciuta: sei grande e
giochi con il tempo e la vita
-come tutti facciamo-
per il gusto di vivere.
Vola libera e felice,
al di là dei compleanni,
in un tempo senza fine, nel persempre.
Di tanto in tanto noi c’incontreremo
-quando ci piacerà-
nel bel mezzo dell’unica festa che non può mai finire.
Richard Bach: Nessun luogo è lontano

Capitolo 1

La grande stazione di Milano, come sempre, è affollata. Dall’entrata principale guardo dal basso la lunga scala mobile che porta verso i treni. Con un lungo sospiro riprendo fiato, un po’ corto per aver dovuto circumnavigare il grande edificio, i cui corridoi sono perennemente e inesorabilmente chiusi per lavori. Sistemo meglio sulle spalle lo zaino e mi appresto quindi a salire. Mio unico altro bagaglio: il marsupio che porto in vita, e nella mano destra un giubbotto di jeans con un’aquila stampata sul retro. Sorrido guardando come oramai sia più che logoro, eppure ogni estate con ostinazione lo porto sempre con me. Maglietta, jeans e scarpe da ginnastica; non mi serve altro per un viaggio di oltre sei ore.
Mi guardo intorno, tra fiumi di persone che si affrettano verso i treni o le biglietterie. Con un sorriso appena accennato li osservo correre e qualche volta spingersi tra loro, immagine abituale in questa frenetica città. Spesso mi sono chiesta, a dire il vero, perché mai vadano sempre di fretta.
Per strada vedo ogni giorno signore in tailleur e tacchi alti rischiare di cadere pur di prendere l’autobus, anche se subito dietro ne arriva un altro. Come ho potuto vedere in qualsiasi orario, alle stazioni della metro, gente di ogni età voler a forza entrare in carrozze affollatissime, pur sapendo che dopo poco ne arriva certamente un’altra. Ho sempre sorriso al vedere queste comiche scenette e sorrido anche ora. Sarà la mia rilassata indole napoletana, ma il correre per arrivar primi proprio non è nella mia natura.
Compro qualcosa, in fondo come sempre sono in anticipo. Qualcosa da bere, una bottiglietta di minerale liscia; un pacco di biscotti (ma si, in barba alle diete!); qualcosa da leggere, un quotidiano, un fumetto. Le riviste per donne invece, come la società pensa debbano essere, le lascio da sfogliare a qualcun'altra.
Mi avvio quindi verso il treno, fermandomi per timbrare il biglietto.
“Bene Giulia”, dico a me stessa, “stavolta te ne sei ricordata.”
Troppe volte mi è successo infatti di dover pregare il controllore di non multarmi per questa mia distrazione. Niente da fare, non sono proprio la classica biondina che sbatte gli occhioni e tutto le è concesso. Eh no; a me, donna mora, tipica bellezza mediterranea, morbida nelle linee e prorompente nell’aspetto, dai capelli lunghi e arruffati o, come un mio amico spesso dice, più simili ad un cespuglio di rovi – pettinatura semplice il più delle volte e di certo non costruita - multa!
Carrozza di seconda classe, rigorosamente. Guardo il biglietto, trovo il mio scompartimento. Vuoto, prenotazioni solo da Firenze. Bene, magari rimanessi da sola con i miei pensieri fino a Firenze. In genere non amo chiacchierare durante i viaggi. Sono una donna molto socievole, ma i viaggi m’ispirano ricordi e sogni. Preferisco chiudermi nei miei pensieri, immaginando eventi che so che non possono accadere, inventando lieti finali a quelle storie che hanno in vario modo segnato la mia vita.
Così vorrei fare anche questa volta, nella mente la volontà soprattutto di porre la parola fine su Dario, quell'uomo che così tanto ha espresso il mio esatto opposto. Io con una natura femminile e maschia, lui con il suo essere maschile e femmina.
Lo conobbi circa due anni fa. La naturale conseguenza di un percorso durato 33 anni, un percorso che ha portato a conoscermi attraverso gli uomini che hanno attraversato fino ad ora la mia vita.
