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Tu io assieme mai odiandoci 1° Capitolo
Tu io assieme mai odiandoci
© 2010 WLM EDIZIONI
Stezzano-BG-IT
Fax: 0039 0354540154
www.wlmedizioni.com
wlmedizioni@tiscali.it
Prima edizione: marzo 2010
ISBN 978-88-904768-1-5

Lea Veggetti


NOTE SULL’AUTRICE

Lea Veggetti ha 37 anni, e da anni esercita funzioni direttive in un call center. Questo romanzo costituisce il suo debutto letterario. Bruna e avvenente, dallo sguardo dotato di un magnetismo sensuale, Lea ha acquisito una certa notorietà nel 2009, grazie al suo legame sentimentale con Marco Mazzanti, uno dei finalisti del reality show Grande Fratello. Con la pubblicazione di questa sua opera prima, Lea dimostra al mondo del gossip di non possedere solo un fisico invidiabile, ma anche innegabili doti di narratrice, che le consentono di raccontare le proprie emozioni con uno stile allo stesso tempo sobrio e coinvolgente.

In copertina: una fotocomposizione realizzata da Marco Mazzanti.

Ha collaborato alla pubblicazione di questo libro in veste di redattore Guglielmo Colombero, scrittore torinese, già direttore di sala del cinema Giardino d’Essai, autore dei romanzi storici Himilce la sposa di Annibale e Tomyris la signora delle tigri, entrambi editi da Falzea.

Prefazione
di
Marco Mazzanti

L’amore di un ragazzo per una donna molto più grande io, per fortuna, l’ho provato: è bello, è profondo e non è meno puro di quanto sia perfetto. Contro il volere della mia famiglia, contro il pensiero degli amici, sfidando la logica comune, con grande orgoglio ho amato Lea alla follia. Nonostante ciò l’ho tradita.
Questo romanzo, zeppo di riferimenti alla nostra storia, racconta lo strazio di una madre single che si innamora di un ragazzo molto più giovane. Leggerete di una coppia con un’intesa sessuale senza precedenti, con un’ineffabile armonia fisica e spirituale destinata purtroppo a rivelarsi effimera. La protagonista, ingannata, ferita, disorientata davanti a un uomo-ragazzo che faticherà sempre di più a riconoscere, subirà un cambiamento radicale fino a sfiorare la pazzia.
Per questa società, dove il tradimento è all’ordine del giorno, potrebbe risultare banale, ma che fare quando l’amore che lega queste due persone è più forte dell’orgoglio che li separa? L’amore basta a risolvere ogni cosa? Quanto si può fare male a chi ci sta vicino? È lecito perdere la stima di se stessi in nome dell'amore? Come comprendere se ne vale la pena?
Lea di certo non ha trovato una risposta a questi interrogativi, ma narrandovi la sua esperienza attraverso le pagine del romanzo, offrirà molti spunti su cui riflettere sia alle donne che agli uomini. E forse anche un aiuto. Per migliaia di anni la concezione sociale della «coppia normale» prevedeva l’uomo più grande della propria compagna. Oggi le coppie dove la donna sovrasta l’uomo (e non solo anagraficamente) sono sempre di più, ma la società fatica ancora ad accettarlo in pieno. È vero, si sono compiuti molti progressi, ma non dimentichiamo che poco più di 60 anni fa la donna non poteva votare e poche godevano del privilegio di intraprendere una carriera lavorativa: figuriamoci se potevano sentirsi mamme e libere di avere un compagno molto più giovane!
Credo che questo tipo di rapporto, oggi, sia difficile e impegnativo, ma domani sarà sempre più normale e accettato. La donna non invecchia come l’uomo, per natura lo fa in modi e con tempi differenti, ma dove sta scritto che invecchiare significa peggiorare?
Care lettrici, imparate ad amare le vostre rughe, perché hanno un fascino identico a quello dei capelli brizzolati dell’uomo maturo. Non saprei valutare quanto la differenza d’età incida sulla coppia in maniera negativa, di certo posso affermare che per me e Lea era l’ultimo dei problemi.
Amatevi e lasciatevi amare, perdonate il tradimento: non rovinate tutto per così poco!