A partire da mio padre Attilio, il mio papà naturale che divorziò da mia madre quando io avevo 6 anni. Un padre di cui ero innamoratissima, come ogni bambina, e che mi fece sentire un vertiginoso senso d’abbandono, troppo preso dalla sua nuova famiglia. Un padre a cui non ho voluto parlare per tre anni, e a cui però devo molto proprio per questo; perché il suo abbandono significò passare la mano della mia crescita, come quella di mia sorella, al nuovo compagno di mia madre: Bruno. È solo Bruno che da allora in poi mi ha fatto da padre, ed è solo a lui che devo di certo tanta parte di me: l’amore per tutto ciò che è arte, l’amore per l’indipendenza, per la tolleranza e una visione aperta sul mondo e la nostra vita.
Senza dimenticare il mio perenne e storico amico Antonio, mio padre spirituale; colui che, nel mio ventesimo anno d’età, vide per primo Giulia, dietro una ragazza che nascondeva ogni parte di sé in maglioni enormi e informi con occhiali grossi come fondi di bottiglia. Antonio, il quale per primo fece spuntare le ali alla giovane Giulia, semplicemente raccontandosi, avendo fiducia in lei. Un incontro, come tutti quelli nella nostra vita, che portò ad entrambi beneficio e crescita. Antonio, per il quale la giovane Giulia si prese una cotta tremenda e profonda, fino a rendersi conto, attraverso la sua fedele amicizia e pazienza, che non era quello l’Amore che lei doveva vivere per sé.
Aldo, il bresciano, il mio primo grande e reale amore, un amore di letto che servì a farmi vivere finalmente il mio essere femminile. Lui era tanto macho e fece sentire me tanto femmina.
Raimondo, un vero e proprio esaurimento nervoso, un amore mentale, tutto ciò che mi era mancato prima. Un perfetto indeciso cronico, con cui passavo intere nottate parlando, per cercare di dare un significato a quella che lui neanche riusciva a definire una storia. Un uomo dalla parlantina incredibile che riusciva a portare dalla sua parte ogni discorso, con mio grande sfinimento e allo stesso tempo divertimento.
Alfredo, piccolo grande uomo, che ancora oggi riempie la mia vita con la sua umanità. Unico uomo, fino ad ora, che non sia scappato da me, che mi ha amato, che ha sognato con me e forse anche più di me. Il “buon Alfred”, come gli amici sempre lo chiamano. L’unione dell’amore fisico con quello mentale. Eternamente nobile ed elegante, legato all’apparire dei modi, così in contrasto con i miei, ma che mai ha mancato realmente di rispetto al mio essere. Animale ambiguo e sensuale. Bisessuale, si, primo uomo realmente femminile nel cuore, ma maschio nel carattere, tanto da arrivare poi a scontrarsi continuamente con il mio essere maschile. Quanta fatica, dopo aver esaurito fino all’ultimo i motivi del nostro stare insieme, per costruire e portare ad evoluzione questo bellissimo e complice rapporto di stima ed amicizia che ora abbiamo.
Infine eccolo, Dario. Conosciuto una sera nei mondi ‘on-line’ delle chat, dopo mesi d’accese passioni virtuali, condite da una ripresa alla vita e ai giochi. Quest’uomo ha rappresentato l’unione perfetta, o quasi, d’ogni parte di me fino a questo momento conosciuta. Quante emozioni in quel brevissimo periodo che siamo stati insieme. Quanto dolore infinito e profondo, mai provato fino ad ora, in questi due anni di ritorni e nuove fughe dalla mia vita, da me e da se stesso.
Per dar forma a questo fortissimo legame che io sento, che lui non ignora ma che non ammette. La fatica di costruire una parvenza di pseudo-amicizia ha tolto ogni residuo d’energia dalla mia anima.
Adesso però le malinconie fanno parte del passato. Le ho affogate saltellando da un incontro ad un altro. Ho applicato una sana cura del sesso, direi una sorta di strana rassegnazione, che ha rappresentato però la mia liberazione dal dolore. Naturalmente in quest’ultimo mese Dario ha nuovamente provato ad affogarmi dentro i tormenti per quest’amore non vissuto. Sembra infatti quasi impossibile stare vicini senza finire con il far l’amore. Ma la conclusione poi è sempre la stessa. Fugge come una lepre. Fugge anche quando io non lo rincorro. Fugge anche in un momento come questo in cui nulla mi aspetto e nulla chiedo. Un momento in cui i sogni e le illusioni su di lui, sui di un noi, fanno parte solo del mondo dei miei più nascosti desideri, che so non realizzabili. Lui fugge. È l’unica cosa certa in questa storia e, temo, anche nella sua comprensione di cosa sente o non sente per me.
E allora via, adesso sono io a fuggire: fuga verso il mare, sola andata, il ritorno se ci sarà lo deciderò al momento. All'avventura, com’è sempre stata tutta la mia vita, mai programmata ma vissuta giorno per giorno.
Eccomi qui, seduta a guardare fuori del finestrino coloro che si accingono a salire su questo treno che fra non molto partirà verso il sud e il suo calore.
"È’ libero quel posto?"
Mi giro, affacciata alla porta a vetri una donna. Deve avere circa la mia età, 34 anni. Non molto alta, come me, 1.60 avrei detto senza tacchi. Indossa semplici ma attillati blue jeans e una magliettina aderente rosa pallido. Un fisico magro e scattante anche se non perfetto. I capelli biondi e un po’ ricci sono a caschetto. Gli occhi, scuri come i miei, brillano e un sorriso si accentua di risposta al mio. No, non avrei detto bella; ma particolare, sì.
"Sono prenotati da Firenze in poi... perciò ora sono liberi", le dico dopo qualche istante.
"Oh bene, vuol dire che ci penserò a Firenze dove spostarmi".
Entra posando la borsa sul sedile di fronte al mio. La guardo poi prendere la valigia che cerca con difficoltà di sollevare sui ripiani superiori.
"Aspetta ti aiuto, lascia fare a me, so come fare", le dico alzandomi.
La sento ridacchiare mentre mi osserva mettere a posto la sua valigia.
"Sei forte, sai; io non ci sarei mai riuscita".
"Non è questione di forza, ma di metodo; basta sapere come si fa", rispondo finendo di sistemare in alto quel pesante bagaglio.
"Oh bene, poi mi insegnerai il modo allora".
‘Poi’. Come se avesse già stabilito che ci fosse un ‘poi’. La guardo sorridendo e le faccio un cenno d’assenso, non sapendo bene cosa rispondere.
"Io mi chiamo Angela, piacere" mi dice allora allungando la mano verso di me.
Angela, bel nome, penso mentre le stringo la mano; non una mano affusolata, ma neanche una mano di chi fa un lavoro d’intelletto; mano calda e morbida, comunque.
"Io sono Giulia, piacere mio".
Il treno parte, esce dalla stazione, percorre ad andatura lenta ma costante i primi chilometri allontanandosi dal centro di Milano e dalla sua afa, cui proprio non sono riuscita ad abituarmi in questi mesi. Vorrei chiudermi come al solito nei miei pensieri, ma mi ritrovo invece, con mia sorpresa, a non volerlo fare. Osservo il paesaggio che scorre ma senza guardarlo, perché il mio sguardo è invece catturato dal viso di questa donna che si riflette nel vetro.
Sfoglia una rivista, una di quelle che avevo lasciato da leggere ad altre donne diverse da me, penso. Ogni tanto alza lo sguardo, mi scopre ad osservarla... e sorride. Quel sorriso credo sia un po’ ipnotico, ogni volta che appare, come una chiave di violino, fa risuonare anche il mio. Non è la prima volta che mi ritrovo a guardare una donna, in genere una donna particolarmente bella di cui non posso non apprezzare la bellezza, come se stessi ammirando un'opera d'arte. Di rado però mi capita di sentire questo calore particolare per un semplice sorriso, un sorriso di una donna che oggettivamente non avrei potuto definire bella. Oh sì lo so, come fantasia l'ho sempre avuta, fare l’amore con una donna. Mi sono sempre chiesta come potrebbe essere, ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, mi sono sempre detta. Comunque non ho mai escluso la possibilità che un giorno scoprissi e dessi voce ad un'altra parte di me. Ma non mi è mai capitato che una donna mi si avvicinasse. Chissà perché ho sempre pensato di attirare più un uomo, per il mio fisico, che non una donna.
Come mai mi venissero proprio ora questi pensieri, proprio non so.
La sento ridacchiare.
"Oh questa poi". Alza gli occhi su di me e continua "a volte ci trovo scritte delle cose davvero incredibili su questi giornali, sai".
"Immagino; ma a dirti la verità non sono giornali che in genere leggo: preferisco un sano fumetto o un bel libro, ai pettegolezzi nazionali". A volte mi prenderei a schiaffi. Ma perché mai sottolineare una cosa del genere? In fondo cosa m’importa se legge quelle riviste? La guardo, probabilmente l'ho offesa e dovrei chiederle scusa.