Marco Mazzanti

Il momento della verità

Quella sera la mia mente era vuota e piena allo stesso modo. Non volevo più pensare, ero stanca di tormentarmi. Niente più domande, di nessun genere e portata. Nonostante ciò, mi vorticavano dentro ancora immagini sconnesse e parole prive di senso. Avrei voluto smettere di farmi del male, ma non ci riuscivo.
— Perché —, mi chiedevo insistentemente, — non riesco a bloccare il flusso dei miei pensieri? Perché lui continua a occuparli?»
Mi sentivo in preda a un’inquietudine profonda, come da tempo non mi succedeva. Avrei dovuto sprizzare felicità da ogni poro della mia pelle, e invece…
Del resto, quello era il momento che Marco agognava da una vita: l’ora della sua grande occasione. Finora la vita gli aveva dato qualcosa e tolto qualcos’altro, come capita un po’ a tutti, ma adesso era pronta a modellarsi fra le sue mani, diventando infinitamente generosa. E forse era una meta che anch’io avevo sempre desiderato raggiungere per lui e con lui. Anche se i sentimenti che provavo per Marco non erano del tutto chiari. Neanche a me stessa.
Di una cosa, però, ero certa. Quella sera – e ne sono ancora adesso sicura – né io né lui potremo mai dimenticarla.
Ricordo il freddo pungente, la nebbia che sembrava avvolgere gli alberi, i lampioni, le case illuminate, come un velo trasparente pronto a coprire e a proteggere tutto il paesaggio con la sua tenue e umida consistenza. E ricordo anche la cena frugale a base di pollo arrosto, patatine fritte e insalata che stavo preparando insieme ai miei amici, venuti per l’occasione a casa mia, per assistere «tutti insieme appassionatamente» al debutto di Marco. Del resto non mi avrebbero mai lasciata sola in quel contesto, dato che erano consapevoli del mio febbrile stato di agitazione. E probabilmente immaginavano anche quale impatto emotivo potesse proiettare quella serata sul mio futuro…
Sì, perché in quella fredda e nebbiosa serata di gennaio, Marco sarebbe entrato in quella che si definisce ancora – e non a torto – la «casa più spiata d’Italia». In altre parole, Marco stava per mettere piede nella dimora del Grande Fratello. Alle otto di sera la nostra cenetta veloce era già terminata, mentre il telegiornale scorreva inascoltato con il consueto repertorio di cattive notizie. L’idea di vedere Marco all’interno di un programma televisivo così «nazional-popolare» ci riempiva di frenesia. Persisteva ancora un residuo di incredulità: si trattava veramente del «nostro» Marco? Eravamo concentrati solo ed esclusivamente su questa straordinaria novità.
Non c’erano quindi delitti irrisolti, attentati terroristici o crisi internazionali che potessero tener testa a quell’evento che si stava per consumare proprio sotto i nostri occhi. E io, a tavola, mentre tutti si ponevano sorridendo le domande più disparate, non potevo fare a meno di pensare che, in cuor mio, avevo sempre saputo che Marco ce l’avrebbe fatta, che sarebbe stata una semplice questione di «quando» e non di «come».
Dopo aver sparecchiato, pian piano, tra una boutade e un’altra, prendemmo posto tutti sul sofà giallo davanti alla tv: lo spettacolo della vita di Marco stava per iniziare. Forse, anzi sicuramente, stava per iniziare anche il mio.
D’un tratto sentimmo tutti il gingle della trasmissione ed esultammo: sembravamo un po’ matti, è vero, ma Marco aveva raggiunto un traguardo che, in fondo, un po’ apparteneva anche a ciascuno di noi. E per questo ci sentivamo solidali con lui.
In quei momenti, la vicinanza dei miei amici fu un qualcosa di indimenticabile per me: quella loro felicità accompagnata da un profluvio di gioiose risate mi donava la consapevolezza di quanto la loro amicizia fosse vera e speciale, di quanto ci tenessero a noi e ai nostri successi. Sì, perché loro non erano lì per festeggiare il «Marco del Grande Fratello».
Erano lì semplicemente, come me, per festeggiare Marco. Punto e basta.