Ancora sorride e risponde con una leggera risatina.
"Hai ragione, sai; è che io non sono abituata a leggere libri - so di essere un po’ ignorantella - e leggo queste tanto per passare il tempo. Tu cosa leggi in genere? Vedo solo un fumetto con te. Non stai leggendo nulla di bello? Un libro, che so, qualcosa del genere?”
Ecco, se voleva spiazzarmi c'è riuscita alla grande. Tutto potevo aspettarmi tranne che rispondesse sorridendomi e dandomi pure ragione. Un improvviso rilassamento mi prende e abbandono ogni diffidenza verso questa donna che si era permessa di venire a disturbare i miei ricorrenti quanto incongruenti sogni. Credo dovrei ringraziarla per questo.
"Beh, a dirti il vero ho appena finito un magnifico libro di una grande scrittrice: si chiama Le nebbie di Avalon ed è molto bello."
"Dai, davvero? E di cosa parla? Ti va di raccontarmelo? Se non ti disturba?"
Così mi avventuro nel resoconto di questo libro. Comincio come se stessi facendo una recensione, poi cambio registro. Racconto le avventure, i personaggi, e le emozioni che avevo sentito; e mentre racconto vedo i suoi occhi brillare, attenta, come una bimba a cui stessi raccontando una favola. E proprio come una bimba ne chiede ancora e ancora.
Non so quanto tempo sia passato. I paesaggi che scorrono continuano a far da sfondo ai miei racconti e alle sue allegre risate. Questo mi rammenta quelle sottili differenze tra Dario e gli altri uomini della mia vita, amanti o amici che fossero, che tra loro hanno una particolarità sempre in comune. Oltre un lato femminile, anche se espresso spesso in maniera diversa, gli uomini della mia vita mi sanno far ridere, e di gusto. Con Dario infatti era così. Ma la delizia che avevo nel far ridere lui era ancora maggiore. Chissà come mai questo paragone mentale tra il mio grande amore e questa giovane donna, che sta rendendo allegro ora questo mio viaggio. Sarà forse perché non riesco mai a staccarmi dal pensiero di quest’uomo?
“Ma tu sei sposata?”, mi domanda quando oramai abbiamo superato da un po’ Bologna.
“No, io no. E tu - immagino di sì, a vedere la fede”, le rispondo indicando la sua mano. Un leggero velo sui suoi occhi mi fa intuire qualcosa.
“Si, sono sposata - da 16 anni - e ho anche una bimba di 7”.
“Io invece non sono stata sposata, ma ho convissuto per 2 anni - ed è stato come un matrimonio, credimi. Tu di dove sei? Dall’accento direi di Roma” le domando cercando di cambiar discorso.
“Sì, sono di Roma e sto tornando a casa. Sono stata qualche giorno da alcuni parenti su a Milano. E tu, invece? Non sembri milanese”.
“Non lo sono, infatti. Sono venuta a Milano qualche mese fa per un lavoro. Ma adesso ho deciso che tornerò a Roma, dove ho casa. Qui ero in un residence. Sono napoletana, comunque”.
“Torni a Roma, dunque. Ma non vedo molti bagagli con te”. È un’impressione o mi è sembrato sorridesse di più quando ho detto che tornavo a vivere a Roma? Aspetto un attimo prima di rispondere.
“Adesso in realtà ci torno per poco tempo; il grosso è rimasto nella mia casa di Roma. Il resto delle mie cose le prenderò dopo questa breve vacanza”.
“E perché le dico che sto andando a Roma quando ho un biglietto per Napoli?”
“Ah ecco, adesso capisco. E che lavoro fai?”
“Sono promotrice finanziaria, ma ora ho un ruolo manageriale all’interno della mia banca”.
Ridacchia.
“Scusa, te l’ho detto che sono un po’ ignorantella, cosa significa?”
Ridacchio anche io. Mi piace questa semplicità e spontaneità anche nell’ammettere un suo difetto, sempre che difetto sia.
“Il promotore è un professionista che si occupa di gestire i risparmi delle persone in modo da farli fruttare al meglio. Adesso però mi hanno messa a capo di una sezione particolare di formazione all’interno della mia banca e quindi mi occupo meno dei miei clienti, che sono rimasti in pochi.”
“Ah sì, adesso è più chiaro; sembra davvero interessante come lavoro, non so perché penso che sia un lavoro dove si guadagna bene. Come mai viaggi in treno in seconda? E poi non hai l’aspetto di una ‘capa’!”