E Marco stava per catturare non solo la nostra attenzione, ma anche quella di milioni di italiani in procinto di accendere il televisore. Tantissime persone che l’avrebbero conosciuto e apprezzato. O magari criticato, perché no?
Quando la trasmissione prese avvio ufficialmente, il mio cuore sussultò. Scappai in bagno come per contenere tutte quelle emozioni, e nessuno si accorse della mia assenza, tanto erano avvinti dallo spettacolo. Fra le pareti silenziose della toilette, sentivo rimbombare i palpiti del mio cuore in fibrillazione…
Una volta davanti allo specchio, mi misi una mano sul cuore e una sulla testa, come per collegare d’istinto quelle due parti di me così in conflitto in quei momenti, e mentre contemplavo la mia immagine riflessa, continuavo a ripetermi ossessivamente: «andrà tutto bene… tutto bene… tutto bene».
Mentre lo ripetevo per l’ennesima volta, repressi a fatica un improvviso fiotto di lacrime. Poi Milo, uno dei miei amici presenti lì al debutto, si accorse che mi ero chiusa in bagno e dalla soglia mi chiese se tutto andasse bene. Socchiusi la porta e mi sporsi fuori, facendo un cenno affermativo con la testa. Subito dopo gli sorrisi, come per tranquillizzarlo. Poi decisi di darmi una calmata e di tornare davanti al televisore, dato che la trasmissione, oramai, era iniziata da dieci minuti e oltre. Per fortuna Marco non era ancora stato presentato al pubblico.
La trasmissione proseguì per un po’, mentre noi, divorati da un’ansia crescente, aspettavamo il momento magico di quell’attesissima e fortemente «nostra» presentazione.
Durante un intervallo, per smorzare la tensione, bevemmo tutti insieme uno spritz, l’aperitivo a base di vino bianco, acqua tonica, gin e aperol, che dalle mie parti fa tanto tendenza. Confesso che per un po’ la mia mente sospese qualsiasi attività. Forse era esausta dopo tanta inquietudine. O forse, chissà, era semplicemente annebbiata dall’alcool. La tensione che mi sentivo addosso, comunque, si era un pochino attenuata.
Dopo l’intervallo pubblicitario, la conduttrice del programma seguitò a presentare gli inquilini, fin quando il momento catartico, finalmente, arrivò. Lui era lì: le sue foto, le sue passioni, le sue attitudini, la sua professione di calciatore. E anch’io ero lì con lui, nel suo cuore e nei suoi pensieri in quei precisi istanti. Così almeno speravo che fosse.
Vedendolo apparire così sullo schermo televisivo, fascinoso e seducente, il mio cuore smise per un attimo di battere. Poi accelerò di botto e seguitò a correre all’impazzata, lasciandosi dietro quella scia di parole che si accavallavano. Nel frattempo il mio cellulare iniziò a trillare quasi convulsamente, ma io deliberatamente lo ignorai. La curiosità di chi mi conosceva era troppa.
In quei momenti una lacrima che racchiudeva una gioia segreta solcò il mio viso, gocciolando invisibile sul divano. La mia indole riservata mi impediva di ostentare questo mio momento di fragilità e di debolezza. Solo una persona ha conosciuto il significato prezioso di quella lacrima, e quella persona è stata Marco.
Quella sera mi soffermai a riflettere sulla tenacia e sulla caparbietà con cui Marco aveva affrontato le avversità, sul fatto che dopo tante battaglie perdute Marco aveva sempre saputo risollevarsi, mostrandosi capace di realizzare il suo sogno invece di guardarlo infrangersi sugli scogli della dura realtà.
All’improvviso, mi riaffiorò il ricordo di una delle sue più brucianti sconfitte, una di quelle che lo aveva lasciato ferito e avvilito. Era venuto da me, dopo che la squadra di calcio per la quale giocava lo aveva svincolato perché – secondo l’allenatore – era troppo concentrato su se stesso e sui suoi cerchietti e fiocchetti piuttosto che sul suo dovere di parare i tiri avversari.
Marco era affranto per quell’ingiusta decisione. Già sull’uscio di casa lo accolsi fra le mie braccia, per fargli sentire che lo amavo e lo stimavo più che mai, che non lo consideravo un perdente. Lo abbracciai ripetutamente, e a tavola, mentre cenavamo, gli strinsi le mani per non lasciarlo mai solo col suo dolore, per alleviargli il più possibile il bruciore di quel duro colpo.