Adesso rido proprio.
“Sì hai ragione. Si guadagna bene. Ma sai, io sono un po’ particolare come persona. Mi sento molto proletaria a volte e un po’ figlia dei fiori. Ancora non so come ho fatto ad andare avanti in questo lavoro con questa mente che mi ritrovo. Ma ci sto riuscendo.” Accavallo le gambe in una comoda posizione prima di proseguire “In ogni caso è anche stata una decisione improvvisa quella di partire, gli aerei erano pieni e il primo treno disponibile era questo. In prima c’erano solo posti per fumatori.”
“Ah vedi? Avrei dovuto essere io al tuo posto. Io fumo e invece sto in seconda in un vagone per non fumatori”.
Ridiamo insieme.
“Dai ti accompagno fuori, così ti fumi una sigaretta”.
Sembra contenta di questa mia galanteria e accetta volentieri. Ci alziamo quindi e camminando in fila indiana nello stretto corridoio di quel vecchio intercity, arriviamo fino all’inizio del vagone dove si può fumare.
Il tempo passa e quasi non me ne accorgo. Siamo nuovamente all’inizio del vagone e siamo quasi a Firenze. Firenze, città magica e allegra, vivace e ironica come lo sono i toscani in genere. Il Chianti e le sue meravigliose verdi colline; la tagliata al rosmarino, per la quale vado letteralmente matta. Ho molti amici a Firenze, conosciuti navigando nei mondi virtuali delle chat, che hanno accompagnato molti dei miei percorsi. Quante risate allegre e spensierate, a volte ludicamente impertinenti. Quante telefonate ricche d’intelligenti viziosi giochi o di pianti consolatori. Sì, ho molto che mi lega ancora oggi a questa città e molto devo a quegli amici che qui vivono e che nel mio cuore sono rimasti.
Il treno si ferma nella stazione di Santa Maria Novella e vedo molta gente che si avvicina per salire.
“Forse adesso dovrai spostarti se arrivano quelli che hanno prenotato”, le dico guardando con una certa apprensione la folla di gambe e valigie che lottano per entrare.
“Si è vero”.
Ci guardiamo, nessuna delle due vuole interrompere. Interrompere cosa? Che cos’è che non voglio interrompere io? E cosa lei?
“Senti, Roma non è lontana, se ti sposti con quella valigia pesante rischi di non trovare lo stesso un posto libero e di far maggiore fatica; perché non rimani lì? Almeno la valigia è a posto, ci sono i sedili fuori e se ci stanchiamo possiamo fare a turno con il mio posto”.
Ancora quell’aria compiaciuta per un mio gesto galante, quasi cavalleresco.
“Grazie, sei davvero gentile, è un bel gesto”.
“Di nulla, stiamo chiacchierando, mi fa piacere continuare”.
Cominciano a salire i nuovi passeggeri, intravedo qualche straniero, un paio di soldati di leva. Nel nostro scompartimento entrano i 5 mancanti. Tre giovani ragazzi muniti di zaino in spalla, che magari viaggiano con la formula interrail, penso. Ma esiste ancora quella formula, poi? Nei posti ancora liberi si sistema poi una coppia di mezza età. Angela va a prendere la borsa che aveva lasciato su un sedile e torna indietro. Vedo che dà un’occhiata al suo cellulare. Un messaggio, forse. Lo legge mentre si accende un’altra sigaretta.
“Ti viene a prendere qualcuno?” mi domanda rimettendo il cellulare nella borsa.
“No, nessuno”. “Nessuno a Roma, dove non dovrei scendere, ma mia sorella a Napoli, si! Devo avvertirla”.
“Che cosa fai allora, prendi un taxi?”
“In genere prendo la metro e poi un autobus fino a casa” le rispondo, fiera del mio stile proletario.
“Dove abiti a Roma?”
“A Montesacro, e tu?”
“Ma dai, sai che non siamo lontane? A Talenti, la conosci come zona?”
“Certo che la conosco”, annuisco mentre le sorrido.
“Senti, ma se prendessimo un taxi insieme? Io con questa valigia faccio fatica in metro, mio marito mi ha mandato un messaggio e non può venirmi a prendere, è andato fuori Roma per lavoro e non torna prima di domani sera”, mi dice guardandomi e mordendosi leggermente un labbro.
“Va bene, non c’è problema; ma tua figlia con chi è?”