Quella sera parlammo anche dei riflessi negativi sulla sua carriera sportiva derivanti dai nostri problemi di coppia: per una volta, infatti, non era più totalmente concentrato su se stesso ma sul nostro rapporto, specie dopo quel tradimento che faticavo ancora ad accettare e che continuavo a rinfacciargli, con la speranza che non si ripetesse mai più, perché me lo portavo dentro come una ferita sanguinante, uno squarcio doloroso che ancora non voleva saperne di cicatrizzarsi.
Anche quella sera, nel bel mezzo dei nostri dubbi e delle nostre insicurezze, tu ed io finimmo per fare l’amore. E in quei momenti cercai di dimenticare tutto, di lasciarmi tutto alle spalle. Cercai di donarmi interamente a te, Marco, di offrire il mio corpo nudo alle tue mani, che si soffermavano ovunque con quel tocco così intenso e delicato, che mi faceva impazzire…
Nonostante quella bellissima serata, in quei giorni il nostro rapporto stava scivolando lentamente dalla dimensione del sogno a quella dell’incubo. Un incubo dal quale tentavamo disperatamente di risvegliarci…
Durante la tua apparizione televisiva, mi sentivo pervadere da un entusiasmo intermittente, dato che avevamo parlato tantissime volte di quella trasmissione e del tuo desiderio di parteciparvi. Mi riaffiorò un sorriso sulle labbra, ripensando ai provini per il Grande Fratello, alle tue telefonate ogni qualvolta gli autori della trasmissione richiamavano in quanto curiosi di rivederti e di ascoltare risposte in merito alla tua vita privata. Ricordai i nostri pranzi resi stuzzicanti dall'aroma intenso dei gnocchi al gorgonzola. Era proprio in quei frangenti che tu mi raccontavi sempre dell'esito incoraggiante dei provini, della sicurezza che eri riuscito a ostentare in quelle occasioni, delle difficoltà che avevi superato senza problemi.
Come quando si mormorava in giro che dietro la spavalderia con cui etichettavi le donne come trofei da esporre o da conquistare si celasse una latente omosessualità… Quante risate su quella assurda congettura! E quanto ci sentivamo felici in quei momenti…
Ma, quella sera, devo ammettere che vibrò dentro di me uno scatto d’orgoglio, nonché un certo senso di soddisfazione personale nel vedere Marco sullo schermo. Sì, perché in fondo ero stata io a incoraggiarlo su quella strada, e lo avevo fatto sin da quando ci eravamo conosciuti. Il suo fisico statuario, del resto, mi aveva sempre incantato, e mi incanta ancora adesso. Forse perché continuo a contemplarlo dall’angolazione dell’amore…
Mentre lo guardavo percorrere quella sorta di navata che lo avrebbe introdotto nella «casa delle celebrità», provavo la strana sensazione di averlo lanciato io in quel corridoio, mi sentivo in un certo modo l’artefice di quell’evento, come se Marco fosse in debito con me per quella celebrità che si apprestava a conquistare. Un sentimento forse egoistico, lo ammetto: ma era proprio quello che stavo provando in quel momento.
In ogni caso l’emozione forse più intensa che vissi in quella serata, in realtà, fu un’altra. Improvvisamente, infatti, mentre i nostri amici scrutavano tutti i suoi primi movimenti, i suoi primi discorsi, le sue prime titubanze in quel mondo cosi artificiale e al tempo stesso realistico, mi assalì all’improvviso una tremenda sensazione di vuoto, un’indicibile ondata di tristezza. Fui sul punto di stramazzare per terra, come in preda a una vertigine. Presagivo una perdita, temevo un abbandono. Una sofferenza atroce, che già avevo provato all’età di tredici anni, quando mio padre mi aveva lasciato per sempre.
In quell’istante mi resi conto che, d’ora in avanti, le cose non sarebbero state più le stesse. Mi travolse la certezza che tu, Marco, stavi per entrare in un altro mondo, dove forse per me non c’era più posto.

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