“Con i miei che stanno in provincia, è andata da loro in questo periodo di vacanze, così sta anche con la sua cuginetta”.
“Bene, allora è cosa fatta, prendiamo un taxi insieme”.
Il treno riparte, di andare a sedere non ne abbiamo voglia. Mi chiede del mio lavoro, della mia vita. E io le parlo, come faccio sempre con tutti del resto. “Tu sei come un libro aperto” mi disse una volta un mio caro amico.
Le parlo di Dario, di Raimondo, di Alfredo. Le parlo di Natacha, la mia più grande e unica reale amica, mia anima gemella in tutto, mia sorella e compagna di percorsi. Unica donna con cui riesca realmente a ragionare.
“Vuoi molto bene a questa tua amica, hai un rapporto speciale con lei, sembra quasi che la ami”.
“In un certo senso sì. L’amicizia è una forma d’amore per me, posso dire di amarla ma non provo desiderio per lei, questa è la sola differenza”.
“Quindi sei profondamente etero”.
La guardo, è stata una domanda inaspettata, o forse no, e neanche dovrei meravigliarmi: molte persone vedendo me e Natacha insieme hanno pensato e creduto ci fosse un rapporto che andasse al di là di un’amicizia. Ma non è così.
“Sì sono etero, almeno fino ad ora”.
“Fino ad ora?”
“Sì, dico sempre così perché non dò mai nulla per scontato. Non mi è mai capitato e quindi non posso sapere se mi piacerebbe con una donna. Di certo so che non potrei mai rinunciare agli uomini”, le rispondo con il mio tono sempre scherzoso e giocoso.
Ride alla mia battuta.
“Certo ti capisco, la ciccia è ciccia, non ci si può rinunciare”.
E io rido ancora di più, con quanta semplicità è riuscita a dire una cosa del genere e senza arrivare ad essere volgare.
Continuiamo a parlare un altro po’, soprattutto parlo io. Lei è un’ottima ascoltatrice e il suo evidente interesse a tutto ciò che dico stimola me a continuare. Mi ricorda me quando bevevo ogni parola di Dario, amando i suoi racconti di luoghi che io non avevo visto, di periodi politici che non avevo vissuto, di percorsi di vita così diversi dai miei.
Fra tre quarti d’ora arriveremo a Roma, andiamo a sederci per riposarci un po’. Le cedo il mio posto da subito, lo preferisco, le dico. Lei si siede e mi ringrazia con lo sguardo. Mi siedo anche io su quegli angusti sedili dei corridoi, che credo abbiano inventato per far soffrire chi non ha avuto l’accortezza di prenotare un comodo posto. Guardo per un po’ i paesaggi che scorrono. Riconosco le campagne laziali e comincio a sentire quella sensazione di ritorno a casa che solo Roma, e non la mia città natale Napoli, mi dà. Forse perché a Roma sono cresciuta come donna, dai miei 23 anni in su. Forse perché è in quest’epica e affascinante città che ho costruito le mie importanti amicizie e amori. Forse perché qui ho costruito Giulia, la donna. Mando un sms a mia sorella avvertendola del mio cambio di programma. Dopo poco mi volto verso Angela, vedo che si è addormentata. La testa appoggiata al vetro, il volto sembra sereno e dolce. Le braccia abbandonate sui braccioli. Il seno che si muove al ritmo dei suoi respiri sotto la sua maglietta. Non è un seno grande, no; un seno piccolo direi, ma sul suo corpo sta bene.
“Strano”, mi dico, “mi sono sempre piaciute le donne dal seno grande, che trovo più femminili, forse perché io sono così. Ma lei non starebbe bene con un seno più grande, sta bene così”.
La sto fissando, eh sì, le sto fissando il seno, non c’è dubbio. Beh questa non è cosa che mi meravigli, lo faccio spesso; le guardo sempre le belle donne, guardo le foto, anche hard se mi capitano. Ma lei non assomiglia per nulla alle donne che avevo guardato o ammirato fino ad ora, decisamente no. Uno dei ragazzi mi sta guardando, credo si sia accorto dell’attenzione che avevo nell’osservare Angela, chissà cosa pensa ora. Lo guardo anche io come per sfida. Lui si volta, non riesce a sostenere il mio sguardo fermo. Riprendo a guardare il paesaggio che corre veloce, oramai ci siamo quasi, qualche minuto e siamo arrivati a Roma.


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